Domani sarà un giorno caliente a Milano, e martedì rischia di esserlo ancor di più. Moltissimi precari della scuola, con alle spalle una lunga esperienza, rimarranno senza lavoro. A 40-45 anni d'età. Sappiamo bene cosa significhi.
Francesco Caruso, il 28 agosto scorso, ha diramato un comunicato stampa in cui c'informa che un gruppo di sette donne, "tutte docenti precarie con oltre 10 anni di insegnamento alle spalle, sono salite sul tetto del provveditorato agli studi di Benevento per iniziare un'occupazione ad oltranza per protesta contro i tagli della riforma Gelmini.'Contro il più grande licenziamento di massa. 20000 in Italia, 500 a Benevento. Vogliamo un futuro': così recita lo striscione calato dal tetto dell'edificio". Come gli operai dell'Innse, hanno deciso di resistere a oltranza fin quando non otterranno risposta (per contatti: 334 6976405 - Daniela Basile, una delle insegnanti del CIP sul tetto). E a proposito: anche glioperai della "Ercole Marelli", storica industria di Sesto San Giovanni, stanno resistendo coi denti contro i licenziamenti, e in fabbrica bivaccano anche la notte. Lo ignoravate? Non fatevene un cruccio. Non è tutta colpa vostra. Inutile attendersi simili notizie dai tg di Minzolini, o di Raidue, o di Retequattro e Studio Aperto (!), e potremmo continuare ad libitum. Nel regno dell'Egolatra non c'è spazio per queste vicende. Il prossimo bavaglio a Raitre, l'unica rete non allineata, metterà una pietra tombale sulla libera informazione in Italia. Rimane il web, certo: e per questo abbiamo scritto "non è tutta colpa vostra". Nel senso: un po' lo è. Perché gl'italiani sono pigri. Non approfondiscono. Il 75% dei nostri connazionali attinge informazione dalla tv - e l'Egolatra lo sa perfettamente. Invece dovrebbero darsi una mossa, leggere di più (almeno prima di tornare al rogo dei libri), cercare altrove, ecco. Prima che sia troppo tardi anche per noi (i tentativi di silenziare i blogger si sono moltiplicati con frequenza vertiginosa). Scrivo finché posso, tutto ciò che posso: perché, pur sommersi, siamo molti, e perché, a questi fratelli e sorelle, glielo devo: e non li abbandonerò. Non ci avrete.
"Da tutte le situazioni, l'uomo ha sempre saputo trovare una via d'uscita" (Silo)
Altri gay malmenati, ingiuriati, minacciati di morte. Persino Daniele Priori, presidente di GayLib, associazione legata al centro-destra (pur se non ne capirò mai le ragioni, in questo momento storico). Per il resto non mi stupisco, il clima che si respira ormai da diversi ha dato la stura all'omofobia più vieta e truculenta, che un tempo, per motivi di decoro, si tendeva almeno a occultare - leggetevi un po' i commenti al menzionato link di Priori... -. E nulla di sorprendente se gli Svastichella agiscono in tutta pace, pienamente liberi, e non si scomodano neppure a fuggire; tanto, sono nel giusto! Sale la rabbia, incontenibile, verso i 15 - ripeto: quin-di-ci! - delinquenti in erba che hanno cercato di accoppare due tizi solo perché sembravano gay, pardon, froci (si è tornati a chiamarli così). Roba che accadeva, al massimo, negli anni Cinquanta. L'ennesima vittima è stato il cantautore e trasformista Emilio Rez: non ha perso l'ironia, ci ha informato che "le sue paillettes sono salve".
E' comunque bene ricordare che la legge anti-omofobia non è mai andata in porto a causa della contrarietà del Vaticano, del Pdl e dei (cospicui) settori clericali dell'"opposizione" facenti capo all'illibata Binetti. Buttiglione, poi, non sarebbe nemmeno il caso di citarlo: secondo lui, una legge di tal fatta ci riporterebbe niente meno che "al Medioevo, perché si priviligerebbe una classe sociale" (!). Ma sappiamo bene che, fosse per il nostro filosofo ciellino, i sodomiti meriterebbero il rogo. Qualcuno, a quanto sembra, ci sta comunque pensando seriamente.
Mi tocca, adesso, affrontare un argomento che avrei evitato, tanta è la ripugnanza che mi suscita. Purtroppo, vi sono costretta.
Ci hanno risparmiato la pagliacciata blasfema della Perdonanza, con B. che ovviamente se ne impipa di penitenza e comunione, ma teneva molto ad apparire accanto al cardinale potente e benevolente (cfr. l'analisi di Vito Mancuso). Non è accaduto, ma è una magra consolazione perché ad abominio s'è aggiunto un abominio peggiore. Mi riferisco al killeraggio giornalistico di Feltri ai danni del direttore di "Avvenire", Dino Boffo. Ricorro proprio al termine di quest'ultimo, perché di killeraggio si tratta. A scanso di equivoci: della sessualità di Boffo, etero o omo che sia, non me ne importa - in senso letterale - proprio niente. Io non considero una persona migliore, o più buona, o più intelligente, solo perché gay. Esistono gay buoni e gay cattivi, gay geniali e gay assolutamente stupidi, artisti e portalettere, ecc. ecc.
Nel caso del Boffo, un'eventuale omosessualità costituirebbe semmai un'aggravante, poiché non solo non ha fatto nulla, nella sua attività giornalistica, per liberare i gay dai pregiudizi, ma li ha anzi alimentati diffamandoli, chiamandoli pervertiti, malati, miscredenti ecc. Mai uno sguardo non dico cristiano, ma umano su di loro. E qui casca l'asino: Feltri è un uomo che confonde artatamente il senso morale (di cui lui, peraltro, è del tutto privo) col moralismo. Della "condanna" di Boffo [risalente, secondo lo stesso "Giornale", al 2004, ma subito bollata come un'"emerita patacca"] era certo a conoscenza da diverso tempo, ma non ne ha mai fatto cenno, per non turbare gl'idilliaci rapporti tra il suo padrone e le gerarchie ecclesiastiche. Poi, a un certo punto, qualcosa s'è rotto. Poco, in verità (non s'illuda la sinistra): malgrado le recenti scaramucce, Vaticano e Pdl cercheranno in tutti i modi di salvare il loro "patto d'acciaio". Ma anche quel "poco", ormai, al piccolo Cesare non va più bene. Altro che "Repubblica", ormai non sopporterebbe più nemmeno se il maggiordomo Ghedini osservasse che ha la cravatta storta. Ed ecco il suo arciere, l'indomito Feltri, parte lancia in resta, smarronando anche un po', risultando, alla fine, più realista del re: al punto che gli ha rovinato il desiderato incontro rappacificatore. A B. devono essere girate un bel po' le balle: ma, ormai, la frittata era fatta: Perdonanza archiviata.
Berlusconi si auto-assolve sghignazzando: "Non sono un santo...". Il machismo va sempre di pari passo con l'omofobia.
Non posso pertanto condividere l'entusiasmo di Franco Grillini e la sua miope lode al "Bravo Vittorio". Egli scrive che Boffo ha "passato il proprio tempo a sparare a zero sugli omosessuali, sulle donne che abortiscono, su chi si rivolge ai centri per l'inseminazione assistita, sui divorziati, e chi più ne ha più ne metta". Tutto vero, ma forse Grillini dimentica che è esattamente quanto ha fatto Feltri, prima da "Libero" poi dal "Giornale", fino a poche ore fa: plausi al Vaticano (e a Boffo), e attacchi inverecondi agli omosessuali, una volta Marcello D'Orta (lo stesso di Io speriamo... o si tratta d'un omonimo?) se la prese addirittura con Renato Zero (e col Renato del 2006, mica dei tardi '70). Non è che adesso siano diventati improvvisamente pro-gay. Semplicemente, scrivono a suocera perché nuora intenda. Ciò che preme davvero a Feltri non è certo smascherare l'ipocrisia, bensì, ancora una volta, difendere il Capo. Dimostrando che "semo tutti ladri", che "il più pulito c'ha la rogna", Feltri vuol instillare negli italiani, più di quanto non esista già, che i valori sono chiacchiere, che il bene non esiste, o meglio, che la verità in quanto tale è liquida (Z. Baumann), e, in ultima analisi, niente è vero perché tutto è vero. E' quello che nel Vangelo si definisce "peccato contro lo Spirito santo", l'unico, non a caso, irremissibile per sua natura. Come nell'epilogo del Grande Fratello (il libro, non il reality): se lo ricordate, l'ispettore della polizia segreta tormenta il protagonista con una domanda banalissima, quanto dà uno più uno. Il disgraziato imbastisce alcune risposte sperando di compiacere il suo aguzzino: fa due? no? fa tre? nemmeno?... Al termine, esausto, capitola: "Non lo so". E a quel punto l'ispettore è contento. "Non lo so": cioè, non so più dove stia il bene né il male, è tutto così confuso, e solo allora la mente è manipolabile dall'imbonitore di turno. Se non si capisce questo, l'attacco finale alla democrazia è già vinto senza che ce ne accorgiamo. Proprio come accade al protagonista del Grande Fratello.
Gianni Guido, terzo responsabile del massacro del Circeo, scarcerato lo scorso anno, è adesso definitivamente in libertà. Proprio nel periodo in cui la violenza contro le donne, diseguali per eccellenza, raggiunge il suo acme. Valga per lui quanto scrissi per il "cervello" della sua banda di assassini, Angelo Izzo. Adesso si assocerà a Svastichella, l'aguzzino dei due gay (il quale scommette sulla sua prossima liberazione, "tanto son matto", ha ridacchiato spavaldamente mentre gli agenti lo portavano via)? Alla fine, condividono gli stessi ideali "politici"!
Da ieri sera, e per altre ventiquattro ore, la mailing list dedicata a Enzo Baldoni (EnzoB@yahoogroups.com) sarà aperta ai messaggi in occasione dei cinque anni dalla scomparsa del giornalista. Un lustro. Lustro come il ricordo, forse, oppure no. Giorni fa, su Facebook, ho inserito un video di Telepace, che informava dellatitolazione d'una piazza a lui, a Enzo. Non ho ricevuto nemmeno un commento.
Lustra è la nostra memoria, appianata, morta, forse mai vissuta. Enzo è diventato, suo malgrado, un segno e una coscienza.Il corpo di lui, uomo così fisico, ancora non c'è. Enzo è associato a un passato che ci sormonta, alla dabbenaggine dei nostri governanti di allora, che sono gli stessi di adesso, alle ingiurie urticanti della stampa viscida e servile, alla foschia delle sabbie, ad altri Drogo persi, nel sole cisposo, manciate di minuti, secoli fa.C'è chi non ha dimenticato, si capisce. Molti, anzi. Ma non se ne parla in giro, pertanto non esistono. "Ci manchi", "Addio balena" (era il suo soprannome). Per tutti valgano le accuse di Franco Gialdinelli, coordinatore della lista: "...mercoledì 26 agosto saranno trascorsi esattamente 1.825 giorni (comprese 14.600 ore lavorative diurne) durante i quali, mi risulta che nessun politico, nessun intellettuale noto, nessun magistrato e nessun rappresentante delle istituzioni e dello Stato, non ha mai poggiato un solo dito su una tastiera di un telefono o di un computer per denunciare che Enzo era stato trucidato anche grazie all’indifferenza e ai giochetti di scaricabarile del governo, dell’opposizione e della Chiesa". Enzo non era come tanti altri, non era uguale. Non siamo tutti uguali: lo ha ricordato ai sindacati (solo Cisl e Uil, la "sovversiva" Cgil è stata emarginata) il ministro Sacconi, di scuola socialista (craxiana) a proposito della differenziazione dei salari.
Non è mia intenzione disquisire in questa sede di economia. E' ovvio che la distribuzione di denaro varia da lavoro a lavoro. Ed è vero che sono stati commessi, in passato (e nel presente), degli abusi. Ma continuo ad arrovellarmi su quella frase, "non siamo tutti uguali", e, per quanto cerchi di limitarla e contestualizzarla, non posso che trovarla inquietante, sinistra. Disgustosa. E' buttata là, con impassibile sciatteria verbale, tale da non farci stupire se poi, come risulta, le matricole universitarie non conoscono più l'italiano. Le parole sono preziose, vanno centellinate. "Non siamo tutti uguali" sancisce una disparità di principio, genetica, irreversibile, è qualcosa legato al sangue, alle cellule. Il principio di diseguaglianza, innalzato a valore supremo dalla (in)cultura odierna, è l'esatta antitesi del diritto alla diversità su cui la democrazia si fonda e per il quale i nostri predecessori si sono battuti, e sono morti. E' in nome del principio di diseguaglianza ("non siamo tutti uguali") che sono stati condannati a una morte orribile, e nell'indifferenza generale, ottanta eritrei su indegni barconi d'immondizie. Immondizie umane. Non siamo tutti uguali. C'è qualcuno, pertanto, che ha la precedenza, che è più "umano" di altri, che va aiutato; ad altri, meno uguali, tocca necessariamente una sorte diversa. Nell'Ottocento si chiamava darwinismo sociale. E' in nome di questo darwinismo sociale riverniciato che il rappresentante d'un partito di governo può invocare impunemente l'eliminazione dei bimbi rom (o meglio, come dice lui, "dei" zingari).
E' sempre in nome del darwinismo sociale, supportato in questo caso da una massiccia dose di moralismo, che il responsabile dei gay accoltellati a Roma se ne stava a piede libero, e a casa l'hanno anche trovato, una volta che si è deciso di trascinarlo in guardina. Pare lo chiamassero "Svastichella" per note simpatie politiche e l'ammirazione nei confronti di mons. Fisichella, il quale, subito dopo l'aggressione dei due ragazzi, si sarebbe affrettato a premere sui politici affinché non approvassero una legge anti-omofobia, la quale, secondo lui, aprirebbe la strada ai matrimoni gay (!). Ho provato a immaginare la storia di Svastichella, la sua vita senza scopo, senza colori, attratta e insieme terrorizzata dai dolci dolori, dalle dune mosse, dai mille soli, dai domani alternati che la diversità dell'amore sa offrire e profondere. E che tanto sconvolgono gli animi anchilosati dei gendarmi della Diseguaglianza. Nel loro cupo universo non può esserci spazio per le scie dorate. Un coltello ha usato, non una pistola. Nessun modo migliore per deflorare un'assordante tenerezza che lo infastidiva, perché non poteva ammansirla, renderla uguale, lineare. Ed era tanto più convinto di essere nel giusto, che non aveva minimamente pensato a nascondersi. Perché? Da anni, ormai, lo sentiva ripetere, in televisione, dai pulpiti, sui giornali: non siamo tutti uguali. Da un lato noi, i buoni; dall'altro loro, i cattivi, i diseguali. Da eliminare; o, almeno, da prendere a calci in quel posto, come asseriscono altri simpatizzanti del governo in carica.
"Cosa spinge l’uomo a prevaricare un altro uomo fino a giungere alla esclusione e allo sterminio: il potere? Il sadismo? Il danaro? La sopravvivenza? - si chiede acutamente Silvio D'Amico. - Eppure se noi analizziamo i luoghi del razzismo questo attecchisce anche nei luoghi dove maggiore è la ricchezza e il benessere. Da ciò possiamo dedurre che la sopravvivenza poco ha a che fare con il razzismo e molto invece con tutto il resto. Ecco che allora di fronte a questa recrudescenza [...] si cela una battaglia etica. Riportare alla luce l’etica è il compito di chi crede che l’esclusione e il dominio non appartengano ai propri valori... L’universalità del pensiero non deve confondersi con il pensiero unico, in quanto universale essa è capace di racchiudere nell’universalità le diversità. E’ questa la ricchezza dell’Universalità. Cosa diversa è il pensiero unico da cui nasce il Totalitarismo. Se noi ci limitassimo a combattere il neorazzismo perderemmo di vista il problema dell’uomo. La fatica di accettare le diversità esita nel premio della sublimazione e colloca l’uomo e la donna nella sfera del divino. Facile è la condanna e l’esclusione, sublime è il perdono e l’accoglienza. La logica dell’esclusione genera un sentimento di paura che limita l’azione degli uomini e delle donne verso l’evoluzione sociale. La paura blocca le coscienze e innesca un meccanismo di autoconservazione generando l’istinto di sopravvivenza sorretto dalla necessità di esclusione. L’uomo è annichilito, incapace di comprendere le diversità, di accoglierle. Diventa un mero esecutore di azioni indotte da messaggi subliminali che dettano la pratica. Un meccanismo di perversione offusca le coscienze e conduce all’involuzione. Il germoglio della vita subisce il vento della violenza piegandosi fino a insabbiarsi. L’agonia della vita strazia le coscienze e innesca un meccanismo di rimozione che accantona l’evoluzione. Nella scala della vita il gradino più alto diventa insormontabile, meglio tornare indietro. Eppure dopo quel gradino iniziano le distese del mondo che dispiega tutta la bellezza del creato. L’armonia delle diversità si compongono nell’universalità dettando le note per un soave canto. La musica sublime allieta l’esistenza e apre un percorso nuovo di conoscenza. Eppure nella storia quel limite è invalicabile. Perché?". Vi lascio con questo interrogativo.
Premetto subito che, per me, non è stata una grande estate: non di quelle indimenticabili, insomma, nemmeno da rimpiangere, eccezion fatta per una seducente settimana che un giorno o l'altro rievocherò. Un'estate, come tante, che va via; e già questo, comunque, basta a caratterizzarla, nel fluttuare dei giorni leggeri, che con gli anni diventano ancor più sciolti, inconsistenti e lontani, prima ancora che vi abbiano accarezzato. E' il mare, che perde e si perde. Trascorsi gli anni delle feste in spiaggia, resta il sapore dell'avvoltolarsi nella natura, d'una vita che sguscia via sfarinandosi, trillante come un lungo canto d'amore. Solo il grande Mimmo poteva permettersi di sbilanciarsi in vocalizzi sospirosi, non vergognandosi di quei vocativi, che nella sua ugola non suonano mai retorici ma profumati, stillanti (argento dal cielo, appunto). E' il sole notturno della sua Puglia, ma a me ricorda l'antica Calabria, le arcate di firmamento che ricoprivano le mie oscurità blu: notti di magi, di deserti.
Ancora intatti e vergini, e il mondo pareva immenso. Note come vento: quella citazione così aperta da O falce di luna calante, anch'essa musicata, anch'essa odorosa non di sensualità, ma di sospiri, ha una sacertà arcana. I versi si contrappuntano, s'inseguono l'un l'altro in altre liriche, sotto svariate forme: "Fresche le mie parole ne la sera...", a me cullavano vapori e veli, di pura consolazione. Ma la canzone di Modugno è un addio; come nei più classici stereotipi; dietro, però, si nasconde un paesaggio verista, spietato nell'apparente impassibilità. C'è stato prima, lo intuiamo, un coinvolgimento così totale, da lasciare senza fiato. E poco importa quanto sia durato. In questo brano, l'ancor giovane Mimmo confessa di aver (troppo) vissuto, in una primordialità immacolata e stravolta che non può che essere sana, leale, riconoscente.
"La strage degli immigrati a Lampedusa somigliaalla Shoah". Finalmente è arrivato, inequivocabile, duro, senza tentennamenti, l'editoriale di "Avvenire". Termini come olocausto, sterminio, ecatombe e truculenze varie vengono di solito utilizzati dal quotidiano dei vescovi per l'aborto, il testamento biologico e i/le senzadio che li praticano, o vorrebbero praticarli. Sull'infamia delle leggi xenofobe e razziste di questo governo, a parte qualche formale reprimenda, finora mai nulla di veramente significativo. Adesso basta. La misura pare essere colma anche per la tollerantissima gerarchia cattolica.
Sì, dovrei esclamare: "Finalmente!". Dovrei, vorrei poter riabbracciare la mia Chiesa. Dovrei e vorrei. Ma non posso. Verbi servili, verbi che - grammaticalmente - hanno bisogno del predicato cui appoggiarsi per aver senso compiuto. Ma quel predicato non mi esce. Tornare, riabbracciare, esclamare, no, non ci riesco. Spero di poter aggiungere quell'avverbio: non ancora. Perché questa denuncia, pur sacrosanta, giunge dopo troppi, complici e scandalosi silenzi. Giunge dopo il mutismo già menzionato sulle leggi anti-immigrazione, dopo le colpevoli distrazioni nei confronti degli attacchi ai diritti dei lavoratori (e non basta un'enciclica ben scritta per chiudere la questione, inutile denunciare i mali del capitalismo selvaggio se poi ci si allea, di fatto, con governi la cui religione è Mammona), sull'acquiescenza benevola verso la sessuomania misogina (spesso, ragazze) ostentato come virtù e maschia potenza, sull'apparenza, lo sfarzo, il materialismo, la verità liquida come stile di vita, il perdono ai lefebvriani. Eccetera, eccetera.
Giunge dopo che a latrare per la difesa dell'"identità cristiana" (un tempo, si sarebbe detto del "Cristo europeo") si erge il figlio pluribocciato (a sinistra) di un tizio che ha inventato su Facebook un nuovo gioco, Rimbalza il clandestino. Mi dispiace, è veramente troppo chiedermi di voltar pagina. Del resto, finora, non ho sentito nessun principe della Chiesa domandare scusa, o riconoscere che si sono sbagliati, nell'appoggiare così incondizionatamente un governo simile. Non mi sembra ne abbiano intenzione nemmeno adesso, malgrado tutto (del resto, sono infallibili, no?). Sorry, ma la memoria ancora non mi difetta. Adesso più che mai pretendiamo fatti. Le chiacchiere, stanno proprio a zero.
ULTIM'ORA: Facebook chiude Rimbalza il clandestino. In seguito alle numerose proteste, il social network ha deciso di oscurare il trastullo razzista della Lega. E per Renzo Bossi si è trattato dell'ennesima bocciatura. 'mazza, nemmeno coi giochetti, gli riesce... (24 agosto 2009)
Grazie a lei avevamo scoperto Hemingway, Spoon River, e - per quanto mi concerne - la beat generation (fantastico il suo Beat Yippie Hippie), soprattutto Ginsberg. La vidi una volta sola, proprio assieme al suo amato poeta, ai Magazzini Generali a Milano: ultima volta anche per lui, era il 1996 e Allen morì di lì a poco. Adesso anche Fernanda Pivano non c'è più.
Che irritazione, in questi giorni, le fanfaluche dei reduci pentiti di Woodstock, Arlo Guthrie diventato repubblicano, i vecchi ex-spinellati trasformatisi in banchieri, le riviste finto-trasgressive, i sermoncini dei militanti che scuotendo i ricci grigi e cadenti gorgogliano che no, era tutto finto, un sogno, un'illusione (del resto lo aveva predetto persino il ben più autorevole genitore di Arlo, Woody...). Fernanda era, in tal senso, fuori del tempo e della commercializzazione. Rileggetevi l'introduzione a Jukebox all'idrogeno di Ginsberg, e capirete perché quest'ultimo era un vero artista e la generazione "battuta" un fenomeno ben più imprendibile, e profondo, e tragico, della speculazione degenerativa degli organizzatori di tour negli stadi. Il mondo "battuto" era un mondo sconfitto e alla rovescia, che necessariamente doveva venir rovesciato, catapultato, suicidato (e non pochi lo misero in pratica, in effetti). Fernanda aveva afferrato i palpiti di un cuore escoriato e in rovina, i fremiti d'una decadenza forse perdente e disperata, ma al tempo stesso capace di lanciare un ultimo, stramazzato urlo (howl) verso un ordine impassibile e immutabile. Per questa vocazione alla sconfitta tale decadenza è stata mitizzata e strumentalizzata, elevando l'auto-annientamento a pratica seducente e seduttiva. Fernanda l'aveva compreso, e non smetteva di spiegarlo, alla gente, nelle scuole.
Nel giorno in cui scopare la Pivano, si svolgono le convulse elezioni in Afghanistan. Sotto tiro, come sempre, le donne, e le rivoluzionarie di Rawa furono facili profetesse quando denunciarono la truffa del "moderato" governo Karzai (quello che, per accattivarsi - senza successo - le simpatie di quei simpaticoni degli "studenti" talebani, ha permesso lo stupro in famiglia). C'è legame tra le due vicende? C'è, nella misura in cui la Pivano ha scoperto il volto d'una società svanente e inaudita, anarchica, disperatamente gaudiosa, e la ferrigna chiusura dell'ordine eccessivo che è solo il paradigma del desiderio nascosto di (quasi) ogni uomo. La donna muta, fantasmatica, inesistente. Pronta solo a servire. Nella sua bella intervistaCohn-Bendit ha sostenuto che "tutti gli italiani aspirano a diventare [di fatto] piccoli califfi". In verità, sotto sotto, la maggior parte degli uomini coltiva il sogno del piccolo talebano, di cui i tirannelli di ogni latitudine e credo sono le puntuali riedizioni.Non ci sarà pace né pacificazione, noi non la daremo, fin quando il piccolo e grande talebano non sarà sconfitto nelle menti e nelle viscere. Noi non siamo, non vogliamo più essere una generazione sconfitta e battuta. Non ci avrete.
ULTIM'ORA - 1: malgrado le minacce talebane, vota la maggioranza degli afgani. Almeno ciò risulta da fonti occidentali. E poco c'importa, ora, sapere chi dei due pavoni ha effettivamente vinto (Karzai o Abdullah). Correvano anche due donne, senza ovviamente alcuna chance di affermazione, ma presentarsi alle elezioni in un Paese come quello è a dir poco eroico. "Ormai non abbiamo più paura", ha però commentato una di loro. Persino al terrore si sopravvive. Una lezione anche per noi: quando ho visto immagini di donne afgane che, uscendo dal seggio, mostravano trionfanti il loro dito intinto di blu, mi sono commossa. A proposito: oggi (22 agosto) inizia il Ramadan. Auguri a tutti i veri musulmani (pertanto, non agli integralisti).
ULTIM'ORA - 2: altre due ragazze (tra cui una minorenne) violentate nei pressi di Roma. La furia maschile non si arresta. Anzi: non li arrestano proprio.
giovedì 13 agosto 2009
Ormai la conoscono tutti. Ormai lo sanno, che è stata nuovamente, ignominiosamente condannata ad altri inutili, protervi, impacciati, stupidi (poiché inutilmente crudeli) 18 mesi di arresti domiciliari. E' un problema di democrazia, hanno detto. Certo. Perché è un problema di donne. E di uomini.
Non per nulla un raro uomo che l'aveva compreso si chiamava Walt Whitman. For you o democracy, ricordate? No, arrestate i sorrisini. Non alludeva solo al "dolce amore dei compagni". Voleva pure le compagne, lui. Femminista, cioè compiutamente uomo, come Pasolini.
Aung la conoscono tutti, dicevo. Ma non si tratta solo di lei. Isabella Bossi Fedrigotti scrive di donne sole, libere e coraggiose. Concordo solo in parte. Nel suo commento usa il termine "fragilità". Sono forse fragili, Natalia Estemirova, Zarema Sadulayeva, Clotilde Reiss e, nemmeno a dirlo, Anna Politkovskaia e l'arcinota Neda Agha Soltan? E' forse fragile una giornalista come Lubna Ahmed al Hussein, che ha anzi preteso di essere ripresa il giorno che verrà frustata per aver "portato i pantaloni" (contrari alla tradizione islamica secondo le maschie corti sudanesi, e nemmeno sanno, ignoranti!, che lo stesso Profeta che tanto costoro affermano di venerare raccomandava i calzoni per le donne, in particolare per recarsi in moschea). Perché "fragile" è un aggettivo ambiguo, dolciastro, venato d'un tradizionalismo sospetto. Le donne sono sole, da sempre, questo è vero; non potrebbe andare diversamente, in una società dominata dal patriarcato più fosco e vieto. Ma la loro resistenza non è fragilità. A meno che non si consideri fragile un Gandhi, e, perché no, un Cristo, con buona pace del Vaticano che inorridisce al vederlo accostato a una femmina peccatrice.
Non è stata fragile Cory Aquino, prima presidente democratica di un Paese d'Asia (in Italia, una carica del genere ancora non è concepibile). Se ne è andata quasi dimenticata, uccisa da un cancro, mentre la compagna del dittatore assassino di suo marito, quel mélange tra Moira Orfei e Eva Peron Duarte che risponde al nome di Imelda Marcos presentava la sua fastosa collezione di orpelli, e si permetteva pure una preghiera per la "rivale". Santa donna! Magari un domani, sulle gesta di costei, gireranno un film, e pure una canzone; mi permetto di proporne il titolo: "Don't cry for me Philippina".
Non è stata fragile neppure Barbara Bellerofonte, forse per quel suo nome mitologico, peraltro d'un eroe così controverso. Lei no, a differenza delle congeneri sunnominate non era un'eroina. Non ne aveva bisogno, come non ne ha bisogno alcuna donna. La mentalità maschile, sessista e discriminatrice, pervasa da immaginifiche esaltazioni, per arginare il nemico sente sempre l'esigenza di dipingerlo come angelo o diavolo. Ma Barbara, come le altre, voleva solo essere sé stessa, vivere in pace col mondo e nel mondo. In tal senso non c'è differenza tra le coraggiose martiri della libertà e una ragazza calabrese stanca d'un fidanzato violento e prevaricatore, che non amava più. Lui, naturalmente, non poteva sopportare di perdere una "cosa" sua. Libero e spensierato dopo due anni, stranamente l'hanno riacciuffato, e le altre "sue donne" si lagnano frignando, povero, bravo ragazzo... Proust, sia pure in un contesto tutt'affatto differente, parlava di "uomini-donne", ma tra questi ultimi e le "donne-uomo" che perpetuano il machismo, non so chi sia il peggiore. Per loro vale il mio vecchio post; a tanto porta la "cultura" delle veline. E per adesso mi astengo, dato che mi trovo ancora al mare, dall'approfondire il discorso sulla feroce e pronta scomunica del Vaticano della Ru486 e delle donne "assassine" (seguita dalla barzelletta di quello spiritosone del sig. card. Poletto, secondo cui "l'omicidio comporta sempre una scomunica": infatti abbiamo visto come sono stati scomunicati i vari Hitler, Pinochet, mafiosi e pedofili... Il sig. Poletto ignora, o forse non gl'importa, che il numero delle donne vittime di omicidi da parte di mariti, padri e familiari ha superato quelli di mafia). Già lo scatenato don Paolo Farinella ha risposto agl'interrogativi, sia pur retorici, formulati da Vito Mancuso e Franco Monaco. La Chiesa sta coi ricchi, constatava a suo tempo Odon Von Horvàth in Gioventù senza Dio e, più tardi, lo stesso Pasolini. Aggiungiamo: coi ricchi di sesso maschile. Lo capiamo, politicamente è forse stato indispensabile per la sua sopravvivenza nel mondo. In questo mondo. Ma il cristianesimo è altro e altrove, e, come preannunciato, riprenderò il discorso di qui a qualche giorno.
Laura Scimone, il ritratto digitale
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Ora chiedo se fosse disponibile la stampa di questo ritratto, almeno avrete
tutti un’idea di cosa regalare a Cesare per Natale.
Il bacio della pantera
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Senti il mio sangue che ribolle
E' soltanto la paura di perderti
Non sai neanche il mio nome
Ti ho aspettato a lungo...
(Giorgio Moroder/David Bowie)
Parcheggio da tennis
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C'era una volta un campetto da tennis, che divento' un parcheggio, che si
vesti' da piazza ma alla fine rimase un parcheggio da tennis...
Leggi anco...