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03/09/19

Le ragazze del radio: uno dei segreti più terribili d’America

visto  l'indirizzo del sito  da cui  ho tratto la storia  d'oggi     credevo fosse  uno di  quelli acchiapalike  pieni  pubblicità  o  con news  sensazionalistiche  o inventatre  . invece :  alla  fine dell'articolo  compare questa  scritta


Poi ho  fatto  varie ricerche . ed  ecco  che ho trovato  conferma .
 oltre  all'articolo  di    commentimemorabili    che  trovate sotto  ecco    cosa  dice 

https://www.notizie.it/ragazze-radio-salvarono-lavoratori/




La storia dimenticata delle ragazze del radio, le cui morti salvarono migliaia di lavoratori

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Non vengono mai ricordate, ma le ragazze che morirono a causa del radio durante la prima guerra mondiale sono le anticipatrici dei diritti dei lavoratori

Durante la prima guerra mondiale, centinaia di giovani donne andarono a lavorare nelle fabbriche di orologi, dipingendone i quadranti con della vernice luminosa al radio. Ma presto le ragazze, che letteralmente scintillavano nel buio dopo il proprio turno, cominciarono a sperimentare effetti collaterali spaventosi. Per loro ebbe infatti inizio una lotta tremenda contro la giustizia. Una lotta che però cambiò per sempre la legge sul lavoro negli Stati Uniti d’America.
Il 10 aprile 1917, una ragazza di 18 anni, Grace Fryer, iniziò a lavorare come pittrice di quadranti presso la United States Radium Corporation (USRC) di Orange, New Jersey. Ciò avvenne esattamente quattro giorni dopo che gli Stati Uniti erano entrati in guerra. Con due fratelli soldati, Grace voleva fare tutto il possibile per dare una mano agli sforzi bellici. Non aveva idea del fatto che il suo nuovo lavoro le avrebbe cambiato la sua vita per sempre. E con essa anche i diritti dei lavoratori americani.

Le ragazze fantasma

Con la dichiarazione di guerra, centinaia di donne si trovarono a lavorare per dipingere orologi e quadranti con il nuovo elemento del radio, scoperto da Marie Curie poco più di 20 anni prima. La pittura dei quadranti, considerata “il lavoro elitario per le ragazze povere”, veniva pagato il triplo rispetto al lavoro medio in fabbrica. Le donne che erano impiegate in questo tipo di lavorazione potevano quindi considerarsi fortunate. Il lavoro dava infatti alle donne la propria libertà finanziaria, in un momento di grande crescita del lavoro femminile.
Molte di loro erano ancora adolescenti, con le piccole mani perfette per il lavoro artistico. Le ragazze diffondevano il messaggio del loro nuovo lavoro attraverso l’amicizia e le reti familiari. Spesso, in questo modo, molte donne della stessa famiglia si trovavano a lavorare insieme nella medesima fabbrica.
La luminosità del radio faceva parte delle sue caratteristiche. Tanto che le “pittrici di quadranti” presto vennero chiamate le “ragazze fantasma“.
Esse infatti si illuminavano letteralmente al buio dopo la fine di ogni turno. Grace e le sue colleghe seguivano pedissequamente la tecnica che gli era stata insegnata, ovvero la minuziosa mansione di dipingere i minuscoli quadranti degli orologi. Alcuni di questi erano grandi solo 3,5 centimetri. Le ragazze si impegnavano a dipingere i quadranti con solerzia. E ogni volta che alzavano i pennelli usati in vicinanza delle loro bocche, inghiottivano un po’ della vernice verde brillante.

Verità e bugie

La prima cosa che abbiamo chiesto era: fa male questa cosa?“. Mae Cubberley, che insegnò a Grace la tecnica di pittura, raccontò più tardi quanto segue. “Naturalmente non volevamo mettere niente in bocca che ci avrebbe fatto male. Il sig. Savoy [il direttore della fabbrica] ci disse che il radio non era pericoloso. Non dovevamo avere paura“. Ma questo non era vero. Fin dal primo momento in cui l’elemento incandescente era stato scoperto, esso fu noto anche per i suoi potenziali danni. Marie Curie stessa aveva subìto delle ustioni da radiazioni del radio.
Altra gente era morta per avvelenamento del radio prima ancora della vicenda di queste ragazze. Ecco perché gli uomini che maneggiavano il radio indossavano grembiuli di piombo e manipolavano il materiale con delle pinze d’avorio. Tuttavia le pittrici di quadranti non ebbero mai tali protezioni, né nessuno le avvertì che ne avrebbero potuto aver bisogno. A quel tempo si riteneva infatti che una piccola quantità di radio, come quella che le ragazze si trovavano a manipolare, non era ritenuta dannosa, ma anzi quasi salutare. Si beveva acqua al radio come tonico e si compravano anche cosmetici, burro, latte e dentifricio contenenti tale elemento. I giornali riferivano addirittura che il suo utilizzo avrebbe “aggiunto anni alla vita!”.
Ma questa credenza era fondata sulla base di ricerche condotte dalle stesse imprese di radio che avevano costruito l’industria lucrativa attorno all’elemento. Esse ignoravano del tutto i segnali di pericolo che riguardavano tale elemento. Quando gli fu chiesto, i dirigenti di tali fabbriche dissero alle ragazze che la sostanza avrebbe “messo rose nelle loro guance”.

La prima vittima del radio

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Nel 1922 una delle colleghe di Grace, Mollie Maggia, dovette uscire dalla fabbricaperché si sentiva poco bene. Quello che sarebbe diventato il suo tremendo travaglio iniziò con un dente dolorante. Il dentista glielo tirò via, ma un altro dente cominciò a cariarsi e dovette essere anch’esso estratto. Al posto dei denti mancanti, la povera Mollie fu dilaniata da ulcere agonizzanti con sangue e pus. La ragazza iniziò poi a soffrire di atroci dolori alle gambe, talmente forti da renderla incapace di camminare. Il medico pensava che fossero reumatismi e la mandò a casa prescrivendole della semplice aspirina.
Nel maggio del 1922 Mollie era completamente disperata. A quel punto aveva già perso la maggior parte dei suoi denti e la misteriosa infezione si era diffusa. Tutta la mascella, la bocca e anche alcune delle ossa del cranio erano infette. Ma il peggio doveva ancora venire. Quando il dentista toccò delicatamente la sua mascella, con il suo orrore vide che essa di spezzava sotto le dita. In pochi giorni, Mollie perse l’intera mascella inferiore. La ragazza stava letteralmente scomparendo. E non era nemmeno l’unica. Anche Grace Fryer aveva problemi con la sua mascella e provava dolori sofferenti ai piedi, così come altre ragazze.
Il 12 settembre 1922, la strana infezione che aveva afflitto Mollie Maggia in meno di un anno si diffuse ai tessuti della gola. La malattia attraversò lentamente la sua vena giugulare. Alle 5 del pomeriggio di quello stesso giorno, la bocca della ragazza era inondata di sangue, con una emorragia così forte che non poteva essere fermata. La povera ragazza mori all’età di soli 24 anni. Erroneamente sul certificato di morte fu riportato che era morta di sifilide, in modo che la sua ex azienda avrebbe potuto in seguito utilizzare la cosa contro di lei.

La copertura

Il datore di lavoro delle giovani donne negò ogni responsabilità per tutte le morti avvenute nel corso di quasi due anni. Dopo una crisi economica causata da quello che sembrava un semplice pettegolezzo, nel 1924 egli incaricò un esperto per esaminare la connessione tra la loro mansione in fabbrica e la morte delle giovani donne.
Quando l’esperto confermò il legame tra il radio e le malattie, il presidente dell’azienda venne oltraggiato. Invece di accettare i risultati, pagò nuovi studi che giunsero alla conclusione opposta. Egli mentì anche in merito al verdetto della relazione inviata al Dipartimento del Lavoro, che aveva iniziato a indagare sui fatti. Denunciò pubblicamente le donne additandole come speculatrici che tentavano di affibbiare le loro malattie alla ditta.
Fu Grace a dare inizio alla lotta, decisa a trovare un avvocato anche dopo le numerose infamie che non credevano a quanto raccontato da lei e dalle altre donne. Tutti i legali a cui si erano rivolte scappavano spaventati a causa delle potenti implicazioni che poteva portare il caso. Non volevano infatti prepararsi a combattere una battaglia legale che richiedeva il ribaltamento della legislazione esistente. A quel tempo, l’avvelenamento del radio non era una malattia comprensibile. Non era neppure stata scoperta, fino a quando appunto le ragazze non si ammalarono. Le donne stesse furono bloccate dagli statuti di legge, che stabilivano che le vittime da avvelenamento professionale dovevano presentare i loro casi legali nel giro di due anni a partire dai primi sintomi della malattia.
Intanto l’avvelenamento del radio risultava sempre più insidioso. La maggior parte delle ragazze manifestarono i primi sintomi da avvelenamento anche cinque anni dopo aver iniziato a lavorare nella fabbrica di orologi. Si trovavano quindi intrappolate in un circolo giuridico vizioso. Ma Grace era figlia di un delegato sindacale ed era determinata a tenere teste a una società chiaramente colpevole.

La luce che non mente

La sfida più grande delle donne avvelenate dal radio stava dunque nel dimostrare il legame tra le loro misteriose malattie e l’elemento incriminato. Quello stesso elemento, appunto, che avevano ingerito centinaia di volte al giorno durante le ore di lavoro. Le ragazze si trovarono a combattere anche contro la diffusa convinzione che il radio fosse sicuro. Solo quando il primo impiegato maschio della ditta morì, gli esperti cambiarono finalmente opinione. Nel 1925, un brillante medico di nome Harrison Martland elaborò un test che dimostrò una volta per tutte come il radio avesse effettivamente provocato l’avvelenamento delle donne.
Martland spiegò anche cosa stava accadendo all’interno dei loro corpi. Già nel 1901 era evidente che il radio poteva danneggiare gli esseri umani quando veniva inalato. Pierre Curie stesso aveva dichiarato di non voler restare in una stanza con un chilo di radio puro, perché questo gli avrebbe bruciato tutta la pelle dal corpo, distrutto la vista e “probabilmente ucciso”. Martland scoprì che quando il radio veniva usato internamente, anche in piccole quantità, il danno era migliaia di volte maggiore.
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Il radio ingerito dalle lavoratrici si era quindi insediato nei loro corpi. Ed emetteva radiazioni costanti e distruttive per le loro ossa. Vi erano letteralmente dei buchi all’interno delle loro ossa mentre erano ancora in vita. Il radio attaccò le donne in tutto il corpo. La colonna vertebrale di Grace Fryer risultava “schiacciata” e la donna dovette indossare una gabbia contenitiva in acciaio. La mascella di un’altra ragazza fu divorata come un pezzo di legno al fuoco. Anche le gambe delle donne si ridussero spontaneamente e si fratturano.

I bagliori al buio

Spesso le donne si rendevano conto di essere state avvelenate dal radio perché vedevano il loro bagliore riflesso in uno specchio al buio. Come delle ragazze fantasma, esse si rifletteva brillando con una luminosità innaturale. Martland aveva capito che l’avvelenamento da radio era fatale. Ora che l’elemento era stato assorbito dal loro organismo, non c’era modo di rimuovere il radio dalle ossa dalle ragazze.
Nel 1938, Catherine Wolfe sviluppò un tumore a una gamba. Come Mollie prima di lei, anche lei perse i denti e pezzi della mascella. Era costretta a tenere un fazzolettino sulla bocca per assorbire il pus che continuava a sgorgare. Aveva anche visto che altre sue colleghe stavano morendo davanti ai suoi occhi e decise di fare qualcosa. Quando Catherine iniziò la sua lotta per la giustizia, si era intorno alla metà degli anni ’30. L’America era alle prese con la Grande Depressione. Catherine e le sue colleghe venivano evitate dalla comunità per aver denunciato una delle poche aziende rimaste ancora in piedi nonostante la crisi.
Sebbene ormai vicina alla fine quando il suo caso entrò in tribunale nel 1938, Catherine ignorò i consigli medici e fece dichiarazioni anche dal suo letto di morte. In tal modo, e con l’aiuto del suo avvocato Leonard Grossman, finalmente la donna ebbe giustizia. Non solo per sé stessa, ma per tutti i lavoratori. Se le altre donne non morirono in modo tremendo come successe a Mollie, esse comunque soffrirono di micidiali sarcomi.

L’eredità del caso

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Il caso delle ragazze del radio è stato uno dei primi in cui un datore di lavoro fu ritenuto responsabile della salute dei dipendenti della propria società. Il caso ha portato alla costituzione dei regolamenti nei luoghi di lavoro. In ultimo, diede il via anche alla costituzione dell’Amministrazione per la Sicurezza sul Lavoro. La quale ora opera a livello nazionale negli Stati Uniti per proteggere i diritti di tutti i lavoratori.
Prima dell’istituzione dell’OSHA, ogni anno 14.000 persone morirono sul posto di lavoro. Oggi tale numero ammonta a poco più di 4.500 persone all’anno. Le ragazze del radio hanno lasciato un’eredità alla scienza davvero preziosa.Nonostante ciò, non leggerete spesso i loro nomi nei libri di storia. Perché oggi le ragazze del radio sono state dimenticate. Attraverso le parole delle donne ricavate dai loro diari, dalle lettere e dalle loro testimonianze in tribunale, il libro The Radium Girls tenta di rimediare a questo torto. Perché è attraverso la loro forza, la sofferenza e il sacrificio di queste giovani vite che i diritti dei lavoratori sono stati presi in considerazione. Tutti, in fin dei conti, beneficiamo del loro coraggio.
Grace Fryer e Catherine Donohue, per citarne solo due, sono donne che dobbiamo onorare e salutare come eroine senza paura. “Brillano” nella storia per tutto quello che hanno realizzato nella loro vita troppo breve. E brillano anche in altri modi… Perché il radio ha un’età media di 1.600 anni … ed è ancora incorporato nelle loro ossa. Le ragazze fantasma luccicheranno ancora nelle loro tombe per un bel po’ di tempo…


Ed ecco  l'articolo     di  https://www.commentimemorabili.it/ 02/09/2019


Conoscerete di certo la triste vicenda dell’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl.

Che abbiate o non abbiate visto la serie televisiva omonima, saprete tutti di cosa parliamo quando nominiamo la radioattività. Potrebbe non essere qualcosa di preciso, nelle vostre menti. Potrebbe essere un’idea nebulosa, figlia di disinformazione, nozioni espresse in maniera confusa ed una sinistra luminosità scintillante.
È forse per questo che la storia ha cercato di archiviare una delle faccende più oscure che siano mai capitate, oltre i disastri avvenuti in pompa magna. Perché se una centrale nucleare esplode, nonostante i tentativi di sminuire la faccenda, prima o poi si verrà a sapere. E non solamente per la nube tossica che macinerà chilometri tutto intorno.
Ma se il radio piano piano si insinua nella vita delle donne, sponsorizzato come prodotto di bellezza, elemento affatto tossico ed anzi, un toccasana, la situazione può facilmente sfuggire di mano e viaggiare sul confine del detto/non detto per decine di anni. Ovviamente mietendo vittime tutt’intorno.
Le ragazze del radio

È questa la storia delle ragazze del radio, le operaie che durante la prima guerra mondiale gestirono a loro insaputa un materiale altamente radioattivo con davvero non troppe precauzioni. Per moltissime “Radium Girls” non vi fu un domani. Le povere malcapitate iniziarono a morire come mosche prima di rendersi conto del filo del rasoio su cui stavano passeggiando.i abbiamo già raccontato in un paio di articoli (questo uno tra tutti) di come persino la celeberrima Marie Curie fosse inizialmente ignara dell’estrema tossicità dell’elemento chimico da lei stessa scoperto. È noto infatti che la donna usasse girovagare con barre di radio in tasca, non sapendo che proprio tali barrette luminescenti l’avrebbero condotta ad una tragica e prematura dipartita.Per le ragazze del radio la questione non andò tanto diversamente. Dopo la scoperta, da parte dei Curie, nel 1898, il loro apprendista Sabin von Sochocky una quindicina di anni dopo, insieme al medico George Willis, sperimentò il radio creando una sorta di vernice luminescente in grado di far luce nell’oscurità.I due erano probabilmente ignari del fatto che la strabiliante vernice luminosa avrebbe distrutto migliaia di vite negli anni a seguire. All’epoca però la questione era promulgata come innocua ed il radio veniva addirittura inserito all’interno di creme per il viso e prodotti di bellezza.
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Le ragazze del radio
Fonte: Notizie
Le operaie di cui andiamo a raccontarvi, però, lavoravano tutti il giorno all’interno di una fabbrica di orologi. Il loro compito era quello di dipingere di vernice luminosa e radioattiva i quadranti, insieme ai loro fidati pennelli a cui aggiustavano la punta con l’uso di mani nude e lingua.
Quello che avvenne tra la comunità scientifica, i media e le persone comuni fu particolarmente confuso e controverso. Sochocky e Willis parevano essere piuttosto consapevoli del fatto che il radio fosse tossico. Il primo dei due pare addirittura si sia tagliato un dito in seguito ad un graffietto intercorso con il materiale radioattivo.
Ma le informazioni a riguardo, tra la gente comune, non trapelarono per anni. I media, poi, elogiarono il radio come quella sostanza miracolosa in grado di curare praticamente ogni malattia. Pilloline contenenti la sostanza mortale venivano distribuite come fossero vitamine e la gente ne buttava giù a manciate, ignara del fatto che, se ingerito, il radio finisce per entrare direttamente nelle ossa.
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Le ragazze del radio

Ma tutto questo i media non lo raccontavano e il veleno mortale era rintracciabile ovunque in commercio. Ma torniamo alle ragazze del radio. Le operaie in questione lavoravano all’interno della fabbrica US Radium Corporation, attiva tra il 1917 ed il 1926. Il posto di lavoro sembrava un vero paradiso per una donna. Lavoro onesto, piuttosto semplice e ben pagato. Ma, come abbiamo detto, per molte fu l’ultima esperienza della propria vita.Perché orologi?, vi starete domandando. La Us Radium Corporation si occupava di diverse cose. Una tra tutte l’estrazione del radio dal minerale di provenienza, la carnotite. La vernice radioluminosa creata da Sochocky e Willis viva commercializzata dalla ditta Undark, appaltatrice del Ministero della Difesa Americana. Praticamente qualsiasi militare possedeva un orologio con quadrante e lancette radioilluminate.Come abbiamo detto, alcuni conoscevano i rischi per la salute, ma la questione non venne a galla prima di un certo periodo. D’altro canto, i chimici che maneggiavano il radio, ad esempio per estrarlo dalla carnotite, erano pesantemente equipaggiati. Schermi in piombo, maschere e tenaglie, oggetti salvavita che gli ignari operai addetti alla verniciatura degli orologi neppure si sognavano.
Le ragazze del radio

Anzi, centinaia di lavoratori furono incoraggiati ad affusolare i pennellino con le labbra, cosa che a moltissimi costò la vita. Alcune donne, poi, per divertimento ed ignoranza, finivano per dipingersi unghie, denti e vestiti di quella vernice luminosa. Un’aura di sfavillante gioia mortale che però servì a qualcosa di molto più grande.Mentre i fondatori dell’azienda si riempivano di piombo per aggirare il problema, nessuno si preoccupò mai di informare le ragazze sui rischi della sostanza maneggiata quotidianamente. Tagliare i costi era diventato più importante di espandere radioattività a macchia d’olio. Come vi abbiamo accennato, le donne erano felici del proprio mestiere. I residui splendenti si attaccavano ai loro vestiti, marchiandole indelebilmente.Cosa dici però loro facevano un vanto. Le “dee luminose”, felici e soddisfatte, invitarono famiglie ed amici negli stabilimenti, andando ad aumentare ancor di può il giro di infetti al momento presenti solo in Illinois. Fino al 1922 tutto scorse tranquillo, fino a quando morì Mollie Maggia. La donna semplicemente visitò il dentista per un mal di denti. Il medico le rimosse ascessi dolorosi, ulcere pulsanti che le avevano compromesso le gengive.In poco tempo le infezioni si diffusero agli arti, rendendola incapace di camminare. Nei mesi seguenti la donna venne invasa da ulcere purulente, le furono rimosse mandibola e mascella e la poverina, appena ventiquattrenne, ad un certo punto si spense. I medici, però, insabbiarono la faccenda attribuendo la morte della povera Mollie alla sifilide. Nell’arco di due anni dozzine di giovani avevano subito lo stesso destino.

04/05/19

A Posada la sfida di Veronica edicolante resistente. riapre da dopo anni l'edicola del paese

da la nuova sardegna del 1\5\2019


 A Posada la sfida di Veronica edicolante resistente Una 33enne riapre la rivendita di giornali nel paese. Una laurea in architettura: «Ma ho la passione della carta stampata nel sangue»

               di Luca Urgu


POSADA. Lunga vita alla stampa e ovviamente anche a Veronica Di Paolo. Non si può che augurare ogni bene alla nuova titolare dell’edicola di Posada, che da una settimana è stata travolta da una marea di auguri dai suoi compaesani. In appena sette giorni, ovvero da quando è iniziata la sua nuova avventura lavorativa, ha già conquistato tutti con il suo modo di fare affabile e professionale. Cinque mesi di stop, dopo che i vecchi gestori sono andati via qui nel cuore del paese ai piedi del castello della Fava, avevano lasciato un vuoto e più di un malumore per un servizio che mancava e aveva disorientato non solo i più abitudinari del giornale da acquistare e leggere di prima mattina. Poi è arrivata Veronica, 33 anni, sposata con Giovanni Contu, con cui ha già vinto qualche battaglia insieme, la più importante contro un male sconfitto dopo sei anni di lotte e paure.Ieri mattina è bastato osservarla per un po’ per capire che l’atteggiamento, l’approccio con il nuovo lavoro è quello giusto. Quello che qualsiasi operatore economico che ha a che fare con il pubblico dovrebbe avere. Lei esibisce senza sforzi un bel sorriso d’ordinanza, poi i modi gentili accorciano le distanze e mettono subito le persone a proprio agio. Martedì il suo nome è anche comparso nell’incipit di un’inchiesta di Repubblica sulle edicole. «Mi ha fatto piacere. Anch’io a mio modo mi sento resistente. L’edicola, i giornali, le riviste, la carta sono sempre state un mondo che mi ha affascinato. La passione per la lettura l’ho respirata in famiglia. Un nonno tipografo linotipista ha probabilmente lasciato l’impronta», dice l’edicolante. «Volevo fortemente questo lavoro anche perché mi consente di stare con la gente per l’intera giornata», racconta Veronica da dietro il banco, «la prima settimana è andata benissimo. Ho ricevuto tante manifestazioni di affetto e stima da parte dei clienti. Tutti attendevano che si ripartisse con il servizio, io inclusa. Infatti appena ho saputo che il Comune aveva istituito un bando per affidare lo spazio ho partecipato con entusiasmo. Era davvero il lavoro che sognavo di fare».Nessun calcolo da parte sua su possibili margini di guadagno risicati e su levatacce all’alba. Condizioni per molti da far gettare la spugna prima di iniziare. «Mi alzo alle 5 del mattino e sono qua alle 6, ma non mi pesa. All’apertura ci sono già i primi clienti». Poi, sulla crisi della carta stampata, non accetta la resa: «È vero, sono notizie che sentiamo anche noi. I giornali tradizionali sono in difficoltà e le vendite in calo. Ma cerchiamo di vedere la questione in maniera più positiva ed ottimistica. Guardiamo all’aspetto del profitto ma non solo a quello. Io vedo un buon movimento e poi con la gente c’è sempre un confronto. Uno scambio di opinioni. Stiamo imparando a conoscerci e sono convinta che andrà sempre meglio. Anche se sono di Posada, ho sempre fatto una vita riservata e l’edicola mi consente di aumentare le mie conoscenze. D’estate arriva tanta gente e anche i nostri prodotti si adattano a soddisfare le esigenze dei vacanzieri. Così anche la nostra edicola diventa internazionale con i quotidiani che arriveranno dalla Francia e Germania».Tutto è un po’ una scoperta in questa prima fase. E, come spesso succede la gentilezza chiama altra gentilezza: «Vorrei ringraziare Annalisa Costaggiu, che gestiva prima l’attività. Mi sta aiutando a capire tante cose». Da Veronica non si vendono solo giornali, ma come succede per tante altre attività simili, l’offerta è più variegata: cancelleria, giochi per bambini e altro ancora. Nel locale che ha personalizzato con cura gusto espone e vende le sue creazioni artistiche. Diplomata in architettura e arredamento e laurea con 110 e lode all’Accademia delle Belle arti di Sassari realizza bigiotteria e gioielli in vetro e ceramica. «Una passione che conservo. Per anni è stato il mio lavoro principale e con le mie creazioni partecipavo ai mercatini serali e ad esposizioni. Anche nell’edicola ho ricavato uno spazio per il laboratorio, così quando non dovrò servire la clientela posso continuare ad alimentare quell’arte che in questi anni mi ha dato tante soddisfazioni». Poi però tutto torna alla carta: «Il mondo dei giornali mi affascina, leggere, sfogliare e capire, mi fa star bene».

03/03/19

"Se hai fame prendile": le brioches solidali della barista bresciana Cristina Georgiana Vlad



come ogni anno   ci  avviciniamo  al 8 marzo . Ed alla solita pubblicità    , rubriche   ed  inserti  sui  sul '8 marzo   speciali     ed  al mio  contro  8 marzo  .
Lo  so che la storia  che  riporto    è  vecchia  più di un mese   ma    certe   cose  in non invecchiano  mai   e  dimostrano   che  le  donne    esistono    364  giorni al'anno e  h24  non solo  in quella  data



"Se hai fame prendile": le brioches solidali della barista bresciana . Ogni sera dopo la chiusura lascia sacchetti di dolci, panini e frutta. "Anch'io ho provato la fame, so cosa vuol dire"

di LUCIA LANDONI







"Se hai fame, prendi": il senso dell'iniziativa solidale e antispreco promossa dalla caffetteria Zerotrenta di Brescia sta tutto nel messaggio che la titolare Cristina Georgiana Vlad fissa sui sacchetti lasciati ogni sera fuori dal locale con i prodotti freschi avanzati nel corso della giornata. Chiunque lo desideri, può prenderne uno.
"Ho preso l'idea da un bar in Romania, il mio Paese d'origine, e ho deciso di riproporla qui. Nel corso della mia vita ci sono stati momenti in cui ho davvero patito la fame, quindi so cosa significa e come ci si sente quando si è soli ed emarginati - spiega - Questo è il mio contributo. Se tanti altri bar, panetterie e pizzerie facessero lo stesso, tanta gente starebbe meglio e ci sarebbe certamente molto meno spreco".
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Quando ha iniziato, qualche giorno fa, temeva di essere multata per la sua iniziativa: "Avevo paura che potessero contestarmi la violazione delle norme igienico-sanitarie, ma io imbusto tutto con grande cura e attenzione prima di lasciare i sacchetti. E poi i miei clienti mi hanno detto che nel caso in cui mi multassero, farebbero una colletta per aiutarmi a pagare. C'è anche chi si è offerto di portare a sua volta dei pacchetti con quanto viene avanzato in casa. Gli italiani sono così: in un primo momento ognuno pensa che sia sufficiente pensare al proprio benessere personale. Poi però basta che qualcuno dia l'input e si dimostrano solidali. Io sono arrivata qui 18 anni fa e non ho mai avuto problemi di integrazione".
L'iniziativa è stata annunciata sulla pagina Facebook della caffetteria: "Dopo la chiusura qui trovate frutta, brioche e panini. Prendete quello di cui avete bisogno senza sprecare. Buon appetito" ha scritto Cristina Vlad, ricevendo decine di messaggi di complimenti. Inizialmente non pensava di rendere pubblica l'iniziativa, ma poi l'ha condivisa sui social perché nessuno sapeva di questa possibilità e le prime notti i sacchetti rimanevano intonsi fuori dal bar.
"Ho le telecamere di sorveglianza e vedo che adesso pochi minuti dopo la chiusura, alle 20, i sacchetti vengono ritirati. Per esempio, ieri sera è passato un uomo che aveva con sé una busta di plastica con dei pezzi di pane e ha preso due pacchetti, mentre la sera prima era venuta una ragazza con dei cani. Sono convinta siano senzatetto, persone che hanno davvero bisogno - conclude la titolare della caffetteria - Purtroppo non riesco a garantire sempre la stessa offerta. Ci sono le giornate in cui dono due sacchetti e altre in cui arrivo a quattro. L'importante però è fare qualcosa di concreto".

03/02/19

chi dice che : << Il maschio è un animale, le donne se ne facciano una ragione >> dice un mucchio di ... boiate



                   non insegnare a tua figlia ad essere preda
                   insegna a tuo figlio a non essere cacciatore
                       ( joumana haddad poetessa libanese  )






Scusa se ti chiamo stronzo - Mirko Spelta - ebookMi sa   che questo breve  componimento poetico  ,   da  me  riportato più volte  sui miei  social    ha  ragione  visto  il    perdurare  ed   aumentare   d'articoli    e  studi  o saggi misogini , sessisti   , rozzi    ed  accatto  come     questo  di  Mirko Spelta, – Scusa se ti chiamo stronzo, edizioni Piemme – nel quale sostiene di rappresentare la maggioranza assoluta dei maschi italiani. E di aver scritto questo saggio per aiutare le donne a capire la vera natura del maschio, in modo da non farselo sfuggire    Infatti    secondo     questo  articolo    preso    da questo   articolo   di   https://www.huffingtonpost.it/



01/02/2018 11:52
Il maschio è un animale, le donne se ne facciano una ragione



di Elisabetta Ambrosi Giornalista e scrittrice


L'uomo, tendenzialmente, non sa tenerselo nei pantaloni. E quello che lo fa eccitare è un corpo sexy, tette grosse, culo giusto, tacchi dodici e labbra rosse e turgide. Dal punto di vista sessuale, dunque, che una donna sia affascinante, brillante, coinvolgente e colta conta meno di zero. Perché quello che attrae il maschio è solo l'involucro.
Argomentazioni rozze di un produttore di film porno, piuttosto che di qualche isolato scrittore misogino? Per nulla. A sostenerle è un giovane professionista quarantenne, Mirko Spelta, in un libro – Scusa se ti chiamo stronzo, Piemme – nel quale sostiene di rappresentare la maggioranza assoluta dei maschi italiani. E di aver scritto questo saggio per aiutare le donne a capire la vera natura del maschio, in modo da non farselo sfuggire.
E dunque eccoli, i consigli che Spelta dà all'universo femminile. Le donne devono bene mettersi in testa che il maschio è "geneticamente programmato per la caccia", il che significa che è fatto per distribuire seme nella maggior parte di ventri possibili, mentre la donna "a livello istintivo e ancestrale" sarebbe tendenzialmente monogama e programmata per avere un partner alla volta. Questo, dice l'autore, è un problema, ma non per il maschio, sempre per la donna. La quale a quel punto ha l'incubo di "essere sempre la stessa. Cosa che, sessualmente parlando, è un problema".
Cosa può fare dunque la femmina per non lasciarsi scappare il maschio? La risposta è: "Tener sempre alta la guardia e cambiare", perché guai a pensare che l'uomo "vi appartenga". In soldoni? "Basta vestiti dai colori tristi, grigi, blu o neri, scarpe tacco basso, occhialoni da vista e unghie smangiucchiate". Benvenuti e, anzi, necessari, sono tacchi almeno dodici, vestiti, scarpe, trucco, parrucco e unghie perfette e curatissime. Non si tratta di un modo stupido per spendere i soldi ma al contrario "del miglior modo per venire incontro all'esigenza maschile".
Ma Spelta non si ferma qui. Sostiene anche che le donne debbano esagerare, e quindi se, per esempio, avete intenzione di rifarvi il seno, è cosa buona e giusta che vi facciate una quinta o sesta misura, "una benedizione di Dio". Altra imposizione: buttate via pigiami con gattini e cagnolini, via invece alla lingerie sexy in abbondanza, senza rischio di diventare volgari: anzi, la, volgarità eccita, per cui va benissimo. Ma c'è di più. Siccome l'uomo è come una pentola a pressione, è fondamentale tenere il suo livello ormonale sempre sotto la soglia di guardia. Come? Facendo spesso l'amore – non per il proprio piacere, ovviamente, ma perché lui non esploda, ndr – ma non solo... "quello che conta è che sia soddisfatto".
Come recita il titolo del libro, infine, l'uomo è tendenzialmente "stronzo", il che significa che la sua tolleranza con le donne è vicina allo zero. Ecco perché non dovreste mai appioppargli un guinzaglio corto – deve essere libero di avere ore settimanali per essere "autenticamente cretino, rozzo, sboccato" – né mai, nel caso vi capiti di sposarlo, "sedervi", dormire sugli allori, tirare troppo la corda "perché a un certo punto si spezza". Comunque se lui è stronzo, voi invece, si legge nel libro, non dovete esserlo, anzi vi tocca essere "sincere, spontanee, mai rompicoglioni". In sintesi, "comportarvi bene" e non guardare ai soldi, giammai, che a loro questo non piace.
In tutto il libro non c'è incredibilmente una sola parola su come gli uomini dovrebbero vestirsi e comportarsi. "È un libro per le donne", spiega l'autore. E tuttavia resta totalmente misteriosa la ragione per cui le donne, che sono all'opposto di come vengono dipinte, dovrebbero accattarsi questa specie di troglodita mai evoluto, che le costringe e spendere il loro certo non ricco stipendio per fare una vita d'inferno, sempre truccate e sui tacchi: al solo scopo, tra l'altro, non di fare almeno buon sesso – ma che sesso puoi fare con un uomo così? – ma di non perderlo. Come se non fosse meglio, un uomo così, perderlo piuttosto che trovarlo.
Veramente strabiliante poi è, nel libro, la costante e ossessiva attenzione al punto di vista maschile, nel totale disinteresse di ciò che potrebbe non dico fare felice una donna, ma almeno minimamente interessarla. Infatti, al termine della lettura, l'unica voglia che viene è quella, irresistibile, di diventare lesbica, e al tempo stesso trovare subito un modo per fare figli che sia alternativo alla penetrazione con un sub-uomo di tale portata. Spiega ancora l'autore che in realtà il libro vuole elogiare le donne. Ma così non è, visto che i consigli sono rivolti a loro, e ciò che viene consigliato farebbe impallidire il più incallito dei misogini.[....]  continua   nell'articolo originale

E'  vero   ma  non del tutto    ci sono   anche  uomini    che  lottano  per   tenere  a freno questi   nostri istinti   e cercare un equilibrio  . E  c'è  chi  ci  si riesce   e  chi  no  .  Ma  qui  ad  esaltare questo istinto  e    dare  simili consigli alle  donne  ce  ne  passa  .  E'  come dire  che tutte le  donne  siano  ....   o   altro  .  infatti   e  sono  d'accordo   << avremmo avuto bisogno piuttosto di >>  come  suggerisce  la  stessa  giornalista, eccetto i corsivi  che   sono miei     << consigli su come far regredire o  tenere  a bada   la natura animale dell'uomo a nostro favore, specie in un periodo dove questa natura - tra molestie e violenza  fisica  e  psicologica sulle donne – è ogni giorno protagonista. [... ] >> Come  suggerito    dalla  stessa   giornalista     sarebbe interessante che Spelta  scriva  alquanto prima    un libro per gli uomini. Prospettandogli lo stesso scenario da incubo, rovesciato, 



che cerca di propinare alle  donne    << . Che ci sia parità editoriale, intanto >>  

14/12/18

cari uomini diamoci una svegliata le donne ci stanno dominando 😊😂


  canzoni  consigliate  
Donne - Zucchero
Edoardo Bennato - le ragazze fanno grandi sogni

AVVERTENZA
Prima   di lanciarmi   insulti    rimuovermi dai contatti  ,  scambiare    aglio per  cipolla  , ecc  . leggere il post  dall'inizio alla  fine  ed  occhio alle faccine    espresse   nel titolo 

Le  donne   che noi  uomini    abbiamo   (  e tentiamo ancora  oggi  )     di  dominare  e   mettere  sotto  il nostro  potere   , nella  maggior  parte  riuscendoci    anche in maniera  violenta  ,   ci stanno  mettendo  sotto  .  Ecco qui alcuni  casi

La  prima  è  presa  da repubblica   online d'oggi  14\12\2018

Dalle ragazze anti-plastica il contenitore che sparisce



                  Suvi Haimi (a sinistra) e Laura Kyllonen, fondatrici di Sulapac


Vasetti e confezioni dei cosmetici di lusso in un nuovo materiale ottenuto dagli scarti del legno. In casa dura tre anni. Si scioglie in soli 21 giorni nel compost



di GIACOMO TALIGNANI


HELSINKI - Se 21 grammi è il peso dell'anima, 21 giorni è il tempo della speranza. Tanti ne servono a una nuova e innovativa confezione, prodotta con scarti del legno, additivi naturali e priva di plastica, per degradarsi nel compost. E non inquinare. "È il tempo che più o meno ci mette una patata", sorride Suvi Haimi mentre ci mostra una scatola Sulapac. Sugli scaffali della sede di Helsinki - dove ora lavorano in venti - ci sono prototipi di pettini, cotton fioc, stoviglie, tutti in fibre di sughero. Sono i primi tentativi di Haimi e Laura Kyllonen, due giovani biochimiche finlandesi, che dopo anni di test nel 2016 hanno individuato la formula giusta.
"Cercavamo un packaging che fosse davvero plastic free, privo di microplastiche, ma con le stesse proprietà della plastica. Abbiamo pensato alle tante foreste qui da noi, ai trucioli del legno, e iniziato a fare degli esperimenti".


Dalle ragazze anti-plastica il contenitore che sparisce
Mescolando cellulosa ad altri additivi naturali sono nati così i primi contenitori di Sulapac, startup pluripremiata (ha vinto anche il Green Alley Award). Una delle particolarità del nuovo materiale, con una formula per ora segreta, è di esser pensato per "sparire". Resistente tanto quanto un contenitore di plastica, se messo nel compost si degrada in tre settimane, se finisce in mare si "scioglie" in meno di un anno, se lasciato su uno scaffale di casa "dopo tre anni è inutilizzabile".
Da donne, a Suvi e Laura è bastato guardare nel loro armadietto del bagno: fra creme e cosmetici c'era tanta plastica, spesso monouso. Molti cosmetici non solo includono creme o prodotti che contengono sfere con microplastiche, ma sono anche contenuti in imballaggi lontani dall'idea di riciclo: ci vogliono secoli prima che un barattolo di plastica - così come una bottiglietta - si degradi nel mare.
Ma questo nuovo materiale potrebbe "rivoluzionare il mercato. C'è scritto anche nella confezione: meglio non tenerlo troppo sotto l'acqua o sotto terra", scherza Suvi, oggi Ceo dell'azienda. Le confezioni saranno lanciate nel 2019, stesso anno in cui si produrranno anche cannucce biodegradabili realizzate con gli svedesi di Stora Enso. "Pensiamo anche a confezioni alimentari o bottiglie per l'acqua. Vogliamo prodotti che, una volta acquistati, scompaiano senza inquinare. Ma per riuscirci serve anche l'aiuto di altre aziende", spiega Haimi.
La richiesta di Sulapac è infatti che sia l'intero mercato mondiale del packaging - che oggi vale 800 miliardi di euro - a condividere strategie contro il degrado dei nostri oceani. Per farlo però i grandi marchi devono cambiare approccio. Chanel è uno di questi: i suoi prodotti saranno venduti nelle confezioni Sulapac.
Ma non basta. "Dobbiamo anche pensare alla produzione: usare le vecchie fabbriche per la plastica e trasformarle, a basso costo, in industrie che stampino barattoli biodegradabili al 100% e con lo 0% di microplastiche". Quanto al problema della deforestazione, Suvi risponde che "al momento la quantità degli scarti della filiera del legno finlandese, proveniente da foreste certificate, è sufficiente. Ma in futuro si potrebbe pensare anche ad altri scarti naturali".
Poi il telefono squilla, altri marchi di lusso sono interessati alla sua rivoluzione. Ma prima di salutare ci tiene a dire: "È solo una questione di scelte. Io stavo per accettare una carriera accademica negli Stati Uniti, ma poi ho deciso di fare qualcosa di concreto per il Pianeta e di investire in questo progetto. Ogni nostro pacchetto può fare la differenza, ognuno di noi può scegliere di seguire una sua strada per aiutare l'ambiente".

 la seconda  dall'unione  sarda   sempre  d'oggi  


LE STORIE

Vittima per anni dell'etichetta di iettatrice Francesca dice basta: "La mia adolescenza devastata da una diceria"

Da uno stupido scherzo al passaparola sui social: l'odissea di una studentessa cagliaritana


francesca sias (foto l unione sarda ungari)
                            Francesca Sias (foto L'Unione Sarda/Ungari)



"Mi hanno scippato l'adolescenza. Nessuno me la potrà restituire. Ho diciannove anni: chiedo solo di poter vivere un'esistenza normale. Non voglio continuare a scappare dagli altri o dover lasciare la mia Cagliari". Francesca Sias lo dice sottovoce. Ma vorrebbe urlare il suo dolore. Da quando aveva tredici anni e frequentava una scuola media del capoluogo è stata additata, per colpa di qualche ragazzino idiota, come iettatrice."Tra qualche giorno questo stupido scherzo finirà", ha pensato all'inizio Francesca, ma sono trascorsi sei anni e il perfido gioco si è trasformato in dramma, la maldicenza si è sparsa come un virus incontrollabile alimentata dai social network e l'esistenza di Francesca è stata stravolta, rovinata.I suoi occhi azzurri trasmettono una forza interiore enorme racchiusa in un corpo minuto, grazie alla famiglia e agli amici è riuscita ad andare avanti, a sopportare anni e anni di gesti scaramantici, prese in giro di ogni tipo, emarginazione continua, telefonate anonime, video e audio offensivi su Instagram, Facebook e WhatsApp.Francesca ha dovuto lasciare la pallavolo, l'oratorio, disertare feste e serate tra ragazzi perché il suo nome spuntava fuori in troppi contesti, sempre con la stessa diabolica finalità, quasi un rito medievale.Da ragazza esuberante ed estroversa che era si è chiusa in se stessa, ha iniziato ad avere difficoltà nel relazionarsi con gli altri temendo che quella maldicenza scollegata dalla realtà emergesse all'improvviso. Molti suoi coetanei, forse più deboli, non sarebbero riusciti a sopportare tutto questo.Ora, al primo anno di Università nella facoltà di Farmacia - ma Francesca spera di fare il medico -, ha trovato la forza di dire basta pubblicamente e spera che la sua storia possa essere un esempio per tante vittime di bullismo in modo che trovino la forza di reagire. Ma anche un monito per i carnefici, forti dietro un profilo Facebook o perché capaci di agire solo se in branco: "Attenti - avverte la giovane cagliaritana - le vostre azioni possono distruggere una vita"Intanto, lo scorso febbraio, la studentessa ha presentato una denuncia ai carabinieri di Cagliari.
Come è nata questa terribile diceria?
"Non lo so. Me lo chiedo ancora ma non ho mai trovato una spiegazione logica. È accaduto improvvisamente. Avevo 13 anni e frequentavo la terza media. Mi vedevo con degli amici, almeno pensavo fossero tali. Un giorno hanno insistito per farmi fumare. Ho detto no e ventiquattr'ore dopo è nata la maldicenza".
La sua vita è cambiata?
"All'inizio ho pensato fosse una banalità che sarebbe durata solo qualche giorno".
Invece?
"La situazione è peggiorata rapidamente. A scuola cadeva un telefono cellulare e venivo additata come responsabile. Ero nel parco e iniziava a piovere: era colpa mia. Poi sono iniziate le dicerie. Invenzioni perfide".
Tipo?
"Chi ha messo in giro questa voce ha raccontato di aver trovato un fazzoletto sporco di sangue con la lettera 'S'. Da qui l'abbinamento con il mio cognome e con Satana. Hanno inventato la notizia della morte di un mio fidanzato".
La situazione è migliorata quando ha iniziato il liceo?
"Per niente. Ho sperato che l'estate mettesse la parola fine a questa assurda vicenda. Invece il passaparola, con i social network e con WhatsApp, ha provocato una valanga. Non ho potuto far nulla per fermare questo schifo. Alle medie avevo un'amica che non mi lasciava mai sola. Alle superiori per fortuna i miei compagni erano con me. Mi hanno protetta. Ma quando uscivo, ero sola. Nome e cognome venivano usati da migliaia di ragazzi. A scuola, un giorno, mi hanno lanciato cibo e penne dalle scale. Sono corsa via per la vergogna".
La conoscono tutti di persona?
"No. Quasi tutti ripetevano questa cosa senza sapere che dietro c'era una ragazza che stava soffrendo. Il mio nome veniva urlato durante una partita di calcio o di pallavolo".
Episodi che difficilmente dimenticherà?
"Sono dovuta scappare più volte dai pullman per evitare di assistere alle 'toccatine' scaramantiche. Per anni ho evitato le feste. Sono andata solo a quella del diploma ma sono dovuta scappare quando un ragazzo ha usato il mio nome".
E i social network?
"Immancabili i post su Facebook o le 'storie' su Instagram. Sono circolati dei video. In uno si vede un ragazzo che invita, ridendo, coetanei e bambini a ripetere il mio nome e ad adottare le consuete squallide contromisure. Sono stati creati dei gruppi su WhatApp. Mi ha fatto molto male scoprire che erano presenti delle persone che consideravo amiche".
Dove ha trovato la forza per andare avanti?
"Grazie ai pochi che mi sono stati vicini e ovviamente alla mia famiglia. All'inizio ho tenuto nascosta la cosa ai miei genitori: poi quando hanno visto che ero diventata taciturna e che mi stavo chiudendo in me stessa si sono preoccupati. Ho raccontato tutto. Ora cerco di andare avanti, ma a volte soffro di paure, insonnia e stress".
Perché ha voluto raccontare questa terribile vicenda?
"Qualche mese fa ho iniziato l'Università. Speravo che almeno lì questa diceria non arrivasse ma sbagliavo. Un mio collega, Samuele, mi ha voluto conoscere. Con la mia autorizzazione ha lanciato una campagna contro il bullismo, raccontando la mia storia e utilizzando l'hashtag #thinkaboutit. Spero serva. Per me e per tutte le vittime di queste schifezze: non tutti sono forti per sopportare un'esperienza così. Ho perso la mia adolescenza. Ora vorrei riprendermi la vita".
                          Matteo Vercelli


 quindi   scegliamo     se  : A  continuare  nella  sterile   ed  anacronistica  contrapposizione  uomo  donna     e   lotta   a  chi  è migliore  o inferiore  ., B accettiamo     che   anche  l'altro sesso  può essere  migliore    ed  avanti   a  noi .  

Io   ho  scelto  la   B  e  voi   ?

08/10/18

perchè le femministe vedono in una battura stronza e piena di luoghi comuni del sessismo ? Il benzinaio sessista e i cappelletti

leggendo la storia riportata da concita de gregorio sulla rubrica del 7\10\2018 mi chiedo e chiedoale mie amiche femministe e non solo ed ai noi uominiche lottiamo contro le discriminazioni di genere : perchè vedete il sessimo ovunque ? è vero potrebbe essere ed è visto che l'imbelle non si è scusato ne ha ammesso l'errore sempre uno stereotipo , la donna in cucina o brava in cucina inetta in altre faccende.perchè vedete il sessimo ovunque ? è vero potrebbe essere ed è visto che l'imbelle non si è scusato ne ha ammesso l'errore sempre uno stereotipo , la donna in cucina o brava in cucina inetta in altre faccende.perchè vedete il sessimo ovunque ? è vero potrebbe essere ed è visto che l'imbelle non si è scusato ne ha ammesso l'errore sempre uno stereotipo , la donna in cucina o brava in cucina inetta in altre faccende.






a voi ogni giudizi in merito


  • Il benzinaio sessista e i cappelletti

    Francesca non ne può più di sorrisetti e battute sessiste
    Francesca non ne può più di sorrisetti e battute sessiste
    Grazie a Francesca Mazzotti, Ferrara
    "Voglio raccontare un breve episodio di maschilismo quotidiano (uno dei tanti). Dopo aver provato a far rifornimento alla macchina al distributore di via Wagner a Ferrara e aver constatato che l'erogatore del carburante non funzionava, decido di chiedere aiuto al benzinaio di turno in quel momento, che alla mia richiesta risponde: ‘Sai fare i cappelletti? Tu puoi farmi i cappelletti e io ti faccio rifornimento’. (Mi chiedo se non mi debba considerare fortunata di aver ricevuto questa proposta, in fondo avrebbe potuto chiedermi una prestazione di ben altro tipo in cambio di fare il lavoro per cui è pagato)"."Mi avvalgo quindi della facoltà di non rispondere a cotanta cafonaggine e aspetto allora che l'illuminato signore mi mostri come devo fare per mettere il carburante, perché deve aver pensato che il solo fatto di avere delle protuberanze sul petto mi impedisca di eseguire i passaggi come sono chiaramente elencati sul cartello affisso alla pompa"."Il Giudizioso arrivato a questo punto è riuscito a constatare che il problema non era causato da una mia ipotetica demenza ma da un malfunzionamento tecnico della pistola erogatrice. Ovviamente Messer Villanzone non ha preso nemmeno in considerazione l'ipotesi di porgermi delle scuse, eppure io qualcosa da  dire, a lui e al signor Cliente becero che ha riso di gusto alla sua battutina sessista invece di dirgli quel che si meritava, ce l’ho: i cappelletti li so fare, perché fortunatamente mia nonna ha dedicato amore e passione a trasmettermi quest'arte prima di andarsene, e sicuramente non la condividerò mai con lei signor Villanzone, così come so pulire la casa ed i vestiti, rammendare i calzini e fare una serie di altre azioni che evidentemente lei valuta di poco valore e quindi crede debbano fare le donne mentre io le reputo molto dignitose; però so anche intonacare una parete ed imbiancarla, usare il decespugliatore, il trapano, guidare la moto, parcheggiare la macchina e tante altre cose che per lei forse sono troppo maschili inadatte ed incompatibili ad una giovane persona di sesso femminile, ma per me no!"."Giorno dopo giorno tutte noi donne ci ritroviamo faccia a faccia con queste situazioni, e la cosa peggiore che può accadere, e che purtroppo accade, è considerare tutto questo normale, ma normale non è, e per questo non lo possiamo e non lo dobbiamo accettare. La sfida più grande che ci dovremmo porre in quanto donne è pretendere che valgano anche nei nostri confronti le più semplici regole di rispetto, a partire dai piccoli gesti, a partire dalle parole che usiamo e che vengono usate per rivolgersi a noi"."Sono stanca di dover subire giorno dopo giorno questi atteggiamenti, che sembrano insignificanti, ma che a forza di non essere contrastati sono diventati una piaga che si annida nella nostra società e  si trasforma in forme di non-rispetto verso le donne. Non-rispetto  che troppo spesso finisce con la violenza. Io non me ne starò mai zitta davanti a tutti questi atteggiamenti, e come me tante altre donne non lo faranno, quindi, mi rivolgo a tutti i maschi sessisti che fino a ora hanno creduto di poter dire qualunque cosa su di noi, sappiate che le cose cambiano, sì questo atteggiamento cambierà!”.