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14.2.12

la matematica non è un opinione

da google+ di  Lisa Tramor



La matematica non è una opinione
Oggi presentiamo un interessante articolo su come sia facile mentire con le statistiche
http://www.gandalf.it/htlws/statist.htm


Errori di valutazione....


pubblicata da Barbara Mariano il giorno lunedì 13 febbraio 2012 alle ore 18.44 ·



..."l'Errore di valutazione è spesso malinterpretato.
L'Errore non lo commette chi, (con un pizzico di imprudenza) sopravvaluta un determinato individuo, immeritevole di tale privilegio...Ma lo commette l'individuo (immeritevole) sopravvalutato, nel momento in cui non coglie (ahilui! ) l'opportunità di poter fare un gran salto di qualità...continuando il suo mediocre cammino"... 

Corriere della Sera 14.2.12 Matteotti, il delitto e la beffa A rischio le carte del legale che denunciò il processo farsa di Paolo Fallai

Corriere della Sera 14.2.12
Matteotti, il delitto e la beffa
A rischio le carte del legale che denunciò il processo farsa
di Paolo Fallai

PESCARA — Questa storia ne contiene due. Comincia da una calligrafia dolorosa: le lettere sono alte e strette come a precipitare il più presto possibile verso la fine. È il 29 marzo 1926. Velia Matteotti è la vedova del deputato socialista assassinato dai fascisti il 10 giugno 1924. Si è appena concluso a Chieti, dove è stato spostato per allontanarlo da Roma, il processo farsa ad alcuni degli assassini. Un processo a cui Velia non ha voluto partecipare, ritirando la costituzione di parte civile. Scrive «ora che il procedimento è chiuso» per chiedere la restituzione di «tutto ciò che appartiene al suo defunto marito». E in particolare di «una falangetta» che «il rispetto mai negato alla pietà famigliare impone di consegnare alla famiglia del defunto e a questa sola». Ma il triste elenco prosegue: la tessera ferroviaria, una ciocca di capelli, giacca e pantaloni «compresa la manica strappata». «E se nulla lo vieta — prosegue la vedova Matteotti — si chiede che sia consegnata alla sottoscritta anche la lima rinvenuta nella fossa della Quartarella».
È una semplice lima da cantiere, trovata il 16 agosto 1924 accanto al cadavere malamente sepolto nelle campagne vicino a Roma e ritenuta, almeno in quel momento, l'arma del delitto. Ma Velia Matteotti queste richieste non sa a chi rivolgerle. La lettera è infatti inviata all'avvocato Pasquale Galliano Magno di Chieti, che l'ha assistita dopo il trasferimento del processo, con la preghiera di inoltrarla a chi può decidere. Il legale lo farà, ma nessuna delle richieste di Velia sarà accolta. Dispersa la «falangetta», piccola testimonianza muta di un corpo smembrato da un assassinio feroce; scomparsa la ciocca di capelli, tagliata il giorno del ritrovamento proprio per farla avere alla vedova. La lima sarà addirittura battuta all'asta e comprata per «due lire» da uno squadrista, Francesco Grifi, quale trofeo per aver comandato la milizia che aveva prestato servizio durante il processo di Chieti.
La lettera di Velia Matteotti era nota. Non si sapeva che l'originale si trovava in una piccola cartelletta consunta, con l'intestazione «Processo Matteotti», nello studio pescarese dell'avvocato Magno. Il legale è scomparso nel 1974. Ma quella cartella è riemersa pochi mesi fa, quando il figlio Carlo e la nuora dell'avvocato Magno, Marina Campana, hanno dovuto trasferire lo studio, l'archivio e una bella biblioteca di oltre cinquemila volumi, molti dei quali preziosi.
E qui comincia la seconda storia, quella di un avvocato antifascista che, tra la fine del 1925 e l'inizio del 1926, accetta di patrocinare Velia Matteotti e di subirne tutte le conseguenze. Abitava a palazzo Tella, a Chieti, l'avvocato Galliano Magno e non aveva mai nascosto la sua opposizione alla brutalità del fascismo. Quando l'avvocato Emanuele Modigliani, compagno di partito di Matteotti, gli chiese di assistere Velia nel processo a Chieti, non ebbe esitazioni. E nel ritiro della parte civile non si nascose dietro le parole: «Questo è un processo burla» disse alla Corte che avrebbe inflitto pene ridicole solo ad Amerigo Dumini, Albino Volpi e Amleto Poveromo, scarcerandoli subito dopo. D'altronde gli imputati di quel processo era stati osannati al loro arrivo a Chieti come «eroi del fascismo» e i giurati erano stati scelti con cura tra i fascisti più affidabili.
Per l'avvocato Magno fu l'inizio di un calvario durato quindici anni. Innumerevoli le perquisizioni nel suo studio, i sequestri degli atti, tanto che nella cartelletta compaiono numerosi fogli scritti in cifra. Non sono stati decodificati, ma appare credibile che si tratti di appunti presi con un codice per tenerli riservati. Non basta: per l'avvocato cominciano una serie di agguati, percosse, cure «all'olio di ricino» e umiliazioni che lo costringeranno a svendere il palazzo di Chieti e a trasferirsi a Pescara, dove continuerà a lavorare in uno studio dove altri avvocati firmano gli atti che lui cura. Le ferite sono tali che fino alla fine della sua vita avrà problemi di vista e di deambulazione a causa delle percosse. Non accettò denaro e Velia Matteotti gli regalò la stilografica di suo marito, che il figlio custodisce ancora oggi con devozione. E parole di grande affetto: «Colgo l'occasione di ringraziarla per ciò che ella ha fatto in questo doloroso frangente, convinta che le venga resa tanta stima e considerazione da tutti coloro che ancora hanno e possono apprezzare la bontà d'animo e la dirittura della coscienza». La persecuzione nei confronti di Pasquale Galliano Magno non sarà mai interrotta. Presidente del Comitato di liberazione nazionale, viceprefetto politico per volontà degli Alleati, scoprirà un dossier a suo nome della polizia fascista, che aveva continuato a spiarlo fino a guerra inoltrata, con alcune annotazione al limite del ridicolo: «Impossibile verificare l'ascolto di Radio Londra perché gli alti strilli del figlio lo impedivano».
Incaricato delle epurazioni, non ne eseguì neanche una. Tanto che l'ex ministro fascista Giacomo Acerbo lo nominò tutore dei suoi beni. «Tutto questo — dice oggi la nuora Marina Campana — dovrebbe interessare una comunità che non voglia disperdere la memoria di uomini che non si sono piegati, neanche di fronte alla violenza». «I documenti del processo Matteotti — aggiunge Claudio Modena, storico, autore di un volume su Matteotti, riformismo e antifascismo (Ediesse) — hanno sicuramente un interesse storico e la loro sede naturale sarebbe la Casa Museo di Fratta Polesine, paese natale di Matteotti. L'auspicio è che il fascicolo e la penna donata da Velia fossero donati alla Casa magari richiamando con una targa l'azione legale e politica dell'avvocato Magno».
Ma Marina Campana è delusa e vuole vendere documenti e libri «a chi sappia averne cura»: «La mia famiglia ha donato una collezione di conchiglie del valore di 300 mila euro alla Fondazione Aurum di Pescara e ora sono chiuse in una cassa in fondo a un magazzino. Se questi documenti e questi libri finiscono una cantina andranno a marcire. Il ministero per i Beni culturali mi ha indirizzato a un ufficio che non esiste. A Pescara nessuno si è mosso. Il mio interesse è che i sacrifici di questi uomini non siano dimenticati. Ma le cose donate a chi non ha cultura sono senza valore».

passione per il proprio lavoro o dedizione esagerata ? Controcronache dalla Regione Sardegna, vita d'un «animale da scrivania»



 Dall'unione sarda del 12\2\2012
Controcronache dalla Regione, vita d'un «animale da scrivania»
di GIORGIO PISANO ( pisano@unionesarda.it )





Nel suo ambiente - Regione autonoma della Sardegna, seimila dipendenti - è una leggenda. Sa tutto: cita a memoria leggi, decreti e circolari con la stessa disinvoltura di una chiacchierata di calcio al bar sport. Per anni 44 e mesi undici è andato puntuale in ufficio: assunto quand'era presidente Giuseppe Brotzu, ne è uscito (si fa per dire) quando al timone è arrivato Mauro Pili. I giorni d'assenza - causa malattia vera e non fittizia - si contano sulle dita delle mani. Ferie, godute naturalmente: a metà però. Non ne ha mai fatto più di venti giorni. «Un mese intero è troppo».
Farlo andare in pensione non è stato facile, nel senso che è rimasto appeso agli amatissimi timbri finché ha potuto. Era il 2002. Da allora torna spesso sul posto di lavoro, incontra gli ex colleghi che lo chiamano per consulenze-express, discute sulla interpretazione delle norme, suggerisce, consiglia, propone.
Dovessero aggiungere un simbolo dell'Autonomia, magari affianco agli storici Quattro Mori, starebbe d'incanto la sua faccia, rassicurante, burocratica e conscia d'essere un'enciclopedia vivente in campo giuridico-economico-previdenziale. Come lui nessuno mai. Nino Tucci (  foto in alto a destra   )   settantasei anni, non arriva a dire La Regione sono io ma si capisce che lo pensa. Due figlie («a carico», precisa per deformazione professionale come se a qualcuno potesse interessare) parla la lingua fredda dei certificati, quella documentale su cui cade vanamente la polvere del tempo. Si scusa dicendo d'essere un «passionale, lavorativamente parlando» e cita, giusto per dare un'idea, «quei carabinieri che si fanno seppellire in divisa».
Perché, lei vorrebbe farsi tumulare in grisaglia?
«No, quando mai. Però».
Smentita debole, senza convinzione. Se gli chiedete qual era la sua collocazione risponde citando ruolo, incarico, numero di collaboratori e assessorato di riferimento. Poi, per farsi capire meglio, sintetizza: «Lavoravo nel cuore dell'amministrazione passiva della Regione». Passiva?, passiva in che senso? Tucci allarga un sorrisetto di compatimento, deve essere duro spiegare sempre tutto a tutti, la sua croce. «Amministrazione passiva è quella che si occupa dell'organizzazione interna».
È la persona giusta, ideale, per parlare di una categoria - i regionali - molto citata dal popolo non sempre con entusiasmo (assenteismo al 30 per cento fino alla cura-Brunetta). Lontano dai partiti politici e dai sindacati, ha servito la Regione come un figlio con mammà tenendo un piede in casa anche da sposato. Per stare più vicino alla ditta, ammesso che si possa dire così, è entrato nell'associazione che raccoglie i colleghi andati in pensione. Ha un ufficietto ingombro di fascicoli, carte e manuali. Lo scaffale a fianco schiera graffette, scotch, forbici, colla e tutto l'arsenale da sfoderare in caso di bisogno. Al centro del tavolo il suo breviario, pagine ormai ingiallite e piene di memorandum volanti. Si intitola Ruoli di anzianità del personale . «Purtroppo ora non lo pubblicano più», sussurra scoraggiato. Senza aggiornamenti, si deve navigare a vista, sul filo della memoria. Difficile anche per chi si definisce, senza arrossire, un «animale da scrivania».
Nient'altro?
«Mi sento umilmente orgoglioso d'essere un dipendente lavoratore, e sottolineo lavoratore, della Regione autonoma della Sardegna».
A proposito: la fama di fannulloni da dove nasce?
«I regionali hanno, avevano, questa nomea perché considerati poco facenti e molto guadagnanti. Capita la battuta?»
Quasi.
«Si dice che su dieci lavoratori, otto guardano e due lavorano. Ma questo vale per tutti gli impiegati pubblici e non solo per la Regione».
Ma per quelli della Regione...
«Vogliamo dirla la verità, tutta la verità? Manca lo stimolo a migliorare la professionalità. Talvolta alcuni, non avendo progressione di carriera, si addormentano. Posso usare questa espressione?»
Quale?
«Si addormentano. L'amministrazione non valorizza le risorse come si deve, si muove con la politica dei premi a pioggia e questo scoraggia anche i più motivati».
Pare abbiate la pausa-caffè più lunga d'Italia.
«Mi onoro di essere un rompicoglioni: la legge, la legge, la legge. Ovviamente non scriva rompicoglioni, trovi una formula più consona».
Va bene però non ha risposto.
«Probabile che il caffè... insomma quella storia della pausa. Mi risulta che la regione Toscana e la regione Sicilia abbiano tempi ben più dilatati dei nostri. Per favore, non generalizziamo... anche se io avevo un collega che il caffeuccio andava a prenderselo ogni ora».
Vede.
«D'accordo ma era uno che aveva idiosincrasia per l'ufficio, mica sono tutti così. Io lo richiamavo bonariamente all'ordine, visto che era un mio collaboratore, dicendogli: se non hai voglia di lavorare, cambia struttura».
E quello?
«Lasciamo perdere. Ma tengo a dire che quando mi hanno proposto di fare il segretario particolare di un assessore, ho risposto no grazie».
Perché?
«Avrei creato dei problemi. Io sono per i fatti, per le regole».
Su seimila regionali quanti assunti con una spintarella?
«Il cinquanta per cento. Dico uno su due e forse sto arrotondando per difetto. Tuttavia mi piace dire che ci sono figli di onorevoli capaci, ovvero raccomandati che lavorano con scrupolo e coscienza».
Quanti veramente competenti?
«In certe materie, l'ottanta per cento. In altre, zero. Difatti non è casuale che spesso si chieda aiuto a colleghi di buona preparazione indipendentemente dal fatto che siano in organico oppure già in a erre. Cioè a riposo».
Asini in ruoli apicali?
«Ce n'erano ai miei tempi e ce ne sono ancora oggi. Per pura ignoranza erogano danaro pubblico a chi non spetta. Col pericolo che se ne accorga la Corte dei Conti e rilevi un danno all'erario».
La somma dei vari asini che guai ha comportato?
«Quello che negli anni Ottanta si chiamava sfascio. Si ricorda?, sfascio di qui, sfascio di lì. La non accorta valutazione delle pratiche in itinere ha scatenato un terremoto».
Cioè?
«Attualmente la Regione è sommersa da una marea di ricorsi, ci sono migliaia di cittadini che contestano le decisioni dell'amministrazione. Prima, e quando dico prima mi riferisco alla mia giovinezza, il contenzioso non esisteva. Questo significa che, sia pure con lentezza, si adottavano scelte corrette».
Qual è stato il capolavoro di un asino in ruolo apicale?
«Farsi nominare dirigente qualche settimana prima di andare in pensione. Questo ha comportato una liquidazione di circa trecentomila euro più alta di quella che avrebbe dovuto ricevere».
E voi?
«Noi, cosa? I colleghi onesti e lavoratori, che sono la maggior parte, possono soltanto prendere atto e chinare la testa. D'altra parte, la nomina a dirigente era legittima e di conseguenza lo diventava anche la liquidazione».
Privilegi.
«Luogo comune: non è vero che i regionali hanno chissà quali privilegi. È una falsità madornale. Almeno dopo l'anno 1970».
Perché, prima?
«Fino ad allora un impiegato regionale aveva il 60 per cento in più dello stipendio di un pubblico dipendente a parità di qualifica. Mio fratello, direttore dell'Ufficio delle Imposte, mi invidiava».
E i campi da tennis?
«Qui volevo arrivare. Ne avevamo uno in terra battuta a Villa Asquer: fatto da noi, con le nostre mani».
Quelli del Poetto, pure?
«Lì, quando ci hanno assegnato l'area dietro l'ex albergo, ne abbiamo realizzato quattro. Ma abbiamo lavorato sodo: ci hanno dato una specie di foresta e ne abbiamo fatto un'oasi. Riconosco che il nostro Dopolavoro funzionava».
Molto e bene.
«Guardi, io ho cancellato la mia iscrizione quando mi sono accorto che era diventato un'agenzia di viaggi transoceanici».
A prezzi stracciati per i regionali.
«Che Cral sarebbe se non cercasse condizioni di miglior favore?»
Poi ci sono quelli del Consiglio regionale. Privilegiati tra privilegiati.
«Lo chieda a loro, ho smesso di occuparmene negli anni '60. Pensi che non siamo mai riusciti a scoprire con precisione l'entità del loro trattamento economico. Sappiamo che è il doppio del nostro ma la prova provata non c'è. Per capirci: al Consiglio hanno gli stessi stipendi dei colleghi di Camera e Senato».
E sono riusciti a rifilarvi i portaborse.
«Non sono portaborse ma funzionari che fanno capo ai gruppi politici presenti in Consiglio. Una sessantina di persone in tutto che, da qualche anno a questa parte, grava sul bilancio della Regione. Insomma, li paghiamo noi».
Sprechi.
«Me ne ricordo uno clamoroso agli inizi degli anni Duemila. La Regione aveva finanziato l'acquisto di moltissime barche a Santa Teresa di Gallura. Barche che poi sono state lasciate a marcire sui moli»
Licenziamenti?
«Pochi, a cominciare da quello di un impiegato che - durante l'orario d'ufficio - svuotava i portafogli dei colleghi. Per incapacità professionale, mai. Scarso rendimento, mai. Inosservanza dell'orario di lavoro, mai. In altri periodi...»
... erano tutti bravi, onesti e puntuali.
«No, voglio dire soltanto che era diverso il clima. Giuseppe Brotzu, che veniva a piedi in ufficio, vigilava in silenzio sull'ingresso dei dipendenti. E quando alle 10,30 del mattino trovava un direttore generale ancora immerso nella lettura del giornale, beh, interveniva. Ci mancano politici e funzionari di quel temperamento».
Nino Tucci è provato: non era questa l'intervista che si era immaginato. Incarnando il regionale-tipo ed essendo un primo della classe, si aspettava un altro genere di colloquio. «Di carattere previdenziale», confessa. Spesso diventa necessario rivolgergli tre volte la stessa domanda: un'irresistibile propensione diplomatico-corporativa lo spinge a deviare in fallo laterale sotto un acquazzone di dati. La legge numero, la circolare del, il decreto presidenziale, la nota esplicativa: è una mitragliata di burocratese. Fortuna che in suo aiuto interviene a più riprese il tesoriere dell'associazione dei pensionati regionali. Altra stoffa: risposte pronte e sovrapposte, anche se non vengono raccolte. La pausa-caffè più lunga d'Italia? «Non diciamo fesserie». Impiegati competenti e incompetenti? «Né più né meno dei redattori di un giornale». Asini in ruoli apicali? «Dobbiamo parlare solo di quelli regionali?»
Si può fare carriera attraverso il sindacato?
«Certo che si può. Non faccio nomi ma potrei citare il caso di un rappresentante di categoria diventato direttore generale».
La meritocrazia, sia pure in un angolino, sopravvive?
«Non esiste più. Il mondo è capovolto. E quando qualcuno, come il sottoscritto, tenta di ricomporla, gli incollano addosso l'etichetta di rompicoglioni».
Miglior presidente, peggior presidente?
«Il migliore sicuramente Brotzu, il peggiore Italo Masala».
Assessori indimenticabili, assessori impresentabili.
«Felicetto Contu è stato tra i pochi che conosceva bene la materia di cui si occupava, l'agricoltura. Impresentabili? Non ne ricordo».
Faccia uno sforzo.
«La memoria, certe volte, non aiuta. Lei mi capisce, vero?»


libero dopo 20 da innocente . condannato perchè la confessione di un altro indagato era styata estorta con la tortura essione di un altro indagato era stata estorta con la tortura

un altro caso  (vedere  qui il precedente)  di confessioni estorte  con la  tortura , prima delle  torture  del carcere di Bolzaneto   cioè   G8 di Genova  del 2001  è  la  storia  di Giuseppe Gulotta ne  trovate la storia  sotto insieme  al video  e  alcuni  link   a  fine post  sulla  vicenda  

da  repubblica  online del  13\2\2012

Ventuno anni all'ergastolo, era innocente
"Chi mi ridarà la mia vita perduta?"


Giuseppe Gulotta con il suo avvocato Salvatore Lauria


Giuseppe Gulotta con il suo avvocato Salvatore Lauria
Giuseppe Gulotta aveva 18 anni quando venne prelevato e portato nella caserma dei carabinieri di Alcamo come sospettato dell'omicidio di due militari dell'Arma.                                     Venne picchiato e seviziato per ore finché non confessò quello che non aveva fatto                                                   
Poi ritrattò invano.  IL processo nel '90 con la condanna a vita. Nel 2007,con il pentimento di uno dei carabinieri che parteciparono all'interrogatorio,il nuovo processo e, oggi, la sentenza: "Non è colpevole.                    
Lo Stato deve restituirgli libertà e dignità"Dopo 21 anni, 2 mesi, 15 giorni e sette ore di carcere, Giuseppe Gulotta, adesso cinquantenne, ha ottenuto giustizia e dignità. Alle ore 17,35 di oggi la Corte d'Appello di Reggio Calabria dove si è celebrato il processo di revisione, ha pronunciato la sentenza. Giuseppe Gulotta è innocente, e da oggi non è più un ergastolano, non è l'assassino che il 26 gennaio del 1976 avrebbe ucciso, assieme ad altri complici, due carabinieri, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, in un attentato alla caserma di Alcamo Marina, un paese al confine tra le province di Palermo e Trapani.

"Gulotta non c'entra nulla; abbiamo il dovere di proscioglierlo da ogni accusa e restituirgli la dignità che la giustizia gli ha indebitamente tolto" ha detto oggi la pubblica accusa prima che la corte si riunisse in camera di consiglio per emettere una sentenza di assoluzione che Giuseppe Gulotta  ( foto   sotto   a  sinistra  )  attendeva da troppo tempo. Da quando, 35 anni fa, appena diciottenne, fu arrestato, condotto in carcere e, più tardi, dopo la durissima trafila dei diversi gradi processuali, condannato all'ergastolo definitivamente. E con lui gli altri tre suoi presunti complici: due sono ancora latitanti in Brasile; il terzo, Giuseppe Vesco, si suicidò in carcere qualche anno dopo il suo arresto.
Ad accusare Gulotta della strage fu appunto Giuseppe Vesco, considerato il capo della banda, suicidatosi - in circostanze non del tutto chiare - nelle carceri di ''San Giuliano'' a Trapani, nell'ottobre del 1976. A provocare la revisione del processo che si è finalmente concluso oggi con l'assoluzione di Gulotta, sono state le dichiarazioni, molto tardive, di un ex ufficiale dei carabinieri Renato Olino che nel 2007 raccontò che le confessioni di Gulotta e degli altri erano state ottenute a seguito di terribili torture da parte dei carabinieri. Olino, che si era dimesso dal'Arma proprio in seguito alla vicenda di Alcamo, non aveva retto al rimorso e aveva deciso di dire la verità. Gli altri carabinieri, oggi quasi tutti molto anziani, hanno fatto qualche ammissione o si sono rifiutati di rispondere. Ma la giustizia ha trovato elementi sufficienti per il processo di revisione e per questa assoluzione che, inevitabilmente, dovrebbe aprire la strada a un congruo risarcimento per gli imputati. Anche per gli altri due condannati, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, fuggiti all'estero prima che la condanna diventasse esecutiva, ci sarà adesso la revisione. 
La notte del 27 Gennaio di quell'anno Carmine Apuzzo (19 anni) e l'appuntato Salvatore Falcetta, due militari dell'Arma, 




furono trucidati da alcuni uomini che avevano fatto irruzione nella piccola caserma di Alcamo Marina. L'attacco suscitò ovviamente forte impressione in Sicilia e in tutta Italia. Si puntò sulla pista politica e finirono nel mirino delle indagini alcuni giovani di sinistra. Pochi giorni dopo venne fermato un giovane alcamese, Giuseppe Vesco, trovato in possesso di una pistola in dotazione ai carabinieri. La sua casa venne perquisita e saltò fuori anche l'arma utilizzata per il delitto. Il giovane, però, si dichiarò estraneo ai fatti affermando soltanto che aveva avuto il compito di consegnare delle armi. In seguito alle pressioni dei carabinieri, Giuseppe Vesco cambiò rapidamente la sua versione: condusse gli inquirenti al luogo in cui erano conservati gli indumenti e gli effetti personali dei due agenti uccisi (in una stalla di proprietà di Giovanni Mandalà, un bottaio di Partinico), dichiarò di aver fatto parte del commando che aveva fatto irruzione nella casermetta e fece il nome dei suoi tre complici: Gulotta, Ferrantelli e Santangelo.
Dopo poco tempo Vesco ritrattò tutto e dichiarò che quanto da lui affermato era stato ottenuto in seguito di terribili torture. Nelle sue lettere dal carcere San Giuliano di Trapani descrive minuziosamente il comportamento dei carabinieri e come erano state estorte le confessioni dei fermati. Ma pochi giorni prima di essere nuovamente ascoltato dagli inquirenti, venne trovato impiccato nella sua cella, con una corda legata alle grate della finestra, cosa resa abbastanza difficile dal fatto che a Vesco era stata amputata una mano a causa di un incidente. E proprio a questa vicenda si legano le confessioni del pentito Vincenzo Calcara, che lascia intravedere una verità fino ad ora soltanto accennata, ma resa più concreta anche da alcune rivelazioni in cui si attesta una collaborazione tra mafia e Stato. Calcara avrebbe affermato che gli venne intimato di lasciare da solo in cella Giuseppe Vesco e che lo stesso venne ucciso da un mafioso aiutato da due guardie carcerarie. 
Anche quanto affermato dal pentito Peppe Ferro libera i quattro dalle gravi accuse: "Li ho conosciuti in carcere quei ragazzi arrestati... Erano solamente delle vittime... pensavamo che era una cosa dei carabinieri, che fosse qualcosa di qualche servizio segreto". 
Dopo la chiamata di correità di Vesco, Giuseppe Gulotta fu arrestato e massacrato di botte per una notte intera. La mattina, dopo i calci, i pugni, le pistole puntate alla tempia, i colpi ai genitali e le bevute di acqua salata, avrebbe confessato qualunque cosa e firmò un documento in cui affermava di aver partecipato all'attacco alla caserma. Il giorno dopo, davanti al procuratore, Gulotta ritrattò tutto e provò a spiegare quello che gli era successo. Non venne mai creduto, neanche al processo che, nel 1990 lo condannò in via definitiva all'ergastolo. Poi, nel 2007, la confessione di Olino e la revisione chiesta e ottenuta dal suo avvocato Salvatore Lauria. Oggi l'assoluzione. Ma Giuseppe Gulotta ha trascorso gran parte della sua vita in carcere. Durante un breve periodo di soggiorno si è sposato con la donna che lo ha sempre "protetto" e che gli ha dato un figlio. Adesso, completamente libero, andrà a vivere a Certaldo, in Toscana, dove, da quando è in semilibertà, fa il muratore. "Sono felice di essere stato riconosciuto finalmente innocente. Ma chi potrà mai farmi riavere la gioventù che ho passato in carcere, chi potrà mai darmi quegli anni che ho perduto senza potere crescere mio figlio?".

APPROFONDIMENTI

http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Alcamo_Marinacon una  munita  biografia  e ottime note  
http://www.youtube.com/watch?v=fvQ-RyWEPdc&feature=related estratto della puntata  di blu notte sulla  strage di Alcamo

il libro 


contorinchiesta su abusi ed eccidi delle forze dell'ordine in Italia dal 1943 al 1976   edito  da  Stampa alternativa di Gianni Viola e Mario Pizzola dove a pag 86 si parla dei fatti di Alcamo











il senatore. di Fdi Mamia non riesce. a. girarsi dall'altra parte. quando. vede una coppia. che. gay. che. scambia. effusioni

Canzoni suggerite  L'amore merita     di Greta Manuzi, Roberta Pompa e Simonetta Spiri ‧ 2016 Il figlio del re   di Piero Maras Neppure ...