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2.3.26

La mia vita sui treni



da ilpost.it di Marianna Aprile



«Chi viaggia su rotaie in questo paese si muove nello spazio quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Se sei fortunato e hai più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono
Chiunque abbia l’abitudine o la necessità di viaggiare molto in treno sa che per salire a bordo oltre al biglietto serve una buona dose di ironia. Cioè di quella capacità di mettere tra noi e quel che ci capita una distanza sufficiente a potere almeno provare a sorridere degli imprevisti. Non è facilissimo, l’ironia – come il coraggio della più abusata delle citazioni manzoniane – se non ce l’hai non puoi mica dartela. E quanta ce n’è voluta per leggere – sorridendo invece che smadonnando – il titolo della copertina del numero di gennaio de Le Frecce, il giornale di Trenitalia, su cui campeggiano Toni Servillo e il titolo “Il tempo dell’attesa”. In un fulmineo uno-due, torna alla mente la domanda tormentone de La grazia di Paolo Sorrentino: «Di chi sono i nostri giorni?» che finalmente ha una risposta: di Trenitalia.
Ecco, i treni servono a questo, ad allenarsi a un approccio ironico all’assurdo, all’intoppo inatteso (sia mai torni utile anche in caso di disgrazia), facendo lo sforzo di surfare sulla gamma di reazioni istintive che determina nell’umano medio: fastidio, ira, rancore.
Chi viaggia in treno in questo paese ha un vantaggio, perché lo spazio tra banchina e rotaie è quello quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Lo sai da prima di comprare il biglietto che sarà difficile vada tutto liscio, che il treno faccia davvero il treno e cioè parta all’ora X e arrivi a quella Y, dopo un tot di fermate predefinite.
Per i più duri di comprendonio, Trenitalia ha scelto “Disco Inferno” come colonna sonora della sua campagna pubblicitaria televisiva; sarò in malafede io, ma a me pare un «poi non dite che non vi avevamo avvertiti». Vuoi mettere la tenerezza dell’ambizioso “Don’t Stop Me Now” scelto da Italo? Questo per dire che se sali a bordo lo sai già come probabilmente andrà a finire, anche se non sai ancora esattamente perché. Nella sospensione tra certezza dell’imprevisto e incertezza sulla sua natura alla fine impari a viverci, e a trasformare quello che ruota attorno a ogni viaggio in un’occasione di conoscenza e crescita personale (si sente l’Oṃ che recito mentre lo scrivo?).


Sembra un discorso campato in aria ed è invece estremamente pragmatico. Vi faccio pure degli esempi, ma prima forse dovrei descriverla, questa scuola di vita su rotaie, raccontarne le regole scritte e non. Provo a fare un quadro, benché non possa che essere parziale e soggettivo.
Dunque, quando finalmente riesci a partire sai che in qualsiasi momento potresti fermarti: «per controllo tecnico alla linea aerea», perché si «aspetta l’autorizzazione» (cioè siamo partiti senza?), per «presenza sui binari di animali», per «presenza di persone non autorizzate sui binari » (ma perché, ci sono persone che invece sono autorizzate a stare sui binari mentre passano i treni?); «indebita presenza di estranei sui binari» (se invece fossero stati conosciuti gli saremmo passati sopra per evitare ritardi?). Forse si spera che la confusione sulle cause faccia premio sull’incazzatura per il ritardo.


L’imprevisto è così frequente che quando tutto va liscio è un problema. Dopo qualche migliaio di treni presi pendolarando negli ultimi vent’anni tra Milano e Roma (e tra queste e decine di altre città), ho elaborato questa teoria: nel compilare gli orari ferroviari, i gestori ritoccano per eccesso i tempi di percorrenza reali, per provare ad ammortizzare ritardi che danno per scontati.
E così se, per un fortuito caso, il treno parte in orario, viaggia sereno e arriva in anticipo nei pressi della stazione di destinazione, è costretto a fermarsi, che mica entri ed esci dalle stazioni quando vuoi. E tu sei lì, dal finestrino vedi già il tornello in fondo al tunnel, ma devi comunque aspettare. Nel frattempo, però, sul treno ti annunciano che siamo arrivati «in anticipo» alla stazione di. Un eccesso di zelo o una formalizzazione utile per le statistiche sui ritardi, vai a sapere. Il risultato non cambia: se prendi un treno devi allenarti ad aspettare anche quando sei già arrivato. Rileggete: non sembra un insegnamento zen?
È come se la prima delle leggi non scritte fosse che è necessario che tu scenda a destinazione portando via con te un motivo di fastidio persino se è andato tutto liscio. Persino se stavolta il tuo treno non è dovuto tornare indietro (celo); la tua carrozza non è stata evacuata perché si è riempita di un fumo di cui peraltro nessuno ti svela la provenienza (celo); il convoglio non si è fermato perché è vecchio e la salita per Frascati non riesce più a farla (celo); l’aria condizionata ha funzionato (celo) e persino la presa della corrente (celo); non ti hanno trasbordato su un altro treno in una stazione di fortuna in mezzo al nulla padano (celo); hai incontrato a bordo l’uomo della tua vita (manca).
Persino se, in piena pandemia da Covid-19, il fantomatico «tracciamento degli infetti» ideato per provare a contenere il contagio ha funzionato. Nel mio caso è andata così: fine luglio 2020; dopo mesi di lockdown imposto e un surplus di prudenziale e ipocondriaca reclusione autoinflitta, decido di accettare un invito a In Onda, ai tempi condotta dal socio Luca Telese e David Parenzo. Quindi prendo coraggio e mi riapproprio del familiare tragitto casa-metropolitana-Stazione Centrale-treno-Stazione Termini-Taxi-studi di La7. E, dopo la puntata, ritorno sui miei passi, pardon, sulle mie rotaie, verso Milano. Tutto liscio. Non solo: i treni in quei mesi sono vuoti e sfrecciano tra città che lo sono altrettanto. Per dire, nel viaggio di ritorno sono la sola passeggera della carrozza, oltre a un signore che viaggia qualche fila dietro di me.
Tutto così piacevole che decreto ricominciata la mia vita, anche quella sociale. E infatti il giorno dopo invito a cena due cari amici molto anziani. Ci disponiamo sul terrazzo, a distanza, stiamo per aggredire la prima teglia di lasagna post-lockdown quando squilla il telefono. Ministero della Salute. Il gentile signore dall’altro capo della telefonata lavora lì e mi informa che ha avuto il mio numero da La7, cui è arrivato su indicazione di Trenitalia (il mio a/r per Roma lo avevano comprato loro). Mi dice che il signore che ha viaggiato nella mia stessa carrozza è ricoverato in ospedale col Covid e che avendo viaggiato con lui, benché a distanza, devo entrare in quarantena. Metto giù, guardo i miei anziani ospiti e penso: potrei averli infettati, potrei ucciderli. Panico, lasagne nella teglia, saluti frettolosi e inizio di una nuova reclusione.
Non ho sintomi, non ho niente. Sto bene (anche meglio quando, passati tre-quattro giorni, i miei due commensali mi rassicurano che pure loro). Lo dico sempre più meccanicamente anche alla gentile signora della Asl che mi chiama un paio di volte al giorno per chiedermi se ho febbre, se sento i sapori, se è tutto ok. E se sono in casa: no, sì, sì e sì, rispondo.
Lei mi crede, ma la polizia locale – anche loro chiamano, con meno frequenza – evidentemente no. E così dopo l’ennesima telefonata «Signora tutto ok?», «Sì», «Dove si trova?», «E dove? A casa…», «Ok, arrivederci», metto giù e sento suonare il citofono. È la polizia locale che vuole sincerarsi che non abbia mentito e a casa ci sia davvero. Tanta solerzia mi rassicura, ma siccome ho molto tempo da riempire mi ritrovo comunque a fare un livoroso elenco di tutte le occasioni in cui avrei voluto fossero altrettanto solerti e invece.
Dopo una settimana in perfetta salute (quantomeno fisica) provo a trattare: ma veramente devo rimanere qui dentro un’altra settimana nonostante stia benissimo? (Ho sempre amato le domande retoriche). Niente da fare. Mi rassegno. La settimana passa, con lei il Ferragosto in cui – leggo dai giornali – l’Italia prova a riprendersi un po’ di normalità (tentativo fallito, dopo il 15 agosto esplodono cluster di contagi praticamente attorno a ogni discoteca del Paese) e io l’ho passato in casa in una Milano deserta e con una temperatura percepita di seimila gradi. Tutto perché su un treno le cose hanno funzionato.
Quando viaggi in treno scopri anche che il famoso monito che invita a fare attenzione ai desideri perché potrebbero realizzarsi può declinarsi in concretissime rotture di scatole. Passi il tuo tempo ad augurarti che il tuo non sia in ritardo e ti capita di dover imparare che i treni possono non solo non esserlo ma anche partire prima dell’orario che compare sul tuo biglietto.
Quando accade, di solito si viene avvisati con un sms, che però può essere anche lui in ritardo. Io, peraltro, gli sms del gestore dei treni che prendo più di frequente non li leggo neanche più, da quando ho notato che sembrano scritti da uno di quei figli che devono dare una brutta notizia ai genitori, stesso livello di edulcorazione. Tu magari sei su un Frecciarossa che ha accumulato già mezz’ora in più rispetto alla tabella di marcia e l’sms ti comunica che potresti viaggiare con un ritardo di venti minuti. Cose così. Bugie bianche. Le peggiori.
E a proposito di ritardi, una menzione meritano i messaggi sonori che li annunciano a bordo, tutti impostati sull’allusione a una causa esterna, localizzata in uno spazio immaginario e indefinito, comunque lontano a sufficienza dalla responsabilità del gestore: si è in ritardo «per presenza di altro materiale sui binari», per «ritardo al treno precedente», «guasto alla linea», «lavori programmati» (ma se sono programmati perché non me lo hai detto prima della partenza?).
Tempo fa mi ci ero appassionata come a un nuovo genere letterario e ho scoperto che dal 2004 in Trenitalia esiste il MAS, che sta per Manuale Annunci Sonori, un librino che spiega al personale di ogni stazione i criteri per comporli caso per caso. È sul sito di Trenitalia e ci si possono passare ore sopra. Ho scoperto anche che quello in vigore oggi è l’aggiornamento del 2018, il quarto MAS (stilato niente meno che con la collaborazione dell’Accademia della Crusca), e già scalpito all’idea di cosa dovranno inventarsi al decimo aggiornamento. Ammesso che per allora l’assonanza con la Decima sarà ancora un problema.


Clicca per comporre il tuo annuncio sonoro

Dopo aver collezionato decine di cose così, ci sta che arrivi (almeno tu) a disporti a un viaggio in treno entrando in una modalità doppia e complementare.
La prima: modalità “cucciolo nella jungla”, quello stato di allerta perenne che ha il pregio di renderti più vigile rispetto a quel che ti succede attorno. Perché ormai sai che ogni cosa può essere il segnale di un accadimento imminente che dovrai elaborare velocemente per portare a destinazione la pelle. O salvare almeno l’umore.
La seconda: modalità “cosa vuole comunicarmi l’Universo?”.
La prima ha il vantaggio di farti sviluppare, anno dopo anno, trucchetti di sopravvivenza sempre più specifici. Per esempio, impari che se sei su un regionale dovrai scegliere un vagone non troppo affollato (se c’è) ma neanche troppo poco (altrimenti sei troppo vulnerabile); metterti vicina ad altre donne ma non troppo lontana da uomini che di rassicurante abbiano almeno l’aria. Dovrai prevedere l’eventualità di addormentarti, quindi sarà meglio che sistemi da subito tutto perché sia difficile da portare via, per evitare di risvegliarti senza borsa, telefono o altro. Negli anni, sono diventata una fenomenale intrecciatrice di tracolle: se qualcuno prova a tirar via un pezzetto del bagaglio, si trascina dietro tutto il resto. A quel punto secondo i miei piani dovrei svegliarmi.
Ancora: se viaggi su tratte che sai essere frequentate da gente che potresti conoscere e che potrebbe quindi coinvolgerti in conversazioni che – ammettiamolo una volta per tutte – a nessuno piace davvero fare in treno, inizi a portare con te mascherina e occhiali da sole, combinato disposto perfetto per non essere riconoscibile, quindi costretta a socializzare.
La seconda modalità ti porta a interpretare tutto quello che succede a bordo come una sorta di I-Ching, un messaggio esistenziale da decrittare. Una volta, dopo aver notato che mentre entravo nella carrozza e prendevo posto era partita la suoneria di un passeggero con De André e «Quei giorni perduti a rincorrere il ventooo», ho passato tutto il viaggio a provare a calcolare quanti dei 365 giorni di un anno trascorro in media chiusa in una carrozza. Arrivata a destinazione avevo concluso che se li avessi spesi diversamente, in questi anni, avrei finalmente preso la seconda laurea che sogno da sempre.
Un’altra volta, nel pieno di uno di quei pantani esistenzialprofessionalsentimentali che puntellano la vita un po’ di tutti noi, mi è capitato un interminabile Milano-Roma con accanto una che raccontava a quella seduta di fronte che aveva mollato tutto, aveva venduto la casa e deciso che avrebbe solo viaggiato finché i soldi non fossero finiti. Solo a quel punto si sarebbe messa a cercare un altro modo per sostentarsi. Ammetto di averla considerata un’ipotesi percorribile per il solo fatto di aver interpretato la presenza della globetrotter in downshifting accanto a me come un segnale che l’Universo ci teneva proprio a recapitarmi. Un po’ me ne vergogno, in effetti.
Sui treni si impara molto, su di sé e sugli altri. Per esempio, che avere le gambe corte non è sempre uno svantaggio, visto lo spazio vitale che il sadico progettista ha previsto per ciascun passeggero. Ma se sei seduta di fronte a uno più alto di te, rimedi una lezione supplementare: gli altri si prendono lo spazio che tu non occupi, anche se quello spazio è tuo. E che quindi lo spazio che ti spetta lo devi difendere, anche se lì per lì non ti serve. Ti servirà. Lezione buona per tutto, dai rapporti di lavoro e amicizia alle relazioni.
Impari anche che si può diventare insensatamente intransigenti su cose di cui in realtà non ci importa nulla. Prendete la carrozza silenzio dei treni ad alta velocità, quelle in cui è obbligatorio parlare solo bisbigliando, silenziare il telefono e smetterla di guardare video su Tik Tok senza auricolari. Nonostante io sia contraria alle chiacchiere de visu e al telefono fatte in treno e corra il rischio di scegliere la banda armata ogni volta che qualcuno videochiama o guarda video senza auricolari, la carrozza silenzio mi irrita.
Quella vetrofania sui finestrini, con l’omino che porta severo l’indice alle labbra per intimarti di non fiatare, la vivo proprio come una inopportuna interferenza con la mia libertà. Però mi capita spesso di doverci viaggiare, nelle carrozze silenzio, perché si sa che la legge di Murphy dà il meglio di sé su rotaia. E quando sono lì, mi trasformo nella sosia di quella vetrofania e mi esibisco in occhiatacce a chiunque risponda al telefono, richieste di abbassare la voce a quelli che si raccontano la vita e altri modi per rendermi simpatica al prossimo. È come se dovessi far scontare agli altri il fastidio che provo io a viaggiare lì.
C’è sicuramente un altro insegnamento zen in tutto questo ma ancora non ho capito bene quale sia. E comunque, carrozza silenzio un piffero: tra annunci in italiano e in inglese, passaggi del personale, del controllore e di gente che «aspetta, aspetta, esco dalla carrozza e ti dico» alla fine è sempre una gran cagnara.
Dai viaggi in treno ti arrivano anche lezioni gratis di fisica, o quasi. Per esempio, capisci finalmente cosa si intenda quando si parla di relatività del tempo: la tratta Roma-Firenze di un treno ad alta velocità dura esattamente quanto quella Firenze-Milano, ma la percepisci lunga almeno il doppio, mai capito perché. Impari anche che cinquanta minuti di ritardo sono pochi. Anzi, troppo pochi, perché i rimborsi (parziali, peraltro) scattano dopo sessanta, indipendentemente dal tempo di percorrenza inizialmente previsto per il tuo viaggio. Cioè se dovevi metterci un’ora e ce ne hai messe due, vale come quando dovevi mettercene tre e ce ne hai messe quattro.
Un aumento del 100% del tempo di percorrenza vale come un aumento del 33%, un raddoppio quanto un allungamento di un terzo. Non ha senso, ma tant’è. Se sei fortunato e il tuo treno ha più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono.
La prima volta che mi è successo ho visualizzato i frattali e mi sono detta che finalmente avevo trovato qualcuno (o meglio qualcosa) che era riuscito a farmeli capire. Ammetto che ero agevolmente arrivata comunque in discrete condizioni a cinquant’anni senza averli capiti, ma comunque, presa dall’entusiasmo, ho postato sui social questa intuizione che faceva di me la prima teorica del nesso tra i corsi e i rimborsi storici d’ispirazione vichiana e la fisica. Non che sognassi per questo il Nobel come Donald, ma neanche mi sarei aspettata che nelle ore successive mi arrivassero un certo numero di lezioni gratuite sulla differenza tra frattali e ricorsività, al termine delle quali ho capitolato: ok, avete ragione voi, la storiella sulle scatole cinesi dei rimborsi spiega la ricorsività e non i frattali; ora però restituitemi alla mia ignoranza.
O agli amici della carrozza bar, la mia ancora di salvezza. Non solo per le piadine, che mi concedo di mangiare solo lì (il ritardo dei treni può essere – anche – un alibi perfetto per infrangere la dieta), ma perché nove volte su dieci ci trovi persone che ti svoltano l’umore. Che magari ti vedono stanca e inversa e ti versano un bicchiere di vino senza che tu glielo abbia chiesto. O chiedono un consiglio su una questione personale come se ti conoscessero da tempo.
Qualche viaggio fa ho aiutato la barista a scegliere quale fosse il tono di verde più adatto al vestito che voleva farsi fare per la festa che intende dare per i suoi cinquant’anni. La sua collega le diceva di lasciarmi stare, perché «li fai tra due anni, cominci ad ammorba’ la gente da mo?», ma lei difendeva quel nostro dialogo complice («Sai quanto ci vuole a scegliere un vestito?»), proseguito finché non me ne sono andata con la mia piadina, sorridendo. E chiedendomi se quell’eccesso di programmazione per la festa non fosse una sorta di malattia professionale che sviluppa chi lavora in treno. Un rapporto alterato col tempo e la progettualità che porta a calcolare ogni cosa, anche un vestito nuovo, in largo anticipo, dando per scontato che ci saranno ritardi, estranei in sartoria, altri materiali sulla gruccia che ritarderanno la consegna del vestito. Per la cronaca, tra i tre verdi tra cui bisognava scegliere (sul fatto che dovesse essere verde non c’erano dubbi: «Una non se lo mette mai, se non lo metti per i 50 anni non lo metti più») alla fine abbiamo votato il verde acqua quasi all’unanimità (cioè io e lei, perché la collega non era convinta). «Però di stoffa leggera leggera, che è più elegante», abbiamo concordato, stavolta tutte e tre.
Disclaimer: quello che avete letto potrebbe sembrarvi un racconto bislacco e sconclusionato. Forse dipende dal fatto che non avete delle rotaie sotto la sedia. Consiglio quindi di salvare l’articolo e riaprirlo al prossimo viaggio. Sono certa che vi sembrerà improvvisamente avere senso.

3.1.24

spesso le recensioni apriori confermano ciò che si apprende dalla lettura di un opera . il caso della canzone di achille di Madeline Miller

   canzone   suggerita
Eurialo e  Niso - massimo Bubbola  Live
Canzone  -Lucio  Dalla



Dopo aver dato nel post : precedente  : << mai 4 di copertina è cosi veritiera . Madaleine Miller la canzone di Achille >> un giudizio provvisorio con lettura in corso del libro La  canzone  di Achille ora  posso dare una recensione e posso affermare che coloro  dicono che la cultura classica è passata di moda e  sia   solo   roba  vecchia  , non ha letto un’opera di Madeline Miller. 
Inizialmente   ebbi qualche  titubanza  a leggerlo   perchè   , anche  se  non  disdegno le storie  d'amore ,  i  romanzi  rosa  (  etero o  gay  non  sono il mio genere  ) , credevo    fosse  un  operazione commerciale  o  come lo definiscono   alcune stroncature    uno stucchevole romanzetto rosa tipo Harmony., un opera  di cui oltretutto il finale è noto  almeno per chi  ha studiato o letto  i  racconto omerici   o i  romanzi  storici  ambientati nel mondo   Greco  \  Ellenistico  . Tanto  che   alcuni stroncature   non hanno nè capito  il motivo    del  successo  nè l'originalità pur  innestandosi  sull'Illiade stessa   di cui affermano  che  essa  è una  copia  . Un lbro    che  ha  creato  due  opposti schieramenti    : 

  
da  un dibattito   sulla  pagina  facebook ILlibraio

 
***<< Questi libri sono pericolosissimi !!!! Prendono spunto o copiano da personaggi della letteratura greca e li stravolgono completamente. Risultato: si confonderanno le figure e si penserà che Achille era un omaccione romantico invece della "bestia crudele" che era il suo personaggio (così definito da omero nell'iliade).
L'autrice ha puntato su nomi famosi per confondere le masse, forse aveva paura di non vendere se avesse scritto le stesse storie senza rifarsi a personaggi tanto famosi. ... Per me questi libri sono carta straccia. Non perchè siano scritti male, ma per il subdolo tentativo di stravolgere i capolavori altrui a fini commerciali e propagandistici è pericoloso perchè i ragazzi invece di leggere gian battista vico, il più grande omerista italiano, leggono questo romanzetto e pensano che il personaggio di omero sia così davvero.>>                                   **** << Visto che anche ai ragazzi piace, si potrebbe usarlo nelle scuole, per un confronto con l’Achille classico. la rilettura del mito nella contemporaneita.il mito greco racconta i sentimenti che attanagliano la natura umana . nel libro non è tratteggiato come un omaccione romantico, spiega magari il perché diventa una bestia crudele. Sono comunque libri che attingono a lle fonti e non creati in toto di fantasia io non farei una critica così negativa >>                                                      ****<<Io credo che chi ha studiato e amato la letteratura greca non possa fare altro che rabbrividire di fronte a questi testi.>>                                  ****<< *****   io ho studiato letteratura greca, tanto. E li ho apprezzati tantissimo. Sono una rinarrazione, MOLTO informata, fatta nel XXI secolo per persone del XXI secolo, secondo i gusti e i mezzi narrativi del XXI secolo.Senza nulla togliere alla bellezza di Omero, senza nulla togliere a tutte le interpretazioni e rinarrazioni classiche, tardoantiche, moderne ecc., di molte delle quali la nostra percezione dei poemi omerici è direttamente figli>>


Fattori     questi      che    allo stesso tempo m'incuriosivano . Soprattuttto  il  fatto che   : 1)   il  titolo    canzone  che  mi portava  a credere     visto  che   esso  da quel   ricordo dai miei  studi  liceali  ed  universitrari   è un genere  letterario in versi   cioè  in poesia   che   si    fosse  di  nuovo  dacvanti ad  un opera  poetica   mentre   l'opera  dela  Miller   è  in prosa  .,  2)   il fatto che     il   libro  abbia dovuto aspettare   quasi  due  anni  per  avere  successo   e   sia    passato inizialmente quasi    sotto silenzio  perchè confuso   fra  i  tanti  libri      di  romanzi    storici  soprattutto sulla  Grecia  e     Roma     in particolare quelli   di Valerio   massimo manfredi   e   al genere   Fantasy storico  tornata nelle classifiche di vendita grazie al fenomeno "booktoker". In particolare    la tiktoker "@labibliotecadidafne".  
 Ma  non   sapendo  cosa  leggere    per evadere  dalla   caramellosa    atmosfera  natalizia    di cui  ho  parlato   l'anno scorso    mi  ha  fatto   vincere le   titubanze   . Infatti er  avere  un quadro a  360    gradi   dopo aver letto  sia critiche  , stroncatire  ,  sia recensioni  positive  ,ho  iniziato  la  lettura  , come  già   detto  nel post  precedentemente   ,  leggendo  la   4  di copertina  .
Ora  sebbene tutti ormai conosciamo  direttamente le  opere di Omero   (  per averla  studiata  a   scuola  o  perchè  ----  come nel mio caso  ----  i  nonni  o i  genitori  ti  la  raccontavano  anche   se   un  po'  edulcorata  per la  tuà  eta   per  distrarti  dala  tv   o  farti  andare  a  dormire  )   o indirettamente  ( per  averne parlare   sommariamente   dai media  o  da  qualcuno  )  la storia di Achille e  patocrolo  in questo  caso  , sentirla raccontata dal punto di vista di Patroclo la rende innovativa e apre uno spiraglio anche sulla vita di quest'ultimo  che  nella  tradizione   classica  ha un ruolo marginale  \  secondario  . Ciò 
la rende innovativa e apre uno spiraglio anche sulla vita di quest'ultimo e  sulll'intera  opera  .
La scrittura è scorrevole e dolcissima, poetica, accurata e pervasa da una sensualità che non scade mai nel volgare o nello stucchevole , invogliando e avvolgendoti nella lettura Anche se secondo alcuni \e , come i la recensione qua sotto ( fino al minuto 6.15 ) l'alternatrsi tra passato e presente snatura il libro ed la lettura e genera delle incongrueze rendendolo illegibile

Mah .  Secondo me    e  la  maggior  parte  delle recensioni che ho letto   , la scrittura è scorrevole e dolcissima, ti invita a leggere come una coccola.La narrazione è una carezza, la Miller è riuscita a rendere ancor più appassionante e delicato il poema epico più famoso . Ma  soprattuttp c'è una  rielaborazione  delle  vicende     della   guerra   di Toia  .  Per gli amanti dei classici greci, farà storcere il naso. Ma per gli amanti della lettura sarà un libro da leggere e rileggere in diverse fai della propria vita. Sarà per  questo che     in alcune  recensioni   alcuni   dicono    che è impossibile staccarsi da questo libro <<  letto tutto di un fiato in tre sere. >>  In effetti   esso l'autrice   ha  un  Linguaggio forbito, ma piacevole. Molto scrupolosa e attendibile la ricostruzione proposta di alcune fasi della storia di achille e patroclo. Un inno contro l'omofobia e il machismo malato della società, un eroe spietato e allo stesso tempo gentile (Achille) che torna umano con la penna sapiente di Miller. Un antieroe straordinario e catalizzatore (patroclo) che diviene l'io narrante, sincero e vivido.Infatti   atroclo, l'Io narrante di questo romanzo, racconta la vita e le gesta dell'eroe Achille presentandolo a tratti delicato e protettivo ed a tratti narcisista e crudele... l'aristos achaion come giustamente non l'abbiamo mai visto nella narrativa classica. Con un "tocco da maestro" la Miller cala il lettore in un mondo sospeso tra volontà degli uomini e volere degli dei e... con la sua accattivante scrittura tiene incollati fino all'ultima pagina.
Decisamente un libro ben riuscito anche per i non appassionati del genere. Siamo   quindi  davanti ad  un originale quanto riuscitissimo retrotelling inerente l'epica guerra di Troia. Impossibile catalogare univocamente l'opera della Miller. Infatti la storia racchiude un perfetto mix di avventura, romance e formazione (in pieno genere young adult). La celeberrima guerra tra Achei e Troiani viene rivisitata, a tratti reinventata, nonché vissuta, dalla prospettiva di Patroclo, trattando una moltitudine di vicende. Nucleo pulsante del romanzo rimane l'amore che lega i due protagonisti, così diversi tra loro seppur affini e complementari. << La canzone di Achille", per poter essere appieno goduta nella propria interezza, presuppone una discreta conoscenza della mitologia greca, ma la storia appare talmente ben scritta, emozionante e coinvolgente, che mi sento di consigliarla a tutti. Ammetto che in principio ero abbastanza scettico sul reale valore del testo, poiché temevo potesse trattarsi poco più di una storia trash, ben pubblicizzata quanto scarna di contenuti, ma son bastate poche pagine per ricredermi accanendomi subito alle vicende del protagonista, per il quale si prova da subito una profonda empatia e per cui risulta impossibile non fare il tifo. La narrazione è serrata, lo stile elegante e dettagliato con un'ottima ricostruzione ambientale epico-storica e svariati personaggi grandiosamente caratterizzati. Un'opera profonda, coraggiosa ed appassionante, narrata da una penna sublime.>> (  da  una rensione  sul web   ). 
 Confermo  come  la  recensione  appena  citata  che  questo tipo di  narrazione è una carezza, l'aiutrice   è riuscita a rendere ancor più appassionante e delicato il poema epico più famoso    rendendolo a  differenza del modello   classico   in prosa   anzichè  in poesia 
 E  ciò  per gli amanti , soprattutto  i  pignoli puristi ,dei classici greci, farà storcere il naso. Ma per gli amanti della lettura a  360 gradi   soprattutto  chi  è  cresciuto   vedendo  le  opere  omeriche   trasfigurate      nei diversi  linguaggi   letterati ed  artistici (  cinema , tv  , fumetti  )  è un libro da leggere e rileggere in diverse fasi della propria vita. Un  Linguaggio forbito, tanto  da  dover  ricorre  spesso  al  vocabolario  e a   chiedere il  significato di alcuni termini   a mia  madre   ex prof  di lettere ,  ma piacevole. Molto scrupolosa e attendibile la ricostruzione proposta di alcune fasi della storia di achille e patroclo.
Un inno contro l'omofobia e il machismo malato  della società, un eroe spietato e allo stesso tempo gentile (Achille) che torna umano con la penna sapiente di Miller. Un antieroe straordinario e catalizzatore (patroclo) che diviene l'io narrante, sincero e vivido. Anche se si tratta di una rielaborazione dei classici l'opera della M s'innesta sulla tradizione classica , infatti la recensionme citata nele righe precedenti , dimostra o ignora che anche Nell'oddisea c'è un racconto indiretto , in quanto Odisseo narra ad Alcinoo e alla sua corte tutte le sue peripezie e le sue avventure per mare allo scopo di giungere in patria. Gli "Apologhi presso Alcinoo", quindi, costituiscono un'analessi, un salto indietro nel tempo in cui vengono narrati i fatti precedentemente accaduti. Infatti Patroclo, l'Io narrante di questo romanzo, racconta la vita e le gesta dell'eroe Achille presentandolo a tratti delicato e protettivo ed a tratti narcisista e crudele... l'aristos achaion come giustamente non l'abbiamo mai visto nella narrativa classica. Con un "tocco da maestro" la Miller cala il lettore in un mondo sospeso tra volontà degli uomini e volere degli dei e... con la sua accattivante scrittura tiene incollati fino all'ultima pagina. Decisamente un libro ben riuscito anche per i non appassionati del genere . Infatti    esso  è    ha   avuto  il merito    , non dimentichiamolo   che   è  grazie  a  tik  tok   che   è stato  riscoperto  ,  e  ha  portato siua   le  nuove  generazioni   che   poco  e  niente  sanno    di Omero     alla lettura   .  Un originale quanto riuscitissimo retrotelling inerente l'epica guerra di Troia. Impossibile catalogare univocamente l'opera della Miller. La storia racchiude un perfetto mix di   amore  \ romanzo  rosa  . avventura, romance e formazione (in pieno genere young adult). La celeberrima guerra tra Achei e Troiani viene rivisitata, a tratti reinventata, nonché vissuta, dalla prospettiva di Patroclo, trattando una moltitudine di vicende. Ecco quindi  l'accusa  , di  fondamento  di alcune  incogruenze  (    vedere  url    righe  precedenti ) ma  che  non tolgono nullla al  romanzo  in se   .  Infatti    Nucleo pulsante del romanzo rimane l'amore che lega i due protagonisti, così diversi tra loro seppur affini e complementari. "La canzone di Achille", per poter essere appieno goduta nella propria interezza, presuppone una discreta conoscenza della mitologia greca (  meno male   che   c'è    una  sorta    d'indice     sulle  storie   degli Dei  e   dei personaggi   )  , ma la storia appare, lo ripeto  ,  talmente ben scritta, emozionante e coinvolgente, che mi sento di consigliarla a tutti. E pensare  che  ero partito   abbastanza scettico sul reale valore del testo, poiché temevo potesse trattarsi poco più di una storia trash  o  dozzinale  , ben pubblicizzata   bnei  salotti    mediatici    e   nelle  agine  culturali   ,quanto scarna di contenuti, ma son bastati   --- oltre  alla   4  di  copertinma ----  l'incipit      del  primo    capitolo   e   le  poche pagine  del  secondo   per ricredermi accanendomi subito alle vicende del protagonista, per il quale si prova da subito una profonda empatia e per cui risulta impossibile non fare il tifo. La narrazione è serrata, lo stile elegante e dettagliato con un'ottima ricostruzione ambientale epico-storica e svariati personaggi grandiosamente caratterizzati. Un'opera profonda, coraggiosa ed appassionante, narrata da una penna ,  che  la    maggior parte     delle recensionmi  e  dei lettori  ,   definisce   sublime . 

 La  canzone di Acille  , insieme  agli altri  due  romanzi   : 1)  ., 2) Galatea  , sempre  della  Miller    sono   



la dimostrazione vivente che la passione per il mondo antico è più viva che mai.

P.s
non sono riuscito a fare come suggerito nella quarta di copertina . anzi il contrario , mi sto rileggendo le parti dell'Illiade in cui si parla di Achille e di Patrocolo

26.2.17

oltre gli insulti anche la burocrazia e l'interpretazione capziosa delle leggi si riversano sui esuli istriani iul caso di Rosalba santoro e di Aldo Candusio

  rimettendo in ordine i preferiti e  siti memorizzati temporaneamente  mi sono imbattuto in questa storia .  tali storture ed interpretazioni a ...... di leggi sono insulto per un cittadino normale comune figuriamoci per uno\a che ha subito sulla propria pelle tale situazione

http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca 24 febbraio 2017

CURTATONE
Una donna, 5 codici fiscali. La strana storia di Rosalba
Odissea burocratica per un’esule istriana residente a Montanara. Diverse interpretazioni di una legge del 1989 alla base del disguido





CURTATONE.
La burocrazia, si sa, è un mostro impersonale che quando si mette di traverso nella vita di una persona riesce a trasformarla in un vero e incubo. È il caso di Rosalba Santoro, esule istriana che per una serie di interpretazioni di una legge del 1989 che stabilisce la nazionalità degli esuli per il rilascio del codice fiscale si ritrova ad averne ben cinque: uno diverso dall’altro. Rosalba, ex insegnante che ora gestisce un bed &breakfast a Montanara, nata nel 1944 a Lussinpiccolo (ora Mali Losinj) sull’isola di Lussino in provincia di Pola, oggi Croazia, è una dei tanti esuli istriani che alla fine della seconda guerra mondiale dovettero lasciare tutto e fuggire in Italia.
«Non mi soffermo sulle peripezie subite dagli abitanti di quelle zone che desideravano rimanere italiani, per evidenziare invece la logica della burocrazia italiana» sottolinea Rosalba. «Quando fu istituito il codice fiscale mi fu attribuito il codice corrispondente al comune di nascita, Lussinpiccolo allora Italia».
Dopo vari anni l’agenzia delle Entrate le comunicò un secondo codice, corrispondente a Pola: «Continuai ad usare il primo codice per le operazioni bancarie e fiscali, mentre il secondo per le operazioni sanitarie. Mi recai allora all’agenzia delle Entrate per cercare di avere un solo codice, ma mi risposero che i codici non possono essere cancellati ma che potevo usarli entrambi in quanto erano collegati». In quell’occasione Rosalba scoprì di averne anche un terzo, sempre legato a Pola. Ma non è finita qui: «Nel giugno dello scorso anno - racconta la donna - la Regione mi comunicò che il mio codice era variato e che dovevo usarne un altro legato alla Croazia».
Una situazione ingarbugliata che si è complicata ancor di più quando, circa tre mesi fa, l’ex insegnante ha dovuto rinnovare il bollo dell’auto: «Mi reco al Pra e scopro di avere un ennesimo, il quinto, codice fiscale, legato all’ex Jugoslavia. A questo punto mi chiedo perché il luogo di nascita che determina il codice fiscale non rimane quello in cui effettivamente si è nati? Io sono nata in quella che allora era Italia e desidero che anche il mio codice fiscale lo riconosca». Un diritto legittimo e sacrosanto», osserva Dino Grebaz,esule istriano, di Castel d’Ario, con due codici fiscali che ha scritto al Ministero degli Interni per le stesse ragioni. «Mi è stato confermato che la legge 15 Febbraio 1989 n. 54 per le identità degli esuli va applicata solo ai soggetti nati entro il 15 Febbraio 1947 nei territori ceduti alle potenze straniere, ovvero indicando solo il comune di nascita. Quindi per Rosalba Lussinpiccolo, codice E766Y. Gli altri sono solo interpretazioni di circolari e non della legge».

                          Lino Fontana


ma  non sembra  un caso isolato


Aldo Candusio
Anch'io sono un esule istriano e ho un codice fiscale che molto spesso non viene riconosciuto dai sistemi automatici di riconscimento i. Mi sono ritrovato adirittura ad avere due posizioni ICI con solleciti di pagamento per una delle due che non sapevo neanche di avere creandomi problemi con l'Ufficio delle Entrate. Con il mio codice fiscale non posso entrare in siti come quello della motorizzazine civile ed altri simili.

Ma può importare a qualcuno se il Ministro dell'interno ha un'amante con la metà dei suoi anni, una moglie Prefetto a Grosseto e due figlie? Sì, certo, ce ne deve importare - Patrizia. cada

Ma può importare a qualcuno se il Ministro dell'interno ha un'amante con la metà dei suoi anni, una moglie Prefetto a Grosseto e due...