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4.3.26

da osilo al Mississippi il viaggio blues del musicista blues Francesco più

 ecco un esempio  d'identità  aperta   altro che quella  chiusa  dei sovranisti  







la dura vita dei vegani

 non sono    come  ho già  detto più volte  , ma   e rispetto  la   sua  scelta  (  autentica  o    conformista   perché  è di  moda  )   capisco benissimo   la  tristezza  e  l'auto ironia   dell'autrice  dell'articolo  de https://www.ilpost.it    riportato   integralmente sotto    in  particolare    nel  pezzo  in cui   dice  : << [...] Mettersi in discussione costa fatica, ma sarei felice se una persona onnivora provasse a dialogare con me con sincera curiosità e ascoltandomi davvero, senza intanto pensare a come controbattere. Ne sono consapevole, ne prendo atto – il mondo è, banalmente, “bello perché vario” – e un po’ mi rattrista, ma vorrei chiedere un piccolo favore per quando incontrate uno che non mangia come voi: se non avete intenzione di provare a capirlo, almeno lasciategli bere la sua birra in pace.>>. 


  di 

Alessandra Stio
Alessandra Stio

Nata a Salerno nel 1995, dopo diverse esperienze all’estero ha scelto di tornare a vivere in Italia, dove adesso insegna inglese nella scuola secondaria di secondo grado. Ama scrivere, leggere e viaggiare.




Non so se qualcuno di voi ha una vaga idea di quanto sia complesso essere vegani in Emilia-Romagna. Pasta all’uovo, salumi, tortelli e cappelletti sono solo alcuni degli alimenti che dominano pranzi e cene senza temere rivali, naturalmente insieme allo strutto. Il peggiore di tutti. Insidioso nemico silente, si nasconde così bene che anche un innocuo panino può tradirti quando meno te lo aspetti. Da quattro anni ormai la mia vita sociale è un continuo slalom tra un aperitivo e l’altro in cui, per conquistarmi una ciotola di patatine o dei taralli all’olio, devo produrmi in una serie di premesse, precisazioni e giustificazioni varie.
Le difficoltà iniziano, ovviamente, al momento dell’ordinazione. Quando paleso il mio veganismo (chiedere che tra gli stuzzichini non ci sia nulla che contenga uova-latte-strutto-formaggio è un’operazione un po’ lunga, anche se spesso mi tocca comunque specificare), cerco sempre di assumere il tono più gentile e conciliante possibile, sia mai che lo chef la prenda come un’offesa personale. Nella mia seppur breve carriera da vegana ho collezionato svariate reazioni: dalle risate agli sbuffi, passando per il “poverini voi, avete qualche problema mentale ma vi vogliamo bene lo stesso”, quindi ho dovuto imparare a prevenire. Ahimè, nonostante tutte le mie cautele, spesso è a questo punto che la situazione precipita irrimediabilmente.
«Ah, ma sei vegana?» esordisce qualcuno al tavolo, e inizio a sudare freddo. So che da qui non si tornerà più indietro, a prescindere dalla provenienza geografica dei commensali. Se all’interno del gruppo c’è una persona che non ti conosceva prima o con cui non avevi mai parlato di questo argomento, nove volte su dieci dopo la domanda di apertura inizia un vero e proprio interrogatorio degno della Santa Inquisizione Spagnola, che procede seguendo, più o meno liberamente, sempre lo stesso canovaccio. Per prima cosa ti chiedono il perché, ma tu opti per la risposta breve. Non hai voglia di rovinare il morale a tutta la tavolata e, soprattutto, sai che il discorso non si fermerà qui. Il tuo interlocutore non si accontenterà della tua risposta e, a pioggia, sfodererà tutte le sue obiezioni.
Ormai le sai a memoria e sei preparatissima, perciò ti accingi a fare mostra del tuo più classico sorriso di circostanza e a rispondere a ciascuna di esse, sempre con il nobile intento di salvare la serata. No, non ti manca il formaggio; no, non fai “sgarri”; sì, hai tutti i valori a posto e fai le analisi regolarmente; no, non mangi solo insalata; no, non lo sai se le vongole provano dolore, ma hai comunque le tue buone ragioni per non mangiarle (anche su questo preferisci la versione breve e non la spiegazione dei danni della pesca sull’intero ecosistema terrestre, e nemmeno osi avvicinarti al discorso sull’antispecismo). In pratica, se vuoi goderti la tua birra in tranquillità devi prima fare un po’ come Super Mario quando va in cerca della principessa Peach: saltare tra un ostacolo e l’altro rimbalzando sulla testa di funghetti indispettiti che hanno il solo scopo di farti rinunciare alla missione.
Poi, se sono stata sufficientemente brava, arriva il tanto desiderato lasciapassare dell’inquisitore che, soddisfatto, mi proclama “Vegana Non Rompipalle” e mi dà il permesso di proseguire la serata, a quel punto rovinata solo per me. Ironico, no?
Anche se col tempo ho acquisito una certa familiarità con queste dinamiche e sono diventata abbastanza svelta nell’estinguerle, devo ammettere che le tollero sempre meno. Non riesco a capacitarmi di come mi ritrovi puntualmente, e senza volerlo, implicata in falsi dibattiti con qualcuno che dall’altra parte non ha nessun reale interesse a capire il mio punto di vista ma cerca solo la validazione della propria idea di partenza.
Sono certa di non andare in giro puntando il dito contro il piatto altrui eppure, in un modo o nell’altro, mi capita sempre di dover spiegare a chicchessia la ragione delle mie scelte, e non solo di quelle alimentari. Già, perché poi i più caparbi iniziano a chiedermi se uso l’auto, se compro borse o scarpe di pelle e persino se ammazzo le zanzare in estate, come se per avere il diritto di dire di essere vegana dovessi dimostrare di non produrre alcun tipo di inquinamento nel mondo né nuocere a nessun animale sulla Terra. Insomma, dovrei essere un’entità che non sporca, non consuma, non danneggia. Una cosa non proprio plausibile. Conclusione logica, che spesso mi viene esplicitamente proposta: essere davvero vegana è impossibile, quindi tanto vale lasciar perdere.
L’epilogo di solito mi vede tornare a casa scoraggiata e di pessimo umore, il più delle volte parlando da sola in macchina ad alta voce per sfogare la frustrazione che ho dovuto sopprimere. Mi chiedo sempre perché noi vegani dobbiamo giustificarci in questo modo, come se desiderare una vita migliore per gli animali fosse qualcosa di cui vergognarsi.
Una soluzione sarebbe rifugiarsi in qualche spazio digitale, alla ricerca di una bolla in cui finalmente dar voce ai propri pensieri. È quello che faccio quando ho bisogno di sentirmi più compresa e meno sola ma ormai non riesco a trovare conforto neanche così. Persino nell’ambito del mio profilo social non mi sento completamente libera di mostrare di essere vegana: basterebbe un piccolo passo falso per scatenare dell’altro baccano. Per capire cosa intendo, provate a condividere la foto di un piatto di pasta accompagnato dalla scritta “carbonara vegetale”. Poi mi farete sapere quanti sfottò e prese in giro avrete collezionato.
Qualunque sia il tipo di contesto in cui esistiamo, pare quasi che basti la nostra sola presenza per attivare reazioni caratterizzate da un certo grado di insofferenza. Inizio a pensare che la vera fonte di tale disagio non siamo noi persone vegane, ma quello che smuoviamo in chi incontriamo, come se la nostra stessa esistenza incrinasse qualcosa in chi mangia carne. La cascata di false domande, contestazioni o ridicolizzazioni che riceviamo sembra, in realtà, non tanto un attacco alle nostre ideologie quanto uno scudo, una sorta di barricata dietro la quale mettere in salvo le proprie convinzioni prima che possano essere ulteriormente scalfite.
Forse il punto della questione è proprio questo: formulare quante più critiche possibile al veganismo e più in generale al vegetarianesimo è una sorta di giustificazione contro la tentazione di farne parte. Dimostrare che essere davvero vegani, quindi davvero puri, è impossibile diventa un lasciapassare, e al contempo offre l’occasione di deresponsabilizzarsi nei confronti dell’intera faccenda.
Mettersi in discussione costa fatica, ma sarei felice se una persona onnivora provasse a dialogare con me con sincera curiosità e ascoltandomi davvero, senza intanto pensare a come controbattere. Ne sono consapevole, ne prendo atto – il mondo è, banalmente, “bello perché vario” – e un po’ mi rattrista, ma vorrei chiedere un piccolo favore per quando incontrate uno che non mangia come voi: se non avete intenzione di provare a capirlo, almeno lasciategli bere la sua birra in pace.






– Leggi anche:
Pollo coltivato,
ostriche in vitro e magiche polpette

Il Paradosso della Tolleranza: come l’estremismo usa la libertà di parola per abolirla

  fonte  https://www.affaritaliani.it/

Le democrazie occidentali sono sotto attacco dall’interno: gruppi radicali sfruttano le garanzie costituzionali per diffondere odio e silenziare ogni critica, trasformando il garantismo in un’arma





Il paradosso di Popper oggi: quando la tolleranza diventa un’arma contro la democrazia
Karl Popper, nel 1945, formulò il celebre “paradosso della tolleranza“: se estendiamo la tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. A ottant’anni di distanza, questa non è più una teoria filosofica, ma la cronaca quotidiana delle democrazie occidentali. Oggi assistiamo a una strategia raffinata e perversa messa in atto dai movimenti dell’Islam radicale e dai loro fiancheggiatori: utilizzare gli strumenti della democrazia liberale – in primis la libertà di parola – per eroderla dall’interno.
La libertà di parola come scudo e come spada
Il meccanismo è asimmetrico. Da un lato, i predicatori d’odio e gli attivisti radicali rivendicano il diritto assoluto di esprimere concetti anti-occidentali, antisemiti e violenti, appellandosi all’articolo 21 della Costituzione o al Primo Emendamento. Gridano alla censura ogni volta che si tenta di porre un argine alla loro propaganda.
Dall’altro lato, però, utilizzano la stessa libertà per intimidire, minacciare e silenziare chiunque osi criticarli. È una guerra combattuta nelle aule di tribunale, sui social media e nelle piazze. Chi critica l’Islam politico viene immediatamente etichettato come “islamofobo“, un termine che è stato armato per diventare un bavaglio. Come sottolineato da diverse analisi nel Regno Unito, la definizione stessa di Islamofobia rischia di diventare uno strumento per bloccare ogni legittima indagine critica, creando di fatto una legge sulla blasfemia non scritta ma socialmente imposta.
Silenziare il dissenso
Questa dinamica crea un clima di autocensura devastante. Giornalisti, accademici e politici europei misurano ogni parola, non per rispetto della verità, ma per paura delle conseguenze. Conseguenze che non sono solo legali (querele temerarie), ma fisiche. Abbiamo visto in Francia, in Olanda e in Scandinavia cosa succede a chi “offende” la sensibilità dei radicali: scorte armate a vita, o peggio.
In questo scenario, la libertà di parola diventa un privilegio unilaterale. L’estremista è libero di urlare in piazza che vuole la distruzione dello Stato che lo ospita; il cittadino democratico ha paura di dire che non è d’accordo. Alcuni opinionisti evidenziano come questa retorica anti-liberale prosperi proprio grazie alla copertura del “free speech, creando un cortocircuito logico che paralizza le istituzioni.
La trincea accademica: dove il pensiero critico va a morire
Un fronte decisivo di questa battaglia si trova, purtroppo, proprio nei luoghi deputati alla formazione del pensiero critico: le università. È qui che il paradosso della tolleranza trova la sua applicazione più distopica. Gruppi organizzati, spesso legati a sigle dell’Islamismo politico, hanno stretto un’alleanza tattica con certi movimenti studenteschi radicali. L’obiettivo comune? Impedire che si parli di certi argomenti.
Conferenze annullate, professori minacciati, relatori sgraditi a cui viene impedito di parlare tramite proteste violente: il campus universitario non è più l’agora del dibattito, ma una zona in cui vige il pensiero unico. La scusa è sempre la “protezione” delle minoranze da presunti “micro-traumi” verbali. In realtà, si sta creando una generazione di studenti convinti che le parole siano violenza fisica e che, di conseguenza, rispondere con la censura (o la violenza reale) sia legittimo.
Questo clima accademico ha un effetto a cascata sulla società. I futuri giornalisti, giudici e politici che escono da queste accademie hanno interiorizzato l’idea che criticare l’Islam radicale sia un atto di razzismo inaccettabile, rendendo di fatto impossibile qualsiasi analisi laica e obiettiva del fenomeno religioso e politico.
La strategia del “Lawfare”: la guerra per vie legali
Accanto alla pressione sociale e accademica, c’è quella economica e giudiziaria. È il cosiddetto “Lawfare“, l’uso della legge come arma di guerra. Organizzazioni ben finanziate, spesso con fondi provenienti da paesi extra-europei, querelano sistematicamente chiunque osi pubblicare inchieste scomode sui legami tra moschee locali e terrorismo internazionale, o sulla gestione opaca dei fondi per il welfare.
Non importa che la querela sia fondata o meno; l’obiettivo non è vincere in tribunale, ma sfiancare l’avversario. Un giornalista freelance o una piccola testata locale non hanno le risorse economiche per sostenere anni di processi. Di fronte alla minaccia di dover pagare decine di migliaia di euro in spese legali, molti scelgono la via più semplice: il silenzio. Ritirano gli articoli, chiedono scusa, e smettono di indagare. È una censura “soft”, invisibile agli occhi del grande pubblico, ma terribilmente efficace. In questo modo, il diritto alla difesa legale – pilastro della democrazia – viene pervertito e trasformato in uno strumento di oppressione per garantire l’impunità a chi lavora contro la democrazia stessa.
L’aggressione ai valori liberali
Non si tratta solo di parole. La retorica violenta, protetta dal “diritto di opinione”, prepara il terreno per l’azione. Quando si permette di definire interi gruppi di persone (ebrei, “infedeli”, donne emancipate) come nemici legittimi, si sta armando la mano di chi poi passerà ai fatti. L’errore dell’Occidente è trattare l’Islamismo radicale come una semplice opinione diversa, da tutelare nel grande mercato delle idee. Ma non è un’opinione: è un sistema operativo totalitario che non riconosce la legittimità dell’altro. Usano la nostra tolleranza come un cavallo di Troia. Entrano nelle istituzioni, nelle università e nei media chiedendo diritti, ma una volta ottenuto spazio, lavorano per negare quegli stessi diritti agli altri.
Rompere il paradosso
Come se ne esce? Le democrazie devono ritrovare l’istinto di sopravvivenza. Difendere la libertà di parola significa anche tracciare una linea netta tra il dissenso e l’incitamento alla distruzione della democrazia stessa. Non è intolleranza impedire a qualcuno di predicare la fine della libertà; è l’essenza della difesa costituzionale. L’Europa deve smettere di essere ingenua. Le leggi contro l’odio non possono essere applicate a senso unico. Se un movimento politico o religioso usa la libertà di parola per minacciare l’esistenza fisica o civile dei suoi oppositori, quel movimento si è posto fuori dal perimetro democratico.
Conclusione
Il paradosso di Popper ci avverte: la tolleranza non è un patto suicida. Se continuiamo a permettere che i nemici della libertà usino le nostre leggi come armi contro di noi, ci sveglieremo un giorno in una società dove l’unica libertà rimasta sarà quella di obbedire ai più violenti. È tempo di togliere la maschera a chi invoca i diritti per cancellare i doveri, e usa la democrazia per instaurare la teocrazia.

3.3.26

parlare o stare zitti davanti ai fatti di cronaca nera ? e come fare a parlarne oltre auna durata che va oltre il tempo dell'indignazione social e che ti dicano basta che palle ? ...

le ultime  letture  Il  libro di zero calcare (  uno  dei regali  per  i mie  50  anni )  

 e  



mi  hanno  stimolato    a questa  elucubrazione    \   sega  mentale : parlare o stare zitto   sui    fatti    cronaca nera   e  di per una durata che va oltre il tempo dell'indignazione social ?  parlare è efficace , è sufficiente ? e come di continuare a farlo per una durata che va oltre il tempo dell'indignazione social ? senza che la gente alzi gli occhi al cielo e dica ammazza. che palle? facendoli capire in modo che ci s'interroghi .  
infatti a volte parlare delle cose produce effetti inaspettati eppure positivi .Ma....

GRILlO PARLANTE
... questa soluzione non è riproducibile per tutti/e quindi non è una soluzione definitiva. E...
IO ... tocca continuare a pensarci
GR ma come ?
IO Boh 
GR 😂😌
Parlare è necessario, ma raramente sufficiente. La parola serve a dare un nome al problema, ma senza l'azione diventa rumore di fondo. Il rischio "occhi al cielo" nasce quando il discorso è percepito come una performance di virtù (per avere like) invece che come un impegno reale. 
Ecco come evitare l'effetto "noia" e mantenere la costanza:
Dai l'esempio, non la lezione: Le persone si stancano dei predicatori, ma sono attratte dai modelli. Se parli di ecologia, mostra come hai ridotto i tuoi rifiuti. Se parli di diritti, mostra cosa fai nel concreto.
Scegli la profondità sulla frequenza: Invece di commentare ogni polemica del giorno, scegli un tema che ti sta a cuore e approfondiscilo. Diventa un punto di riferimento, non una cassa di risonanza.
Crea comunità "offline": L'indignazione social muore in 24 ore. L'associazionismo, il volontariato o i gruppi di lettura creano legami che resistono al calo di attenzione dell'algoritmo.
Usa l'umiltà: Ammetti che è difficile. Quando ti mostri vulnerabile e ammetti che anche tu fai fatica a essere coerente, abbassi le difese di chi ti ascolta. 
In sintesi: per non sembrare pesante, devi trasformare il tuo "dire" in un progetto visibile, non in uno sfogo digitale.
IO   Ok   grazie    dei suggerimenti

per   quanto  riguarda  i fatti   di cronaca  nera   non  c'è  stato bisogno  di nessuna elucubrazione in  quanto  la  risposta    viene  direttamente    sia  dall'introduzione    cioè  sul  Dylan Dog  Horror  Fest   del   numero  stesso a  cura  di Barbara  Baraldi   e dalla   storia  stessa  . 
Essa  è una  riposta  anche  ai miei   che  mi   cazziano   e non solo  .....   quando vedo  trasmissioni  di cronaca nera  o   quando   portavo  , meno male  che    adesso  lo  trovo  su  telegram ,  il  settimanale  giallo  ( uno  dei pochi che tratta   la  cronaca  senza    scadere   eccessivamente   nella  morbosità )  . (....)  vi siete ma  chiesti  perché  la  cronaca Nera  e  il  true  crimine  suscitano  inarrestabile    e morboso  [ molte  volte lo  è  in  effetti    , ma non è il  mio  caso   ,  lotto per  evitare  di caderci      ]   in  un  numero molto crescente  di  persone  ?  Certo , trovare  una spiegazione  per  il crimine  efferato e  una  tragedi  soddisfa  il nostro bisogno di controllo, ma  è pur  vero   di fronte  ad  uno stimolo  avverso   possiamo sentirci spaventati    ...  e allo  stesso   [  mio   caso  ] affascinati  Si chiama  coattivazione  e  si verifica  quando  il pericolo   non è  percepito  come  reale    come  succede  quando ascoltiamo  un podcast o    guardiamo  un  film  dell'orrore  [ o   giallo  e  noir   ]
 

faccio cose, vedo tv , e serie tv. Porto Bello di Marco Bellocchio e Peaky Blinders è una serie televisiva britannica ideata da Steven Knight

Lo so che  m'ero   imposto    dal lontano  1994  ,   dopo aver letto  un intervista pubblicata  postuma , mi pare  fosse panorama o  l'espresso  ,  di Kurt  cobain  leader  dei Nirvana  morto  suicida  ( o ucciso  secondo  altri  )   in cui  si  diceva  di  non giudicare  aprioristicamente  ,    e quindi  aspettare  per  giudicare   un opera  (  ora  si  chiamano  serie  o stagioni  )  a  puntate .Ma
quando si  hanno   gli strumenti  o  anche  una base minima   culturale  \ letteraria     sai   già  se quel film,libro, fumetto, e in questo caso serie  tv      saranno   un buon  prodotto  e   se  vale  la pena  di continuare a seguirlo  .
 E'  cosi  è   che   do  una  prima  valutazione   di due  serie  che sto seguendo  durante  la convalescenza    da  infortunio  .  
La prima   è quella di  Porto Bello   , ne  ho già accennato  in un post  precedente  , e  in un post del   lontano 2013  ( che  avevo dimenticato ma  poi ritrovato sul motorino di ricerca  di blogspot  )  in  cui riporto    un articolo sulla  sua     vicenda     giudiziaria   dove  parlavo  della  1  puntata    su 6  , di  cui    ho   visto    la    2 . Posso si dire     , in base agli  elementi letterari  , ai ricordi  diretti  e  indiretti  della   vicenda  reale  , che  è un buon prodotto ed è   molto stimolante  per vederlo  fino alle   fine   soprattutto  ora  che   è entrato  nel vivo della  sua  vicenda  giudiziaria  l'arresto ed il primo periodo  in carcere    ed l'ottusità dei giudici e  magistrati    che  alla  prime contraddizioni    dei pentiti  \  collaboratori di  giustizia   o  dissociati come di  si definivano  loro    decisero  di  continuare  nelle  accuse  e  di   portarlo   a  processo .  
La  seconda  è la  prima puntata    della  prima stagione  di  La seconda  è la prima  puntata    della  prima stagione   della serie (  6 stagioni  )  Peaky Blinders è una serie televisiva britannica ideata da Steven Knight. Ambientata a Birmingham tra il 1919 e il 1934, segue le gesta della banda criminale dei Peaky Blinders . La banda immaginaria è vagamente ispirata ad una vera banda di giovani omonima attiva in città dal 1880 agli anni '2nel periodo successivo alla prima guerra mondiale.
Sono  un po'  in  ritardo    visto che   La serie ha debuttato il 12 settembre 2013 su BBC Two ed è stata trasmessa fino alla quarta stagione, dopo di che è passata a BBC One per la quinta e la sesta stagione.Ma non uso o netflix da solo ed ai miei non piacciono ( salvo eccezioni ) le serie soprattutto quelle anglo americane soprattutto che E parlano d mafia e di criminalità .Promette bene, Essa è a metà strada tra : Gomorra ( comprende il film l'immortale e anche Gomorraq le origini ) , Breaking Bad ( compresi lo spin-off della serie intitolato Better Call Saul.incentrato sul personaggio di Saul Goodman, interpretato da Bob Odenkirk il film El Camino - Il film di Breaking Bad, incentrato sul personaggio di Jesse Pinkman ) e  Ray Donovan (  compreso il film ) serie televisiva creata da Ann Biderman per Showtime, trasmessa dal 30 giugno 2013.[1] La serie ha per protagonista Liev Schreiber nel ruolo di Ray Donovan.

dopo il caso del casco dello slittino l'ucrania fa ancora polemiche olimpiche Paralimpiadi, atleti ucraini non potranno indossare divisa perché raffigura mappa nazione


leggi anche 


L'uniforme scelta dalla delegazione di Kiev per sfilare ai Giochi invernali italiani, con la raffigurazione dell’intero territorio nazionale comprese le regioni oggi occupate, è stata respinta dagli organismi internazionali perché ritenuta non conforme ai regolamenti. Una decisione che riaccende le tensioni legate al conflitto e al principio di neutralità nello sport
Dopo le polemiche che avevano già accompagnato le Olimpiadi, anche l’appuntamento paralimpico di Milano Cortina si apre con un caso destinato a far discutere. La delegazione ucraina aveva presentato sui social l’uniforme pensata per la manifestazione: sul petto, la rappresentazione dell’intero territorio nazionale, comprese le aree al centro della guerra con la Russia, quindi anche Crimea e Donbass. La risposta del Comitato Internazionale Paralimpico è stata netta: quella grafica non è ammessa.
Il richiamo al regolamento
Secondo l’IPC, l’immagine del territorio rientra tra gli elementi vietati dal regolamento che disciplina l’abbigliamento degli atleti. Le norme proibiscono riferimenti che possano essere interpretati come messaggi politici o legati all’identità nazionale, inclusi slogan, testi di inni o simboli considerati divisivi. Una linea che punta a tutelare la neutralità della competizione, evitando che il campo di gara diventi spazio di rivendicazione.

La replica del comitato paralimpico ucraino
Durissima la reazione del presidente del Comitato paralimpico ucraino, Valeriy Sushkevych. Secondo il dirigente, la decisione impedirebbe all’Ucraina di presentarsi come Stato nella sua integrità territoriale, senza occupazioni. Parole che evocano apertamente il conflitto in corso e che trasformano una questione regolamentare in un nuovo capitolo dello scontro politico che attraversa lo sport internazionale dall’invasione russa del 2022.
Il precedente di Heraskevych



Non è la prima volta che un atleta ucraino si scontra con i divieti imposti dagli organismi olimpici. Ai Giochi invernali di Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, lo skeletonista Vladyslav Heraskevych aveva dovuto rinunciare a un casco che riportava i volti di sportivi e allenatori morti dall’inizio della guerra. In questo caso era intervenuto il Comitato Olimpico Internazionale, richiamando il divieto di espressioni politiche o di propaganda sul campo di gara.
Ansa/Getty

Cagliari Accuse di razzismo per la pasticceria “Chez les negres” «Cambieremo nome» Turisti francesi contro la storica pasticceria Il titolare: «I miei nonni emigrati dalla Tunisia»

 

 
Turisti francesi contro la storica pasticceria Il titolare: «I miei nonni emigrati dalla Tunisia» La fama consolidata non basta: in tempi di politicamente corretto anche l’insegna di una pasticceria storica, conosciuta da generazioni di cagliaritani, deve vedersela con la sensibilità post moderna.
Il caso
Così il nome “Chez le negres” finisce al centro di un caso sollevato da alcuni turisti francesi in visita nel capoluogo. Protestano anche ai piedi della torre Eiffel, dove un’associazione locale parla di razzismo. Colpa di quel “negres”: non va più bene, e il negozio di via Sonnino si è ritrovato nel tritacarne di Facebook. «Ci hanno etichettato come razzisti, siamo profondamente dispiaciuti. Non c’è alcun intento discriminatorio, anzi. Quando i miei nonni arrivarono dalla Tunisia erano loro “les negres“, nasce da qui il nome», spiega Salvatore Armetta, che insieme alla moglie Martina e alla zia Angela porta avanti la pasticceria diventata un’istituzione cittadina.
Intanto ha già tolto l’insegna perpendicolare a bordo strada, mentre respinge con fermezza ogni accusa. Ma medita persino un cambio nome per porre fine alla spiacevole vicenda.
Insegna contestata
L'eliminazione dell'insegna ovale con lo sfondo bianco e la scritta grande in verde “Chez les negres”, non è sicuramente passata inosservata. L’ha notato chi nella storica pasticceria che ha cresciuto generazioni di cagliaritani si serve da sempre. Se ne discute, anche nel giorno di chiusura, davanti all’insegna sul muro, dove la frase incriminata è stata ridimensionata e ora si legge appena. «Nessuno ci ha obbligato a sostituirla, è stata una nostra decisione dopo aver ricevuto diverse proteste da parte di turisti francesi. Probabilmente si sono sentiti offesi e hanno visto una connotazione razzista e discriminatoria che le assicuro non ci appartiene», ribadisce con tono gentile ma deciso Armetta. E per spiegare le sue ragioni torna indietro di oltre mezzo secolo.
«Fu mio nonno Mario Miceli, arrivato dalla Tunisia con nonna Aurelia e i figli Giovanni e Caterina, ad aprire la pasticceria nel 1964. Sempre lui scelse il nome». Ha funzionato per decenni senza problemi ma ora i tempi sono diversi. Anche Google si è messo di traverso. «È fortemente consigliato evitarne l’uso», avverte il motore di ricerca, spiegando che si tratta di un’espressione letterale spesso utilizzata in contesti storici o coloniali, ma considerata razzista e offensiva nella lingua francese contemporanea. Come d’altronde in quella italiana. «Capisco che al giorno d’oggi una scritta così possa sembrare offensiva – prosegue Armetta –, ma basta conoscere la storia di immigrazione della mia famiglia per comprendere che non c’è alcuna connotazione negativa tanto meno intenti discriminatori. Non appartenevano a mio nonno e sono sentimenti estranei a me, così come a tutta la mia famiglia».
Cambio del nome
La stessa insegna che anni addietro è riuscita persino a farsi spazio tra le prestigiose pagine del Gambero Rosso, e oggi finita al centro dell'attenzione per questioni sicuramente meno piacevoli della fama consolidata nel tempo. «Stiamo valutando attentamente la possibilità di cambiare il nome all’attività. Potrebbe diventare “Chez le noirs” e speriamo che almeno così si possano evitare eventuali nuove polemiche». Una piccola ombra in una storia di successo. Che sa di ricordi, di famiglia e di buono. Con nonno Mario che portò in città un tocco di internazionalità rivoluzionando l’offerta locale, mixando sapientemente la pasticceria francese con quella italiana, e unendo un tocco di Tunisia. L’auspicio dei titolari è che il polverone mediatico finisca in fretta, anche a costo di cambiare nome. «Ma nessuno ci dica che siamo razzisti per un’insegna perché non è vero. La nostra storia parla per noi».        

respiro di L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort

 


Non c’è fretta, davvero.
Non serve stringere i denti.
A volte la cosa più giusta
è fermarsi
e respirare.
Lasciare andare l’aria vecchia,
fare spazio dentro,
ricordarsi che si è vivi
anche così.
Un respiro alla volta.

Il padre gli disse "Niente laurea, niente rugby". Ora Maro Itoje lotta contro il razzismo, mette in discussione vecchie tradizioni, e sabato sfiderà l’Italia al Sei Nazioni






"Non puoi allenarti come Tarzan e vivere come Mick Jagger": Itoje, dottore, poeta e capitano inglese
Il padre gli disse "Niente laurea, niente rugby". Ora lui lotta contro il razzismo, mette in discussione vecchie tradizioni, e sabato sfiderà l’Italia al Sei Nazioni
Francesco Palma
2 marzo - 12:12 





Maro Itoje è uno che ci mette la faccia. Sempre. Lo fa quando l’Inghilterra, di cui è capitano, da favorita del Sei Nazioni finisce a lottare per non arrivare ultima. Lo fa quando bisogna parlare di razzismo, di politica, di temi davvero importanti (“Non sono solo un rugbista, quella è solo una parte di me”). Lo fa anche a costo di mettersi contro i tifosi, di mettere in discussione tradizioni storiche del tifo e del rugby inglese. Itoje non è mai stato come gli altri, ma allo stesso tempo non ha mai voluto distinguersi per forza, per necessità: è semplicemente questo. Da un anno è il capitano dell’Inghilterra che sfiderà l’Italia sabato, è un giocatore simbolo della Nazionale (esordio nel 2016 a 21 anni) e un elemento fondamentale in campo, con le sue braccia da piovra e i suoi 2 metri per 115 kg che non gli impediscono però di essere elastico e dinamico. Ma è anche un simbolo della lotta al razzismo (“anche dopo aver esordito andavo in alcuni supermercati e mi scambiavano per un dipendente, e questo succede a molti neri. E per i neri la strada è sempre più insidiosa”), un amante della cultura, appassionato di quadri e di poesia, e un uomo che porta avanti le sue idee a testa alta e a schiena dritta. In campo e fuori.

Con uno degli interventi più surreali nella storia della diplomazia mondiale, Melania Trump, moglie di Donald e first lady Usa, ha presieduto una riunione del Consiglio di Sicurezza Onu in nome e per conto degli Stati Uniti d’America.

  sempre  più   incredulo  della   .....  faccia  tosta      di Trump  e  famiglia    leggo      

 da lorenzo Tosa       



Con uno degli interventi più surreali nella storia della diplomazia mondiale, Melania Trump, moglie di Donald e first lady Usa, ha presieduto una riunione del Consiglio di Sicurezza Onu in nome e per conto degli Stati Uniti d’America.
Non era mai successo nella Storia dell’Onu.
Il tutto di fronte a una platea incredula, senza mai citare neanche per una volta l'attacco di suo marito in Iran in violazione di ogni diritto internazionale, non una parola sul “Board of Peace” di cui suo marito si è auto-nominato Presidente per l’eternità e che si propone di controllare e di fatto sostituire le stesse Nazioni Unite.
Melania Trump ha parlato di bambini nelle guerre - giuro, non è uno scherzo - mentre suo marito sta bombardano civili con uno che ne ha ammazzati 20.000 solo negli ultimi due anni a Gaza.
Ha parlato del ruolo dell’intelligenza artificiale nell’educazione.
E infine - tenetevi fortissimo - ha parlato di “pace”, mentre a Iran cadono le bombe e Israele sta invadendo il Libano.
Quando un giorno gli storici ricorderanno tutto questo, le colpe immani di questi due criminali di guerra, scriveranno che negli stessi minuti la moglie di uno di loro era all’Onu a (stra)parlare di pace.
Sipario.

Manca solo la moglie di
 Benjamin Netanyahu, siamo apposto


2.3.26

SANREMO, CINQUE SERATE DI NULLA COSMICO: ANCHE LE POLEMICHE SI ANNOIANO.,Sal, patria e famiglia: è il Festival “del popolo” La vittoria di Da Vinci tra ipertrash e cacche equine

 
<<Ma che cos'è questo nulla ?>> <<È il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo ,be' io ho fatto per aiutarlo>> <<ma perché >><<perché è più facile dominare chi non crede e questo è il modo più sicuro di conquistare il potere >> . Micheal ende la storia infinita

  da  il  Fatto quotidiano   2\3\2026 

SANREMO, CINQUE SERATE DI NULLA COSMICO: ANCHE LE POLEMICHE SI ANNOIANO

BOCCIATI

OLTRE LE GAMBE C’È DI PIÙ. Siamo sempre lì, le donne sono specie protetta all’ariston. Le conduttrici del tremendo Prima Festival - Ema Stokholma, Carolina Rey e Manola Moslehi – vengono ribattezzate “Charlie’s Angels”: naturalmente il boss è Carlo Townsend. Le cantanti in gara sono dieci su trenta (non esattamente una rappresentazione reale della società), Francesca Lollobrigida è “la mamma d’oro delle Olimpiadi”, Irina Shayk presenza ornamentale, un magnifico manichino. La Rai ha il coraggio di dire che la top model russa è una citazione, “un elemento di classicità del Festival nel primo anno senza Baudo, un riferimento a quello che Pippo portava nei suoi festival”: l’eccitazione della valletta che fu. Per fortuna, nella serata finale, Giorgia Cardinaletti porta sul palco un’immagine di donna che non ha bisogno della gerarchia tra gli aggettivi intelligente e bella.

PUCCI, PUCCI SENTO ODOR DI… Anche le polemiche si sono arrese, troppa noia. L’unica degna di nota è stata l’autoeliminazione del comico Andrea Pucci trasformata in “censura” grazie a una ridicola operazione di propaganda governativa. Hanno cercato di farlo rientrare dalla finestra in tutti i modi: La Russa gli ha telefonato e niente. Poi ha fatto un video in cui intimava a Conti di trovare un modo per farlo esibire a Sanremo, e niente: Pucci si è intestardito nell’autocensura. A parte questa pagina vergognosa per le nostre già malridotte istituzioni, il coté comico di Sanremo è stato un mezzo disastro, da Siani all’altra Laura interpretata da Vincenzo De Lucia. Si migliora nelle ultime due serate con il pur già visto Lapo Pantani e Nino Frassica, sempre una garanzia.

LA ”REPUPPLICA” E LE BANANE. Una delle migliori topiche la fa in onda Conti quando manda “un abbraccio all’incidente di Milano”. Fuori onda vince il premio delle gaffe (l’unico che ancora non c’è) il direttore in rima Di Liberatore che dà in numeri e i picchi d’ascolto alle 25.15. Extra Festival c’è il solito Salvini, ministro affetto da “logorria” (conio di Laura Pausini). Salvini ha fatto i complimenti a Ermal Meta per come parla bene l’italiano, “perfetto esempio di integrazione”. Ma Ermal, cittadino italiano, vive nel nostro Paese da 30 anni. E poi: Laura Pausini gattona sexy improvvisa una battuta un siparietto sul microfono (“Prima me l’avete messo qua, adesso ce l’ho in mano”). Sempre più Iva Zanicchi. Restando in zona genitali, una regia troppo spesso sciatta e distratta, ha inquadrato prima del tempo Raf mentre si ravanava le pudenda in attesa di scendere le scale. L’errore perdonabile è quel “Repupplica” apparso durante la celebrazione degli 80 anni del referendum istituzionale; imperdonabile invece lo sbianchettamento della foto storica dell’unità con la scusa della pubblicità occulta.

PROMOSSI

CANZONI INTONATE. La musica che gira intorno è in generale mediocre (compreso l’incommentabile Max Pezzali da villaggio turistico sulla nave). Ma ci sono stati anche (pochi) momenti belli, che resteranno. Achille Lauro ha illuminato l’ariston con un omaggio ai ragazzi di Crans-montana. “Perdutamente”, che aveva accompagnato il funerale di una delle vittime della strage di San Silvestro, lascia il segno anche per il garbo. “Se la musica può far star bene anche una sola persona, è un dovere” ha detto Lauro parlando della mamma di Achille. Tiziano Ferro ha fatto il suo, come Eros Ramazzotti insieme ad Alicia Keys. Tra tutte le performance di Laura Pausini, la migliore è “Heal the World” di Michael Jackson, con il Coro dell'antoniano e il Coro di Caivano, sul ledwall la scritta “Make Music Not War”. A chi le chiedeva se non poteva fare, o dire, di più, ha risposto bene: “Finché per alcuni sarò solamente una cantante italiana che va in Sud America e non un’artista che utilizza la voce per dire delle cose, nulla basterà mai. Il messaggio è stato dato attraverso la canzone, avremmo potuto anche non dire niente”.


Sal, patria e famiglia: è il Festival “del popolo”

La vittoria di Da Vinci tra ipertrash e cacche equine

FOTO LAPRESSE
Ariston Sal Da Vinci vincitore del Festival sul palco di Sanremo

Sal, Patria e famiglia. Nel Festival cimiteriale in cui Pippo presenta, le mamme sono in cielo (o ballano con i figli) e i filmati delle divinità Vanoni e Battisti surclassano i contemporanei, Da Vinci è una botta di vita per gli strapaesani. È “la vittoria del popolo”, di quelli “venuti dal basso”, sottolinea lui: che ha cominciato a lavorare a 7 anni e si è preso il Festival dopo infinite “cadute e salite ripide”, la nascita a New York che fa tanto Merola e lacreme napulitane, il primo bacio alla moglie Paola a Posillipo più di 40 anni fa (“grazie a lei sono sopravvissuto nella tana dei lupi”), ora il premio da dedicare alla sua città e condividere con Geolier: “Anche lui viene dalla gente e qui a Sanremo aveva lasciata incompiuta la sua opera”. I lazzari felici, i masanielli hanno infine conquistato la Riviera: due anni fa la Sala Stampa pro-angelina Mango impallinò il rapper, sabato ha invece spianato il traguardo a Salvatore Michael Sorrentino ai danni del talentuoso italotunisino Sayf, un Ghali che non se la tira. Nel brano del rampollo della scuola genovese trovi alluvioni, G8, bossoli e la scesa in campo del Cav: Tu mi piaci tanto è uno sbarazzino nuovo inno per l’opposizione. Sayf ha vinto il

‘‘ 2027 De Martino ‘Per sempre al comando: sì’? Sul sarà “scortato” dall’ex uomo referendum chiave di Sony non parlo, fake news che io voti No

’’televoto (26,4%) su Da Vinci (23,6%), ed è finito secondo per un niente: 22,2 a 21,9, lo 0,3% di differenza nel combinato disposto dei suffragi. Le giurie degli addetti ai lavori – Stampa, Tv, Radio e Web – si sono espresse per la vorticosa Ditonellapiaga (arrivata terza precedendo la disneyana Arisa) pur di non mandare in orbita i malmostosi Fedez & Masini, che hanno rotto i cabbasisi con la loro eterna carogna sulla schiena. Nel tourbillon dei calcoli incrociati il trofeo se lo è perciò aggiudicato l’ipertrash di Pe r sempre sì, perfetto slogan per una campagna referendaria telemeloniana malgrado Da Vinci giuri di non essersi mai esposto sul tema: “Voterò No? Fake news”. Il cantante esporterà il pezzo nella tenzone dell’eurovision il 16 maggio a Vienna. A 57 anni, dopo il terzo posto del 2009 e l’hit Rossetto e caffè si è insediato sul gradino più alto del podio con un tarantellone postmelodico in cui giura fedeltà coniugale con una foga sospetta, e quel pugno sbattuto sul palmo, guai a chi dubita, stu cazz de anell’ al dito è un sigillo per la vita. Uno statement valoriale in un tormentone partenodance. Con Sal gioisce l’amuleto Verdone, che lo aveva ingaggiato in una particina in Troppo forte :e l’anno scorso il regista era stato oracolare con Lucio Corsi. Illo tempore, Da Vinci finì persino sul lettone di Putin: nelle intercettazioni del Cav con Patrizia D’addario il sottofondo era Zoccole dal musical Scugnizzi… c’era una volta, in cui lavorava il Nostro. Ok, non è colpa dei cantanti se il ritornello talvolta agevola, diversamente da quanto accaduto in questo ammosciante Festival 2026: gli ascolti della finale certificano la depressione nazionale: 11 milioni di spettatori e 68,8% di share a fronte dei 13 milioni e del 72,7 del 2025. La Rai può gioire per la raccolta pubblicitaria: 72 milioni di euro, +10%; ma ora che il sole è tramontato su Carlo V (in scena ne ha infilzate di battute storte, dall’“abbraccio all’incidente” di Milano venerdì alla richiesta alla moglie, “per gelosia”, di non comprare certi jeans, prima di ospitare Cecchettin) sarà dura veder spuntare il giorno con Stefano De Martino, investito in diretta da Conti (“Ho voluto io l’annuncio”) del doppio ruolo di conduttore e direttore artistico 2027. E il 36enne ex ballerino, in ascesa come showman, sulle scelte del cast rischia il frontale. Dunque, avrà al fianco “una squadra”, spiega il responsabile intrattenimento Prime Time Williams Di Liberatore precisando comunque che “le canzoni non sono l’unico ingrediente del Festival”: al centro del “progetto collettivo” opererà da consulente-direttore musicale Fabrizio Ferraguzzo, manager dei Maneskin, ex uomo chiave Sony, talmente ammanicato con i potentati discografici da garantire la blindatura (o lo stritolamento?) per De Martino, protégé di Arianna Meloni. A proposito: la first sister è grande amica di Veronica, la moglie di Bocelli, arrivato all’ariston in sella al cavallone “Caudillo”, scacazzante sul carpet. Un incaricato provvedeva alla ripulitura a mani nude. Sign o’ the times.

Scuola e musica Olbia, quando il rap diventa inclusione: il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, che abbatte le distanze entra in classe

Una  prova  che la  musica  rap   non è  solo  testi   :  violenti  ,  edonistici  , misogeni  , ecc  ma anche   rottura di barriere 
Una  risposta a chi : << Per tutte le banalità  la  nuova  sardegna  fa  unn articolo  !!! >> . 


La scuola elementare di via Vignola (Quarto circolo) a Olbia








Olbia
Una canzone che parla di disabilità, amicizia e sostegno reciproco entra in aula e si trasforma in un percorso educativo strutturato. Accade tra il Quarto Circolo di Olbia e il Liceo Scientifico di Ozieri (indirizzo scienze umane), dove il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, è diventato il punto di partenza di un’esperienza di dialogo tra realtà scolastiche diverse. Ma il valore dell’iniziativa non si esaurisce nell’ascolto del brano. “Dentro di te” diventa infatti parte di un percorso educativo più ampio, in cui la musica si trasforma in occasione di crescita e confronto. «La scuola, nella sua essenza più profonda, è il luogo privilegiato nel quale si costruiscono ponti tra persone, storie e generazioni differenti», sottolinea la docente di sostegno del 4° circolo Rosella Cau, che ha accompagnato e valorizzato l’iniziativa. Un ponte nato quasi per caso, da una semplice condivisione, e diventato un percorso capace di annullare distanze geografiche e anagrafiche. Per Rosella Cau l’obiettivo è chiaro: «Trasformare un linguaggio vicino ai ragazzi, come il rap, in occasione di riflessione autentica. La musica è uno strumento potentissimo perché parla direttamente alle emozioni, ma il compito della scuola è quello di accompagnare quell’emozione verso la consapevolezza. Il testo è stato analizzato come una poesia contemporanea, scomposto, discusso, riletto insieme, diventando filo conduttore di un lavoro sul rispetto delle fragilità, sulle potenzialità di ciascuno e sul valore concreto della solidarietà». Non si è trattato solo di comprendere le parole, ma di interrogarsi sul loro significato nella vita quotidiana. «Educare – evidenzia ancora la docente – significa aiutare i ragazzi a riconoscere l’altro, a mettersi nei suoi panni, a capire che ogni fragilità può trasformarsi in una risorsa se sostenuta da una comunità attenta». In questa prospettiva, la classe diventa uno spazio in cui ciascuno può sentirsi visto e ascoltato, e dove la diversità non è un ostacolo ma un’occasione di crescita reciproca. «Non solo ascolto, dunque, ma consapevolezza. Non solo emozione, ma educazione. Le relazioni, gli affetti, l’amicizia non finiscono con la conclusione di un percorso scolastico – evidenzia ancora Rosella Cau – ma diventano più forti e consapevoli quando sono radicate nel nostro modo di pensare». È questo il messaggio che la scuola vuole consegnare agli alunni: la rete che si costruisce tra i banchi può diventare un paracadute capace di attutire le cadute della vita. Il 25 febbraio il Quarto Circolo ha ospitato l’autore del brano e la compagna che lo ha ispirato, coinvolgendo le classi quinte della sede di via Vignola in un momento di confronto. «Non una celebrazione, ma un’occasione per rileggere i cinque anni trascorsi insieme, interrogarsi su quanto ciascuno abbia saputo donare agli altri e rafforzare la convinzione che nessuno debba sentirsi solo. In questo senso, la musica è l’inizio di un cammino condiviso. Il vero protagonista è il percorso educativo che ne è scaturito: una scuola che costruisce ponti, che educa all’empatia e che insegna – prima ancora delle nozioni – il valore dell’inclusione».
Infatti esso sempre secondo la nuova sardegna  del 2\3\2026

Olbia
Una canzone rap che parla di disabilità, amicizia e sostegno reciproco entra in aula e si trasforma in un percorso educativo capace di lasciare un segno profondo. È accaduto al Quarto circolo di Olbia, dove il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, è diventato il cuore
di un'esperienza di dialogo tra scuola primaria e liceo scientifico di Ozieri.



L'incontro, che si è svolto nella sede di via Vignola, guidato dalla dirigente Francesca Demuro, ha visto protagonisti i bambini delle classi quinte A, B, C,D, Ge H e due studenti del liceo scientifico di Ozieri,
Francesco e Antonietta, accompagnati dalla professoressa Stefania Pischedda in rappresentanza del dirigente scolastico Andrea Nieddu.
L'iniziativa ha riscosso grande partecipazione ed entusiasmo, trasformando una semplice lezione in un momentodi confronto autentico e coinvolgente. Il testo della canzone rap è stato analizzato come una poesia contemporanea:letto, scomposto, discusso e rielaborato insieme. Non un ascolto passivo, ma un lavoro strutturato sul rispetto delle  fragilità, sulle potenzialità di  ciascuno e sul valore concreto
della solidarietà. «La scuola,nella sua essenza più profonda, è il luogo privilegiato nel quale si costruiscono ponti tra persone, storie e generazioni differenti», sottolinea la docente Rosella Cau, che ha accompagnato e valorizzato il progetto. «Un ponte nato da una condivisione e diventato un percorso capace di annullare distanze geografiche e anagrafiche. Attraverso un approccio trasversale, che ha
preso spunto anche da un brano scritto dallo stesso Arcadu e dedicato alla compagna di classe Antonietta Carroni, i ragazzi si sono impegnati in un dibattito aperto e partecipato.I ricordi dei cinque anni trascorsi insieme, le amicizie costruite, il senso di appartenenza,la fiducia e la generosità sono diventati il filo conduttore di una riflessione collettiva intensa e sentita. Sorrisi, occhi lucidi e interventi spontanei
hanno raccontato meglio di qualsiasi parola il successodell'iniziativa. La musica è uno strumento potentissimo perché parla direttamente alle emozioni --- spiega Cau ---ma il compito della scuola è ac-
compagnare quell'emozione verso la consapevolezza». Edè proprio ciò che è accaduto: non solo emozione, ma educazione. Non solo ascolto, ma crescita. Il momento musicale ha suggellato l’esperienza. 
Cantare “Dentrodi te” tutti insieme, a tempo di rap, si è trasformato in un rito liberatorio e in una promessa simbolica di “amici per sempre”, anche quando le strade si divideranno con il passaggio alla scuola secondaria.
La lezione interattiva sul rispetto delle unicità e delle diversità non è stata soltanto un'attività didattica, «ma un esempio concreto di educazione emotiva e civica capace di lasciare un'impronta dura tura nel cuore e nella mente degli alunni. Un'esperienza riuscita --- ha chiuso Rosella Cau --- , che ha dimostrato
quanto il dialogo tra ordini di scuola diversi possa diventare occasione di crescita reciproca e quanto il rispetto delle differenze sia il terreno su cui costruire una società più aperta, flessibile e consapevole ».



  
 





da osilo al Mississippi il viaggio blues del musicista blues Francesco più

 ecco un esempio  d'identità  aperta   altro che quella  chiusa  dei sovranisti