L'australiano Matt Brumby con il cane WIllowRiley e l’amore inatteso di Carina Edlingerova

Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
L'australiano Matt Brumby con il cane WIllow
L’ingegner Sebastiano Maccioni (chiamatelo «Bustianu», per carità!) è nato a Nuoro il 4 novembre 1918. Ma siccome quel giorno era finita la Grande Guerra ed erano tutti in festa, suo padre riuscì a registrarlo in Comune soltanto il 9. Nel salotto della sua bella casa in centro, dove vive da solo (due donne si alternano per le pulizie e per lasciargli il pranzo pronto), ripassa con gusto oltre un secolo di vita, mentre la figlia Annamaria videoregistra la nostra conversazione a beneficio del fratello e delle sorelle che non vivono qui. Fino a un mese fa ogni mattina alle 8.15
il suo giovane amico Simone Prina (89 anni suonati) lo veniva a prendere in macchina per andare al bar Cambosu per un’ora di chiacchiere e compagnia. Poi un ginocchio lo ha tradito e adesso, per sentirsi più sicuro, si muove con «l’andarino», un deambulatore con cui non riesce proprio a fare amicizia.Ingegnere, lei però non ha smesso da tanto di guidare.«Ho smesso nel 2023, a 104 anni e dieci mesi. Potevo guidare la mia 600 solo in città».
A che ora si sveglia?
«Dormo almeno sette ore. Prima delle 7 una signora mi porta due quotidiani nazionali, così quando mi sveglio li trovo già pronti da leggere. I due regionali, invece, li sfogliavo al bar: ora sull’ipad».
Che dieta segue?
«Da decenni la mia colazione consiste in una tazza di yogurt fatto in casa, con una zolletta di crusca. Più tardi, mangio la frutta. A pranzo alterno pesce surgelato e carne di pollo con verdure. A cena un pezzetto di Dolcesardo con il pane carasau».
Come passa la giornata?
«Fino a tre anni fa facevo giardinaggio qui a casa. Adesso passo il tempo leggendo. Dopo i giornali, ci sono i miei amati libri di astrofisica: mi appassionano i buchi neri. La sera vedo i talk politici e, se lo trasmettono, un bel western con John Wayne».
La scoperta che l’ha più affascinata nell’ultimo secolo?
«L’elettricità. Quando ci hanno dato la possibilità di fare un impianto elettrico a casa, avrò avuto 12 o 13 anni e mi è rimasta per tutta la vita la meraviglia di quando toccavamo l’interruttore e si accendeva la lampadina».
Prima come facevate?
«Usavamo le candele steariche, mentre in soggiorno c’erano quelle a petrolio. Usavamo
l’acqua del pozzo per lavarci e per cucinare e per bere quella della fonte: l’acqua corrente è arrivata nel 1928».
Il mestiere di suo padre?
«Era agricoltore e allevatore. A 8 anni, in campagna, mi diede il compito di innaffiare l’orto con mio cugino. Prendemmo la malaria: lui morì, io mi salvai dopo tanti mesi. Persi un anno di scuola, ci curavano con il chinino».
Da bambino con cosa giocava?
«La strada era la nostra palestra, con la terra battuta e la ghiaia. Avevamo una palla di stracci. Poi un giorno una zia che aveva un negozio di alimentari mi regalò un pallone di plastica ricevuto in omaggio da un’azienda. Per noi fu una festa. Finché Jubanne «Porcheddu» Sanna, che abitava nella piazza, esasperato dalle nostre grida, non prese la palla, estrasse dalla tasca il coltello a serramanico e lo tagliò. Per dispetto noi gli impedimmo di riposare tranquillo per più di un mese». Quanti fratelli eravate? «Dieci. Siamo rimasti in due: io e il mio fratellino Antonio, che ha appena compiuto 104 anni. In due abbiamo quattro lauree: io Matematica e Ingegneria civile e lui Chimica e Farmacia».
Come riuscì a studiare?
«Finite le elementari il mio destino era la campagna. A Nuoro c’era solo il ginnasio e mio padre, che si era accorto di quanto amassi leggere, mi spiegò con dispiacere che non avrebbe potuto mandarmi all’università e quindi era inutile iscrivermi a un liceo». E invece?
«Per mia fortuna aprirono le magistrali: era ottobre e dalla campagna tornai felice a Nuoro per diventare maestro. La mia passione, però, era la matematica. Così, dopo il diploma, studiai da privatista con i soldi delle ripetizioni che davo, per prendere la maturità scientifica a Cagliari. Lì mi iscrissi in Matematica».
Lei, tuttavia, è ingegnere.
«Intanto, dopo tre anni a Matematica, scoppiò la guerra e fui chiamato alle armi. Feci la scuola di sergente in Sardegna e quella per ufficiali a Pavia».
Il ricordo più nitido?
«A Civitavecchia, in attesa di rientrare in Sardegna, ci fu il bombardamento che rase al suolo la città e il porto. Avevo un soldato vicino e gli gridai di correre con me sotto le travi, per metterci al riparo. Lui replicò che un posto valeva l’altro. Quel poveretto è morto sotto le macerie, io mi salvai senza un graffio».
Finita la guerra si laurea.
«Prima in Matematica. E cominciai subito a insegnare alle magistrali, matematica e fisica. Come reduce, mi permisero di iscrivermi a Ingegneria mineraria. L’ultimo anno lo frequentai a Pisa, con il mio amico Fausto Moncelsi. Ci siamo laureati insieme il 10 dicembre del ‘47. L’anno scorso l’ateneo mi ha conferito l’ordine del Cherubino. Alla discussione della tesi avevo preso 110. Quel voto fu fondamentale, anni dopo, per ottenere l’incarico della progettazione e direzione dei lavori del tronco della 131 che collega Cagliari e Olbia, nel tratto da Nuoro-pratosardo a Marreri: ci sono 17 viadotti, uno è alto 72 metri».
Cos’ha pensato quando è crollato il Ponte Morandi?
«Quello era un ponte sospeso. Mi dispiace per Morandi, che era uno dei più grandi professori di Scienza delle costruzioni, ma secondo me l’errore tecnico che ha commesso è di aver rivestito i tiranti di calcestruzzo. Così si sono arrugginiti senza che nessuno se ne accorgesse».
Quando ha fatto l’ultimo collaudo?
«L’ho firmato a 92 anni: era il collaudo della fognatura del Comune di Lotzorai».
Tra i tanti che ha conosciuto chi l’ha più emozionata?
«I senatori sardisti Luigi Oggianu e Pietro Mastino. E poi il presidente della Repubblica Antonio Segni. Cossiga era troppo interventista».
Va ancora a votare?
«Sempre! Mi sono già organizzato per il referendum: un ragazzo verrà a prendermi e mi porterà al seggio. Si potesse, darei mille sì: separare le carriere è sacrosanto».
Al referendum del 1946 votò Monarchia o Repubblica?
«Repubblica, ci mancherebbe! Io sono antifascista e sardista. E mi sono impegnato a Nuoro: sono stato assessore per i Lavori pubblici e consigliere comunale».
Ricorda il giorno in cui ha conosciuto sua moglie?
«Certamente. Eravamo in vacanza al Monte Ortobene (dista 6-7 chilometri da Nuoro, ndr). La sera noi giovani ci trovavamo nella veranda di un amico, dove ballavamo con un vecchio grammofono. Tra me ed Elena è stato amore a prima vista. Ci siamo sposati il 19 novembre 1949. Abbiamo avuto 4 figli, tre femmine e un maschio. Ho 3 nipoti e una pronipote. Purtroppo mia moglie se n’è andata troppo presto, nel 2007, a 85 anni».
Ogni tanto ci pensa alla morte?
«Ci penso, sì. L’importante è che non se ne vada via prima il mio cervello».
da non sologossip.it
“Cara Sabrina, quello che sto per scriverti ti sembrerà forse impossibile, ma io ti voglio bene come voglio bene a Sarah. Credo di essere stata per te una buona zia. Comunque sia, ripeto non ti ho mai odiata, ma ho odiato invece quello che hai fatto. Quello che tu hai fatto a Sarah, alla mia bambina Sarah, alla tua cugina Sarah, quella che tu dicevi di voler proteggere, quella a cui dicevi di volere bene come una sorellina più piccola: Sarah che è morta, uccisa, in quella casa, nella vostra casa. Anche se tu e tua madre, mia sorella Cosima, vi proclamate innocenti, e anche se davvero foste innocenti, una cosa vale per me e per tutti: mia figlia Sarah quel giorno è venuta a casa vostra, fidandosi di voi, fidandosi di te che la dovevi portare al mare.Non posso dimenticare che tuo padre Michele, per nascondere il delitto, ha gettato il corpo di Sarah in un pozzo, buttando via la mia bambina come se fosse stata un rifiuto, e lasciando a me, a suo padre e a suo fratello, per quarantuno giorni strazianti, la crudele illusione che Sarah fosse ancora viva chissà dove”.
Una lettera che risale a più di 10 anni fa, ma che ci insegna ancora oggi nel 2026, quanto la dignità umana non sia qualcosa impari con esercizio, ma la si ha e basta, proprio come Concetta, donna di valore che non smetterà mai di combattere per scoprire la verità anche se in realtà non c'è più niente da scoprire visto che il caso è chiuso
capisco fare propaganda e demagogia elettorale ma qui si supera il limite e si fa sciacallaggio .
da il fatto quotidiano 15\3\2026
Il bastone coi decreti e le leggi. La propaganda al contrario, sfruttando cinicamente tutti i social, quando la cronaca si presta ad attaccare con acredine i giudici. Vedi il decreto Caivano con la galera per due anni contro i genitori che non mandano i figli a scuola. Ma poi la premier Meloni chiede al Guardasigilli Nordio, che subito esegue, di mandare gli ispettori contro i giudici della “Casa nel bosco” che si sono mossi esattamente nello spirito del decreto Caivano e hanno tolto i tre figli ai genitori che non li mandavano a scuola.La prima inquilina di Palazzo Chigi dice e si contraddice.
È la prima a chiamare la madre del piccolo Domenico che muore all’ospedale Monaldi di Napoli perché i medici hanno commesso errori col cuore da trapiantare. Ma giusto il 7 gennaio, in tutta fretta, il suo ministro agli Affari europei Tommaso Foti ha incassato la nuova legge sulla Corte dei conti che lega le mani ai giudici contabili e “protegge” proprio il medico che sbaglia, perché lo Stato pagherà direttamente il malcapitato per l’errore, ma non potrà rivalersi su quel medico che ha sbagliato.
Succederà pure, semmai vincesse il Sì sulla separazione delle carriere, che Meloni e Nordio, di fronte a un errore del pm, gli rimprovereranno magari di non avere l’esperienza del giudice?MA LA CRONACA impietosamente dimostra che gli errori fatti vengono a galla. La sezione pugliese della Corte dei conti il 25 febbraio ha messo sul piatto della Consulta giusto la legge Foti contestando queste tre righe: “Non costituisce colpa grave la violazione o l’omissione determinata dal riferimento a indirizzi giurisprudenziali prevalenti o a pareri delle autorità competenti”. Se fosse accertata la responsabilità “per colpa grave”, lo Stato risarcirebbe con soldi pubblici i genitori di Domenico, ma non potrebbe chiedere ai medici, grazie alla legge Foti, di versare la somma. Perché sparisce la “colpa medica”, paga lo Stato, e piglia i soldi dalle nostre tasche.Se ne dimentica la propaganda del Sì al referendum diFDI e Comitato Zanon che su Fb piazza due foto: in una c’è pure un medico con lo stetoscopio al collo (paga se sbaglia), dall’altra le toghe (non pagano). Tutto falso. Perché, proprio grazie al meloniano Foti, i medici non pagheranno più.CHE LA LEGGE Foti fosse sciagurata l’ha detto subito il presidente della Corte dei conti, Pasquale Daddabbo: “Dobbiamo applicare la legge, anche quella che può apparire irragionevole, essendoci gli strumenti per sollevare dubbi circa la coerenza delle norme con i principi costituzionali”. Le25 pagine dei giudici contabili pugliesi, firmate dal presidente Antonio D’amato e dal giudice estensore Andrea Costa, dimostrano con una storia vera quale danno possa fare la legge che protegge chi sbaglia. In questo caso, i medici.Il nostro medico si chiama Amedeo Ricci. È stato condannato dalla Corte dei conti a pagare 117.848,40 euro, oltre interessi, rivalutazione e spese di giudizio, a titolo di risarcimento dei danni per un caso di “mal practice medica”. Soldi versati dalla Asl di Taranto. La vittima era l’avvocato Nicola Monticelli che il 9 novembre 2016 viene ricoverato all’ospedale Giannuzzi di Manduria per una sindrome da conflitto della spalla destra e subito “sottoposto all’intervento chirurgico di osteotomia dell’acromion, sutura della cuffia dei rotatori con ancoretta metallica e artrodesi acromion-claveare con due fili di Kirshner”. Il malcapitato però lamenta subito “gravissimi danni alla salute” e si rivolge al Tribunale civile di Roma. Dal giudizio esce vincitore e gli viene riconosciuto un danno per quasi 118 mila euro. La Corte dei conti ritiene che l’esborso patito dallo Stato sia da ricondurre “alla condotta gravemente colposa” del medico. Un’operazione fatta “a cielo aperto anziché in artroscopia”, con una tecnica “ormai obsoleta”. Il medico è “responsabile a titolo di colpa grave per il danno patito dalla Asl di
dalla trama o cenni d'essa del suo ultimo romanzo su
(illibraio.it) di fFebbraio-2026_web.pdf
Francesco è un ragazzo bello, incorreggibilemente bugiardo, pieno di vita. Diventerà un uomo dal fascino sfrontato e irresistibile, un seduttore, un giocatore d’azzardo che crede nella fortuna amica, un disertore, un fuggiasco. Teresa, al contrario, è nata in una «via di pezzenti», grandi occhi scuri e spalle esili ma volontà di ferro. Diventerà una studentessa serissima, la sola del suo cortile a diplomarsi, una giovane donna che tiene a bada i propri sogni. I due non potrebberoe dal suo sito ufficiale
“Aveva l’impressione che il mondo intero avesse trattenuto il fiato per vent’anni, e che solo quella notte avesse ripreso a respirare“
Una famiglia che si crede fortunata. Un padre insegnante, che ha sempre a che fare coi giovani. Una madre infermiera, abituata a prendersi cura degli altri. Hanno due figlie e desiderano un maschio, che infine arriva. Tutto va per il meglio, o così sembra.
È attraversando l’età oscura dell’adolescenza, però, che il figlio, questo ragazzo all’apparenza senza nome, buono e gentile eppure sfuggente, nascosto dal cappuccio della felpa, inizia a commettere infrazioni via via sempre più gravi. Nel suo rifugio, una capanna tra gli alberi, pare condurre una vita segreta. Gli piace stare per conto proprio, nient’altro, in fondo è solo un ragazzo. Oppure no? Sarà una notte d’estate del 1989 a rendere quella domanda l’unica a cui cercare risposta.
“Solo un ragazzo” è uscito in Italia nel 2020. Nel 2022, uscirà in Gran Bretagna e Francia.
Ma sopratutto dalle recensioni eccetto ( quella Alessandro Baricco in quanto proviene ed è docente presso la Scuola Holden di Torino ) :
«Molta maestria, molto controllo, ma anche molta
autenticità che preme.»
Alessandro Baricco
«Una scrittura sapiente e con un raro senso
della misura.»
Nicola Lagioia
«Polvere da sparo narrativa. I suoi personaggi
non solo sono vivi, ma danzano.»
Marco Missiroli
«Fatti da parte, Ferrante: è arrivata una nuova Elena.»
The Independen di Baric
sembra di si
da https://www.sardiniapost.it/culture/
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Residenze d’artista, falegnamerie autocostruite, spazi di lavoro condivisi, laboratori per bambini: in Gallura il ritorno di diversi giovani e la riscoperta della vita rurale diventano dispositivo creativo e comunitario, capace di intrecciare memoria e contemporaneità.
di Andrea Tramonte
‘Neo-stazzismo‘ è una formula che non richiama il ritorno a un passato romantico e idealizzato ma indica il tentativo di aggiornare in chiave contemporanea lo spirito degli insediamenti rurali che per secoli hanno scandito paesaggio e vita quotidiana in Gallura. Recuperandone alcuni aspetti cruciali: collaborazione, prossimità, mutua assistenza. “La vita negli stazzi non può esistere più come un tempo, quando ci si spostava a cavallo – spiega Giacomo Cossu, architetto -. Ma possiamo autoprodurre il nostro tempo, le nostre interazioni, perfino il nostro divertimento”. È da questa intuizione che prende forma Cocò, associazione di promozione sociale che lavora sulla riattivazione urbana e culturale dei piccoli centri della Gallura. Come spazio è un coworking che ha sede ad Aggius, ma sul piano immateriale rappresenta una serie di relazioni, idee e progetti che
si muovono lungo quella che si potrebbe definire quasi una piccola “città-territorio”, una comunità diffusa che condivide storia, valori e orizzonti di vita. “L’idea nasce dal desiderio di tornare in Sardegna dopo tanti giri all’estero, tra studio, lavoro e incertezze – spiega -. Volevo aprire una ‘casa mondiale’, raccogliere persone come me, lavoratori da remoto che avrebbero abitato qui. Avere le stesse interazioni che trovi viaggiando, ma restando”. Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono delle aree interne e delle zone rurali che rimette al centro relazioni, lavoro e cultura. Il primo step – per Cossu ancora un passo personale – è stato riprendere confidenza con l’idea di tornare nell’Isola nel 2019 fino al trasferimento in pianta stabile due anni dopo, nel 2021. “Sono andato a Laconi, da Treballu, e sono rimasto per due settimane: ho avuto modo di approfondire la conoscenza di iniziative di questo tipo. Poi mi sono trasferito a Badesi per due anni dove ho vissuto con galline e gatti, da solo, lavorando come architetto e cercando di spingere il progetto”. Una fase di isolamento operativo e fertile, finché l’incontro con Luca Sarais — “cagliaritano trapiantato a Tempio, storia simile alla mia” — trasforma quel gesto individuale nel nucleo di un progetto collettivo
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Attorno al primo nucleo, insomma, si aggregano competenze eterogenee: c’è chi apre residenze d’artista in case ristrutturate, chi recupera stazzi abbandonati per progetti di ospitalità, chi lavora su agroforestazione e raccolta delle erbe. Nascono i primi laboratori: falegnameria, disegno, ceramica, attività per bambini. Il progetto simbolo oggi si chiama Spaesati e mette al centro l’artigianato come dispositivo comunitario. “Abbiamo costruito una falegnameria in partenariato con l’agriturismoLa Cerra gestito da Chiara. Tutta in legno, in trenta persone, un laboratorio di autocostruzione”.
Quello che Cossu definisce neo-stazzismo inizia a prendere corpo: non una estetica rurale
repubblica online
L’unico ballerino con una protesi transfermorale, ora anche all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici: “Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione”.
È il primo e unico ballerino al mondo con una protesi transfermorale a danzare nei repertori di Classico, Neoclassico e Danze Latine. Dopo un grave incidente che ha comportato la perdita di una gamba e il rischio di non tornare più a ballare, Daniele Terenzi non ha ceduto e nel 2023 è riuscito persino a diventare un Étoile.
Insieme alla Empathy Inclusion Company, fondata con la direttrice artistica Martina De Paolis, ha calcato palchi prestigiosi tanto in Europa quanto in America. E ora, per la prima volta, ha portato la sua danza all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici. «Le coreografie, l’accensione del braciere, tutto fatto insieme: ballerini con e senza disabilità. Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione».

Quando ha capito che poteva tornare a danzare?
«All’inizio nessuno credeva fosse possibile. Dopo la riabilitazione ho provato con l’atletica. Sono arrivato terzo alle gare nazionali ma non ho provato alcun entusiasmo, nessuna passione. Quello che mancava era il contatto con il pubblico. Lì è scattato qualcosa e ho deciso: sarei tornato a danzare».
Rivendica l’importanza di mostrare sul palco la protesi. Perché?
«Perché per me è un obiettivo raggiunto, non una disabilità acquisita. È il risultato di qualcosa che non era mai nemmeno stato preso in considerazione nella danza. Ne vado fiero».
Spesso la danza classica è vista come una disciplina selettiva e poco inclusiva. In qualche modo lei sta dimostrando che non è propriamente vero.
«Certo, ma è stato un lavoro molto lungo e faticoso. Ci sono voluti 18 mesi per sperimentare la protesi, il mio è il primo prototipo al mondo. E comunque ha bisogno di costanti aggiustamenti».
È cambiato molto il suo approccio al balletto?
«Sicuramente cambiano i punti di appoggio. Non ho la percezione del piede a terra né del ginocchio. Mi affido completamente a un dispositivo esterno. È una ricerca costante di un equilibrio instabile».
Cosa intende?
«La protesi ti fa sembrare sospeso in aria, ma è allo stesso tempo l’unico punto di appoggio che hai. È un lavoro di fiducia e costante allenamento. Un processo che non può mai essere sospeso».

È come se stesse riscrivendo le regole della danza.
«La considero più una maniera per migliorare le prestazioni. Per me è una questione di necessità, ma è utile anche per i ballerini senza disabilità. È una diversa stimolazione dei muscoli. Capirne la potenzialità aiuta ad avere più controllo del proprio corpo e a pesare meno sulla gamba».
Per la cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici all’Arena di Verona ha scelto di proporre la stessa coreografia dei ballerini senza disabilità. È questa l’inclusione?
«Penso di sì, è stata una scelta condivisa da tutti. Nel 2006 a Torino si era esibita Simona Atzori, ma quella coreografia non aveva permesso di ballare tutti quanti assieme. Ora sì, che è poi quello che facciamo tutti i giorni con la nostra compagnia».
Parla della Empathy inclusion Company. Qual è il vostro obiettivo?
«Dimostrare che il palcoscenico può essere uno spazio dove la diversità diventa valore creativo. Mischiamo i generi, danza e teatro. Ma portiamo sui palchi soprattutto le storie di ciascuno. L’unicità delle performance a servizio di tutti. Non esistono paragoni con i ballerini senza disabilità, ognuno racconta una storia propria».
Ha danzato con ballerini di fama internazionale. C’è una collaborazione che ricorda con particolare affetto?
«Quella con Petra Conti, l’Étoile, perché mi ha aiutato nel percorso di riabilitazione fin dai tempi dell’ospedale. Ricordo molto bene quel periodo. Ero allettato e la vedevo in televisione. A quei tempi mi chiedevo se sarei mai tornato a ballare. Poi l’ho fatto, abbiamo danzato nella stessa serata, sullo stesso palco. È stato simbolico».
.....
concludo i pos sule paralimpiadi o paraolimpiadi di cortina 2026 con questo post di La Zampa su Facebook (clicca qui) , In...