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14.3.26

Fine delle Paralimpiadi invernali 2026: le malattie rare nelle storie degli atleti italiani .,Davy Zyw, lo snowboard e la malattia degenerativa: “Mi davano 2 anni di vita ma sono qui e gareggio”



Le  olimpiadi   invernali   paraolimpiche  Non sono solo   come    quelle le  classiche    olimpiadi  invernali   soltanto di competizioni su neve e ghiaccio, ma di un appuntamento capace di raccontare storie umane profonde, spesso segnate da tragedie personali e da straordinari percorsi di rinascita.
Infatti Dietro ogni atleta  soprattuto   paralimpico c’è infatti una vicenda di vita fatta di sacrifici, incidenti, malattie o difficoltà che hanno cambiato per sempre il loro destino. Lo sport diventa così uno strumento di riscatto e una possibilità concreta per ricostruire la propria identità.
Milano-Cortina 2026: lo sport come simbolo di resilienza
Le Paralimpiadi non rappresentano soltanto una manifestazione sportiva di alto livello, ma anche un potente messaggio sociale. Gli atleti che scenderanno in pista sulle montagne italiane dimostrano ogni giorno come la determinazione possa superare ostacoli che sembravano insormontabili.
Molti di loro hanno iniziato la carriera sportiva dopo un evento traumatico che ha cambiato radicalmente la loro vita. In questo senso lo sport paralimpico diventa una forma di rinascita personale e collettiva. Milano e Cortina ospiteranno atleti provenienti da tutto il mondo, pronti a dimostrare che la forza mentale e la passione possono trasformare anche le difficoltà più dure in nuove opportunità.
Lo sport come seconda possibilità
Per molti protagonisti delle Paralimpiadi lo sport è arrivato durante il periodo di riabilitazione, quando il movimento rappresentava una terapia per tornare alla normalità. Con il tempo, quella che inizialmente era solo una forma di recupero fisico si è trasformata in una passione autentica e in una carriera internazionale.
Storie vere di riscatto sulle piste paralimpicheLe Paralimpiadi sono soprattutto il luogo dove emergono storie personali straordinarie. Alcuni atleti hanno trasformato tragedie personali in incredibili percorsi di rinascita, diventando simboli di resilienza e determinazione. Le piste di Milano-Cortina 2026 ospiteranno campioni che non rappresentano soltanto il proprio Paese, ma anche un messaggio universale di speranza. Le loro storie dimostrano che lo sport può davvero cambiare una vita o rendendo meno triste e sconfortante per chi  ha   invalidità  dovuta ad  incidenti   o  malattie rare   ed  invalidanti                                                    

da https://www.osservatoriomalattierare.it/ 06 Marzo 2026


                                                           di Francesco Fuggetta, 

Diversi partecipanti ai Giochi sono affetti da patologie presenti fin dalla

nascita. Nei loro racconti, la passione per lo sport è la forza che permette di superare i limiti della disabilità

Non tutte le storie degli atleti che parteciperanno ai Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 nascono da un infortunio o da un evento traumatico. Tra le maglie azzurre ci sono molti sportivi la cui disabilità affonda le radici in malattie rare o condizioni congenite poco diffuse. Percorsi iniziati fin dalla nascita, segnati da diagnosi complesse e da sfide quotidiane affrontate molto prima di arrivare sulle piste o sul ghiaccio. Sono storie che parlano di adattamento, di determinazione e di talento coltivato nonostante ostacoli importanti.

Ad aprire simbolicamente questo gruppo c'è la portabandiera della delegazione azzurra Chiara Mazzelin gara nello sci alpino, colpita all'età di diciotto anni da un glaucoma – patologia rara in età giovanile – che in poco tempo le ha tolto quasi completamente la vista.

Sempre nello sci alpino troviamo Giacomo Bertagnolliipovedente dalla nascita per un'atrofia del nervo ottico. Già portabandiera della squadra italiana alle Paralimpiadi di Pechino 2022, nelle passate edizioni ha conquistato un bottino di otto medaglie (di cui quattro d'oro) e anche quest'anno è tra i favoriti nella sua specialità. Pochi giorni fa è stato ospite al Festival di Sanremo insieme alla sua guida Andrea Ravelli, all’atleta Giuliana Turra (curling in carrozzina) e alle campionesse Francesca Lollobrigida e Lisa Vittozzi, plurimedagliate alle ultime Olimpiadi nel pattinaggio su ghiaccio e nel biathlon.

Sulle piste delle Tofane ci sarà anche Martina Vozza, in gara insieme alla guida Ylenia Sabidussi. Originaria di Monfalcone, l'atleta 21enne è ipovedente a causa di una rara condizione ereditaria chiamata albinismo oculocutaneo, caratterizzata da una ridotta o assente produzione di melanina in cute, peli e occhi. La malattia provoca ipopigmentazione generalizzata, fotofobia, nistagmo, strabismo e ridotta acuità visiva a causa di uno sviluppo retinico anomalo. Martina, infatti, quando scia vede solo delle ombre. “Ho iniziato a sciare verso i quattro anni, con i miei genitori in settimana bianca, perché a loro piaceva molto; poi, verso i sette anni, abbiamo conosciuto uno sci club dalle nostre parti. All'inizio lo vedevo come un divertimento, mi è sempre piaciuta l'adrenalina ma non volevo iniziare a fare gare”. La sua carriera nasce così, controvoglia, grazie all'insistenza dei genitori e dei suoi allenatori. Agli ultimi Giochi di Pechino 2022 è stata l’atleta più giovane dell’intera spedizione azzurra, non ancora maggiorenne. “A quindici anni ho capito che potevo fare questo nella vita e mi sono data un obiettivo”. Tra le sue fonti di ispirazione c’è la pluricampionessa Lindsey Vonn: “Oltre ad essere una straordinaria atleta mi sembra una grande persona”. Anche Martina spera di rappresentare un esempio per le persone con disabilità, “perché fare sport fa bene e possiamo farlo senza problemi. Lo sport aiuta tutti a crescere, a maturare, a conoscersi meglio, a rendersi conto di tante cose”. Milano Cortina 2026 rappresenta per lei una grande opportunità: “È bello sapere che la mia famiglia e i miei amici potranno venire a vedermi e tifare per me”.

Dalla neve delle piste al ghiaccio del para ice hockey, tra i protagonisti c'è Santino Stillitanonato con agenesia alla gamba destra, una rara malformazione congenita, caratterizzata dalla parziale o totale assenza di segmenti ossei (tibia, perone o entrambi) o dell'intero arto, che può presentarsi come ipoplasia (sviluppo incompleto) o aplasia (assenza totale). L'atleta di Saronno, 56 anni, con la sua prima partecipazione a Vancouver 2010 è il decano della Squadra Italiana a Milano Cortina. “Lo sport ha sempre fatto parte della mia vita. Nonostante l'agenesia alla gamba destra ho sempre desiderato fare qualcosa, sin da quando praticavo calcio con i normodotati e poi, anni dopo, nel settore lanci nell’atletica paralimpica. Del mio sport amo il momento in cui mi dirigo verso la mia gabbia e ripeto a me stesso: “Qui non deve entrare niente”. Amo il fatto di essere io e gli avversari, anche se attorno a me ci sono diecimila spettatori”. Tante le gioie, ma anche delusioni nei suoi numerosi anni di carriera sportiva: “Il momento peggiore è legato alla sconfitta contro la Norvegia ai Giochi di Vancouver. Un’altra delusione risale alle Paralimpiadi di Pyeongchang, quando perdemmo la finale per il bronzo”. Tanti i campioni dello sport del presente e del passato che ammira: “Mi piaceva uno come Nigel Mansell, che ho sempre considerato un po' fuori di testa, come me. Poi, certo, da appassionato di calcio non posso non pensare a campioni come Baresi, Van Basten, ma soprattutto Maradona”. Il viaggio ideale? “Mi piacerebbe andare su una di quelle navi rompighiaccio che attraversano l’Alaska, ma anche visitare l’Argentina, in particolare la Patagonia”.

Un'altra storia che nasce da una condizione congenita è quella di Jacopo Luchiniin gara nello snowboardL'atleta è nato con un'aplasia della mano sinistra, una rara malformazione causata dal mancato sviluppo di una parte della mano o delle dita durante la vita intrauterina. Nel 2018, a Pyeongchang, ha sfiorato il podio per soli due centesimi e a Pechino 2022 ha ottenuto il quinto posto nel banked slalom e il sesto nello snowboard cross. “Le Paralimpiadi del 2018 hanno rappresentato la più grande gioia sportiva e, allo stesso tempo, la più grande delusione. Gioia per il fatto di essere stato convocato, delusione per aver portato a casa la cosiddetta medaglia di legno”. Lo sport è sempre stato parte della vita del 35enne di Prato: ha iniziato con il nuoto per poi cimentarsi nel calcio e nelle arti marziali. Il tutto fino a quando non ha scoperto la sua vera vocazione, fatta principalmente di snowboard, ma anche di surf e skateboard. “Lo snowboard nasce come passione e divertimento. Con gli anni, poi, è venuta fuori la mia indole competitiva e, gareggiando in ambito nazionale e internazionale, ho capito che poteva diventare qualcosa di più”. Non c’è solo lo sport nella vita di Jacopo: “Sono laureato in Scienze Politiche, ramo sociale, e se non fossi diventato un atleta di livello internazionale avrei continuato a lavorare in quel settore, senza però tralasciare l'attività sportiva, che ha sempre rappresentato una costante nella mia vita”. Se dovesse scegliere una meta per un viaggio andrebbe in un posto dove poter portare la sua tavola e surfare: “California o Bali è indifferente, l’importante è che si possa star bene in acqua e con gli amici”.

Infine, nello sci nordico e nel biathlon, c'è Giuseppe Romelenato con ipoplasia femorale bilaterale, una malattia rara in cui entrambi i femori sono sottosviluppati o più corti del normale. Una carriera sportiva lunga e variegata quella di 'Beppe', come tutti lo conoscono: comincia a nuotare, arrivando a vincere il Campionato Italiano del 2006 sui 50 stile libero, ma si dedica con successo anche al triathlon, dove sfiora la qualificazione ai Giochi Paralimpici di Rio 2016, e allo sci di fondo, grazie al compagno di squadra Cristian Toninelli, che lo invita a provare. È nell’inverno del 2016, durante la preparazione atletica nel triathlon, che si innamora dello sci nordico. “Amo molto gli sport di fatica, che richiedono grande resistenza; per questo oltre al nordico pratico triathlon, un multisport che mi favorisce e allena anche per la disciplina invernale”. Così, per il 35enne di Lovere è arrivato il bronzo a Pechino 2022 nella 10 km e il titolo mondiale nel 2023 nella 20 km a Östersund. “Prima di un grande evento cerco di stare il più tranquillo possibile per non consumare energie e arrivare pronto; poi c'è ovviamente l'allenamento. Dal punto di vista tecnico c'è tanto da lavorare, ma si può migliorare solo con il tempo. Quanto a Milano Cortina, i Giochi rappresentano il mio sogno sportivo più grande: vincere una medaglia in casa”.


  Sempre  di malattie   degnerative  colpisce  la  storia    di  
Davy Zyw, lo snowboard e la malattia degenerativa: “Mi davano 2 anni di vita ma sono qui e gareggio”

Lo scozzese ha chiuso al 19° il banked slalom: ha una sindrome degenerativa, non sa quanto gli resti da vivere. “Qui con un crowdfunding”



CORTINA – La Malattia del motoneurone (MND) è una sindrome neurologica degenerativa che colpisce i motoneuroni, cioè le cellule nervose che controllano i movimenti dei muscoli volontari: il semplice camminare, parlare, deglutire e respirare diventa gradualmente sempre più difficile. Lo snowboarder scozzese Davy Zyw ha parlato della “tragica bellezza” di essere il primo atleta affetto da MND a competere alle Paralimpiadi invernali. Ha gareggiato nello snowboard: 19° nel cross, 19° nel banked slalom.

Il  video
In un video su Instagram, Zyw ha spiegato come gli sia stata diagnosticata la malattia nel 2018, quando aveva 30 anni. “Essenzialmente mi è stato detto che mi restavano due o tre anni di vita. Sono passati sette anni e ho lottato per salire gradino dopo gradino fino a entrare nella squadra per le Paralimpiadi. Ho dovuto accettare l’impossibile, accettare il mio destino. Ma dentro tutto questo c’era una libertà. La libertà di capire che nulla è impossibile, ed è questo il messaggio che voglio che le persone portino con sé”.
Commerciante di vini
che lavora come commerciante di vini, ha spiegato che un infortunio gli ha impedito una carriera nello snowboard tra i normodotati: “Ho fatto snowboard per tutta la vita. Io e mio fratello gemello abbiamo iniziato su una pista artificiale a Hillend quando avevamo 12 o 13 anni. Un infortunio al ginocchio mi ha allontanato dalle piste e mi dirottato sul mondo del vino. Ma il fatto che mi sia stata diagnosticata una condizione neurologica degenerativa incurabile non mi ha allontanato dal mio sogno d’infanzia di essere uno snowboarder”. Zyw ha finanziato la sua partecipazione a Milano Cortina tramite crowdfunding e grazie al supporto del suo datore di lavoro.
Una tragica bellezza
“C’è una sorta di tragica bellezza in questa situazione”, ha aggiunto. “Ciò che amo più di ogni altra cosa quando sono sulla tavola, sulle piste, quando entro nella mentalità della competizione è che la disabilità, le sfide quotidiane della MND, il vivere con questa malattia, spariscono e dentro tutto questo c’è una grande libertà. Quando parto, quando mi allaccio la tavola, quando sono al cancello di partenza, la MND può anche essere la ragione per cui sono lì, ma è la cosa più lontana da ciò a cui sto pensando in quel momento. Perché allora sto pensando solo al percorso davanti a me e a come arrivare in fondo al meglio possibile".

La denuncia «Bloccata a letto da 12 anni, non mi fanno votare da casa»: Referendum, la battaglia di una sassarese Storia di una ingiustizia, l’appello: «Voglio fare valere i miei diritti»

   Ci chiedono   e  c'invitano a    votare   al referendum       per   una     riforma  o contro riforma    dipende  dai  punti di vista    della giustizia   ma  poi    non  fanno  niente  per  i  fuori sede  o  per gli invalidi    che  non posso  muoversi     da  casa  . Ecco  un caso 

La denuncia
«Bloccata a letto da 12 anni, non mi fanno votare da casa»: Referendum, la battaglia di una sassarese Storia di una ingiustizia, l’appello: «Voglio fare valere i miei diritti»
                                                di Giovanni Bua



Sassari
«Voglio votare al referendum. Per sentirmi viva, partecipe. Non solo un codice a barre attaccato alle ricette e ai programmi di cura. Voglio votare perché il mio corpo va per conto suo, ma la mia testa funziona benissimo. E dentro ha un’opinione convinta».
Annalisa parla dal letto nel quale è bloccata dal novembre del 2013. Da dodici anni non può lasciare la sua casa. Eppure al referendum non potrà votare. Non perché non lo voglia. Ma per quella che lei definisce «la solita burocrazia fredda e lontana, che non capisce mai niente e che mi impedirà di esercitare uno dei miei diritti più importanti». La sua patologia è seria e invalidante. Negli ultimi dodici anni è uscita di casa solo due volte, entrambe nel 2020, per cure indifferibili. Troppo, però, per rientrare nelle maglie – strettissime – delle norme sul voto a domicilio, che consentono di portare l’urna a casa solo a chi è «affetto da gravissime infermità tali da rendere impossibile l’allontanamento dall’abitazione» oppure dipende in modo continuativo da apparecchi elettromedicali.
«Dovrei sentirmi rincuorata – scherza Annalisa – dal fatto di non essere in nessuna delle due condizioni. Anche se in realtà uscire di casa, soprattutto in questa stagione, per me sarebbe incredibilmente complicato e anche molto pericoloso. Come ha certificato subito il mio medico curante». Ed è proprio il certificato medico il primo passo dell’iter che Annalisa decide di intraprendere, aiutata dal suo compagno Giuliano per conquistare il suo diritto al voto. «Con quello Giuliano è andato all’ufficio elettorale – racconta – dove, con grande gentilezza, gli hanno spiegato che serviva un passaggio all’Asl, all’ufficio di igiene pubblica a Rizzeddu».
Quella che sembrava una formalità si trasforma in un piccolo esame. «Ci hanno detto che serviva una visita, nonostante mi seguano a domicilio da anni». La visita però non arriva. Arriva una telefonata. Annalisa risponde alle domande con la consueta lucidità. E “ammette” le sue due uscite nel 2020. Evidentemente abbastanza per chiudere la pratica.
«Dopo un paio di giorni – racconta Giuliano – sono andato a Rizzeddu e mi hanno detto che la pratica era chiusa». Solo che per Annalisa e Giuliano la questione non è affatto chiusa. «Non ce la prendiamo con i funzionari di Asl e Comune – chiariscono – tutti gentilissimi. Diamo per scontato che stiano applicando la legge. Ma questo non ci impedisce di dire che è una legge assurda. Che costringerebbe una persona malata, seguita a domicilio da dodici anni, a uscire di casa correndo rischi seri solo per esercitare un diritto garantito dalla Costituzione. Per non attivare un seggio a domicilio. Mandare un funzionario con una scatola di cartone e un foglio da firmare. Ho amici all’estero che voteranno per posta. Ci sono tante democrazie occidentali dove questo sistema esiste da tempo. Qui invece siamo sempre un passo indietro. Soffocati da una burocrazia senza cuore e senza senso». Qualcuno potrebbe pensare che non sia poi così grave. Che tanti italiani non andranno a votare: «Se mi tolgono un diritto – tuona Annalisa – mi tolgono tutti i diritti». Poi sorride. «Certo, c’è anche un po’ di puntiglio personale. Sto combattendo tante battaglie e ho bisogno di qualche vittoria. Ma più ci penso e più mi convinco che questa è una battaglia che riguarda tutti». Il 22 marzo, comunque vada, nella sua stanza una scatola di cartone ci sarà. «E dentro ci metterò una scheda con il mio voto. Io non sono una che si arrende. E nessuno mi metterà da parte».

Abodi: "Possibile annullare differenze tra Olimpiadi e Paralimpiadi, percorso già iniziato". Locatelli: "Ora parità di trattamento e premi tra atleti olimpici e paralimpici"

speriamo che le dichiarazioni Locatelli e d Abbodi dopo le 14 medaglie italiane alle paraolimpiadi
2026 non siano solo gazzosa ed ipocrisia


 rai news 
 10:21 14 Marzo Locatelli: "Ora parita' di trattamento e premi tra atleti olimpici e paralimpici" ''Sono state medaglie bellissime, con tante emozioni regalate al Paese da atleti straordinari'' ha spiegato il ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, ospite all'Adnkronos. ''Mi sono emozionata. Questi ragazzi hanno superato, nel nostro immaginario, qualsiasi prestazione anche del passato. Siamo molto orgogliosi di loro''. Dopo il grande successo di Milano Cortina 2026, il ministro Locatelli pensa alle possibilità future del movimento paralimpico: "Utopia pensare a un'unica manifestazione in grado di unire Olimpiadi e Paralimpiadi? Dagli anni Sessanta, quando sono nate le Paralimpiadi, ci sono stati tantissimi cambiamenti nell'organizzazione, nei luoghi, nell'allineamento delle edizioni. Cambiare si può e si deve, perché il mondo è cambiato e sono cambiate le persone. Ci sono esigenze diverse. Si farebbe soprattutto per il diritto di questi atleti di avere lo stesso trattamento. È un dovere''. A cominciare dalla possibilità di far sfilare tutti gli atleti insieme sotto la bandiera olimpica durante le cerimonie: ''Secondo me è davvero possibile - spiega - ed è il momento giusto per intraprendere la strada, ci sono tutti gli elementi. Queste Olimpiadi e Paralimpiadi hanno avuto delle differenze. Nella visibilità, nei premi che vengono assegnati. E penso che i nostri atleti non le meritino, sono tutti straordinari allo stesso modo. Meritano la stessa visibilità, le stesse medaglie, che devono avere lo stesso valore, e lo stesso tipo di organizzazione nella cerimonia, nelle gare. Dobbiamo lavorare tutti insieme per far sì che in futuro sia possibile''.
 10:16 14
Marzo Abodi: "Possibile annullare differenze tra Olimpiadi e Paralimpiadi, percorso già iniziato" "È possibile annullare le differenze tra Olimpiadi e Paralimpiadi. E' importante dare l'opportunità di essere visibili, le tribune sono piene e questo vuol dire che questo percorso è già iniziato. Un percorso culturale ed educativo che dobbiamo portare nella società civile, nelle giornate normali dove la differenza ancora si vede. Questo è il lavoro che dobbiamo fare. Sono ancora tante le persone che non vedono una luce, questi ragazzi sono una testimonianza fortissima che invece è possibile. Vogliamo fare in modo che le persone con disabilità capiscano che, attraverso lo sport, è possibile trovare una nuova vita, dobbiamo metterli nella condizione di uscire e trovare delle opportunità". Così Andrea Abodi, ministro per lo sport e i giovani, a "Mattina Paralimpica" in onda su Rai2. "Cosa rimarrà di queste Paralimpiadi? Il ricordo di questi giorni felici nonostante il mondo ci offra scenari di guerra. C'è una sorta di ossimoro quotidiano, ma rimarrà soprattutto la voglia di fare sport e dovremo essere pronti a offrire nuove opportunità. Lo stiamo facendo migliorando le infrastrutture, la presenza dello sport a scuola, dando possibilità alle famiglie meno agiate; cè la costruzione di un modello italiano vincente non solo perché è ai vertici, ma perché riesce a coinvolgere più gente contrastando sedentarietà e solitudine", aggiunge il ministro. Che poi, parlando del progetto "Backstage Heroes", sottolinea come sia "la prima volta nella storia olimpica e paralimpica in cui diamo forma a un grazie e credo che aiuti anche nella vita a riconoscere il valore degli altri". Infine un pensiero sulla giornata storica vissuta dall'Italia con "quattro medaglie, il record storico, la felicità di ragazzi e ragazze, dei tecnici e delle famiglie. Una festa dello sport", conclude.

Chi l’ha detto che una protesi deve essere “solo” una protesi?Tania Cancedda, l'artista che trasforma protesi in bellezza


Ci sono storie che nella moda e non solo trovano ancora poco spazio.
Non perché non abbiano valore, ma perché servono nuove voci e nuovi sguardi per farle emergere davvero.Ed è per questo che ho scelto di riprendere la storia di tania cancedda una ragazza che ha saputo riprendersi nonostante l'invalidità ( ha una protesi alla gamba vedere le    foto  sopra  e  sotto   a  sinistra presa dal suo facebook ) 

e rendere meno triste e sconfortante la vita di chi come lei ha le protesi disegnandole e creandoci sopra dei capolavori 
Alcun potrebbero    definirla  feticista  , ma  ridurre   la  sua passione    diventata   anche   un' attività  mi  sembra  riduttivo  e  negativo  .    Infatti  ,  come  potete  vedete  dal  suo  sito  e  dai  suoi spazi  social   ,   risulta  il  contrario   .


 Infatti  dall'account fb della stessa Tania

Tania Cancedda
November 24, 2025 ·

Quest’anno mi porta ai 39....
e mi sorprendo a guardare indietro con una gratitudine che non so nemmeno misurare..
È stato l’anno dei cambiamenti, quello che ha preso tutto ciò che avevo costruito in silenzio e l’ha portato alla luce.
Da sette anni convivo con una protesi...
Da sette anni la personalizzo, la trasformo, la rendo mia..Per molto tempo è rimasta una cosa privata, quasi intima. Creavo, sperimentavo, giocavo con colori e materiali, ma senza immaginare davvero che potesse avere spazio anche fuori da casa mia.Solo negli ultimi due anni ho trovato il coraggio di condividere ciò che faccio...
Ho aperto il sito, [
https://thepiratestreasure.it/ ] ho messo insieme un portfolio, ho reso pubblici i miei profili..Ho iniziato a raccontare la mia storia e il mio lavoro senza filtri.E quello che è arrivato indietro è stato più grande di qualunque aspettativa.Eventi, corsi, collaborazioni, incontri che hanno cambiato la direzione del mio percorso.La Grande Jatte, la creazione del sito, le prime esposizioni, le personalizzazioni per gli altri… un anno che non sembra un anno, ma un salto.Non è successo da solo.
È successo grazie alle persone che mi hanno spinta a provarci: la mia famiglia, mio marito, gli amici che non hanno mai smesso di dirmi “fallo vedere, ne vale la pena”.E oggi, a 39 anni, mi accorgo che avevano ragione..Sono grata a tutto questo. Grata a chi ha creduto in me. Grata al coraggio che non pensavo di avere. Grata a questo percorso strano, imprevedibile e bellissimo che continua a sorprendermi. Buon compleanno a me
E buon proseguimento al viaggio che ancora non so dove porterà, ma che finalmente sono pronta a vivere a viso aperto.E grazie...Davvero...a tutte le persone che oggi si sono fermate un attimo per farmi gli auguri..Vi porto con me in questo percorso che sto costruendo passo dopo passo..
#semprepiratisemprenoi
#ThePiratesTreasure #CoverRebellion #ProtesiPersonalizzate #AmputeeLife #Inclusività #Creatività #NuoviInizi
@inprimopiano




                                  Una sua creazione  presa dal suo istangram .

 non so  che  altro  aggiungere     se  non   con   un messaggio   rivolto  , se  mai   lo  leggera    continua  cosi  Tania  

sport paralimpico ( paraolimpiandi ) soprattutto quello invernale per pochi ma ricco di emozioni .,


Ho letto, vedi articolo sotto, di nuovi attrezzi per lo sci paraolimpico per paralitici .
Una dimostrazione , una conferma che lo sport paraolimpico invernale in questo caso sia per pochi cioè di nicchia visti i costi per le attrezzature. Ma allo stesso tempo nonostante come tutti gli sport agonistici a rischio : corruzione, uso di mezzi illeciti (doping e simili ) , strumentalizzazioni ed uso propagandistico da parte della politica è uno sport ricco forse più di quello non paraolimpico di emozioni e passioni    come   ho  avuto modo di vedere    nei  post  precedenti   su queste paraolimpiadi . Infatti  esse  . portano con sé storie di impegno, sacrificio e passione per lo sport. La preparazione per i giochi è un viaggio che richiede dedizione e resilienza, e ogni atleta ha una storia unica da raccontare.  Il  che  fa  si      che  i Giochi Paralimpici non sono solo un evento sportivo, ma un'opportunità per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla disabilità e promuovere l'inclusione. La scelta di Milano e Cortina come sedi rappresenta un passo importante verso l'integrazione e la visibilità degli atleti paralimpici. Le storie di questi atleti e delle loro esperienze possono ispirare molti e contribuire a cambiare la percezione della disabilità nella società.
In sintesi, i Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 , come  tutte  le  altre  paraolimpiadi  , sono un palcoscenico per storie di coraggio e determinazione, che celebrano non solo le abilità atletiche, ma anche la forza dello spirito umano.


https://www.wired.it/article/monosci-tecnologia-paralimpiadi-milano-cortina/

Giovanni Cortesi
Sport paralimpici ai raggi X12.03.2026

A oltre 100 chilometri orari sulla neve, il monosci che trasforma la tecnologia e il coraggio in velocità
Nello sci alpino paralimpico gli atleti affrontano la discesa seduti su un monosci: una protesi tecnologicamente super avanzata, progettata su misura e testata come una monoposto da gara





Rene De Silvestro in azione nel quarto giorno dei Giochi paralimpici invernali Milano Cortina 2026 presso il Centro di sci alpino delle Tofane a Cortina d'AmpezzoNurPhoto/Getty Images
La tecnica, a volte, diventa strumento di libertà. È il caso dello sci alpino paralimpico con monosci, una delle discipline disputate nei Giochi invernali Milano Cortina 2026.
Atleti con gambe amputate o paralizzate che scendono a più di 110 chilometri orari in sitting, ovvero stando seduti sul cosiddetto monosci (o sit-ski). Vero gioiellino di design e tecnologia, la protesi viene usata anche dagli sciatori paralimpici italiani – e con grande successo. Il 10 marzo, infatti, il discesista e portabandiera d’apertura dei Giochi Renè De Silvestro ha conquistato l’argento in questa categoria.
Una protesi testata nella galleria del vento
“Di tutti gli sport che ho provato in carrozzina, lo sci è stato l’unico che mi ha ridato delle emozioni: ho provato l’ebbrezza della velocità”, dice Manuel Michieletto, ex vicepresidente delle Fisip (Federazione italiana sport invernali paralimpici) e atleta in diversi mondiali, che della protesi complessa se ne intende parecchio. “Le principali componenti sono sei: la seduta, il telaio, l’ammortizzatore, il piede, lo sci e il guscio”, tutti prodotti ingegneristici di alto livello. Per testarne l’aerodinamica, “la protesi viene progettata nella galleria del vento, come si fa con le vetture di Formula 1. Sono studi che permettono di guadagnare centesimi cruciali, quelli che ti fanno vincere la gara”, aggiunge Michieletto.
Uno zoom sui dettagli tech del monosci
La seduta imbottita dei monosci agonistici viene creata sul corpo dell’atleta: “Si prende il calco in gesso del bacino, la protesi diventa come una scarpa su misura”. La ragione di questa accortezza è intuibile: “Più sei aderente all’attrezzo, più questo risponde a ogni minimo movimento”, spiega Mauro Bernardi, dal 2012 insegnante di monosci a ragazzi con disabilità attraverso l’associazione Enkoyski Sport Onlus.
Poi c’è il telaio, che è composto da due parti: “Una fissa e una con dei leveraggi. È costruito in titanio, il materiale che si deforma meno e riesce a trasmettere meglio tutte le forze che si creano nella sciata direttamente sullo sci”, precisa Manuel Michieletto.
Il telaio è collegato a un ammortizzatore corredato di una molla. “È quello usato anche per le modo da cross”, chiarisce Bernardi: un elemento tecnico fondamentale, visti i salti in velocità che si fanno durante le discese. Infine, c’è il piede, che aggancia direttamente all’unico sci, la cui misura cambia col variare della disciplina sciistica. Intorno la ‘corazza’, ossia il guscio in carbonio rinforzato che protegge le gambe, e che viene forgiato ad hoc, a seconda dell’atleta e della sua disabilità.
Chi le produce e quanto costano
Il mercato dei monosci è piuttosto di nicchia: le realtà che li producono sono poche e molto specializzate. In Europa i maggiori fornitori sono la francese Tessier, la Praschberger, azienda austriaca nata negli anni Ottanta del secolo scorso, e la svizzera Orthotec. Tutte e tre producono anche gli stabilizzatori, o outriggers. Si tratta di racchette appositamente create per i discesisti in sitting, ma usate anche dagli sciatori in standing, cioè da quegli atleti che gareggiano in piedi pur avendo una sola gamba o una protesi, e che hanno un mini-sci pieghevole sotto la punta.
Per tutti questi motivi, i sit-ski sono oggetti tecnici dal grande valore economico: il loro prezzo può arrivare ai 14mila euro. Ma per quanto costosi, i monosci diventano una vera e propria estensione dell’atleta.




13.3.26

Veronica e Matilde sacrestane della basilica, due laureate tra arte e liturgia di Donatella Tiraboschi Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «Santa Maria Maggiore, quanta bellezza»

   da https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/  del   11\3\2026 

di
 Donatella Tiraboschi

Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «Santa Maria Maggiore, quanta bellezza»

Veronica e Matilde sacrestane della basilica, due laureate tra arte e liturgia

Matilde Facchinetti e Veronica Benintendi

Ad accogliere i visitatori all’ingresso di Santa Maria Maggiore ci sono due giovani ragazze: Veronica Benintendi, 27 anni, di San Giovanni Bianco, e Matilde Facchinetti, 29, di Seriate. Che con una laurea e tanto entusiasmo stanno segnando una svolta rosa nella plurisecolare storia della basilica.

La voce di Veronica sprizza entusiasmo. Del resto, difficile non provarlo quando il tuo posto di lavoro è immerso, è proprio il caso di dirlo, in uno scrigno di bellezza da far girare la testa. «Tantissimi visitatori restano sorpresi, non immaginano di trovare a Bergamo una basilica come questa. Dicono di averne viste tante in giro per il mondo e in Italia, ma che la nostra le batte tutte». È in quell’aggettivo possessivo, in quel «nostra», che si leggono in filigrana tutta la passione e l’orgoglio di sentirsi parte attiva del museo più visitato della città, perché con i suoi 250 mila visitatori nel 2025 e ben 30 mila nel solo mese di maggio, con un ritmo di mille al giorno (esclusi i residenti, e il trend è in crescita), la Basilica di Santa Maria Maggiore è saldamente in testa alla top five dei monumenti cittadini più gettonati dai turisti. E ad accoglierli all’ingresso, nelle funzioni di biglietteria, di «gentil organizateur e facilitatrici culturali» (ma non solo) si presentano due giovani ed entusiaste ragazze bergamasche: Veronica Benintendi, 27 anni, di San Giovanni Bianco, e Matilde Facchinetti, 29 anni di Seriate. Che con una laurea, rispettivamente in Conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali e in Storia, stanno segnando una svolta rosa nella plurisecolare storia della Basilica.Già, perché non è un caso che la Mia le abbia scelte dopo una accurata selezione e dopo che nell’organico che gestisce Santa Maria Maggiore si siano, lavorativamente parlando, aperte alcune posizioni professionali. Per farla breve due dei tre sacristi hanno lasciato il posto. Parafrasando la Pausini, Marco se ne è andato: lo storico sacrista Marco Pagani, infatti, si è trasferito dallo scorso mese di novembre nella parrocchia di Sotto il Monte, mentre qualche tempo prima a lasciare l’incarico era stato il collega Mauro Zanchi, che ha scelto di dedicarsi allo studio. È rimasto, nell’esercizio della funzione sagrestana, Giovanni Curatolo, una guida storica della basilica che sta trovando in Veronica e Matilde (approdata solo nelle ultime settimane dello scorso anno) delle valide colleghe coadiuvanti per alcuni compiti che spettano ai sacristi.Quali compiti? Veronica li elenca, con una doverosa premessa: «Non sapevo molto di liturgia, ad essere sincera». Si potrebbe aggiungere «prima», prima cioè che con l’addio dei due sacristi ufficiali si rendesse necessario ampliare le «skill», le competenze del culto e delle funzioni religiose che in basilica si celebrano, in particolare con la messa feriale (alle 10 ogni giorno), mentre nei giorni festivi sono le messe sono due (alle 11 e 12.15): «Prepariamo i paramenti, gli allestimenti anche degli altari, le casule con cui il parroco celebra le messe, ma anche i candelabri in occasione delle grandi festività e gli addobbi floreali». «Sono tutte cose che sto imparando un po’ alla volta — le fa eco Matilde —, ma aiutare i colleghi mi gratifica in un lavoro nuovo, che mi mette ogni giorno a contatto con tanta gente».È questa interconnessione con la marea dei visitatori, ma anche «con i restauratori, i musicisti, gli artisti che a vario titolo partecipano agli eventi che vengono organizzati in basilica», rintuzza Veronica, «ad arricchire le nostre giornate. E il bello è che ogni restauro, ogni tassello che viene valorizzato, suscita stupore ed entusiasmo». «I visitatori ci fanno domande ed osservazioni che costituiscono anche per me la possibilità di imparare cose che non sapevo», conclude Matilde. All’entusiasmo del team rosa si accompagna il compiacimento del direttore della Mia, Giuseppe Epinati: «È quello che cercavamo: due ragazze con una buona preparazione di base e che nello stesso tempo sono custodi delle ricchezze della basilica e della sua funzionalità del culto»

Agitos non cerchi ., francesca porcellato pluri atleta , paraolimpica una vera teodofora non quelli scelti dagli sponsor ., COME MAI IL PARABOB È ASSENTE AI GIOCHI PARALIMPICI NONOSTANTE LA NUOVA PISTA? L'AMAREZZA DEL CAMPIONE DEL MONDO

  In questo post  voglio correggere  un mio  errore  fotografico   dei post precedenti .  Riportando articoli sulle  paraolimpiadi   mettevo  foto   dei  cerchi  quando  in  realtail  simbolo  delle  paraqolimpiadi Non hanno la forma dei cinque cerchi olimpici e spesso chi segue per la prima volta i Giochi Paralimpici si chiede quale sia il loro significato. I simboli del movimento paralimpico sono infatti gli “Agitos”, tre forme curve colorate che rappresentano il dinamismo e lo spirito degli atleti provenienti da tutto il mondo.
A raccontarlo,  su  https://www.qdpnews.it/, da Cortina durante i Giochi Paralimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, è la Veneto Creators Ernestina (@ernest.dallacortelucio), che proprio a Casa Veneto ha spiegato il valore di questo simbolo spesso meno conosciuto rispetto ai cerchi olimpici. “Sono i simboli delle Paralimpiadi, sono unici e diversi dai cerchi olimpici – racconta -. Cambia pure il nome: ho chiesto ai volontari e mi hanno spiegato che si chiamano Agitos”.

Il termine deriva dal latino “agito” e significa “io mi muovo”, un riferimento diretto al movimento e all’energia degli atleti paralimpici. Le tre forme curve, nei colori rosso, blu e verde, ruotano idealmente attorno a un punto centrale e rappresentano proprio il movimento degli atleti paralimpici nel mondo.Infatti  <<Per me gli Agitos rappresentano la forza, il coraggio e la determinazione. Rappresentano gli atleti paralimpici con tutte le loro capacità e gli skills migliori in assoluto” >>  ( vedere   video  sopra e  articolo  sotto  )  sempre  a   qdpnews.it   racconta Francesca Porcellato, protagonista di una carriera straordinaria che l’ha vista conquistare medaglie paralimpiche in tre discipline diverse: atletica leggera, sci di fondo e paraciclismo.Ecco quindi  che   gli  Agitos non sono quindi soltanto un logo grafico, ma un simbolo che racchiude i valori fondamentali del movimento paralimpico: coraggio, determinazione e capacità di ispirare. Sono stati introdotti ufficialmente nel 2003 dal Comitato Paralimpico Internazionale e utilizzati per la prima volta ai Giochi Paralimpici di Atene nel 2004.Da allora accompagnano ogni edizione dei Giochi e rappresentano un movimento sportivo in continua crescita, capace di raccontare storie di talento, resilienza e inclusione


  Infatti    concordo  come    ha    detto  :  <<
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Lei prima parlava di integrazione nello sport. Si potrà mai arrivare a un’Olimpiade in cui atleti olimpici e paralimpici gareggino insieme?
Secondo me sì, non adesso perché i tempi non sono ancora maturi, però a ogni edizione dei Giochi olimpici e paralimpici le mentalità si aprono sempre di più, i limiti cadono e anche le barriere mentali stanno cadendo. Di conseguenza sì, secondo me ci arriveremo. Non sarà domani, ma sicuramente ci arriveremo. Non è facile, è complicato anche a livello logistico, però secondo me si può fare. In alcune discipline succede già, come nella scherma o nel tiro con l’arco. In altre è più complicato perché servono strutture differenti. Però io vorrei soprattutto che cadessero queste barriere mentali, che cadesse questa divisione che si sente quando si parla di olimpico e paralimpico, di loro e noi. Ecco, io vorrei che fosse un grande noi”. 


vedere per  l'articolo  completo   sotto  ,  sempre  alla  stessa   fonte,  la  pluriatleta   paraolimpica   Daniela  Porcellato  



L’ultima immagine che resterà nella memoria dei Giochi è quella di Francesca Porcellato che accende il braciere olimpico di Milano-Cortina 2026, nel “suo” Veneto in piazza Dibona a Cortina d’Ampezzo. Un gesto simbolico e carico di significato affidato a una delle più grandi atlete paralimpiche italiane di sempre, protagonista di una carriera straordinaria che attraversa tre discipline diverse e oltre trent’anni di sport ai massimi livelli.
Porcellato è infatti una delle pochissime atlete al mondo ad aver conquistato medaglie paralimpiche in tre sport differenti. Nel suo palmarès figurano quattordici medaglie ai Giochi, conquistate tra Seoul 1988 e Tokyo 2020: otto nell’atletica leggera, due nello sci di fondo e quattro nel ciclismo. Risultati che l’hanno resa una figura simbolo dello sport paralimpico italiano.
Da Casa Veneto a Cortina d’Ampezzo la campionessa veneta ha raccontato il suo rapporto con lo sport, la crescita del movimento paralimpico e il significato di quell’ultima emozione vissuta davanti al mondo intero.

Lei ha gareggiato ad altissimo livello in atletica, sci di fondo e ciclismo. Quale disciplina sente più sua?

“Le amo tutte e tre. Dell’atletica ho amato tantissimo la maratona, dello sci di fondo mi è piaciuto l’ambiente e il panorama dove svolgevo quest’attività, e del ciclismo amo la velocità, l’integrazione, dunque il fatto di correre insieme a gruppi di ciclisti molto dotati. Dunque le amo tutte e tre”.

Siamo qui a Milano-Cortina 2026. C’è una crescita del movimento paralimpico sottolineata da molti vertici: che impulso stanno dando questi Giochi?

“Il movimento paralimpico è in netta crescita anno dopo anno. Sicuramente i Giochi olimpici e paralimpici danno una vetrina enorme e una spinta enorme. Qui in Italia Milano-Cortina sta dando un’ulteriore spinta e sicuramente coglieremo i frutti nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Stiamo lavorando molto molto bene e io spero che questi Giochi possano ispirare più persone possibili, sia persone con disabilità ma anche persone senza disabilità, che siano ispirate nel fare sport, uscire di casa e mettersi in gioco”.

Lei come atleta paralimpica, per i giovani che potrebbero iniziare a praticare sport, si sente un esempio? Sente anche questa responsabilità?

“Sicuramente l’esempio è la cosa migliore e io spero di aver dato un buon esempio in questo senso. Spero di essere seguita da sempre più giovani che amino lo sport e lo pratichino. Non dico che debbano diventare dei campioni, ma anche solo praticare delle discipline sportive, perché lo sport è benessere, gioia e condivisione. Vorrei che soprattutto questi valori venissero condivisi. Sono un esempio e ho questa responsabilità, me lo fanno sentire gli altri, perché mi dicono che seguono le mie gesta, che vorrebbero fare come me e soprattutto che si sono ispirati a me nei momenti di difficoltà, per uscire dalle difficoltà o per fare sport ad alto livello. Mi piace anche questa responsabilità, perché ispirare le persone è cosa buona”.

Donne nello sport paralimpico: secondo lei c’è stata una crescita oppure sono ancora troppo poche?

“Io vorrei che tutte le donne facessero sport e che tutte potessero avere la possibilità di seguire le proprie passioni. Ovviamente non è sempre semplice. Sicuramente nel movimento paralimpico abbiamo una buona partecipazione delle donne, però se fosse di più sarebbe ancora meglio. Adesso nella squadra di sci di Milano-Cortina le donne sono poco rappresentate, ma molto ben rappresentate, nel senso che sono poche ma si stanno facendo ben vedere con ottimi risultati. A Parigi invece erano più numerose dei maschi e abbiamo portato a casa tantissime medaglie. Vuol dire che stiamo lavorando nel verso giusto, però possiamo sempre migliorare: non ci possiamo mai accontentare”.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro: che progetti o sogni ha?

“Ho il sogno di una vera e sincera inclusività. Sto lavorando in questo senso, inclusività in tutti i sensi, non solo dal punto di vista del mondo paralimpico ma in generale. Noi dobbiamo fare squadra e se facciamo squadra diventiamo più forti e riusciamo a fare grandi cose. Io voglio l’inclusività e lavoro per questo”.

Lei è stata l’ultima tedofora qui a Cortina. Che cosa ha rappresentato per lei quel momento?

“Sono stata l’ultima tedofora, quella che ha acceso il braciere, ed è stato veramente emozionante. Ma soprattutto è stato un grande riconoscimento che ho ricevuto con grande orgoglio, perché comunque l’ultimo tedoforo è chi accende il fuoco di Olimpia e vuol dire che nella sua carriera ha fatto qualcosa di importante. E poi sono veneta, in terra veneta: non poteva essere più bello di così”.

Lei prima parlava di integrazione nello sport. Si potrà mai arrivare a un’Olimpiade in cui atleti olimpici e paralimpici gareggino insieme?

“Secondo me sì, non adesso perché i tempi non sono ancora maturi, però a ogni edizione dei Giochi olimpici e paralimpici le mentalità si aprono sempre di più, i limiti cadono e anche le barriere mentali stanno cadendo. Di conseguenza sì, secondo me ci arriveremo. Non sarà domani, ma sicuramente ci arriveremo. Non è facile, è complicato anche a livello logistico, però secondo me si può fare. In alcune discipline succede già, come nella scherma o nel tiro con l’arco. In altre è più complicato perché servono strutture differenti. Però io vorrei soprattutto che cadessero queste barriere mentali, che cadesse questa divisione che si sente quando si parla di olimpico e paralimpico, di loro e noi. Ecco, io vorrei che fosse un grande noi”.

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SPORT  DA  https://www.ildolomiti.it/ 10 marzo 2026 | 18:00

COME MAI IL PARABOB È ASSENTE AI GIOCHI PARALIMPICI NONOSTANTE LA NUOVA PISTA? L'AMAREZZA DEL CAMPIONE DEL MONDO: "ABITO A UN CENTINAIO DI METRI DALL'IMPIANTO, POSSO RAGGIUNGERLO ANCHE IN SEDIA A ROTELLE"

L'esclusione del parabob dagli sport ufficiali delle Paralimpiadi del 2026 ha il sapore dell'amarezza in una località come Cortina, che non solo adesso ha una pista da bob tutta nuova (realizzata per i Giochi Olimpici Invernali da poco conclusi), ma vanta atleti promettenti come Flavio Menardi, che appena un mese fa ha conquistato il titolo di Campione del Mondo di parabob. Scopriamo le ragioni che hanno portato alla mancata partecipazione della disciplina a questa edizione paralimpica




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Le Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 sono in pieno svolgimento: fino a domenica 15 marzo, verranno assegnate complessivamente 237 medaglie. Sono infatti 79 gli eventi da podio (39 maschili, 35 femminili e 5 misti), considerati gli sport previsti dal programma paralimpico: sci alpino paralimpico, sci di fondo paralimpico, para snowboard, para biathlon e i due sport su ghiaccio, curling in carrozzina e para ice hockey.
Tra questi, spicca un grande assente: il parabob, che non rientra nel calendario delle gare che vedono partecipare 665 atleti provenienti da oltre cinquanta nazioni.
A Cortina d'Ampezzo verrà distribuito il maggior numero di medaglie (i due terzi del totale), ma i riflettori sullo Sliding Centre "Eugenio Monti", almeno da un punto di vista agonistico, sono spenti. Attualmente sono infatti 28 gli sport paralimpici approvati ufficialmente dal Comitato Paralimpico Internazionale: 22 per i Giochi estivi e i 6 elencati prima per i Giochi Invernali.
L’esclusione del parabob dagli sport ufficiali delle Paralimpiadi del 2026 ha il sapore dell’amarezza in una località come Cortina, che non solo adesso ha una pista da bob tutta nuova (realizzata per i Giochi Olimpici Invernali da poco conclusi), ma vanta atleti promettenti come Flavio Menardi, che appena un mese fa ha conquistato il titolo di Campione del Mondo di parabob.
Un grande risultato che rappresenta un motivo d’orgoglio per il territorio ampezzano e per il movimento paralimpico italiano, ma che si accompagna alla sensazione di un’importante occasione mancata, considerato che l’appuntamento olimpico (e paralimpico) "in casa" non è certo un evento che si può ripetere facilmente.
Congratulandosi con Menardi per il titolo mondiale, il presidente di Fondazione Cortina, Stefano Longo ha infatti dichiarato: "Abbiamo un solo rammarico: quello che il parabob non sia ancora disciplina olimpica e che dunque non potremo ammirare Flavio e suoi colleghi all’appuntamento di Milano Cortina 2026. L’auspicio è che il parabob possa entrare quanto prima nel programma delle Paralimpiadi, per dare modo a questi atleti di esprimersi sul palcoscenico più bello e far crescere ulteriormente il movimento".
Comprensibile lo stato d’animo dell’atleta ampezzano, che ai microfoni della Rai ha spiegato come il parabob non sia ancora una disciplina paralimpica, "anche se abbiamo rispettato tutti i criteri imposti". Menardi sognava di poter gareggiare sulla pista di casa, ma dato che il suo sport è rimasto fuori dai Giochi, confida che la situazione possa cambiare prima delle prossime Paralimpiadi invernali, quelle delle Alpi Francesi: "Speriamo che nel 2030 ci facciano rientrare nel programma. Noi continuiamo con la Federazione e gli addetti ai lavori a inseguire questo sogno".
L’atleta del Bob Club Cortina e della nazionale italiana, classe 2000, era un giocatore di hockey: 10 anni fa, ha subito un grave infortunio durante una partita e da quel momento la sua vita è cambiata. Il ghiaccio è rimasto il suo terreno da competizione, ma dai palazzetti è passato alle piste da bob. Oggi fa parte del Progetto Giovani di Fondazione Cortina e lo sliding centre è letteralmente fuori dalla porta di casa sua: "Abito a un centinaio di metri dalla pista, posso raggiungerla anche in sedia a rotelle".
A marzo 2025, il campione di parabob aveva testato lo Sliding Centre. In quell’occasione aveva detto: "Vedo la curva Antelao dal soggiorno di casa: ho provato un’emozione incredibile a scendere sulla pista di Cortina, dove sono nato e cresciuto. Questo impianto da l’opportunità al mondo internazionale del parabob di diventare un punto di riferimento, universalmente accessibile sia per ciò che riguarda la pista in sé, che gli spogliatoi. Sono davvero felice e grato di questa opportunità".
Quel giorno, il Commissario di Governo Fabio Massimo Saldini aveva dichiarato: "È la dimostrazione che il progetto paralimpico ha guidato quello olimpico. La pista è pronta ad ospitare le gare per gli atleti con disabilità".
Cos’è il parabob
Come spiega il Comitato Italiano Paralimpico, il parabob è una disciplina sportiva praticata da chi ha una disabilità agli arti inferiori (paraplegia o amputazione) e con una buona muscolatura dagli addominali in su. È amato da chi predilige gli sport adrenalinici, viste le alte velocità che si raggiungono sul tracciato ghiacciato.
Rispetto al bob tradizionale, il parabob presenta alcune differenze sostanziali. Innanzitutto, prevede l’utilizzo di un mezzo monoposto (messo a disposizione dalla federazione internazionale) dotato di un pistone elettroidraulico per fornire una spinta iniziale uguale per tutti i partecipanti. Il peso totale (mezzo più pilota) è lo stesso per tutti i partecipanti, grazie ad apposite zavorre che vengono applicate. Nel parabob, l’atleta ricopre insieme i ruoli di pilota e frenatore e, stringendo le maniglie poste dentro la scocca, comanda i pattini sterzanti.
Finora, dato che nel nostro Paese non c’erano impianti idonei ad ospitare questo sport, per gli allenamenti gli atleti italiani utilizzavano le piste presenti in Austria, in Francia e in Svizzera.
Perché il parabob non è alle Paralimpiadi?

Il parabob continua ad essere escluso dal programma olimpico e paralimpico. A livello internazionale, gli atleti si confrontano nella Coppa del Mondo e nei campionati Mondiali: competizioni in cui gareggia anche la squadra italiana.
A decidere quali sport includere nei Giochi è, come detto, l'Ipc (International Paralympic Committee, il Comitato Paralimpico Internazionale), che ha approvato 22 discipline paralimpiche per i Giochi estivi e 6 per quelli Invernali.
Nel 2016, il parabob era stato approvato provvisoriamente per una potenziale inclusione nei Giochi Paralimpici Invernali di Pechino 2022, ma poi non ha fatto parte del programma definitivo dei Giochi.
Non è andata meglio con Milano Cortina. Nel 2021, il Comitato Paralimpico Internazionale aveva comunicato all’Ibsf (Federazione internazionale di bob e skeleton) la decisione di non includere il parabob nel programma dei Giochi Paralimpici Invernali 2026, spiegando che la scelta era stata presa perché la disciplina non rispettava i criteri richiesti, in riferimento al numero di nazioni che concorrono in questo sport. Troppo pochi i praticanti, insomma.
Nel dicembre 2020, l'Ipc aveva annunciato la conferma per il 2026 di cinque sport (sci alpino paralimpico, para ice hockey, sci nordico paralimpico, para snowboard e curling in carrozzina), ma la decisione sul parabob era stata rimandata all'inizio del 2021, in attesa di chiarimenti su diversi punti. Dopo aver approfondito tali questioni, il Consiglio dell'Ipc aveva deciso di escludere il Parabob poiché lo sport non soddisfava i requisiti minimi in termini di partecipazione globale nelle quattro stagioni precedenti.
Secondo il regolamento dell'Ipc, per essere incluso nei Giochi Paralimpici Invernali, uno sport individuale deve essere praticato diffusamente e regolarmente a livello agonistico in almeno 12 paesi e tre regioni Ipc nel corso del quadriennio designato.
Andrew Parsons, presidente Ipc, aveva aggiunto: "So che questa sarà una notizia comprensibilmente deludente per la comunità del parabob. Tuttavia, lo sport dovrebbe essere incoraggiato dal fatto che, se riuscirà a mantenere i livelli di partecipazione registrati nella stagione 2019/2020 (quando 16 nazioni presero parte a competizioni agonistiche di alto livello), si troverà in una posizione di forza per l'inclusione nell'edizione 2030 dei Giochi".
"Una decisione estremamente deludente - aveva commentato il presidente dell’Ibsf Ivo Ferriani, ex bobbista -. Le statistiche fornite all’Ipc hanno mostrato che nelle ultime due stagioni sono 13 le Nazioni che hanno partecipato regolarmente, ma nell’anno 2016/17 sono state 11, quindi nel 2017/18 solamente 12 possono essere viste come "partecipanti regolarmente". Nell’ultima stagione, quella 2019-2020, hanno preso parte addirittura 16 Nazioni. L’Ibsf ha un forte impegno nei confronti del parasport e continuerà così in futuro. Sappiamo tutti quanto sia importante che tutti gli atleti paralimpici siano accettati nel programma paralimpico per i loro programmi di fondi nazionali. La maggior parte dei nostri atleti si autofinanzia con un ottimo supporto economico e operativo da parte dell’Ibsf. Il parabob mostra l’equità di genere non facendo differenza tra atleti ai quali vengono date le stesse condizioni in una gara. Non smetteremo di lottare per i nostri sport".
Nonostante l’esclusione ufficiale dalle Paralimpiadi Milano Cortina 2026, il movimento per portare il parabob nella cornice olimpica non si è mai fermato. A spingere per il suo l’inserimento è stato a più riprese anche l’ex governatore del Veneto Luca Zaia, che ha detto: "Il parabob dev'essere disciplina olimpica". "L'impresa mondiale di Flavio Menardi è anche un richiamo che non possiamo ignorare: il parabob merita un pieno riconoscimento nel panorama dei grandi eventi internazionali. È tempo che questa disciplina faccia il salto definitivo ed entri stabilmente nel programma paralimpico. È una richiesta che ho avanzato anche formalmente già qualche anno fa al Comitato Paralimpico: oggi, alla luce dei risultati e della crescita del movimento, quella richiesta è ancora più attuale", ha dichiarato di recente Zaia.
Dello stesso avviso Davide Giorgi, presidente del Comitato italiano paralimpico Veneto, che ha salutato il risultato ottenuto dal neo campione del mondo di parabob con entusiasmo: "Un grande risultato, di cui lo sport paralimpico è orgoglioso". E ha aggiunto: "Siamo d'accordissimo col presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, che auspica l'inserimento del parabob nelle discipline paralimpiche. Menardi, figlio della Cortina che si appresta a ospitare i Giochi, è un ragazzo talentuoso che si è già fatto notare per capacità, dedizione e passione. Per noi è un grande testimonial dello sport paralimpico: la sua medaglia porta lustro al movimento che continua a crescere e a mostrarsi al mondo".
Come riporta Ansa, Giorgi si è detto concorde sul fatto che il parabob debba diventare disciplina paralimpica: "Questa medaglia ci dà una spinta in più"

La campagna a senso unico non sempre funziona . il caso dei 150 studenti di Castel Capuano, Napoli.

da  Lorenzo Tosa e  da  x (  twitter  )




La Lega aveva appena organizzato un presunto convegno sul Referendum Giustizia chiamando a raccolta 150 studenti con la promessa di un “evento culturale e formativo”.


A Napoli, classi del quinto anno portate come truppe cammellate a un evento di propaganda per il SÌ. Nessun intervento per il NO. I ragazzi non ci stanno e fanno scoppiare un casino. Un esempio di dignità.
Quando i ragazzi sono arrivati, si sono accorti che sul palco erano rappresentati unicamente esponenti del Sì, tra cui anche il sottosegretario alla Giustizia Ostellari, due tra parlamentari ed ex parlamentari leghisti e, già che c’erano, anche un ex parlamentare di Alleanza Nazionale.
Allora sapete cosa hanno fatto i ragazzi? Prima hanno provato a protestare.Hanno provato a contestare.Hanno gridato alla censura.
Infine, rendendosi conto dell’impossibilità di pronunciare una sola parola di contraddittorio, hanno compiuto l’unico gesto possibile: si sono alzati in piedi e se ne sono andati.
E lo hanno fatto denunciando esplicitamente: “Questa è propaganda per il Sì”.
E insieme a loro se ne sono andati anche professori e dirigente scolastico.
Risultato? Sala vuota e la destra rimasta a parlare da sola in una sala deserta e comizio finito.
Il più alto ed esemplare gesto di Resistenza a cui ho assistito in questa allucinante campagna elettorale.
Arriva da dei ragazzi di 18 anni.

Fine delle Paralimpiadi invernali 2026: le malattie rare nelle storie degli atleti italiani .,Davy Zyw, lo snowboard e la malattia degenerativa: “Mi davano 2 anni di vita ma sono qui e gareggio”

Le  olimpiadi   invernali   paraolimpiche  Non sono solo   come    quelle le  classiche    olimpiadi  invernali   soltanto di competizioni s...