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3.6.26

«La medicina estetica può aiutare ma bisogna anche saper dire no» Giovanni Angiolini presenta il suo libro "Ti (S)consiglio l'estetica" «Non si può cancellare la propria identità per rincorrere una tendenza»

Prima di riportare la storia di cui s'accenna nel titolo (vedere foto a sinistra ) , bisogna. fare Un "no"
etico è spesso l'atto medico più importante e responsabile. Nella medicina estetica moderna, l'obiettivo principale è migliorare l'armonia e il benessere psico-fisico del paziente, non stravolgerne l'identità. << Un bravo professionista deve saper rifiutare i trattamenti quando sono sproporzionati, dannosi per la salute o dettati da aspettative illusorie. >> ( da AI Overview ) Infatti da quel che ho appreso da parrenti medici  e nel corso delle mie visite ed interventi  e da vari siti medici. consultati posso dire. che  La centralità del limite etico nella professione medica si articola in diversi punti chiave :
  • Etica e Deontologia Medica: Il Codice di Deontologia Medica impone al medico di rifiutare richieste sproporzionate o rischiose, specialmente se il trattamento è irreversibile e non curativo. 
  • Ascolto e Valutazione: Il rifiuto di un trattamento non è un limite, ma una scelta di protezione del paziente. Spesso, dietro a richieste eccessive, si celano disagi psicologici che richiedono un approccio diverso.
  • Consapevolezza dell'Identità: La medicina estetica deve rispettare le proporzioni naturali del viso e del corpo, evitando l'effetto "iper-trattato" e ponendo la sicurezza e l'unicità della persona al primo posto. 
Per un approfondimento sul confine etico e su quando il medico sceglie di non intervenire, si puo leggere come. suggerito da. google  l'articolo dedicato su Dossier Salute o esplorare il punto di vista clinico espresso in un post specifico su Instagram.
Ed è proprio. in questi contesto che  s'inquadra la  storia   d'oggi .
  da la. nuova. sardegna del 3\6\2026

Olbia 
C'è un passaggio che più di ogni altro racconta la filosofia di Giovanni Angiolini. È la storia di una giovane minorenne, l'unica paziente per la quale il medico estetico sassarese abbia scelto di fare un'eccezione a una regola che non ama infrangere: niente interventi o ritocchi prima dei 18 anni. Per quella ragazza il naso era diventato una condanna, tanto da spingerla a nasconderlo ogni giorno dietro un paio di grandi occhialoni.Di fronte a tanta sofferenza, e dopo il consenso firmato da entrambi i genitori, Angiolini decise di intervenire. Quando tutto finì, la ragazza si guardò allo specchio, si tolse gli occhiali, li lanciò via e scoppiò a piangere. «E in quel momento capisci che cosa significa restituire serenità e sicurezza a una persona».



È una delle storie che meglio spiegano il senso di “Ti (s)consiglio l'estetica. Tutto quello che nessuno ti dice sulla bellezza”, il libro pubblicato due settimane fa da Maggioli Editore e già salito al secondo posto in Italia tra i volumi dedicati alla medicina e alla chirurgia estetica. Non un manuale tecnico né un catalogo di procedure, ma una riflessione sul rapporto tra immagine, identità e benessere maturata tra Sassari, Olbia, Milano, Roma,
Sanremo, Londra, Oslo e Maiorca.

È il suo secondo libro. Perché ha deciso di scriverlo e perché un titolo così particolare?
«Nel 2019 avevo già pubblicato un libro con Mondadori dedicato al wellness e al benessere. Questa volta Maggioli mi ha proposto di scriverne uno sulla medicina estetica. Volevo un libro aperto a tutti, che raccontasse il mio modo di vedere l'estetica e il rapporto con i pazienti. Il titolo nasce proprio da questo: raccontare tutto quello che normalmente non viene detto, non soltanto i trattamenti ma anche ciò che c'è dietro».

E che cosa c'è dietro?
«L'ascolto. La comprensione della persona. Le sue aspettative. La sua storia. Scrivere di medicina estetica oggi significa muoversi tra promesse facili, giudizi rapidi e aspettative sociali. Questo libro nasce per fare chiarezza. Non è una guida alla perfezione, ma un invito a riflettere sul significato autentico della bellezza. Credo che ci sia davvero bisogno di riportare al centro concetti come consapevolezza, equilibrio e armonia. La medicina estetica dovrebbe aiutare le persone a riconciliarsi con se stesse, non a inseguire modelli irrealistici».

Da tempo lei ripete un concetto: il medico deve saper dire no.
«Sì, perché non bisogna mai diventare il braccio armato del paziente. A volte una donna o un uomo arrivano perché vogliono stare meglio. Altre volte utilizzano l'estetica per cercare di colmare un disagio interiore o una fase difficile della loro vita. In quel caso bisogna bloccarsi. Il nostro dovere è capire che cosa c'è dietro quella richiesta e tutelare il paziente».

Che cosa vede quando incontra persone eccessivamente trattate?
«Spesso non vedo benessere. Vedo fragilità. L'estetica può essere uno strumento meraviglioso, ma non può diventare il modo per tappare i buchi dell'anima. Quando si insegue continuamente una ruga o un'immagine irraggiungibile, il problema raramente è esterno».

Nel libro parla anche di medicina estetica etica. Che cosa significa?
«Significa ricordarsi sempre che davanti abbiamo una persona e non un trattamento. Ogni intervento deve rispettarne anche la personalità. Non posso rendere appariscente chi è particolarmente timido o introverso. L'obiettivo non è cambiare chi abbiamo di fronte, ma valorizzare ciò che è già». 

Quali sono le richieste che la preoccupano di più?

«Mi capita sempre più spesso di vedere ragazze giovani, spesso bellissime, che vogliono modificare il proprio volto non per correggere un difetto che le fa soffrire, ma per assomigliare a modelli imposti dai social. È proprio in questi casi che il medico deve avere il coraggio di mettere un freno».

Quindi i social sono il principale motore di questo fenomeno?
«Hanno un peso enorme. Ci sono stati periodi in cui arrivavano con le foto delle Kardashian chiedendo di avere lo stesso viso. Altre volte mi mostravano immagini filtrate da Snapchat e dicevano: voglio gli occhi così grandi, il naso così piccolo. Il problema è che il volto non è una maglietta o un paio di pantaloni che si possono cambiare seguendo semplicemente una moda. Fa parte della nostra identità e non può essere trattato come una tendenza del momento»

È qui, insomma, che il medico deve intervenire?
«Assolutamente sì. Non tutte le richieste devono trovare una risposta favorevole. Il medico ha il dovere di valutare, consigliare e, tutte le volte che serve, anche dire no. Fa parte della responsabilità che abbiamo verso chi si affida a noi».

Il libro le ha portato anche un riconoscimento particolare.
«Sì. Durante la presentazione a Roma, moderata dal giornalista Luigi Caputo, presidente di Consumerismo No Profit, sono stato nominato primo medico associato dell'organizzazione. Mi ha fatto molto piacere perché quel riconoscimento nasce proprio dai contenuti del libro. È stato considerato uno strumento utile per aiutare i pazienti e i consumatori a orientarsi nel mondo dell'estetica e a capire quando un trattamento è davvero indicato e quando invece è meglio seguire un'altra strada».

Lei è stato inserito dall'International Journal of Aesthetic Medicine tra i professionisti di riferimento del settore nel 2024 e nel 2025. Che significato ha?
«È un traguardo che mi rende orgoglioso, ma che considero soprattutto una responsabilità. Mi ricorda ogni giorno quanto sia importante continuare a lavorare con equilibrio, etica e attenzione verso le persone».

Ma lei nasce come chirurgo ortopedico. Continua a esercitare?
«Solo per gli amici. L'ortopedia è stata una parte importantissima della mia vita professionale e continua a piacermi molto. Però la medicina estetica mi ha conquistato per il rapporto speciale che si crea con le pazienti e i pazienti. Costruisci con loro un percorso, li accompagni nel tempo e ti rendi conto che acquistano sempre più sicurezza. Quando risolvi un problema estetico che una persona si porta dietro da una vita, vedi una gioia straordinaria. Sono momenti che non si dimenticano».

In che senso?
«A volte arrivano con la foto di un cagnolino o di un gatto come immagine del profilo e, dopo qualche mese, scelgono invece di mettere la propria foto per la prima volta. Hanno ritrovato fiducia in se stessi».

C'è un argomento che avrebbe voluto approfondire maggiormente nel libro?
«Sì, il tema dello specchio. È un argomento che mi affascina molto. Lo specchio non restituisce solo un'immagine, ma racconta come ci vediamo. Imparare a guardarsi nel modo corretto, senza eccessi né giudizi distorti, è una parte fondamentale del benessere».

Come sta cambiando la medicina estetica?
«Sta diventando sempre meno invasiva e sempre più orientata alla rigenerazione. In questo momento si parla molto di cellule adipose, cellule staminali e tecniche che puntano a migliorare la qualità dei tessuti. La direzione è quella: prendersi cura della persona partendo dalla cura della pelle e dell’organismo»-

Se dovesse riassumere il messaggio del libro in una frase?
«La vera bellezza non coincide con la perfezione, ma con la capacità di riconoscersi, rispettarsi e sentirsi in armonia con ciò che si è. Educare alla misura è forse la parte più difficile del mio lavoro, ma anche quella che mi dà più soddisfazione».


 


 
 

medici attivi. anche. in. vacanza . il caso. di ilaria Valentini e Riccardo Marchetto, che. salvano. una. vita. durante un volo. per il Marocco

da. Lorenzo Tosa.


 Loro sono Ilaria Valentini e Riccardo Marchetto, due infermieri vicentini dell’Ulss 8 Berica, nonché marito e moglie, e quello che hanno fatto merita di essere raccontato e, perché no, pure premiato. Erano in partenza per le vacanze per il Marocco, in volo da Bergamo a Marrakech. Pochi minuti prima dell’atterraggio, un bambino si è sentito male, colpito da un grave arresto respiratorio per un’ostruzione delle vie aeree in seguito a un episodio di convulsioni febbrili.Di fronte alla richiesta dell’equipaggio di assistenza sanitaria, Ilaria e Riccardo sono intervenuti immediatamente, trovandosi di fronte a un bambino molto piccolo, cianotico e incapace di respirare.I due infermieri hanno cominciato allora le manovre di emergenza: prima la disostruzione e subito dopo la rianimazione pediatrica. Il tutto con la difficoltà ulteriore della lingua, privi delle dotazioni mediche necessarie, di mascherine facciali, ossigeno inutilizzabile e defibrillatore solo in modalità adulti.La coppia non si è lasciata scoraggiare e ha praticato comunque tutte le manovre necessarie, tra ventilazioni e massaggio cardiaco. Lo hanno fatto per due volte, fino a quando il bambino non ha ripreso a respirare.In pratica, gli hanno salvato la vita, mentre si trovavano in vacanza, senza quasi strumentazione, solo con la propria esperienza e una buona dose di sangue freddo, ottenendo il plauso pubblico dell’Ordine degli Infermieri di Vicenza che riassume tutto:“Il loro è stato un esempio autentico di competenza, responsabilità e umanità”.Competenza, responsabilità e umanità. Tutto insieme. Queste sono le storie che meritano di essere raccontate e fatte conoscere. E mi auguro che il Presidente della Repubblica Mattarella li inviti presto al Quirinale per premiarli ufficialmente. Sono sicuro che sarà così.È il minimo per dir loro grazie a nome di un Paese intero

le truppe. cammellate. e la. clache della meloni e della destra. lanciano fango usando il suo. post e lei taace. ma. piange. quando gli elettori. di parte. avversa. l'attaccanio. due. pesi e. due. misure


Festa della Repubblica e polemiche: ci risiamo. Nel giorno delle celebrazioni per il referendum che abolì la monarchia e fece nascere la Repubblica italiana, esattamente 80 anni fa, non ha fatto discutere solo l'assenza del vicepremier Matteo Salvini alla tradizionale parata su via dei Fori Imperiali a Roma. Perché c'è chi quella parata vorrebbe abolirla, tout court. Nella mattinata di ieri, nel pieno delle celebrazioni per la ricorrenza, Ilaria Salis - europarlamentare di Alleanza verdi e sinistra - ha deciso di esplicitare il suo sentimento anti parata così, scrivendo sui social: 

 A destra sono insorti e. fin  qui ci puo anche stare ,  anche. se e espressa secondo me in modo demagogico . In particolare la meloni Pur senza citare Ilaria Salis, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto per le rime oltre che  demagogicamente :
 


 
Questo post  della Meloni.   a mio. avviso opinabile.  anche  se  ipocrita  visto che loro stessi  avevano. un idea. diversa sul. 2. giugno 



In quanto il 2 giugno può. anche. essere celebrato e ricordato. anche senza parate militari e farlo senza. non vuol dire. necessariamente non rispettare o mancare di rispetto a. quelle persone. che. servono il nostro paese la divisa , ha. scatenato nel silenzio  della Meloni sempre pronta a lamentarsi quando la. vittima del fango è lei ma silente  quando  sono i  suoi simpatizzanti o elettori ad offendere  e  a praticare la. gogna mediatica  nelle. sue truppe. cammellate e nella sua clache una gogna indegna, violentissima.Nonostante. nel. post della Salis condivisibile non si  riscontri nessun odio e mancanza. di rispetto

Boicottaggio impossibile. o. quasi , aggiornamento sul caso De gregori \ Eric de Luca

 


Ho sciolto (. vedere. foto sopra  ) il dubbio  con cui concludevo il post  : « Eric de Luca e Francesco de Gregori due. faccie della stessa medaglia ? » ovvero se continuare ad ascoltare o meno De Gregori  e. cosa. fare.   con i libri.    che. ho.  in casa e  con i lavori di Eric de Luca senza dover passare per il caminetto  o   il  bidone della carta  oppure :  rivederli come. usati  riciclarli come regalo ad  amici\che ,   donarli alla. biblioteca,   ad un centro di scambio libri , donarli. a venditori delle. fiere  ecc  .  Ebbene. cari amici vicini e lontani. ecco la mia scelta. 
Ho scelto di non di non ” boicottare ”  De Gregori  e   di tenermi  quasi tutti i suoi cd live e raccolte.  Senza. Gli inediti perchè un. Cantautore   che. Fa.  Solo. Cover o. Riadattamenti. Di. Suoi vecchi pezzi   e quasi. Arrivato alla fine della carriera . Ho preso tale scelta. Perchè. Sono cresciuto.  Con la.  Sua musica. Ed esse. Sono legati bellissimi ricordi ma soprattutto perchè   penso ed applico questa frase : « Invece le canzoni non ti tradiscono, anche chi le fa può tradirti, ma le canzoni, le tue canzoni, quelle che per te hanno voluto dire qualcosa, le trovi sempre lì, quando tu vuoi trovarle, intatte; non importa se cambierà chi le ha cantate. Se volete sapere la mia, delle canzoni, delle vostre canzoni, vi potete fidare.» dal film "Radio Freccia" di Ligabue (Luciano Ligabue) presa da https://www.pensieriparole.it/frasi-film/radio-freccia-(2009)/
Per i Libri  di Eri. De. Luca  non mi va  di  bruciare o censurare libri  come. Facevano. I nazisti e. I fascisti ( I roghi di libri compiuti dai nazisti | Enciclopedia oppure la risposta di  IA Mode alla mia. domanda.  :  anche i. fascisti. bruciavano i libri. come. i nazisti. ?
Infatti  Chi. Sono io per impedire a. voi. altri \e  di leggere in questi caso.  uno o più  libro di un autore. che.  a me. nion piace più. o. non condivido  più  il. suo pensiero. politico \. culturale. 
Quindi. quei due \ tre , adesso non ricordo ,  gli ho  donati alla. Biblioteca. Comunale.  e uno l’ho lasciato in proloco nel centro. scambio libri  .





2.6.26

provocazione referendum. 2. giugno 1946. - 2. giugno 2026

 


Ripensavo al fatto (piuttosto drammatico, è vero) che al celebre Referendum,nell'indipendentistissima Sardegna -in controtendenza rispetto al resto d'Italia- vinse la Monarchia. Infatti su oltre 560.000 sardi votanti, la scelta Monarchica prevalse nettamente con il 60,93% delle preferenze, mentre la Repubblica si fermò a un più modesto 39,07%.Ora, se per una volta riuscissimo a trarre qualche vantaggio dall'essere una Regione a Statuto Speciale, io proporrei di sentire al volo quel fustacchione di Emanuele Filiberto e ripristinare la Monarchia (come dal Popolo Sardo espressamente richiesto in sede referendaria) rendendoci così finalmente e definitivamente indipendenti dall'odiata Repubblica Italiana.UNICO METODO FUNZIONANTE! Carta a nostro favore: facciamo ancora la Cavalcata Sarda perché non abbiamo mai smesso di strizzare l'occhio ai cari vecchi Savoia. Condividi se hai un cuore monarchico


Per. approfondire
del referendum in sardegna. fonti

1.6.26

non sapevo che schierarsi contro i malpancisti exnofobici e islamfobici a. favore della comunità islamica. vedi caso di Simone Carabella,






Per certa gente malpancista sono, é questo il tono dei commenti. Email ricevuti , dopo. Il post  di stamattina  https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2026/06/lamiglire-risposta-contro-gli.html 
Ho ricevuto.  diversi messaggi  e. commenti da parte. degli islamfobici e. ed exenofobici   . Ecco una.   che. li riassume. tutti 

 ti pisciano in testa e neppure te ne accorgi . Continua cosi  con. il tuo. filo. islamismo. 

Ora Lo so che dovrei lasciar perdere tali pe sone e. tali messaggi e cestinarli direttamente . Ma non resisto nel. Rispondere non tanto a ˆˆˆˆ uno\a dei pochi che si è firmato con nome e Cognome ( veri o inventati ) rispetto altri\e. che. si firmano Duce e menate varie . Userò anch’io esponenti della comunità islamica l’ironia . Non sapevo che essere ” spiritualità ” o. Laico credente significasse essere islamico .Allora. sarei. Anche. Testimone di Geova perché commento la. Bibbia ed intavolo. Discussioni con loro ed. Spesso riporto. Alcuni loro interventi. Che. Ricevo sul cell nel blog . Oppure sarei cattolico. Perchè ho. Come. Tutti anche chi è ateo e non. Praticante ho i sacramenti o vado in chiesa. Per. Funerali o matrimoni o. Riporto. Storie. O interventi. Di. Amici cattolici e. Cristiani. ? Ma. Ora. Ritorniamo seri che. Male fanno una. Comunità religiosa a fare una. Festa se. Si svolgere pacificamente. O rispetta le. Leggi. Italiane ? Diverso il caso se essa viole. Leggi italiane ma. Non min sembra questo il caso vedere. Post precedenti per. Dettagli post. precedenrte

la. migliore. risposta contro. gli islamofobici e. i razzisti e' l'ironia. il caso della. figuraccia. di , Simone Carabella, influenzer. di destra. alla. festa. di fine ramadan di mussulmani del. 31 maggio. lui. gli. insulta. loro lo. accolgono.

fonti lorenzo tosa e. fan page


 
Immagine
Simone Carabella (foto a sinistra ) influencer di estrema destra molto noto sui social, ha appena rimediato una delle più imbarazzanti figure a cui abbiate mai assistito. da. parte. degli islamfobici malpancisti 
Per giorni ha lanciato fango e odio sulla festa musulmana di Eid al-Adha ( oppure  semplicemtne Edi  ) festa del Sacrificio cioè. la. fine del.  ramadan. in programma ieri a Villa Gordiani a Roma, condite da vere e proprie fake news su una inesistente “macellazione di agnelli in pubblica piazza”.
Addirittura si è spinto ad associare l’evento e gli islamici in generale alla strage di Modena.
E, il giorno della festa, ha fatto addirittura di più: come aveva annunciato, si è presentato provocatoriamente brandendo un panino con la porchetta, pensando così, nella sua meschineria, di suscitare la reazione rabbiosa degli islamici che festeggiavano, fare la vittima e dare poi tutto in pasto ai suoi follower sbavanti bile e islamofobia. 
Ma gli è andata malissimo.
Non solo ha scoperto che non esisteva nessuna macellazione su pubblica piazza.
Non solo nessuno gli ha detto nulla, nessuna offesa, nessuna reazione, al massimo qualche sorriso di commiserazione.
Ma, anzi, Carabella - come riporta Fanpage - “è stato accolto con toni pacati e ironici dalla comunità islamica”
Addirittura Rabeh Ibrahim El Kerchaoui, del mercato arabo di Centocelle  a Fanpage:
“ È l'unico modo per affrontarli. Io sono nato a Napoli, quindi l’ironia ce l’ho nel sangue. E sono arrivato alla conclusione che persone del genere non puoi contrastarle con la cultura, perché non sapresti neanche da dove iniziare. Non puoi sederti con loro e parlare dell’Islam nei Paesi arabi, del cristianesimo, eccetera. No, l'ironia è l’unico linguaggio che capiscono". l’ha invitato a mangiarlo con lui direttamente in moschea.C’è gente che combatte per il salario minimo, gente che muore a Gaza… Se Carabella vuole combattere per il panino con la porchetta, chi sono io per dirgli di no?"
La risposta è straordinaria.La figuraccia di Carabella epocale.
Pensava di mostrare la disumanità e le contraddizioni dei musulmani che “ci vogliono imporre le loro tradizioni”.
È finito per essere ridicolizzato e blastato ripetutamente su pubblica piazza e davanti alle telecamere.
Una grande lezione su come si risponde all’ignoranza. Con intelligenza e ironia.

Caro de Gregori ..... di Gino castaldo

Ho letto nei giorni scorsi su  repubblica, non ricordo se su cartaceo o online del  30\5\2026 la lettera  (che. riporto sotto ) di Gino Castaldo na delle voci più autorevoli  in campo della. critica musicale , a Francesco De Gregori  
Egli ha. confermato quello che , io  semplice  fruitore musicale  affermavo nel post precedente  sulla pessima e discutibile uscita di De Gregori vedere sotto il video preso da  X 


 

 

Ma.ora basta   scrivere,   vi lascio all'articolo  in questione   


Caro De Gregori ti scrivo: nessuno meglio di te saprebbe rompere il silenzio

“Ho letto con stupore e, perché no, con una punta di sincero dolore, le tue dichiarazioni, soprattutto quando sostieni che provi imbarazzo per gli artisti che si schierano”Caro De Gregori ti scrivo: nessuno meglio di te saprebbe rompere il silenzio “Ho letto con stupore e, perché no, con una punta di sincero dolore, le tue dichiarazioni, soprattutto quando sostieni che provi imbarazzo per gli artisti che si schierano 



 Caro Francesco, ti scrivo, e perdona il tono confidenziale, ma fosti tu una volta a trovare singolare che nelle interviste ci si desse formalmente del lei. Del resto è vero, siamo più o meno coetanei, ci siamo conosciuti una cinquantina d’anni fa, anzi in un luogo imprecisato del tempo che precede addirittura la nascita di Repubblica, io come giovane cronista della musica tu come protagonista di una nuova generazione della canzone d’autore. In tutto questo tempo ne abbiamo viste tante, di brutte, ma anche di bellissime, passioni travolgenti, sconfitte, ardori delusi, speranze e illusioni. Se allora, nel mezzo del furore degli anni Settanta, ci avessero descritto il mondo come è oggi, non ci avremmo mai creduto. Per questo ho letto con stupore e, perché no, con una punta di sincero dolore, le tue dichiarazioni, soprattutto quando sostieni che provi imbarazzo per gli artisti che si schierano. Questo imbarazzo non lo abbiamo mai provato quando c’erano da combattere battaglie per i diritti civili, quando c’erano guerre ingiuste. Anzi. Siamo cresciuti nella consapevolezza che l’espressione del proprio pensiero fosse non solo naturale, direi inevitabile, per chiunque. Il che non vuol dire “schierarsi”, vuol dire qualcosa di molto più elevato, vuol dire trasmettere la propria visione del mondo, battersi per le proprie convinzioni. In un mondo in cui sembra che il silenzio sia l’opzione più conveniente, che proprio da te venga un invito al silenzio è sconfortante Il silenzio, non dire nulla, non pronunciarsi… Ma come... Qui non si tratta di pronunciarsi pro o contro il governo. È fin troppo ovvio: un artista “deve” essere lontano dai partiti, “deve” essere indipendente, ma questo non vuol dire “stare zitti”, non manifestare opinioni. Anche perché stiamo vivendo una crisi senza precedenti. Ci sono in gioco non le prossime elezioni amministrative, ma un pericoloso sconvolgimento dell’ordine mondiale, ci sono massacri di civili, di bambini, siamo travolti da arroganze planetarie, guerre orrende. Siamo tutti chiamati a decidere cosa vogliamo essere, se vogliamo accettare passivamente l’algoritmo del potere, o se esiste qualche forma possibile di reazione, se è possibile arginare la deriva dei poteri che stanno disegnando perfino i contorni della nostra vita quotidiana, sì, anche della mia, e della tua. Sembra quasi assurdo che un artista, così come ogni altro cittadino, non abbia reazioni di fronte alle mostruosità che vediamo. “È inutile sensibilizzare”, dici? Quando un artista prende posizione magari non sposta l’opinione, ma dà coraggio, ispira, ci aiuta, ci rafforza nell’idea di essere nel giusto, ci fa capire che non siamo soli, isolati, come le nuove forze del potere ci vorrebbero. È incredibile come questa semplicissima verità possa sfuggire a un artista della tua esperienza e della tua levatura... Le parole pesano, oggi più che mai, ora che se ne dicono tante, troppe, in modi a volte sguaiati, e spero in ogni modo di non contribuire al fango, alla volgarità dei commenti e degli insulti che ti stanno arrivando. Siamo cresciuti in un periodo storico in cui si discuteva su tutto, si litigava su ogni singolo dettaglio perché perfino il privato era considerato “politico”, ma era appassionante, era un modo di crescere. Aggiungerei che, all’opposto di quello che dici, proprio gli artisti oggi potrebbero avere un ruolo potente e magnifico: aiutarci a uscire dalla faziosità che ci opprime, dall’obbligo di “schierarsi” dalla parte del bianco o del nero, perché le questioni che affliggono il mondo sono questioni che hanno a che vedere con la condizione umana, e non dovrebbero essere ridotte a un tifo da stadio, tra destra e sinistra. Di questi tempi il silenzio non sembra propriamente d’oro, ha un colore molto più sporco, direi rugginoso, e la ruggine, come diceva il tuo collega Neil Young, “never sleeps”, non dorme mai. Il minimo che potremmo fare è cercare di scrostarla questa ruggine e cercare di fare uscire un raggio di luce da questi tempi bui. E, permettimi, sono sicuro che questo lo sapresti fare benissimo. Con immutato affetto, tuo...

31.5.26

La storia di Andrea Carbini: «Facevo il manager della Feltrinelli (e fondai Ubik), poi ho rinunciato alla carriera: adesso lavoro in edicola 16 ore al giorno»

corriere. della sera. 

«Aprire un'edicola mi è sembrato il modo migliore per abitare il reale in un mondo divenuto virtuale». Carbini era assistente di Romano Montroni, che per 38 anni aveva diretto le Librerie: «Mi cercò per tutta Milano con il taxi»
  

 il ritratto della gentilezza. A una bimba spiega come procurarsi le macchinine Hot Wheels: «No, piccola, mi spiace, non le tengo. Prova alla stazione del metrò». A un cliente dice: «Entra, prenditi il resto». Andrea Carbini ha appena venduto un’altra copia del Corriere della Sera e in questo momento non ha tempo per la cassa: deve stare fuori dal chiosco ad allineare sul bancone le pile di giornali. Vedere in azione questo edicolante milanese, all’angolo fra via Plinio e via Morgagni, allarga il cuore. Non c’è chi fatturi quanto lui. Si sveglia alle 4.30, alza la serranda alle 5.45, finisce alle 21, «quando va bene». Orario continuato, sette giorni su sette, 365 giorni l’anno: «Nelle sei festività in cui i quotidiani non escono, apro lo stesso, però arrivo alle 8.30». Nessuno che gli dia il cambio. Ferie mai.

Carbini potrebbe vendere ghiaccioli in Alaska. Ci riesce perché per una vita ha piazzato libri, articoli notoriamente meno richiesti di quotidiani e periodici, che già non se la passano bene. Era un apprezzato manager della Feltrinelli, con tanto di laurea in filosofia. Poi ha creato la catena Ubik, oggi arrivata a oltre 180 librerie. Di punto in bianco ha deciso di rinunciare alla carriera e di rilevare questa azienda che misura appena 6 metri per 3. È accaduto nel 2020 e non se n’è mai pentito. Davanti al suo baracchino, una ressa continua, con lui che elargisce affetto («salutami la mamma»), regala complimenti («ti vedo abbronzata, torni dalle vacanze?»), canzona gli indiscreti («uè, ma che ti frega se ho un buco nel maglione, sarai mica Armani?»). 

Che cos’è stato? Un colpo di testa?
«Per nulla. Tutto è nato da Quisco, dallo spagnolo quiosco, edicola. Doveva essere una catena in franchising. Una mia idea: edicole mobili per rimpiazzare quelle defunte. Iniziai con due motofurgoni Ape e alcuni collaboratori. Ma nel momento sbagliato: 19 dicembre 2019».

Subito dopo arrivò il Covid.
«Fu lo stesso entusiasmante. La gente mi aspettava dai balconi. Code infinite. Un signore mi chiese: “Fa anche il vaccino?”. Ma non trovai gli sponsor giusti per lanciare Quisco su scala nazionale. Così ripiegai su questa edicola fissa in zona corso Buenos Aires. Esiste dal 1926, sa?».

Perché lasciò una casa editrice?
«Se n’era andato Romano Montroni, l’uomo che per 38 anni ha diretto le librerie Feltrinelli. Fu lui ad assumermi. Dopo il colloquio, si perse il mio curriculum, come racconta nella sua autobiografia Libraio per caso, pubblicata da Marsilio. In taxi fece il giro di tutte le librerie cooperative universitarie di Milano, sino a rintracciarmi in quella dove la domenica veniva a fare acquisti anche Roberto Calasso, l’editore di Adelphi. Mi prese come suo assistente».

Uscito da Feltrinelli, fondò Ubik.
«Prim’ancora Fastbook. Ubik introdusse un principio molto evoluto: servire una catena di librerie attraverso un solo grossista. Le diedi il nome del romanzo distopico di Philip Dick. In realtà, avevo letto che secondo Umberto Eco un brand di successo doveva avere solo quattro lettere: Sony, Nike, Dior... Meglio ancora se con un grafema alieno. E quale più della “k”? La designer Daniela Rossi fece di meglio: rovesciò la “i”. Divenne un marchio inconfondibile».

Qual è il primo giornale che ha tenuto fra le mani da bambino?
«Il Corriere della Sera. In casa entrava solo quello. Mi ci appassionai a 14 anni, nel periodo segnato dallo scandalo della P2, quando, su pressione del presidente Sandro Pertini, a Franco Di Bella subentrò come direttore Alberto Cavallari».

Perché ha scelto un mestiere, l’edicolante, considerato in via di estinzione?
«Mi è sembrato il modo migliore per abitare il reale in un mondo divenuto virtuale. Il che significa vivere il freddo, il caldo, la pioggia, il vento. Abiti il reale se crei un rapporto con la comunità che ti circonda. Sto qui 16 ore al giorno, faccio una vita di strada. È una grande scuola. Per un giovane sarebbe più educativa del liceo. Toccare i giornali è fondamentale per la formazione di un essere umano».

D’inverno è riscaldato questo chiosco?
«No, e neppure rinfrescato d’estate. Gli sbalzi termici mi farebbero male».

Dev’essere un inferno a Ferragosto.
«Fu peggio quando ebbi una malattia molto seria. Venivo a lavorare lo stesso. Lì ho toccato con mano che cos’è la solidarietà. Una famiglia tutte le sere si presentava con un pasto caldo: non ne avevo bisogno, perché so cucinare da solo, ho la schiscetta. Però mi ha commosso. Non dimenticherò mai una persona che pregava per la mia guarigione. Ancora oggi tutti i giorni mi porta le brioche».

Quante testate ci sono qui dentro?
«Circa 500. Farcele stare è una fatica tremenda. Ogni mattina devo movimentare a forza di braccia metà edicola».

Soffrono di più i libri o i giornali?
«La stampa sta attraversando il deserto, insieme con le tv. L’editoria libraria lo ha già attraversato. Le vendite dei quotidiani sono in caduta libera, torneranno ai livelli anteriori al boom economico. Di conseguenza, la pubblicità migra verso il digitale, perché i lettori stanno lì, sulla Rete. L’algoritmo oggi è il pastore dell’essere, per usare un’espressione di Martin Heidegger: gli cedi i tuoi dati e lui ti viene a cercare per venderti qualcosa. Ovvio, alle aziende interessa di più un mezzo che targetizza, brutta parola».

Pure lei sta su Instagram e Facebook.
«Ci starò per poco. Ho voluto lasciare un suggerimento di vita ai giovani: facciamoci il c... ma almeno divertiamoci».

Leggo che ha arruolato un «content creator e creativo multidisciplinare».
«Macché arruolato! È Tudor Laurini, un blogger. Ha lo studio qui vicino. Lo chiamano Klaus. Mi faceva la posta da tempo per filmarmi. Mi tempestava di domande. Guarda che io non voglio comparire sui social, lo dissuadevo. Poi ho visto che le fanciulle lo riconoscevano per strada: Klaus di qui, Klaus di là. Alla fine ho ceduto. Intelligente e simpatico. Penso che ripeterò l’esperimento. Voglio spiegare ai ragazzi come si disegna un menabò e come si legge un giornale».

Per l’edicola c’è futuro?
«No, se la rendi un luogo passivo, dove accetti di smerciare gadget, snack, fiori. Dicono che in 20 anni i punti vendita siano scesi da 35.000 a 20.000. Secondo me, togliendo quelli che fungono da biglietterie per bus e ritiro di pacchi Amazon, sono molti meno. Ma per chi sa selezionare e creare un proprio pubblico, spazio ce ne sarà sempre, e tanto. Altrimenti perché mi farei arrivare persino il mensile francese Philosophie Magazine, che tra gli insegnanti va via come il pane?».

Ha una ricetta anche per noi scribi?
«I giornali d’inchiesta, che spiegano, che controllano il potere, che orientano, che aprono finestre sul mondo, che sanno fare sintesi, che dialogano con i lettori non moriranno mai. Voi però usate un linguaggio che non attrae i giovani. Loro hanno capito che per affrontare l’intelligenza artificiale hai bisogno di categorie logiche e filosofiche, sennò quella roba lì ti macina. Io sono mentalmente cambiato da quando faccio questo lavoro, adesso sono un uomo del tutto diverso».

Vogliamo parlare dei costi industriali di un giornale stampato in tipografia?
«Ha ragione, sono diventati insostenibili. Il Pdf, invece, lo stampo gratis dal mio pc. Ma questi sono anche i costi della democrazia. Che Paese saremmo senza le edicole? Glielo dico io: una selva di tribù che si accapigliano sul web. Uno dei motivi di deterioramento della politica è proprio la crisi della carta stampata».

Quanti clienti ha?
«Almeno 400 al giorno. Il sabato e la domenica possono arrivare a 1.500».

Li attira persino con la musica, sento.
«Nella colonna sonora del mio chiosco ci sono sempre Mozart e i Concerti brandeburghesi di Bach. Anche quelli per clavicembalo. Mi mettono gioia».

Le è capitato di non esporre, di tenere sotto il banco, una testata che disprezza?
«No. Detesto le censure ideologiche».

Molti suoi colleghi salvavano il bilancio mensile con i periodici hard, ma ora il porno arriva a domicilio con Internet.
«Schifezze qui non ne tengo, ho deciso a priori di rifiutarle. Pertanto, non so neppure se quei giornaletti escano ancora».

Mai pentito d’aver mollato Feltrinelli?
«No, ci mancherebbe altro. Lei si chiederà: ma chi te lo ha fatto fare?».

Mi legge nel pensiero.
«La curiosità. All’alba non vedo l’ora di venire qui, perché so che mi attende una scommessa e incontrerò tantissime persone interessanti. Serve una grande disciplina per affrontare una vita così».

Non ha paura della fauna notturna?
«No. Il bar qui accanto chiude alle 2, funge da deterrente».

Quando lavoravo a Milano, i giornali me li portava a casa un giovane edicolante di piazza Esquilino, che studiava ingegneria meccanica. All’alba del 4 gennaio 1999 fu ucciso nel suo chiosco.
«Ricordo. Lo scorso novembre ho subìto anch’io una rapina, però piccola».

Le ultime ferie quando sono state?
«Non lo ricordo, giuro. Tra Basilicata e Calabria, mi pare, dal lunedì al venerdì. Allora avevo dei collaboratori, me lo potevo permettere».

La salute non ne risente?
«Mi mantengo in forma con le flessioni dentro l’edicola, 100 al giorno».

Tempo per leggere gliene avanza?
«Un’ora e mezza la sera, prima di addormentarmi. Alle 23.30 crollo».

Un giorno avrà diritto alla pensione?
«Che cosa triste, la pensione, non voglio andarci. Ho tre figli da affiancare nelle loro avventure. Trasmetterò la mia testimonianza ai giovani, ma non rimarrò qui a vita. Il mio ciclo sta finendo».

29.5.26

il perdono è anche il non decidere . Trent'anni o cinque? Quando il perdono incontra la giustizia

Oggi.  vi propongo  un altra definizione  di perdono. d'aggiungere  a quelle. che propone. alla voce perdono IA Mode 


Oggi vi  vi propongoun altra definizione  di oerdono.d'aggiungere  a quella data da IA 



Immaginate di vivere una situazione come il video di Kiko.com  riportato sotto , in cui siete una madre o. un padre  a cui è stato strappato un figlio, investito sulle strisce pedonali da un automobilista ubriaco o. drogsto . Vi trovate in una stanza, sedute di fronte a quell'uomo. Avete solo un'ora di tempo per parlargli, guardarlo\a negli occhi, ascoltarlo e parlarci .Poi, la scelta.

 Davanti a voi ci sono due bottoni. Se premete il bottone rosso, quell'uomo sconterà 30 anni di carcere. Se premete il bottone blu, la pena scenderà a 5 anni.

Cosa fareste? Ma soprattutto, il perdono può passare attraverso il rifiuto di compiere una scelta così enorme? Forse, a volte, il vero perdono risiede proprio nel non decidere, nel lasciare che il destino o la giustizia facciano il loro corso senza che il peso di una vita gravi sulle nostre spalle già spezzate dal dolore."

«La medicina estetica può aiutare ma bisogna anche saper dire no» Giovanni Angiolini presenta il suo libro "Ti (S)consiglio l'estetica" «Non si può cancellare la propria identità per rincorrere una tendenza»

Prima di riportare la storia di cui s'accenna nel titolo (vedere foto a sinistra ) , bisogna. fare Un "no" etico è spesso l...