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8.3.26

“È sempre snowboard, l’importante è non mollare mai”: le due vite di Emanuel Perathoner oro alle paraolimpiadi 2 invernali del 2026 lle Olimpiadi alle Paralimpiadi



  da  il  fatto quotisiano del  8\3\2026

“È sempre snowboard, l’importante è non mollare mai”: le due vite di Emanuel Perathoner, dalle Olimpiadi alle Paralimpiadi
              RENATO LA CARA

Il campione azzurro, già atleta olimpionico a Sochi e PyeongChang, dopo un grave incidente in allenamento è passato alla tavola paralimpica, vincendo anche i Mondiali. Ora la grande occasione a Milano-Cortina: "Mi sento pronto"





Una doppia vita, non solo sportiva, prima e dopo l’incidente durante un allenamento nel 2021. Ha gareggiato da normodotato, da cinque anni lo fa da persona con disabilità motoria. Emanuel Perathoner è uno dei simboli dell’Italia Team ai Giochi Paralimpici invernali di Milano-Cortina nello snowboard paralimpico, specialità cross, dove è particolarmente bravo, ma pure banked slalom.
Pochi sportivi professionisti possono vantare un legame così profondo con i Cinque Cerchi come Perathoner. Già protagonista dello snowboard mondiale con due partecipazioni olimpiche a Sochi 2014 e PyeongChang 2018, la sua carriera cambia nel gennaio 2021. Subisce un gravissimo infortunio alla gamba sinistra durante la preparazione per i Giochi di Pechino. Dopo quattro interventi chirurgici e l’applicazione di una protesi totale al ginocchio, la sfida sembrava finita. Invece, dopo un anno di riabilitazione, Emanuel è tornato sulla tavola, reinventandosi campione paralimpico.
“Cosa cambia tra essere atleta senza disabilità e con? Le differenze nello sport in generale non ci sono, poi sono gli atleti, a seconda della loro disabilità, a doversi adattare. Ma sempre di snowboard si tratta”, dice a ilfattoquotidiano.it Emanuel Perathoner. Nato a Bolzano il 12 maggio 1986, Perathoner sulla neve è un perfezionista della tecnica, che continua a migliorare anche dopo aver già vinto un oro e un argento ai Mondiali. Alle Paralimpiadi di Pechino 2022 è arrivato al quarto posto nello snowboard cross categoria SB-UL. Ora c’è la grande occasione di Milano-Cortina: “Alla vigilia di questi Giochi Paralimpici in casa mi sento pronto”, spiega lo snowboarder, “la stagione è andata bene e non vedo l’ora di gareggiare”. “L’obiettivo”, aggiunge il rider altoatesino, “è quello di vincere la medaglia d’oro ma si tratta di una gara e può succedere di tutto”.
Dopo l’incidente del 2021, Perathoner ha subito un intervento al ginocchio, a cui ha fatto seguito un anno di riabilitazione e 18 mesi con le stampelle. Dopo diverse operazioni si è resa poi necessaria, nell’aprile del 2022, la protesi. Diventa a tutti gli effetti un atleta paralimpico, facente parte del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa, e partecipa ai circuiti di categoria. Il 22 dicembre 2023 riceve a Roma il Collare d’oro al merito sportivo paralimpico per la sua vittoria mondiale nello snowboard Dual Banked Slalom LL2 2023. Due anni dopo, il 3 novembre 2025, alla casa delle Armi del Foro Italico a Roma, ha ricevuto il suo secondo Collare d’oro in virtù della vittoria del Campionato del mondo nello snowboard cross e nel banked slalom al mondiale che si è svolto in Canada.
“Bisogna cercare di essere positivi e guardare il lato buono di ciò che accade”, racconta il rider che scia da quando aveva tre anni e che negli anni Novanta scelse “lo snowboard per puro divertimento”. Oggi, quella passione è diventata quasi “una missione“. A Milano Cortina 2026 Perathoner si presenta tra gli atleti favoriti per salire sul podio, ma con una consapevolezza nuova e le idee molto chiare in testa: “Vorrei vincere, certo, ma soprattutto divertirmi davanti alla mia famiglia e dimostrare a tutti i ragazzi quanto sia fondamentale non mollare mai”.

la recensione del filosofo impertinente alias ©️ Cristian A. Porcino Ferrara : Cari librai Italiano osate

 Da docente e autore, credo che una libreria debba essere un presidio culturale di idee, non una vetrina di marchi. Poiché so quanta fatica costi tenerne aperta una, mi dispiace indirizzare i lettori nella piazza virtuale, ma al momento trovate li il mio libro Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo

dell’odio" esclusivamente online. È un paradosso, lo ammetto: usare il Leviatano digitale per preservare l'indipendenza del dissenso in questo tempo intriso d'odio. Ma se gli scaffali fisici diventano dogane del conformismo, allora preferisco la libertà — seppur virtuale — di un’indipendenza senza padroni. Ai librai non rivolgo un lamento, ma un invito al recupero della propria funzione: tornate a osare, se non volete che il libro diventi un semplice oggetto d'arredamento in un mondo che ha dimenticato come si decodifica il dissenso.

©️ Cristian A. Porcino Ferrara

68enne mamma con seme del figlio morto è maternità surrogata o fecondazione assistita ? secondo me il secondo caso

 da https://www.newsner.it/celebrita/

Dopo aver perso il suo unico figlio a causa di un tumore, un’attrice spagnola ha trovato un modo straordinario per mantenere viva la sua eredità: accogliendo una bambina concepita con il suo sperma.

La storia di Ana Obregón ha suscitato discussioni in tutto il mondo, mescolando dolore, amore e moderne tecnologie riproduttive in un modo che pochi avrebbero potuto immaginare. Al centro di tutto c’è suo figlio, Aless Lequio García, il suo unico figlio biologico, morto di cancro nel maggio 2020.

Sperma conservato

Nel 2018, il mondo di Ana Obregón è stato sconvolto quando a suo figlio Aless, 27 anni, è stato diagnosticato un sarcoma di Ewing, un raro tipo di tumore che colpisce le ossa e il tessuto che le circonda.

“Quando a mio figlio è stato diagnosticato il cancro e stava per iniziare la chemioterapia, i medici gli hanno consigliato di conservare dei campioni del suo sperma, nel caso in cui il farmaco avesse avuto effetti su di lui in futuro, per assicurargli la possibilità di avere figli”, ha raccontato la conduttrice televisiva, oggi settantenne, a Hola!, aggiungendo che i campioni sono stati conservati negli Stati Uniti.

“Il giorno in cui mio figlio è andato in paradiso”

L’attrice spagnola ha spiegato che diventare padre era qualcosa che suo figlio desiderava profondamente, anche se non sarebbe stato lì per crescere il bambino.

“Aless era già molto malato e ci disse che, se gli fosse successo qualcosa, voleva che sapessimo che desiderava lasciare dei discendenti in questa vita. Anche se lui non ci fosse più stato”.

Aless è morto nel maggio 2020, una perdita che ha colpito profondamente Obregón e ha cambiato per sempre la sua vita.

Da allora ha parlato di quanto sia stato difficile quel periodo, spiegando che “il giorno in cui mio figlio è andato in paradiso” ha preso l’importante decisione “di avviare il processo di maternità surrogata. Proprio quel giorno”.

“Da quel momento in poi, l’unica cosa che mi ha permesso di continuare a vivere ogni giorno, ogni secondo, è stata la missione di portare al mondo la figlia di Aless”, ha detto a Hola!, aggiungendo che ci sono voluti diversi tentativi prima che la gravidanza andasse a buon fine

La figlia di Aless

Il 5 aprile 2023, Obregón ha condiviso un post su Instagram che ha sconvolto il mondo.

”Aless mio”, ha esordito nel commovente messaggio che includeva un’immagine della copertina di Hola! che la ritraeva mentre teneva in braccio una bambina piccola: Ana Sandra, la figlia del suo defunto figlio. “Ho giurato che ti avrei salvato dal cancro, e ti ho deluso. Ti ho promesso che avrei messo al mondo tua figlia, ed eccola qui tra le mie braccia.

Quando la stringo, provo un’emozione indescrivibile, perché è come se stringessi di nuovo te. Giuro che mi prenderò cura di lei con tutto l’amore infinito che ho da dare, e tu mi aiuterai dal cielo”.

Ha concluso il post scrivendo: “Tu sei l’amore della mia vita in cielo, e tua figlia è l’amore della mia vita sulla terra”.

“Desiderata dalla terra e dal cielo”

La bambina, chiamata affettuosamente Anita, era stata concepita utilizzando lo sperma che suo figlio Aless aveva congelato prima di sottoporsi al trattamento contro il cancro, insieme a un ovulo donato da una donatrice.

Nella sua intervista con Hola!, Obregón ha sottolineato che il suo controverso progetto non era un “capriccio”, ma “il desiderio e l’ultima volontà di suo figlio”.

“Se ci sono opinioni contrarie, non le tollererò né le accetterò. Solo l’opinione di un padre o di una madre che ha seppellito un figlio. Solo loro possono avere un’opinione e capirmi”, ha condiviso, aggiungendo di non avere “nulla da nascondere”.

“È motivo di orgoglio, è un miracolo. Come potrei nascondere una benedizione di Dio?”, ha detto Obregón. “È la figlia di un eroe. È la bambina più desiderata al mondo, perché è stata desiderata dalla terra e dal cielo”, ha detto l’attrice di Casalingo superpiù parlando di Ana, che prende il nome da “sua nonna, sua bisnonna e sua trisavola”.

“Sono rinata”

L’orgogliosa nonna ha detto che quando Anita sarà più grande, le racconterà la storia di suo padre: chi era, come ha combattuto coraggiosamente la sua malattia e quanto desiderasse avere un figlio suo.

“Questa bambina non è mia figlia, ma mia nipote”, ha detto, spiegando che “legalmente, è mia figlia”. “È la figlia di Aless, e quando crescerà le dirò che suo padre era un eroe, così che sappia chi è e quanto dovrebbe essere orgogliosa di lui”, ha detto Obregón.

“Non appena sarà abbastanza grande per capire, glielo dirò. Le dirò: ‘Guarda, tuo padre ti voleva, e purtroppo non è qui. È in paradiso. Ti voleva così tanto, ed eccoti qui, amore mio’”.

Ha aggiunto: “Sono tornata. Sono risorta. Sono rinata. Sono morta il 13 maggio 2020 e sono rinata il 20 marzo 2023, proprio così”.

Cosa ne pensate della decisione di Obregón di avere un bambino usando lo sperma di suo figlio? Fateci sapere cosa ne pensate nella sezione commenti e poi condividete questa storia, così potremo avviare la conversazione!

LEGGI DI PIÙ:

 

la straordinaria storia di Andrea Scotti

     fonti  

Andrea torna in piedi dopo una lesione al midollo spinale, il medico: "Abbiamo riacceso i circuiti nervosi"  di  fanpage.it  e  il  l'account  facebook italia.azzurri


❤️🇮🇹 Nel 2019, a soli 28 anni, un grave una caduta da un carrello elevatore provoca ad Andrea Scotti una lesione al midollo spinale, che lo lascia paraplegico.La prospettiva sembra essere quella di una vita sulla sedia a rotelle. Ma la sua storia non finisce lì. Dopo anni di riabilitazione, Andrea entra in una sperimentazione condotta dall’Ospedale San Raffaele di Milano insieme all’Università Vita-Salute e alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel 2023 si sottopone a un intervento di neurostimolazione midollare, una tecnica innovativa capace di riattivare circuiti nervosi rimasti silenti dopo la lesione.Il risultato è qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava impossibile. Andrea torna prima a stare in piedi.Poi a camminare: prima pochi metri, poi centinaia, poi migliaia.Oggi è in grado di percorrere chilometri sulle sue gambe .Non è un miracolo.È ciò che può accadere quando scienza, lavoro e determinazione si incontrano.Per questo oggi il suo percorso rappresenta perfettamente il significato della Fiamma Paralimpica: la forza di continuare a immaginare nuove strade e di riscrivere i propri limiti.
❤️

dittatura woke , eccesso di politicamente corretto, cancel culture ? il caso della pasticceria chez le negres di Cagliari fa ancora discutere


ha ragione  Tacitus     sull'unione  sarda  8\3\2026







perchè s' è vero che il termine Negritudine dal significato originario



La negritudine (négritude in francese) fu un movimento letterario, culturale e politico sviluppatosi nel XX secolo nelle colonie francofone e che coinvolse scrittori africani e afroamericani. Gli esponenti di questo movimento (fra cui Léopold Sédar Senghor, Léon-Gontran Damas, Aimé Césaire, e Guy Tirolien) si proponevano di affrancare i propri popoli dal complesso di inferiorità imposto dai colonizzatori attraverso l'orgogliosa rivendicazione delle qualità peculiari proprie dei neri (la loro "negritudine").
Origine
Fra i precursori del concetto di negritudine si cita in genere René Maran, autore di Batouala. Il termine négritude fu usato per la prima volta da Aimé Césaire nel 1935, nel terzo numero della rivista L'Etudiant Noir[1]. Césaire rivendicava l'identità e la cultura nera contro quella francese, percepita come strumento di oppressione da parte dell'amministrazione coloniale. Il concetto fu poi ripreso da molti altri autori. Fra questi spicca Léopold Sédar Senghor, che in Canti d'ombra (Chants d'ombre, 1945) arricchì l'idea di negritudine opponendo la "ragione ellenica" all'"emozione nera".
si proponevano di affrancare i propri popoli dal complesso di inferiorità imposto dai colonizzatori attraverso l'orgogliosa rivendicazione delle qualità peculiari proprie dei neri (la loro "negritudine").[...]
Si sia trasformato in termine razzista e dispregiativo tanto è vero che  il  termine   è  stato      rimesso   in discussione    addirittura  dagli stessi    che  lo hanno  coniato   .  Infatti         
sempre da wikipedia  :  [...] L'idea di negritudine è stata criticata soprattutto da autori neri (o creoli), che l'hanno denunciata come forma celata di razzismo o di resa nei confronti della mentalità del colonialismo. Il poeta nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura, ha per esempio osservato:«La tigre non proclama la sua "tigritudine". Essa assale la sua preda e la divora.»Lo stesso Césaire, che ha coniato il termine, se ne è progressivamente allontanato. Fabien Eboussi Boulaga, in Autenticità africana e filosofia, denuncia l'idea della negritudine come feticcio ed espressione della "colonizzazione mentale" degli europei sugli africani.[3] Analogamente, Stanislas Adotevi in Négritude et négrologues (1972) vede nel modello di nero proposto dalla negritudine una riproposizione degli stereotipi creati dai bianchi.Franz Fanon (autore de "i dannati della terra" e allievo di Césaire) muove una critica al movimento in quanto quest'ultimo faceva "essenzialismo strategico", ovvero si riappropriava di termini dispregiativi che invece di emancipare la figura dell'indigeno nero, lo determinava in base agli stereotipi coloniali.È un discorso strategico per il movimento Negritude perché ciò giustificava il rimanere sullo stesso piano del linguaggio del colono, ma è strategico anche per il colono in sé che viene così legittimato ad una "missione civilizzatrice" perpetua.Perché se gli indigeni sono "selvaggi per natura e lo rimarranno per sempre allora il colonialismo deve rimanere a civilizzarli per sempre".
Ma   nel  caso  del locale in questione   ,  vedere  riferimento  inizio  post  ,  si tratta    di  un  caso  come  fa  notare  lo stesso  tacitus   di  cancel culture ovvero cancellarela storia passata indipendentemente  che sia : giusta o sbagliat,bella o brutta , ecc. oltre  che   un eccesso    della  cultura   woke    di  cancell culture    visto che  l'erede    che  ora  gestisce  il locale   ha  detto che  era   un nome  usato  ai   nonni  che emigrarono      dalla  Tunisia    nel  periodo  in  cui  il termine  aveva  ancora il suo  significato originario  e  distintivo  . 
Secondo me   va  lasciato   e  non rimosso   o cambiato

I «due Marco Pisani»: dall’attentato in Iraq al mirino del biathlon

  Anche    se  è  arrivato    al  13  posto   ha  fatto ,  da  quel  poco  che ne  capisco  di Biatholon  ,  ,  da esordiente  alle  olimpiadi  ,  un  ottima  gara .  . Soprattutto     per  la  sua  storia  di  rinascita    e  di determinazione  .Chi se  ne  frega   se  era  un militare  e se   la  sua   mutilazione   è avvenuta  in guerra . 

     fonte     corriere  della sera  online  

I «due Marco Pisani»: dall’attentato in Iraq al mirino del biathlon

di Ornella Sgroi

Il 7 marzo l'atleta scende nella prima delle competizioni paralimpiche dedicate allo sci alpino maschile. Dopo aver perso una gamba Pisani è entrato nel Gruppo della Difesa. Originario di Bagno a Ripoli (Fi), riscopre la montagna e lo sci. «Vestire la divisa degli azzurri significa portare le nostre origini»

I «due Marco Pisani»: dall’attentato in Iraq al mirino del biathlonCon la squadra hanno finito la fase di preparazione sulla neve di Corvara e si sono spostati a Predazzo all’interno del Villaggio Olimpico. «L’emozione è tanta, è la mia prima Paralimpiade e soprattutto è in casa» confida Marco Pisani, classe 1988, entrato a far parte del Gruppo sportivo paralimpico Difesa nel 2021 per lo sci nordico e il biathlon, cioè la combinazione sci di fondo e tiro con la carabina. Accento toscano, l’atleta paralimpico è nato e cresciuto a Bagno a Ripoli, «un piccolo paesino a sud di Firenze, con tanto verde e luoghi per fare sport, un bel posto dove vivere». Ma dove la neve non c’è. «Fortunatamente i miei genitori mi hanno messo sugli sci all’età di quattro anni - sorride - e spesso venivamo proprio nella zona di Corvara, in Val Badia: posti che ho sempre vissuto sin da piccolo e che sono tornato a frequentare». Mai però avrebbe pensato che un giorno sarebbe tornato nelle Dolomiti da atleta professionista, men che meno per le Paralimpiadi.«Sinceramente i miei obiettivi nella vita erano altri, soprattutto prima dell’attentato in Iraq in cui ho perso la gamba sinistra. Poi si è presentata l’occasione e mi sono detto: perché no? Fin da piccolo volevo fare il militare, avevo un percorso ben stampato in testa e diciamo che ci sono riuscito». Prima come volontario nell’Esercito nel 2008, poi come paracadutista della Folgore, infine nel 2012 come operatore delle forze speciali nel 9° Reggimento Col Moschin: «Una scelta che già dalle prime esperienze ha fatto venire fuori in me l’affetto per la Nazione». E che lo ha portato in Afghanistan, Iraq e altri Paesi in Medio Oriente e Africa. 

8 marzo 2026 di Danila selis




Arriverà di nuovo e noi di nuovo avremo reazioni diverse per questa giornata che sta diventando divisiva. 



Ci ritroveremo nelle storiche categorie, più le nuove che nel tempo i social hanno coagulato. 

Chi da signora agée  ha conosciuto la ricorrenza rivoluzionaria nel periodo di implosione intima, quando se ne intuiva l'importanza e la potenza, l'ha vissuta e attraversata con entusiasmo e impegno, ma forse dopo una cinquantina d'anni non ne può più, e,  con lo snobismo che si presuppone, in barba alle passate esperienze, non ha voglia di riunire altre donne, neanche per una cena o un approfondimento politico-culturale. 

Le casalinghe più giovani e furbe, che non

hanno conosciuto l'UDI e il movimento femminista di Boston, con calma e positività, forse prepareranno una crostata
esteticamente sontuosa e poi con fare lezioso e sensuale si tolglieranno la parannanza che può mostrare un intimo slurpevolmente attizzante.

Le studentesse, le giovani e le pensionate politicizzate, saranno in piazza per la lotta delle donne di altri paesi, altra cultura, altro intuito, altra volontà in un altro momento divisivo. 

E poi ci siamo noi, e noi, e noi, sempre più separate in categorie senza più senso reale: donne di destra e di sinistra, ricche o povere, fortunate o scarognate, eleganti o sguaiate, intellettuali o minchione... 

Si è persa l'unione che è stato nucleo di nascita e fattore determinante per la riuscita di rivendicazioni e di formazione di quella "coscienza" di cui si è persa traccia. 

Ora siamo donne culturalmente disunite persino da una incerta percezione della propria appartenenza biologica,  accompagnata da una pregiudiziale  misandria, la quale, piu' che di rivalsa, sa di confusione.

7.3.26

Che fine ha fatto la tregua olimpica? Senza portabandiere si perde la magia" polemiche sul boicottaggio della cerimonia inaugurale

 Dopo una  toccante   inaugurazione  , ameno  da hli  stralci  che sono riuscito a  vedere   visto  che  i miei   hanno  voluto    vedere  la7  (  tg  e  8/2  )   ed  rai  3  (  il  cavallo  e  la  torre  di  https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Damilano  )  .fino alle    alle  21.15 .Essa  nononostante   i  boicottaggi  della  cerimonia   d'apertura   ,  speriamo     che non riguardi anche  le  gare    altrimenti     non c'è   gusto  ed  è  come     vincere facile   e    si conferma  quanto detto     (  vedere  articolo  sotto )   dal  direttore  della  Gazzetta    dello  sport  ,  mi ha  commesso   tantissimo  . Anche  se  

 da thereads



 ma   riprendendo  il  discoro  veniamo  all'articolo  accenatosopra  

 

 Pier Bergonzi

Vicedirettore

Il quadro internazionale e la polemica su bandiere e inni russi e bielorussi hanno avvelenato i giorni della vigilia, ma non la speranza che questa Paralimpiade possa essere la prova di un movimento in continua crescita"

 



"È proprio vero che la meraviglia è il fuoco di un momento. Questa sera a Verona si apre la “nostra” Paralimpiade invernale e la felice avventura dell’Olimpiade Milano Cortina sembra già lontanissima. Avevamo la speranza che il magico effetto dei Giochi accendesse anche l’attesa per quelli Paralimpici, non è così. Anzi. Lo scenario politico internazionale e le polemiche per la concessione di bandiere e inni a Russia e Bielorussia hanno avvelenato le acque sotto al ponte che avrebbe dovuto collegare la spettacolare edizione della quarta Olimpiade italiana (la terza sulla neve dopo Cortina ’56 e Torino 2006) e questa terza edizione paralimpica, dopo Roma ’60 (culla dei Giochi Paralimpici) e Torino 2006. Della tanto decantata “tregua olimpica” resta un concetto vuoto con retrogusto retorico. La “tregua olimpica” è una labile speranza, un’aspirazione più che un’ispirazione. E così questa sera, nella cerimonia inaugurale sfileranno le “comparse” al posto dei portabandiera. Ufficialmente per problemi logistici, visto che gli atleti avrebbero poi dovuto raggiungere le loro sedi della Paralimpiade diffusa tra Milano, Cortina e la Val di Fiamme. Di fatto, anche a Cortina (nel collegamento tv) saranno pochissimi i portabandiera perché al momento la convivenza di delegazioni come Russia e Ucraina, di Usa, Israele e Iran è particolarmente delicata. Lo sport non è soltanto una metafora di vita, è parte della vita e si porta nello zaino sia la grande bellezza sia le grande complicazione delle convivenze planetarie. Detto questo speriamo che la Paralimpiade decolli come decolli l’interesse per le gare di questi 655 atleti (record per i Giochi invernali), che hanno alle spalle storie pazzesche. Ma sarà importante non fare paragoni e non avere troppe aspettative. Non fare paragoni con le Olimpiadi e nemmeno con le Paralimpiadi estive (a Parigi ’24 c’erano 4.400 atleti paralimpici di 185 Paesi…): la storia dei Giochi invernali è molto più recente. Lo stesso vale per le aspettative azzurre. A Parigi avevamo 141 atleti e per la prima volta il sorpasso femminile era realtà (71 azzurre e 70 azzurri), mentre qui a Milano Cortina ci sono 42 campioni paralimpici tra i quali 37 uomini e 5 donne. E anche la caccia al record di medaglie è una mission impossible perché ci saranno 79 podi in palio contro i 133 di Lillehammer 1994 (13 medaglie italiane, ma senza ori) o i 122 di Nagano 1998 (10 medaglie con 3 ori azzurri). Sarebbe importante raccogliere più delle 7 medaglie di Pechino 2022 o delle 8 di Torino 2006. La nostra sarà una partecipazione record, per numeri e qualità e sarà l’occasione per valutare i passi avanti del movimento Paralimpico. Se i Giochi estivi, nati a Roma nel 1960, hanno svoltato in occasione di Londra 2012, quelli invernali hanno meno storia e più margini di crescita. La prima edizione fu quella di Ornskoldsvik 1976, l’impronunciabile città svedese che vide in gara 198 atleti di 16 Paesi. Dopo mezzo secolo, i campioni paralimpici e le Nazioni coinvolte sono più che triplicati. Per noi, come per il resto del mondo, sarà anche l’ennesima opportunità per raccontare una storia di crescita in termini di cultura sportiva. Se guardate al medagliere degli sport paralimpici estivi e invernali vi accorgerete che i Paesi più evoluti sono anche quelli che hanno più storia e più maturità sportiva e civile. I Paesi che hanno più attenzione ai diritti, che hanno le braccia più aperte per le persone in difficoltà, sono anche quelli che regalano e raccolgono più soddisfazioni dagli atleti paralimpici.

diaro di bordo speciale 8 marzo parte 2 curo gli animali abbandonati in un ambiete che sa di casa . Oliena Isabella Marceddu racconta la vita nel suo piccolo ranch sardo ed altre storie

Subito  dopo  aver  pubblicato    la prima  parte    dello speciale    del   8  MARZO     2026  ho  trovato queste  altre  due  storie   sempre  su la  nuova  sardegna    del  7\3\2026


 di Carolina Bastiani

Oliena

 Impronte, code che si agitano e giochi con la palla. Ma anche sofferenza,orecchie basse e occhi che supplicano. Tutto questo fa da sempre parte della vita di Isabella Marceddu, 30enne di Oliena, che sta dedicando la sua vita al recupero degli animali abbandonati.




Nel2023 ha fondato con Daniela Ticca l'associazione Piccolo ranch sardo, un’oasi nelle campagne olienesi dove si prende cura dei “suoi” animali, dandogli una seconda possibilità.Tra caprette, conigli e pecorelle accudisce soprattutto cani e gatti e lo fa in un ambiente che sa di famiglia, nella speranza che sia lo stesso dopo la loro adozione. Sempre che ce ne sia una. Per ora, però, può vantarne oltre 100 dal 2023.Un'attività che non conosce riposo e che porta avanti grazie al sostegno della sua famiglia, alle donazioni,alla sensibilizzazione e agli  appelli  social-alcuni anche“famosi” — nella ferma convinzione
che gli animali siano nostri pari. «Basta organizzarsi per salvare tutti».per quanto riguarda il futuro, Isabella ha le idee chiare vorrebbe collaborare con gli enti locali e fare divulgazione nelle scuole.
Sensibilizzazione
 «Ho sempre aiutato gli animali,sin da piccola --  inizia a raccontare -- quando abbandonavano i cani davanti alla mia casa e me ne prendevo cura». Poi il volontariato in altre realtà, tra cui la Lida di Olbia e infine la sua attività,partita con le caprette. «Sono state salvate da un allevmento. Sarebbero andate in-contro a gravidanze continue e non avrebbero raggiunto la vecchiaia». E poi  i coniglietti, le pecorelle. È soprattutto cani egatti. Animali che vengono abbandonati spesso a causa di cucciolate indesiderate, alla cui base c'è l'ignoranza sul tema delle sterilizzazioni. «È come combattere contro i mulini a vento. La sterilizzazione non è contro natura, perché cani non si accoppiano per scelta, ma per istinto. Se sapessero quante vite si salverebbero sterilizzando — di Isabella — oltre al randagismo, si eviterebbero, peresempio, tumori e malattie sessualmente trasmissibili. Capisco che a volte il problema è ilcosto (le cifre per una sterilizzazione si aggirano intorno ai 250/310 euro),ma per fortuna da queste parti i veterinari sono molto comprensivi».Altri abbandoni, poi, avvengono dopo le rinunce di proprietà. «Capita soprattutto coni
cani più piccoli, perché si pensa che siano più gestibili, che si sappiano arrangiare. Invece sono tutti dipendenti da noi, è l'uomo che li ha resi così». Senza considerare che farli adottare non è mai facile, soprattutto quando gli animali invecchiano o sono disabili.In ogni caso, il primo passoè la sensibilizzazione. «lo provo a spiegare e a fare divulgazione soprattutto attraverso i social, che sono il mezzo di comunicazione  più usato e immediato». Un mezzo molto utile anche per le adozioni.
Sostegni “famosi”
È così,per esempio, che Isabella haconosciuto Selvaggia Lucarelli. «Avevo un gattino sordo che purtroppo qui al ranch non avrei potuto aiutare e siccome lei è molto sensibile al  tema  le ho chiesto aiuto perl’adozione. Così ha pubblicato un post. Da quella volta, ogni tanto, mi dà una mano con raccolte fondi e appelli. La sto aspettando qui in Sardegna».Ma senza andare troppo lontano, a sostenereil Piccolo ranch con le donazioni c'è anche Maria Luisa Congiu - pure lei molto amante degli animali, ha cani, gatti e porcellini d'india ed ha aiutato con la campagna di sterilizzazioni.
Piani futuri
Per quanto riguarda il futuro Isabella ha già dei piani. «Non vorrei costruire la realtà di un canile,perché là dentro, anche nei migliori, l'animale cambia. lo vorrei aiutare di più e migliorare, ma mantenendo il nostro ambiente famigliare,dove si sa già cosa vuol dire casa».Al Piccolo ranch i cani vivono all'interno di box, ma passano diverse ore al giorno all'aria aperta, muovendosi liberamente, correndo e giocando. L'altro obiettivo è la collaborazione con le istituzioni locali.«Vorrei interagire con i Comuni, soprattutto con il mio e lavorare con i bambini, per mostrargli il ranch». Isabella vorrebbe dar vita a delle iniziative nelle scuole per iniziare l’attività di sensibilizzazione già in tenera età.


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  mi  ha  fa male  la  mano  e  quindi mi  viene  male  ad estrapolare  il testo  dal pdf     lo   faccio  sotto   forma   di  immagine  




   



 





diario di bordo speciale 8 marzo 2026 parte 1 .azzura rinaldi economista e il salario delle donne rispetto a quello degli uomini ., manuela carnini in arte fridami vittima di violenza ora dipingo il mio dolore ,

  da  mammemagazine.it  













scelte di Enrico carbini

 Ogni scelta che facciamo, amicizie, lavoro, scuola, la nostra relazione con Dio, nasce da due possibili
radici:

  • essere visti
  • essere veri.

Nella società odierna, molti costruiscono la propria identità attorno allo sguardo degli altri. Funzionano finché ricevono conferme. Ma quando l’approvazione manca, crollano. È una vita appesa al giudizio esterno. Altri scelgono in base a una coerenza interna. Non sono indifferenti al riconoscimento. Nessuno lo è. Ma non ne dipendono totalmente. Se arriva, bene. Se non arriva, continuano.Il problema non è desiderare gratificazione. È umano.Il problema è farne la propria identità.  Ad esempio:

Se amo per essere ricambiato, appena l’amore altrui si raffredda mi svuoto.
Se amo perché riconosco un valore nell’altro, la mia identità non dipende solo dalla risposta. 

Nella nostra adorazione:

Se faccio il bene per sentirmi “bravo”, ho bisogno che qualcuno lo noti.
Se lo faccio per coerenza, la mia pace non dipende dall’eco.

La domanda allora non è: “Quello che faccio mi gratifica abbastanza?”

Ma: “Chi sono io quando nessuno applaude?”Se vediamo che, pur nella fatica, in un mondo con i valori al contrario, qualcosa dentro resta saldo, allora quella è una radice. E le radici non fanno rumore, ma tengono in piedi la vita.In fondo, vivere solo per il plauso è come vivere davanti a uno specchio.Vivere per coerenza è camminare anche quando lo specchio non c’è.Bellissimo è il pensiero di Gesù in  : Matteo 6:7:

“ Ma tu, quando preghi, entra nella tua stanza e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che è nel segreto; allora il Padre tuo che vede in segreto ti ricompenserà”.


Ricerca, talento ed altre sciochezze

 




Il talento viene dal viaggio, e se non c’è il viaggio – inteso come fatica, come rischio di frantumarsi – non c’è niente da dire”. Un rimpianto che non è nostalgia sterile, ma invito a recuperare rischio e profondità.


se avessi  tutte le risposte non farei il ricercatore


Chi viene a leggermi da molto  sa che lo irriterò ma non sono un politico militante  (nel senso d'essere iscritto  ad un partito ) non mi interessa essere ecumenico” . Ciò dovrebbe chiarisce subito il mio approccio: nessuna ricerca di consenso, ma il desiderio dichiarato di “seminare sulla roccia”, di scuotere coscienze assopite e mettere  e mettermi in discussione abitudini culturali consolidate.








Quando mancano i genitori i sono scriteriati meglio lo stato che l'abbandono o la pessima crescita

 


È vero come dice Giorgia ops Giorgia Meloni  i figli non sono dello stato.Ma quando i genitori  sono problematico o scriteriati da non garantire punti fermi se di riferimento come dice l'articolo sotto riportato  è meglio per il percorso psichico dei bambini/e   farli in affido o in adozione e quindi lo stato se ne occupi . 

Repubblica online

Famiglia nel bosco, Lavenia: “I bambini non  bisogno di genitori perfetti ma di punti fermi”

di Giuseppe Lavenia

Famiglia nel bosco, Lavenia: “I bambini non hanno bisogno di genitori perfetti ma di punti fermi”

Separare i bambini dai genitori, ma anche dai fratelli, è una misura molto forte perché si taglia non solo la continuità affettiva ma la base delle emozioni. Con effetti imprevedibili negli anni


06 Marzo 2026 alle 14:31

2 minuti di lettura


Quando parliamo di bambini dobbiamo sempre ricordare una cosa molto semplice: il loro cervello cresce dentro le relazioni. Cresce nella continuità degli affetti, nella presenza delle figure che per loro rappresentano sicurezza. Per un bambino la madre, o la figura di riferimento principale, non è soltanto un legame affettivo. È la base emotiva da cui il mondo diventa comprensibile e prevedibile. Per questo ogni separazione, soprattutto in età così precoce, è sempre un evento molto delicato dal punto di vista dello sviluppo psicologico.



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di Giuseppe Lavenia

25 Novembre 2025

Testo di placeholder

Allo stesso tempo è giusto ricordare che nei procedimenti del tribunale per i minorenni le decisioni non vengono prese in modo improvvisato. Normalmente sono coinvolti servizi sociali, psicologi, psichiatri e consulenti tecnici. L’obiettivo dichiarato è sempre la tutela del minore.


Proprio per questo, però, il momento in cui avvengono alcune decisioni può diventare molto delicato. Se una separazione avviene mentre è in corso una valutazione psicologica, come sembra emergere da questa vicenda, è comprensibile che si generino interrogativi e preoccupazioni tra i professionisti coinvolti.


Una continuità affettiva quando tutto cambia

Dal punto di vista psicologico, infatti, separare dei bambini non solo dai genitori ma anche tra loro è una misura molto forte. I fratelli spesso rappresentano una delle poche continuità affettive che restano quando tutto il resto cambia.


Per questo credo che la domanda più importante, oggi, non sia chi ha ragione tra gli adulti, ma quale scelta permetterà davvero a questi bambini di sentirsi più sicuri nel tempo. Perché la vera tutela dei minori non riguarda solo la protezione dai rischi, ma anche la custodia dei legami che permettono loro di crescere con fiducia nel mondo.


Per i bambini il tempo scorre in modo diverso

C’è poi un altro aspetto che troppo spesso dimentichiamo quando guardiamo queste vicende da fuori: per i bambini il tempo emotivo è diverso dal nostro. Gli adulti discutono, aprono fascicoli, depositano relazioni, aspettano perizie. È il tempo della giustizia, che ha bisogno di verifiche, prudenza e valutazioni. Ma per un bambino ogni cambiamento improvviso diventa esperienza, memoria, traccia.


Un trasferimento, un nuovo luogo, volti sconosciuti, la separazione dalle persone che rappresentano la propria quotidianità: tutto questo viene vissuto senza gli strumenti cognitivi per comprenderlo davvero. Il rischio non è solo la paura del momento, ma la costruzione di un senso di smarrimento che può accompagnare la crescita.


Un equilibrio difficile

Per questo, nei casi che riguardano i minori, il vero equilibrio è sempre molto difficile: da una parte c’è il dovere della società di intervenire quando ritiene che un bambino possa essere esposto a condizioni di rischio; dall’altra c’è il dovere altrettanto importante di non trasformare la protezione in un’esperienza traumatica.


La psicologia dello sviluppo ci insegna che i bambini non hanno bisogno di adulti perfetti, ma di adulti prevedibili, riconoscibili, presenti. Hanno bisogno di punti fermi. Quando questi punti cambiano tutti insieme, luogo, relazioni, abitudini, il loro sistema emotivo entra inevitabilmente in uno stato di forte stress.


Quali le conseguenze tra 10 anni?

È per questo che ogni decisione che riguarda la vita dei minori dovrebbe essere accompagnata da una grande cautela e da una domanda molto concreta: quali saranno le conseguenze psicologiche di questa scelta non solo oggi, ma tra cinque, dieci, quindici anni?


Perché le sentenze hanno una durata giuridica.Le esperienze dell’infanzia, invece, hanno una durata emotiva che spesso accompagna l’intera vita.


Psicologo Psicoterapeuta Presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te”





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