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5.2.26

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata n LXX IN UNA RELAZIONE TOSSICA LA VIOLENZA SI DIVIDE IN FASI

 Per comprendere meglio come una donna che subisce violenza di coppia, maltra!amenti e abusi dal

proprio compagno fatichi a interrompere la propria relazione, facciamo riferimento alla teoria del ciclo della violenza di Lenore E. Walker, che si divide in tre fasi che si ripetono ciclicamente nel corso di una relazione maltrattante: la costruzione della tensione, il maltrattamento e la luna di miele.

  • Fase di costruzione della tensione
Spesso, in questa fase, la violenza non è perpetrata in modo dire!o ma a!raverso parole e comportamenti che rivelano ostilità. Vengono usati controllo, isolamento, umiliazioni e minacce di usare la violenza fisica. Nella fase della tensione il partner violento diventa nervoso e ha diffcoltà a gestire la rabbia. È qui che la persona maltrattata può sentirsi come se stesse camminando sulle uova. Mentre lui mostra distacco, la donna inizia a temere un abbandono e così, per scongiurare una crisi di coppia, evita di contestare il proprio compagno e asseconda ogni sua mossa.

  •  Fase di maltrattamento
Segue quella dell’esplosione della violenza, che può essere sia fisica sia psicologica, ma anche economica e sessuale. È una violenza graduale, che inizia con spintoni o schiaffi  e  che può degenerare anche nella violenza sessuale e nel femminicidio. Questa è l’effettiva fase di esplosione in cui si verifica l’abuso fisico. Può durare da pochi minuti a ore.

  •  Fase della “luna di miele”
La tensione e la violenza spariscono, lasciando spazio a comportamenti di “riparazione, seduzione e scuse”. Sono usuali anche le minacce di suicidio. C’è poi lo scarico della responsabilità: spesso si attribuisce la causa della perdita di controllo a motivi esterni come il lavoro, una difficoltà economica o al comportamento della donna. Questa fase riporta la coppia alla situazione iniziale, così il ciclo si ripete.

 
Nel ciclo della violenza domestica la fase del pentimento dura più a lungo nei primi episodi di violenza, e mano a mano che questi tendono a ripetersi la durata si abbrevia. 

Olimpiadi Il bob della Giamaica e le nazioni esotiche: il folclore e la storia delle Olimpiadi Invernali ., Perchè nel curling si spazzola il ghiaccio: lo spiega Stefania Constantini, oro olimpico in carica

in attesa del'inaugurazione di queste olimpiadi ecco perchè sono affascinati come le altre olimpiadi.  un  vecchiom articolo         che  avevo perso  e  che  ho  rintracciato  solo ora  

  da    https://www.oasport.it/approfondimenti/ del 21 Novembre 2025




Atleti esotici alle Olimpiadi Invernali
Le Olimpiadi Invernali nascono nel 1924 per dare spazio ai paesi del Nord Europa nei quali gli sport su neve e ghiaccio sono estremamente popolari. Nessuno si sarebbe mai immaginato di vedere 4 Jamaicani sfrecciare su un bob, nella glaciale Calgary del 1988. Da allora le porte delle Olimpiadi Invernali si sono spalancate anche per i paesi esotici e che era un tabù è diventata una nuova opportunità. Negli anni sono stati molti i protagonisti sui manti bianchi provenienti da tutto il mondo, alcuni portando storie e insegnamenti preziosi che vanno al di là delle medaglie conquistate.
Il sogno Giamaicano di Calgary 1988
Loro non hanno mai visto la neve, ma indossano una tuta intera gialla, nera e verde, i colori della loro nazione. Il loro mezzo, che sarebbe sfrecciato ai 130 km orari su un budello di ghiaccio, è poco più di un bob di fortuna, ma a loro non importa. Sono arrivati dove nessuno è riuscito prima di allora. Dalle assolate spiagge dell’isola di Giamaica, al ghiaccio delle Olimpiadi Invernali di Calgary 88. Possono rappresentare la loro nazione e comunque vada, verranno accolti come degli eroi al rientro in patria.
Qualche anno dopo Disney avrebbe trasformato quell’impresa in uno dei film rivelazione degli anni ‘90, “Quattro sottozero”, ma la loro storia è già leggenda.
“Cool Runnings” la pellicola che racconta la storia
Il film che in origine avrebbe dovuto chiamarsi Blue Maaga (magro come un chiodo), fa sorridere ed emozionare tutto il mondo dei cineasti sportivi.
Nonostante gli stessi protagonisti si sono sempre detti amanti del risultato, hanno tacciato la sceneggiatura di un’eccessiva spettacolarizzazione di alcuni personaggi e situazioni. Cosa è quindi veritiero e cosa no?
Partendo dai protagonisti, i bobbisti che parteciparono alle Olimpiadi canadesi non erano i migliori velocisti giamaicani che coltivavano un grande sogno accollandosi l’amico, un atleta improvvisato, ma erano 4 soldati giamaicani selezionati per forza ed esplosività da due imprenditori americani;
Anche il coach nel film non era la rappresentazione fedele della realtà, ma era ispirato a più figure realmente esistite. Fu lo stesso John Candy, che in questa occasione fece una delle sue ultime apparizioni prima della prematura scomparsa, che insistette nel dare al suo personaggio un ruolo più profondo e di riscatto oltre che di allenatore burbero già previsto dalla sceneggiatura;
Il freddo era vero. Gli stessi attori, abituati al mondo patinato dei set hollywoodiani, si lamentavano costantemente delle condizioni canadesi in cui erano soliti girare le scene;
La caduta dell’ultima discesa rappresentata nel film è assolutamente veritiera. Tra l’altro durante la stessa scena ci sono alcune sequenze provenienti dalle pellicole che originariamente avevano ripreso quanto accaduto nel 1988. Anche in quel famoso giorno di Calgary 88, gli atleti spinsero il bob fino al traguardo tra gli applausi degli appassionati e fortunati presenti in quello che sarebbe diventato uno dei momenti iconici delle Olimpiadi Invernali.
Per onor di cronaca, a Pechino 2022 la Giamaica si sarebbe ripresentata sempre nel bob a 4, tra le attese degli amanti del film e gli appassionati di storie impossibili.
Dalla spiaggia al ghiaccio
Lamine Guèye: il primo nero africano alle Olimpiadi Invernali
Se nel 1988 i giamaicani sfatano ufficialmente un mito, quattro anni prima un atleta coraggioso si è già fatto avanti.
In particolare a Sarajevo 1984, tra il debutto di Porto Rico ed Egitto c’è un certo Lamine Guèye, in gara per il Senegal. E’ il primo africano di carnagione scura a competere nei giochi Olimpici Invernali e diviene il promotore dell’inclusione africana con azioni concrete, a partire dalla fondazione della federazione sciistica nazionale del Senegal nel 1984.
Torna alle Competizioni olimpiche anche nel 1992 e nel 1994 (primo anno in cui si svolgono solo le Olimpiadi Invernali, separatamente da quelle estive) senza emergere mai atleticamente, ma rimanendo per la maggioranza degli appassionati il simbolo dell’inclusione, della perseveranza e del successo.
Dieci anni dopo le Olimpiadi targate Giamaica, Calgary 1988, iniziano le prime importanti sponsorizzazioni ed è Nike a legare il suo marchio alla Nazionale kenyana nel suo debutto a Nagano 1998. Unico partecipante e portabandiera dei colori del paese africano è il nipote del bronzo olimpico degli 800 metri di Monaco 1972, Mike Boit: Philip Boit. Si qualifica per la 10km di sci di fondo a due anni dal suo primo approccio sulla neve.
A Nagano arriva ultimo con un distacco abissale dal penultimo concorrente, ma conquista la stima e l’affetto di colui che vince la gara e conquista l’oro olimpico, il campione norvegese Bjørn Dæhlie che lo aspetta al traguardo con quell’abbraccio che ancora oggi rappresenta uno dei simboli più forti di sportività ed inclusione.
Kwame Nkrumah-Acheampong: il Leopardo delle Nevi di Vancouver 2010
Facciamo un balzo in avanti e precisamente a Vancouver 2010. Dalle spiagge e dalla fitta vegetazione selvatica del golfo della Guinea arriva un coraggioso atleta, il solo a rappresentare la sua nazione.
Kwame Nkrumah-Acheampong si presenta nello sci alpino. Al cancelletto di partenza indossa la sua opera d’arte: una tuta completamente maculata da lui stesso disegnata e un caschetto verde, anch’esso maculato. Il pettorale è il numero 102. Da quel giorno rimarrà per tutti lo “snow leopard”. E’ il primo ghanese a partecipare ai Giochi Olimpici e poco importa se è nato in Scozia nella fredda Glasgow lo stesso giorno dell’inimitabile Alberto Tomba. Vive la sua infanzia a Accra, la capitale del Ghana, e nel 2002 si trasferisce a Milton Keynes, in Gran Bretagna. In quel periodo è ancora un piccolo centro industrializzato, ma negli anni successivi sarebbe diventata la sede di una delle scuderie di F1 più titolate di sempre, la Redbull, ma questa è un’altra storia.
Nella umida Milton Keynes lavora come receptionist allo Xscape skiing centre, di fatto un grande centro commerciale con una pista artificiale, approfittando delle lezioni gratuite per i dipendenti. Solo dal 2006 si trasferisce in Italia e decide di allenarsi sulle piste della Val Di Fiemme.
Il 12 febbraio del 2010, a Vancouver, Kwame è il solo della sua nazione e impugna fiero ed orgoglioso la bandiera del Ghana, felice di aver raggiunto la qualifica ai Giochi e aver fatto sfilare per la prima volta il suo vessillo.
Il suo progetto di inclusione si chiama Ghana Ski Team e ha l’obiettivo di far conoscere anche ai giovani africani la bellezza della neve e degli sport invernali. Una delle sue idee bizzarre per raccogliere fondi fu quella di vendere per 5 sterline ciascuna, le macchie della sua tuta per far scrivere all’interno il nome del donatore e raccogliere fondi.
Oggi Kwame Nkrumah-Acheampong rimane un simbolo di tenacia, altruismo, passione e resistenza che verrà ricordato negli anni non solo per chi fa parte del mondo sportivo.
Tucker Murphy e la sua cerimonia di apertura
Vancouver 2010 è stato l’anno delle grandi partecipazioni inaspettate e anche dalle assolate Bermuda, arriva l’atleta che sfida il freddo: si chiama Tucker Murphy, ha quasi trent’anni e si presenta alla cerimonia di apertura indossando il tipico bermuda (pantaloncino corto). Racconterà poi che il suo allenatore rimase scioccato di quella scelta, ma entrò senza dubbio nei 10 best moments della cerimonia di apertura di quell’anno nella maggioranza delle classifiche stilate dalle testate dell’epoca.
Si cimenta nello sci di fondo e nella sua prima olimpiade conclude la 15 km in 42:39.1, chiudendo in 88° posizione.
Negli anni successivi continuerà a portare alta la bandiera del suo paese nelle competizioni internazionali e si dichiarerà mai stanco di farlo. Con lo stesso spirito si qualifica poi anche a Sochi 2014 e PyeongChang 2018.
Sochi 2014. L’anno di svolta delle piccole realtà esotiche.
Il Comitato Olimpico Internazionale ormai da anni spinge per aumentare la partecipazione olimpica globale e questa volontà si concretizza con wild card speciali e criteri di qualificazione più flessibili che portano i Giochi russi ad avere di fatto più presenze rispetto alle Olimpiadi precedenti di Vancouver 2010 e Torino 2006.
Yohan Goutt Gonçalves: Timor Est e lo slalom speciale in notturna
E’ quindi l’anno di Timor Est e a Sochi 2014 fa ingresso alla cerimonia di apertura Yohan Goutt Gonçalves. Il padre è francese, la madre Timorese e sa di non poter ambire alla nazionale francese, ma è bello pensare che Yohan decida di seguire le orme della madre per dare visibilità ad una nazione che nelle classifiche olimpiche è quasi assente, raccontando al mondo che anche i sogni dei piccoli possono brillare tra i riflessi dei grandi sulla neve.
Lo slalom speciale di Sochi 2014 è una gara atipica: la prima manche si svolge il pomeriggio, e al calare delle tenebre parte la seconda manche, illuminata dai riflettori. Oltre alle difficoltà del cambiamento di luci, Yohan si trova a dover gestire una neve molto soffice dovuta alle temperature estremamente miti che non scendono mai sotto i 5 gradi durante l’intero periodo olimpico.
Il timorese proseguirà la sua avventura anche a PyeongChang 2018 e Beijing 2022.
Michael Christian Martinez: il filippino che si allena nei centri commerciali
Lo stesso anno anche sulla pista del pattinaggio artistico arriva un poeta del ghiaccio. L’Olimpiade russa porta con sé grandi polemiche tra i banchi dei giudici dell’Iceberg Skating Palace: le valutazioni date nella finale della gara individuale femminile non convincono. Vince la russa Adelina Sotnikova, a discapito della favorita Kim Yu Na della Corea del Sud e dell’italiana Carolina Kostner.

Se da una parte l’idolo di casa Evgeni Plushenko, dopo la conquista dell’oro a squadre, si ritira per un grave problema fisico che rischia di paralizzarlo, dall’altra un giovane di carnagione olivastra fa il suo primo ingresso sulla pista olimpica, il 13 febbraio 2014. Supera il taglio del programma corto e si qualifica per il programma libero del giorno successivo. Ha appena 17 anni, è filippino e si chiama Michael Christian Martinez. Si allena tra le piste del centro commerciale di Manila, tra i bambini e gli addetti delle pulizie. All’Olimpiade di Sochi 2014 conclude al 19° posto complessivo e tutti lo ricorderanno come il principe del ghiaccio per la sua eleganza e la sua somiglianza ad Aladdin, il personaggio principale del cartone per bambini distribuito 12 anni prima. Nel 2018 prova una nuova qualificazione, ma non riesce ad accedere alla fase finale. Rimarrà per tutti il volto del sogno realizzato, di un giovane pattinatore del sud-est asiatico.
Vanessa-Mae Vanakorn: la violinista che sogna un pass olimpico
Anche la Thailandia ha un gioiello nel cassetto. Il mondo già la conosce per il suo talento da musicista. Nel 2007 Vanessa-Mae Vanakorn pubblica il suo album “Storm”, opera di reinterpretazione dell’Estate di Vivaldi, e chissà se proprio in quella occasione matura la volontà di realizzare il suo sogno di partecipazione olimpica: Vanessa è capace di mettere in musica la sua capacità di rompere gli schemi. La sua carriera da violinista classico-pop le regala grandi soddisfazioni, ma ha un sogno nel cassetto da realizzare e il doppio progetto di vita si concretizza il 7 febbraio 2014.
A Sochi 2014 ha una bandiera da portare alta nel Fisht Olympic Stadium. Lo scintillio della copertura luccicante del nuovo stadio e i 3000 artisti impegnati nella cerimonia di apertura non offuscano l’attesa che la violista britannico-thailandese ha generato attorno alla sua partecipazione.
Gareggia nello slalom gigante femminile e nonostante i risultati sportivi modesti, suscita curiosità ed ammirazione. Permette anche alla Thailandia di essere presente a Sochi 2014 e questo le basta.
Dopo i Giochi, un’inchiesta della FIS la squalifica temporaneamente per presunte irregolarità nelle gare di qualificazione, ma nel 2015 viene completamente scagionata: la sua qualificazione è regolare e il suo sogno olimpico pienamente legittimo.
Pita Taufatofua: il guerriero in lava-lava e la doppia olimpiade
Pita Taufatofua nasce nel 1983 nel Tonga, paese al quale decide di dedicare la sua vita. Facciamo un passo indietro: siamo Rio 2016 e nel colossale Maracanà Brasiliano, ristrutturato per accogliere la cerimonia di apertura dei giochi olimpici, l’atmosfera a tratti moderna, caratterizzata da droni e proiezioni led, le musiche tipiche e trascinanti come la samba, ci riportano al mood sudamericano e tra gli atleti danzanti in sfilata, fa ingresso un guerriero perfettamente integrato con la festa. E’ lui, Pita che si presenta a petto nudo, oliato e in lava-lava, attirando l’attenzione mondiale e dando lustro al piccolo regno di Tonga come mai era capitato alla piccola e pacifica nazione.
Ma la svolta del paese tongano nello sport mondiale avviene con la partecipazione dello stesso Pita Taufatofua a PyeongChang 2018. Si qualifica come fondista con pochi mesi di allenamento alle spalle e si laurea il primo atleta di Tonga a qualificarsi alle Olimpiadi Invernali. L’attesa del suo ingresso è incalzata dalle aspettative che non vengono smentite. Nonostante i -8°C ed il vento leggero che aumenta la sensazione di freddo, il suo ingresso nello stadio della cerimonia di apertura avviene come da pronostico, a petto nudo seguito da un’ovazione di chi ha imparato ad amarlo 2 anni prima nella calda Rio de Janeiro.
Tre anni dopo avrebbe poi chiuso il cerchio con le Olimpiadi estive di Tokyo 2020, qualificandosi nel Taekwondo e rimanendo uno dei pochissimi ad aver partecipato a 3 Olimpiadi in 5 anni.
Il velocista ghanese Akwasi Frimpong
Akwasi Frimpong è un velocista ed ostacolista che non eccelle nelle sue discipline. La volontà di indossare la bandiera ghanese e rappresentare la propria nazione negli eventi a cinque cerchi è più forte dei preconcetti riservati ai paesi esotici rispetto alla partecipazione alle Olimpiadi Invernali. La sua mancata qualificazione alle Olimpiadi estive di Londra 2012 non lo abbatte. Il velocista prosegue la rincorsa al suo sogno tentando la qualificazione come bobbista a Sochi 2014. Anche in questo caso è un fallimento. Akwasi non demorde e nel 2018, a PyeongChang, diventa il primo atleta ghanese della storia a gareggiare nello skeleton ed il secondo proveniente dal Ghana in assoluto dopo Kwame Nkrumah-Acheampong, il Leopardo delle nevi di Vancouver 2010.
Le wild card accorciano le distanze e rendono i sogni più raggiungibili
Parlare di Olimpiadi Invernali e atleti esotici porta inevitabilmente a scrivere delle wild card. Questi inviti nascono come uno strumento del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale per permettere la partecipazione di atleti appartenenti a paesi esotici che non riuscirebbero a raggiungere gli standard minimi di qualificazione.
Nascono ufficialmente durante le Olimpiadi degli anni ‘70 e sembra che le prime siano state concesse per le discipline di Lotta e Judo a Montreal 1976. Solo nel 1984 vengono ufficializzate e formalizzato il concetto di wild card che, istituzionalmente, sono chiamate universality card.
Se ne inizia a parlare con costanza e viene chiaramente documentato solamente negli anni 2000, ma è necessario attendere Parigi 2024 per la formalizzazione anche per l’atletica del sistema di Universality Places.
L’Olimpiade non è solo una gara riservata ai più forti. E’ un racconto di sport come lingua universale e non solo riservata a chi ha inverni rigidi. In un contesto di grande apertura dell’ambiente sportivo era necessario fornire gli strumenti adeguati per permettere che identità lontane si incontrassero. Il CIO ha risposto presente ed ogni cerimonia di apertura dove sfilano Ghana, Tonga, Timor Est o Filippine diventa un momento di orgoglio globale.
Oltre il cuore degli atleti esotici ci sono sacrifici e difficoltà
La partecipazione degli atleti esotici alle Olimpiadi Invernali ha sempre riscosso prima che ammirazione un velato senso di compassione tipico di chi si crede superiore, di chi ha sempre partecipato e di chi si sente padrone di casa senza averne il titolo.
E’ bene ricordare che oltre al cuore e alla lotta agli stereotipi, questi atleti hanno dovuto lottare contro difficoltà oggettive che spesso non fanno parte dei pensieri degli atleti dei paesi più freddi.Se la mancanza di infrastrutture è un argomento banale ma sotto gli occhi di tutti, non si realizza quanto questo porti a dispendio di denaro importante, per gli allenamenti dovuti a trasferimenti all’estero, spesso lontani dalle famiglie.
I paesi esotici non hanno storie di sport invernali tali da garantire budget dedicati importanti. Questo porta molti atleti a doversi autofinanziare e a trasferimenti quasi obbligati per provare a raggiungere le competizioni a cinque cerchi.
Dove i trasferimenti degli atleti non avvengono, spesso sono i tecnici ad essere importati e i costi chiaramente lievitano per paesi che accettano di scommettere su sogni mascherati da obiettivi concreti.
Altro aspetto non poco rilevante sono le qualificazioni olimpiche per le quali i punteggi minimi, che per alcuni paesi sono raggiungibili partecipando a circuiti di gare interne, per altri sono pressoché impossibili. La nascita delle wild card, comunque, concede qualche opportunità in più.
Noi li chiamiamo atleti esotici, ma forse sono solo più coraggiosi.
Puro spirito olimpico
In un’epoca dominata da record e delusioni per mancati ori olimpici, c’è chi ancora vive lo spirito originario di indossare i cinque cerchi, oltre i sogni più improbabili.
Se da una parte ci sono tristi storie di selezioni sudafricane negli anni ‘60 per rispettare le caratteristiche imposte dall’apartheid che, certamente, non prevedevano atleti di carnagione scura, dall’altra ci sono racconti di atleti, campioni ed eroi che scelgono di dedicare il proprio tempo al raggiungimento di un sogno irraggiungibile.
Forse il vero oro olimpico non è solo quello che brilla sul petto di chi vince, ma anche quello di chi, contro ogni pronostico, riesce a indossare i cinque cerchi e a vivere il profumo di un sogno diventato realtà.
Akwasi Frimpong, atleta Ghanese di cui abbiamo raccontato la storia, fece una dichiarazione che oggi rimane un inno allo spirito olimpico: “Non ho vinto una medaglia, ma ho vinto la speranza di milioni di africani che ora sanno che nulla è impossibile.”

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Perchè nel curling si spazzola il ghiaccio: lo spiega Stefania Constantini, oro olimpico in carica  geopop tramite  msn.it  








I campioni olimpici di curling in carica Stefania Constantini e Amos Mosaner hanno esordito oggi, 5 febbraio. Sul ghiaccio di casa a Cortina, il duo d'oro di Pechino 2022 ha battuto la Corea del Sud 8-4 nel primo match del doppio misto. Per capire davvero cosa vedremo in pista alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, abbiamo fatto una chiacchierata proprio con Stefania, che il ghiaccio lo conosce meglio di chiunque altro. Ci siamo fatti spiegare non solo le regole, ma anche la scienza del curling e cosa succede fisicamente quando vediamo gli atleti spazzolare furiosamente il ghiaccio (sweeping) e perché questo sport è molto più faticoso di quanto sembri in TV.
Qui entra in gioco la fisica del ghiaccio. Dovete sapere che la nostra superficie non è liscia come quella del pattinaggio artistico o dell'hockey. È una superficie "a buccia d'arancia". Prima della gara, l'ice-maker (il tecnico del ghiaccio, ndr) passa con uno speciale zaino-erogatore e spruzza goccioline d'acqua che, congelando, creano il cosiddetto pebble. Il sasso viaggia su queste minuscole "collinette".





Quando spazziamo con forza e alta frequenza, generiamo calore per attrito. Questo calore scalda la superficie e crea una microscopica patina d'acqua sulla punta delle goccioline. Questo ha due effetti immediati. Il primo è che mantiene la velocità della stone riducendo l'attrito, il sasso non rallenta e può arrivare qualche metro più lontano.
In più, corregge la traiettoria, "to curl" in inglese significa "arricciare" o curvare. Noi lanciamo il sasso imprimendo una rotazione (oraria o antioraria) per fargli compiere una parabola. Spazzando, possiamo decidere di tenere la traiettoria più dritta o farla "curvare" di più. Siamo noi a decidere dove farlo fermare.
Parliamo delle stone. Sembrano maneggevoli, ma quanto pesano?
Pesano 20 kg. È vero che non dobbiamo sollevarle ma farle scivolare, ma gestire un peso del genere richiede una tecnica perfetta. Quando si è giovani, spesso è il sasso a comandare il corpo ma, crescendo, si impara a usare il corpo per comandare il sasso.
Oltre a scope e pietre tonde avete delle scarpe molto particolari, come sono fatte?
Esatto, innanzitutto non sono pattini, come spesso si tende a pensare. Abbiamo scarpe asimmetriche. Sotto il piede "di spinta" abbiamo una suola in gomma con grip per fare attrito sul ghiaccio. Sotto l'altro piede – quello che va avanti nell'affondo – c'è una suola in teflon scivolosa (slider, ndr). È un sistema che ci permette di fare quell'affondo allungato tipico del nostro sport. Poi quando dobbiamo camminare normalmente, mettiamo una protezione gommata sopra la suola scivolosa.






Quando due stone arrivano al millimetro, che strumento si usa?
A volte a occhio nudo è impossibile dire quale sasso sia più vicino al centro. Viene usato uno strumento meccanico che assomiglia a un compasso: si punta al centro della casa e si fa girare un'asta metallica con una levetta che tocca il sasso e muove una lancetta su un quadrante. Se anche con quello la distanza è identica… il punteggio è 0-0.





Da fuori il curling può sembrare uno sport "statico”. Quanto conta la preparazione atletica e quanto si fatica davvero fisicamente durante una partita?
Per far capire questo aspetto invito sempre a provare! Ho un amico che fa sollevamento pesi e quando ha provato si è dovuto ricredere. La fatica c'è eccome. Le partite possono durare anche 2 ore e mezza e nei tornei ne giochiamo anche due al giorno, per una settimana intera.
L'azione della spazzata è un lavoro "intervallato", la frequenza cardiaca schizza in alto mentre spazzi furiosamente, poi devi recuperare in pochi secondi e abbassare i battiti per essere lucido al lancio successivo. Ci alleniamo 6 giorni su 7, con due sessioni al giorno di ghiaccio o con una sessione di ghiaccio e una di preparazione fisica in cui alterniamo palestra (pesi), allenamento metabolico (bici/corsa) e tantissimo lavoro sulla stabilità del core.
Hai detto una cosa interessante sul battito cardiaco. Come gestisci la tensione quando ti giochi una medaglia?
Il curling è strano. In uno sprint, l'adrenalina ti aiuta a spingere di più. Da noi è il contrario: l'adrenalina è quasi una "nemica". Se sei troppo carico, perdi la sensibilità. Noi dobbiamo percepire differenze di spinta di un decimo di secondo; se sei agitato, non "senti" più il corpo e rischi di lanciare il sasso troppo forte e "andare lungo". La vera sfida è mentale, devi imparare ad ascoltarti profondamente, controllare la gioia o la rabbia in un istante, resettare e tirare.
Hai vinto l'oro a Pechino, la prima medaglia olimpica italiana nella storia del curling. Ora arrivano le Olimpiadi in casa. Che sensazioni hai?
A Pechino io e Amos Mosaner abbiamo realizzato quello che avevamo fatto solo sul podio, cantando l'inno. Eravamo sul tetto del mondo. Ma Milano-Cortina sarà unico. Ho sempre avuto il sogno di partecipare alle Olimpiadi ma mai avrei immaginato di giocarle in casa, di solito il nostro sport ci porta in Canada o in Scandinavia.
Io sono di Cortina, giocherò nello stadio dove sono cresciuta. Sarà strano ma bellissimo sentire il calore del pubblico italiano. L'obiettivo è godersi il momento rimanendo con i piedi per terra, concentrati su ogni singola stone.




Dopo il vostro successo è cambiato qualcosa per il curling in Italia? E cosa ti aspetti per il futuro del movimento dopo Milano-Cortina?
Si, un piccolo cambiamento c'è stato. Prima delle Olimpiadi, quando viaggiavamo con la divisa della nazionale, la gente ci chiedeva che sport facessimo e spesso non sapeva nemmeno cosa fosse il curling. Dopo l'oro c'è stato un vero "scoppio di conoscenza": molte persone hanno guardato le nostre partite durante i Giochi Olimpici e ora tutti sanno cos'è.
Per il futuro, la mia speranza è che queste Olimpiadi in casa portino una "seconda ondata", ma diversa, vorrei che la gente non si limitasse a guardarlo, ma venisse a provarlo. Il nostro movimento è ancora piccolo e ha bisogno di crescere.
Mi auguro che ci sia più attenzione mediatica anche durante i 4 anni tra un'Olimpiade e l'altra, perché per appassionarsi davvero bisogna poter seguire lo sport con continuità, non solo ogni quattro anni.
Hai un consiglio ai ragazzi che sognano un futuro nello sport e magari alle Olimpiadi?
Prima di tutto di credere fortemente in quello che si fa. Secondo me la chiave nello sport è anche quella di definire un obiettivo. Capire dove vuoi arrivare rende concreto il percorso e ti aiuta a capire come lavorarci. E non spaventatevi dei fallimenti: sono solo momenti per rianalizzare cosa non ha funzionato e riprovarci con più determinazione.

Svolta nel caso del prof cieco di Scandicci escluso dalla gita scolastica: Jacopo Lilli accompagnerà gli studenti a Dublino come consulente


N.b  leggo solo ora  della svolta del caso . Chiedo umilmente scusa al preside per averla giudicata troppo frettolosamente, ma il fatto è che non sono né giornalista né pubblicità.  E i motori di ricerca MSN.it/Bing non sempre riportano gli aggiornamenti delle notizie .  E sul  sito del corriere ho visto l'aggiirnamento /evoluzione poco fa


Svolta nel caso di Jacopo Lilli prof non vedente 


 di Scandicci escluso dalla gita scolastica: Jacopo Lilli accompagnerà gli studenti a Dublino come consulente

di Ivana Zuliani e Jacopo Storni


Lieto fine per la storia che ha visto protagonista la classe Terza V della scuola Russell-Newton di Scandicci grazie all'intervento del direttore dell’ufficio scolastico regionale Luciano Tagliaferri

Il professor Jacopo Lilli, inizialmente escluso dallo stage formativo a Dublino perché non vedente, potrà accompagnare la sua classe in Irlanda come consulente invece che come accompagnatore. Così, dopo tanta amarezza da parte del docente e dei suoi studenti, arriva il lieto fine di questa storia che ha visto protagonista la classe Terza V della scuola Russell- Newton di Scandicci (Firenze).

La svolta è arrivata mercoledì mattina, quando Lilli è stato convocato dal direttore dell’ufficio scolastico regionale Luciano Tagliaferri che gli ha prospettato una soluzione condivisa con la preside Maria Addabbo. «Le riflessioni della preside che non consentivano a Lilli di partire era giuste, per tutelare la sicurezza sia dei ragazzi sia degli accompagnatori - premette Tagliaferri - Ma quando ho incontrato il docente ho trovato una persona molto in gamba e motivata, che ha a cuore i suoi studenti, ho colto nel cuore di questa persona la fame di stare vicino ai propri studenti».

Firenze, prof d'inglese escluso dal viaggio di istruzione a Dublino perché cieco: «Sono perfettamente in grado di gestire la classe»di Jacopo Storni

Così ha pensato ad una sorta di escamotage che mette d'accordo tutti. 

«Il professore, come insegnate di inglese che conosce bene i ragazzi, potrà partire come consulente didattico: questo permette anche di svincolarlo dalla sorveglianza che poteva essere complicata. Le risorse per il viaggio le troveremo in qualche modo all'interno di quelle della scuola» dice il direttore dell'Usr. «Credo inoltre – aggiunge - che sia anche un elemento educativo e di inclusione: osare qualcosa in più significa una maggiore assunzione di responsabilità. Sarà un modo per responsabilizzazione gli studenti e creare un clima educativo inclusivo, che è un aspetto collaterale, ma non meno importate. Credo che i ragazzi presteranno maggiore attenzione».

Felice di questo esito il professor Lilli: «Ringrazio il direttore dell’ufficio scolastico e la preside per aver trovato una soluzione. Ringrazio i miei studenti e le loro famiglie che mi hanno mostrato grande affetto. Per il futuro auspico che si apra un dibattito istituzionale più ampio possibile per parlare di questi temi e trovare un percorso virtuoso che definisca quello che un docente non vedente può o non può fare».


4.2.26

Firenze, prof d'inglese escluso dal viaggio di istruzione a Dublino perché cieco: «Sono perfettamente in grado di gestire la classe»

di  cosa  stiamo  parlando 


Firenze, prof d'inglese escluso dal viaggio di istruzione a Dublino perché cieco: «Sono perfettamente in grado di gestire la classe» | Corriere.it


 ma  che  razza  di preside  è  una che si comporta   cosi  . La preside  , aspettiamo di sentire  la  siua versione   dei fatti  ,   ha  esagerato  .  Certo  da preside   ha    ragione   deve  far rispettare  le leggi    ed  allo  stesso tempo  dare  esempio  di legalità  e  tutelandosi   visto che  sarebbe    finità  sotto processo     se  fosse succsso qualcosa  di  grave  agli alunni  o al docente  . Ma  dall'altro ha  sbagliato     visto  che   : il prof  in questione   è in  grado   di gestire una  classe , ha esperienza   con gli  allunni   e quindi  sa  come    prenderli    e  come  si comportano . 


I genitori    degli allunni  ,  i  rappresentanti.  degli  studenti       che  gli hanno  fatto notare  come la  cosa  fose ingiusta    non  gli ha  ascoltati  ne   risposto  alle loro  obbiezioni  .  Ha    rifiutato    anche    l'opzione del  prof    di andare  in gita      come  accompagnatore  extra scolastico   cioè a  spese   sue   e     sotto la  sua responsabilità  . Essa  ha   preferito   seguire    alla  lettera   il  regolamento  passando   sopra  l'essere umano . Non si è resa  conto    che  ha  davanti delle  persone    che   hanno  delle  difficoltà e  che riescono nonostante  tu.tto  a svolgere  il  loro lavoro  .  Non si. è  resa  conto  che   dovrebbe  pensare   di più ai  suoi

  " dipendenti " ed  ai  loro problemi   non solo  alle  leggi   \ regole  .  E   che  a  volte   per  fare  la   cosa  giusta   si  possono   infrangere  o sminuire   cioè distinguere la  regola  dall'eccezione  o almneo provarci  . E  visto che    qu,esto mondo è sempre  più complesso ed  sempre  piuù  distante   da  qualsi tipo di umanità   e  che siamo noi  quelli   che   dobbiamo proteggere  i deboli   e  dobbiamo   farlo   muovendo  cortesia  ed  umanità  .  


Ecco, questa sì, è una grande notizia. E un grande orgoglio italiano. Nicolò Govoni, fondatore e volto di Stil I Rise, è stato scelto come portabandiera olimpico ai Giochi invernali di Milano-Cortina?

Nicolò Govoni, fondatore e volto di Stil I Rise, è stato scelto come portabandiera olimpico ai Giochi invernali di Milano-Cortina. Un onore e un riconoscimento internazionale straordinario per questo giovane uomo di Cremona che ha creato dal nulla una delle più importanti organizzazioni no profit al mondo che “garantisce istruzione di eccellenza gratuita per i bambini profughi e vulnerabili nel mondo”. Sarà lui,
insieme a Filippo Grandi, a rappresentare l’Italia a Milano, a reggere la bandiera coi cinque cerchi, a incarnare - come ha fatto in tutti questi anni - un altro modo possibile di abitare il mondo, fatto di empatia, cura del prossimo, ma anche grande rigore e trasparenza e denunce spesso scomode di ipocrisie e ingiustizie plateali, con gli occhi di chi le vive tutti i giorni. Questo riconoscimento ripaga Nicolò di tutti gli enormi sacrifici. « Non è un premio » da quel che  dice legggo   su lorenzo Tosa   «- anche se lui è stato anche candidato al Nobel per la Pace - è un modo per riconoscere e testimoniare al mondo il valore di quello che fa.» Una  bella   notizia   su  qu,este  olimpiadi    vicine  all'inizio  nate    nel segno  delle polemiche  ( i teodofori , i lavori  fatti male  ed  in ritardo  ,  lo spreco di. denaro  pubblico e  i disastri ambientali  , ecc  )   e  il segno dell’Ice, bello sapere che quella bandiera passerà anche dalle sue mani.

rimanere in silenzio o parlare dei violenza sulle donne ? il caso di Ylenia Musella

Leggendo   dell'ultimo  omicidio  ,  quello  di  Ylenia Musella di 22 anni è sempre più difficile trovare le parole . Soprattutto quando leggi che

da Lorenzo Tosa

È stata colpita a più riprese al volto dal fratello, che poi le ha inferto una sola coltellata profonda alla schiena, fatale.Il suo assassino l’ha scaricata come un cane ancora viva davanti all’ospedale Villa Betania, ma per Ylenia non c’è stato nulla da fare. È morta in ospedale per le conseguenze delle ferite riportate.È morta per femminicidio, anche se la tragedia si è consumata in un contesto di degrado sociale profondo: mamma e patrigno si trovavano in carcere, per cui Ylenia viveva da qualche tempo col fratello 28enne nelle case popolari del rione Conocal, senza sapere che sarebbe diventato il suo assassino.Chi la conosce parla di “un sole sempre acceso”, una ragazza sempre sorridente, nonostante un contesto familiare e sociale difficilissimo.E forse - secondo le prime ricostruzioni - quel contesto non c’entra quasi nulla con quello che è accaduto, maturato invece tra le mura domestiche, in un copione molto più simile a quello che raccontiamo quasi ogni giorno quando parliamo di femminicidio.Di sicuro Ylenia oggi non c’è più.Ci uniamo al dolore e al cordoglio della famiglia e degli amici, di una citta'

Ora   l'unica   soluzione è   quella  del  silenzio  . Ero  un po'  titubante  ad  intrapendere  quella  strada  perchè 1) il silenzio uccide      due   volte   ed   in  casi come questo  equivale  ad essere   indifferenti   2) non sempre   usare  il silenzio come  arma    di difesa   psicologica  davanti. a  simili brutture (  metaforicamnte   parlando  )  o    alle  parole narrazoni   tossiche    come     questa 


dove si commenta il fatto che A Benevento un uomo di 38 anni, una guardia giurata, ha sparato alla moglie che è ricoverata in fin di vita, in gravissime condizioni.  


Ma a farmi decidere il contrario oltre   questo video

    


è stata la lettura di quanto ha scritto sul caso di Ylenia Musella Patrizia cadau , autrice di "Volevate il silenzio Avete la mia voce"(  foto  al  lato  )   in cui racconta la sua vicenda e di come sia sopravvisuta alle violenze di un maschio alfa , su fb ( qui il testo integrale « [... ] Quello che è certo è che ancora una volta una donna muore di violenza maschile e tutti continuiamo a credere sia un problema femminile.È violenza maschile, è accanimento spudorato e impunito di uomini che odiano le donne, specialmente quelle di casa.È violenza maschile anche se accorrerranno in tanti a brandire i loro distinguo insopportabili "e la violenza sugli uomini?" "non tutti siamo così" e altre divagazioni pittoresche.Il fatto è che Ilenia non c'è più.Non abbiamo fatto in tempo neppure per lei.E abbiamo fallito.Ancora.» .


Ma soprattutto perchè Parlare di tragedie come qeste senza retorica e in maniera non tossica significa smetterla di descrivere questi atti come momenti di follia improvvisa o solo semplici "liti familiari" finite male. Spesso, come evidenziato anche in casi precedenti simili (come quello di Noemi Riccardi a gennaio 2026), si tratta di contesti segnati da violenze e soprusi pregressi già noti a parenti o vicini. Chiamare le cose con il loro nome — violenza di genere domestica — è il primo passo per rompere il
silenzio.
Infatti qui c' è Il dovere di non essere testimoni passivi Il caso di Jlenia, abbandonata ferita davanti all'ospedale, sottolinea l'importanza di intervenire prima che la violenza diventi fatale come in qiuesto caso appunto . Come     agire  allora   ?  Con:

  •  la  denuncia  in quanto essa     non è un'opzione, ma una necessità: Il reato di maltrattamenti in famiglia è procedibile d'ufficio: chiunque sia a conoscenza di violenze può e deve segnalare alle autorità (Questura, Carabinieri o Procura).
  • l'ascolto senza giudizio : Se sospetti che una persona vicina sia in pericolo, offri un ascolto attivo. Evita di chiedere "perché non te ne vai?", ma rassicurala dicendo: "Io ti credo, sono qui per aiutarti". 
  •  Azioni concrete e immediate  Per trasformare l'indignazione in prevenzione, è necessario conoscere e diffondere gli strumenti di protezione: Contattare il 1522: È il numero di riferimento per ricevere orientamento immediato. È possibile anche chattare via web se parlare a voce è troppo rischioso. Rivolgersi ai Centri Antiviolenza (CA): Questi centri offrono supporto legale e psicologico gratuito, oltre a percorsi di messa in sicurezza.Segnali Silenziosi: Impara e insegna il Signal for Help (mano aperta, pollice piegato e dita chiuse sopra) per permettere a chi è controllato di chiedere aiuto senza essere scoperto.
Parlare di Jlenia oggi significa non lasciarla diventare solo un numero, ma pretendere che i segnali di violenza in famiglia non vengano più derubricati a "fatti privati". Ecco e qui concludo , in quanto ho già detto troppo , per evitare di diventare retorico e finire assueffatto a tali avvenimenti .

[ Grammatica del creato ] ecco perchè non sono ateo

 La riflessione  di Enrico Carbini    che  trovate nelle  righe  sotto pur essendo   confessionale  , egli  è  un Testimone di Geova , arriva  anche  se  per  strade  diverse alla  stessa mia  conclusione  del precedente post   in cui   replicavo  alla  sua  affernìmazione  che  la  vita  sia   solo  frutto  di Dio   .
Infatti  Il dibattito  (  non solo  fra  me  è  lui o  loro visto  che  spesso  vengono in coppia   a  trovarmi  all'associazione  volontariato ) tra progetto divino ( creazionismo/disegno intelligente) ed evoluzione biologica contrappone spesso una visione teologica, che vede la vita come parte di un disegno preordinato, a una scientifica, basata sulla selezione naturale. Tuttavia, molte visioni moderne cercano una sintesi, non considerando la teoria evolutiva contraria alla fede . 


Ma   ora   bado  alle  ciancie   ed  entriamo  nel vivo  del post    .  Ecco  la  sua riflessione  

  Gli animali non hanno un’idea astratta di “protezione”, non la pensano, la incarnano. Il cane non “difende” il neonato: lo custodisce. È una differenza sottile ma enorme. La difesa nasce dalla paura di una minaccia; la custodia nasce dal riconoscimento di una vulnerabilità. Quel gesto della testa appoggiata è per dire “sono qui, il mio peso, il mio calore, il mio respiro delimitano uno spazio sicuro”.


E quando la madre lo allontana e lui torna, è fedeltà a una percezione interna. Come se dicesse: “Tu vedi una scena, io sento una necessità”Questo dice molto anche su di noi. Noi umani abbiamo trasformato la protezione in un concetto complicato: norme, paure, controllo, ansia, responsabilità, proprietà (“è mio figlio, è mio dovere”). Gli animali invece ci mostrano la protezione come prossimità. Non fare qualcosa per qualcuno, ma stare con qualcuno. Una presenza che non si sposta.
C’entra qualcosa Dio in tutto questo?
Se Dio è creatore della vita, come in effetti è, allora quel gesto fa parte della grammatica del creato. Non è un’aggiunta morale, è una struttura di base dell’essere: la vita tende a riconoscere la vita, soprattutto quando è fragile.Dio non ha “insegnato” la protezione, l’ha scritta nella struttura della vita stessa.L’esistenza di Dio, non si riconosce tanto nei miracoli spettacolari,ma in questi micro-gesti in cui la vita si prende cura della vita.Si può dire che quel cane è una delle frasi più convincenti della sua esistenza.

Un abbraccio a voi tutti  ❤️

3.2.26

Un’organista di chiesa ha pubblicato tre dischi per ricordarci che la musica è la più grande espressione umana Kara-Lis Coverdale è una compositrice d'avanguardia che si relaziona al silenzio e alla spiritualità armata di pianoforte e elettronica rarefatta.


 L’intervista con la compositrice canadese Kara-Lis Coverdale è stata rimandata un paio di volte. Non per un capriccio d’artista, ma per una grande nevicata in Canada che le ha scombinato i piani impedendole di partire per l’Europa, dove è arrivata solo in questi giorni per il nuovo tour. Ci siamo 
Foto: Norman Wong/
    courtesy of Inner_Spaces
inseguiti, sì, ma nell’effimerità delle mail. I corpi bloccati, il tempo sospeso. A suo modo, una descrizione perfetta per il suono della compositrice: una musica che non forza mai il movimento, lo aspetta.        
Fatta di rallentamenti, ascolto profondo, spiritualità. 
Kara-Lis Coverdale è una pianista e compositrice che ha sempre abitato una zona laterale della musica contemporanea. 
Non abbastanza ambient per diventare sottofondo, non dogmatica e accademica per restare confinata nei circuiti colti, non eccessivamente elettronica per essere ridotta a una scena. Prima di una pausa discografica lunga nove anni, il suo nome si era fatto conoscere grazie ad album come Aftertouches e Grafts, quest’ultimo esaltato dalla critica come uno dei lavori più radicali e intensi della nuova musica strumentale degli anni Dieci.Quella improvvisa attenzione, però, è stata piuttosto stressante per la compositrice. Di quel periodo parla apertamente, facendo riferimento a un esaurimento fisico e creativo, a orecchie stanche, a un bisogno radicale di silenzio. «Dopo un lungo periodo di concerti e tournée ho sentito un effetto quasi atomizzante sulla mia visione musicale», racconta. Troppo rumore, troppo spostamento. Il bisogno non era produrre di più, ma fermarsi: «Avevo bisogno di radicarmi in un luogo, di ritrovare una dimensione di quiete nella mia pratica».In questi anni di silenzio discografico, però, Coverdale non ha mai smesso di comporre. Ha scritto musiche per archi, coro ed ensemble, oltre a colonne sonore per film, documentari e installazioni. Ha sonorizzato anche una saune norvegese e lavorato per delle librerie sonore per terapie psichedeliche: «Ho imparato a definire cosa significhi “estremo” nel suono e a riflettere su come certi estremi possano essere dannosi non solo per lo spirito, ma anche per le nostre strutture mentali. Nell’era elettrica e del software questi estremi diventano sempre più pronunciati».

Foto: Norman Wong /
courtesy of Inner_Spaces


Nel frattempo ha studiato a fondo l’Harmonices Mundi di Keplero, alla ricerca di un rapporto tra proporzione, materia e cosmo che potesse offrire una nuova grammatica del suono. E ha continuato a suonare l’organo in chiesa: una pratica che l’accompagna fin dagli inizi e che non ha mai abbandonato. «La musica è una pratica profondamente spirituale per me», dice. «È un modo di comunicare con gli altri, ma anche con me stessa. Un modo per connettermi al mondo e all’universo attraverso la fisica, il soprannaturale, l’invisibile. È la più grande espressione umana che conosca».È in questo tempo di mezzo, alla ricerca del proprio spazio, che Coverdale ha ripensato il suo rapporto con il suono. «Sono da sempre affascinata dalle musiche che sanno ascoltare. Credo che i miei lavori più riusciti riescano a tirare fuori qualcosa dall’ascoltatore tanto quanto offrono. Il silenzio e l’immobilità nel processo di scrittura creano uno spazio in cui si può ascoltare il suono in sé, analizzare la musica in modo oggettivo». Continua: «La quiete e l’uso di strumenti acustici hanno riacceso in me un senso di immediatezza e presenza, di effimerità. Tornare alla natura spoglia di uno strumento solista, completamente non mediato né processato, è ancora oggi una sfida: devo trattenermi dal fare di più. Mi piace questa disciplina della sottrazione, lasciare che lo strumento semplicemente sia, nella sua forma più essenziale».Il silenzio discografico è stato rotto dalla pubblicazione di tre album in un solo anno. Un gesto netto. Lavori diversi ma complementari, nati dallo stesso lungo periodo di ascolto e sedimentazione. From Where You Came è «epico e avventuroso», A Series of Actions in a Sphere of Forever è «un lavoro per pianoforte solo, costruito su limitazioni modali e su un’attenzione radicale all’ascolto e al decadimento del suono». Changes in Air, invece, è «musica senza fretta, sensibile al clima, pensata per essere vissuta dall’interno».C’è molto pianoforte in questi album, un ritorno a una relazione più tattile e strumentale con la musica, un altro modo — stavolta sonoro — di radicarsi. «Con il pianoforte c’è un’immediatezza, una naturalezza che nasce dal tempo che abbiamo passato insieme. In questo momento sto apprezzando molto la fisicità degli strumenti acustici, il loro aspetto incarnato. Sta diventando quasi un privilegio poter esistere nel mondo reale». Perché, come afferma con semplicità: «Il suono è vita».Negli ultimi mesi si è registrato un rinnovato interesse per la musica classica anche al di fuori dei suoi contesti tradizionali, grazie soprattutto a un lavoro inaspettato come Lux di Rosalía. «Per me “classica” indica soprattutto una profondità di comprensione e di formazione: un impegno allo studio che dura tutta la vita. Rosalía è una studentessa della musica in senso ampio, ma anche profondo. Di recente ho letto una sua dichiarazione in cui diceva che per lei è fondamentale che la sua musica raggiunga un pubblico vasto, altrimenti la vivrebbe come un fallimento. Non so se definirei quello un fallimento, ma capisco e condivido il desiderio di comunicare in modo ampio: crea una comprensione comune. È qualcosa di bellissimo riuscire a creare un momento in cui tante persone possano vivere insieme un’esperienza significativa. Affidarsi all’amore è il modo migliore per farlo».Lasciata alle spalle la storica nevicata, Coverdale è arrivata in Italia per esibirsi ieri a Pordenone. Replicherà lunedì 31 gennaio all’interno della rassegna Inner_Spaces all’Auditorium San Fedele di Milano, là dove ambient, elettronica sperimentale e musica sacra sono di casa. Ovvero tutto ciò che fa parte del suo repertorio e della sua traiettoria, che per l’occasione prenderà forma in un live focalizzato sulla prima delle tre uscite del 2025, From Where You Came.Sarà l’occasione per rivederla dal vivo e assaporare, nei silenzi e nella materia, la sua idea di suono: «Ogni oggetto ha una voce. L’armonia è intrinseca alla materia, alla proporzione, alla forma. Anche gli esseri viventi come gli alberi hanno una voce, ma bisogna allenare le orecchie e l’anima per ascoltarla. Se ci apriamo a considerare la musica come un’espressione dei sensi, il mondo intero prende vita nella musica».

my splatter valentine

 il  post   d'oggi    scritto  di  getto  e  ispirato (  diciamo  deliberatamente  tratto )  sia   dalla     lettura   de dell'ultima  storia  di  Dylan Dog 

    sia   all'introduzione  del  dylan  dog horror club  (  foto    al lato )  dellla storia    del n  473    in titolato 

appunto  my splatter  valentine  .
Dopo questo  spiegone    veniamo    a  noi    Cari amici   vicini e lontani  . Tra qualche  giorno  sfrofondiamo    in un orrore  molto contemporaneo la famigerata  festa  degl inamorato     amorosa  .  Un giorno   in cui nolente  e  dolente     sei in  coppia  sei  costretto a  festeggiare    perchè  le  donne    sono  più romantiche  di   te  e   ci tengono   altrimenti  ....😜🙄😋   sono guai  . Ma  soprattutto è un giorno  per  noi    single  ( per  scelta   o per  sfiga  )   tocca  a  sorbirci  prediche  e  gli  sfottò    i genitori e  parentame assortito  (   che    ti chiedono ancora  non sei  fidanzato o sposato   ,  ancora  nessun  nipote  )  o  di  amici\che  impegnati   che  ti.  prendono in giro  perchè non sei   fidanzato .  Da single     smemorati (  ma  anche   che  considerano    sa valentino  una  festa  come  un altra in quanto   ormai  mercificata  e  obbligatoria )   che   se  ne  fregano e quasi imprudentemente     vano lo stesso  in pizzeria   e  nei locali     ovviamente  pieni  di coppie       che festeggiano   san  valentino  e  subiscono prese  in giro e   risatine  come   è ( ne h o parlato  ne meandri del blog  )  sucesso    qualche volta  al sottoscrito   se  non bastassero    quelle    quando   l'8  marzo,data  ormai  snaturalizzata   e  mercificata  , perchè  tu  uomo  (  da  solo,  con amici  )  hai osato mettere  piede    in un locale  . 
Ora    lo so che bisogna  fare  buon viso a  cattivo cioè  farsene  una  ragione  visto    che  la  società occidentale  ( ma   non solo  vista  la  mercificazione  e  la globalizzazione   omologante e  neoliberista  ha    trasformato e  mercificato   una festa   mista  ( la vera storia  di san  valentino   ) in cui s'intrecciavano  tadizioni cristiane e pagane, commemorando il martire Valentino di Terni e sostituendo i riti dei Lupercali in qualcosa   di  commerciale  .
 Meno  male , grazie   del  suggerimento di  #BarbaraBaraldi   e al suo   Dylan dog horror   club  ,  ci sono   film horror  

 


2.2.26

primo caso di doping alle Olimpiadi di Milano Cortina e lo stupore dell’atleta canadese davanti al bidet in camera

c.... non sono ancora inziatene  le  cerimonia  d'apertura  ne  le gare che già si parla di doping . Ormai non siamo più abituati a perdere . Se prima il doping ( sempre condannabile ) poteva avere anche dele esecrabili motivazioni ideologiche e politiche . Era un Il doping di Stato . Esso avveniva nella Germania Est, ed era noto come "Piano di Stato 14.25", era un sistema sistematico di doping sponsorizzato dallo Stato, che ha avuto un impatto devastante sugli atleti. Questo sistema, che ha visto la somministrazione di steroidi anabolizzanti e ormoni a migliaia di atleti, ha portato a gravi conseguenze fisiche e psicologiche per molti atleti dopati.
La caduta del Muro di Berlino ha reso pubblico il bilancio vero, con vittime che hanno subito tumori, problemi di sterilità, aborti, e altre devastazioni.Ora invece è , altrettanto esecrabile per denaro . il farmaco in questione è Il letrozolo è un inibitore dell’aromatasi che blocca la conversione del testosterone in estrogeni. Usato in oncologia contro il tumore al seno, nello sport è vietato perché aumenta indirettamente il testosterone e maschera l’uso di steroidi.


da Fanpage




A pochi giorni dall'inizio delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, Rebecca Passler, un'atleta del biathlon azzurro, è risultata positiva a un controllo antidoping. Nel suo sangue è stata rilevata la presenza di letrozolo, una sostanza poco conosciuta dal grande pubblico ma ben nota agli organismi di controllo. Si tratta di un farmaco antitumorale appartenente alla classe degli inibitori dell'aromatasi. Non si tratta quindi di una sostanza "nata" per lo sport, ma di un medicinale utilizzato in ambito oncologico per trattare i tumori al seno. Proprio per questo rientra nella categoria delle "sostanze specificate" inserite nella lista vietata dall'Agenzia Mondiale Antidoping (WADA), che ne proibisce l'uso in ogni momento, sia in gara sia fuori gara.
A cosa serve il letrozolo in medicina
In ambito clinico il letrozolo viene prescritto soprattutto nel trattamento del carcinoma mammario nelle donne in postmenopausa. È indicato sia nelle fasi iniziali della malattia, come terapia adiuvante dopo interventi chirurgici o radioterapia, sia nei casi più avanzati o metastatici. Secondo uno studio del 2011 sarebbe anche leggermente più efficace del tamoxifene (un altro farmaco ormonale antiestrogeno) per ridurre le recidive. In alcune situazioni particolari viene utilizzato anche prima dell’intervento chirurgico, quando la chemioterapia non è praticabile. Come ricorda l'Agenzia Italiana del Farmaco AIFA, il letrozolo può favorire l'ovulazione, motivo per cui viene utilizzato anche in terapie di medicina riproduttiva, seppur in modo limitato e controllato.
Come funziona: il ruolo degli ormoni
Per capire perché il letrozolo sia rilevante anche fuori dall'ambito medico è necessario soffermarsi sul suo meccanismo d'azione. Il farmaco interviene su un delicato equilibrio ormonale regolato da un enzima chiamato aromatasi. Questo enzima ha il compito di trasformare una parte del testosterone (l'ormone tipicamente associato alle caratteristiche maschili, ma presente anche nel corpo femminile) in estrogeni, gli ormoni sessuali femminili.
Ibuprofene e rischio di cancro dell’endometrio: cosa dice lo studio su 42.000 donne
Il letrozolo blocca l'aromatasi e interrompe questa trasformazione. In pratica impedisce che il testosterone venga "convertito" in estrogeni. Ciò comporta due conseguenze. Da un lato diminuiscono i livelli di estrogeni circolanti, dall'altro il testosterone tende ad aumentare perché non viene più metabolizzato come prima.
In ambito oncologico questo effetto è utile perché molti tumori al seno sono ormonodipendenti, cioè crescono grazie agli estrogeni: ridurne la presenza significa rallentare o bloccare la progressione della malattia. Ma lo stesso meccanismo, applicato a un organismo sano, produce uno squilibrio ormonale artificiale. È come se l'organismo venisse spinto verso una condizione non naturale, con livelli di testosterone più alti di quelli fisiologici. Ed è proprio questo aumento indiretto dell'ormone a rendere il letrozolo interessante (e problematico) nel contesto sportivo, dove il testosterone è strettamente legato a forza, recupero muscolare e adattamento allo sforzo.
Perché il letrozolo è considerato dopante
Nel contesto sportivo il letrozolo è classificato come agente ormonale vietato. Pur non essendo uno steroide anabolizzante, può aumentare indirettamente il testosterone, con effetti potenzialmente favorevoli sulla forza muscolare, sul recupero e sulla struttura corporea. In altre parole, può offrire un vantaggio competitivo in una gara dove lo sforzo è prolungato.
Non solo. Gli inibitori dell'aromatasi vengono talvolta utilizzati come "sostanze mascheranti", assunti insieme a steroidi per ridurne gli effetti collaterali e mantenere elevati i livelli di testosterone. Per la WADA questi farmaci soddisfano almeno due dei criteri che giustificano un divieto: migliorano la prestazione e comportano rischi per la salute, oltre a violare lo spirito dello sport.
I rischi e le conseguenze sportive
L'alterazione artificiale dell'equilibrio ormonale non è priva di conseguenze. Tra i possibili effetti avversi figurano problemi cardiovascolari, riduzione della densità ossea, disturbi metabolici e squilibri endocrini nel lungo periodo.
Dal punto di vista dei controlli, il letrozolo è facilmente individuabile nelle analisi antidoping e non esiste una soglia di tolleranza. Anche tracce minime possono determinare una positività.
Le sanzioni previste sono severe: sospensione immediata, possibile squalifica fino a quattro anni, annullamento dei risultati e, ovviamente, l'esclusione dalle competizioni più importanti. Il precedente in casa Italia risale al 2018, quando la tennista Sara Errani venne trovata positiva al letrozolo. Errani si giustificò raccontando di un'accidentale contaminazione causata dalla madre mentre preparava il brodo per i tortellini, ma venne comunque raggiunta da una squalifica di 10 mesi

Incurisitoe  per verificare la  notizia    ho  consultato   anche   altri siti   ed  ho  trovato   questo   su  https://www.caffeinamagazine.it/sport


“Positiva all’antidoping”. Terremoto nella squadra azzurra, la campionessa fuori dalle Olimpiadi invernali 

Il conto alla rovescia è ormai agli sgoccioli e l’attesa cresce di ora in ora. Le Olimpiadi invernali stanno per prendere il via, con le prime competizioni già fissate a calendario e una macchina organizzativa che lavora a pieno ritmo. Tra entusiasmo, speranze di medaglie e grande attenzione mediatica, l’avvicinamento ai Giochi si sta trasformando in un momento cruciale per atleti e delegazioni, chiamati a gestire pressione e aspettative in un contesto unico.
In questo clima carico di emozioni, però, non mancano le ombre. A pochi giorni dall’inizio delle gare, una notizia improvvisa ha scosso l’ambiente sportivo italiano, aprendo interrogativi e preoccupazioni proprio mentre tutto sembrava pronto per la grande festa dello sport. Un episodio inatteso che rischia di condizionare l’atmosfera della vigilia olimpica.




Doping, chi è la stella 25enne fermata
Le brutte notizie arrivano direttamente dalla delegazione azzurra. Nel corso di un controllo antidoping “out competition”, una delle atlete inserite nel gruppo dei 109 convocati italiani è risultata positiva a una sostanza vietata. Si tratta di un inibitore, il letrozolo, che rientra nella Lista delle Sostanze Proibite della Wada, in quanto può favorire le prestazioni e mascherare l’utilizzo di altri prodotti non consentiti. Un caso che assume un peso ancora maggiore perché rappresenta il primo episodio di doping alla vigilia dei Giochi.


Il contesto rende la vicenda ancora più delicata. Milano Cortina è ormai alle porte, con le prime gare in programma dal 4 febbraio e la cerimonia ufficiale di apertura fissata per il 6 febbraio a San Siro. In Casa Italia tutto era stato definito nei dettagli, a partire da un contingente mai così numeroso, pronto a rappresentare il Paese in ogni disciplina. Proprio per questo, la notizia ha colto tutti di sorpresa, incrinando l’entusiasmo della vigilia.




L’atleta coinvolta faceva parte della squadra femminile di biathlon, un reparto considerato tra i più competitivi della spedizione azzurra. Il controllo è avvenuto lontano dalle gare, ma l’esito ha fatto immediatamente scattare le procedure previste dai regolamenti internazionali. Per una sportiva di 25 anni, tesserata per il C.S. Carabinieri, e per l’intero movimento italiano, l’avvicinamento alle Olimpiadi si trasforma così in un percorso improvvisamente in salita.
Dietro a questo nome, che solo ora emerge con chiarezza, c’è una carriera costruita con costanza e risultati fin dalle categorie giovanili. Cresciuta sportivamente in un territorio simbolo del biathlon, l’atleta aveva già mostrato talento e continuità, conquistando numerosi titoli di categoria, otto medaglie individuali e anche un oro in staffetta, confermandosi come una delle promesse più solide del panorama nazionale.
Al momento della convocazione olimpica, il suo rendimento stagionale parlava chiaro. Era 33ª nella classifica generale di Coppa del Mondo di biathlon, con un doppio 11° posto come miglior risultato: prima nella Mass Start di Annecy-Le Grand Bornand nel dicembre 2025 e poi nella Sprint di Oberhof a gennaio 2026. Piazzamenti che avevano rafforzato la fiducia dello staff tecnico e giustificato la chiamata per i Giochi.Solo in chiusura si svela il nome che ora fa discutere l’Italia sportiva. L’atleta fermata dal controllo antidoping è Rebecca Passler, classe 2001, originaria di Anterselva e nipote d’arte, essendo lo zio Johann Passler, due volte bronzo olimpico a Calgary 1988. Un caso destinato a lasciare il segno, proprio mentre le Olimpiadi di Milano Cortina sono pronte ad accendere il fuoco olimpico.....

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  fonti   il  fatto quotidiano  ( qui  il video ) e  www.zazoom.it/ ( per la foto  ) 

La pattinatrice canadese Ivanie Blondin si sorprende davanti al bidet nel suo alloggio al villaggio olimpico di Milano. Arrivata per le Olimpiadi invernali, Blondin ha condiviso sui social un video in cui mostra con entusiasmo la stanza più grande di quanto si aspettasse e il bagno con il bidet, che le ha suscitato un’espressione di sorpresa. La sua reazione ha fatto il giro dei social, diventando subito virale tra gli appassionati di sport e curiosi.



Una stanza singola “più grande di come mi aspettavo” e un bagno in camera con tanto di bidet. È bastato questo per sbalordire la pattinatrice di velocità canadese Ivanie Blondin che, arrivata a Milano per partecipare alle prossime Olimpiadi invernali, ha condiviso sui suoi social un video in cui mostra fiera la camera del villaggio olimpico in cui alloggia. La clip, probabilmente realizzata nelle storie di Instagram, e quindi ora non più visibile, è diventata però virale. La pattinatrice, infatti, nel riprendere la stanza si mostra estremamente sorpresa di un particolare: il bidet. Tanto che inquadrandolo esclama un inequivocabile: “Ooh”.

  viene da  chiedersi    ma  in America     se  laveranno il  sedere  ?

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata n LXX IN UNA RELAZIONE TOSSICA LA VIOLENZA SI DIVIDE IN FASI

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