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13.5.26

ANCHE L’INDIFFERENZA E RAZZISMO ? secondo me si ed è peggio . Bakari Sako, 35 anni, il brac­ciante ucciso a colpi di cac­cia­vite, da una baby gang a Taranto aveva cer­cato di rifu­giarsi in un bar. Ma era stato cac­ciato fuori.

 Certe  volte discorsi  e scritti. lunghi. sono inutili  davanti. a tragedie del genere . Quando mio. limito alla. frase del titolo  ed a. riportare senza ulteriore commenti  la notizia appresa dal corriere. d'oggi. 


Bakari Sako, 35 anni, il brac­ciante ucciso a colpi di cac­cia­vite, da una baby gang a Taranto aveva cer­cato di rifu­giarsi in un bar. Ma era stato cac­ciato fuori. Un 15enne con­fessa l’omi­ci­dio.

Sako Bakari [  foto sotto al centro  ] il 35enne ori­gi­na­rio del Mali morto all’alba di sabato scorso a Taranto sotto i colpi sfer­rati con un col­tello a ser­ra­ma­nico da un ragazzo che com­pirà 16 anni tra pochi giorni, è stato ucciso senza un movente. Per sfug­gire al suo destino, aveva pro­vato a tro­vare riparo in un bar. Ma il tito­lare l’ha subito invi­tato a uscire, lascian­dolo nelle mani dei suoi assas­sini.

Il per­ché di tanta vio­lenza potrebbe emer­gere dagli inter­ro­ga­tori di con­va­lida del fermo dei cin­que inda­gati che si faranno tra domani e venerdì. Per ora i magi­strati non rie­scono a con­te­stare, oltre all’omi­ci­dio, l’aggra­vante di odio raz­ziale, ma non è escluso che possa acca­dere visto che, una quin­di­cina di minuti prima, il gruppo aveva inti­mi­dito un’altra per­sona di ori­gine    che peda­lava negli stessi vicoli: supe­ran­dola con lo scoo­ter, l’ave­vano stretta lungo il muro insul­tan­dola. Per ora reg­gono sol­tanto i futili motivi che ser­vono a deli­neare il con­te­sto «amo­rale» nel quale è avve­nuto l’omi­ci­dio. Nel gruppo dei cin­que inda­gati c’è un 21enne. Ma ne fanno parte anche quat­tro mino­renni, due di 16 e due di 17 anni, che hanno evaso l’obbligo sco­la­stico e appar­ten­gono a fami­glie con pro­fondi disagi. Il loro com­por­ta­mento abi­tuale e la loro estrema aggres­si­vità «è espres­sione di vacuità morale, assenza di rispetto per gli altri e per la vita stessa». Su que­sti temi le pro­cu­ra­trici Daniela Puti­gnano (Minori) ed Euge­nia Pon­tas­su­glia (Ordi­na­ria) hanno fatto alcune con­si­de­ra­zioni con­di­vise peral­tro dalla gran parte dell’opi­nione pub­blica locale. Rifles­sioni che pur­troppo tro­vano una con­ferma nel com­por­ta­mento del tito­lare del bar nel quale s’era rifu­giata la vit­tima nel ten­ta­tivo di sfug­gire all’aggres­sione. «Non ha chia­mato le forze dell’ordine, ma ha pre­fe­rito girarsi dall’altra parte e invi­tare Sako ad andar­sene fuori», spie­gano le pro­cu­ra­trici. Lo ha pra­ti­ca­mente ricon­se­gnato ai suoi car­ne­fici. Il più pic­colo ha con­fes­sato: «L’ho col­pito io». E ha fatto ritro­vare in una siepe vicino a casa sua l’arma del delitto. Le rifles­sioni delle pro­cu­ra­trici tro­vano con­ferma anche in un’altra cir­co­stanza: alcuni post apparsi sui social ieri, post di soli­da­rietà con i fer­mati. Ad esem­pio: «Siamo nati e cre­sciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una repu­ta­zione sulle nostre spalle. Abbiamo affron­tato la vita da adulti prima del tempo. C’è tempo per recu­pe­rare la vita lunga. Il nostro obiet­tivo è ritro­varci l’uno con l’altro. Il car­cere non ci separa, anzi impa­rate a nuo­tare che fuori gli squali sono tanti». E sotto la firma «Taranto vec­chia». La pro­cu­ra­trice Puti­gnano ha chia­rito che i quat­tro sono incen­su­rati, ma già cono­sciuti dal tri­bu­nale dei minori per «situa­zioni di disa­gio fami­gliare e pro­ble­ma­ti­che edu­ca­tive, situa­zioni inter­cet­tate, ma non curate». Ha aggiunto che «il feno­meno dei gio­va­nis­simi che escono con i col­telli è dila­gante, que­sti sono ragazzi svin­co­lati dal con­trollo delle fami­glie tanto che sono stati in giro tutta la notte». Ha richia­mato quindi l’atten­zione sulla neces­sità di una «nuova gram­ma­tica civile. La repres­sione non è tutto — ha detto — le agen­zie edu­ca­tive devono farsi carico del disa­gio gio­va­nile». Anche la pro­cu­ra­trice Pon­tas­su­glia ha insi­stito su que­sto argo­mento: «Si sono scon­trati due mondi: un uomo che alle cin­que del mat­tino va a lavo­rare per man­te­nere la fami­glia, e, di fronte, ragazzi che alle 5 del mat­tino scor­raz­zano per le strade della città armati e alla ricerca di una per­sona da col­pire, in que­sto caso una di colore». Intanto a Taranto sono giunti i parenti della vit­tima e il pre­si­dente della comu­nità maliana in Ita­lia che ieri ha incon­trato i ver­tici di que­stura e pre­fet­tura. Bakari viene descritto come un uomo «timido ed edu­cato», un grande lavo­ra­tore e un gran tifoso del Psg. A casa, in Mali, lo aspet­ta­vano due mogli, entrambe incinte.

Davide Cavallo, lo studente della Bocconi accoltellato da ragazzini in corso Como a Milano: «Ho compassione per loro, li abbraccio. Ho perso le gambe, non la voglia di vivere»



Durante la pausa caffè leggo sul corriere  della sera  d'oggi  l'editoriale di Gramellini 


 


 << Davide Simone Cavallo è lo studente universitario milanese che ha perso l’uso delle gambe dopo essere stato accoltellato da un gruppo di ragazzi per una banconota da 50 euro, nei paraggi di Corso Como, sette mesi fa. Ha scritto una lettera di quindici pagine, talmente potente, profonda e contro lo spirito del tempo che non mi sento all’altezza di commentarla. [ … ]

Perciò mi limiterò a riassumerla in quindici righe, come si fa (o si faceva) a scuola con i classici .[…] >>

 Ora  a differenza  sua preferisco  riportare sotto il testo   sotto integrale . Infatti è   talmente bella da , almeno per me , da  non riuscire a riassumerla o pubblicarne stralci. come. fanno gli altri media.  

Posso solo dire che  Gramellini sul caffè del 13 maggioHa fatto bene  a non commentare : dobbiamo solo riflettere su che cosa è successo ai giovani, da un lato un branco di disperati senza regole né valori, però ci sono anche luminosi segni di speranza come Simone.Egli ha fatto l’unica cosa possibile per non cedere alla disperazione per quello che ha subito, e dovrà subire, per colpa di soggetti difficilmente definibili esseri senzienti.


Ecco il testo  integrale preso dal corriere 


Davide Cavallo, lo studente della Bocconi accoltellato da ragazzini in corso Como a Milano: «Ho compassione per loro, li abbraccio. Ho perso le gambe, non la voglia di vivere»


Davide Simone Cavallo


di Davide Simone Cavallo

Pubblichiamo la lettera integrale di Davide Simone Cavallo, lo studente universitario di 22 anni che il 12 ottobre 2025 ha rischiato di morire dissanguato dopo essere stato accoltellato da 5 ragazzi (di cui tre minorenni) che volevano rapinarlo. Il bottino: 50 euro

L'aggressione è avvenuta all'alba del 12 ottobre 2025 in pieno centro a Milano, zona corso Como, fuori da uno dei locali più frequentati dalla gioventù milanese. Davide Simone Cavallo, 22enne studente della Bocconi, quella notte ha rischiato di morire dissanguato: per una banconota da 50 euro è stato aggredito, accoltellato e ridotto in fin di vita da un gruppo di cinque ragazzi giovanissimi, di cui tre minorenni. Davide, ragazzo sano e sportivo, quella notte ha riportato lesioni permanenti e ha perso l'uso delle gambe; ora sta affrontando un lungo e doloroso processo di riabilitazione. Insieme con gli atti del processo è depositata questa lettera, in cui Davide descrive ciò che ha provato quella notte, al risveglio in ospedale e nei mesi successivi, e ha parole di compassione e perdono per i suoi aggressori (Federico Berni).

A volte ancora la sento, la coltellata.
All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui.

Mi chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove iniziare perciò racconto un po’ di me.

Sono un ragazzo di 22 anni a Milano. Mi piace recitare e scrivere poesie, sono anche discreto. Sono nato a Milano ma cresciuto davanti al mare, in Sicilia, praticamente sulla spiaggia. Mi piace correre, saltare, ballare moltissimo, fare la verticale, i tuffi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui muretti, scoprire posti nuovi. Viaggiare. Ho praticato 8 anni di ginnastica artistica e 6 di pallacanestro, insieme a corsi di danza e vari altri sport. Mai stato fermo un minuto, anche quando non mi allenavo. Non ho mai dimenticato la gioia di una capriola, la fierezza del riuscire a toccare il ferro con un salto, l’invincibilità nel tagliare un traguardo dopo ore di corsa o di vincere una partita con i miei amici.

Sono una persona buona, per quanto non stia a me dirlo, voglio crederci. Amichevole con tutti, dal genio allo sbandato, dal poco di buono allo stupido: non trovo che nessuno meriti il mio disprezzo o la mia maleducazione. Ho una famiglia numerosa che mi ama e degli amici che mi sanno vedere. Studio Economia dell’Arte in inglese, un corso di economia mirato ai prodotti culturali, musica, film, quadri, spettacoli.
Sono leale, curioso, gentile, appassionato fino alle ossa di qualsiasi cosa la vita voglia regalarmi, bello e brutto: mi piace così.

Ho avuto la fortuna di non finire praticamente mai in ospedale, mai ossa rotte o salute difficile, un corpo perfettamente funzionante, bello e affidabile. La mia agilità e riflessi sono invidiabili. Continuo a dire «sono» e non «erano» perché non riesco ad accettare che siano perse dopo quello che mi è successo. Non sarebbe giusto.
E io credo nelle cose giuste.
Perciò mi sembra corretto raccontare come sia arrivato qui.

Una stanza grigia, scura, macchinari attaccati alle pareti e un ragazzo vestito di azzurro che mi parla e dice «Davide stai immobile, non ti spaventare. Sei in ospedale, hai un tubo attaccato alla gola potresti farti male. Sei stato accoltellato, ti abbiamo operato».
Che cosa è successo? Dove sono? Perché mi sto svegliando qui? Che ore sono? Che giorno è?
Le gambe.
Non mi sento le gambe.
Perché non mi sento le gambe?
«Perché non mi sento le gambe?»

All’inizio dissero che erano atrofizzate, che sarebbe passato subito, che dovevo provare a muoverle: la destra un po’ rispondeva, la sinistra no. Ma le ore passavano, i giorni, e nulla cambiava. A volte ancora me lo chiedo. Perché? Che è successo? Le vedo qui ma se provo a muoverle… a sentirle...

Avevo due tubi nel petto che andavano uno sopra uno sotto i polmoni, e succhiavano via il sangue rimasto, 18 buchi sui polsi, qualcosa che non ho mai voluto toccare attaccato al collo e farmaci molto forti nelle vene, insieme a sangue non mio.
Non mi sento le gambe, perché?
Ancora me lo chiedo a volte, sapendo che quasi sicuramente non avrò mai risposta…

I primi giorni in intensiva sono stati un inferno, non potevo muovere che un braccio, non potevo mangiare né bere, non sapevo che ore fossero, non vedevo il sole, non ricordavo NIENTE degli ultimi 5 giorni della mia vita… più ci pensavo più diventava faticoso ricordar qualcosa di debole delle ultime due settimane. Mi dissero che per un po’ mi avevano dovuto legare le mani perché tentavo di strappare i tubi, mi sentivo tutto intorpidito.

Poi la morte. Sentivo persone che stavano male e non potevo girarmi a guardarle, vedevo un signore davanti a me con un tubo in gola che muoveva febbrilmente le mani per aria e di tanto in tanto sembrava chiamasse la figlia. Io, in tutto questo, ero imbottito di farmaci molto potenti: Fentanyl, Propofol, Morfina. Non potevo chiudere gli occhi perché vedevo, sentivo cose, non potevo aprirli perché un essere nero, strano, con solo gli occhi e nessuna bocca mi si avvicinava di tanto in tanto, passo dopo passo, e io non potevo muovermi, non potevo scappare, non potevo girarmi dall’altro lato senza farmi male, distoglievo lo sguardo di botto, immobile, sperando sparisse ma lo sentivo lì, lo sapevo lì: avevo paura.

Una paura matta, tremenda, indescrivibile, la più profonda che abbia mai provato, una paura che ti fa sbarrare gli occhi al buio, tremare e rompere la voce, ogni secondo, ogni attimo; ero fuori pericolo? Sì, credo di sì ma era come se la morte mi fosse rimasta addosso, mi girasse attorno mentre non guardavo, sapendo che non sarei potuto andarmene anche se mi avesse accarezzato. Una paura fuori da ogni immaginazione, volevo la mamma, cercavo mia mamma. Continuavo a piangere senza potermi fermare, le lacrime scendevano mentre gli infermieri mi parlavano e gli operatori sanitari mi pulivano e spostavano. Sapevo che stava arrivando qualcosa, il corpo sentiva la paura di quello che era iniziato.
GIORNI. Giorni e giorni di paura. Potrò muovermi? Potrò camminare? Potrò fare pipì? Che cosa sta succedendo? Perché mi fa male?

Cosa che non tutti sanno, le problematiche che una lesione midollare può causare non si circoscrivono al non muovere. Vanno dal non sentire al non riuscire a urinare o sentire le parti intime, fitte casuali, ferite da immobilità (piaghe da decubito) lente a guarire per la circolazione ridotta, non sapere dove sono le gambe e spasmi involontari, ripetitivi e dolorosi.
Le mie giornate da 6 mesi a questa parte la mattina iniziano con tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie.

Poi i tamponi, prelievi, esami alle 6 del mattino, le notti insonni fra fastidi e rumori, l’ansia costante, gli aghi, l’iniezione giornaliera, le infezioni, le piccole operazioni, il catetere fisso, le fitte, gli spasmi i dolori gli antibiotici, la noia, i pianti, il provare inutilmente a spiegare come stessi, le visite, i messaggi senza risposta, i medicinali e quanto mi davano alla testa, le ruote. Sempre, ovunque: le ruote. Non potevo alzarmi quasi mai perché non reggevo, quindi ovunque andassi, c’erano due ruote. E nonostante questo stavo in reparto con persone che avevano bisogno di una macchina per RESPIRARE, quindi della mia situazione non potevo fare altro che essere grato.

So che sembra un po’ fuori contesto raccontare tutto ciò, ma voglio far passare il concetto: questa è la mia vita. Non una favola, né un qualcosa di astratto e distante. La mia mattina e la mia sera sono state queste cose, giorno dopo giorno, su un letto di ospedale, aspettando.

Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so.

La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano.
Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere AMICO. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi.

E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare.
Tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono» solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite. Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile.

Tuttavia, provo a capire.
Conosco la rabbia di un’età, la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi, quel dolore immotivato frutto del non capire e non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti.
Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio.

D’altronde, la cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. Un passo, un movimento che fino a ieri era normale finalmente riacquisito dopo mesi di lavoro, una notte senza svegliarmi, un po’ di sole. Fa un po’ strano a volte, sentirmi particolarmente allegro per una doccia, ma non è male.
Il cuore perdona, il corpo invece, ancora, aspetta. Sta fermo e non capisco se ha paura o soffre. Non so quando e se riuscirò a perdonare fisicamente, a lasciare andare il ricordo di quella sensazione. Spero di sì un giorno. Come andare avanti sennò?

Fino ad allora, ho un corpo nuovo, con una sensibilità diversa, che vuole essere scoperto. Le lesioni incomplete generano variazioni e riduzioni dei segnali sensoriali, il che significa che magari muovi, ma non senti se hai qualcosa sotto il piede, o se ti stanno toccando la coscia, o altro. Semplicemente è come se metà del tuo corpo fosse un fantasma. Vedi, intuisci che sta accadendo qualcosa, ma non provi niente. Significa per me dover anche trovare un modo nuovo di approcciare il rapporto con altri. Ho 22 anni, voglio vivere la mia vita a pieno, fare esperienze, giocare a basket o qualsiasi cosa mi vada. Scoprire la mia sessualità, amare una persona, sentirmi toccato se toccato, gioire del mio corpo. Come devo gestire, giorno dopo giorno, negli anni, cose simili? Che effetto avrà? Che dovrei fare io ora?

Sembra mi sia stata strappata metà della vita in un colpo solo, mi sento di levitare nel mio stesso corpo, stretto da nodi, non riesco a riempirmi. Ero veloce, modestamente agile, bravo in tutti gli sport, ne andavo fiero, mi faceva sentire sicuro. Ora devo concentrarmi per non far cedere le ginocchia quando sto su. Dove sono io? Sono questo ormai?

Avrei voluto scoprire qual era il massimo che potevo raggiungere, e non sarà mai più possibile. In qualunque modo sarebbe andata la mia vita se non avessi subito un’aggressione che ha causato un’ischemia midollare a livello dorsale a 21 anni, io non lo potrò mai sapere. Il ragazzo che correva e saltava e ballava non esiste più se non nella mia immaginazione e in quel che riesce questo nuovo corpo. Questo sono io adesso.

Non l’ho deciso io, non posso cambiarlo, mi fa un male cane ogni istante che passo così e a temere per il mio futuro, ma non posso farci niente.
Nella realtà delle cose a me non è mai importato chi esattamente ha sferrato la coltellata. Nel momento stesso in cui mi hanno iniziato a picchiare nessuno aveva già più a cuore la mia incolumità, sono diventato un oggetto, un palloncino da scoppiare per gioco. È difficile razionalizzare una cosa del genere.

Inoltre, per quanto contento che non tutti i coinvolti si siano dati alla violenza, non sono d’accordo con la giustificazione del «ero lontano, non potevo fare niente». Proprio chi è amico degli aggressori è forse l’unico capace di fare qualcosa senza prenderle al posto della vittima. Chissà che con un «RAGAZZI CHE FATE LASCIATELO IN PACE!» nessuno di noi sarebbe stato qui a parlarne.
Se avessi visto quella scena dal di fuori sarei intervenuto, con intelligenza. Ma anche a costo di rimetterci: nessuno merita di passare quello che ho vissuto. Penso che il mondo sarebbe un posto migliore così.

Io, quella sera, volevo solo tornare a casa, mettermi a dormire e svegliarmi la mattina dopo come tutti i giorni. Invece sono qui a farmi forza, a cercare di dare un senso a quel che un senso non ne ha, a rimettere insieme i pezzi del mondo, crudele ma prezioso, che mi è rimasto. A tentare di trovare una placidità che mi permetta di andare avanti e guardare in faccia i responsabili dopo tutto questo. E mi trovo spesso a chiedermi perché debba vivere tutto ciò, perché debba domandarmi quanti soldi valga una vescica, quanti anni di galera il mio sesso, quanti mesi un passo. Quanto è grande il pezzo di cielo che mi tocca scambiare con loro? A 22 anni, da dove dovrei cominciare?

Non lo so, e fortunatamente non sta a me rispondere a queste domande. Ma non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto.
Per questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione; la mia concentrazione, speranza e forza sono tutte riposte lì, insieme alle paure e i dubbi. Non riesco a scinderli ma so che un lato sarà più forte dell’altro se lo nutro, lo accolgo, lo sprono. Se anche lontanamente è possibile riuscire, perché non io? Risparmiamoci le congratulazioni per la forza, la grande resilienza. Il punto è: avevo altra scelta? No. Queste cose non lasciano scelta. O ci credi veramente di uscire, o marcisci, fino a non riconoscerti più.
Vorrei evitare.

Tralascio l’aspetto più vitale e che forse più mi strugge: la mia famiglia. Gli anni che hanno perso i miei nonni quando hanno saputo dell’accaduto, il dolore fisico e mentale dei miei genitori, i pianti dei miei amici, lo sguardo e la sofferenza di mio FRATELLO, le preghiere, la rabbia e la paura di tutte le persone che mi amano. Le ore spese in ospedale, i viaggi, il lavoro che i miei hanno bruscamente interrotto, l’immensa frustrazione del non potermi aiutare direttamente e a volte nemmeno capire, il vedermi irritato furioso depresso, incapace di alzarmi, di parlare a volte.
Quello che è stato fatto alla mia famiglia, quello che si è rischiato di far loro passare, quello è imperdonabile.

I miei genitori potrebbero adesso essere senza un figlio, soli, in casa, senza speranze, con mio fratello traumatizzato a vita, senza un ospedale dove trovarmi, un vuoto incolmabile perenne e nulla, assolutamente nulla, da fare per star meglio. Sarei rimasto nel cuore dei miei amici come quel caro ragazzo a cui volevano bene che non hanno mai potuto veder crescere, non avrei mai finito di studiare, scelto un lavoro, ora non sarei qui a scrivere. Non avrei avuto un effetto sul mondo. Un centimetro più a destra, qualche minuto di più, un’altra sottile lama che mi recideva qualcosa e nessuno avrebbe mai saputo di me dalla mia bocca, visto i miei occhi. Non ci sarebbe nessuno dietro queste parole.

Dunque, ci tengo infine a dire, a costo di essere macabro, una cosa che facilmente ci si scorda. Una cosa forse difficile da ascoltare, ma il cui solo senso è essere ricordata, ogni istante. L’unica cosa che mi dia un senso a quanto accaduto: io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando, andavo al parco, mi svegliavo, col sorriso o meno e vivevo la mia vita. Fino a ieri tutto era «normale», scontato, abitavo il mio corpo e non pensavo alle cose a cui penso oggi. Nessuno mi aveva detto che sarei finito così, non un segnale, un messaggio: un giorno ti svegli, la tua vita è cambiata e non puoi farci nulla. Per questo ogni giorno penso di non aver ballato abbastanza, abbracciato abbastanza, rincorso, saltato, viaggiato, toccato, sentito, vissuto, amato abbastanza. E me lo ripeto, a non finire. Cosa sarà mai abbastanza? Beh, io non lo so… Ma spero che ciascuno di voi se lo possa chiedere ogni attimo della sua vita, ogni momento di indecisione, ogni volta che non sai se buttarti o meno, se ballare o no. Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria.
A sorpresa.

Un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle, perché così siamo noi, e pur non trovandole continui, per mesi, anni magari.
Sembra terribile ma è proprio per questo motivo che tutto ci è così prezioso, ci è così caro: è a tempo.
Perciò se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: «Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male».

Con tutta la rabbia che provo ci si potrebbe riempire un oceano, le parole non bastano per descrivere dentro. È inevitabile, dovrò conviverci per un po’. Nonostante questo, non per rabbia, dolore o vendetta ho recuperato il possibile, così come non per paura o inumana resistenza sono sopravvissuto quella notte, no. Fu qualcosa di strano e diverso, non ricordo quasi nulla ma quando mi svegliai era come se lo sapessi, che volevo vivere, che amavo quel braccio libero che mi era rimasto e la garza bagnata datami da un’OSS per inumidirmi le labbra: avevo voglia di cantare.

Senza motivo. Per me, non per altri, non sono nemmeno particolarmente bravo peraltro. Ma sono convinto che quel piccolo, lieve aggancio alla vita vera, mi abbia tenuto qui. È servito da memento del fatto che voglio ardentemente fare delle cose nella vita, e non intendo rinunciarvi. Perché amo vivere e questo mondo. AMARE mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare.

Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi.

Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici. Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, l’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita.

Grazie alla luce.
Quando la notte è più pesante del solito e sento aleggiare nell’aria quella fatidica domanda: «Perché a me?», un po’ sorrido. A ciascuno viene fatto ingiustamente un po’ di male nella vita, io sono solo più palese di altri. E in fin dei conti, son contento che sia capitato a me e non a persone che amo, o chiunque altro. Sapevo sin dal principio che, per come sono, non mi sarei fatto avvelenare il cuore, e non è da tutti.

Forse al contrario, non mi sono mai sentito tanto vivo e nuovo quanto dopo aver visto la morte in faccia. Sono grato di ogni istante, perché ho capito una cosa: per quanto difficile sia la vita, non mi fa paura. Non esiste motivo di temerla. Ho paura della mia morte, non della mia vita. L’unica realtà davvero in grado di offrire salvezza.

Mi chiamo Davide Simone Cavallo, 6 mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle gambe. Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui.


12 maggio 2026 ( 



12.5.26

dicono. che i videogiochi. sono per. bambini . Vince il premio come miglior docente italiana usando il videogioco «Minecraft» per insegnare sviluppando la logica


Alla faccia , come ho detto nel titolo. che i. videogiochi , sono solo per bambini . 


Minecraft e matematica: la professoressa bolzanina Sara Terzoni vince l’Atlante Italian Teacher Award

La docente del Liceo “Torricelli” di Bolzano vince nella categoria Scuola superiore con il progetto “CryptoCity”, tra matematica, crittografia, STEM e una città virtuale

BOLZANO. Grande riconoscimento nazionale per la Scuola in lingua italiana dell’Alto Adige. Il merito è di Sara Terzoni, docente del Liceo “Torricelli” di Bolzano, che ha vinto l’Atlante Italian Teacher Award 2026 come migliore insegnante di scuola superiore grazie al progetto “CryptoCity, città del futuro tra matematica, crittografia e approccio STEM”. Il percorso didattico ha coinvolto due classi quinte (5ªD e 5ªE) del Torricelli e ha proposto un modo diverso di “abitare” le discipline scientifiche: matematica, fisica e informatica sono diventate strumenti per progettare, risolvere problemi e creare collegamenti con gli interessi e le passioni di studentesse e studenti. Una parte del progetto si è sviluppata anche in un ambiente digitale, con la costruzione e l’esplorazione di una città virtuale in Minecraft, dove la logica, la modellizzazione e la collaborazione hanno avuto un ruolo centrale. "Questo premio valorizza una scuola che sa innovare senza perdere di vista ciò che conta davvero: far crescere ragazze e ragazzi con competenze solide, curiosità e capacità di immaginare il futuro», sottolinea il vicepresidente della Provincia autonoma di Bolzano e assessore all'Istruzione in lingua italiana, Marco Galateo. "Progetti come CryptoCity mostrano come le STEM possano diventare coinvolgenti e concrete, quando parlano il linguaggio delle nuove generazioni"."Il lavoro della professoressa Sara Terzoni dimostra che l’innovazione didattica nasce dall’incontro tra competenza, progettualità e ascolto degli studenti", sottolinea Vincenzo Gullotta, sovrintendente scolastico per le scuole in lingua italiana. "Mettere in relazione saperi diversi e creare contesti autentici di apprendimento significa rendere la scuola più efficace e più motivante".Sara Terzoni sintetizza raggiante così lo spirito del progetto: "Ricevere questo premio rappresenta per me un grande onore ed è soprattutto un riconoscimento condiviso con i miei studenti e le mie studentesse, con la dirigente scolastica Laura Cocciardi, con lo staff di presidenza e con tutte le colleghe e i colleghi del Liceo Scientifico Evangelista Torricelli, oltre che con tutte le persone e i professionisti con cui ho avuto modo di collaborare nel contesto dell’Intendenza scolastica italiana, che sostiene quotidianamente progettualità e innovazione didattica. CryptoCity è nato dal desiderio di avvicinare studentesse e studenti alla matematica e alle discipline STEAM attraverso attività creative, interdisciplinari e laboratoriali, utilizzando anche ambienti digitali come Minecraft per sviluppare logica, collaborazione, problem solving e progettazione del futuro, nella convinzione che le idee di oggi possano diventare le soluzioni per il nostro domani".

Leggo. internet oltre.  l'articolo. d'apertura.   : https://www.meetingrimini.org/personaggi/terzoni-sara/ ( da cui ho preso la foto ed. alcune. notizie. biografiche. ) e dahttps://corrieredellaltoadige.corriere.it/notizie/cronaca. del 11\5\2026




Inoltre è specializzata nell'utilizzo del digitale e degli strumenti tecnologici necessari a supportare la didattica. Crede che l’innovazione stia nel cuore di ogni impegno educativo. Infatti. Sara Terzoni, docente del liceo Torricelli di Bolzano, con i suoi alunni ha progettato «CryptoCity»: «Le idee di oggi possono diventare le soluzioni per il nostro domani» "La mia passione come insegnante inizia con la curiosità di scoprire giorno dopo giorno nuovi orizzonti, nuove cime e nuovi paesaggi. Il compito di ogni insegnante è proprio quello di presentare nelle sue parole, nei suoi gesti, nei suoi occhi, la meraviglia verso ciò che insegna attraverso metodologie attive. Provare a coltivare il fuoco della curiosità nelle menti dei nostri ragazzi mi dà una soddisfazione infinita
Un grande riconoscimento nazionale per la scuola in lingua italiana dell’Alto Adige. Il merito è di Sara Terzoni, docente del liceo Torricelli di Bolzano, che ha vinto l’Atlante italian teacher award 2026 come migliore insegnante di scuola superiore grazie al progetto «CryptoCity, città del futuro tra matematica, crittografia e approccio Stem. L'innovazione didattica Il percorso didattico ha coinvolto due classi quinte (5ªD e 5ªE) del Torricelli e ha proposto un modo diverso di «abitare» le discipline scientifiche: matematica, fisica e informatica sono diventate strumenti per progettare, risolvere problemi e creare collegamenti con gli interessi e le passioni di studentesse e studenti. Una parte del progetto si è sviluppata anche in un ambiente digitale, con la costruzione e l’esplorazione di una città virtuale nel videogioco «Minecraft», dove la logica, la modellizzazione e la collaborazione hanno avuto un ruolo
centrale. «Il lavoro della professoressa Sara Terzoni dimostra che l’innovazione didattica nasce dall’incontro tra competenza, progettualità e ascolto degli studenti», sottolinea il sovrintendente Vincenzo Gullotta. CryptoCity «Ricevere questo premio — dice la docente premiata — rappresenta per me un grande onore ed è soprattutto un riconoscimento condiviso con i miei studenti e le mie studentesse, con la dirigente scolastica Laura Cocciardi, con lo staff di presidenza e con tutte le colleghe e i colleghi del liceo, oltre che con tutte le persone e i professionisti con cui ho avuto modo di collaborare nel contesto dell’intendenza scolastica italiana, che sostiene quotidianamente progettualità e innovazione didattica». CryptoCity, ricorda ancora la professoressa, è nato dal desiderio di avvicinare studentesse e studenti alla matematica e alle discipline Stem attraverso attività creative, interdisciplinari e laboratoriali, utilizzando anche ambienti digitali come Minecraft per sviluppare logica, collaborazione, problem solving e progettazione del futuro. «Le idee di oggi possono diventare le soluzioni per il nostro domani», conclude.

11.5.26

diario di bordo. n° 144 anno IV Il ritorno delle cuffie con filo: ecco perché tutti stanno abbandonando il Bluetooth .«Ikea ha rubato il mio disegno». L'illustratrice italiana Cristina Cati fa causa al colosso svedese e vince

 

Il Mattino  tramite. msn.com. del 11\5\2026

Cuffie con filo, boom di vendite: ecco perché tutti (compresi i vip) stanno abbandonando il Bluetooth

Quella che sembrava una tecnologia destinata al dimenticatoio sta vivendo una seconda giovinezza del tutto inaspettata. Dopo anni di dominio incontrastato degli auricolari wireless, il 2026 sancisce il grande ritorno delle cuffie con filo, trasformandole nell’accessorio cult del momento. A guidare questa controtendenza è soprattutto la Generazione Z, che alla ricerca di un'esperienza di ascolto più immediata e meno frustrante sta progressivamente abbandonando la complessità del Bluetooth.                                      La scelta dei vip                                                                                                                                              Il fenomeno è alimentato da un mix di pragmatismo e stile, come dimostrano le recenti apparizioni di icone globali del calibro di Addison Rae, Zendaya e Lily-Rose Depp, tutte fotografate con i classici auricolari cablati bene in vista. Non si tratta solo di una scelta estetica legata al fascino del vintage, ma di una vera e propria ribellione contro i limiti tecnici del wireless. L’attrice Zoe Kravitz ha riassunto perfettamente il sentimento comune durante un recente podcast, lamentando i continui fallimenti della tecnologia senza fili con un secco «il Bluetooth non funziona», riferendosi ai cronici problemi di abbinamento e alla latenza che ancora affliggono molti dispositivi.                                                           Filo o Bluetooth? I dati di mercato                                                                                                                  I dati di mercato supportano ampiamente questo cambio di rotta. Secondo le rilevazioni della società di analisi Circana, dopo un lustro di cali costanti, le vendite di cuffie con filo hanno registrato un’impennata clamorosa a partire dalla seconda metà del 2025. Il trend si è consolidato nelle prime sei settimane del 2026, con un aumento dei ricavi del 20% che testimonia come la semplicità del “plug and play” sia tornata a essere una priorità per i consumatori. Oltre alla stabilità del segnale, pesano sulla scelta anche considerazioni ecologiche e di durabilità: i cavi eliminano la necessità di batterie al litio non riciclabili, destinate inevitabilmente a deteriorarsi nel tempo.                                                             La tendenza                                                                                                                                               Questa rinascita non è un caso isolato, ma si inserisce in un più ampio filone di nostalgia tecnologica che sta riportando in auge prodotti analogici come DVD, cassette e persino macchine da scrivere. In un mondo sempre più immateriale e connesso, il ritorno del cavo rappresenta per molti un modo per riprendere il controllo della propria tecnologia, eliminando lo stress da ricarica e i costosi guasti tecnici in favore di un oggetto che, molto semplicemente, funziona sempre.

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IL gazzettino tramite msn.com

«Ikea ha rubato il mio disegno». L'illustratrice italiana Cristina Cati fa causa al colosso svedese e vince





L'Ikea store di Casalecchio di Reno nel Bolognese ha preso una sua opera, «Tortellino con ingredienti» e l'ha riprodotta e usata senza il suo consenso per l'allestimento dello store. Lei, Cristina Cati, illustratrice bolognese e titolare del brand Modoro, fa causa al colosso svedese assistita dall'avvocata Lavinia Savini e la vince. E ora Ikea deve risarcirla. L'artista, che ha raccontato il suo caso al Corriere di Bologna, sottolinea all'Ansa, che la vicenda è l'occasione utile per riflettere «sul valore del lavoro creativo».Tutto ha inizio nel 2021, nel periodo di Natale, quando una ragazza che segue la sua attività su Instagram va nel negozio di Ikea, vede la sua illustrazione e la riconosce. Pensando fosse frutto di una collaborazione scrive all'illustratrice per farle i complimenti. Ed è a quel punto che viene alla luce che Ikea non aveva alcuna autorizzazione a usare l'opera di Cati e nemmeno a modificarla, come invece aveva fatto. Fu la ragazza stessa ad accorgersene: le pareva strano che per una collaborazione così importante Cati non ne avesse parlato. E guardando meglio le immagini, si accorse che il suo nome non c'era. Cristina Cati commercializza stampe, accessori e complementi d'arredo per la cucina utilizzando le sue creazioni. L'artista spiega che all'inizio in molti le suggerirono di fermarsi, perché consideravano impossibile andare contro una realtà grossa come Ikea. 

«L'Ikea ha rubato il mio disegno». L'illustratrice italiana Cristina Cati fa causa al colosso svedese e vince

La causa

Una specie di Davide contro Golia che non avrebbe portato a nulla. E invece, sottolinea Cristina, lei si sentiva in dovere di farlo, proprio per difendere l'importanza del suo lavoro creativo. Un lavoro particolare, dietro il quale ci sono ore di lavoro, tempo, ma anche idee, tentativi, ricerca, lo sviluppo di un linguaggio personale. Nel corso di questi anni c'è stato anche un tentativo di trovare un accordo amichevole e un'offerta in denaro con l'intenzione di chiudere la questione, giudicata però esigua. Cati dunque è andata avanti, facendo causa davanti al giudice della sezione civile del Tribunale di Bologna, specializzata nelle controversie in materia di proprietà intellettuale. Si è quindi arrivati ad una sentenza, ora passata in giudicato, favorevole all'autrice e nella quale è stato riconosciuto che la grafica esposta nello store di Casalecchio era una sua «opera d'ingegno» tutelata dalla legge in materia. Ikea ora dovrà risarcirla. Ma soprattutto ha vinto il principio per cui un lavoro creativo, deve e può essere tutelato.

Dalla Biennale di Venezia alle Br che uccisero Pier. Santi Mattarella passando. per. Giuli. sul caso Regeni il governo sbanda ancora

 

Non dico. che. le. gaffe. ed i Lapsus  possano succedere  a  tutti ,  perché no ,  anche ai politici  che  ci  goverano . Ma  si hanno  delle responsabilità istituzionali importanti  come il ministro  dell'istruzione  (. e del merito.   come lo  hanno  chiamato loro ) in  quest ultima gaffe o  il ministro della Cultura (vedi San Giuliano )  bisogna  fare. grandissima. attenzione   a non farne per niente  o  a non farne  cosi gravi . Ora. mi. chiedo , come credo anche voi ,  ma lo fanno apposta  per creare un diversivo   e gettare. fumo sulla. loro. incapacità  a risolvere o almeno provarci  i reali problemi del paese ( vedere vignetta di Natangelo   del. 2023 riportata sopra  ) o   come. suggerisce Lorenzo Tosa

  .  
Proprio. non ce la fanno  ad evitare  ed  evitarci     di farci ridere  dietro 

 

Se  fosse un vero e. coerente. governo sovranità  avrebbe più. a. cuore. la. dignità   e la serietà. nazionale  ed. internazionale 

10.5.26

Inaugurata l'8 maggio nella libreria Bardamù di Tempio Pausania in piazza Gallura la nuova mostra personale dell'artista tempiese "Ogni cosa è un segnale" di Gavino Ganau

Ganau (Tempio Pausania, 1966) è oggi uno dei pittori sardi più riconoscibili per rigore formale, atmosfere sospese e una poetica dello sguardo che unisce intimità e distanza. La sua formazione passa per: Accademia di Belle Arti di Sassari Prime ricerche figurative negli anni ’90 Influenze dichiarate: Hopper, Balthus, Tim Eitel, la fotografia contemporanea Il suo stile è narrativo ma non illustrativo: racconta senza spiegare, suggerisce senza chiudere.  Infatti 



i  suoi Temi ricorrenti sono. di notevole spessore  un misto  tra sogno e realtà 

Interni domestici: stanze silenziose, geometrie pulite, luce radente.
Figure femminili: mai oggettivate, sempre colte in un momento di sospensione.
Gesti quotidiani: leggere, spostare una tenda, guardare fuori — micro-rituali che diventano simboli.
Lo sguardo: il vero protagonista. A volte diretto, a volte evitato, a volte riflesso.
La soglia: finestre, porte, corridoi come luoghi di passaggio psicologico.
 Facendo il. raffronto con le  sue. mostre precedenti  egli  ha  avuto una. notevole   da.  quel poco. che. ne. capisco  d'arte. un. Evoluzione stilistica profonda eccone. un sintesi. 

Anni ’90: figurazione più narrativa, colori più caldi.
2000–2010: pulizia formale, atmosfere più fredde, maggiore attenzione alla luce.
2015–oggi: sintesi estrema, figure isolate, quasi metafisiche; la scena diventa un “teatro minimo”.

Ottimi. i riferimenti a 







Ha un ottimo   Percorso espositivo 

1998 — Exit, Bologna
2001 — MAN, Nuoro (personale)
2004–2010 — Viafarini, Milano
2012–2020 — Guidi&Schoen, Genova
Finalista ai premi: Cairo, Lissone, Celeste
Presente a: Miart, Arte Padova, Bologna Flash Art Show

Ecco  quindi   perché  è sempre gradito, oltre che atteso, i l ritorno di Gavino Ganau a Tempio. Ogni
volta il ritorno del "figliol prodigo" viene celebrato , come. la. mostra. in corso. con proposte espositive molto accattivanti. E così anche per l'ultima dell'artista tempiese, cheè stata inaugurata  ( Locandina. sopra.  al centro. tratta. dell'ottimo articolo.  intervista. di https://www.olbia.it/) l'8. Maggio nella sala esposizioni del piano superiore della libreria Bardamù Ubik di piazza Gallura.
L'evento artistico è stato sposato dall'associazione culturale Carta dannata e inserito nella programmazione annuale di "Mintuà", il festival delle "parole in circolo" che suggellerà questa vol-ta un rapporto mai prima sperimentato tra letteratura e lnguaggi artistici

dalla nuova sardegna. del. 9\5\2026



Ma di letterario, oltre a i numerosi e colti rimandi presenti nelle opere la nuova personale d i Ganau
ha anche il titolo: "Ogni cosa è un segnale". Potrà essere visitata sino al prossimo 15maggio, dalla 10,30 alle 13 e di sera, dalle 17,30 alle 20.
I tanti estimatori fra cui il sottoscritto. Che. L’ha. Visita. Ieri , di Ganau, che vive e lavora a Sassari da
diversi anni, potranno prendere visione dei nuovi sviluppi estetici che segnano la più
recente produzione di un artista che legge e scardina l'intrico di codici e significati di reale oggigiorno sempre più caotico e complesso con tratti plastici sempre sorprendenti. Ognuna delle 36 opere
esposte a Tempio ci ricorda che ogni cosa, nessuna esclu-sa, è per davvero un segnale.
Come si legge nel testo della mostra,



 tra i diversi temi della nuova personale di Ga-nau si coglie in primo piano quello dello sguardo: «Lo sguardo che appare e lo sguardo che si cela, ma chepur sempre sguardo è. Ed è in effetti, una rassegna disguardi quella in cui c iimbattiamo. Mai furtivi e nemmeno sfacciatamente espliciti.
Sguardi che ricambiano con misurata discrezione l'atten-zione che ricevono, mai ne-
gandosi e mai oltrepassandola misura del consentito».  da. La  Nuova. Sardegna del 9\5\2026 .
in sintesi  Gavino Ganau: lo sguardo che abita il silenzio . 
Infatti nelle sue  opere. c'è  una pittura che non alza mai la voce, eppure resta impressa come un gesto antico. La pittura di Gavino Ganau appartiene a questa categoria rara: immagini che non cercano di convincere, ma di rivelare. Non raccontano una storia, ma la condizione stessa del raccontare: l’attesa, la soglia, il momento sospeso in cui qualcosa potrebbe accadere — o forse è già accaduto.
Ganau, nato a Tempio Pausania nel 1966, ha costruito negli anni un linguaggio riconoscibile e necessario. Le sue figure — spesso femminili, spesso colte in un gesto minimo — non sono personaggi, ma presenze. Non guardano lo spettatore: guardano altrove, verso un punto che non vediamo e che proprio per questo diventa il centro invisibile del quadro.
La sua pittura è fatta di stanze silenziose, di luci che entrano di taglio, di superfici che sembrano trattenere il respiro. Ogni elemento è calibrato: la postura, la distanza, la geometria degli interni. Nulla è casuale, ma nulla è gridato. È una pittura che conosce il valore del non detto.
Lavorando  sul confine tra intimità e distanza. Le sue figure sono vicine, ma non accessibili; familiari, ma non spiegate. È come se l’artista ci invitasse a osservare senza possedere, a contemplare senza interpretare troppo in fretta. In questo senso, la sua opera è profondamente contemporanea: parla del nostro modo di abitare il mondo, di cercare un equilibrio tra esposizione e protezione, tra presenza e sottrazione.



La mostra “Ogni cosa è un segnale”, presentata a Tempio Pausania nel 2026, ha reso esplicito ciò che da sempre attraversa il suo lavoro: l’idea che la realtà sia fatta di indizi, di micro-gesti, di dettagli che chiedono di essere letti. Non c’è nulla di spettacolare, e proprio per questo tutto diventa significativo. Una mano che sfiora una tenda. Una finestra socchiusa. Una figura che si volta appena. Sono frammenti che non spiegano, ma aprono.  Come. dimostrano alcune  foto  da me  scattate alla mostra. 

Ganau ci ricorda che lo sguardo è un atto morale: scegliere cosa vedere, come vedere, quanto vedere. E che la pittura può ancora essere un luogo di resistenza alla velocità, un invito alla lentezza, un esercizio di attenzione.
Nel suo lavoro c’è la Sardegna, ma non come paesaggio: come temperamento. La misura, la riservatezza, la luce che non abbaglia ma scava. Una terra che non si concede subito, e che proprio per questo resta.

Infatti egli Gavino dipinge ciò che resta quando tutto il resto tace: la presenza, la soglia, il silenzio che parla. Come si legge nel testo della mostra firmato da Giuseppe Pulina, la selezione di opere con la quale Ganau si presenta a Tempio contiene più di un tema. Tra questi, «il primo pare essere la scelta dello sguardo come tema dominante della rassegna

 
Lo sguardo che appare e lo sguardo che si cela, ma che pur sempre sguardo è. Ed è, in effetti, una rassegna di sguardi quella in cui ci imbattiamo. Mai furtivi e nemmeno sfacciatamente espliciti. 



Sguardi che ricambiano con misurata discrezione l’attenzione che ricevono, mai negandosi e mai oltrepassando la misura del consentito ». Tutto questo, come scoprirà piacevolmente il visitatore della mostra, con quel tocco di forte impatto ed eleganza formale che è da sempre il sigillo stilistico che distingue Ganau, nel cui modo di fare arte riverbera anche l’esperienza musicale dei LanD ExcapE che lo vede collaborare dal 2019 con Giovanni Dibeltulu.

ANCHE L’INDIFFERENZA E RAZZISMO ? secondo me si ed è peggio . Bakari Sako, 35 anni, il brac­ciante ucciso a colpi di cac­cia­vite, da una baby gang a Taranto aveva cer­cato di rifu­giarsi in un bar. Ma era stato cac­ciato fuori.

 Certe  volte discorsi  e scritti. lunghi. sono inutili  davanti. a tragedie del genere . Quando mio. limito alla. frase del titolo  ed a. r...