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10.4.26

UNO SKILIFT DEGLI ANNI CINQUANTA OGGI USATO COME TELEFERICA PER IL LATTE: È L'ULTIMO MODELLO FUNZIONANTE DI "SKI-KULI"

come riusare le vecchie strutture ho letto in google news quest articolo di https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/storie/ del 8 aprile 2026 . Esso  arla del progetto di Tommaso Novaro, un ventitreenne studente e dipendente della Leitner. Il progetto di Novaro mira a censire non solo gli impianti di risalita, ma anche tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento. La sua passione per lo sci va oltre la professione, fondendo lavoro, studio e tempo libero. Nell’articolo, Novaro condivide una delle sue scoperte più recenti.


                                di Samuele Doria


"Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento". È il progetto "sci che fu" di Tommaso Novaro, ventitreenne attualmente studente e dipendente della ditta Leitner. Ben oltre la professione, la sua è una vocazione che sposa lavoro, studio e tempo libero. Qui presenta una delle sue scoperte più recenti



Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto, di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.


Tommaso Novaro è un ventitreenne di Torino, che attualmente vive e lavora a Vipiteno, per l’azienda di impianti a fune Leitner. Nel frattempo, sta inoltre scrivendo una tesi in Estetica del paesaggio, proprio sugli impianti a fune. Il suo è molto più che un lavoro: è una passione e un campo di ricerca sterminato.
Al suo progetto di censimento di ricerca di tutte le località sciistiche abbandonate in Italia ha dedicato il sito web: Lo sci che fu, nel quale si legge: "Gli anni dello sci ‘campanilistico’ sono finiti, a peggiorare la situazione oltre al cambiamento del mondo del turismo e dello sci, ci si aggiungono pure i cambiamenti climaticidurante quest'epoca di transizione ecologica. Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento".
Facendo ricerca per la tesi sulla storia degli impianti a fune in Italia, Novaro è venuto a conoscenza dell’esistenza di un ultimo modello funzionante di "Ski-Kuli", un diffusissimo modello di skilift della Leitner utilizzato dai primi anni Cinquanta, una rarità che negli anni ha trovato un impiego insolito.
La cosa curiosa? Questo impianto non è solo l’unico Ski-Kuli funzionante, ma funziona anche in modo particolare: oggi è utilizzato come teleferica per il trasporto del latte. Siamo in Val Giovo, Alto Adige, dove questo vecchio skilift fa su e giù tutti i giorni, anche la domenica. Alle 9 porta il latte a valle e poi la teleferica risale verso le 11. Si tratta di una teleferica che riutilizza 2 sostegni, stazione motrice e sospensioni con morsetti dei traini Sge.





"La cosa interessante - per Tommaso Novaro che studia questi impianti - è proprio che in origine quella struttura era uno skilift: il portale, i pali, così come la stazione motrice, appartengono al primo modello di skilift prodotto dalla Leitner di Vipiteno".
Seguendone le tracce, il giovane appassionato ha scoperto che originariamente l’impianto si trovava a Corvara, nella località "Pralongià", dove fu inizialmente costruito come skilift. Era uno dei primi modelli di quel tipo. "Dal 1963 al 1974, poi, acquistato dal proprietario dell’Hotel Sonklarhof, lo skilift finì in Val Ridanna, sotto la chiesa di Santa Maddalena. Ma ci vollero ancora tre anni prima che finisse in Val Giovo.
Come è finito lì? "Nel 1974 venne dismesso, perché è stata aperta la sciovia Gasse, che esiste ancora oggi. In quegli anni c’erano molte idee di espansione turistica nella valle: si progettavano nuovi impianti più lunghi e si sognava molto. Alla fine però l’impianto sotto Santa Maddalena fu chiuso e sostituito".
Soltanto nel 1977, l’impianto venne acquistato da alcuni contadini e riposizionato in Val Giovo come teleferica per il latte.
"Anche il sistema di trasporto è interessante - continua Novaro - utilizzano un grande barile che viene trascinato dal maso fino alla teleferica tramite un sistema di corde. Poi viene sollevato con un paranco e agganciato alla linea. È una soluzione semplice ma molto ingegnosa".
"Questo è, in sostanza, quello che sono riuscito a ricostruire", conclude. Tanta dedizione nella ricerca non può che meravigliare da un ragazzo tanto giovane, e la sua curiosità è contagiosa. "A quando risalgono i primi skilift della ditta?" chiediamo allora.
"Da quello che risulta nei documenti interni, il primo skilift Leitner risale al 1952, ed era a Passo Giovo. Tuttavia, impianti a fune erano stati realizzati anche prima, già tra il 1946 e il 1947, anche se non ancora propriamente come Leitner. Uno dei primi impianti in assoluto era a Malga Zirago, sopra Vipiteno. Il modello di skilift a cui appartiene anche quello della teleferica di cui parlavamo è uno dei primi prodotti: una sorta di ‘prima serie’, chiamata Ski-Kuli appunto".
Aziende votate all’evoluzione tecnologica, come la Leitner, non sempre prestano al passato l’attenzione che merita, eppure con i loro prodotti hanno contribuito a plasmare generazioni di sciatori e in generale a dare al paesaggio alpino la sua conformazione attuale.





"Secondo me è fondamentale. Più passa il tempo, più diventa difficile ricostruire la storia di questi impianti. Può essere un valore aggiunto sia dal punto di vista culturale sia economico. Un museo aziendale funzionerebbe molto bene, soprattutto in un contesto come il Tirolo. Inoltre, valorizzare l’eredità aziendale è importante anche per il marketing".
Gran parte del lavoro di ricerca di Tommaso Novaro si concentra anche sugli impianti abbandonati, e qui la questione diventa ancor più complessa. Ogni anno, Legambiente tenta di fare un censimento degli impianti in disuso o abbandonati con il report Nevediversa, che già ci dà un’idea di quanto ormai facciano parte dello scenario montano della penisola. "Tuttavia - svela l’appassionato cercatore di impianti - sono talmente tanti che molti di questi rimangono fuori dai report. A trovarli tutti non basterebbe una vita".
Ma cosa farne poi di queste strutture cadute nell’abbandono? "Alcuni andrebbero demoliti, soprattutto quando non hanno più alcun valore né funzione. Anche se in genere le demolizioni sono incomplete e restano le fondamenta in cemento. Secondo me, più che conservare l’impianto in sé, bisogna valorizzarne la memoria. Ad esempio, si potrebbe lasciare un elemento simbolico, come una targa o delle immagini storiche. È una soluzione semplice ed economica. All’estero, soprattutto in Francia, c’è più attenzione a questo aspetto. In Italia ci sono pochi esempi, ma uno interessante è quello vicino a Carpegna, nelle Marche, dove una vecchia manovia è stata monumentalizzata".
Per quanto riguarda la ricerca sugli impianti abbandonati, il lavoro di ricerca è molto pratico. Per trovare gli impianti Novaro si serve di vere e proprie community di appassionati, forum online e discussioni pubbliche, cui unisce conoscenze personali e l’esplorazione diretta dei luoghi. "Io stesso sto cercando di creare una mappa degli impianti abbandonati, ma è difficilissimo tenerla aggiornata. Una volta individuato un impianto, vado sul posto, faccio foto e video e, soprattutto, cerco di parlare con chi lo ha visto funzionare. Il problema è che molte testimonianze stanno andando perdute".
Questa ricerca, negli anni, lo ha portato a viaggiare molto: oltre all’Italia, anche in Repubblica Ceca, Germania e Francia, visitando spesso impianti abbandonati. "In Italia conosco bene il Piemonte, il Trentino-Alto Adige e gli Appennini romagnoli. Mi piacerebbe esplorare di più il Centro e il Sud, soprattutto la zona del Gran Sasso, che secondo me è una delle più suggestive".






"Questo mondo degli impianti abbandonati è vastissimo e ancora poco conosciuto. Anche solo nella zona di Vipiteno, in un raggio di 15 km, un tempo c’erano circa quindici impianti, mentre oggi ne restano attivi solo quattro. È un ambito di ricerca ancora tutto da esplorare".

9.4.26

«Io, vescovo in curva a tifare la Carrarese I tifosi erano contenti di avermi tra loro» Il prelato: lo stadio di Genova è dedicato al mio prozio


Al derby Monsignor Vaccari lunedì scorso in curva per Carrarese-spezia
Article Name:«Io, vescovo in curva a tifare la Carrarese I tifosi erano contenti di avermi tra loro»
Publication:Corriere della Sera
Section:Cronache
Author:Simone Dinelli
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  • Corriere della Sera
  • Simone Dinelli

  • CARRARA 

    «Ci sono stati momenti di sofferenza: i nostri avversari hanno giocato bene e creato occasioni da gol, ma alla fine è andata bene e mi sono divertito». Parole e musica di monsignor Mario Vaccari, vescovo di Massa Carrara -Pontremoli e, lunedì scorso, in occasione del sentitissimo derby di Serie B fra Carrarese e Spezia, tifoso d’eccezione della formazione apuana che, grazie al successo per 3-1, ha di fatto centrato la salvezza e può adesso addirittura sognare l’accesso ai playoff per la A.

    «In altre occasioni, su invito della società, mi sono seduto in tribuna. Vedendo la passione che arriva dai tifosi, ho espresso a un amico il desiderio di stare in mezzo ai sostenitori più appassionati».

    «Buona: sapevano della mia presenza e già alla vigilia mi hanno fatto vedere chat dove i tifosi scrivevano “adesso ci darà la benedizione, oppure ci assolverà”. Durante la partita un signore accanto a me, non avendomi riconosciuto, si è rivolto ai vicini esclamando “non bestemmiate che c’è il vescovo in curva”. Altri erano contenti di avermi lì, in una partita così sentita. Alla fine ho mandato un messaggio al mister Antonio Calabro per fargli i complimenti e lui mi ha risposto con un vocale simpatico, ringraziando per il sostegno».

    «Gli slogan e i cori sono violenti e offensivi nei confronti dell’avversario, ma rientrano in una consuetudine di questo mondo. A volte leggiamo di episodi violenti,

    tanto che l’incontro Carrarese -Spezia era stato vietato ai tifosi spezzini. E questo non è un bel segno».

    «Fin da piccolo con mio zio e i miei fratelli andavamo alle partite del Genoa, in quanto originari di Genova. Inoltre lo stadio di Marassi è dedicato a Luigi Ferraris, fratello di mio nonno, figura spesso presente nei ricordi e nei racconti di famiglia. Nell’adolescenza mi sono dedicato ad altri sport, il tennis, la vela. Oggi è rimasta

    Alla partita

    Un signore accanto a me, non avendomi riconosciuto, si è rivolto ai vicini esclamando: non bestemmiate, sapete chi c’è oggi con noi!

    la voglia di seguire, più che di praticare».

    «Non condivido il prevalere dell’aspetto economico, che tende a rovinare lo spirito della competizione e la dimensione del gioco di squadra. In provincia ciò è meno evidente, ma pur sempre presente. Se i giovani si appassionano ad altre discipline ben venga, perché lo sport ha aspetti molto importanti per l’educazione e la formazione».

    «Mi ha rattristato, ma al tempo stesso mi ha dato modo di pensare a come potrebbe essere uno spunto per ripensare l’organizzazione del calcio in Italia, ritornando a far prevalere lo spirito agonistico e di squadra sul guadagno e il business, visto che oggi si parla spesso di cifre fuori dalla portata della gente comune»


    Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco cintura nera di karate, 6° dan.puntata. n. LXXIX NON REPRIMETE LA PAURA, PUÒ SALVARVI LA VITA!


    La paura è un'emozione primaria adattiva che, in situazioni di pericolo reale, può attivare 
    Ecco i punti chiave su come la paura influenzi la gestione di un'aggressione: Paura come allarme adattivo: La paura "buona" agisce come segnale di pericolo, innescando l'adrenalina necessaria per mettersi in salvo. È un istinto di difesa che aiuta a riconoscere una minaccia immediata.
    • Risposte all'aggressione (La paura che salva): Di fronte a un'aggressione, la paura può portare a reazioni rapide come la fuga, la richiesta di aiuto o, in casi estremi e proporzionati, la legittima difesa.Il paradosso del "Freezing" (La paura che blocca): Se la paura è paralizzante, può indurre l'effetto freezing (congelamento), un blocco fisico e mentale che impedisce di reagire. Superare questo blocco è fondamentale per la difesa personale. Gestione della situazione: In caso di aggressione verbale, la gestione della paura e l'ascolto calmo possono bloccare l'escalation della violenza. Contesto psicologico: Spesso la paura della violenza e il timore di perdere il controllo (pensieri ossessivi di aggressione) colpiscono chi è più sensibile alla rabbia e alla violenza stessa.La gestione controllata della paura e la capacità di non farsi bloccare sono essenziali per trasformare questa emozione da ostacolo ad alleata per la sicurezza personale
    Infatti  come. dice. Antonio. Bianco.   sulla 'ultimo. n. del settimanale. Giallo. 

    Da sempre siamo abituati a diffidare della paura. La consideriamo come un segnale di debolezza, come. un qualcosa da reprimere o in qualche modo nasconde- re. E così dimentichiamo che esiste una paura che non soltanto è legittima, ma preziosa e necessaria: si chiama paura “utile”. Ci protegge e ci mette in allerta senza paralizzarci e ci spinge a fare un 

    Difesa Personale | Autodifesa | Antiaggressione | Krav Maga | Kapap | Systema | Action Woman Krav Maga | IKMO Genova | GM Marco Morabito | Colpire Punti Vitali | Corso Istruttori Krav Maga

    passo indietro.La paura utile è concreta e pragmatica. 
    Non nasce dal nulla, ma da dettagli che il nostro cervello riesce a percepire: una strada vuota, una  distanza che si accorcia troppo in fretta, un tono di voce che cambia all’improvviso. Questo tipo di paura è un segnale, una sensazione sottile, spesso immediata, che molti descrivono come
    un “campanello” che dobbiamo imparare a non zittire.
    Per educarsi alla paura utile bisogna prima di tutto legittimarla. Non dobbiamo minimizzare e giustificare a tutti i costi quello che ci mette a disagio. Quante volte, per educazione o per pudore, ignoriamo una sensazione chiara? In quel momento il nostro cervello ha già colto qualcosa che non va.
    Educare la paura significa anche allenare lo sguardo.Non si tratta di vivere nel sospetto, ma di sviluppare attenzione: capire dove sono le vie di fuga, chi abbiamo intorno, cosa sta cambiando nell’ambiente che ci circonda. È una forma di presenza, più che di allarme. Non si tratta di vedere pericoli ovunque, ma di non essere ciechi quando il pericolo c’è. C’è poi un passaggio decisivo, che consiste nel trasformare la paura in un’azione semplice mettendo in atto scelte immediate e realistiche come cambiare percorso, entrare in un luogo illuminato, prendere le distanze, usare la voce. La paura utile funziona quando si traduce in movimento. Il paradosso è che chi sa ascoltare la paura appare più calmo, non più ansioso, perché non deve inseguire il controllo totale.

    8.4.26

    Diario. di bordo n 141 anno. IV. portobello di. Marco Bellocchio ., La meloni e la mafia ., cosa. facciamo se. ci. imbattiamo. in una. mezza. verità. ?



    Niente di nuovo per chi conosce la. Vicenda direttamente o indirettamente tramite altre opere  televisive e cinematografiche ( qui su wilìkipedia maggiori  dettagli in particolare il paragrafo l’impatto culturale del «caso Tortora» ) Ma un ottimo modo nel  racconta la  vicenda oltre i processi    concentrandosi sull'aspetto umano di Tortora e descrivendone  benissimo il contesto pre processuale.  Infatti.concordo con https://www.ilpiacenza.it/attualita/il-caso-enzo-tortora-secondo-marco-bellocchio-debutta-portobello.html  Un ottimo cast sia i personaggi principali  a. partire da Gifuni.  sia. quelli secondari. 

    .......

    Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone e il seguente testo "esclusiva R REPORT Che ci fa Giorgia Meloni con il refente del clan Senese in Lombardia?"

    Visto che la mafia piace tantissimo visto che. Ci fanno dei selfie e li. si da. dei pass per entrare nei palazzi delle istituzioni. .Se la. Istituzionalizzasse otterrebbe un. Risultato storico che neppure la. Dc ha. ottenuto. Nel. Corso dei. 50 anni di governo

    .......

    Peanuts 2025 aprile 08

    7.4.26

    vietato parlare. di Giulio Regeni troppi. affari. con l'Egitto di Lorenzo Tosa

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    Pensavamo che avessero toccato il fondo della cultura, ma loro si sono superati.Il ministero della Cultura targato Giuli ha ufficialmente negato il riconoscimento di interesse pubblico culturale, e di conseguenza qualunque finanziamento, al documentario su Giulio Regeni “Tutto il male del mondo”, già premiato con il Nastro d’argento della legalità.Questo è uno schiaffo in faccia
     - Potrebbe essere un'immagine raffigurante testol’ennesimo - alla famiglia Regeni, a tutti quelli che in questi dieci anni hanno combattuto per chiedere verità e giustizia, trovando un muro non solo in Egitto ma anche e soprattutto in Italia.E il ministro Giuli ha voluto fornircene l’ennesima dimostrazione.No, non è un caso, non giriamoci intorno.Questa è una scelta politica, una carognata in piena regola.Hanno deciso arbitrariamente e politicamente che la storia di un giovane ricercatore italiano morto ammazzato e torturato in un Paese straniero senza nessuna verità e giustizia non sia d’interesse pubblico o non rispecchi l’”identità nazionale”, altro parametro di valutazione della commissione.È talmente vergognoso da risultare offensivo.Il ministro Giuli si scusi con Paola e Claudio Regeni, con gli italiani, e ci ripensi. In gioco non c’è la dignità di Giulio, che non è mai stata in discussione, ma quella di un Paese ormai fuori dal tempo e oltre il ridicolo.

    Il Telaio Invisibile Ritrovare la struttura dopo le feste, tessendo la giornata un filo alla volta.

    Il "telaio invisibile" rappresenta la struttura quotidiana che si perde durante il caos delle feste. Ritrovarla richiede un approccio graduale, riorganizzando la giornata un piccolo passo alla volta per gestire lo stress post-festivo.                                                    La metafora del tessere indica la costruzione paziente di una routine sostenibile, riscoprendo ordine e calma interiore.      Infatti anche  se in realtà non ho fatto granché in questi giorni di Pasqua a parte il pranzo di domenica con i parenti del "continente " e un uscita  con i miei (non ho patente )  il lunedì pomeriggio a trovare al mare degli amici di fsmiglia sardo-ligure che vengono qui a svernare efino all'autunno. C'è ancora anche se in me, anche se in misura minore(saranno i 50 anni compiuti e la mia messa indiscussione / capacità d'affrontare meglio l'ansia lo stress post feste ) l'ansia da rientro . Ma grazie a, alla newsletters ed i consigli  di   aprilamente gruppo di Psicologia pratica e spiritualità per trasformare le sfide in crescita personale,la sto affrontando  sempre di più  e quando ci riesco sto meglio.

    Dalla newsletters 

    Il martedì dopo Pasquetta è il vero inizio della settimana. Rientrare nella routine dopo i giorni di stacco e di festa può generare un forte senso di disorientamento. Troviamo la casella di posta piena, la casa da riordinare, i ritmi da ripristinare, e proviamo spesso la sensazione di essere sopraffatti da un caos di fili aggrovigliati.                                                                                     Ma immagina la tua vita e la tua mente come un antico telaio. I fili verticali, quelli chiamati “ordito”, sono le tue abitudini fondanti: la tua disciplina, la tua routine mattutina, la tua calma interiore.Quando rientri dalle feste, questi fili possono essersi allentati. I fili orizzontali, la “trama”, sono invece gli eventi e gli impegni che ti piovono addosso oggi. Se non tendi di nuovo i fili verticali, le email e le urgenze saranno solo un ammasso informe che ti soffocherà. Ma quando ripristini pazientemente la tua struttura interiore solida, ogni singolo imprevisto o compito viene tessuto attraverso di essa, formando un arazzo ordinato e resistente.Oggi, non farti prendere dal panico per tutto ciò che c’è da fare. Preoccupati solo di tendere di nuovo i fili delle tue buone abitudini. È la tua struttura che dà un senso al caos del rientro.

    “Siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un atto, ma un’abitudine.”   

                                      Aristotele 


    La Neuroscienza delle Abitudini e del Rientro La magia di mantenere tesi i “fili verticali” della nostra vita si fonda sulla biologia dell’apprendimento automatico.La neuroscienziata Ann Graybiel del MIT ha decodificato il processo attraverso cui il cervello trasforma le azioni faticose in abitudini automatiche, un meccanismo chiamato “Chunking” (Frammentazione). Quando torniamo da un periodo di vacanza, i nostri circuiti delle abitudini sono temporaneamente “dormienti” e la corteccia prefrontale deve consumare enormi quantità di energia per riprendere decisioni coscienti su cosa fare e come organizzarsi. Questo crea la tipica stanchezza del rientro. Ma forzandosi dolcemente a riprendere una routine in uno stesso contesto (ad esempio, la propria scrivania o l’orario della colazione), il controllo del comportamento torna rapidamente ai Gangli della Base. Questi “impacchettano” l’intera sequenza di azioni in un singolo blocco neurale, abbassando drasticamente l’attrito cognitivo. Ricostruire un’infrastruttura solida di micro-abitudini in questo martedì significa liberare “banda larga” mentale, permettendo al cervello di svuotare l’inbox e gestire le urgenze senza andare in sovraccarico di cortisolo.     Strategie per Coltivare la Tessitura Quotidiana

    • La prima strategia è la protezione inossidabile della tua prima mezz’ora; non iniziare la giornata lavorativa tuffandoti immediatamente nel recupero delle email arretrate, ma difendi un piccolo rituale (un caffè in silenzio, dieci minuti di lettura) per tendere il tuo ordito interiore prima di far passare la trama del mondo.
    • Il secondo passo consiste nell’affrontare l’arretrato con un passaggio di spola delicato; quando vedi la montagna di compiti accumulati durante le feste, non farti prendere dall’affanno, ma smistali in ordine di priorità reale, riconoscendo che la cura dei dettagli ordinari è ciò che rende solida la tua esistenza.
    • La terza mossa richiede l’accettazione pacifica dei nodi nel tessuto. Se un imprevisto ti fa reagire male o la stanchezza del rientro si fa sentire, non strappare l’intero lavoro in un impeto di frustrazione; accetta il “nodo” emotivo, lascialo lì come parte della giornata e riprendi a tessere il filo successivo con calma.
    • La quarta strategia è privilegiare la costanza del ripristino rispetto all’intensità dello sforzo; invece di voler smarcare ogni singola pendenza in otto ore esaurendo le tue energie, accontentati di riprendere il ritmo lavorativo passo dopo passo, fidandoti del potere inarrestabile dell’accumulo progressivo nei prossimi giorni.
    • Il quinto approccio riguarda la contemplazione distaccata del disordine temporaneo. Quando ti senti sopraffatto dalla scrivania o dai messaggi non letti, fai mentalmente un passo indietro e guarda il quadro più ampio, ricordandoti che è normale che la trama sia disordinata dopo una pausa, e che riordinarla è solo questione di metodo.
    • L’ultima pratica è l’ancoraggio consapevole a fine giornata; stasera, chiudi mentalmente il telaio passando in rassegna non le cose che non sei riuscito a finire, ma le abitudini positive che sei riuscito a riprendere in mano, ringraziando te stesso per aver fornito di nuovo una struttura sicura alla tua vita.


    Pratica della Mattina: Il Rituale del Telaio.   Siediti al tavolo o sulla tua postazione di lavoro.                                                        Appoggia entrambe le mani aperte sulla superficie davanti a te.


    Apri bene le dita, premendo leggermente i polpastrelli sul legno, immaginando che siano i fili verticali, forti e inamovibili, della tua disciplina ritrovata.                                                            Inspira profondamente, sentendo la tensione positiva e rassicurante di questi fili.                          Poi, immagina i compiti arretrati e gli eventi della giornata come una spola leggera che viaggia da destra a sinistra.                                                                                                                         Afferma interiormente: “La mia struttura interiore torna salda. Qualsiasi cosa il rientro mi porterà oggi, io saprò intrecciarla. Con pazienza e metodo, io rimetto in ordine la mia vita.”                     L’Arte della Struttura Ritrovata                                                                                                         La bellezza e l’efficacia di una giornata non si misurano dalla frenesia con cui cerchi di recuperare il tempo, ma dalla maestria silenziosa con cui tendi di nuovo i tuoi fili. Rendi onore alle tue abitudini di base, alla tua organizzazione e al tuo lavoro invisibile. Sono i fili d’oro che sosterranno il tuo rientro nel mondo. 

    6.4.26

    Fuga dei cervelli al contrario. La storia di Lucas, da Boston a Padova per cercare vita nello spazio

     repubblica. online. 

    L’astronomo 25enne ha pubblicato uno studio sugli esopianeti abitabili. “Cosa mi piace di più dell’Italia? I mezzi pubblici. Se vi stupite non conoscete quelli americani”

    Fuga dei cervelli al contrario. La storia di Lucas, da Boston a Padova per cercare vita nello spazio

    Lucas Lawrence, 25 anni, da Boston, con i suoi colleghi astrofisici ha individuato i 45 pianeti più adatti alla vita aliena. Nel frattempo ha scelto anche l’università più adatta per proseguire i suoi studi. Dopo la laurea triennale alla Cornell University, nello stato di New York, si è infatti iscritto alla magistrale in Astrofisica e Cosmologia dell’università di Padova, dove sta mettendo le basi per diventare uno scienziato di professione.                                                                                                   Mentre lo studio sugli esopianeti abitabili è appena uscito sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, Lawrence ha iniziato ad adattarsi agli esami orali del sistema italiano: “Se non si sta attenti si rischia di fare una scorpacciata dell’intero programma negli ultimi giorni”. E alla domanda su cosa gli piaccia di più dell’Italia dà una risposta sorprendente: “I mezzi pubblici”.

    Ma come i mezzi pubblici?

    “Lo so, voi vi lamentate perché sono sempre in ritardo, ma non conoscete quelli americani. A eccezione di poche zone fortunate da noi si è costretti a prendere sempre la macchina. Di Padova adoro la possibilità di muoversi a piedi. Si può raggiungere tutto con una piacevole camminata. Per visitare le altre città basta salire su un treno. La mia attività preferita, al di fuori dello studio, è proprio lo scoprire il Paese”.

    Come mai ha scelto di studiare in Italia?

    “Gli Stati Uniti sono stati a lungo uno dei Paesi migliori per fare scienza, con abbondanza di fondi e di opportunità. Oggi però non è più così. Con i tagli alla ricerca la carriera di un giovane scienziato è diventata piena di punti interrogativi. Così ho deciso di partire per studiare all’estero. È stata una scelta difficile, perché ancora non ho imparato l’italiano e devo adattarmi a un sistema di insegnamento del tutto diverso. Ma sono soddisfatto, lo shock è stato inferiore ai miei timori. Sono arrivato lo scorso settembre, resterò per i due anni della magistrale e nel frattempo studio la lingua. Non vedo l’ora di impararla”.

    Come fa a seguire le lezioni?

    “Sono in inglese. Il corso di Astrofisica e Cosmologia è frequentato da molti stranieri. Non sono nemmeno l’unico americano”.

    Come mai ha scelto Padova?

    “Ci ha insegnato Galileo. Nel mio settore scientifico gode di un’ottima reputazione e a differenza di molte altre università in giro per il mondo posso permettermela dal punto di vista economico”.

    Qual è il suo campo di studi esattamente?

    “Gli esopianeti sono quei pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal nostro Sole. I primi sono stati scoperti mentre ero ragazzino, cominciavo ad appassionarmi di scienza e passavo forse troppo tempo su internet. Sono affascinanti perché li immaginiamo abitati dagli alieni. Non è così, o almeno non abbiamo ancora fatto scoperte in questo senso. Nel nostro studio però abbiamo individuato i 45 esopianeti con le condizioni più adatte alla vita”.

    Quali sono queste condizioni?

    “Ce ne sono tante, ad esempio la presenza di un’atmosfera, e la sua composizione. La più importante però è la possibilità che possa esistere acqua liquida sulla superficie. Dipende molto da quanta radiazione il pianeta riceve dalla sua stella. Se il pianeta è troppo vicino la temperatura è alta e fa evaporare l’acqua. Se è troppo lontano l’acqua si congela. Esiste una zona intermedia in cui la distanza è quella giusta. Noi abbiamo elencato 45 pianeti dove concentrare le ricerche”.

    I pianeti del sistema solare di Trappist. Credit: NASA/JPL-Caltech
    I pianeti del sistema solare di Trappist. Credit: NASA/JPL-Caltech 

    Ci potremmo arrivare?

    “Non ci punterei del denaro, almeno non nel corso della mia vita. Parliamo di centinaia di anni luce. Possiamo però escogitare dei metodi per ottenere buone informazioni sulle caratteristiche di questi pianeti”.

    Restando sul tema scommesse, punterebbe sul fatto che troveremo vita al di fuori della Terra?

    “Su questo sono moderatamente ottimista. Osservando sempre meglio gli esopianeti potremmo individuare delle cosiddette “biofirme”, ovvero caratteristiche che indicano la presenza di vita. Non saranno però, è quel che credo, delle firme chiare ed evidenti. Immagino un lungo dibattito sulla loro origine, se legata davvero ad altri esseri viventi oppure no”.

    Qual è il suo esopianeta preferito?

    “Kepler-452 b perché riceve più o meno la stessa quantità di energia che la Terra riceve dal Sole e il sistema Trappist, perché più pianeti di quel sistema solare ricadono nella zona abitabile”.

    Li ha mai sognati?

    “Sì certo, non ricordo bene tutte le caratteristiche, ma c’erano stelle di diversi colori, cieli viola, foreste rosse”.

    Illustrazione artistica di un pianeta che orbita una stella rossa. Credit: Gillis Lowry
    Illustrazione artistica di un pianeta che orbita una stella rossa. Credit: Gillis Lowry 

    A 25 anni uno studente della magistrale di solito non pubblica su riviste così importanti. È contento?

    “Ho avuto un’occasione alla Cornell e mi sono unito al gruppo di ricercatori che si occupava di esopianeti. Negli Stati Uniti è più facile pubblicare da studenti. Allo stesso tempo c’è anche molta pressione per farlo, soprattutto se si vuole intraprendere una carriera nella scienza. In Italia ci si concentra di più sullo studio, almeno fino agli anni del dottorato”.

    Diceva che il sistema di studio italiano non le è congeniale?

    “Devo imparare ad adattarmi. Negli Stati Uniti ci si iscrive a un corso universitario, si seguono le lezioni, si svolgono i compiti assegnati ogni volta e poi si affronta un test, che in genere consiste in una serie di domande cui rispondere per iscritto in un tempo limitato. È più facile restare al passo con il programma, e l’unico esame orale che ho dovuto affrontare alla Cornell non è stato fra i migliori. In Italia bisogna imparare a gestire il proprio tempo per non arrivare agli ultimi giorni con l’intero programma da digerire. All’inizio per noi americani non è affatto facile”. 

    Pillole di psicologia I consigli del famoso terapeuta Gerry Grassi LE PAROLE FERISCONO: COME RICONOSCERE LA VIOLENZA VERBALE



    per. approfondire
    https://www.serenis.it/articoli/violenza-verbale/








    Sara*, 41 anni, arriva in studio dicendo: «Non mi ha mai picchiata, ma mi sento annientata».Racconta di frasi ripetute ogni giorno: «Non vali niente», «Sei incapace», «Senza di me non saresti nessuno».
    Il partner non alza le mani, ma la voce, svaluta, ridicolizza. Col tempo, Sara dubita di sé, giustifica quegli attacchi come momenti di rabbia o stress. Ma avverte di essere costantemente sotto minaccia.
    La violenza verbale è a tutti gli effetti una forma di abu-so. La ricerca psicologica ha mostrato che l’esposizione prolungata a svalutazione e umiliazione produce effetti comparabili a quelli della violenza fisica per l’autostima e la salute mentale. L’aggressione verbale ripetuta altera la percezione di sé e aumenta il rischio di ansia. Nel caso di Sara, il problema non è la singola frase, ma la continuità dell’attacco. Ogni episodio rafforza un messagio implicito: «Tu non conti». Questo meccanismo crea un legame basato sul dominio. E la violenza verbale, se tollerata, aumenta di intensità nel tempo.

    STRATEGIA CLINICA: il lavoro terapeutico spiega che si tratta di violenza. Aiuto Sara a distinguere tra responsabilità personale e comportamento dell’altro, smontando l’idea di essere lei la causa degli insulti. La violenza verbale è spesso sottovalutata perché non lascia lividi visibili. In realtà, è una violazione grave della dignità della persona. Denunciare è una tutela.
    Nel percorso con Sara, la protezione di sé passa dal riconoscere il diritto a non essere umiliata. Capire che ciò che subisce è inaccettabile le permette di recuperare lucidità e forza. La violenza verbale deve essere chiamata per nome e contrastata con decisione, anche per vie legali quando necessario. Quando si rompe il silenzio, la paura perde potere. Da lì può iniziare una ricostruzione fondata sul rispetto e sulla sicurezza.

    *Il nome e ogni dettaglio identificativo sono stati modificati. Il caso descritto è a scopo divulgativo e non riconducibile a persone reali.

    La speranza deve essere il motore del malato»





    Se fossero destinati alla ricerca i 10 miliardi all anno (ogni anno )in piu' ( in piu!) che Giorgia si e impegnata a spendere in armi per servaggio a Trump , quanti malati di cancro potremmo salvare?  Idem.  come risponde. un mio. compaesano Meloniano 
    Se fossero destinati alla ricerca i 20 miliardi all’anno [(ogni anno )in piu' ( in piu!)] di interessi sul debito che ci sono costati i Superbonus edilizi per il 4% spesso di non proprio non abbienti proprietari di ville, villette, castelli, quanti malati di cancro potremmo salvare…..
    Invece “Giorgia” si è impegnata a spendere in armi, oltretutto per “servaggio a Trump” non per rendere l’Europa autonoma e indipendente e in grado quindi resistere ad un “criminale e fascista” amichetto di Trump…

    «La speranza deve essere il motore del malato»

    L’oncologo Giuseppe Curigliano: «Per prevenire oggi bisogna vivere più lentamente»

    a Berlino, al congresso della European Society for Medical Oncology (Esmo), dove è stato eletto presidente

    «Un malato non deve mai perdere la speranza. Mai. Sconfiggeremo il cancro e scopriremo il codice della vita. Ci vorranno cent’anni, ma già adesso abbiamo nuove cure». Parla Giuseppe Curigliano, presidente degli oncologi europei.

    Giuseppe Curigliano, 58 anni a maggio, è il presidente degli oncologi europei, ordinario alla Statale e vicedirettore scientifico dell’ieo di Milano. Con lui il Corriere comincia una serie di interviste ai grandi medici, coloro che padroneggiano i segreti della longevità e della malattia, della vita e della morte.

    Professor Curigliano, qual è il suo primo ricordo?

    «Vivevo a Noranda, un centro siderurgico in Canada, pieno di italiani, polacchi, francesi che lavoravano come metalmeccanici. Tutti immigrati. Abitavamo in un seminterrato. Le finestre si alzavano spingendo verso l’alto. Quel giorno mi cadde la finestra sul braccio. Era il 1971. Mamma chiamò il pronto soccorso, arrivarono questi medici, verificarono che non mi fossi rotto nulla...».

    Non sembra una scena della sanità italiana.

    «In Canada i bambini hanno una grande importanza sociale. Vige lo ius soli. Per i canadesi è importante avere persone di prima generazione, nate lì».

    Ma voi Curigliano siete calabresi.

    «Calabresi di Monterosso, piccolo paese in provincia di Vibo. Generazioni di emigranti. Anche il padre di mio padre era emigrato in America. Quando feci un periodo di formazione a Harvard, mi chiesero di tenere una conferenza sulla mia ricerca. La prima slide che proiettai era la foto del nonno in uno studio fotografico di Boston, con il fucile in pugno».

    Come si chiamava?

    «Ovviamente Giuseppe, come me. Tornò dagli Usa a sessant’anni, con il gruzzolo per comprare un terreno e costruire la casa. Si sposò con Caterina, molto più giovane di lui. Mio padre Vincenzo nacque in Calabria. Ma alla fine degli anni 50 la vita era impossibile. Così partì per cercare lavoro in Canada, con mia madre Rosina. Sono cresciuto bilingue. Siamo tornati che avevo dieci anni».

    Quando decise di fare il medico?

    «Fin da bambino. Fu decisiva quell’esperienza al pronto soccorso: i camici, il trauma, lo stress, la guarigione. Giocavo al piccolo medico, cliccavi sull’organo e si accendeva la luce».

    Laurea in medicina a Roma.

    «Alla Cattolica che offriva borse di studi ed alloggio agli studenti meritevoli. Fu un’esperienza bellissima. La Roma a cavallo tra gli anni 80 e 90 era una città dinamica e tollerante, che migliorò ancora quando divennero sindaci Rutelli e Veltroni. Si parlava di tutto, e si sognava. La mia generazione ha sognato moltissimo».

    Qual era il suo sogno?

    «Aiutare i malati grazie a una conoscenza migliore del cancro, di cui non si sapeva quasi nulla. L’unica cura era la chemioterapia. Il mio professore di medicina interna, Gasbarrini, che ora ha due nipoti medici importanti, definiva l’oncologia la branca “ignorante” della medicina interna. L’unico vero oncologo era il chirurgo».

    Così lei andò in America.

    «A specializzarmi a Charleston, Sud Carolina, con Mariano La Via, italoamericano di origine napoletana, che si occupava di una tecnica nuova: la citofluorimetria».

    Può tradurre?

    «Un modo rivoluzionario di studiare le cellule tumorali. Fu

    Il digiuno intermittente ha senso. L’AI è un grande alleato. Sarei obiettore di coscienza sull’eutanasia

    una grande esperienza. Imparai il metodo scientifico: generare ipotesi, avere strumenti per confermarle, e traslarle nella pratica clinica».

    Cioè?

    «Fare in modo che la tua idea di laboratorio possa rispondere a un quesito clinico: di cosa ha bisogno il paziente? Come gestire, ad esempio, gli effetti collaterali di una terapia ormonale? Come trovare una soluzione ad un bisogno clinico? Come curare quando non esiste una terapia disponibile?».

    Qual è la risposta esatta?

    «Fare il meno possibile quando si può, ovvero il minimo indispensabile. Chirurgia conservativa o durata più breve per terapie mediche. Parlare ogni giorno con il paziente. Ascoltare la sua domanda di salute».

    Nel 2003 Umberto Veronesi mi disse: «Nessun malato mi ha mai chiesto di morire. Tutti mi hanno sempre chiesto di guarire».

    «Lo confermo in pieno. La prima domanda che fanno sempre è: cosa posso fare per sopravvivere?».

    Ma quando non si può guarire, lei cosa risponde?

    «Il paziente non deve mai perdere la speranza. Mai. Perché la speranza è il motore del malato. È ciò che gli consente di affrontare il percorso di cura».

    Ripeto: ma quando non si può guarire?

    «Bisogna fare tutto il possibile perché quella persona possa convivere con la malattia. Senza perdere mai la speranza che un giorno possa arrivare una scoperta scientifica che cambi la storia naturale di quella malattia».

    Quando sarà quel giorno?

    «Non lo so. Ma arriverà. Per tante altre malattie la risposta definitiva è arrivata. Se arrivasse anche per il cancro, diventeremmo quasi immortali. Scoprire la cura per il cancro potrebbe significare scoprire il codice della vita».

    Perché?

    «Perché, come diceva Oriana Fallaci, il cancro è un alieno che ti cresce nel corpo e vuole essere immortale».

    Quando scopriremo la cura

    definitiva?

    «Temo non nei prossimi cento anni».

    Allora continueremo a morire.

    «Sempre meno. Perché molte nuove cure specifiche stanno nascendo».

    Ci faccia un esempio.

    «Con le tecnologie di oggi si può intercettare il cancro. Scoprirlo prima significa identificarlo in uno stadio precoce e guarirlo. Oggi utilizziamo la biopsia liquida, troviamo tracce del Dna tumorale nel sangue periferico. Oggi per vedere il tumore noi abbiamo la Tac, la Risonanza magnetica, la Pet con glucosio. Per la Pet inietti zucchero, la cellula tumorale se lo mangia, e si illumina. Ma lo zucchero è aspecifico, non riesce sempre ad identificare bene le cellule tumorali. Con le nuove tecnologie inietti peptìdi, piccoli frammenti di proteine che raggiungono selettivamente le cellule tumorali e le illuminano, ci permettono di capire dove sono. Si chiama diagnostica nucleare».

    Fin qui la diagnostica. Ma la cura?

    «Lo stesso peptìde che svela le cellule tumorali lo puoi caricare di più per ucciderle».

    Come funziona?

    «Il peptìde porta una piccola carica nucleare: sono piccole particelle che emettono radiazioni. È una cosa che avrà un grande futuro, già si usa per la prostata e i tumori neuro-endocrini, forme rare che colpiscono il polmone o il tratto gastrointestinale. Ed è una scoperta italiana, la si deve a un fisico nucleare torinese, Stefano Buono. Dicono che Steve Jobs sia venuto in Italia a chiedere una seconda opinione. Ora avremo l’accelerazione dell’intelligenza artificiale».

    In che modo L’IA ci aiuterà? «Noi ragioniamo su tre dimensioni. L’analisi multidimensionale dell’ia elaborerà molti più dati e svilupperà algoritmi per conoscere meglio la malattia. Un’alleanza enorme».

    Già la usate?

    «Sì. Quando sequenziamo il genoma di un tumore, vengono fuori 70 o 80 mutazioni del Dna. Qual è la più importante? Qual è quella da bersagliare per prima? L’IA te lo dice. E ti suggerisce il farmaco».

    Quali sono i suoi consigli per la prevenzione?

    «Uno stile di vita sano. Più rallentato, meno stressante. Non a caso i più longevi sono nei paesini della Calabria e della Sardegna: ultracentenari che fanno sempre le stesse cose, sono metodici».

    E poi?

    «L’attività fisica. Almeno trenta minuti al giorno allungano la vita, riducono il rischio di tumori e il rischio cardiovascolare».

    Perché?

    «Perché il moto riduce lo stato infiammatorio del corpo e gli consente di recuperare il suo equilibrio. Stress, intossicazione alimentare, inquinamento ambientale sono tutti fattori di rischio. Poi servono gli screening».

    Quali?

    «Ricerca di sangue occulto nelle feci e colonscopia dopo i 50 anni. Per le donne, mammografia e Pap test ogni anno. Per gli uomini, visita urologica. Per grandi fumatori, Tac ad alta risoluzione, che scopre tu

    mori ancora molto piccoli».

    E i marker?

    «Oggi ci sono marker che ti dicono se hai un tumore; domani ci saranno marker che ci segnalano un pericolo. La novità più interessante è la biopsia liquida: la ricerca del Dna di cellule tumorali nel sangue. Adesso serve a correggere la terapia per migliorare la possibilità di guarigione; in futuro ci permetterà di scoprire il cancro prima che si manifesti. Si chiama “interception”: intercetti la malattia».

    E il cibo?

    «È sbagliata l’idea che il cibo sia una cura. Certo, puoi usare vitamine, prodotti antiossidanti, ma devi farlo in modo scientifico, per ridurre gli effetti collaterali e farlo sempre nell’ambito di studi».

    E per prevenire?

    Veronesi ti guardava dritto negli occhi, ti faceva sentire importante e sapeva convincerti di poter cambiare il mondo

    «Bisogna mangiare di meno. Penso che il digiuno intermittente abbia molto senso. Mio nonno saltava la cena, o mangiava molto poco e molto presto, ed è arrivato a quasi cento anni».

    Perché funziona?

    «Perché stimola il sistema immunitario e riduce l’infiammazione».

    Cosa va evitato?

    «Il fumo, eccedere con carni rosse, insaccati ed alcool».

    Veronesi era vegetariano, ma un po’ di vino lo beveva.

    «Anch’io lo bevo, ma non più di mezzo bicchiere a pasto. Al ristorante con mia moglie ordiniamo una bottiglia, ma non la beviamo mai tutta. Purtroppo l’alcol, in quantità importanti, è cancerogeno ed aumenta il rischio per i tumori del fegato e della mammella». I cibi da preferire? «Frutta, verdura. Una dieta ipocalorica, povera di calorie».

    E il caffè?

    «Quello si può bere. Anzi, due caffè al giorno abbassano il rischio ed accendono il cervello».

    Il suo incontro con Veronesi

    come andò?

    «Dopo tre anni e mezzo negli Usa, tornai per fare il servizio militare a Cameri, in aeronautica. Stava nascendo l’ieo, l’istituto Europeo di Oncologia. Chiesi di fare un colloquio, c’erano due borse di studio disponibili. Così incontrai Veronesi, che per noi oncologi era una divinità in terra».

    Cosa la colpì in lui?

    «Che ti guardava sempre negli occhi. Non tanti hanno questa attenzione. Veronesi ti faceva sentire la persona più importante al mondo. Mi disse: “Tu devi venire a lavorare qui, nascerà un istituto nuovo, davvero internazionale”. E in effetti vennero primari da tutta Europa».

    Chi arrivò?

    «Dalla Francia Jean Yves Petit, uno dei migliori chirurgi plastici al mondo. Dall’irlanda Peter Boyle, il grande epidemiologo. Dalla Svizzera Aron Goldhirsch, ebreo nato in un campo di concentramento dove il padre era morto, apolide, cresciuto in Israele. Veronesi aveva questa capacità di convincerti che si poteva cambiare il mondo. Del resto a settant’anni aveva fondato un istituto, aveva cominciato una nuova vita».

    Cosa pensa dell’eutanasia? «Credo che ogni paziente abbia il diritto di scegliere. Io sarei un obiettore di coscienza: se un paziente mi chiedesse di praticargli l’eutanasia, cercherei di fare di tutto per legarlo alla vita».

    In che modo?

    «Migliorando la sua condizione di vita. Alleviando il dolore fisico e la paura di morire. Serve quello che gli americani chiamano “human touch”. L’empatia. Dare sempre una speranza. Ci sono alcuni giovani oncologi che non vogliono vedere il paziente. Ma allora cosa fai il medico a fare? Non si può valutare tutto dalla cartella clinica. Non esiste solo la medicina scientifica, ma anche la medicina empatica».

    Che ricordo ha di Oriana Fallaci?

    «Una donna durissima. Piccolina, ma tutta d’un pezzo. Non amava vedere gente nella sua stanza: molti bussavano, per fare gli amiconi, ma lei aveva una malattia complessa, aveva gravi sintomi. Io ero l’ultimo arrivato. Lei ascoltava tanto, e amava anche raccontare: quando si tolse il velo davanti a Khomeini, quando si finse morta a Città del Messico sotto cumuli di cadaveri, e più prosaicamente quando Arafat sputacchiava mentre parlava. Quando la dimisero, le portavo le medicine a casa, aveva un appartamento nella parallela di via Solferino, si cercava di alleviarle le sue sofferenze. Era una personalità enorme: difficile tenerle testa».

    Lei crede in Dio? «Sì».

    Ha paura della morte?

    «No. È soltanto l’inizio di una vita diversa».

    Come immagina l’aldilà? «Un luogo dove potrò rincontrare tutte le persone che hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia vita: mio padre, mia madre, il professor Veronesi e il mio primario Aron Goldhirsch».



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