1. L’importanza di ammirare altre donne. In piedi Federica Brignone, vincitrice stellare dalla seconda medaglia d’oro, nel gigante. Ai suoi piedi le seconde a pari merito: Sara Hector, svedese, Thea Louise Stjernesund, norvegese, che si inchinano a lei in segno di omaggio. Come diciamo sempre “Ammirare altre donne è un fattore determinante per essere sé nel mondo”.
2. Fermarsi non è sempre arrendersi. Alysa Liu ha vinto la medaglia d’oro nel pattinaggio di figura. Lei pattina fin da piccola. Raggiunge grandi risultati. Poi, a 16 anni, si ritira. È il 9 aprile 2022. Sente che non è la vita che desidera, che sono gli altri a decidere per lei. Quattro anni dopo torna. Stavolta perché lo vuole davvero. La gioia conta. Fermarsi a volte non significa arrendersi. Ma prendere la rincorsa.
3. Riscrivere l’età dell’eccellenza. A 35 anni e sull’orlo del ritiro, la pattinatrice di velocità Francesca Lollobrigida ha realizzato la prestazione della sua carriera: vincendo due medaglie d’oro olimpiche. In una cultura ossessionata dal successo precoce, ha dimostrato che la maestria si approfondisce con il tempo e che l’età dell’eccellenza sportiva di può riscrivere.
4. La forza di provare strade nuove. Prima di diventare campionessa olimpica, Erin Jackson era una pattinatrice d’élite senza alcuna esperienza sul ghiaccio. Ha cambiato disciplina ed è arrivata ai vertici di uno sport completamente nuovo. La capacità di trasferire le competenze, adattarsi rapidamente e ricominciare è un talento.
5. Vincere è aprire la strada. Tallulah Proulx è diventata la prima filippina a competere alle Olimpiadi invernali, rappresentando un Paese senza tradizione negli sport invernali. Il suo successo va oltre i risultati: amplia ciò che gli altri credono possibile. La leadership non significa sempre vincere; a volte significa aprire la strada.
6. Dissentire ridendo. Eileen Gu, la più titolata campionessa di freestyle, che scoppia a ridere dopo che un giornalista le chiede se, avendo vinto l’argento, non sente di aver perso l’oro. ‘La tua prospettiva è ridicola, ma grazie lo stesso’. Non bisogna accettare tutte le domande. E si può farlo ridendo.
7. Declinare un invito (sebbene importante) se chi ti invita ti manca di rispetto. Hanno vinto l’oro alle Olimpiadi di Milano Cortina. Sono le ragazze della squadra di hockey degli Stati Uniti. E non si recheranno alla Casa Bianca per partecipare ai festeggiamenti in corso. Il “no grazie” arriva dopo l’ennesima battuta misogina di Trump,“A causa dei tempi e degli impegni accademici e professionali già programmati dopo i Giochi, le atlete non sono in grado di partecipare”.
8. Non avere paura di essere chi sei. Amber Glenn, una delle poche atlete dichiaratamente LGBT nel pattinaggio artistico, ha dimostrato che l’identità è un punto di forza da possedere. Più sei autentica, più potente diventa la tua presenza.
9. L’unico rimpianto è non provarci. Dopo anni di lontananza dalle competizioni, Lindsey Vonn torna sulle piste nonostante infortuni, battute d’arresto e rischi. E vince. Poi, cade di nuovo. Si fa male. Dall’ospedale scrive: “La vita è troppo breve per non rischiare. Perché l’unico fallimento nella vita è non provarci”.
10. Le prime che festeggiano l’ultima. Regina Martinez Lorenzo, prima atleta messicana nello sci di fondo, ha finito la sua gara con oltre undici minuti di scarto dalla prima, la svedese Frida Karlsson. Che, magnifica, la aspetta all’arrivo con Ebba Andersson e Jessica Diggins. E poi l’abbraccio. “Vederle lì è stato meraviglioso”
Stefano Massini racconta la storia gravissima della ragazza diciassettenne che è stata deferita ai servizi sociali per essere scesa in piazza a manifestare in difesa di alcuni lavoratori picchiati durante uno sciopero. E una domanda sorge spontanea: che paese siamo diventati?
FESTIVAL DI SAN REMO sono anni , da quando sono morti i mei nonni allora e ora consuetudine familiare , che non seguo assiduamente l festival di san remo , ma lo seguo facendo zapping o scegliendo le canzoni in base ai testi che leggo prima . Ma quest'anno per motivi di salute miei e familiari e per le critiche di Scanzi ed in particolare Lorenzo tosa mi danno ragione
Tosa ha ragione quando dice :<< Nelle ultime 24 ore è andato in scena l’intero repertorio del Sanremo secondo il vangelo di Carloconti - scritto per esteso.
Una centrifuga confusa e un po’ parac*** di banalità assortite, disimpegno, terzismo democristiano, terrore assoluto di prendere qualcosa che assomigli anche vagamente a una posizione, e che finisce involontariamente per fargliela prendere, una posizione: puntualmente la più pavida, comoda, annacquata. >>Infatti Ho visto la 2 giornata solo per non sordirmi le ..... propagandistiche del Si al referendum dalla Gruber e quella d'ieri dedicata allae cover . che ancora , un barlume di consuetudine ancora sopravvive , guardo interamente .
Giuseppe Scano
carissima Morena Manfreda e spett Mariarosaria Canzano avete ragione . ma come fare a non considerare "speciali " quelle persone , in particolare gli atleti paraolimpici che con un forte handicap e disabilità n riescono a abbattersi e cadere nel vittimismo e auto commiserazione riscattndosi e a donarci grandi emozioni
Mariarosaria Canzano
carissimo Giuseppe speciali sono le pizze…. Quelle di tutti i gusti di tutte le tipologie e di tutte le grandezze. Le persone con disabilità sono persone con deficit riconosciuti e non hanno nulla di speciale: quando cercate di edulcorare la disabilità, non fate altro che accrescere in noi genitori quello stato di ansia che ci accompagna nel quotidiano.!
Giuseppe Scano
Mariarosaria Canzano secondo te trasformare il deficit in forza anziché piangersi addosso o fare del vittimismo non è speciale ? Secondo me si
Mariarosaria Canzano
Giuseppe Scano no speciali sono le pizze… i nostri figli sono persone con bisogni speciali la cosa è un po’ diversa!! mi creda alcune situazioni bisogna viverle per capire di cosa stiamo parlando
Giuseppe Scano
Mariarosaria Canzano capisco
Un tema complesso in cui chi non ha figli\e o genitori disabili o con handicap considera speciali tali persone .Mentre per i genitori o gli stessi disabili non lo è sonno persone con bisogni speciali
«Da bidello a prof nello stesso liceo Che emozione ritrovarmi in cattedra»
Bologna, il 30enne ora insegna Latino e Greco. «Ero in graduatoria, ho atteso due anni»
Corriere della Sera
Di Federica Nannetti
Insegnante Francesco Morleo, 30 anni, è nato a Erchie, nel Brindisino. Ha studiato a Bologna, dove per i prossimi 3 mesi insegnerà Greco e Latino come supplente al liceo Minghetti
Il futuro l’ha sempre visto nella scuola, nonostante le difficoltà (messe in conto) di una vita da precario: anni di studi universitari classici, concorsi, tentativi di percorsi abilitanti all’insegnamento, graduatorie, idoneità, messe a disposizione. E pur di rimanere nell’ambiente, di fare esperienza e di entrare in qualche modo in contatto con i ragazzi, ha scelto di iniziare intanto come collaboratore scolastico, quello che un tempo si chiamava bidello. È in questa veste che da settembre Francesco Morleo, 31 anni ancora da compiere e originario di Erchie, nel Brindisino, è arrivato al liceo classico Minghetti di Bologna; poi, all’inizio di questa settimana, una notizia ormai impensabile a questo punto dell’anno: lo scorrimento in graduatoria e la supplenza in greco e latino,
I nclasse Mi sono agitato più nella preparazione della prima lezione che una volta in aula davanti agli alunni
all’interno dello stesso liceo, di una delle storiche docenti della scuola, in distaccamento per la vincita di un bando dell’università di Bologna per un incarico a termine.
Professor Morleo, si sarebbe mai aspettato una cattedra a tre mesi e poco più dalla fine dell’anno?
«È successo tutto in così pochi giorni che è stato difficile elaborare la notizia, anche emotivamente, ma non si può di certo nascondere la tanta emozione. E nemmeno la curiosità per quello che sarà a tutti gli effetti il primo incarico, che aspettavo da quasi tre anni».
Cosa ha provato a entrare la prima volta in classe, in veste di professore e non più di collaboratore scolastico?
«Sono stato quasi più agitato nella preparazione della prima lezione che poi una volta in classe. Con gli studenti mi sono semplicemente aperto, anche umanamente, abbiamo fatto un giro di presentazioni e abbiamo ripreso con Cicerone. È stata una bella soddisfazione. Ora insegnerò in una prima e in due seconde liceo».
Ci saranno poi anche i normali timori di classi proprie, di colleghi già conosciuti ma in un rapporto diverso, nonché nella relazione con le famiglie.
«Certo, credo sia parte del gioco. Ho notato per ora molta disponibilità da parte dei colleghi, che già mi conoscevano. È una situazione peculiare, strana, che mette anche un po’ in luce le storture del sistema scuola».
Ecco, a proposito, è sempre più difficile districarsi tra concorsi e graduatorie e il posto di ruolo resta quasi un miraggio.
«Vero. Dopo la laurea ho partecipato al concorso Pnrr 1, dove sono risultato idoneo ma non vincitore. Ho poi provato i percorsi abilitanti — ormai fondamentali, per non dire obbligatori, sia per sperare di farcela prima o poi sia per passare in prima fascia — ma molto costosi. Negli anni sono poi cambiate tante volte le regole e le procedure: anche per questo, a un certo punto, ho optato per il collaboratore scolastico. Non è facile entrare nel mondo della scuola ed è difficile vedere un futuro stabile: ho l’impressione che stia diventando sempre più escludente e accessibile solo a chi può permettersi un elevato investimento economico, non a chi è davvero meritevole. E anche il sistema di punteggio delle graduatorie ha dei controsensi: spesso faccio il paragone con i locali che cercano camerieri con esperienza, ma se non ci sono opportunità, sarà impossibile iniziare e andare avanti. Per fortuna ora maturerò un po’ di punteggio».
Il mondo della scuola A causa dei costosi percorsi abilitanti ormai è accessibile più a chi ha soldi che a chi ha merito
Cosa le piacerebbe lasciare ai suoi studenti?
«Ci tengo a essere all’altezza e a trasmettere loro qualcosa di positivo, soprattutto la mia passione per i classici. Mi piacerebbe potessero ricordarlo come un periodo di ricchezza, di crescita».
E il futuro?
«Intanto arriverò alla fine dell’anno scolastico. Non è da escludere che l’anno prossimo sia di nuovo collaboratore scolastico. Concorsi e percorsi abilitanti attuali fanno fatica a dare una prospettiva a chi inizia il percorso e a chi vorrebbe provarci».
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Thomas, Guenda e la cura genica «Un raffreddore poteva ucciderci oggi viviamo come tutti i ragazzi»
Corriere della Sera
Carlotta Lombardo
Felici Thomas e Guenda, 18 e 14 anni, con i loro genitori oggi e quando erano più piccoli
«Come sto? Come ogni altro ragazzo della mia età, quindi bene! Prima mi ammalavo sempre, dovevo stare chiuso in casa e ogni settimana fare le punture sapendo che, prima o poi, potevano smettere di funzionare. La terapia genica ha salvato la mia vita ma anche quella di mia sorella, malata come me di Ada-scid. Ora andiamo a scuola e facciamo sport. Io vado in palestra e a calcio e Guenda a equitazione e possiamo frequentare gli amici senza aver paura di prenderci qualcosa».
Un mondo «normale e bellissimo» che a Thomas, 18 anni, e alla sorellina Guenda, 14, è stato restituito da una cura innovativa nata nel 2016 dalla ricerca Telethon nell’istituto San Raffaele-tiget di Milano dove, a oggi, sono stati curati 51 bambini da tutto il mondo affetti da questa rarissima forma di immunodeficienza e che, in Italia, colpisce un bambino su 375mila rendendoli talmente fragili da poter essere uccisi da un semplice raffreddore, o una banale infezione.
Strimvelis, questo il nome della terapia genica per i «bambini bolla», dal 2023 è prodotta e distribuita nell’unione Europea da Fondazione Telethon: per scongiurarne il ritiro dal mercato e continuare a garantirne la continuità di accesso ai pazienti. Una cura sicura e gratuita (è rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale), la cui efficacia è stata confermata ieri, alla vigilia della Giornata delle Malattie Rare e a dieci anni dalla sua prima approvazione, dall’agenzia Europea per i Medicinali. «Alcuni pazienti hanno accesso al trapianto da donatore sano, compatibile, ma quando questo non c’è la terapia genica può essere un’opzione terapeutica valida. L’ema non solo ha ribadito il rapporto beneficio-rischio favorevole di questa cura, ma ha raccomandato il rinnovo dell’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco con validità illimitata — spiega Alessandro Aiuti, vicedirettore dell’istituto San Raffaele Telethon per la terapia genica (Sr-tiget) —. Gli studi dimostrano che nei pazienti trattati con Strimvelis la sopravvivenza è al 100% e che continuano ad avere un sistema immunitario in grado di difenderli dalle infezioni».
Una sola infusione per correggere il difetto del sangue, permettendo ai «bambini bolla», costretti al chiuso di una stanza, di riprendere gioco, scuola, sport. Come è successo a Thomas e Guenda.
«Thomas fino ai tre anni non aveva sintomi ma con l’asilo ha cominciato ad ammalarsi di continuo — ricorda la mamma, Elisa Cannizzaro, che vive con il papà dei ragazzi non lontano da Roma, a Castelnuovo di Porto —. Mi ero illusa che non fosse niente di grave ma dopo l’ennesima crisi e il ricovero all’umberto I è arrivata la diagnosi». Un giorno che Elisa non dimenticherà mai. «Era un lunedì mattina. Thommy aveva sei anni, Guenda 10 giorni. Ad accoglierci, in ospedale, sei medici, tutti insieme. Ho capito subito che era una cosa seria. Dopo poco è arrivata la seconda botta con Guenda».
Trattandosi di una malattia genetica ereditaria i medici effettuano infatti i test per l’ada-scid alla piccola, confermando anche per lei la malattia. «Per il trapianto di midollo non eravamo compatibili e per tanti anni i nostri figli hanno ricevuto la terapia enzimatica sostitutiva. Inizialmente in ospedale — sei ore di flebo due volte alla settimana — poi a casa con una iniezione settimanale. Poi, finalmente, la salvezza. Telethon ci ha ridato un futuro e il calore di una seconda famiglia».
stavo chiudendo tale post quando ho letto qu,es articolo su il fatto quodiano d'oggi
Malattie rare Con lo screening neonatale si salvano molte vite
Il Fatto Quotidiano
VIVIANA ROSATI
Un ospedale pediatricoControllo alla nascita
Caro direttore
nella Giornata mondiale delle malattie rare, che si svolge il 28 febbraio, vorrei parlarvi delle leucodistrofie. Queste sono un gruppo di malattie genetiche neurodegenerative rarissime che colpiscono principalmente i bambini. Esse causano una progressiva distruzione della mielina, la sostanza protettiva che circonda i nervi, portando a una rapida perdita delle funzioni motorie e sensoriali, spesso con conseguenze fatali in assenza di trattamenti precoci.
Una malattia rara rimane tale finché non colpisce tuo figlio, mio figlio Davide è stato un malato di leucodistrofia e ora non c'è più. Per questo motivo sono entrata in questo mondo, un mondo a parte.
Per due forme particolarmente gravi di leucodistrofia, la Ald e la Mld, esiste ormai una terapia genica che funziona solo quando il bambino non presenta ancora i sintomi.
Quando esiste una cura, non effettuare lo screening equivale a perdere volontariamente l'occasione di salvare una vita. Lo screening neonatale, quindi, salva le vite dei bambini.
In Europa il ritardo nella diagnosi è preoccupante.
In Italia lo screening neonatale per la Mld è attivo solo in tre regioni: Lombardia, Toscana, Puglia. La speranza di vita e di salute non può essere legata alla geografia, alla fortuna di nascere nella regione giusta. Chiedo con forza che lo screening sia esteso a tutto il territorio nazionale.
Vi ringrazio per l'attenzione e vi chiedo di sostenere me e la nostra associazione, Ela Italia, in questa battaglia di umanità. Salviamo vite.
Dottori di giorno, musicisti la sera: la doppia vita dei “Non solo Ippocrate” Nel curriculum più lontano vanta la partecipazione allo
Zecchino d’Oro («Avevo cinque anni, mi fermai alle regionali, ma ricordo
ancora l’emozione di avere accanto il mago Zurlì»), in quello più
attuale una naturale vocazione a scandagliare corpo e anima:
«L’ecografista è come un artista: deve conoscere lo strumento,
accordarlo, e a quel punto escono fuori immagini che sono come suoni».
Allora non stupisce che Danilo Sirigu, responsabile del servizio di
Ecografia sperimentale e dei Trapianti del Brotzu e mago dell’ipnosi,
accanto al lettino abbia mixer e microfono. La musica è una costante
della sua vita, tanto da spingerlo a fondare una band decisamente
originale: i componenti sono tutti medici, divisi tra corsie e palco;
professionisti della sanità, che mettono in musica le malattie e fanno
del bene anche senza camice bianco. Medici pop Nome d’arte: “Non solo Ippocrate”. Formazione: Sirigu,
fondatore, voce, tastiera e autore dei testi; alla chitarra c’è il
medico legale Paolo Porcu, armonica blues e chitarra sono del
dermatologo Pietro Iannelli (componente storico insieme a Sirigu),
l’igienista Ilio Erbi è alla batteria, l’ematologo Daniele Sabiu al
basso; voce e chitarra per il fisioterapista Mauro Usala. E poi c’è
l’ultima arrivata: Stefania Sirigu, figlia di Danilo, specializzanda in
Pediatria, che nel gruppo canta. Il repertorio «c: il dottor Sirigu ne è
assolutamente convinto, lo ribadisce più volte e l’ha messo pure per
iscritto in uno dei suoi testi. Che, al netto di due inediti, sono una
rivisitazione in chiave decisamente ironica di brani di successo. Con
sintomi e patologie raccontate al ritmo di musica: “Attenti al lupo” si
trasforma in “Attenti al lupus “, “Sognando la California” in “Sogno che
avrò l’ernia“, “Baila Morena” in “Baila la vena”. Gli esordi Un destino forse già scritto, per Sirigu: ai tempi dello
Zecchino d’Oro non riuscì ad arrivare a Bologna, ma in seguito di palchi
è riuscito a conquistarne tanti. Inizialmente come solista: «La prima
esibizione, a Perugia, fu un successo. Cantavo sulle basi di Felice
Cassinelli e arrivai primo al concorso Castrocaro per medici artisti.
Erano gli anni Novanta, di “clinic music” si faceva un gran parlare e
decisi di creare un gruppo». All’inizio i “Non solo Ippocrate”
comprendevano anche musicisti non professionisti estranei alla sanità.
Nel 2010 la svolta: solo medici, e la vittoria al Med Music Festival,
arrivata con l’esecuzione di “24.000 bianchi”, rilettura del classico di
Celentano “24.000 baci” che racconta la storia di un addome acuto e di
un medico in reperibilità. Primo posto. Da lì non so sono più fermati. Note solidali Si sono esibiti alla Rai, al Lirico di Cagliari e in tutti i
teatri sardi portando in giro la loro “clinic music”, che è anche uno
dei loro testi: “Suoni ed ultrasuoni, con le diagnosi io faccio canzoni,
il fonendo nella mano è un microfono un po’ strano, che mi serve a far
capire che sorridere è un po’ guarire”. E questa simpatica e
originalissima band di sorrisi ne strappa davvero tanti. Ridono anche
loro, durante le prove nella saletta a casa del dottor Porcu, e
continuano a farlo davanti al pubblico. E fanno due volte del bene,
perché i loro spettacoli hanno il fine nobile di raccogliere fondi per
sostenere progetti di solidarietà: “Non solo Ippocrate” è anche
un'associazione di volontariato, con Iannelli presidente. Vita e colonna sonora E si ritorna a Sirigu, che oltre all’eccellenza medica ha dalla
sua anche l’iscrizione alla Siae con la qualifica di “compositore
melodista non trascrittore”, ottenuta dopo aver sostenuto un’esame.
Perché “non trascrittore?” «Vado a orecchio, di teoria musicale non so
nulla», ammette ridendo: «Ma la musica è la colonna sonora della mia
vita: c’è sempre, anche quando faccio l'ipnosi». Una musica diversa, con
mixer e microfono accanto al lettino sistemato al piano terra del
Brotzu.
a che tali manifestazioni sono solo buonismo o pietismo
Dopo le comunicazioni di servizio veniamo al post vero e proprio Lo so che manca ancora una settimana alle para olimpiadi di milano cortina 2026 , ma vedendo le emozioni che mi hanno datto sia le gare che le storie degli atletti che gareggiano sia che vincano che non vincano attendo con ansia , tanto sono ancora convalescente , quelle para olimpiche . Ci saranno altre emozioni ed altro spettacolo di abilità . Alcuni dicono che esse non sono importanti come le altre ma solo un atto di pietà verso chi è stato meno frtunato nella vita . Ma invece se legge la storia e di come essi hanno avuto origine
ci si accorgerà , sempre che lo si voglia , che l’importanza delle Paralimpiadi non è solo pietismo trascende lo sport e tocca, nelle sue vette più alte, la validazione e il giusto riconoscimento delle persone diversamente abili. Di solito le Paralimpiadi cominciano poco dopo le Olimpiadi, e mettono in campo i migliori atleti disabili del mondo per dimostrare a chiunque che, con il duro lavoro e la giusta dose di determinazione, tutti i limiti si possono superare. Questa competizione sportiva quadriennale ha certo origini più recenti rispetto alle Olimpiadi, e costituisce insieme ai valori olimpici un importante traguardo per la società moderna e i diritti civili.
Dopo il grande successo delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 e le emozioni delle competizioni che hanno coinvolto il mondo dello sport, è tutto pronto per l’altro grande appuntamento dell’anno le paralimpiadi Invernali 2026, che prenderanno il via sabato 6 marzo 2026 con la cerimonia di apertura ufficiale all’Arena di Verona. La rassegna paralimpica, che è la 14ª edizione dei Giochi Invernali Paralimpici, proseguirà fino al 15 marzo 2026, trasformando diverse località italiane in palcoscenici per lo sport adattato ai massimi livelli. La Fiaccola Paralimpica e la staffetta della Fiamma
Il simbolo dei Giochi, la Fiamma Paralimpica, sta attraversando senza lo stesso clamore mediatico delle " classiche olimpiadi invernali " l’Italia in un intenso percorso di oltre 11 giorni, partendo dal Regno Unito, la culla del movimento paralimpico, e passando per città come Torino, Milano, Roma, Napoli e Bologna prima di arrivare a Verona per accendere lo spirito della competizione l viaggio della fiamm coinvolge oltre 500 tedofori, tra atleti paralimpici, rappresentanti sportivi e persone simbolo del valore inclusivo dello sport, uniti per celebrare storie di resilienza e forza. Dove si gareggerà e cosa aspettarsi
Le gare paralimpiche saranno distribuite sulle principali sedi dell’edizione:
Cortina d’Ampezzo – Para Sci alpino e para Snowboard, oltre al wheelchair curling allo Stadio Olimpico del Ghiaccio.
Tesero (Val di Fiemme) – Para Biathlon e Sci di fondo paralimpico.
Milano – Para Ice Hockey presso la Santa Giulia Ice Hockey Arena.
Si prevede la partecipazione di circa 665 atleti da oltre 50 nazioni, pronti ad affrontare una decina di giorni di competizioni intense, emozionanti e simboliche. Spirito e importanza delle Paralimpiadi Le Paralimpiadi non sono solo uno degli eventi sportivi più importanti al mondo per gli atleti con disabilità, ma rappresentano anche un momento di riflessione e di sensibilizzazione sociale. Uno spazio dove inclusione, equità e performance sportiva si fondono per mostrare al pubblico internazionale la potenza dello sport adattato. Questa edizione di Milano-Cortina 2026 promette di essere tra le più affascinanti e partecipate di sempre, con competizioni spettacolari e atleti pronti a superare i propri limiti sotto gli occhi del mondo.
Gli azzurri più attesi
Giacomo Bertagnolli, pluricampione paralimpico nello sci alpino, punto di riferimento del movimento italiano. Dopo le medaglie conquistate nelle precedenti edizioni, arriva a Milano-Cortina con ambizioni importanti.
René De Silvestro, tra i giovani più brillanti del circuito, già medagliato ai Giochi, capace di competere ai massimi livelli nelle discipline tecniche.
Federico Pelizzari, nome emergente del team azzurro, pronto a sfruttare il fattore casa.
Nazionale italiana di Para Ice Hockey, l’Italia punta sull’esperienza del gruppo storico e sull’energia del pubblico di Milano per cercare l’impresa contro potenze come USA e Canada.
Ci sono molte storie ispiratrici di atleti paralimpici italiani che hanno raggiunto traguardi eccezionali, superando sfide personali e dimostrando grande determinazione e spirito di squadra. Ve ne racconteremo alcune, per evidenziare quanto lo sport sia un potente strumento di inclusione, motivazione e cambiamento sociale
Da atleta Olimpico a Paralimpico sulla neve di casa, Emanuel Perathoner unisce i due mondi • Snowboard
Il due volte atleta Olimpico di snowboard Emanuel Perathoner si è infortunato mentre si allenava per la sua terza partecipazione ai Giochi invernali, ma, vedendo il lato positivo in ogni cosa come filosofia di vita, è ora pronto a fare il suo debutto Paralimpico sulla neve di casa. Olympics.com ha parlato con il tre volte Campione del mondo di snowboard Paralimpico della sua inaspettata seconda vita in questo sport e di come gli snowboarder Olimpici e Paralimpici italiani si siano uniti in vista di Milano Cortina 2026.
Foto di Cameron Spencer/Getty Images
Di Lena Smirnova28 novembre 2025 11:30 GMT+110 min di lettura
Quelli di Milano Cortina 2026 saranno i primi Giochi Paralimpici per Emanuel Perathoner, ma l'atleta italiano non è nuovo alle competizioni di alto livello. Perathoner aveva 19 anni l'ultima volta che l'Italia ha ospitato i Giochi Olimpici e Paralimpici. Aveva cercato di qualificarsi per Torino 2006, partecipando anche alla gara di qualificazione, ma alla fine non era riuscito a entrare nella squadra italiana di snowboard cross. Torino 2006 è stata la prima volta che questa disciplina è stata inclusa nel programma Olimpico e Perathoner ha seguito tutte le gare tra una sua competizione FIS e l'altra in Austria. Quattro anni dopo, era dall'altra parte dello schermo, con la sua famiglia e i suoi amici che lo guardavano mentre faceva il suo debutto a cinque cerchi a Sochi 2014. Curiosamente, lo snowboard Paralimpico, lo sport che Perathoner avrebbe iniziato a praticare otto anni dopo, ha fatto il suo debutto Paralimpico proprio sulla stessa collina di Rosa Khutor. Perathoner ha apprezzato molto la sua prima esperienza Olimpica. Ha sfruttato al massimo la vita nel Villaggio Olimpico e ha potuto assistere anche ad alcune gare di sci alpino, che si sono svolte nello stesso cluster di impianti. Dal punto di vista agonistico, però, Sochi 2014 è stata un'esperienza frustrante per Perathoner. Lo snowboarder ha subito una commozione cerebrale e un infortunio al polso durante gli allenamenti. Quando è tornato in pista pochi giorni dopo, uno dei suoi compagni di squadra gli è finito addosso, causandogli la frattura di due costole.
“Il medico mi ha detto: ‘Vai all'area di arrivo e resta lì’. Non mi hanno lasciato gareggiare”, ha ricordato Perathoner. “Ho pianto durante la discesa. Ti alleni per quattro anni, cerchi di arrivare lì, e poi è come... sì, ma questo è lo sport. Succede”. Perathoner non ha potuto vivere nel Villaggio Olimpico né assistere alle altre discipline sportive nella sua seconda esperienza a cinque cerchi, quella di PyeongChang 2018, ma ha completato le sue gare. Si è classificato 15° nello snowboard cross, il miglior piazzamento tra gli atleti italiani nelle gare maschili. “Ci sono stati molti incidenti, infortuni e anche alcune carriere sono finite lì”, ha detto Perathoner. “Avrei potuto fare meglio perché ero abbastanza veloce, ma ho commesso un errore alla fine, ho avuto un contatto con altri atleti. Ma ero abbastanza contento di uscirne con entrambe le gambe perché è stata una situazione piuttosto difficile”.
Emanuel Perathoner, in blu, si è classificato quindicesimo nello snowboard cross ai Giochi Olimpici di PyeongChang 2018. “Sii sempre positivo”: l'approccio di Emanuel Perathoner dopo l'infortunio L'andamento delle gare alle sue prime due edizioni Olimpiche non è stato ideale per Perathoner. Ma Beijing 2022 prometteva di essere diversa. Lo snowboarder ha registrato i suoi migliori risultati dopo PyeongChang 2018, vincendo una medaglia di bronzo ai Campionati del mondo FIS di snowboard, freestyle e freeski 2019 e ottenendo tre podi in Coppa del mondo, tra cui una vittoria nel dicembre 2018. Il percorso di snowboard cross di Beijing 2022 complementava i suoi punti di forza, rendendo più nitido il sogno di una medaglia Olimpica. “Pensavo continuamente ai Giochi di Pechino. Era il mio obiettivo principale”, ha detto Perathoner. “Non ho mai pensato di smettere dopo PyeongChang”. L’azzurro si stava allenando duramente per i suoi prossimi Giochi Olimici invernali, ma proprio durante gli allenamenti ha subito un grave infortunio alla gamba sinistra. Dopo l'incidente del 14 gennaio 2021, Perathoner ha subito quattro interventi chirurgici, una protesi totale al ginocchio e un anno di riabilitazione. Tuttavia, anche in ospedale, ha continuato a sperare di poter partecipare ai Giochi di Beijing 2022. Man mano che la data si avvicinava, però, e non riusciva ancora a camminare senza stampelle, Perathoner ha dovuto ammettere che una terza partecipazione Olimpica non era nel destino per lui. È stata una delusione enorme, ma osservandolo in quel momento non si sarebbe detto. “C'era una signora che andava dal mio fisioterapista e mi ha detto: ‘Tu sorridi sempre’. Penso che sia una cosa positiva aver imparato a non mollare mai, a sorridere sempre”, ha detto Perathoner. “Questo ti aiuta molto a superare i momenti difficili”. Sebbene Perathoner non abbia gareggiato ai Giochi di Beijing 2022, ha fatto una comparsa grazie alla medaglia di bronzo vinta dal compagno di squadra Omar Visintin nello snowboard cross maschile. Subito dopo le gare per le medaglie, sono state effettuate delle videochiamate con le famiglie degli atleti, che non hanno potuto recarsi ai Giochi a causa delle restrizioni Covid. Ma quando la famiglia di Visintin non ha risposto subito, Perathoner, il compagno di squadra con cui ha vinto la Coppa del mondo a squadre nel marzo 2018, è apparso sullo schermo ed è stato il primo a congratularsi. “È stato davvero bello”, ha detto Perathoner. “Non essere lì ma condividere quel momento con il tuo ex compagno di squadra e amico è davvero bello”. La reincarnazione di Emanuel Perathoner come snowboarder Paralimpico Il primo obiettivo di Perathoner dopo l'infortunio era quello di tornare a camminare. Ci è riuscito, senza l'aiuto delle stampelle, nel luglio 2022. A settembre ha iniziato gradualmente a correre sul tapis roulant. A ottobre, durante un viaggio a Bolzano, in Italia, ha incontrato alcuni ex compagni di squadra e ha indossato uno snowboard per la prima volta dopo più di un anno e mezzo. Quella discesa ha riacceso in lui la vecchia passione per la competizione. “Mi mancava, soprattutto gareggiare”, ha detto Perathoner. “Guardavo tutte le competizioni e mi mancava gareggiare”. Dopo aver scoperto che il suo infortunio lo rendeva idoneo per lo snowboard Paralimpico, Perathoner è stato inserito e a novembre ha gareggiato nella classe LL2 (Lower Limb 2) alla sua prima Coppa Europa. Un mese dopo, ha partecipato alla sua prima Coppa del mondo. È stata una curva di apprendimento ripida, soprattutto capire come sciare con una mobilità limitata al ginocchio e alla caviglia. Anche adesso, a pochi giorni dall'inizio della sua quarta stagione di Coppa del mondo di snowboard Paralimpico, Perathoner continua ad apportare modifiche alla sua tecnica. “La cosa positiva è stata la mia esperienza e il fatto di essere anche allenatore e istruttore di snowboard, questo mi ha aiutato molto”, ha detto l'atleta. “Conosci il tuo corpo. Sai cosa fare. Conosci la tecnica sulla tavola e puoi provare cose diverse, e penso che questa sia stata la cosa più importante per me”. Perathoner si è lanciato nella sua prima stagione di snowboard Paralimpico senza alcun allenamento sulla neve e senza alcuna aspettativa. Alla fine, ha conquistato il titolo mondiale nel dual banked slalom, l'argento mondiale nello snowboard cross ed è salito sul gradino più alto del podio in tre gare di Coppa del mondo. È stato un debutto spettacolare per l'atleta, che da allora ha consolidato il suo status con altre 15 vittorie in Coppa del mondo e una doppia medaglia d'oro ai Campionati del mondo di snowboard Paralimpico 2025. Ma per Perathoner, un tempo bambino ultra competitivo che abbandonava gli sport che amava quando sentiva di non poter vincere, le medaglie non sono più l'obiettivo principale. "Tornare in pista è stata la cosa che mi è piaciuta di più. Tornare a sciare, praticare di nuovo lo sport che ho fatto per tutta la vita“, ha detto. ”Alla fine, quando finisci la stagione, pensi: ‘Ok, ne vale ancora la pena? Mi diverto ancora a gareggiare?’. Questa è la cosa più importante per me. Se smette di essere divertente per me, smetterò di gareggiare. Mi diverto, ecco perché lo faccio"Prima di vincere titoli mondiali nello snowboard Paralimpico, Perathoner ha gareggiato nello snowboard cross in due edizioni dei Giochi Olimpici Invernali. Si stava allenando per i suoi terzi Giochi quando un grave infortunio ha posto fine al suo sogno.Ma non è stata la fine. Semplicemente un cambio di direzione.
Perathoner è ora pronto a fare il suo debutto Paralimpico cinque anni dopo l'infortunio, un intervento di sostituzione del ginocchio, un anno di riabilitazione e 18 mesi con le stampelle. Il suo ritorno allo sport agonistico ha contribuito a riunire le squadre Olimpiche e Paralimpiche italiane in vista dei Giochi che si terranno in casa e, mentre il conto alla rovescia continua - mercoledì 26 novembre ha segnato 100 giorni all'inizio dei Giochi Paralimpici e 72 giorni all'inizio dei Giochi Olimpici - Perathoner è entusiasta di tifare per i suoi ex compagni di squadra e di essere tifato da loro. “Bisogna cercare di essere positivi, di trovare cose diverse, di non pensare alle cose brutte che potrebbero succedere e di vedere il lato positivo delle cose che ti sono successe”, ha detto Perathoner in un'intervista esclusiva a Olympics.com. “Ora ho una seconda carriera. Non me lo aspettavo, ma è una cosa positiva”.
Infatti la sua storia è importante perchè permette di creare un legame tra il mondo Olimpico e quello Paralimpico Uno degli aspetti più divertenti della sua nuova carriera nello snowboard Paralimpico è che Perathoner ha la possibilità di ritrovare i suoi compagni della squadra Olimpica. Gli snowboarder Olimpici e Paralimpici italiani spesso si allenano insieme sugli stessi percorsi, si scambiano consigli e si incoraggiano a vicenda durante le gare. Prima che Perathoner entrasse a far parte della squadra Paralimpica, non era così. Quando faceva parte della squadra Olimpica, lui e i suoi compagni di squadra raramente incrociavano gli snowboarder Paralimpici, che si allenavano principalmente nei fine settimana. “Da quando sono entrato nella squadra Paralimpica, penso che il legame tra le squadre sia più intenso perché ci alleniamo insieme e i miei ex allenatori, se chiedo loro un consiglio, mi rispondono sempre di sì”, ha detto Perathoner. “A volte anche i miei ex compagni di squadra danno loro qualche consiglio. È una cosa positiva”. Sebbene Perathoner sia felice di ritrovare i suoi compagni di squadra e allenatori Olimpici, alcuni dei quali conosce dal suo debutto nella Coppa del mondo FIS nel 2003, non gli manca la competizione all'interno della squadra nazionale. I podi hanno solo tre posti, il che significa che i compagni di squadra finiscono per gareggiare l'uno contro l'altro. Questo non è il caso degli sport Paralimpici, dove i compagni di squadra con classificazioni diverse gareggiano in gare separate. “Ora non gareggio contro i miei compagni di squadra”, ha detto Perathoner. "E posso aiutarli. Posso dare loro molti consigli e non devo pensare: ‘Ok, ora gli do dei consigli e poi, se gareggiamo insieme, potrebbero superarmi’. “È bello anche condividere le vittorie con i compagni di squadra nello stesso giorno. Ho condiviso il podio con il mio compagno di squadra. Io sono arrivato secondo, lui ha vinto. Anche questo è molto bello, ma se vincono entrambi è ancora meglio”. E le feste sono più grandi quando due compagni di squadra italiani vincono il Globo di Cristallo assoluto, come hanno fatto Perathoner e Jacopo Luchini, che gareggia nella classe UL (Upper Limb), alla fine della scorsa stagione? Non necessariamente. “Sono troppo vecchio per queste cose”, ha detto Perathoner, 39 anni, ridendo. “Non faccio più feste”. Casa dolce casa: un debutto Paralimpico a due ore dalla sua città natale Indipendentemente dalla loro classificazione o dalla loro appartenenza a una squadra Olimpica o Paralimpica, la destinazione è la stessa per gli atleti con cui Perathoner si allena: Milano Cortina 2026.
Per il tre volte Campione del mondo di snowboard Paralimpico, i Giochi hanno un vantaggio in più. Perathoner gareggerà a due ore dalla sua città natale, il che significa che molti dei suoi amici e familiari potranno tifare per lui di persona. Tra questi c'è anche sua moglie Belén, che in queste occasioni sventola una grande bandiera italiana con il volto del marito. “Ogni volta che vedo quel volto mi viene da ridere, ma è bello vederlo”, ha detto Perathoner. Sarà la prima volta che Perathoner vedrà la sua famiglia al traguardo di un grande evento, dato che non hanno potuto seguirlo a Sochi 2014 o PyeongChang 2018. Ma c'è un'altra prima volta che Perathoner vuole spuntare dalla lista quando andrà ai Giochi nella sua città natale. “Vincere una medaglia”, ha detto. “È la cosa che mi è mancata di più nelle mie precedenti Olimpiadi, perché mi sono dedicato allo scambio di spille e ho visto diversi sport, e l'obiettivo principale delle Paralimpiadi - era già così alle ultime Olimpiadi, perché si vuole salire sul podio - la cosa che desidero di più è vincere una medaglia, o due”.
non sapevo che il 28 febbraio proprio il giorno dei miei 50 anni fosse Giornata mondiale di sensibilizzazione
Benedetta, 18 anni «Io, malata rara, la ricerca è speranza»
L’appello in vista della Giornata mondiale del 28 «Uniamo» raccoglie 200 associazioni di pazienti: «Bisogna investire per trovare farmaci e ausili»
Corriere della Sera
Di Chiara Daina
Benedetta Piola, 18 anni, collabora con la radio del Gaslini, ospedale dove è in cura da quando aveva 4 anni
Convivere con una malattia rara significa vivere un doppio smarrimento: quello del senso di solitudine dovuto alla difficoltà di trovare altre persone con la stessa condizione (i malati rari sono circa due milioni in Italia e 300 milioni nel mondo per 6-8 mila patologie diverse) e quello dell’incertezza sul decorso dei sintomi e sulle terapie, a causa della scarsa conoscenza scientifica sulla malattia. «Il diritto alla cura - afferma Annalisa Scopinaro, presidente di Uniamo, la Federazione italiana malattie rare (che raggruppa oltre 200 associazioni di pazienti), alla vigilia della Giornata mondiale di sensibilizzazione, il 28 febbraio - è il diritto a una vita piena. Bisogna investire non solo nella ricerca di farmaci, ma anche nell’offerta di trattamenti riabilitativi continuativi, penso ad esempio alle sedute di psicomotricità, e ausili personalizzati, inclusi quelli digitali come i comunicatori oculari, per migliorare la qualità di vita delle persone che ad oggi non possono contare sulle terapie farmacologiche».
Solo per il cinque per cento delle malattie rare conosciute esistono infatti cure specifiche. «Spesso l’asl non passa i trattamenti o ci sono lunghe liste di attesa e la famiglia paga di tasca sua». L’appello a fare di più arriva anche da una paziente teenager, Benedetta Piola, 18 anni, ultimo anno del liceo scientifico Cassini di Genova:
«Ai giovani ricercatori chiedo di appassionarsi alle cause che sembrano perse, come le malattie rare, perché dietro ci sono persone che soffrono e una piccola scoperta può diventare una cura miracolosa che cambia il loro destino».
Al Gaslini
Benedetta non perde per un attimo il suo sorriso durante l’intervista. Il messaggio questa volta è rivolto alla società: «Non considerateci diversi, chi ha una malattia inguaribile ha bisogno di sentirsi accolto dagli altri». È finita la mattina a scuola, la ragazza, tolto lo zaino dalle spalle, indossa il futuro: «Voglio studiare medicina a Pavia dopo la maturità. Vedere i dottori impegnati a salvare i bambini mentre ero ricoverata all’ospedale Gaslini mi ha aiutato a dare un senso alla vita quando non potevo incontrare nessuno perché ero troppo debole».
Benedetta ha idee luminose e una sensibilità per la vita autentica. «La malattia - racconta - per me è stata un’opportunità. Mi sono scoperta curiosa di come funziona il corpo umano e, sperimentando sulla mia pelle la fragilità, ho imparato a stare al mondo oltre le apparenze e la frenesia, infatti ho scelto di non avere i social e di approfondire ogni cosa che mi interessa leggendo libri e guardando documentari». A quattro anni le hanno diagnosticato la sindrome linfoproliferativa autoimmune, una patologia rara in cui il sistema immunitario attacca alcune cellule dell’or
ganismo, rendendola più suscettibile alle infezioni. «Da allora - spiega - prendo l’antibiotico un giorno sì e uno no e altri farmaci ogni mattina e sera per il sangue, i dolori muscolari e i problemi respiratori dovuti alla malattia. Ho passato l’infanzia fuori e dentro l’ospedale, l’ultimo ricovero a 14 anni. Quando ero piccola non potevo giocare all’aperto con gli altri per non rischiare bronchiti e, durante il Covid, ho continuato la didattica a distanza anche quando i miei compagni erano tornati in classe. Ho vissuto momenti di ansia e tristezza, volevo godermi la vita ma le cose belle erano lontane da me».
La stanchezza è un altro sintomo con cui Benedetta Piola convive. «Mi viene il fiatone dopo una rampa di scale, prendo gli ascensori, ho bisogno del cuscino sotto la sedia e, non potendo sempre prendere i mezzi pubblici, uso spesso un taxi pagato dal Comune per andare a scuola. Oggi, però, sto meglio, mi stanno abbassando i dosaggi dei farmaci e al Gaslini ci torno solo per i controlli». L’esperienza con il dolore ha
Trasformazione «Esci dall’ospedale che sei diversa, le difficoltà quotidiane diventano più lievi»
agito in lei come una lente trasformativa: «Esci dall’ospedale che sei diversa: le difficoltà quotidiane diventano più lievi dopo aver visto coetanei con problemi di salute peggiori dei tuoi che sanno essere felici lo stesso; e gli ostacoli, anziché farti paura, sai che li puoi affrontare».
Benedetta collabora come volontaria con la radio del Gaslini, creata e diretta da don Roberto Fiscer. Un modo per esprimere la sua gratitudine per quanto ha ricevuto da quel luogo. L’indomani ha un compito in classe di letteratura, deve ripassare Pascoli, Leopardi e D’annunzio, ma i pensieri rincorrono i sogni e la sua vita è ancora tutta da disegnare: «Mi interessa capire i meccanismi del cervello e come si sviluppano i nostri comportamenti. Mi iscriverò alla specialità di neurologia o neuropsichiatria infantile».
Queste olimpiadi invernali un tosacana per la mia convalescenza mi sono servite a passare il tempo . Esse mi hanno emoziionato e fatto sognare ma anche incazzare certe decisioni arbitrali in certi incidenti per esempio quelli incidenti che hanno coinvolto Pietro Sighel nelle tre gare individuali di pattinaggio di velocità alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 e il doppiopesismo del CIo si certi casi , l'uso propagandistico di trump e affini ) Ma tutto sommato nonostante siano per il 90 % un circo ( ormai è consuetudine purtroppo vedere la scelta sull'olimpiade del centenario ( 1996 ) fra Atalanta ( sede della coca Cola ) e Atene ( sede originaria delle olimpiadi ) sono state ricche di strorie ed aneddoti ,, orgoglio sfide con se stessi ed i propri limiti fisici ( brignone e tabanelli ) .Ora mentre aspetto quelle paraolimpiche faccio un bilancio di queste appena trascorse . Infatti Il post si potrebbe intitolare per dare un senso di continuità e di aggiunta alle storie già raccontate precedentemente, cosa rimarrà di queste olimpiadi parte II visto che avevo pubblicato il post : << cosa rimarrà di questi olimpiadi >> . Ma poi ho scelto quello che leggete sopra . preso a prestito insieme alle storie da Le Olimpiadi del Bene - storie di "Giusti nello Sport" a Milano Cortina 2026 di (gariwo.net)
Dopo tre settimane di emozioni, gare indimenticabili e uno spirito di festa che ha pervaso tutta l’Italia, domenica 22 febbraio è ufficialmente calato il sipario sui Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 (in attesa dell’inizio dei Giochi Paralimpici, in programma dal 6 al 15 marzo 2026).
I mesi che avevano preceduto l’inizio delle Olimpiadi sono stati caratterizzati – come spesso capita in concomitanza delle grandi manifestazioni internazionali – da polemiche e discussioni, dovute ai legittimi dubbi derivanti dall’impatto finanziario e ambientale dei Giochi (per costruire la pista di bob di Cortina sono stati abbattuti 500 larici secolari e disboscati quasi 20mila metri quadrati di foresta). Nonostante ciò, sono state delle Olimpiadi molto partecipate e, per certi aspetti, indimenticabili, non solo da un punto di vista meramente sportivo.
Per quasi un mese Milano e le altre località di gara si sono trasformate nel “centro del mondo”, con decine di migliaia di sportivi, addetti ai lavori e appassionati che hanno raggiunto il Nord Italia per partecipare alla festa olimpica. Sono stati anche dei Giochi particolarmente felici per la delegazione azzurra, che ha riscritto la storia conquistando ben 30 medaglie, di cui 10 del metallo più pregiato.
Ma soprattutto sono state delle Olimpiadi che – come spesso accade – ci hanno insegnato molto, sia dentro che fuori dal campo di gara. Lo scopo di questo breve articolo è quindi di provare a raccogliere le storie sportive esemplari che hanno caratterizzato Milano Cortina 2026 e che si vanno a inserire a tutti gli effetti nella campagna “Giusti nello Sport” che Fondazione Gariwo promuove da oltre un anno.
L’umiltà di Hector e Stjernesund
Queste Olimpiadi passeranno alla storia come le Olimpiadi di Federica Brignone. La stella dello sci azzurro ha infatti conquistato, contro ogni più roseo pronostico, due medaglie d’oro nello sci alpino (nello specifico nel super-g e nel gigante femminile).
Un’impresa che passerà agli annali visto che la campionessa valdostana aveva patito, neanche un anno fa, un terribile infortunio che, secondo gli stessi medici che l’avevano operata, avrebbe potuto seriamente mettere fine alla sua carriera. La caduta, la lunga riabilitazione, le ore trascorse in palestra quando la neve sembrava ormai un ricordo lontano: tutto lasciava presagire un ritorno graduale, prudente, forse incompleto.
E invece Federica non si è data per vinta. Ha trasformato la fragilità in forza, la paura in concentrazione, il dolore in disciplina. Ha lottato come una tigre (animale che non a caso capeggia sul suo casco) contro il tempo e contro i propri limiti e a soli dieci mesi da quella terribile caduta è riuscita a sbaragliare tutte le altre atlete, riscrivendo il suo destino sportivo e la storia dello sport italiano.
La vicenda che siamo qui a raccontare, però, è legata alla commovente reazione che hanno avuto le sue avversarie Sara Hector e Thea Louise Stjernesund pochi istanti dopo che Federica ha tagliato il traguardo della seconda manche del gigante femminile, conquistando il suo secondo oro olimpico in pochi giorni.
Le due atlete – svedese la prima, norvegese la seconda – hanno infatti compiuto un gesto di grande umiltà e stima: si sono inginocchiate ai piedi della campionessa azzurra, riconoscendo il suo enorme talento e la sua meritata vittoria. Può sembrare un gesto banale, ma non lo è affatto. Hector e Stjernesund sono delle campionesse assolute della disciplina e, al pari di Federica e di tutte le altre atlete in gara, fin dall’infanzia si allenano e gareggiano con il desiderio di trionfare nella competizione più importante di tutte: le Olimpiadi.
È logico che provassero un po’ di rabbia per non aver vinto la gara e che magari stessero ancora pensando a qualche errore commesso durante le due manche; nonostante ciò, hanno messo da parte l’orgoglio e l’agonismo, lasciandosi andare a un gesto silenzioso ma che vale più di mille parole. È così che si comportano i “Giusti nello Sport”, e le due atlete scandinave hanno dimostrato di aver compreso fino in fondo lo spirito olimpico e i valori più profondi della sana competizione.
Xu Mengtao e Xindi Wang, un oro condiviso come gli Zátopek
Il 24 luglio 1952, durante le Olimpiadi estive di Helsinki, successe un fatto più unico che raro: Emil Zátopek e Dana Zátopková, compagni di squadra ma soprattutto di vita, vinsero a distanza di pochi minuti due medaglie d’oro per la Cecoslovacchia. Emil, la “locomotiva umana”, trionfò nei 5000 metri piani, conquistando il terzo oro di un’Olimpiade memorabile; Dana, invece, vinse la gara femminile di lancio del giavellotto, iscrivendo il suo nome nell’Olimpo sportivo.
Com’è noto, i coniugi Zátopek non furono solamente due tra i più talentuosi e vincenti atleti del Novecento, ma soprattutto due veri “Giusti nello Sport”. Nel 1968 firmarono il Manifesto delle 2.000 parole, ideato da Alexander Dubček per promuovere in Cecoslovacchia un “socialismo dal volto umano” e pagarono a caro prezzo il loro gesto: il primo venne costretto a lavorare nelle miniere di uranio, la seconda perse il suo ruolo di allenatrice. In questo modo, i due più grandi atleti del paese, che non ritirarono mai la loro firma al Manifesto, vennero condannati alla morte civile e privati dei loro onori.
A distanza di oltre settant’anni, Milano Cortina ha vissuto una scena che, pur in un contesto diverso, richiama quella straordinaria coincidenza tra amore e vittoria. Xu Mengtao, leggenda cinese dello sci freestyle, ha conquistato il suo secondo oro olimpico consecutivo dopo quello di Pechino 2022, confermandosi atleta simbolo della disciplina. Poco tempo dopo, quasi in un ideale passaggio di testimone familiare, anche suo marito Wang Xindi ha centrato il successo più importante della sua carriera vincendo l'oro sulla neve olimpica di Livigno. Ma non solo: Xu e Wang hanno anche conquistato insieme un bronzo nella gara a squadre.
Non sappiamo se un giorno avranno il coraggio – come fecero Emil e Dana Zátopek in opposizione alle interferenze sovietiche a Praga – di esporsi pubblicamente contro le violazioni dei diritti umani nella Cina di Xi Jinping. Non è questo, oggi, il punto. Quello che resta è la forza simbolica di una storia che intreccia amore e sport: due atleti uniti nella vita che, a poca distanza temporale, conquistano entrambi l’oro olimpico. È un’immagine potente, quasi fuori dal tempo, che riporta alla mente Helsinki 1952. Come per gli Zátopek, anche qui la vittoria non è soltanto un fatto individuale, ma diventa un racconto condiviso, un abbraccio che sale sul gradino più alto del podio.
Una volata per l’amicizia
Non tutte le pagine più belle di queste Olimpiadi sono state scritte scritte da atleti usciti vittoriosi. In una gara maschile di biathlon, quando ormai le medaglie erano già state assegnate, tre atleti hanno deciso di trasformare gli ultimi metri in un piccolo manifesto di sportività. Lo statunitense Campbell Wright, l’azzurro Nicola Romanin e il francese Fabien Claude si sono aspettati all’inizio dell’ultimo rettilineo della gara, rallentando quanto bastava per ricompattarsi, e hanno lanciato una volata finale spalla a spalla, tagliando il traguardo praticamente insieme.
Non c’era in palio una medaglia, né un titolo. C’era però qualcosa di altrettanto prezioso: il rispetto reciproco. In uno sport di fatica estrema, dove ogni secondo viene difeso con ostinazione, scegliere di condividere l’ultimo tratto di gara è un gesto controcorrente. È la dimostrazione che la competizione non esclude la fraternità e che anche scegliere consapevolmente di arrivare qualche secondo dopo gli altri, peggiorando in questo modo la propria performance sportiva, può trasformarsi in un grande gesto degno della migliore tradizione olimpica.
Vladyslav Heraskevych, la medaglia d'oro invisibile
Non sono mancate, tuttavia, pagine dolorose. Tra queste, la vicenda di Vladyslav Heraskevych, ventisettenne campione ucraino di skeleton. Non ha vinto una medaglia olimpica e non ha potuto nemmeno figurare nella classifica della sua gara, perché è stato squalificato. Eppure, paradossalmente, ha vinto la gara più importante della sua vita: quella dei “Giusti dello Sport”, come ha ricordato il presidente di Fondazione Gariwo Gabriele Nissim in questo suo editoriale.
Senza compiere alcun gesto eclatante di ribellione, senza pronunciare accuse, senza nemmeno nominare esplicitamente la Russia di Putin che quattro anni fa ha lanciato una “operazione militare speciale” contro il suo paese, Heraskevych ha deciso di ricordare gli atleti ucraini morti in guerra. Lo ha fatto nel modo più semplice e più potente: indossando un casco con i loro volti impressi sopra. Tra quei volti c’erano quello di Karina Bakhur, giovane campionessa di kickboxing morta dopo un bombardamento, e quello di Olexsandr Peleshenko, sollevatore olimpico caduto al fronte.
Heraskevych sapeva che quel gesto avrebbe potuto violare la Rule 50 della Carta Olimpica, che vieta manifestazioni politiche sul campo di gara. Sapeva che avrebbe rischiato la squalifica, ma lo ha fatto lo stesso. Tra la gara sportiva e quella della coscienza, ha scelto la seconda. Ha perso la prima, ma ha conquistato una vittoria morale che nessuna classifica potrà mai registrare.
Le Olimpiadi sono nate come tregua tra le guerre, come sospensione simbolica dei conflitti nel nome della pace. Milano Cortina 2026 ci ha ricordato che questo ideale è fragile e che la neutralità, talvolta, rischia di trasformarsi in silenzio. Ma ci ha anche mostrato che esistono atleti disposti a pagare un prezzo personale pur di non dimenticare.
Un arcobaleno di bandiere alla cerimonia di chiusura
È stata di un apprendista carpentiere di diciassette anni, John Ian Wing, l’idea di far sfilare alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Melbourne del 1956 tutti gli atleti assieme in un’unica lunga serpentina, simbolo di unità e pace.
Alla cerimonia di chiusura di Verona, il Comitato Olimpico ha scelto di replicare la proposta del giovane australiano. Atleti di diversi paesi, lingue e religioni hanno sfilato lungo il palcoscenico dell’Arena, creando un microcosmo caleidoscopico, rappresentazione trasparente dell’idea di un mondo unito.
Una “parata della pace”, in netto contrasto con la sfilata nazionalistica della cerimonia di apertura di San Siro, che ha trovato poi sublimazione nelle giornate di gare con le premiazioni, gli inni e le bandiere issate sui pennoni.
Alla cerimonia di chiusura abbiamo visto atleti di diverse nazioni stringersi in abbracci che sono antidoti a divisioni e confini, giovani medagliati marciare a testa alta a fianco di compagni di squadra arrivati in basso alla classifica e poi sorrisi, un mare di sorrisi di atleti che vedono nello sport uno strumento per annullare le distanze tra persone e farci sentire parte della stessa umanità.
L'eredità ideale delle "Olimpiadi del Bene" (aspettando le Paralimpiadi)
Quando si spegne la fiamma olimpica, ciò che resta non è soltanto il conto delle medaglie o l’eco degli inni nazionali. Resta, soprattutto, la qualità dei gesti. I Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 si chiudono così: con un bilancio sportivo straordinario per l’Italia, ma anche con un patrimonio morale che va ben oltre il podio.
Resta l’umiltà di chi, come Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, ha scelto di inginocchiarsi davanti al talento di un’avversaria, ricordandoci che la grandezza non si misura solo nella vittoria ma nel riconoscimento sincero del merito altrui. Resta l’abbraccio ideale tra Xu Mengtao e Wang Xindi, un oro condiviso che riporta alla memoria la forza simbolica di Emil Zátopek e Dana Zátopková: lo sport come storia comune, come destino che si intreccia, come vittoria che non appartiene mai a uno solo. Resta la volata fraterna di Campbell Wright, Nicola Romanin e Fabien Claude, che hanno trasformato un arrivo senza medaglie in un manifesto di amicizia. E resta, soprattutto, il casco silenzioso di Vladyslav Heraskevych: una medaglia invisibile, conquistata scegliendo la coscienza prima della classifica.
Milano Cortina ci ha ricordato che l’Olimpiade è uno specchio: riflette le nostre contraddizioni, le nostre polemiche, i nostri limiti. Ma riflette anche ciò che di più alto sappiamo esprimere. In un tempo in cui l’agonismo rischia di diventare ossessione e la neutralità indifferenza, questi Giochi hanno mostrato che si può competere senza disumanizzare, vincere senza umiliare, imparare a perdere con educazione e sincera ammirazione per i vincitori.
Forse è questo il risultato più autentico: aver dato un volto concreto alla campagna “Giusti nello Sport”. Ma non finisce qui: adesso tutta la nostra attenzione va ai Giochi Paralimpici che inizieranno a breve, eredità morale e ideale di due medici visionari e giusti: Antonio Maglio e Ludwig Guttmann.