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18.3.26

Tra le macerie di Dahieh, sobborgo musulmano nel sud di Beirut, il violoncellista libanese Mahdi Sahely suona circondato dalla distruzione causata dai bombardamenti. Il suo gesto trasforma il silenzio e il dolore in una melodia carica di significato. Il video, diffuso sui social, è diventato rapidamente un simbolo di resistenza e speranza. Le sue note restituiscono umanità a un paesaggio devastato, riempiendo il vuoto lasciato dalla guerra. Per Sahely, la musica diventa così espressione della resilienza dello spirito umano. “Nel bel mezzo della guerra e della distruzione, la musica suona una melodia di speranza, trasformando i sospiri della sofferenza in melodie che riflettono la resilienza dello spirito umano”,


fonti tg la7 , la presse, corrieredella sera , ecc




Mentre Israele intensifica le operazioni di terra nel Sud del Libano, da Beirut risuona un potente messaggio conro la guerra , viene rilanciato con insistenza sui social media. È la toccante performance di Mahdi Saheli, violoncellista sceso in strada con il suo strumento per suonare fra le macerie dei raid israeliani.
 

Mahdi ha intonato - tra gli altri brani - le note del tema di "Shindler's List", il film sull'Olocausto di Steven Spielberg del 1993. A riprenderlo, il fotografo libanese Adnan Hajj Ali. "Il mio cuore è spezzato dalla guerra, ma la musica mi ricorda che c'è ancora del bene nell'umanità", scrive il musicista sul suo profilo Instagram. Le immagini sono state riprese da numerosi media internazionali.
Gli attacchi di Israele si sono concentrati su interi quartieri nel Libano meridionale, considerati roccaforti di Hezbollah, alleato di Teheran. Secondo il governo di Beirut le vittime sono oltre tremila, mentre centinaia di migliaia di persone sono state costrette a evacuare

17.3.26

Quando un parlamentare della Repubblica spiega apertamente come usare il clientelismo per orientare un voto di Ely Kyle Chio Carotti

    strano che   nessuno  del fronte  avverso    e i  giornali   non  s'incazzano  



Quando un parlamentare della Repubblica spiega apertamente come usare il clientelismo per orientare un voto, non è uno scivolone. È un metodo.Durante un incontro politico, Aldo Mattia – deputato di Fratelli d’Italia – ha detto testualmente ai presenti:
“Avete gli argomenti per discutere, ma se non dovesse servire utilizzate anche il solito sistema clientelare: ‘non ci credi? Fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore…’
Parole pronunciate con calma, senza imbarazzo, come se fosse la cosa più normale del mondo. E riferite non a un’elezione locale, ma a un referendum costituzionale.Davanti a questo, alcune domande diventano inevitabili:
- Se un deputato parla così apertamente di “sistema clientelare”, significa che è considerato accettabile?
La naturalezza con cui lo descrive è forse il dato più rivelatore.
- Come si concilia la retorica del “cambiamento” con la riproposizione dei meccanismi più vecchi e corrosivi della politica italiana?
Se la riforma è solida, perché ricorrere a logiche di scambio personale?
- È questo il modo in cui si vuole orientare un voto su una modifica della Costituzione?
Un referendum dovrebbe essere il luogo della consapevolezza, non della pressione relazionale.
- Perché chi parla di “serietà” e “merito” non prende le distanze da queste parole?
Il silenzio, in questi casi, è una scelta politica.
- Che cosa prova chi ha votato per rinnovare la politica e si ritrova davanti a questo?
L’indignazione non basta. Serve memoria. E serve dignità democratica.

chiude il più antico negozio di francobolli di Milano: «Mia figlia non è interessata. Dopo 120 anni di storia, andiamo in Grecia»







Al compleanno, chiude: «Soffro ma vedo all’orizzonte un’isoletta greca con mia moglie Vanna: il 2 giugno compio 77 anni e 55 di lavoro, mia figlia non è interessata, abbassiamo la cler. Pensiamo alla spiaggia e a starcene insieme noi due per un mese, abbiamo diritto ai tempi per la coppia e al riposo !». Non è uno dalle nostalgie facili Oscar Sanguinetti, negozio storico di filatelia in via Solari a Milano. Fondato nel 1906 dal nonno Renato e suo fratello Amleto, passato poi al padre Orlando, e dal 1971 a lui: se si toglie Bolaffi - che pero è di matrice torinese e a Milano, in via Manzoni, è arrivato solo negli anni Sessanta - quello di Sanguinetti è l’ultimo grande negozio  storico di filatelia milanese.
Un giorno si presentò in negozio l’imperatore d’Etiopia in persona, Hailé Selassié. «Cercava francobolli per ricostruire, attraverso la filatelia, la storia dell’occupazione italiana del suo Paese». Spesso compariva il fumettista Sergio Bonelli, il padre di Tex Willer. «Entrava vestito da cow boy, col texano a tesa larga in testa, quando ero bambino». Oppure il Nobel Dario Fo, che rovistava tra le rarità con curiosità da collezionista«In casa nostra si parlava solo di francobolli», racconta Oscar. Sorride. La figlia non prenderà il testimone. Accade spesso nelle botteghe storiche: una generazione custodisce, quella dopo sceglie altro. Dentro il negozio, ora, entrano una decina di clienti al giorno. «Una volta erano quattro volte tanto». La filatelia vive di dettagli, di pazienza, di lente d’ingrandimento. «La gente prende in mano un francobollo, lo guarda, lo studia. È la passione per la minuzia. Prima c’erano le cartoline, si vedevano ovunque. Oggi è roba per fissati come me».
Tra le specialità della casa ci sono i francobolli cinesi. Paradosso della storia: proprio la propaganda li ha trasformati in oggetti preziosi. «Mao Tse-Tung li faceva bruciare nelle piazze perché li considerava un giochetto da americani. Così quelli sopravvissuti sono diventati rarissimi. I collezionisti cinesi arrivavano da noi a grappoli». E sul banco passano anche altre piccole meraviglie. Sanguinetti tira fuori una scatola di figurine Liebig, nate nel 1872 per pubblicizzare il dado da brodo. Piccoli capolavori stampati con dodici passaggi di colore. «Alcune serie superano i diecimila euro. Non scambierei mai la mia collezione segreta, neanche con il Penny Black».
E poi c’è la leggenda della filatelia italiana: il Gronchi Rosa. Il francobollo emesso nel 1961 per celebrare il viaggio del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in Sud America. La mappa del Perù stampata con confini sbagliati scatena una protesta diplomatica. Le Poste ritirano il francobollo nel giro di poche ore e lo sostituiscono con una versione corretta. Tre giorni bastano a trasformarlo in mito: «da 205 lire, è schizzato a 5000». È la magia dei francobolli, dice Sanguinetti. «Un piccolo rettangolo di carta che racconta politica, geografia, storia».
La saga della famiglia inizia nel 1906 in via San Giovanni in Conca, una strada oggi scomparsa vicino a Missori. Il nonno Renato negli anni Venti pubblica uno dei primi bollettini filatelici italiani, con una copertina firmata dal celebre illustratore Achille Beltrame. Poi la guerra. Il negozio distrutto, le collezioni disperse. Si salva una sola valigetta di francobolli affidata a un amico collezionista. Da quella valigetta riparte tutto. Negli anni arrivano nuovi cataloghi, nuovi clienti, nuove sedi.
Oggi Milano corre veloce e la filatelia resta una passione per pochi. Il negozio rimane pieno di cassetti, album, storie minuscole. Ora si vende tutto, e fra meno di tre mesi si spengono le luci. Chi colleziona storie lo sa: ogni francobollo è una finestra sul mondo. Quando chiude una bottega così, è come una lettera che non parte più, o partirà altrove.

chi lo ha detto che un buon ristorante debba essere per forza stellato

  da   fanpage  tramite   https://www.msn.com/it-it/


Il ristorante a cui si accede solo su invito: ha orari di apertura segreti e non è interessato alle stelle Michelin


Il mondo della cucina sta diventando sempre più esclusivo e sofisticato, tanto che sono sempre di più i ristoranti puntano a essere premiati con le ambite stelle o semplicemente a essere citati nella Guida Michelin. Esistono, però, anche dei progetti fuori da queste dinamiche "commerciali" che si distinguono per l'incredibile originalità e che, complice il loro fascino "segreto", riescono ad attirare le attenzioni di milioni di potenziali clienti. È il caso di Sugalabo, ristorante aperto nel 2015 a Tokyo dallo chef Yosuke Suga, la sua particolarità? Ha voltato le spalle ai critici e alle guide, è accessibile solo su invito, ha un numero di telefono privato e non comunica i suoi orari di apertura.
Perché il ristorante Sugalabo non vuole essere stellato
Lo chef giapponese Yosuke Suga ha lavorato per oltre un decennio al fianco del compianto Joel Robuchon, un tempo lo chef più stellato al mondo, dunque sa bene cosa significa cucinare pensando solo ed esclusivamente alle stelle e alle recensioni degli esperti. Nel momento in cui si è ritrovato ad aprire il suo ristorante, ha deciso di ribellarsi a queste dinamiche e di non preparare i piatti in funzione dell'approvazione dei critici. Da qui è nato Sugalabo, il locale nel centro di Tokyo che non accetta prenotazioni online, che non comunica gli orari di apertura e chiusura e che accetta clienti solo su invito da parte di clienti abituali. Sebbene a primo impatto possa sembrare una follia, questa filosofia esclusiva si è rivelata un'arma vincente.




Il ristorante a cui si accede solo su invito: ha orari di apertura segreti e non è interessato alle stelle Michelin
L'ispirazione è un'antica usanza giapponese
Le rigide regole imposte da Sugalabo non sono legate solo al desiderio di allontanarsi da guide e critici, si ispirano anche all’antica usanza giapponese dell' "Ichigensan okotowari”, che vietava l’ingresso ai clienti alla prima visita senza presentazioni. L'obiettivo non è essere snob ma dare spazio solo a chi sa già che l'offerta culinaria risponderà alle sue aspettative. Così facendo, si creano rapporti bidirezionali di fiducia e sostenibilità (non a caso lo chef vuole conoscere il background dei suoi ospiti) e i piatti possono diventare sempre più curati e sofisticati. Il menù, naturalmente, non è una degustazione uguale per tutti ma viene scelto dallo chef giorno dopo giorno in base agli ospiti. In generale, però, prova sempre a mixare i tesori della tradizione giapponese con i classici dell'haute cuisine francese. In quanti sognano di provare un'esperienza simile?








essere paraolimpici in italia non è alla portata di tutti "Andrea è rinato grazie alla protesi da 50 mila euro, ma solo chi ha soldi può permettersela" La denuncia dei genitori del giovane genovese, amputato dopo un incidente e oggi atleta di sci alpino


Prima le stampelle, poi una protesi semplice. Infine quella elettronica, dotata di sensori e giroscopi, che gli ha restituito autonomia e prospettive di futuro. "È tornato a uscire, a ballare con gli amici, a fare sport. Ma per comprarla abbiamo dovuto rinunciare a tutto: la tecnologia lo ha fatto rinascere, ma una famiglia non può pagare da sola un prezzo così". È la denuncia di Francesco ed Emilia, genitori di Andrea Modica, amputato dopo un incidente in moto e oggi atleta di sci alpino, raccontata a 'People – Cambia il tuo punto di vista', il programma del martedì sera che ha dedicato una puntata al tema del costo delle protesi. Un dibattito riacceso dopo la testimonianza dello scorso novembre di Loris Figoli, il sindaco 'bionico' di Riccò del Golfo, che aveva denunciato le difficoltà economiche legate all’acquisto delle protesi. Da allora la mobilitazione è cresciuta, alimentata anche dal gesto simbolico dello 'sciopero della protesi' lanciato dallo stesso Figoli e rilanciato da Primocanale.

Il primo passo

La prima volta che Andrea è sceso dalle scale senza fermarsi, i genitori lo hanno guardato in silenzio. Un gesto normale, quasi invisibile per chi non ci pensa mai. Ma per loro era un traguardo. "Quando lo abbiamo visto farle da solo abbiamo capito che stava tornando davvero - racconta il padre Francesco - sono cose che per gli altri sono normali, per noi erano una conquista enorme".

Andrea Modica ha perso una gamba in un incidente in moto. Per tornare a muoversi, uscire di casa, vivere come un ragazzo della sua età, è servita una protesi bionica da 50 mila euro. "Con quella protesi Andrea è rinato - dice la madre Emilia - ma una famiglia non dovrebbe essere lasciata sola davanti a una spesa così".

Le stampelle e la prima protesi

Il percorso inizia con le stampelle. Poi arriva una prima protesi pneumatica, quella più semplice. "Quella almeno lo ha rimesso in piedi - spiega Francesco - ha ricominciato a uscire, a vedere gli amici, a sorridere. Ma la vita di un ragazzo non può fermarsi lì".

"Andrea è giovane - sottolinea la madre - non può limitarsi a stare in piedi, deve vivere davvero".

La scelta della protesi elettronica

Dopo circa sei mesi di protesi semplice arriva una nuova possibilità: provare una protesi elettronica di nuova generazione. Andrea ne testa diverse, seguito dagli specialisti della società Arte Ortopedica di Budrio, tra i centri italiani più avanzati nel settore. "Gli hanno fatto provare due o tre modelli - prosegue il padre - lo hanno accompagnato in tutte le prove". La decisione arriva tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022. "Abbiamo scelto una protesi di fascia media - spiegano i genitori - non quella più costosa, ma il prezzo però resta enorme: 50 mila euro".

Andrea: "Ho perso una gamba ma grazie a Bebe Vio sogno le Paralimpiadi"

Sensori e giroscopi per tornare alla normalità

La differenza si sente e si vede subito. Queste protesi sono dotate di sensori, giroscopi e accelerometri, simili a quelli degli smartphone. Analizzano i movimenti del corpo e regolano automaticamente il passo. "Fare le scale con una protesi tradizionale è molto difficile, questa invece aiuta tantissimo. E con quell’aiuto Andrea ha ricominciato a vivere: è tornato a uscire la sera, a ballare con gli amici - racconta con emozione Emilia - sono cose che per un ragazzo significano tutto".

Il prezzo della rinascita

Il problema è il conto. "Quei 50 mila euro arrivano dopo tutto il resto, l’incidente, le cure, la riabilitazione". La famiglia riesce a sostenere la spesa grazie ai risparmi e all’aiuto dei parenti. "Fortunatamente avevamo qualche disponibilità - spiegano - e la famiglia ci ha dato una mano". Ma il prezzo si paga comunque. "Abbiamo rinunciato a vacanze, progetti, tante cose normali, nel nostro caso abbiamo fatto praticamente solo questo". Emilia ci tiene a sottolineare che sono contenti di aver fatto questa scelta per il figlio ma con altrettanta determinazione denuncia come si siano sentiti soli.

"Non chiediamo il massimo"

La richiesta della famiglia non è avere il modello più costoso. "Non pretendiamo la protesi top da 100 mila euro, ma una protesi moderna, che permetta una vita normale, dovrebbe essere garantita". Perché il messaggio alle persone amputate è sempre lo stesso: riprendere la propria vita. "Ti dicono che devi tornare attivo, fare sport, lavorare - denuncia Emilia - ed è giusto, ma per farlo serve tecnologia e quella tecnologia ha un prezzo".

Dalla riabilitazione alle piste da sci

Andrea non si è fermato alla riabilitazione. Oggi è atleta della nazionale di sci alpino. Un percorso il suo che lo ha portato anche a collaborare con l’Istituto Italiano di Tecnologia, impegnato nello sviluppo di nuove protesi robotiche. "Ha partecipato anche a una competizione internazionale a Zurigo" raccontano i genitori con orgoglio.

Il paradosso è evidente: l’Italia contribuisce a sviluppare queste tecnologie. Ma chi ne ha bisogno spesso deve pagarle quasi da solo.

La battaglia sulle protesi

La denuncia della famiglia Modica si inserisce in un dibattito sempre più acceso rilanciato da 'People - Cambia il tuo punto di vista'. Una battaglia diventata simbolica con lo 'sciopero della protesi' di Loris Figoli, che ha deciso di togliersela per denunciare le difficoltà di accesso a dispositivi adeguati. Una protesta che ha trasformato una questione sanitaria in un tema sociale.

Andrea si è ripreso in amno la sua vita, "questa è la cosa più bella" conclude la madre, poi aggiunge una frase che pesa quanto una domanda: "se oggi nostro figlio può vivere così è grazie a quella protesi, ma la vita di una persona non dovrebbe dipendere dal conto in banca della sua famiglia".

Uomo, donna e  ragazzoAndrea, amputato dopo un incidente: la protesi che gli ha cambiato la vita (ma pagata dalla famiglia)

lingua ed identita i casi di francesca Loi, l’astrofisica che racconta “su chelu nostu”: «Aiutatemi a ritrovare le costellazioni sarde» Il progetto intreccia identità, lingua e cultura ., il caso del cimbro



Nuova sardegna online  16\3\2026



La missione
Francesca Loi, l’astrofisica che racconta “su chelu nostu”: «Aiutatemi a ritrovare le costellazioni sarde»
                                 di Carolina Bastiani






Cagliari In Sardegna sarebbe più appropriato chiamarla Sa bia de sa palla o Sa caminera de sa paza furada e non Via Lattea. «Secondo il racconto dominante, che si basa sulla mitologia greca, la Via Lattea è nata perché Era ha perso il latte mentre allattava Ercole. Ma stando all’interpretazione sarda, la storia è tutt’altra. Sette fratelli, andati a rubare paglia, ne avrebbero persa un po’ per strada: questo ha dato origine alla lunga striscia di polveri e stelle che è la nostra galassia». A spiegarlo è Francesca Loi, 36enne ricercatrice in astrofisica all’Osservatorio astronomico di Cagliari, che parla di una vera e propria cultura sarda del cielo. Cultura che da anni sta cercando di ricostruire e divulgare in maniera scientifica anche attraverso i social, dove Francesca si chiama “Astrollica”.
Un cammino, quello del progetto “Chelu nostu” tutto in divenire. Ecco perché Francesca lancia un appello: c’è bisogno di testimoni di quel passato – non troppo lontano, di circa 100 anni – durante il quale ci si orientava ancora guardando il cielo. La sua missione però è più ampia: la divulgazione la fa in sardo, inserendosi nel grande movimento di ritorno alla lingua che ha ri-preso piede in tutta l’isola.
Chelu nostu
«Ogni popolazione umana ha individuato delle costellazioni e nel cielo ci ha portato qualcosa di identitario – spiega Francesca – La modernità ci ha imposto il modello astronomico greco-romano, ma anche i sardi avevano dato una loro interpretazione». Da lì la scelta di ricercarla. «Sono sempre stata appassionata di mitologia greca – racconta – ma negli ultimi anni ho voluto tornare alle origini e capire se ci fosse un’identità sarda anche sotto questo profilo». E c’era. «Per ora – continua – sono riuscita a identificare tredici costellazioni, alcune hanno più nomi. Quella del Toro, per esempio, oltre alla traduzione in sardo di Toro, prende il nome di su pinnettu, per la sua forma». E all’interno della costellazione del Toro, ci sono le Pleiadi. «S’udrone, “grapolo d’uva” in sardo». Ma c’è anche Is sete frades o su carru per l’Orsa Maggiore o il grande carro; is baccheddos per la cintura di Orione che viene chiamata anche is tre marias. «In quest’ultimo caso c’è una chiara influenza cristiana. Molti nomi di costellazioni, stelle cadenti e non, e così via cambiano di zona in zona».
Identità e lingua
E ancora, le comete diventano isteddos tramudantes e mortos, mentre Venere s’isteddu chenadore, de abbrèschere e s’istella de s’abbreschidórgiu. «Dipende molto anche dalla dominazione che c’è stata in un certo territorio. Questo rende molto più difficile la ricostruzione. La terminologia è disseminata in pezzettini nella memoria dei paesi». Per questo la ricostruzione, oltre che attraverso il dizionario di lingua e cultura sarda e ricerche online, viene fatta anche con le testimonianze orali. «Da poco ho parlato con un’86enne di Samugheo. Lei si ricorda del padre che chiamava le stelle in sardo e le usava come orologio. Parliamo di circa 100 anni fa. L’abilità poi si è persa con la modernità». Da qui, dunque, l’appello. «La mia idea – dice – non è solo quella di divulgare, ma di smuovere la memoria attraverso la discussione, così da trovare altre costellazioni e stelle e continuare a costruire Chelu nostu, un progetto che appartiene a tutti». Un progetto che, dunque, intreccia identità, cultura e lingua. E infatti, innanzitutto, Chelu nostu viene raccontato in sardo. «Sono sempre stata circondata dal sardo – racconta Francesca, originaria di Samugheo – ma è negli ultimi anni che, superata la paura di sbagliare pronuncia, ho iniziato a parlarlo, inserendomi in quel movimento di riappropriazione della lingua che ora sta coinvolgendo sempre più giovani e meno giovani». Un movimento che, cioè, sta cercando di restituire al sardo la dignità che merita, dopo i tentativi fatti in passato di sopprimerlo in favore dell’italiano.
“Astrollica”
A spiegare ancora meglio la natura del progetto di Francesca, poi, c’è anche il nome che si è data sui social. “Astrollica”. «Intorno a “astro” ci ruota tutta la mia vita – spiega – mentre “strollica” in campidanese sta a indicare persone particolari che, per esempio, parlano troppo o fanno cose fuori dagli schemi». Ma non solo, perché si rifà anche a una professione ritenuta in passato poco affidabile. «Indicava gli antesignani degli astronomi quelli che cercavano di prevedere il futuro con gli astri o il volo degli uccelli, ma non ci prendevano sempre – dice sorridendo – Mi piaceva scherzare su questo approccio perché io faccio il contrario. Il mio messaggio è che non c’è bisogno di affidarsi alla fantasia per trovare la meraviglia, perché tutto ciò che ci circonda lascia senza fiato».

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da 
Nel XIII secolo, il vescovo di Trento Federico Vanga aveva un problema pratico: le montagne erano troppo fitte di boschi, e servivano uomini capaci di domarle. La soluzione arrivò dalla Baviera. Furono chiamati dei boscaioli specializzati — Zimmermann, li chiamavano, che in tedesco significa appunto "falegnami" o "carpentieri" — per disboscare gli altipiani tra Folgaria, Lavarone e Luserna. Portarono con sé asce, tecniche di abbattimento, e una lingua. Quella lingua era il cimbro. Non è un dialetto. Non è un'invenzione folkloristica da depliant turistico. È un ramo germanico antico, con radici bavaresi, che si è evoluto per otto secoli in isolamento sulle Alpi italiane, mescolando suoni e strutture che non trovi da nessun'altra parte al mondo. Aspetta. Tra il 1500 e il 1700, il cimbro era parlato da oltre 20.000 persone, distribuito su un arco alpino che comprendeva l'Altopiano dei Sette Comuni, Lavarone, Luserna. Una comunità reale, radicata, che viveva in quota e si tramandava la lingua di generazione in generazione. Poi arrivò il Novecento a fare il suo lavoro sporco. Durante la Prima Guerra Mondiale, Luserna si trovava in territorio austriaco. I suoi circa 900 abitanti furono evacuati forzatamente e deportati ad Aussig, in Boemia. Quando tornarono nel 1919, trovarono il villaggio raso al suolo. Ricostruirono tutto, compresa la lingua. Sopravvissero anche al fascismo, che nel frattempo aveva messo al bando il cimbro per legge — come fece con tutte le lingue di minoranza che non quadravano con il mito della nazione italiana monolingue. E qui arriva il bello. La lingua sopravvisse lo stesso. In famiglia, sottovoce, tra anziani che si ostinavano a usarla. Non per orgoglio romantico, ma perché era semplicemente la loro lingua. Il modo in cui si nominava il pane, la neve, il bosco. Oggi Luserna conta circa 200 abitanti. Di quei pochi, meno di una decina parla il cimbro come madrelingua reale, quotidiana. Tutti anziani. Spoiler: nel 2025 è stato pubblicato un dizionario cimbro con appena 2.000 parole. Duemila parole. È tutto quello che resta di una grammatica viva. Non è un archivio, è una scatola nera — il tipo che si recupera dopo il disastro per capire cosa è successo. Otto secoli di resistenza a guerre, sfollamenti forzati, divieti di Stato, e infine alla deriva lenta della globalizzazione. E alla fine, quello che non hanno fatto le bombe lo sta facendo il tempo che passa. In breve: Il cimbro è una lingua germanica portata da boscaioli bavaresi sulle Alpi trentine nel XIII secoloHa resistito a guerre, fascismo e spopolamento per 800 anni, ma oggi conta meno di dieci madrelingua anzianiNel 2025 è stato pubblicato un dizionario di 2.000 parole: l'ultimo tentativo di fissare su carta quello che sta scomparendo

non invitate ad andare a votare a referendum o elezioni se poi non fate niente per poterlo fare il caso della fuorisede che scrive a mattarella o altri che devo fare richiesta di presidente di seggio per ppoter votare

 da I Link Piu Belli
 
«Per partecipare a questo referendum dovrei spendere più di 130 euro tra treni e spostamenti. Per qualcuno può sembrare una cifra modesta. Per me significa due settimane di spesa, una bolletta pagata con fatica, quattro turni di lavoro in più». Veronica ha 23 anni, studia Cooperazione Internazionale alla Sapienza e vive a Roma per via dell’università. Non sa ancora se riuscirà
davvero a tornare a casa a votare per il referendum sulla giustizia. La sua scelta, spiega, è tra tornare nel suo paese per votare o sfruttare le vacanze di Pasqua per rivedere la famiglia. Anche con le offerte dedicate al referendum, i biglietti costano troppo.
«Potrò votare soltanto se riuscirò a permettermi il viaggio. Lo trovo assurdo. Mia sorella vota vivendo all'estero. Io studio, lavoro e pago le tasse in Italia. Ma sono costretta a scegliere». Veronica ha scritto una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e questa mattina si è seduta davanti al Ministero della Giustizia, in via Arenula, con un cartello: "Sono fuorisede, voglio votare". Secondo Veronica, la responsabilità è del Governo, che non ha previsto il voto per chi studia o lavora lontano da casa nei provvedimenti per il referendum del 22 e 23 marzo. Viene da un piccolo centro dell’Emilia Romagna, a poco più di tre ore da Roma, ma la distanza si fa sentire soprattutto nel portafoglio. 








«I biglietti con partenza il 21 marzo e ritorno il 23, due giorni dopo, mi costerebbero più di 129 euro. Per questo ho allegato il biglietto nella lettera per Mattarella. In questo modo il diritto di voto diventa condizionato dalla disponibilità economica. Nonostante gli sconti i prezzi continuano ad essere alle stelle». Poi aggiunge: «Per poter pagare due biglietti devo lavorare due settimane. È assurdo trovarsi in queste condizioni. E a pagarne le spese, sono sempre le persone più giovani o in difficoltà economica. Ci sono persone che possono votare e altre che non possono votare, perché non possono permetterselo. Ma non è così che dovrebbe funzionare nel nostro Paese». Prima del sit-in davanti al Ministero, Veronica ha inviato la sua lettera a Mattarella. Sottolinea che dovrebbe essere garantito il diritto di voto, come stabilito dalla Costituzione, che parla di voto personale, eguale, libero, segreto e come dovere civico. «In questo momento non mi pare che sia eguale: alcune persone possono votare, altre non possono permetterselo». Non sa se il presidente leggerà mai le sue parole, ma le ha scritte nella speranza di essere ascoltata. «Mi sembra che nessuno lo stia facendo: il fatto che non abbiano permesso il voto fuori sede è una notizia che è passata un po' in sordina, ma meritava molta più risonanza». Nella lettera Veronica racconta anche del suo paese d’origine, dove la partecipazione civica è sentita poco. «Ho scelto di partire e venire a Roma proprio perché volevo contribuire alla vita del nostro Paese, avere una possibilità di scelta, sentirmi inclusa nella vita democratica. E questo è un paradosso enorme, perché oggi mi sento così anche in una grande città, dimenticata dalle istituzioni e silenziata. Cerco di allontanarmi per maggiore partecipazione, ma contemporaneamente mi sono ritrovata più lontana anche dalla possibilità di votare. Mi sento frustrata». Come lei, tanti altri studenti e lavoratori fuori sede si trovano a dover decidere, spesso in base alle proprie possibilità economiche, se tornare a casa per votare. «Siamo centinaia di migliaia di studenti e lavoratori e lavoratrici fuorisede, costretti a fare i conti con la vita e il suo costo nelle grandi città. E nessuno si dovrebbe trovare a scegliere tra tornare a casa per abbracciare la propria famiglia o tornare a casa per poter essere ascoltata dalla propria Repubblica». 


   Questa    notizia    conferma     quello  che  riporta  Tosa

La miglior risposta al colpo di mano del governo Meloni che impedirà a milioni di fuorisede di votare al Referendum Giustizia l’hanno data sapete chi?
Gli stessi cittadini fuorisede, studenti e lavoratori in testa.
Oltre 20.000 fuorisede hanno già fatto richiesta di diventare rappresentanti di lista, compilando i forum online proposti da vari partiti di opposizione.
In questo modo potranno votare nel seggio in cui svolgono il proprio servizio, anche se sono iscritti nelle liste elettorali di altri comuni, aggirando così il veto del governo.
E sarà anche una goccia nel mare, ma si tratta di una vero e proprio atto di resistenza civile legale e legittimo, per poter fare la propria parte di cittadini.
In un momento storico in cui regna disinteresse, astensione e disimpegno, mi pare una delle più alte forme di partecipazione e un modo di onorare (davvero) la Costituzione su cui voteremo il 22 e 23 marzo.
La dimostrazione che il Paese reale spesso è molto, ma molto migliore di chi lo governa.

  

16.3.26

non è mai troppo tardi A 82 anni il debutto da scrittrice di Maria Spissu Nilson con Feltrinelli: l’incredibile storia di : «Questo romanzo l’ho sognato»

Dopo il caso del padre di vittorio sgarbi  ECCO il caso di Elena Sissi Nilson Ex insegnante di scuole elementari, ora esordisce con il suo primo volume “Sinnada”

 il

 il caso di tirare fuori tutta la retorica sull’età che non conta. Cantavano bene sul palco di Sanremo Maria Antonietta e Colombre, «se tieni a mente siamo tutti debuttanti». Ecco, Maria Spissu Nilson è una debuttante che desta quantomeno curiosità. Domani esce il suo primo libro, “Sinnada”. Un esordio con i fiocchi: per Feltrinelli. A 82 anni. No, non c’è età per essere debuttanti.Ex insegnante di scuole elementari con la passione per Saramago e Borges, che a 16 anni ha scritto i suoi primi racconti e poi non ha più avuto a che fare con la letteratura. O quasi.Se il romanzo sarà anche un successo, lo dirà il tempo. Narra la storia di Lellena, una bambina che cresce «ignorata

dalla madre e senza un padre» nell’entroterra rurale della Sardegna negli anni ’50. Un giorno si marchia una stella sulla fronte e in paese si diffonde la voce che Lellena sia una predestinata. Al centro della storia, l’incontro con un capitano di marina «il cui sguardo paterno riconosce in Lellena non un prodigio ma una persona».

Leggo dalle sue poche righe di biografia che vive in Liguria, quando ha lasciato l’isola?

«Un anno fa. Non avevo più legami di famiglia e ho deciso di venire a La Spezia».

Le piace?

«Moltissimo, ha qualcosa che mi riporta a Cagliari: il porto. Spesso cammino da casa al molo, fino al faro. Mia figlia si è sposata qui, ho deciso di spostarmi e starle vicino».

Lei di dov’è?

«Sono nata a Scano Montiferro».

Feltrinelli sta promuovendo il suo romanzo: un esordio letterario a 82 anni è curioso. Non aveva mai scritto prima?

«Sì, la passione c’è da sempre. Ho scritto dei racconti a sedici, diciassette anni, vennero pubblicati su dei settimanali nazionali».

E poi?

«Si va avanti con gli anni, ci si fidanza, ci si sposa, arrivano tante cose. Avevo provato a pubblicare a scopo sperimentale su Amazon, però non l’ho mai fatto seriamente. Ma ho continuato a scrivere».

Il suo romanzo racconta una storia sarda. Nei suoi scritti c’è sempre l’isola come sfondo?

«In quei primi racconti ero affascinata da altri luoghi, ne ricordo uno ambientato a Londra. Dove peraltro non ero mai stata (ride, ndr). Sulla Sardegna ho in realtà in mente di fare un lungo excursus».

Spieghi pure.

«La mia idea è di unire tre storie che creino un panorama del cambiamento culturale e storico della Sardegna: quella che pubblicai purtroppo su Amazon era ambientata ai tempi della prima guerra mondiale, “Sinnada” riguarda il periodo post seconda guerra mondiale, e poi una terza sull’isola attuale».

La Sardegna di oggi è molto diversa?

«Tantissimo. Dagli anni ’60 i paesisono cambiati. Penso abbia avuto a che fare a un certo punto la televisione, ricordo i primi festival di Sanremo in bianco e nero e non tutti avevano il televisore quindi ci si riuniva in tanti nelle case di alcuni. E sono cambiati i giovani, per fortuna. I rapporti sociali, l’accettazione di diversità che prima non erano ben viste».

Cos’ha provato quando ha saputo della pubblicazione?

«Un’emozione grandissima. Con l’agenzia letteraria che mi rappresenta (Laura Ceccacci agency) abbiamo spedito il libro a diversi editori. Ognuno chiedeva di cambiare qualcosa, chi il finale, chi alcune pagine, non ero molto convinta. Poi si è presentata Feltrinelli. Pensavo non sarebbe mai arrivato questo momento magico».

Com’è nato questo libro?

«Durante un viaggio con mio marito, nei Paesi Baschi. Abbiamo visitato San Sebastian, i musei, poi abbiamo visto le sculture di Chillida, “Pettine del vento”, con il mare che sbatteva su queste dita gigantesche di ferro arrugginito. A quanto pare avevo avuto un eccesso di stimoli, non voglio farla ridere, ma di notte mi è nata in testa questa storia. Ho pensato a questa bambina derelitta e a questo capitano di marina che vuole salvarla perché la trova in stato di selvatichezza».

Era un’immagine familiare?

«Da bambina quella miseria l’ho vista: ho visto bambini affamati, anche nudi sulla neve, ma felici, mentre io li vedevo dalla finestra, chiusa in casa perché non mi permettevano di uscire. Tutta abbottonata, e ciò nonostante con la tonsillite o la febbre (ride)».

Eravate molto legati, lei e suo marito?

«Ci siamo incontrati quando io avevo 20 anni, lui 27. Era statunitense, svedese di seconda generazione. Nilson. Ci siamo sposati due anni dopo e abbiamo sempre vissuto a Cagliari. Faceva il traduttore all’università di Cagliari. È mancato nel 2021. Era una persona molto dotta, David».

Prima di questo romanzo cos’ha fatto per tutta la vita?

«L’insegnante di scuola primaria, ho fatto studi di lingua, e con mio marito abbiamo viaggiato molto. Non abbiamo scalato l’Everest, ma abbiamo visitato molti luoghi, spesso andavamo negli Usa. Da ragazza facevo lunghe scalate nel Montiferru però, con mio padre. Mi insegnava a prendere la mira e a sparare per andare a caccia».

Quando legge, cosa legge?

«Mi tengo aggiornata sulle uscite dei sardi. Come Fois, spero vinca il Premio Strega. Ho sempre letto Giulio Angioni, che era un amico, mi ha insegnato parecchio. Ma il mio scrittore preferito è portoghese: José Saramago, ho tutti i libri, lo amo moltissimo. Poi Borges e gli scrittori latinoamericani».

Tra poco esce il suo libro, conta i giorni?

«Sì, lo ammetto».