Le olimpiadi invernali paraolimpiche Non sono solo come quelle le classiche olimpiadi invernali soltanto di competizioni su neve e ghiaccio, ma di un appuntamento capace di raccontare storie umane profonde, spesso segnate da tragedie personali e da straordinari percorsi di rinascita.
Infatti Dietro ogni atleta soprattuto paralimpico c’è infatti una vicenda di vita fatta di sacrifici, incidenti, malattie o difficoltà che hanno cambiato per sempre il loro destino. Lo sport diventa così uno
strumento di riscatto e una possibilità concreta per ricostruire la propria identità.
Milano-Cortina 2026: lo sport come simbolo di resilienza
Le Paralimpiadi non rappresentano soltanto una manifestazione sportiva di alto livello, ma anche un potente messaggio sociale. Gli atleti che scenderanno in pista sulle montagne italiane dimostrano ogni giorno come la determinazione possa superare ostacoli che sembravano insormontabili.
Molti di loro hanno iniziato la carriera sportiva dopo un evento traumatico che ha cambiato radicalmente la loro vita. In questo senso lo sport paralimpico diventa una forma di rinascita personale e collettiva. Milano e Cortina ospiteranno atleti provenienti da tutto il mondo, pronti a dimostrare che la forza mentale e la passione possono trasformare anche le difficoltà più dure in nuove opportunità.
Lo sport come seconda possibilità
Per molti protagonisti delle Paralimpiadi lo sport è arrivato durante il periodo di riabilitazione, quando il movimento rappresentava una terapia per tornare alla normalità. Con il tempo, quella che inizialmente era solo una forma di recupero fisico si è trasformata in una passione autentica e in una carriera internazionale.
Storie vere di riscatto sulle piste paralimpicheLe Paralimpiadi sono soprattutto il luogo dove emergono storie personali straordinarie. Alcuni atleti hanno trasformato tragedie personali in incredibili percorsi di rinascita, diventando simboli di resilienza e determinazione. Le piste di Milano-Cortina 2026 ospiteranno campioni che non rappresentano soltanto il proprio Paese, ma anche un messaggio universale di speranza. Le loro storie dimostrano che lo sport può davvero cambiare una vita o rendendo meno triste e sconfortante per chi ha invalidità dovuta ad incidenti o malattie rare ed invalidanti
ecco le storie che , oltre a quelle dei post precedenti , che sono sicur rimarrano impresse nella storia delle olimpiadi invernali paraolimiche . Fonti : la pagina sulle paraolimpiadi di www.repubblica.it/sport/,( il primo e gli ultimi due ) , https://www.osservatoriomalattierare.it/ 06 Marzo 2026 ( il secondo )
CORTINA
Una delle grandi stelle della Paralimpiade di Milano Cortina è svedese, ha 25 anni, ha vinto finora 2 ori e un bronzo nelle tre discipline dello sci alpino. Ieri Ebba Arsjö ha conquistato l’oro in combinata nella categoria standing. Scia in posizione eretta, facendo forza su una gamba solamente. L’altra, la destra, è affetta dalla sindrome di Klippel-Trenaunay-Weber, una rara malattia congenita che si manifesta con vene varicose, accrescimento asimmetrico degli arti e malformazioni artero-venose. La vita di Ebba Arsjö ha attraversato molte fasi. Questa è di certo la più felice.
I successi del 2022
Dopo le due medaglie d’oro conquistate a Pechino 2022, Ebba Arsjö è diventata una celebrità in Svezia: apparizioni in programmi TV, interviste e anche una “fika”, il tradizionale rito del thè con la famiglia reale svedese nella residenza estiva. Arsjö ha iniziato in quel periodo a rendere pubbliche le proprie insicurezze legate al suo corpo e alla sua disabilità. “Non volevo diffondere un messaggio in particolare” ha raccontato al sito Olympics.com prima delle Paralimpiadi, “è semplicemente successo, ho continuato a farlo, e mi piace molto. Mi piace vedere come le persone vengano da me nella vita reale e anche sui social per parlare dei loro problemi e di quelli dei loro figli. Ti fa sentire come se stessi cambiando qualcosa”.
La malattia
Ebba Arsjö è nata appunto con la sindrome di Klippel-Trenaunay-Weber, ma fino all’età di 19 anni ha negato a sé stessa di avere una disabilità. Nonostante i problemi alla sua gamba destra, Arsjö gareggiava nel circuito di sci alpino con atleti normodotati e vinceva gare. Tendeva però a nascondere il suo arto destro, indossando sempre abiti lunghi. Dopo una fase negativa, dovuta all’acuirsi delle differenze sportive tra sé e le sue avversarie normodotate, è arrivata la decisione di passare allo sci paralimpico nel 2021.
"Ora mi piaccio e mi accetto”
“Mi guardo oggi, rispetto a quando avevo 18 anni, e mi piaccio. Guardo la mia gamba e penso: ‘Va bene così ed è qualcosa di positivo’. Non l’avrei mai fatto senza il movimento paralimpico e le Paralimpiadi”. Dopo Pechino 2022 Ebba Arsjö ha iniziato a condividere sui social molte foto in cui la sua gamba destra è scoperta, inclusa una in costume da bagno fissata in alto sulla sua pagina Instagram. “Voglio che altre ragazze con disabilità – e anche i ragazzi – mi guardino e pensino: ‘Posso farlo anch’io’. Voglio mostrare loro: io sono qui, fate come ho fatto io. Diventate molto più forti e anche persone migliori”.
"La mia vita ora è completamente diversa”
Dopo Pechino Arsjö ha ricevuto la Victoria Scholarship dalla famiglia reale, diventando la prima atleta paralimpica a ricevere questo riconoscimento. “Ho mangiato e cenato con la famiglia reale, è stato pazzesco,” ha raccontato Årsjö. “Ha cambiato la mia vita, sicuramente. La mia vita ora è totalmente diversa rispetto a prima di Pechino”. Sono arrivate la tv e la moda. Ma lei non ha mai smesso di essere un’atleta. “Ho accantonato la discesa e con alcune gare di superG semplicemente perché durante la stagione ci sono troppe gare, quindi dovevo tagliare qualcosa ed era più naturale fare più slalom e slalom gigante. Mi piace la discesa, non ne ho paura, è solo una scelta organizzativa. Ho sciato in Francia un mese fa, la prima discesa dopo tanto tempo, ed è stato divertentissimo. Allora ho pensato: ‘Devo farlo!'".
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di Francesco Fuggetta,
Diversi partecipanti ai Giochi sono affetti da patologie presenti fin dalla
nascita. Nei loro racconti, la passione per lo sport è la forza che permette di superare i limiti della disabilità
Non tutte le storie degli atleti che parteciperanno ai Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 nascono da un infortunio o da un evento traumatico. Tra le maglie azzurre ci sono molti sportivi la cui disabilità affonda le radici in malattie rare o condizioni congenite poco diffuse. Percorsi iniziati fin dalla nascita, segnati da diagnosi complesse e da sfide quotidiane affrontate molto prima di arrivare sulle piste o sul ghiaccio. Sono storie che parlano di adattamento, di determinazione e di talento coltivato nonostante ostacoli importanti.
Ad aprire simbolicamente questo gruppo c'è la portabandiera della delegazione azzurra Chiara Mazzel, in gara nello sci alpino, colpita all'età di diciotto anni da un glaucoma – patologia rara in età giovanile – che in poco tempo le ha tolto quasi completamente la vista.
Sempre nello sci alpino troviamo Giacomo Bertagnolli, ipovedente dalla nascita per un'atrofia del nervo ottico. Già portabandiera della squadra italiana alle Paralimpiadi di Pechino 2022, nelle passate edizioni ha conquistato un bottino di otto medaglie (di cui quattro d'oro) e anche quest'anno è tra i favoriti nella sua specialità. Pochi giorni fa è stato ospite al Festival di Sanremo insieme alla sua guida Andrea Ravelli, all’atleta Giuliana Turra (curling in carrozzina) e alle campionesse Francesca Lollobrigida e Lisa Vittozzi, plurimedagliate alle ultime Olimpiadi nel pattinaggio su ghiaccio e nel biathlon.
Sulle piste delle Tofane ci sarà anche Martina Vozza, in gara insieme alla guida Ylenia Sabidussi. Originaria di Monfalcone, l'atleta 21enne è ipovedente a causa di una rara condizione ereditaria chiamata albinismo oculocutaneo, caratterizzata da una ridotta o assente produzione di melanina in cute, peli e occhi. La malattia provoca ipopigmentazione generalizzata, fotofobia, nistagmo, strabismo e ridotta acuità visiva a causa di uno sviluppo retinico anomalo. Martina, infatti, quando scia vede solo delle ombre. “Ho iniziato a sciare verso i quattro anni, con i miei genitori in settimana bianca, perché a loro piaceva molto; poi, verso i sette anni, abbiamo conosciuto uno sci club dalle nostre parti. All'inizio lo vedevo come un divertimento, mi è sempre piaciuta l'adrenalina ma non volevo iniziare a fare gare”. La sua carriera nasce così, controvoglia, grazie all'insistenza dei genitori e dei suoi allenatori. Agli ultimi Giochi di Pechino 2022 è stata l’atleta più giovane dell’intera spedizione azzurra, non ancora maggiorenne. “A quindici anni ho capito che potevo fare questo nella vita e mi sono data un obiettivo”. Tra le sue fonti di ispirazione c’è la pluricampionessa Lindsey Vonn: “Oltre ad essere una straordinaria atleta mi sembra una grande persona”. Anche Martina spera di rappresentare un esempio per le persone con disabilità, “perché fare sport fa bene e possiamo farlo senza problemi. Lo sport aiuta tutti a crescere, a maturare, a conoscersi meglio, a rendersi conto di tante cose”. Milano Cortina 2026 rappresenta per lei una grande opportunità: “È bello sapere che la mia famiglia e i miei amici potranno venire a vedermi e tifare per me”.
Dalla neve delle piste al ghiaccio del para ice hockey, tra i protagonisti c'è Santino Stillitano, nato con agenesia alla gamba destra, una rara malformazione congenita, caratterizzata dalla parziale o totale assenza di segmenti ossei (tibia, perone o entrambi) o dell'intero arto, che può presentarsi come ipoplasia (sviluppo incompleto) o aplasia (assenza totale). L'atleta di Saronno, 56 anni, con la sua prima partecipazione a Vancouver 2010 è il decano della Squadra Italiana a Milano Cortina. “Lo sport ha sempre fatto parte della mia vita. Nonostante l'agenesia alla gamba destra ho sempre desiderato fare qualcosa, sin da quando praticavo calcio con i normodotati e poi, anni dopo, nel settore lanci nell’atletica paralimpica. Del mio sport amo il momento in cui mi dirigo verso la mia gabbia e ripeto a me stesso: “Qui non deve entrare niente”. Amo il fatto di essere io e gli avversari, anche se attorno a me ci sono diecimila spettatori”. Tante le gioie, ma anche delusioni nei suoi numerosi anni di carriera sportiva: “Il momento peggiore è legato alla sconfitta contro la Norvegia ai Giochi di Vancouver. Un’altra delusione risale alle Paralimpiadi di Pyeongchang, quando perdemmo la finale per il bronzo”. Tanti i campioni dello sport del presente e del passato che ammira: “Mi piaceva uno come Nigel Mansell, che ho sempre considerato un po' fuori di testa, come me. Poi, certo, da appassionato di calcio non posso non pensare a campioni come Baresi, Van Basten, ma soprattutto Maradona”. Il viaggio ideale? “Mi piacerebbe andare su una di quelle navi rompighiaccio che attraversano l’Alaska, ma anche visitare l’Argentina, in particolare la Patagonia”.
Un'altra storia che nasce da una condizione congenita è quella di Jacopo Luchini, in gara nello snowboard. L'atleta è nato con un'aplasia della mano sinistra, una rara malformazione causata dal mancato sviluppo di una parte della mano o delle dita durante la vita intrauterina. Nel 2018, a Pyeongchang, ha sfiorato il podio per soli due centesimi e a Pechino 2022 ha ottenuto il quinto posto nel banked slalom e il sesto nello snowboard cross. “Le Paralimpiadi del 2018 hanno rappresentato la più grande gioia sportiva e, allo stesso tempo, la più grande delusione. Gioia per il fatto di essere stato convocato, delusione per aver portato a casa la cosiddetta medaglia di legno”. Lo sport è sempre stato parte della vita del 35enne di Prato: ha iniziato con il nuoto per poi cimentarsi nel calcio e nelle arti marziali. Il tutto fino a quando non ha scoperto la sua vera vocazione, fatta principalmente di snowboard, ma anche di surf e skateboard. “Lo snowboard nasce come passione e divertimento. Con gli anni, poi, è venuta fuori la mia indole competitiva e, gareggiando in ambito nazionale e internazionale, ho capito che poteva diventare qualcosa di più”. Non c’è solo lo sport nella vita di Jacopo: “Sono laureato in Scienze Politiche, ramo sociale, e se non fossi diventato un atleta di livello internazionale avrei continuato a lavorare in quel settore, senza però tralasciare l'attività sportiva, che ha sempre rappresentato una costante nella mia vita”. Se dovesse scegliere una meta per un viaggio andrebbe in un posto dove poter portare la sua tavola e surfare: “California o Bali è indifferente, l’importante è che si possa star bene in acqua e con gli amici”.
Infine, nello sci nordico e nel biathlon, c'è Giuseppe Romele, nato con ipoplasia femorale bilaterale, una malattia rara in cui entrambi i femori sono sottosviluppati o più corti del normale. Una carriera sportiva lunga e variegata quella di 'Beppe', come tutti lo conoscono: comincia a nuotare, arrivando a vincere il Campionato Italiano del 2006 sui 50 stile libero, ma si dedica con successo anche al triathlon, dove sfiora la qualificazione ai Giochi Paralimpici di Rio 2016, e allo sci di fondo, grazie al compagno di squadra Cristian Toninelli, che lo invita a provare. È nell’inverno del 2016, durante la preparazione atletica nel triathlon, che si innamora dello sci nordico. “Amo molto gli sport di fatica, che richiedono grande resistenza; per questo oltre al nordico pratico triathlon, un multisport che mi favorisce e allena anche per la disciplina invernale”. Così, per il 35enne di Lovere è arrivato il bronzo a Pechino 2022 nella 10 km e il titolo mondiale nel 2023 nella 20 km a Östersund. “Prima di un grande evento cerco di stare il più tranquillo possibile per non consumare energie e arrivare pronto; poi c'è ovviamente l'allenamento. Dal punto di vista tecnico c'è tanto da lavorare, ma si può migliorare solo con il tempo. Quanto a Milano Cortina, i Giochi rappresentano il mio sogno sportivo più grande: vincere una medaglia in casa”.
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Sempre di malattie degnerative colpisce la storia di Davy Zyw, lo snowboard e la malattia degenerativa: “Mi davano 2 anni di vita ma sono qui e gareggio”
Lo scozzese ha chiuso al 19° il banked slalom: ha una sindrome degenerativa, non sa quanto gli resti da vivere. “Qui con un crowdfunding”
CORTINA – La Malattia del motoneurone (MND) è una sindrome neurologica degenerativa che colpisce i motoneuroni, cioè le cellule nervose che controllano i movimenti dei muscoli volontari: il semplice camminare, parlare, deglutire e respirare diventa gradualmente sempre più difficile. Lo
snowboarder scozzese Davy Zyw ha parlato della “tragica bellezza” di essere il primo atleta affetto da MND a competere alle
Paralimpiadi invernali. Ha gareggiato nello snowboard: 19° nel cross, 19° nel banked slalom.
Il video
In un video su Instagram, Zyw ha spiegato come gli sia stata diagnosticata la malattia nel 2018, quando aveva 30 anni. “Essenzialmente mi è stato detto che mi restavano due o tre anni di vita. Sono passati sette anni e ho lottato per salire gradino dopo gradino fino a entrare nella squadra per le
Paralimpiadi. Ho dovuto accettare l’impossibile, accettare il mio destino. Ma dentro tutto questo c’era una libertà. La libertà di capire che nulla è impossibile, ed è questo il messaggio che voglio che le persone portino con sé”.
Commerciante di vini
che lavora come commerciante di vini, ha spiegato che un infortunio gli ha impedito una carriera nello snowboard tra i normodotati: “Ho fatto snowboard per tutta la vita. Io e mio fratello gemello abbiamo iniziato su una pista artificiale a Hillend quando avevamo 12 o 13 anni. Un infortunio al ginocchio mi ha allontanato dalle piste e mi dirottato sul mondo del vino. Ma il fatto che mi sia stata diagnosticata una condizione neurologica degenerativa incurabile non mi ha allontanato dal mio sogno d’infanzia di essere uno snowboarder”. Zyw ha finanziato la sua partecipazione a Milano Cortina tramite crowdfunding e grazie al supporto del suo datore di lavoro.
Una tragica bellezza
“C’è una sorta di tragica bellezza in questa situazione”, ha aggiunto. “Ciò che amo più di ogni altra cosa quando sono sulla tavola, sulle piste, quando entro nella mentalità della competizione è che la disabilità, le sfide quotidiane della MND, il vivere con questa malattia, spariscono e dentro tutto questo c’è una grande libertà. Quando parto, quando mi allaccio la tavola, quando sono al cancello di partenza, la MND può anche essere la ragione per cui sono lì, ma è la cosa più lontana da ciò a cui sto pensando in quel momento. Perché allora sto pensando solo al percorso davanti a me e a come arrivare in fondo al meglio possibile".
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per concludere non è solo paraolimpica ma dimostra come la neutralità olimpica e paraolimica porti a delle assurdità come il vietare la denuncia della guerra , quando bastava la difficile situazione geopolitica farli partecipare sotto la bandiera dei neutrali .
Oleksandra Kononova: “I miei orecchini contro la guerra qui fanno paura. Russi isolati al villaggio
Quattro medaglie tra fondo e biathlon alle Paralimpiadi, l’ucraina è diventata involontariamente celebre per un’ammonizione ricevuta dalla giuria: “Regolamento assurdo. Noi atleti sentiamo la responsabilità di rappresentare il nostro Paese”
CORTINA Oleksandra Kononova ha conquistato un oro, un argento e due bronzi tra fondo e biathlon alle Paralimpiadi di Milano Cortina nella categoria standing. Il suo braccio destro è affetto da ipoplasia congenita e non si è sviluppato come il sinistro. Nata nel 1991 a Brovary, una cittadina nell’oblast di
Kiev, è stata cresciuta dalla nonna. Durante la sua prima gara a Tesero ha indossato degli orecchini con la scritta Stop War, ricevendo un’ammonizione dalla giuria. Questo l’ha ferita profondamente.
Venerdì indossava altri orecchini con il Tryzub, il tridente simbolo nazionale ucraino, ieri c’era la scritta Love.
«Ho diversi orecchini perché mi piace portarli, specialmente quelli con simboli nazionali. Ma quando ero nell’area d’attesa prima della cerimonia di premiazione, la persona responsabile degli atleti medagliati è venuta da me e mi ha chiesto quali orecchini indossassi. Me li ha controllati».
Non è stata una scelta libera dunque?
«Esattamente. Se fosse stata una mia scelta, avrei indossato quelli con “Stop War”. Ma poiché ho ricevuto quel richiamo, “violano il regolamento” mi hanno detto, devo usare orecchini alternativi. Ne ho di ancora più diretti, diciamo così. Li sceglierei per ogni gara. Ma dopo il richiamo devo stare attenta».
Com’è l’atmosfera nel villaggio degli atleti a Predazzo?
«L’atmosfera nel villaggio è buona, perché tutte le nazioni sostengono la nostra squadra, sono consapevoli della situazione e ci rivolgono parole di sostegno. Ciò che rovina questa atmosfera amichevole è la presenza di atleti e membri della delegazione russa».
Come viene vissuta la loro presenza al villaggio?
«Nessuno vuole parlare con loro. Nessuno vuole sedersi con loro in mensa durante i pasti. Nessuno li incoraggia. Nessuno vuole fare foto con loro. Queste persone non dovrebbero essere qui. Il comitato organizzatore ci ha sistemati alla massima distanza possibile nel villaggio. Non comunichiamo con loro, cerchiamo di ignorarli. L’unico posto dove possiamo incontrarli è durante i test e in gara».
Avete ricevuto messaggi dal presidente Zelensky?
«Sì, ci incoraggia a fare sempre meglio, è un sostegno molto importante per tutti noi».
Sente la responsabilità, in quanto atleta, di rappresentare la sua patria in questo momento?
«Moltissimo. Ha una valore immenso essere un campione in questo momento della storia del nostro Paese».
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Proprio mentre finivo questo post ho letto sempre su repubblica quest altra storia
Intorno a lui girano ragazzi nemmeno nati quando lui debuttava. Quattordicesimo al traguardo, ma la sua storia è tenacità che supera ogni paletto (della vita)
Tornare alle Paralimpiadi a 52 annidi Angelo Carotenuto Michael Milton è arrivato al traguardo, ha fermato il cronometro e il suo orologio sportivo con il GPS gli ha chiesto come si sentiva. Una faccina tra cinque possibili. Mmm. Come sentirsi. Non come la faccia più felice ma nemmeno come la più triste. Milton ha scelto quella di mezzo, quella che dice: bene, ma non abbastanza. Aveva appena finito una gara in cui era arrivato quattordicesimo. Su ventisei. Non un risultato memorabile. Non una medaglia. Niente che finirà negli annuari delle Paralimpiadi. Apparentemente. Eppure dentro questo numero c’è quasi tutta la sua vita.

A nove anni gli hanno tolto la gamba sinistra per un osteosarcoma. Quasi subito ha imparato a sciare. A quattordici anni era alle Paralimpiadi di Innsbruck, un ragazzino che si infilava in un circuito di adulti. Ha scoperto così che la velocità non gli faceva paura. Anzi. Gli dava una specie di ordine. Tra il 1992 e il 2006 ha vinto undici medaglie paralimpiche, sei d’oro. A Salt Lake City nel 2002 ha fatto qualcosa che non si vede quasi mai: quattro gare, quattro ori. Sembrava che la natura avesse progettato le montagne per lui.
Poi non gli è bastato. Dopo Torino 2006 si è ritirato dallo sci e due anni dopo era alle Paralimpiadi estive di Pechino nel ciclismo su strada. Ha scalato il Kilimangiaro. Ha corso una maratona con le stampelle, più veloce di chiunque altro prima di lui.
Vent’anni fa, gli hanno diagnosticato un tumore all’esofago, un altro gliel’hanno trovato all’intestino nel 2023. Operazioni, recuperi, cicatrici. Ma quando Milton ne parla, ha un tono quasi distratto, come se fosse un elenco di deviazioni dal suo corso.
Forse è per questo che è tornato alle Paralimpiadi di Milano-Cortina, ora che gli anni sono 52. L’idea gli è venuta una notte mentre lavorava in un resort sciistico in Australia. Non riusciva a dormire. Ha preso il telefono e ha iniziato a leggere i criteri di qualificazione. Quattro settimane prima di Cortina si è fratturato il femore del moncone. Non era nemmeno sicuro di poter partire. Si è presentato al cancelletto del super-G e ha pensato che la paura era tutta lì: non cadere su quell’osso, non te lo puoi permettere. Intorno a lui girano ragazzi nemmeno nati quando lui debuttava. Milton gli racconta che la strada difficile è sempre la migliore, perché quella facile è restare fermi. Ecco perché al traguardo non ha guardato il tempo, ma l’orologio. Le faccine. Come ti senti? Mmm. Quattordicesimo, ma ancora qui.