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19.5.26

diario di bordo \ buone. notizie n 1 anno I , Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra ., LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI , Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso ed altre. storie

 

  • Corriere della Sera
  • Di Marta Serafini

  • Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra «Cibo e speranza per il Libano»

    L’imprenditrice impegnata nella ong World Central Kitchen di José Andrés Dall’inizio della nuova emergenza distribuiti 1,7 milioni di pasti agli sfollati

    Aline Kamakian (col cappellino) con il team della ong World Central Kitchen e i pasti preparati per gli sfollati libanesi. La chef, con doppia laurea in Finanza e marketing, è considerata la migliore interprete della tradizione culinaria armena

    C’è un momento, nelle crisi, in cui il cibo smette di essere una faccenda domestica e diventa un presidio essenziale. Succede anche in Libano, dove la guerra e gli spostamenti forzati si innestano su una fragilità economica e sociale che dura da anni, aggravandola. Ma ogni tanto accade in guerra: bellezza e cura riescono a vincere su macerie e morte. È qui che entra in scena Chef Aline Kamakian: nella dimensione dell’emergenza, cucinare non significa soltanto preparare pasti, ma garantire continuità, un ordine minimo, una forma concreta di sopravvivenza quotidiana.

    Kamakian, cuoca, imprenditrice e figura molto nota della gastronomia libanesearmena, ha trasformato una competenza privata in una risposta pubblica. Scrittrice oltre che chef, ha contribuito a rendere la cucina armena una presenza riconoscibile nel racconto gastronomico di Beirut, soprattutto attraverso i suoi ristoranti Mayrig e Batchig, indirizzi molto noti in città. Il suo lavoro nasce anche dalla memoria trasmessa in famiglia: ricette, gesti, tavole intese come luogo di identità e resistenza.

    Oggi è impegnata con World Central Kitchen, la ong fondata dallo chef José Andrés e specializzata nella distribuzione di pasti nelle aree colpite da guerre, catastrofi naturali e crisi umanitarie. Il modello dell’organizzazione è noto: attivare ristoranti, cucine, volontari e reti territoriali locali per portare cibo in tempi rapidi, adattando la risposta alle condizioni reali del territorio.

    In Libano questo sistema si è tradotto in un intervento su larga scala. Secondo World Central Kitchen, dall’inizio della nuova fase dell’emergenza, il 2 marzo, l’organizzazione ha distribuito oltre 1,7 milioni di pasti alle famiglie sfollate. In una fase precedente dell’intervento, aveva già superato quota 200 mila pasti in dieci giorni, per poi arrivare a oltre un milione di pasti e a più di 25 mila pasti caldi al giorno in diverse aree del Paese, da Beirut alla Bekaa, da Baalbek a Sidone.


    Aline Kamakian al lavoro con World Central Kitchen

    I numeri, però, da soli non restituiscono il quadro. «La dimensione del bisogno delle famiglie sfollate dal conflitto è enorme», osserva. E aggiunge: «Il nostro compito è fare in modo che i pasti continuino ad arrivare ogni giorno».

    Il Libano affrontava già prima del conflitto un deterioramento profondo delle condizioni di vita. La nuova emergenza si inserisce in questo contesto e lo rende ancora più instabile. Anche l’integrated Food Security Phase Classification segnala per il Paese un quadro grave sul fronte della sicurezza alimentare, legato alla combinazione di crisi economica, sfollamenti e accesso più difficile ai beni essenziali. «Le cifre ufficiali probabilmente non raccontano tutta la portata degli sfollamenti», spiega Kamakian, ricordando che molte persone trovano riparo presso parenti o amici, oppure si spostano senza entrare nei canali formali di registrazione. «La mia preoccupazione più grande, adesso, è quanto durerà questo conflitto», dice. In questo quadro, il lavoro di World Central Kitchen non consiste soltanto nel distribuire cibo, ma nel costruire una rete di risposta che tenga insieme velocità e radicamento locale.

    Chef Aline non parla di «beneficiari», ma di persone che arrivano stremate, spesso dopo viaggi lunghi, con bambini piccoli, sacchetti in mano e nessuna certezza sulla notte successiva. Racconta di famiglie costrette a impiegare anche dodici ore per percorrere tragitti che normalmente richiederebbero poco più di un’ora, tra strade danneggiate e villaggi che si svuotano.

    Non è la prima volta che accade. Già dopo l’esplosione al porto di Beirut, nel 2020, Kamakian era stata in prima linea. Quel giorno si trovava nel suo ristorante Mayrig, gravemente danneggiato dall’esplosione, mentre l’altro locale, Batchig, veniva trasformato in una base operativa per preparare pasti. Ferita anche lei, si mise subito al lavoro nei soccorsi e poi nella cucina d’emergenza. La cucina come forma di infrastruttura civile. È anche questo che José Andrés ha intuito fondando World Central Kitchen: uno chef, davanti a una catastrofe, non deve limitarsi a raccogliere fondi o a testimoniare solidarietà, ma può organizzare una risposta concreta, veloce, radicata nel territorio. Kamakian, in Libano, incarna questa idea. Conosce il Paese, le sue fragilità, la geografia materiale e sentimentale dei suoi quartieri. Non promette salvezza. Garantisce presenza. E non dimentica che la vita deve andare avanti. Racconta di una donna in fuga verso una zona più sicura che ha partorito in auto prima di arrivare in ospedale. «In mezzo a tutto quello che sta accadendo, ti trovi improvvisamente davanti a una nuova vita che nasce. È un momento che ti resta dentro. Ti ricorda che esistono ancora umanità e speranza».


    Questa è buona LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI


    Questa è buona come un sogno che si realizza. C’è stato un tempo che Omar Kamata, 44 anni, ha vissuto da apprendista elettricista. Imparava e cantava, con una voce potente che non potevi non notare. Un giorno un ex cantante di lirica di passaggio davanti al suo cantiere rimase incantato dalle capacità vocali di quel ragazzo. «Fu lui che mi spinse a studiare canto», racconta oggi Omar che è trevigiano di nascita e veronese di adozione. «Da lì è iniziato il mio percorso. Mi sono diplomato al Conservatorio a Vicenza nel 2004 e ho iniziato la professione». Una carriera luminosa da baritono sui palcoscenici di tutto il mondo. Arricchita dall’empatia e dalla riconoscenza verso la vita che si sono trasformate in progetti per persone meno fortunate di lui, come ha raccontato Christian Gaole sul nostro Corriere di Verona. Uno di quei progetti è dedicato al benessere psicofisico verso canto e musica rivolto ai ragazzi con fragilità psichiche e fisiche. E poi la collaborazione con la Casa di Cura Santa Giuliana. Per non dimenticare mai che dal bene nasce bene.

    Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso

    La malattia agli occhi da piccolo, i primi scatti a Catania, poi i reportage e l’impegno in tutto il mondo Il ricordo di Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia: «Il lavoro e la militanza attiva sono per me inscindibili» La scoperta che «si può vedere con tutti

    Giovanni Caruso, 77 anni, di Catania, fotografo e fotoreporter nella sua abitazione, ha perso del tutto la vista nel 2003

    È seduto in controluce nel suo studio. Alle spalle, fuori dalla finestra, la chioma di un ficus gigante. «La mia ispirazione per le prime foto da cieco» sorride Giovanni Caruso, fotografo catanese e attivista, che negli ultimi cinquant’anni ha raccontato la storia di Catania, e non solo. Tra lotta alla mafia, colletti bianchi, volontariato, militanti. E periferie del mondo. Da Catania a Lima, dalla Sicilia al Sud America.

    Ai suoi piedi è accovacciato il suo fedele cane guida, Jazz. E sulla maglia ha la spilletta de I Siciliani, testata fondata negli anni Ottanta da Giuseppe Fava, che «per me è il direttore, al presente, anche se la mafia l’ha ucciso quarant’anni fa». Classe 1950, tra le mani tiene la sua fidata Nikon. E continua a battersi per i diritti umani e la legalità. In prima fila per documentare cortei e manifestazioni, con gli inconfondibili occhiali scuri, piccoli e rotondi, a proteggere la sua cecità.

    La vista gliel’ha portata via un’uveite di origine reumatica, malattia degenerativa che attacca il nervo ottico, con cui convive sin da bambino. Così come con la passione per la fotografia, «scoperta a 14 anni istintivamente, quando mio papà mi ha regalato una mini Comet» racconta. «Era un giornalista e in estate, finita la scuola, andavo con lui e il suo fotografo a fare i servizi, negli stessi anni in cui cominciava a comparire la malattia». Poi, l’incontro casuale con il suo maestro, la prima Reflex Minolta 202, la camera oscura, il banco ottico, mentre la passione per la fotografia cresce, e pure la malattia. «Ma io volevo fare il fotografo e non mi sono abbattuto, non mi sono arreso nonostante i miei fossero contrari per una comprensibile preoccupazione. Per risposta, nello stanzino della mia grande casa paterna, mi sono fatto una camera oscura!» ride.

    Testardo e determinato, Giovanni Caruso apre la sua agenzia fotografica giornalistica, collabora con L’europeo, fino all’incontro con Giuseppe Fava. Dopo il suo omicidio nel 1984 «mi venne una certa repulsione per la cronaca nera, mi avevano ammazzato il direttore, ero molto arrabbiato». Si dedica, quindi, ai grandi reportage sociali in Sud America tra Perù, Argentina, Paraguay, ma anche in Messico e Chiapas, in Medio Oriente con il treno per la pace in Kurdistan. «Per me fotografia e militanza sono sempre stati inscindibili e imprescindibili» chiosa. E lo sono ancora, anche nella cecità.

    «Ho fatto le mie ultime fotografie nel Natale del 2003, poi è arrivato il buio e ho chiuso la macchina fotografica in una cassapanca». Dove rimane, finché sua moglie Elena non gli legge Tommaso e il fotografo cieco di Gesualdo Bufalino. «Un libro bellissimo, che non conoscevo. Per fortuna ho una grande compagna che mi sostiene moltissimo» sorride Giovanni. Che ricomincia a fare qualche scatto in digitale, «più per tenere la macchina fotografica in mano e ricordami chi ero».

    È stato poi Costantino Ruiz, fotografo e reporter spagnolo, nel 2020 in piena pandemia, a «spingermi a usare con più attenzione gli altri sensi, il tatto in particolare, per tornare a fotografare. All’inizio il mio bastone, la mia pipa, il tavolo, la gatta, finché non ho ritirato fuori le mie macchine fotografiche analogiche». A guidarlo, la memoria dell’esperienza tecnica. Il calore dei raggi del sole sul corpo, «che mi dice da dove viene la luce». E ancora una volta le mani, per toccare. «Quando dico le mani che vedono, è reale questa cosa».

    E la sta insegnando ad Alessio, un ragazzino di 14 anni cieco dalla nascita, appena conosciuto a Catania alla mostra «Di luce e di vita. I due tempi di Giovanni Caruso» a cura di Marco Pirrello e Nancy D’arrigo. Intanto Caruso lavora a un nuovo progetto, La panchina. «Ogni panchina è un piccolo centro sociale, una storia», per le strade che il fotografo esplora con il bastone bianco con la «cianciana» (campanella) e Jazz al suo fianco. «Adesso fotografo solo in bianco e nero, piccole storie raccontate in poche immagini o addirittura in una sola che io non vedrò mai, ma penso che in ognuna ci sia almeno una storia mia, interiore. È un mistero anche per me».

    In Aspromonte l’arte «accarezza» gli orfani contro il dolore

    Il progetto di Nadia Macrì con le associazioni Fraternamente e Mammalucco

    Alcune delle volontarie dell’associazione Fraternamente durante un evento

    Sono tanti gli orfani in terra di Aspromonte. E tante sono anche le loro storie. C’è chi ha perso la mamma, chi il papà e chi entrambi i genitori: Gaetano, Piergiorgio, Patrick, Christopher, Luigi, Emma, Lara, Giorgia, Benedetta, Giulia e tanti altri. Fragili, a volte smarriti, hanno così tanto orgoglio che colmano il vuoto con una carezza, paradossalmente da riservare agli altri, più fortunati di loro.

    A sostenerli in questo percorso di vita sono le associazioni Fraternamente e Mammalucco, che offrono loro uno spazio protetto in cui la sofferenza può trovare un senso con il progetto «L’arte che accarezza», avviato da Nadia Macrì, scrittrice, giornalista, di Taurianova, comune della Piana di Gioia Tauro. «Non è stato semplice riunirli - spiega - e spesso anche le famiglie faticano ad accettare un percorso che nasce dal dolore. Chi partecipa scopre un ambiente sereno e mai invasivo, in cui ogni emozione può trovare spazio senza essere soffocata. Un luogo che accoglie come una storia raccontata piano, quasi una fiaba, capace di catturare l’attenzione dei bambini.

    «Zazà il robottino felice», è stato il primo suo successo. Poi, «Pepè il topo intelligente» con l’obiettivo di trasmettere ai bambini il rispetto per l’ambiente e l’amicizia, attraverso la narrazione di episodi senza preclusioni, allontanando dalla loro mente le stranezze del nostro tempo e gli strani comportamenti degli umani. E adesso «Francesco, un cuore leggero» e «Natuzza, un cuore vicino», storie di santità con lo sguardo dei bambini. «Devono sentirsi compresi e non diversi dagli altri», insiste la scrittrice. L’idea è accompagnarli, con le cautele del caso, a comprendere che l’assenza dei loro geche nitori, a causa di gravissime patologie o morte improvvisa, non cancella il loro dolore, ma può renderlo più respirabile. «Ritrovare la fiducia prosegue Nadia Macrì - è un atteggiamento importante, così come fondamentale è vederli gioiosi insieme ad altri bambini più fortunati di loro li sostengono in questo percorso di crescita. È un successo straordinario scorgere come i bambini del gruppo si preoccupano di proteggersi tra loro perché significa che attraverso il gioco si è consolidato il gesto di un’amicizia che protegge chi sta vivendo le amarezze della vita».

    Il progetto «L’arte che accarezza» mette al centro una certezza: i bambini possono affrontare anche il dolore più grande, se non vengono lasciati da soli. «E in un tempo in cui le fragilità rischiano di essere invisibili, questo progetto ricorda che la solidarietà silenziosa può cambiare la traiettoria di una vita. È importante che questi bambini orfani si sentano compresi, imparino a prendersi cura di loro e ritrovino la fiducia», prosegue la scrittrice.

    «Tutti questi bambini hanno a casa qualcuno che li ascolta, li segue, li educa e li accompagna. Sono famiglie che attraversano un’assenza grande e che trovano in noi una complicità in quel dolore che condividiamo», conclude.

     

    Parkinson e lavoro: «La malattia non va nascosta»

    Ennio Trebino, ingegnere genovese in pensione, e la diagnosi ricevuta quando aveva solo 40 anni «Per paura di giocarmi la carriera non raccontavo il mio problema, ma ho sbagliato» Presidente dell’associazione in Liguria, ammonisce i giovani: «Vivete imparando il compromesso » 

    Di Chiara Daina

    Ennio Trebino, ingegnere in pensione, durante una passeggiata in montagna A 40 anni la diagnosi di Parkinson, che non gli ha impedito incarichi da top manager Dal 2025 presiede l’associazione ligure Parkinson

    «E adesso cosa sarà del mio futuro?». Aveva bisogno di rassicurazioni Ennio Trebino, quando a soli 40 anni un neurologo gli diagnosticò il Parkinson. Voleva capire se sarebbe riuscito ad affrontare il suo lavoro da manager, che lo portava tutte le settimane in viaggio per l’italia, a condividere i momenti con la famiglia, a dedicarsi al trekking, la sua grande passione. «Fino a quando sarò in grado di fare tutte queste cose normalmente?», chiese al medico. «La risposta fu brusca e disarmante. Nessuno lo sa, mi disse, lei continui a fare la sua vita, poi vedremo. In quell’istante sentii un buco nell’anima. Ma presi quelle parole alla lettera e non tirai mai i remi in barca. Né allora, né adesso, che ho 66 anni e i sintomi non posso più nasconderli».

    Trebino è un ingegnere genovese in pensione da sei anni. Nel 2025 è diventato presidente dell’associazione ligure Parkinson (circa 300 iscritti). «È la prima volta - confessa che mi racconto e lo faccio perché questa malattia colpisce tante persone anche in età giovane, che hanno il diritto di non interrompere i loro progetti». Rincomincia da qui: «Mi resi conto che non mi sarebbe servito a nulla vivere con la paura addosso, pensando a quando non ce l’avrei più fatta a sostenere fisicamente i ritmi di lavoro, a quando i movimenti sarebbero stati lenti e difficili, la voce debole, il volto contratto. Non mi rintanai in casa e puntai sempre alla carriera. Non devo rinunciare a un incarico oggi pensando che domani non sarò più prestante, pensai. Nel 2020, quando arrivò la diagnosi, facevo il direttore dei servizi idrici di Genova. Decisi di non parlare ai colleghi della malattia: l’ambito del lavoro è uno dei più vigliacchi e insidiosi, temevo di essere messo all’angolo».

    I sintomi non si notavano ancora. Dopo quattro anni si presentò l’offerta della mia vita: un posto da amministratore delegato per la società che si occupa dei servizi ambientali di Livorno, un’azienda da 500 dipendenti. Accettai senza esitare un attimo, sebbene mi toccasse fare avanti e indietro in macchina da Genova». Tace sul Parkinson, di nuovo: «Quando non ce la farò più, mi fermerò. Non voglio che decida qualcun altro al posto mio, se ho ancora le forze di raggiungere i risultati». Dal 2004 al 2020 non perde un colpo, nonostante i primi segni del Parkinson. Fatica a concentrarsi, piccoli irrigidimenti alle gambe e alle braccia negli ultimi mesi di carriera. «Un collega, un giorno, mi chiese come mai avessi rallentato il passo. Gli dissi la verità e ne parlai anche al capo del personale, che mi propose di anticipare la pensione. A quel punto capii che era giunta l’ora di ritirarmi».

    Dal lavoro, non dalle relazioni e dai suoi interessi. Anche qui, Trebino segue lo stesso principio: «Cercare l’ottimismo in ogni situazione. Se ci sono delle cose che ci piace fare, come coltivare l’orto, nonostante la malattia ci crei dei disagi, le faremo meno bene di prima, mettendoci più tempo, ma comunque le potremo fare». Il suo non è, sottolinea, «un messaggio buonista», ma «quasi egoista». Nel senso che «non si devono trasformare i problemi in dilemmi: o in montagna faccio le ferrate oppure non ci vado e resto sul divano. Si può sempre trovare un compromesso per goderci la vita, la malattia non è la fine del mondo». Lui si è messo in gioco: «Oggi faccio la maschera al teatro di Camogli, leggo molto, cammino in collina e vado a caccia di ristoranti con gli amici. Come associazione conclude - vorremmo entrare nelle scuole per spiegare ai ragazzi cos’è il Parkinson. Quando perdiamo l’equilibrio in strada rischiamo di essere scambiati per ubriachi. E poi dobbiamo combattere i pregiudizi sul posto di lavoro: non va nascosta la malattia, come ho fatto io, per paura di essere danneggiati».

    «Artigiano in Fiera? Un ponte di pace, diversità è ricchezza»

    Antonio Intiglietta presenta il prossimo evento Dal 29 maggio torna l’anteprima d’estate: arrivi da 50 Paesi, compresi i territori in guerraDi Elena Comelli @elencomelli

    Mille artigiani da oltre cinquanta Paesi del mondo convergono su Milano per portare una parola di pace, con la seconda edizione dell’anteprima d’estate dell’artigiano in Fiera, che va in scena a Fieramilano dal 29 maggio al 2 giugno.

    «Sarà un incontro fra culture diverse, religioni diverse e storie diverse, per gettare ponti fra le persone in un quadro di relazioni, di meraviglia e di scoperta, gli stessi valori che da sempre guidano il nostro impegno nel promuovere l’artigianato come espressione genuina di umanità, territorio e saper fare», commenta Antonio Intiglietta, presidente della manifestazione.

    «L’importante è riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri e scoprono la loro umanità, in questo caso attraverso il lavoro. Questo è l’atteggiamento che più ci corrisponde, perché la simpatia nasce in maniera naturale fra persone creative, che si scambiano le proprie esperienze, i propri talenti e le proprie tradizioni manuali. In questo modo s’instaura la stima per l’altro, anche nella sua diversità. La diversità non è più un difetto ma un arricchimento».

    Lo vedete nella vostra esperienza?

    «Certo, questa dinamica noi la vediamo con l’esperienza, perché la gente che viene da noi guarda la diversità con simpatia. Bisogna immaginare questi cinque giorni di incontro con il pubblico milanese come un luogo di pace. La pace nasce quando le persone s’incontrano e comunicano senza pretendere di piegare la volontà dell’altro. Nella nostra fiera si costruisce questo ponte, facendo vedere che la pace è possibile».

    «Anche la concorrenza, naturale fra artigiani, non è un conflitto ma è un “correre insieme”, come dice la parola stessa. La concorrenza non è una guerra, come spesso la vediamo, ma uno stimolo, una provocazione per migliorare confrontandosi con il lavoro degli altri. Il concorrente non è un nemico, ma uno che correndo insieme a me, mette in luce i miei pregi e difetti».

    Avete artigiani da tutto il mondo?

    «Sì, da noi vengono ormai dai cinque continenti, anche dai luoghi di guerra. Abbiamo 15 iraniani che sono riusciti a partire malgrado il conflitto in corso. Abbiamo israeliani e palestinesi. Abbiamo siriani, africani, asiatici, latinoamericani, molti dei quali da Paesi in preda a queste guerre che ormai dilagano in tutto il mondo. Sono persone che arrivano qui con il desiderio di creare qualcosa di positivo e di bello, per resistere alle incertezze sul futuro grazie al proprio lavoro».

    «L’anno scorso sono venuti all’anteprima d’estate 200 mila visitatori, è stato già un bellissimo risultato, ma la manifestazione era alla prima edizione e quindi ancora poco conosciuta. Quest’anno ne verranno senz’altro di più, noi siamo molto speranzosi, perché c’è una certa fidelizzazione. Come stanno crescendo i nostri artigiani, che quest’anno sono il 20% in più dell’anno scorso, crescerà sicuramente il nostro pubblico».

    «Certamente. L’esperienza proposta ai visitatori è un percorso tra continenti ma anche fra tutte le regioni italiane, da Nord a Sud dello stivale, tra tessuti e abiti leggeri, gioielli

    Forza del lavoro

    «È importante riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri»

    ispirati alla natura, creazioni artistiche luminose, soluzioni di design per la casa e l’outdoor, accessori per il viaggio e il tempo libero. Ci sarà anche un itinerario gastronomico che attraversa specialità regionali italiane e cucine dal mondo, ospitate nelle otto Piazze del Gusto tra i vari padiglioni».

    «Sono molto colpito dall’interesse sempre più marcato per i prodotti in sintonia con la natura, creazioni sostenibili all’insegna dei materiali naturali, cosmetici e alimenti biologici, che cercano di ridurre il più possibile l’impronta dell’umanità sul pianeta. Sono queste le creazioni che attraggono di più anche il favore del pubblico, che privilegia sempre più la sostenibilità nei suoi acquisti».

    cosa è la. vita. eterna ?

    Una prima risposta al quesito   di cui  ho parlato in. uno. dei precedenti post mi pare qui.  viene. dal. mio amico testimone  di Geova Enrico Carbini 

    da https://it.wikipedia.org/wiki/L%27isola_dei_morti_(Böcklin)
     
    Forse per ognuno di noi la promessa della vita eterna ha un significato diverso. Per alcuni è pace. Per altri giustizia. Per altri ancora la fine della paura, delle sofferenze.  Per me è questo: vedere finalmente l’esistenza liberata dalla fretta. Prima anche le emozioni più importanti venivano consumate dall’ansia del tempo. Amavamo sapendo che un giorno avremmo perso, studiavamo sapendo che una sola vita non sarebbe bastata per capire davvero, costruivamo mentre qualcosa dentro di noi contava silenziosamente ciò che restava. Ora il tempo non ci insegue più. Anche lo studio è cambiato. Ora studiamo come si contempla il mare: senza bisogno di
    vincere. C’è chi passa decenni sopra una sola idea, chi attraversa continenti interi per comprendere una forma di vita sconosciuta, chi dedica un secolo alla musica soltanto per riuscire a esprimere una sfumatura dell’anima che prima sentiva ma non sapeva raggiungere. Prima anche il silenzio metteva disagio. Lo riempivamo subito, quasi per paura di restare davvero davanti agli altri e a noi stessi. Ora possiamo restare ore accanto a qualcuno senza parlare, e sentire comunque una presenza piena, viva, serena. Prima quasi tutti morivamo incompleti.C’erano talenti schiacciati dalla miseria, sensibilità spezzate dalla violenza, sogni lasciati a metà per mancanza di tempo. Ora ciascuno può arrivare fino in fondo a sé stesso. Possiamo cambiare, ricominciare, approfondire. Possiamo maturare davvero invece di limitarci a invecchiare.Prima la memoria era piena di perdite.Ogni epoca lasciava dietro di sé voci dimenticate, luoghi cancellati, persone amate trasformate in nostalgia. Ora custodiamo tutto. E questo ci ha resi più attenti, più presenti, perché nulla di ciò che viene vissuto è destinato a sparire nel nulla. Eppure sento che tutto questo è soltanto l’inizio.Forse le parole con cui proviamo a immaginare la vita eterna assomigliano ai disegni di un bambino che tenta di raccontare il mare senza averlo mai visto davvero.Queste meraviglie che oggi riusciamo appena a intuire, non sono che una piccolissima scintilla di ciò che vivremo.Forse nemmeno una milionesima parte.

    Stavo.    per  premnìmere. il tasto pubblica  , quando il. mio grillo. parlante mi  chiede  : 

    - Si . ma per te ?

    - la. fine di un percorso fisico  e l'inizio. di uno spirituale. \. metafisico  che puo' essere eterno o. provvisorio  dipende. fino a quando direttamente o indirettamente  saremo ricordati  sia da chi. ci vuole. e ci. ha. voluto bene.  ma. anche. da. chi ci odia.  ha. solo sentito parlare. di noi. proprio come

    N.B                                                                                                                                 Lo so che mi ripeto. , chi mi segue. dall'inizio o. ha lei le Faq. ed  i suoi  aggiornamenti  può saltare.  queste. citazioni  visto che. io. scrivo. soprattutto per i  nuovi lettori \. lettrici 

    Il figlio di Bakunìn - Sergio Atzeni - copertina


    Il romanzo di Sergio Atzeni ILFIGLIO DI BAKUNIN. (  foto. sopra  )   ed. il. film. omonimo  da esso. tratto e  rimanendo. sempre. in. ambito. letterario. artistico. (. vedere  foto. apertura.   post. ) i. Sepolcri di. Ugo. Foscolo e L'isola dei morti (Die Toteninsel) è il nome di cinque dipinti del pittore svizzero Arnold Böcklin, realizzati tra il 1880 e il 1886 e conservati a BasileaNew YorkBerlino e Lipsia. La quarta versione andò perdutadurante la. II. guerra. mondiale. 




    - quindi hai. rispetto ad. Enrico una. visione laica

    - esatto. perchè Per un laico*, inteso in senso filosofico e non confessionale, la vita eterna non coincide con la sopravvivenza dell'anima in un aldilà, ma si realizza attraverso l'eredità culturale, l'impatto sociale e la memoria che si lascia nel mondo terreno. Non essendoci una prospettiva di fede in una divinità o nella risurrezione, l'eternità viene declinata in chiave immanente, storica e relazionalela vita eterna non è solo un'attesa dopo la morte, ma una dimensione spirituale che inizia già nel presente. Significa vivere radicati nell'amore e nella fede, trovando il senso della propria esistenza nel quotidiano attraverso la famiglia, il lavoro e l'impegno verso il prossimo . Significa vivere radicati nell'amore e nella fede, trovando il senso della propria esistenza nel quotidiano attraverso la famiglia, il lavoro e l'impegno verso il prossimo.

     -Infatti ....
    - La prospettiva quotidiana
    Il presente: Non è un tempo infinito che comincia dopo la morte, ma la qualità della vita vissuta in comunione con Dio, intessuta di relazioni autentiche e carità.
    La dimensione comunitaria: Il laico testimonia l'eternità nella realtà del mondo, portando i valori evangelici (giustizia, pace, solidarietà) nei propri ambienti di vita.

    Per. approfondire




    18.5.26

    In un mondo diviso il cielo è riflesso di Dio e tesoro di bellezza per tutti

    inviatomi. da. un amioco. via. whatsapp. mi. pare. sia. l'osservatore romano della scorsa settimana 

     



    «Il cielo notturno è un tesoro di bellezza aperto a tutti — poveri e ricchi — e in un mondo così dolorosamente diviso rimane una delle ultime fonti di gioia davvero universali». Lo ha ricordato Leone XIV stamani, lunedì 11 maggio, ricevendo in udienza nella Sala del Concistoro una trentina di membri del Consiglio della Vatican Observatory Foundation. Di seguito, in una nostra traduzione dall’inglese, il discorso pronunciato dal Papa.

    Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
    La pace sia con voi.
    Eminenza,
    Presidente del Governatorato,
    Cari amici,
    Cari fratelli e sorelle,

    Sono profondamente grato di incontrarvi, membri della Vatican Observatory Foundation, e vi ringrazio per il vostro fedele e generoso sostegno al lavoro della Specola Vaticana, un’istituzione molto cara allo Stato della Città del Vaticano, al servizio della Santa Sede e della Chiesa universale.
    Centotrentacinque anni fa, il mio predecessore Papa Leone XIII rifondò la Specola Vaticana, di modo che “tutti possano vedere chiaramente che la Chiesa e i suoi Pastori non sono contrari alla scienza vera e solida, sia essa umana o divina, ma che l’abbracciano, l’incoraggiano e la promuovono con la massima dedizione possibile” (cfr. Ut mysticam, 14 marzo 1891). A quel tempo, la scienza veniva sempre più presentata come fonte di verità in contrapposizione con la religione, quindi la Chiesa sentiva il bisogno urgente di contrastare la crescente percezione che fede e scienza fossero nemiche.
    Oggi, tuttavia, sia la scienza sia la religione affrontano una minaccia diversa e forse più insidiosa: quella di quanti negano l’esistenza stessa della verità oggettiva. Troppe persone nel nostro mondo rifiutano di riconoscere ciò che la scienza e la Chiesa insegnano chiaramente: che abbiamo la solenne responsabilità di custodire il nostro pianeta e di garantire il benessere di coloro che lo abitano, specialmente i più vulnerabili, la cui vita è messa a repentaglio dallo sfruttamento sconsiderato sia delle persone sia del mondo naturale. È proprio per questo che l’adesione della Chiesa a una scienza rigorosa e onesta rimane non solo preziosa, ma anche essenziale.
    L’astronomia occupa un posto speciale in questa missione. La capacità di guardare con stupore il sole, la luna e le stelle è un dono concesso a ogni essere umano, indipendentemente dalla sua condizione sociale o dalle circostanze. Suscita in noi sia soggezione sia un sano senso della misura. Contemplare il cielo ci invita a vedere le nostre paure e le nostre mancanze alla luce dell’immensità di Dio. Il cielo notturno è un tesoro di bellezza aperto a tutti — poveri e ricchi — e in un mondo così dolorosamente diviso rimane una delle ultime fonti di gioia davvero universali.
    Purtroppo, anche questo dono ora è minacciato. Parafrasando Papa Benedetto, abbiamo riempito i nostri cieli di una luce fatta dagli uomini che ci rende ciechi alle luci che Dio vi ha posto: un’immagine calzante, ha suggerito, del peccato stesso (cfr. Omelia, 7 aprile 2012).
    È in questo contesto che esprimo la mia profonda gratitudine per il lavoro della Fondazione. Il vostro impegno consente agli scienziati del Vaticano di impegnarsi in modo costruttivo con il grande pubblico e con la comunità scientifica mondiale. La vostra generosità permette alla Specola Vaticana di condividere la meraviglia dell’astronomia con studenti di tutto il mondo e di proporre laboratori e scuole estive a quanti lavorano in scuole cattoliche e parrocchie. Ed è, in definitiva, la vostra dedizione a far sì che i telescopi e i laboratori dell’Osservatorio rimangano ciò che sono sempre stati destinati a essere: luoghi in cui s’incontra la gloria del creato di Dio con riverenza, con profondità e gioia.
    Non dobbiamo mai perdere di vista la visione teologica che anima tutto ciò. La nostra è una religione dell’Incarnazione. La Scrittura ci insegna che sin dal principio Dio si è fatto conoscere attraverso le cose che ha creato (cfr. Rm 1, 20), e che Dio ha tanto amato il suo creato da mandare suo Figlio perché vi entrasse e lo salvasse (cfr. Gv 3, 16). Non sorprende, quindi, che persone dalla fede profonda si sentano spinte a esplorare le origini e il funzionamento dell’universo. Il forte desiderio di comprendere il creato più a fondo non è altro che il riflesso di quel desiderio inquieto di Dio che dimora nel profondo di ogni animo.
    Nell’esprimere ancora una volta la mia gratitudine per il vostro sostegno, invoco volentieri su di voi e sulle vostre famiglie le abbondanti benedizioni di Dio Onnipotente.

    Grazie!



    diario di bordo n 145. anno IV lavoro per soddisfare i. clienti. la mia. missione e. farli. felici. mauro Uliassi da cuoco per. caso a. grande. chef. ., cuore e mente. sono. i diue. cervelli del corpo interconessi i struzioni. per. l'uso del cardiochirurgo massimo massetti

     



    Massimo Massetti è un cardiochirurgo italiano, direttore dell’Area Cardiovascolare e della Cardiochirurgia della Fondazione Policlinico A. Gemelli di Roma, titolare della Cattedra di Cardiochirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.  ....  https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Massetti )

    Questa   frase   come  fa. notare.  anche  AI Overview. col primo. risultato. di Google  e  riassume. quanto. dice  l'articolo  riportato  sopra.  Infatti. 

    Questa profonda connessione si articola in diversi livelli:
    • Asse Cuore-Cervello: Più del \(90\%\) delle fibre nervose tra questi due organi porta informazioni dal cuore al cervello, influenzando le nostre reazioni allo stress e la consapevolezza emotiva.
    • Coerenza Cardiaca: Quando le emozioni e i pensieri sono allineati, il battito cardiaco diventa armonioso, migliorando il benessere psicofisico e riducendo lo stress.
    • Intuito e Logica: Il cuore è spesso associato all'intuito e ai desideri autentici, mentre la mente analizza il mondo attraverso la logica e la sopravvivenza. [12345]

      quando la passione  ti fa. diventare. grande  cuoco 
     
     

     


    diario di bordo \ buone. notizie n 1 anno I , Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra ., LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI , Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso ed altre. storie

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