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3.3.26

faccio cose, vedo tv , e serie tv. Porto Bello di Marco Bellocchio e Peaky Blinders è una serie televisiva britannica ideata da Steven Knight

Lo so che  m'ero   imposto    dal lontano  1994  ,   dopo aver letto  un intervista pubblicata  postuma , mi pare  fosse panorama o  l'espresso  ,  di Kurt  cobain  leader  dei Nirvana  morto  suicida  ( o ucciso  secondo  altri  )   in cui  si  diceva  di  non giudicare  aprioristicamente  ,    e quindi  aspettare  per  giudicare   un opera  (  ora  si  chiamano  serie  o stagioni  )  a  puntate .Ma
quando si  hanno   gli strumenti  o  anche  una base minima   culturale  \ letteraria     sai   già  se quel film,libro, fumetto, e in questo caso serie  tv      saranno   un buon  prodotto  e   se  vale  la pena  di continuare a seguirlo  .
 E'  cosi  è   che   do  una  prima  valutazione   di due  serie  che sto seguendo  durante  la convalescenza    da  infortunio  .  
La prima   è quella di  Porto Bello   , ne  ho già accennato  in un post  precedente  , e  in un post del   lontano 2013  ( che  avevo dimenticato ma  poi ritrovato sul motorino di ricerca  di blogspot  )  in  cui riporto    un articolo sulla  sua     vicenda     giudiziaria   dove  parlavo  della  1  puntata    su 6  , di  cui    ho   visto    la    2 . Posso si dire     , in base agli  elementi letterari  , ai ricordi  diretti  e  indiretti  della   vicenda  reale  , che  è un buon prodotto ed è   molto stimolante  per vederlo  fino alle   fine   soprattutto  ora  che   è entrato  nel vivo della  sua  vicenda  giudiziaria  l'arresto ed il primo periodo  in carcere    ed l'ottusità dei giudici e  magistrati    che  alla  prime contraddizioni    dei pentiti  \  collaboratori di  giustizia   o  dissociati come di  si definivano  loro    decisero  di  continuare  nelle  accuse  e  di   portarlo   a  processo .  
La  seconda  è la  prima puntata    della  prima stagione  di  La seconda  è la prima  puntata    della  prima stagione   della serie (  6 stagioni  )  Peaky Blinders è una serie televisiva britannica ideata da Steven Knight. Ambientata a Birmingham tra il 1919 e il 1934, segue le gesta della banda criminale dei Peaky Blinders . La banda immaginaria è vagamente ispirata ad una vera banda di giovani omonima attiva in città dal 1880 agli anni '2nel periodo successivo alla prima guerra mondiale.
Sono  un po'  in  ritardo    visto che   La serie ha debuttato il 12 settembre 2013 su BBC Two ed è stata trasmessa fino alla quarta stagione, dopo di che è passata a BBC One per la quinta e la sesta stagione.Ma non uso o netflix da solo ed ai miei non piacciono ( salvo eccezioni ) le serie soprattutto quelle anglo americane soprattutto che E parlano d mafia e di criminalità .Promette bene, Essa è a metà strada tra : Gomorra ( comprende il film l'immortale e anche Gomorraq le origini ) , Breaking Bad ( compresi lo spin-off della serie intitolato Better Call Saul.incentrato sul personaggio di Saul Goodman, interpretato da Bob Odenkirk il film El Camino - Il film di Breaking Bad, incentrato sul personaggio di Jesse Pinkman ) e  Ray Donovan (  compreso il film ) serie televisiva creata da Ann Biderman per Showtime, trasmessa dal 30 giugno 2013.[1] La serie ha per protagonista Liev Schreiber nel ruolo di Ray Donovan.

dopo il caso del casco dello slittino l'ucrania fa ancora polemiche olimpiche Paralimpiadi, atleti ucraini non potranno indossare divisa perché raffigura mappa nazione


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L'uniforme scelta dalla delegazione di Kiev per sfilare ai Giochi invernali italiani, con la raffigurazione dell’intero territorio nazionale comprese le regioni oggi occupate, è stata respinta dagli organismi internazionali perché ritenuta non conforme ai regolamenti. Una decisione che riaccende le tensioni legate al conflitto e al principio di neutralità nello sport
Dopo le polemiche che avevano già accompagnato le Olimpiadi, anche l’appuntamento paralimpico di Milano Cortina si apre con un caso destinato a far discutere. La delegazione ucraina aveva presentato sui social l’uniforme pensata per la manifestazione: sul petto, la rappresentazione dell’intero territorio nazionale, comprese le aree al centro della guerra con la Russia, quindi anche Crimea e Donbass. La risposta del Comitato Internazionale Paralimpico è stata netta: quella grafica non è ammessa.
Il richiamo al regolamento
Secondo l’IPC, l’immagine del territorio rientra tra gli elementi vietati dal regolamento che disciplina l’abbigliamento degli atleti. Le norme proibiscono riferimenti che possano essere interpretati come messaggi politici o legati all’identità nazionale, inclusi slogan, testi di inni o simboli considerati divisivi. Una linea che punta a tutelare la neutralità della competizione, evitando che il campo di gara diventi spazio di rivendicazione.

La replica del comitato paralimpico ucraino
Durissima la reazione del presidente del Comitato paralimpico ucraino, Valeriy Sushkevych. Secondo il dirigente, la decisione impedirebbe all’Ucraina di presentarsi come Stato nella sua integrità territoriale, senza occupazioni. Parole che evocano apertamente il conflitto in corso e che trasformano una questione regolamentare in un nuovo capitolo dello scontro politico che attraversa lo sport internazionale dall’invasione russa del 2022.
Il precedente di Heraskevych



Non è la prima volta che un atleta ucraino si scontra con i divieti imposti dagli organismi olimpici. Ai Giochi invernali di Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, lo skeletonista Vladyslav Heraskevych aveva dovuto rinunciare a un casco che riportava i volti di sportivi e allenatori morti dall’inizio della guerra. In questo caso era intervenuto il Comitato Olimpico Internazionale, richiamando il divieto di espressioni politiche o di propaganda sul campo di gara.
Ansa/Getty

Cagliari Accuse di razzismo per la pasticceria “Chez les negres” «Cambieremo nome» Turisti francesi contro la storica pasticceria Il titolare: «I miei nonni emigrati dalla Tunisia»

 

 
Turisti francesi contro la storica pasticceria Il titolare: «I miei nonni emigrati dalla Tunisia» La fama consolidata non basta: in tempi di politicamente corretto anche l’insegna di una pasticceria storica, conosciuta da generazioni di cagliaritani, deve vedersela con la sensibilità post moderna.
Il caso
Così il nome “Chez le negres” finisce al centro di un caso sollevato da alcuni turisti francesi in visita nel capoluogo. Protestano anche ai piedi della torre Eiffel, dove un’associazione locale parla di razzismo. Colpa di quel “negres”: non va più bene, e il negozio di via Sonnino si è ritrovato nel tritacarne di Facebook. «Ci hanno etichettato come razzisti, siamo profondamente dispiaciuti. Non c’è alcun intento discriminatorio, anzi. Quando i miei nonni arrivarono dalla Tunisia erano loro “les negres“, nasce da qui il nome», spiega Salvatore Armetta, che insieme alla moglie Martina e alla zia Angela porta avanti la pasticceria diventata un’istituzione cittadina.
Intanto ha già tolto l’insegna perpendicolare a bordo strada, mentre respinge con fermezza ogni accusa. Ma medita persino un cambio nome per porre fine alla spiacevole vicenda.
Insegna contestata
L'eliminazione dell'insegna ovale con lo sfondo bianco e la scritta grande in verde “Chez les negres”, non è sicuramente passata inosservata. L’ha notato chi nella storica pasticceria che ha cresciuto generazioni di cagliaritani si serve da sempre. Se ne discute, anche nel giorno di chiusura, davanti all’insegna sul muro, dove la frase incriminata è stata ridimensionata e ora si legge appena. «Nessuno ci ha obbligato a sostituirla, è stata una nostra decisione dopo aver ricevuto diverse proteste da parte di turisti francesi. Probabilmente si sono sentiti offesi e hanno visto una connotazione razzista e discriminatoria che le assicuro non ci appartiene», ribadisce con tono gentile ma deciso Armetta. E per spiegare le sue ragioni torna indietro di oltre mezzo secolo.
«Fu mio nonno Mario Miceli, arrivato dalla Tunisia con nonna Aurelia e i figli Giovanni e Caterina, ad aprire la pasticceria nel 1964. Sempre lui scelse il nome». Ha funzionato per decenni senza problemi ma ora i tempi sono diversi. Anche Google si è messo di traverso. «È fortemente consigliato evitarne l’uso», avverte il motore di ricerca, spiegando che si tratta di un’espressione letterale spesso utilizzata in contesti storici o coloniali, ma considerata razzista e offensiva nella lingua francese contemporanea. Come d’altronde in quella italiana. «Capisco che al giorno d’oggi una scritta così possa sembrare offensiva – prosegue Armetta –, ma basta conoscere la storia di immigrazione della mia famiglia per comprendere che non c’è alcuna connotazione negativa tanto meno intenti discriminatori. Non appartenevano a mio nonno e sono sentimenti estranei a me, così come a tutta la mia famiglia».
Cambio del nome
La stessa insegna che anni addietro è riuscita persino a farsi spazio tra le prestigiose pagine del Gambero Rosso, e oggi finita al centro dell'attenzione per questioni sicuramente meno piacevoli della fama consolidata nel tempo. «Stiamo valutando attentamente la possibilità di cambiare il nome all’attività. Potrebbe diventare “Chez le noirs” e speriamo che almeno così si possano evitare eventuali nuove polemiche». Una piccola ombra in una storia di successo. Che sa di ricordi, di famiglia e di buono. Con nonno Mario che portò in città un tocco di internazionalità rivoluzionando l’offerta locale, mixando sapientemente la pasticceria francese con quella italiana, e unendo un tocco di Tunisia. L’auspicio dei titolari è che il polverone mediatico finisca in fretta, anche a costo di cambiare nome. «Ma nessuno ci dica che siamo razzisti per un’insegna perché non è vero. La nostra storia parla per noi».        

respiro di L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort

 


Non c’è fretta, davvero.
Non serve stringere i denti.
A volte la cosa più giusta
è fermarsi
e respirare.
Lasciare andare l’aria vecchia,
fare spazio dentro,
ricordarsi che si è vivi
anche così.
Un respiro alla volta.

Il padre gli disse "Niente laurea, niente rugby". Ora Maro Itoje lotta contro il razzismo, mette in discussione vecchie tradizioni, e sabato sfiderà l’Italia al Sei Nazioni






"Non puoi allenarti come Tarzan e vivere come Mick Jagger": Itoje, dottore, poeta e capitano inglese
Il padre gli disse "Niente laurea, niente rugby". Ora lui lotta contro il razzismo, mette in discussione vecchie tradizioni, e sabato sfiderà l’Italia al Sei Nazioni
Francesco Palma
2 marzo - 12:12 





Maro Itoje è uno che ci mette la faccia. Sempre. Lo fa quando l’Inghilterra, di cui è capitano, da favorita del Sei Nazioni finisce a lottare per non arrivare ultima. Lo fa quando bisogna parlare di razzismo, di politica, di temi davvero importanti (“Non sono solo un rugbista, quella è solo una parte di me”). Lo fa anche a costo di mettersi contro i tifosi, di mettere in discussione tradizioni storiche del tifo e del rugby inglese. Itoje non è mai stato come gli altri, ma allo stesso tempo non ha mai voluto distinguersi per forza, per necessità: è semplicemente questo. Da un anno è il capitano dell’Inghilterra che sfiderà l’Italia sabato, è un giocatore simbolo della Nazionale (esordio nel 2016 a 21 anni) e un elemento fondamentale in campo, con le sue braccia da piovra e i suoi 2 metri per 115 kg che non gli impediscono però di essere elastico e dinamico. Ma è anche un simbolo della lotta al razzismo (“anche dopo aver esordito andavo in alcuni supermercati e mi scambiavano per un dipendente, e questo succede a molti neri. E per i neri la strada è sempre più insidiosa”), un amante della cultura, appassionato di quadri e di poesia, e un uomo che porta avanti le sue idee a testa alta e a schiena dritta. In campo e fuori.

Con uno degli interventi più surreali nella storia della diplomazia mondiale, Melania Trump, moglie di Donald e first lady Usa, ha presieduto una riunione del Consiglio di Sicurezza Onu in nome e per conto degli Stati Uniti d’America.

  sempre  più   incredulo  della   .....  faccia  tosta      di Trump  e  famiglia    leggo      

 da lorenzo Tosa       



Con uno degli interventi più surreali nella storia della diplomazia mondiale, Melania Trump, moglie di Donald e first lady Usa, ha presieduto una riunione del Consiglio di Sicurezza Onu in nome e per conto degli Stati Uniti d’America.
Non era mai successo nella Storia dell’Onu.
Il tutto di fronte a una platea incredula, senza mai citare neanche per una volta l'attacco di suo marito in Iran in violazione di ogni diritto internazionale, non una parola sul “Board of Peace” di cui suo marito si è auto-nominato Presidente per l’eternità e che si propone di controllare e di fatto sostituire le stesse Nazioni Unite.
Melania Trump ha parlato di bambini nelle guerre - giuro, non è uno scherzo - mentre suo marito sta bombardano civili con uno che ne ha ammazzati 20.000 solo negli ultimi due anni a Gaza.
Ha parlato del ruolo dell’intelligenza artificiale nell’educazione.
E infine - tenetevi fortissimo - ha parlato di “pace”, mentre a Iran cadono le bombe e Israele sta invadendo il Libano.
Quando un giorno gli storici ricorderanno tutto questo, le colpe immani di questi due criminali di guerra, scriveranno che negli stessi minuti la moglie di uno di loro era all’Onu a (stra)parlare di pace.
Sipario.

Manca solo la moglie di
 Benjamin Netanyahu, siamo apposto


2.3.26

SANREMO, CINQUE SERATE DI NULLA COSMICO: ANCHE LE POLEMICHE SI ANNOIANO.,Sal, patria e famiglia: è il Festival “del popolo” La vittoria di Da Vinci tra ipertrash e cacche equine

 
<<Ma che cos'è questo nulla ?>> <<È il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo ,be' io ho fatto per aiutarlo>> <<ma perché >><<perché è più facile dominare chi non crede e questo è il modo più sicuro di conquistare il potere >> . Micheal ende la storia infinita

  da  il  Fatto quotidiano   2\3\2026 

SANREMO, CINQUE SERATE DI NULLA COSMICO: ANCHE LE POLEMICHE SI ANNOIANO

BOCCIATI

OLTRE LE GAMBE C’È DI PIÙ. Siamo sempre lì, le donne sono specie protetta all’ariston. Le conduttrici del tremendo Prima Festival - Ema Stokholma, Carolina Rey e Manola Moslehi – vengono ribattezzate “Charlie’s Angels”: naturalmente il boss è Carlo Townsend. Le cantanti in gara sono dieci su trenta (non esattamente una rappresentazione reale della società), Francesca Lollobrigida è “la mamma d’oro delle Olimpiadi”, Irina Shayk presenza ornamentale, un magnifico manichino. La Rai ha il coraggio di dire che la top model russa è una citazione, “un elemento di classicità del Festival nel primo anno senza Baudo, un riferimento a quello che Pippo portava nei suoi festival”: l’eccitazione della valletta che fu. Per fortuna, nella serata finale, Giorgia Cardinaletti porta sul palco un’immagine di donna che non ha bisogno della gerarchia tra gli aggettivi intelligente e bella.

PUCCI, PUCCI SENTO ODOR DI… Anche le polemiche si sono arrese, troppa noia. L’unica degna di nota è stata l’autoeliminazione del comico Andrea Pucci trasformata in “censura” grazie a una ridicola operazione di propaganda governativa. Hanno cercato di farlo rientrare dalla finestra in tutti i modi: La Russa gli ha telefonato e niente. Poi ha fatto un video in cui intimava a Conti di trovare un modo per farlo esibire a Sanremo, e niente: Pucci si è intestardito nell’autocensura. A parte questa pagina vergognosa per le nostre già malridotte istituzioni, il coté comico di Sanremo è stato un mezzo disastro, da Siani all’altra Laura interpretata da Vincenzo De Lucia. Si migliora nelle ultime due serate con il pur già visto Lapo Pantani e Nino Frassica, sempre una garanzia.

LA ”REPUPPLICA” E LE BANANE. Una delle migliori topiche la fa in onda Conti quando manda “un abbraccio all’incidente di Milano”. Fuori onda vince il premio delle gaffe (l’unico che ancora non c’è) il direttore in rima Di Liberatore che dà in numeri e i picchi d’ascolto alle 25.15. Extra Festival c’è il solito Salvini, ministro affetto da “logorria” (conio di Laura Pausini). Salvini ha fatto i complimenti a Ermal Meta per come parla bene l’italiano, “perfetto esempio di integrazione”. Ma Ermal, cittadino italiano, vive nel nostro Paese da 30 anni. E poi: Laura Pausini gattona sexy improvvisa una battuta un siparietto sul microfono (“Prima me l’avete messo qua, adesso ce l’ho in mano”). Sempre più Iva Zanicchi. Restando in zona genitali, una regia troppo spesso sciatta e distratta, ha inquadrato prima del tempo Raf mentre si ravanava le pudenda in attesa di scendere le scale. L’errore perdonabile è quel “Repupplica” apparso durante la celebrazione degli 80 anni del referendum istituzionale; imperdonabile invece lo sbianchettamento della foto storica dell’unità con la scusa della pubblicità occulta.

PROMOSSI

CANZONI INTONATE. La musica che gira intorno è in generale mediocre (compreso l’incommentabile Max Pezzali da villaggio turistico sulla nave). Ma ci sono stati anche (pochi) momenti belli, che resteranno. Achille Lauro ha illuminato l’ariston con un omaggio ai ragazzi di Crans-montana. “Perdutamente”, che aveva accompagnato il funerale di una delle vittime della strage di San Silvestro, lascia il segno anche per il garbo. “Se la musica può far star bene anche una sola persona, è un dovere” ha detto Lauro parlando della mamma di Achille. Tiziano Ferro ha fatto il suo, come Eros Ramazzotti insieme ad Alicia Keys. Tra tutte le performance di Laura Pausini, la migliore è “Heal the World” di Michael Jackson, con il Coro dell'antoniano e il Coro di Caivano, sul ledwall la scritta “Make Music Not War”. A chi le chiedeva se non poteva fare, o dire, di più, ha risposto bene: “Finché per alcuni sarò solamente una cantante italiana che va in Sud America e non un’artista che utilizza la voce per dire delle cose, nulla basterà mai. Il messaggio è stato dato attraverso la canzone, avremmo potuto anche non dire niente”.


Sal, patria e famiglia: è il Festival “del popolo”

La vittoria di Da Vinci tra ipertrash e cacche equine

FOTO LAPRESSE
Ariston Sal Da Vinci vincitore del Festival sul palco di Sanremo

Sal, Patria e famiglia. Nel Festival cimiteriale in cui Pippo presenta, le mamme sono in cielo (o ballano con i figli) e i filmati delle divinità Vanoni e Battisti surclassano i contemporanei, Da Vinci è una botta di vita per gli strapaesani. È “la vittoria del popolo”, di quelli “venuti dal basso”, sottolinea lui: che ha cominciato a lavorare a 7 anni e si è preso il Festival dopo infinite “cadute e salite ripide”, la nascita a New York che fa tanto Merola e lacreme napulitane, il primo bacio alla moglie Paola a Posillipo più di 40 anni fa (“grazie a lei sono sopravvissuto nella tana dei lupi”), ora il premio da dedicare alla sua città e condividere con Geolier: “Anche lui viene dalla gente e qui a Sanremo aveva lasciata incompiuta la sua opera”. I lazzari felici, i masanielli hanno infine conquistato la Riviera: due anni fa la Sala Stampa pro-angelina Mango impallinò il rapper, sabato ha invece spianato il traguardo a Salvatore Michael Sorrentino ai danni del talentuoso italotunisino Sayf, un Ghali che non se la tira. Nel brano del rampollo della scuola genovese trovi alluvioni, G8, bossoli e la scesa in campo del Cav: Tu mi piaci tanto è uno sbarazzino nuovo inno per l’opposizione. Sayf ha vinto il

‘‘ 2027 De Martino ‘Per sempre al comando: sì’? Sul sarà “scortato” dall’ex uomo referendum chiave di Sony non parlo, fake news che io voti No

’’televoto (26,4%) su Da Vinci (23,6%), ed è finito secondo per un niente: 22,2 a 21,9, lo 0,3% di differenza nel combinato disposto dei suffragi. Le giurie degli addetti ai lavori – Stampa, Tv, Radio e Web – si sono espresse per la vorticosa Ditonellapiaga (arrivata terza precedendo la disneyana Arisa) pur di non mandare in orbita i malmostosi Fedez & Masini, che hanno rotto i cabbasisi con la loro eterna carogna sulla schiena. Nel tourbillon dei calcoli incrociati il trofeo se lo è perciò aggiudicato l’ipertrash di Pe r sempre sì, perfetto slogan per una campagna referendaria telemeloniana malgrado Da Vinci giuri di non essersi mai esposto sul tema: “Voterò No? Fake news”. Il cantante esporterà il pezzo nella tenzone dell’eurovision il 16 maggio a Vienna. A 57 anni, dopo il terzo posto del 2009 e l’hit Rossetto e caffè si è insediato sul gradino più alto del podio con un tarantellone postmelodico in cui giura fedeltà coniugale con una foga sospetta, e quel pugno sbattuto sul palmo, guai a chi dubita, stu cazz de anell’ al dito è un sigillo per la vita. Uno statement valoriale in un tormentone partenodance. Con Sal gioisce l’amuleto Verdone, che lo aveva ingaggiato in una particina in Troppo forte :e l’anno scorso il regista era stato oracolare con Lucio Corsi. Illo tempore, Da Vinci finì persino sul lettone di Putin: nelle intercettazioni del Cav con Patrizia D’addario il sottofondo era Zoccole dal musical Scugnizzi… c’era una volta, in cui lavorava il Nostro. Ok, non è colpa dei cantanti se il ritornello talvolta agevola, diversamente da quanto accaduto in questo ammosciante Festival 2026: gli ascolti della finale certificano la depressione nazionale: 11 milioni di spettatori e 68,8% di share a fronte dei 13 milioni e del 72,7 del 2025. La Rai può gioire per la raccolta pubblicitaria: 72 milioni di euro, +10%; ma ora che il sole è tramontato su Carlo V (in scena ne ha infilzate di battute storte, dall’“abbraccio all’incidente” di Milano venerdì alla richiesta alla moglie, “per gelosia”, di non comprare certi jeans, prima di ospitare Cecchettin) sarà dura veder spuntare il giorno con Stefano De Martino, investito in diretta da Conti (“Ho voluto io l’annuncio”) del doppio ruolo di conduttore e direttore artistico 2027. E il 36enne ex ballerino, in ascesa come showman, sulle scelte del cast rischia il frontale. Dunque, avrà al fianco “una squadra”, spiega il responsabile intrattenimento Prime Time Williams Di Liberatore precisando comunque che “le canzoni non sono l’unico ingrediente del Festival”: al centro del “progetto collettivo” opererà da consulente-direttore musicale Fabrizio Ferraguzzo, manager dei Maneskin, ex uomo chiave Sony, talmente ammanicato con i potentati discografici da garantire la blindatura (o lo stritolamento?) per De Martino, protégé di Arianna Meloni. A proposito: la first sister è grande amica di Veronica, la moglie di Bocelli, arrivato all’ariston in sella al cavallone “Caudillo”, scacazzante sul carpet. Un incaricato provvedeva alla ripulitura a mani nude. Sign o’ the times.

Scuola e musica Olbia, quando il rap diventa inclusione: il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, che abbatte le distanze entra in classe

Una  prova  che la  musica  rap   non è  solo  testi   :  violenti  ,  edonistici  , misogeni  , ecc  ma anche   rottura di barriere 
Una  risposta a chi : << Per tutte le banalità  la  nuova  sardegna  fa  unn articolo  !!! >> . 


La scuola elementare di via Vignola (Quarto circolo) a Olbia








Olbia
Una canzone che parla di disabilità, amicizia e sostegno reciproco entra in aula e si trasforma in un percorso educativo strutturato. Accade tra il Quarto Circolo di Olbia e il Liceo Scientifico di Ozieri (indirizzo scienze umane), dove il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, è diventato il punto di partenza di un’esperienza di dialogo tra realtà scolastiche diverse. Ma il valore dell’iniziativa non si esaurisce nell’ascolto del brano. “Dentro di te” diventa infatti parte di un percorso educativo più ampio, in cui la musica si trasforma in occasione di crescita e confronto. «La scuola, nella sua essenza più profonda, è il luogo privilegiato nel quale si costruiscono ponti tra persone, storie e generazioni differenti», sottolinea la docente di sostegno del 4° circolo Rosella Cau, che ha accompagnato e valorizzato l’iniziativa. Un ponte nato quasi per caso, da una semplice condivisione, e diventato un percorso capace di annullare distanze geografiche e anagrafiche. Per Rosella Cau l’obiettivo è chiaro: «Trasformare un linguaggio vicino ai ragazzi, come il rap, in occasione di riflessione autentica. La musica è uno strumento potentissimo perché parla direttamente alle emozioni, ma il compito della scuola è quello di accompagnare quell’emozione verso la consapevolezza. Il testo è stato analizzato come una poesia contemporanea, scomposto, discusso, riletto insieme, diventando filo conduttore di un lavoro sul rispetto delle fragilità, sulle potenzialità di ciascuno e sul valore concreto della solidarietà». Non si è trattato solo di comprendere le parole, ma di interrogarsi sul loro significato nella vita quotidiana. «Educare – evidenzia ancora la docente – significa aiutare i ragazzi a riconoscere l’altro, a mettersi nei suoi panni, a capire che ogni fragilità può trasformarsi in una risorsa se sostenuta da una comunità attenta». In questa prospettiva, la classe diventa uno spazio in cui ciascuno può sentirsi visto e ascoltato, e dove la diversità non è un ostacolo ma un’occasione di crescita reciproca. «Non solo ascolto, dunque, ma consapevolezza. Non solo emozione, ma educazione. Le relazioni, gli affetti, l’amicizia non finiscono con la conclusione di un percorso scolastico – evidenzia ancora Rosella Cau – ma diventano più forti e consapevoli quando sono radicate nel nostro modo di pensare». È questo il messaggio che la scuola vuole consegnare agli alunni: la rete che si costruisce tra i banchi può diventare un paracadute capace di attutire le cadute della vita. Il 25 febbraio il Quarto Circolo ha ospitato l’autore del brano e la compagna che lo ha ispirato, coinvolgendo le classi quinte della sede di via Vignola in un momento di confronto. «Non una celebrazione, ma un’occasione per rileggere i cinque anni trascorsi insieme, interrogarsi su quanto ciascuno abbia saputo donare agli altri e rafforzare la convinzione che nessuno debba sentirsi solo. In questo senso, la musica è l’inizio di un cammino condiviso. Il vero protagonista è il percorso educativo che ne è scaturito: una scuola che costruisce ponti, che educa all’empatia e che insegna – prima ancora delle nozioni – il valore dell’inclusione».
Infatti esso sempre secondo la nuova sardegna  del 2\3\2026

Olbia
Una canzone rap che parla di disabilità, amicizia e sostegno reciproco entra in aula e si trasforma in un percorso educativo capace di lasciare un segno profondo. È accaduto al Quarto circolo di Olbia, dove il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, è diventato il cuore
di un'esperienza di dialogo tra scuola primaria e liceo scientifico di Ozieri.



L'incontro, che si è svolto nella sede di via Vignola, guidato dalla dirigente Francesca Demuro, ha visto protagonisti i bambini delle classi quinte A, B, C,D, Ge H e due studenti del liceo scientifico di Ozieri,
Francesco e Antonietta, accompagnati dalla professoressa Stefania Pischedda in rappresentanza del dirigente scolastico Andrea Nieddu.
L'iniziativa ha riscosso grande partecipazione ed entusiasmo, trasformando una semplice lezione in un momentodi confronto autentico e coinvolgente. Il testo della canzone rap è stato analizzato come una poesia contemporanea:letto, scomposto, discusso e rielaborato insieme. Non un ascolto passivo, ma un lavoro strutturato sul rispetto delle  fragilità, sulle potenzialità di  ciascuno e sul valore concreto
della solidarietà. «La scuola,nella sua essenza più profonda, è il luogo privilegiato nel quale si costruiscono ponti tra persone, storie e generazioni differenti», sottolinea la docente Rosella Cau, che ha accompagnato e valorizzato il progetto. «Un ponte nato da una condivisione e diventato un percorso capace di annullare distanze geografiche e anagrafiche. Attraverso un approccio trasversale, che ha
preso spunto anche da un brano scritto dallo stesso Arcadu e dedicato alla compagna di classe Antonietta Carroni, i ragazzi si sono impegnati in un dibattito aperto e partecipato.I ricordi dei cinque anni trascorsi insieme, le amicizie costruite, il senso di appartenenza,la fiducia e la generosità sono diventati il filo conduttore di una riflessione collettiva intensa e sentita. Sorrisi, occhi lucidi e interventi spontanei
hanno raccontato meglio di qualsiasi parola il successodell'iniziativa. La musica è uno strumento potentissimo perché parla direttamente alle emozioni --- spiega Cau ---ma il compito della scuola è ac-
compagnare quell'emozione verso la consapevolezza». Edè proprio ciò che è accaduto: non solo emozione, ma educazione. Non solo ascolto, ma crescita. Il momento musicale ha suggellato l’esperienza. 
Cantare “Dentrodi te” tutti insieme, a tempo di rap, si è trasformato in un rito liberatorio e in una promessa simbolica di “amici per sempre”, anche quando le strade si divideranno con il passaggio alla scuola secondaria.
La lezione interattiva sul rispetto delle unicità e delle diversità non è stata soltanto un'attività didattica, «ma un esempio concreto di educazione emotiva e civica capace di lasciare un'impronta dura tura nel cuore e nella mente degli alunni. Un'esperienza riuscita --- ha chiuso Rosella Cau --- , che ha dimostrato
quanto il dialogo tra ordini di scuola diversi possa diventare occasione di crescita reciproca e quanto il rispetto delle differenze sia il terreno su cui costruire una società più aperta, flessibile e consapevole ».



  
 





La mia vita sui treni



da ilpost.it di Marianna Aprile



«Chi viaggia su rotaie in questo paese si muove nello spazio quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Se sei fortunato e hai più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono
Chiunque abbia l’abitudine o la necessità di viaggiare molto in treno sa che per salire a bordo oltre al biglietto serve una buona dose di ironia. Cioè di quella capacità di mettere tra noi e quel che ci capita una distanza sufficiente a potere almeno provare a sorridere degli imprevisti. Non è facilissimo, l’ironia – come il coraggio della più abusata delle citazioni manzoniane – se non ce l’hai non puoi mica dartela. E quanta ce n’è voluta per leggere – sorridendo invece che smadonnando – il titolo della copertina del numero di gennaio de Le Frecce, il giornale di Trenitalia, su cui campeggiano Toni Servillo e il titolo “Il tempo dell’attesa”. In un fulmineo uno-due, torna alla mente la domanda tormentone de La grazia di Paolo Sorrentino: «Di chi sono i nostri giorni?» che finalmente ha una risposta: di Trenitalia.
Ecco, i treni servono a questo, ad allenarsi a un approccio ironico all’assurdo, all’intoppo inatteso (sia mai torni utile anche in caso di disgrazia), facendo lo sforzo di surfare sulla gamma di reazioni istintive che determina nell’umano medio: fastidio, ira, rancore.
Chi viaggia in treno in questo paese ha un vantaggio, perché lo spazio tra banchina e rotaie è quello quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Lo sai da prima di comprare il biglietto che sarà difficile vada tutto liscio, che il treno faccia davvero il treno e cioè parta all’ora X e arrivi a quella Y, dopo un tot di fermate predefinite.
Per i più duri di comprendonio, Trenitalia ha scelto “Disco Inferno” come colonna sonora della sua campagna pubblicitaria televisiva; sarò in malafede io, ma a me pare un «poi non dite che non vi avevamo avvertiti». Vuoi mettere la tenerezza dell’ambizioso “Don’t Stop Me Now” scelto da Italo? Questo per dire che se sali a bordo lo sai già come probabilmente andrà a finire, anche se non sai ancora esattamente perché. Nella sospensione tra certezza dell’imprevisto e incertezza sulla sua natura alla fine impari a viverci, e a trasformare quello che ruota attorno a ogni viaggio in un’occasione di conoscenza e crescita personale (si sente l’Oṃ che recito mentre lo scrivo?).


Sembra un discorso campato in aria ed è invece estremamente pragmatico. Vi faccio pure degli esempi, ma prima forse dovrei descriverla, questa scuola di vita su rotaie, raccontarne le regole scritte e non. Provo a fare un quadro, benché non possa che essere parziale e soggettivo.
Dunque, quando finalmente riesci a partire sai che in qualsiasi momento potresti fermarti: «per controllo tecnico alla linea aerea», perché si «aspetta l’autorizzazione» (cioè siamo partiti senza?), per «presenza sui binari di animali», per «presenza di persone non autorizzate sui binari » (ma perché, ci sono persone che invece sono autorizzate a stare sui binari mentre passano i treni?); «indebita presenza di estranei sui binari» (se invece fossero stati conosciuti gli saremmo passati sopra per evitare ritardi?). Forse si spera che la confusione sulle cause faccia premio sull’incazzatura per il ritardo.


L’imprevisto è così frequente che quando tutto va liscio è un problema. Dopo qualche migliaio di treni presi pendolarando negli ultimi vent’anni tra Milano e Roma (e tra queste e decine di altre città), ho elaborato questa teoria: nel compilare gli orari ferroviari, i gestori ritoccano per eccesso i tempi di percorrenza reali, per provare ad ammortizzare ritardi che danno per scontati.
E così se, per un fortuito caso, il treno parte in orario, viaggia sereno e arriva in anticipo nei pressi della stazione di destinazione, è costretto a fermarsi, che mica entri ed esci dalle stazioni quando vuoi. E tu sei lì, dal finestrino vedi già il tornello in fondo al tunnel, ma devi comunque aspettare. Nel frattempo, però, sul treno ti annunciano che siamo arrivati «in anticipo» alla stazione di. Un eccesso di zelo o una formalizzazione utile per le statistiche sui ritardi, vai a sapere. Il risultato non cambia: se prendi un treno devi allenarti ad aspettare anche quando sei già arrivato. Rileggete: non sembra un insegnamento zen?
È come se la prima delle leggi non scritte fosse che è necessario che tu scenda a destinazione portando via con te un motivo di fastidio persino se è andato tutto liscio. Persino se stavolta il tuo treno non è dovuto tornare indietro (celo); la tua carrozza non è stata evacuata perché si è riempita di un fumo di cui peraltro nessuno ti svela la provenienza (celo); il convoglio non si è fermato perché è vecchio e la salita per Frascati non riesce più a farla (celo); l’aria condizionata ha funzionato (celo) e persino la presa della corrente (celo); non ti hanno trasbordato su un altro treno in una stazione di fortuna in mezzo al nulla padano (celo); hai incontrato a bordo l’uomo della tua vita (manca).
Persino se, in piena pandemia da Covid-19, il fantomatico «tracciamento degli infetti» ideato per provare a contenere il contagio ha funzionato. Nel mio caso è andata così: fine luglio 2020; dopo mesi di lockdown imposto e un surplus di prudenziale e ipocondriaca reclusione autoinflitta, decido di accettare un invito a In Onda, ai tempi condotta dal socio Luca Telese e David Parenzo. Quindi prendo coraggio e mi riapproprio del familiare tragitto casa-metropolitana-Stazione Centrale-treno-Stazione Termini-Taxi-studi di La7. E, dopo la puntata, ritorno sui miei passi, pardon, sulle mie rotaie, verso Milano. Tutto liscio. Non solo: i treni in quei mesi sono vuoti e sfrecciano tra città che lo sono altrettanto. Per dire, nel viaggio di ritorno sono la sola passeggera della carrozza, oltre a un signore che viaggia qualche fila dietro di me.
Tutto così piacevole che decreto ricominciata la mia vita, anche quella sociale. E infatti il giorno dopo invito a cena due cari amici molto anziani. Ci disponiamo sul terrazzo, a distanza, stiamo per aggredire la prima teglia di lasagna post-lockdown quando squilla il telefono. Ministero della Salute. Il gentile signore dall’altro capo della telefonata lavora lì e mi informa che ha avuto il mio numero da La7, cui è arrivato su indicazione di Trenitalia (il mio a/r per Roma lo avevano comprato loro). Mi dice che il signore che ha viaggiato nella mia stessa carrozza è ricoverato in ospedale col Covid e che avendo viaggiato con lui, benché a distanza, devo entrare in quarantena. Metto giù, guardo i miei anziani ospiti e penso: potrei averli infettati, potrei ucciderli. Panico, lasagne nella teglia, saluti frettolosi e inizio di una nuova reclusione.
Non ho sintomi, non ho niente. Sto bene (anche meglio quando, passati tre-quattro giorni, i miei due commensali mi rassicurano che pure loro). Lo dico sempre più meccanicamente anche alla gentile signora della Asl che mi chiama un paio di volte al giorno per chiedermi se ho febbre, se sento i sapori, se è tutto ok. E se sono in casa: no, sì, sì e sì, rispondo.
Lei mi crede, ma la polizia locale – anche loro chiamano, con meno frequenza – evidentemente no. E così dopo l’ennesima telefonata «Signora tutto ok?», «Sì», «Dove si trova?», «E dove? A casa…», «Ok, arrivederci», metto giù e sento suonare il citofono. È la polizia locale che vuole sincerarsi che non abbia mentito e a casa ci sia davvero. Tanta solerzia mi rassicura, ma siccome ho molto tempo da riempire mi ritrovo comunque a fare un livoroso elenco di tutte le occasioni in cui avrei voluto fossero altrettanto solerti e invece.
Dopo una settimana in perfetta salute (quantomeno fisica) provo a trattare: ma veramente devo rimanere qui dentro un’altra settimana nonostante stia benissimo? (Ho sempre amato le domande retoriche). Niente da fare. Mi rassegno. La settimana passa, con lei il Ferragosto in cui – leggo dai giornali – l’Italia prova a riprendersi un po’ di normalità (tentativo fallito, dopo il 15 agosto esplodono cluster di contagi praticamente attorno a ogni discoteca del Paese) e io l’ho passato in casa in una Milano deserta e con una temperatura percepita di seimila gradi. Tutto perché su un treno le cose hanno funzionato.
Quando viaggi in treno scopri anche che il famoso monito che invita a fare attenzione ai desideri perché potrebbero realizzarsi può declinarsi in concretissime rotture di scatole. Passi il tuo tempo ad augurarti che il tuo non sia in ritardo e ti capita di dover imparare che i treni possono non solo non esserlo ma anche partire prima dell’orario che compare sul tuo biglietto.
Quando accade, di solito si viene avvisati con un sms, che però può essere anche lui in ritardo. Io, peraltro, gli sms del gestore dei treni che prendo più di frequente non li leggo neanche più, da quando ho notato che sembrano scritti da uno di quei figli che devono dare una brutta notizia ai genitori, stesso livello di edulcorazione. Tu magari sei su un Frecciarossa che ha accumulato già mezz’ora in più rispetto alla tabella di marcia e l’sms ti comunica che potresti viaggiare con un ritardo di venti minuti. Cose così. Bugie bianche. Le peggiori.
E a proposito di ritardi, una menzione meritano i messaggi sonori che li annunciano a bordo, tutti impostati sull’allusione a una causa esterna, localizzata in uno spazio immaginario e indefinito, comunque lontano a sufficienza dalla responsabilità del gestore: si è in ritardo «per presenza di altro materiale sui binari», per «ritardo al treno precedente», «guasto alla linea», «lavori programmati» (ma se sono programmati perché non me lo hai detto prima della partenza?).
Tempo fa mi ci ero appassionata come a un nuovo genere letterario e ho scoperto che dal 2004 in Trenitalia esiste il MAS, che sta per Manuale Annunci Sonori, un librino che spiega al personale di ogni stazione i criteri per comporli caso per caso. È sul sito di Trenitalia e ci si possono passare ore sopra. Ho scoperto anche che quello in vigore oggi è l’aggiornamento del 2018, il quarto MAS (stilato niente meno che con la collaborazione dell’Accademia della Crusca), e già scalpito all’idea di cosa dovranno inventarsi al decimo aggiornamento. Ammesso che per allora l’assonanza con la Decima sarà ancora un problema.


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Dopo aver collezionato decine di cose così, ci sta che arrivi (almeno tu) a disporti a un viaggio in treno entrando in una modalità doppia e complementare.
La prima: modalità “cucciolo nella jungla”, quello stato di allerta perenne che ha il pregio di renderti più vigile rispetto a quel che ti succede attorno. Perché ormai sai che ogni cosa può essere il segnale di un accadimento imminente che dovrai elaborare velocemente per portare a destinazione la pelle. O salvare almeno l’umore.
La seconda: modalità “cosa vuole comunicarmi l’Universo?”.
La prima ha il vantaggio di farti sviluppare, anno dopo anno, trucchetti di sopravvivenza sempre più specifici. Per esempio, impari che se sei su un regionale dovrai scegliere un vagone non troppo affollato (se c’è) ma neanche troppo poco (altrimenti sei troppo vulnerabile); metterti vicina ad altre donne ma non troppo lontana da uomini che di rassicurante abbiano almeno l’aria. Dovrai prevedere l’eventualità di addormentarti, quindi sarà meglio che sistemi da subito tutto perché sia difficile da portare via, per evitare di risvegliarti senza borsa, telefono o altro. Negli anni, sono diventata una fenomenale intrecciatrice di tracolle: se qualcuno prova a tirar via un pezzetto del bagaglio, si trascina dietro tutto il resto. A quel punto secondo i miei piani dovrei svegliarmi.
Ancora: se viaggi su tratte che sai essere frequentate da gente che potresti conoscere e che potrebbe quindi coinvolgerti in conversazioni che – ammettiamolo una volta per tutte – a nessuno piace davvero fare in treno, inizi a portare con te mascherina e occhiali da sole, combinato disposto perfetto per non essere riconoscibile, quindi costretta a socializzare.
La seconda modalità ti porta a interpretare tutto quello che succede a bordo come una sorta di I-Ching, un messaggio esistenziale da decrittare. Una volta, dopo aver notato che mentre entravo nella carrozza e prendevo posto era partita la suoneria di un passeggero con De André e «Quei giorni perduti a rincorrere il ventooo», ho passato tutto il viaggio a provare a calcolare quanti dei 365 giorni di un anno trascorro in media chiusa in una carrozza. Arrivata a destinazione avevo concluso che se li avessi spesi diversamente, in questi anni, avrei finalmente preso la seconda laurea che sogno da sempre.
Un’altra volta, nel pieno di uno di quei pantani esistenzialprofessionalsentimentali che puntellano la vita un po’ di tutti noi, mi è capitato un interminabile Milano-Roma con accanto una che raccontava a quella seduta di fronte che aveva mollato tutto, aveva venduto la casa e deciso che avrebbe solo viaggiato finché i soldi non fossero finiti. Solo a quel punto si sarebbe messa a cercare un altro modo per sostentarsi. Ammetto di averla considerata un’ipotesi percorribile per il solo fatto di aver interpretato la presenza della globetrotter in downshifting accanto a me come un segnale che l’Universo ci teneva proprio a recapitarmi. Un po’ me ne vergogno, in effetti.
Sui treni si impara molto, su di sé e sugli altri. Per esempio, che avere le gambe corte non è sempre uno svantaggio, visto lo spazio vitale che il sadico progettista ha previsto per ciascun passeggero. Ma se sei seduta di fronte a uno più alto di te, rimedi una lezione supplementare: gli altri si prendono lo spazio che tu non occupi, anche se quello spazio è tuo. E che quindi lo spazio che ti spetta lo devi difendere, anche se lì per lì non ti serve. Ti servirà. Lezione buona per tutto, dai rapporti di lavoro e amicizia alle relazioni.
Impari anche che si può diventare insensatamente intransigenti su cose di cui in realtà non ci importa nulla. Prendete la carrozza silenzio dei treni ad alta velocità, quelle in cui è obbligatorio parlare solo bisbigliando, silenziare il telefono e smetterla di guardare video su Tik Tok senza auricolari. Nonostante io sia contraria alle chiacchiere de visu e al telefono fatte in treno e corra il rischio di scegliere la banda armata ogni volta che qualcuno videochiama o guarda video senza auricolari, la carrozza silenzio mi irrita.
Quella vetrofania sui finestrini, con l’omino che porta severo l’indice alle labbra per intimarti di non fiatare, la vivo proprio come una inopportuna interferenza con la mia libertà. Però mi capita spesso di doverci viaggiare, nelle carrozze silenzio, perché si sa che la legge di Murphy dà il meglio di sé su rotaia. E quando sono lì, mi trasformo nella sosia di quella vetrofania e mi esibisco in occhiatacce a chiunque risponda al telefono, richieste di abbassare la voce a quelli che si raccontano la vita e altri modi per rendermi simpatica al prossimo. È come se dovessi far scontare agli altri il fastidio che provo io a viaggiare lì.
C’è sicuramente un altro insegnamento zen in tutto questo ma ancora non ho capito bene quale sia. E comunque, carrozza silenzio un piffero: tra annunci in italiano e in inglese, passaggi del personale, del controllore e di gente che «aspetta, aspetta, esco dalla carrozza e ti dico» alla fine è sempre una gran cagnara.
Dai viaggi in treno ti arrivano anche lezioni gratis di fisica, o quasi. Per esempio, capisci finalmente cosa si intenda quando si parla di relatività del tempo: la tratta Roma-Firenze di un treno ad alta velocità dura esattamente quanto quella Firenze-Milano, ma la percepisci lunga almeno il doppio, mai capito perché. Impari anche che cinquanta minuti di ritardo sono pochi. Anzi, troppo pochi, perché i rimborsi (parziali, peraltro) scattano dopo sessanta, indipendentemente dal tempo di percorrenza inizialmente previsto per il tuo viaggio. Cioè se dovevi metterci un’ora e ce ne hai messe due, vale come quando dovevi mettercene tre e ce ne hai messe quattro.
Un aumento del 100% del tempo di percorrenza vale come un aumento del 33%, un raddoppio quanto un allungamento di un terzo. Non ha senso, ma tant’è. Se sei fortunato e il tuo treno ha più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono.
La prima volta che mi è successo ho visualizzato i frattali e mi sono detta che finalmente avevo trovato qualcuno (o meglio qualcosa) che era riuscito a farmeli capire. Ammetto che ero agevolmente arrivata comunque in discrete condizioni a cinquant’anni senza averli capiti, ma comunque, presa dall’entusiasmo, ho postato sui social questa intuizione che faceva di me la prima teorica del nesso tra i corsi e i rimborsi storici d’ispirazione vichiana e la fisica. Non che sognassi per questo il Nobel come Donald, ma neanche mi sarei aspettata che nelle ore successive mi arrivassero un certo numero di lezioni gratuite sulla differenza tra frattali e ricorsività, al termine delle quali ho capitolato: ok, avete ragione voi, la storiella sulle scatole cinesi dei rimborsi spiega la ricorsività e non i frattali; ora però restituitemi alla mia ignoranza.
O agli amici della carrozza bar, la mia ancora di salvezza. Non solo per le piadine, che mi concedo di mangiare solo lì (il ritardo dei treni può essere – anche – un alibi perfetto per infrangere la dieta), ma perché nove volte su dieci ci trovi persone che ti svoltano l’umore. Che magari ti vedono stanca e inversa e ti versano un bicchiere di vino senza che tu glielo abbia chiesto. O chiedono un consiglio su una questione personale come se ti conoscessero da tempo.
Qualche viaggio fa ho aiutato la barista a scegliere quale fosse il tono di verde più adatto al vestito che voleva farsi fare per la festa che intende dare per i suoi cinquant’anni. La sua collega le diceva di lasciarmi stare, perché «li fai tra due anni, cominci ad ammorba’ la gente da mo?», ma lei difendeva quel nostro dialogo complice («Sai quanto ci vuole a scegliere un vestito?»), proseguito finché non me ne sono andata con la mia piadina, sorridendo. E chiedendomi se quell’eccesso di programmazione per la festa non fosse una sorta di malattia professionale che sviluppa chi lavora in treno. Un rapporto alterato col tempo e la progettualità che porta a calcolare ogni cosa, anche un vestito nuovo, in largo anticipo, dando per scontato che ci saranno ritardi, estranei in sartoria, altri materiali sulla gruccia che ritarderanno la consegna del vestito. Per la cronaca, tra i tre verdi tra cui bisognava scegliere (sul fatto che dovesse essere verde non c’erano dubbi: «Una non se lo mette mai, se non lo metti per i 50 anni non lo metti più») alla fine abbiamo votato il verde acqua quasi all’unanimità (cioè io e lei, perché la collega non era convinta). «Però di stoffa leggera leggera, che è più elegante», abbiamo concordato, stavolta tutte e tre.
Disclaimer: quello che avete letto potrebbe sembrarvi un racconto bislacco e sconclusionato. Forse dipende dal fatto che non avete delle rotaie sotto la sedia. Consiglio quindi di salvare l’articolo e riaprirlo al prossimo viaggio. Sono certa che vi sembrerà improvvisamente avere senso.

1.3.26

Paralimpiadi, i trentini Orietta Bertò e Paolo Ioriatti protagonisti nel wheelchair curling:





in attesa delle paraolimpiadi ecco la storia dei

da dolomiti.it

trentini Orietta Bertò e Paolo Ioriatti protagonisti nel wheelchair curling: "Se riusciremo a far appassionare allo sport anche solo un giovane con disabilità avremo fatto centro"
Storie ed emozioni della coppia di atleti trentini pronti ad una Paralimpiade invernale da protagonisti sul ghiaccio di Cortina d'Ampezzo: "Speriamo che un evento di questa portata possa contribuire a creare e rafforzare la cultura degli sport paralimpici in Italia e nel nostro territorio"






TRENTO. Tra Pechino 2022 e Milano Cortina 2026 l’Italia degli sport invernali si è letteralmente innamorata del curling, sport diventato iconico grazie ai risultati della coppia mista e grazie alle sue dinamiche di gioco ben più spettacolari e adrenaliniche di quanto non possa suggerire un primo sguardo superficiale.
Ma chi si è appassionato di curling può stare tranquillo: nelle Paralimpiadi invernali ormai alle porte (gare dal 6 al 15 marzo) l’Italia schiera una coppia tutta trentina, composta da Orietta Bertò e Paolo Ioriatti, che è pronta ad emulare le gesta di Stefania Constantini e Amos Mosaner grazie al suo talento e alle sue qualità.
Anche nel wheelchair curling le stone che sfrecciano sul ghiaccio pesano quasi 20 chili, e sono lanciate grazie a uno strumento chiamato “extender”, una sorta di manico allungato che serve ad imprimere direzione, velocità e rotazione al sasso di granito: per lanciare spesso serve il supporto del compagno di squadra che tiene ferma e stabile la carrozzina. Il campo di gioco e le regole sono le stesse del curling olimpico (anche se qui non si “spazza” il ghiaccio).
Orietta e Paolo, entrambi tesserati con l’Asd Albatros Trento, sono ormai “coppia fissa” nel double mixed da oltre cinque anni, un lungo percorso che li porta a Milano Cortina con ambizioni importanti dal punto di vista sportivo ma anche un grande carico di emozioni. Tanto per dire, i due hanno vinto la medaglia di bronzo ai Mondiali disputati in Corea nel 2024.
“Dovremo essere bravi a pensare solo a giocare e divertirci – racconta Orietta sul ghiaccio di Cembra a pochi giorni dalla partenza dell’avventura paralimpica -, giocare in casa può essere un vantaggio ma anche trasformarsi in un elemento destabilizzante. Nel curling occorre concentrazione e tranquillità, dovremo vivere al massimo questo sogno che si realizza e allo stesso tempo sfruttare tutte le occasioni che avremo”.
Sogno. È la parola più usata da chi a Olimpiadi e Paralimpiadi arriva, da atleta, per mettersi alla prova sul più bel palcoscenico dello sport mondiale: il wheelchair curling non fa eccezione, anzi, regala storie e percorsi di persone capaci di superare difficoltà, limiti e barriere grazie allo straordinario potere dello sport in tutte le sue forme.
Orietta Bertò, classe ’76 di Spormaggiore, quel sogno lo sta inseguendo da anni. Può una donna che odia il freddo amare il curling? Assolutamente sì. “Le Paralimpiadi – spiega Bertò - sono il momento in cui culmina un lungo percorso di resilienza, lavoro, sacrifici. Sacrifici relativi, certo, perché facciamo uno sport bellissimo, amiamo allenarci e migliorare, però l’impegno è tanto ed è bello vedere quegli sforzi essere ripagati”.Dopo un brutto incidente che l’ha costretta a vivere una “seconda vita” in carrozzina, Orietta non si è data per vinta: anzi, ha scoperto di essere più forte e più resistente di quanto non si aspettasse. “Lo sport è un modo straordinario per conoscersi, per incontrare nuove persone, per crescere sotto ogni punto di vista – racconta la nonesa -, e in queste Paralimpiadi sentiamo forte anche un senso di responsabilità e appartenenza. Speriamo che un evento di questa portata e con questa grande visibilità possa contribuire a creare e rafforzare la cultura degli sport paralimpici in Italia e nel nostro territorio trentino. Essere parte delle Paralimpiadi come atleta è un onore: se riusciremo ad avvicinare al mondo del wheelchair curling o in generale al mondo dello sport anche solo un ragazzo o una ragazza con disabilità, avremo fatto centro”.“Lo sport cambia la vita”. Lo dice anche Paolo Ioriatti, originario di Pergine Valsugana, che dopo un terribile infortunio in moto e la frattura della colonna vertebrale a 17 anni di età ha cominciato ad appassionarsi al curling in carrozzina poco dopo i 30: “Ci ho messo anche troppo, ogni tanto me lo rimprovero. Anzi, ai giovani che si trovano nella mia stessa situazione voglio dire proprio questo: provate lo sport, scoprite cose nuove, non abbiate paura di sbagliare. Non bisogna farsi definire da ciò che è successo, ma da ciò che si sceglie di fare dopo. La disabilità è una condizione con cui si impara a dialogare ogni giorno, non può e non deve diventare il perimetro della propria esistenza, c’è così tanto da vivere e da scoprire nel mondo”.
A 54 anni Paolo ha un bagaglio di esperienza straordinario che tornerà comodo nell’assalto alle medaglie, in uno sport in cui un millimetro può fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta: “Quello che amo del curling è proprio questo, la strategia e la precisione che sono richeste, la disciplina, la concentrazione totalizzante. È come una partita a scacchi, sul ghiaccio non conta la forza ma la visione e la qualità: ecco perché il wheelchair curling è una disciplina in cui si può primeggiare anche molto in là con l’età e in cui, di fatto, atleti con e senza disabilità giocherebbero alla pari”.
Un gioco di testa ma anche di cuore: “L’adrenalina e l’emozione che regala questo sport sono impareggiabili – conclude Ioriatti -; cercheremo di vivere questa esperienza delle Paralimpiadi a Cortina d’Ampezzo al massimo, cercando di emozionare e perché no, di vincere una medaglia. A Cortina saranno in tanti a sostenerci e daremo il meglio per rendere tutti orgogliosi”.

faccio cose, vedo tv , e serie tv. Porto Bello di Marco Bellocchio e Peaky Blinders è una serie televisiva britannica ideata da Steven Knight

Lo so che  m'ero   imposto    dal lontano  1994  ,   dopo aver letto  un intervista pubblicata  postuma , mi pare  fosse panorama o  l...