IL calcio Italiano , almeno. come lo. abbiamo conosciuto fino alla vittoria del mondiale 2006 è finito .
Se pensavate di aver già sentito i soliti piagnistei da bar e non solo forse. non avete ancora letto e ascoltato le dichiarazioni deliranti di Italo Bocchino sulla disfatta dell’Italia con la Bosnia. Colpa della mediocrità tecnica dei giocatori? Nooooo. Colpa di Gattuso?Acqua.Colpa di Gravina Figuriamoci .Del sistema calcio malato? Ma neanche per sogno! No, la colpa della Waterloo dell’Italia con la Bosnia è secondo Bocchino. , tenetevi. tenetevi. forte e.trattenete le risate se ci riuscite nientemeno che… della sinistra.Giuro, come lo sentite: "La Nazionale italiana è stata rovinata dalla sinistra. Dalla cultura della sinistra. L'esclusione per la terza volta di seguito dai mondiali conferma questo: oggi la maglia azzurra non è più il sogno dei ragazzi che giocano a calcio, il loro sogno è solo fare soldi, comprare una nuova Ferrari, farsi le fotografie in posti fighi con le modelle. E la cultura che ha ucciso l'identità nazionale è la cultura della sinistra”. Soldi, Ferrari, modelle: i classici valori della sinistra, come no … Siamo a un grado di faziosità e paranoia patologici, da seguire, da curare.Bocchino è riuscito a dare alla sinistra anche la colpa del terzo mondiale di fila saltato. L’aveva come dice. Lorenzo Tosa già fatto dopo la Norvegia.Si è ripetuto oggi. Caro Bocchino e. Company , non avete senso della realtà, del decoro, del ridicolo.Ma voi continuate così, continuate a spararne una dietro l’altra, pur di distrarci dalla. realtà del paese Avanti così, fino alle prossime elezioni. Come diceva Flaiano ( https://it.wikipedia.org/wiki/Ennio_Flaiano, ) “ la situazione è grave, ma non seria”.E non aveva ancora sentito Bocchino. Quindi il calcio italiano va ricostruito da zero anzi no un elemento ci sarebbe. Esso era stato redatto ben. 15. Una rivoluzione gentile ma profonda, cominciando dalle basi per mirare in alto: etica e innovazione, invenzione e calcolo, libertà e osservazione. Idee astratte ma che l’allora presidente del Settore Tecnico federale argomentava in un piano concreto, dettagliato, fattuale. Del dossier Baggio rimase un faldone nel cassetto, l’aura da Santo Graal a cui ripensare in ogni occasione in cui il calcio italiano sembra sempre più lontano dal suo passato, e soprattutto dal suo futuro. Roberto Baggio lanciò un allarme molto tempo fa, quasi mille pagine di idee, progetti e ispirazioni. Cinque anni prima, nella finale di Berlino, l’Italia con la zuccata di Marco Materazzi alla Francia aveva segnato il suo ultimo gol in una partita della fase a eliminazione diretta ai Mondiali, anche se non lo sospettavamo. Se dovesse farne ai Mondiali del 2030, se dovessimo esserci, se dovessimo superare il girone, se dovessimo segnare di nuovo, da quel gol saranno passati ventiquattro anni.Anni fa. Ed aveva previsto questo . Si tratta. Delprogetto. Presentatoda. Roberto Baggio. […. da wired : ≤< italia-mondiali-baggio-riforma ≥> ] era piuttosto lungo e decisamente articolato anche il documento redatto proprio dall'ex calciatore Roberto Baggio, quindici anni fa. Era il lontano 2011 e a ogni dramma sportivo azzurro torna d'attualità la rievocazione, come uno spettro dei Natali passati, del dossier firmato dal Divin Codino. Ritiratosi dal calcio giocato da appena sei anni, allora era stato voluto a da Giancarlo Abete nel ruolo di presidente del Settore Tecnico della FIGC (Federazione italiana giuoco calcio). E in quella manciata di mesi, meno di tre anni, alla guida di un progetto di rifondazione del calcio italiano a livello federale e soprattutto giovanile, in una approfondita relazione rimasta inascoltata dava le indicazioni per le necessarie riforme, sottolineando le criticità di un sistema già in via di auto-implosione. Tra digitalizzazione, scouting e dedizione formativa, 900 pagine che rimasero lettera morta, per citare le sue stesse parole: l'ex Pallone d'Oro si dimise (ai tempi succedeva) nel disinteresse generale. Ma cosa dicevano quelle pagine ?
Ho provato a offrire il mio contributo a chi, a livello nazionale, dice di combattere le discriminazioni. Il risultato? Silenzi e visualizzazioni senza risposta. Dietro questa facciata da paladini dei diritti si nasconde spesso una mera strategia di branding. È paradossale pretendere di cambiare il mondo quando si ignora l’ABC della coerenza: l’ascolto e il dialogo con chi vive il territorio. Spesso si nasconde dietro parole apparentemente innocue, si normalizza nei gesti quotidiani e nelle relazioni. È da questa inquietudine che nasce il mio ultimo libro Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio. Ho scelto deliberatamente di non fare i nomi di queste associazioni e di questi progetti di ispirazione cristiana: non intendo regalare loro, nemmeno indirettamente, una pubblicità che non meritano. Ed è proprio questo che mi ha spinto a riflettere ancora di più: non possiamo combattere l’odio se prima non impariamo ad ascoltare davvero. Per rispondere all’odio non bisogna necessariamente percorrere la via del politicamente corretto e assecondarne gli eccessi. Esiste una terza via, quella che punta sull’empatia. In Italia, se non si appartiene a circoletti e cerchi magici si è esclusi da tutto, per definizione, con tanti saluti all’apertura e all’inclusione tanto sbandierate. Questo libro nasce per provocare domande, per mettere in discussione certezze e per ricordare che la lotta al pregiudizio non può esistere senza educazione, responsabilità e coraggio culturale. Se credete che oggi sia necessario fermarsi a pensare, a capire e a costruire un modo diverso di stare insieme, vi invito a leggere questo libro.
Ogni volta. che. sia verificano episodi di violenza giovanile le proposte che vengono fatte , da qui il titolo , per porvi rimedio c'è quella di vietare i social ai minori . invece di educare e aiutare i genitori a farlo alla responsabilità ed a un uso consapevole / critico verso l'uso : del web , dei social e dei media ingenerale ma soprattutto una comunicazione non violenta .
Proprio una proposta scatologica oltre che censoria . Infatti tale proposta, se pur. faziosamente. , viene bocciata anche da Destra (vedere articolo sotto ).Ora la fonte. sarà pure lontana. anzi lontanissima dalla mia formazione culturale ma a volte capita che ..... fra ” poli opposti “ ci siano delle cose comuni come parzialmente in questo caso.
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Qui al bar inorridiamo di fronte a certe derive che stanno rovinando la nostra gioventù. La storiaccia di Bergamo, col tredicenne che ha accoltellato l’insegnante perché lo avrebbe umiliato, snobbando la sua neurodivergenza, ha dell’incredibile, soprattutto dinanzi all’assenza di pentimento del ragazzo. Ma se il problema è serio, devono esserlo anche le soluzioni che vengono proposte. Ieri, invece, da Carlo Calenda, liberale prêt-à-porter, abbiamo ascoltato proprio quella ricetta populista che, quando la sente in bocca ad altri politici, l’ex ministro bacchetta: “Telegram”, la piattaforma usata dall’aggressore, “è da molto tempo un ricettacolo di odio e illegalità che andrebbe chiuso”, ha commentato. E dunque, per risolvere la piaga della violenza giovanile, basta oscurare le piattaforme? In Australia ci hanno provato, col divieto di social agli under 16, ma sembra che la grande trovata si stia già rivelando un mezzo flop: la norma è difficilmente applicabile e i nativi digitali la aggirano con una certa facilità. Dove sono i genitori? Le famiglie? Ci devono pensare loro ai social del figli, oppure il Parlamento? Meno male che la repressione non serve… Guarda un po’, noi crediamo che anche quella sia utile, insieme all’educazione. Ma un’educazione alla responsabilità, non un continuo mea culpa degli adulti, che si accusano di non essere stati abbastanza buoni e comprensivi con dei figli i quali sembrano gridare loro il contrario: noi ci comportiamo sempre peggio affinché, a un certo punto, voi ci rimproveriate. Perché se ci rimproverate significa che ci siete, che vi accorgete di noi. Perciò ci colpiva – visto che al bar leggiamo i giornali – l’accostamento su Repubblica di ieri: da un lato, un pezzo che spiegava che da parte del ragazzo non c’era stato “nessun pentimento”; dall’altro lato, il predicozzo di Massimo Recalcati contro la “pedagogia dell’odio”, frutto nientemeno che dei toni della campagna elettorale referendaria. Specie di quelli usati da chi invitava a votare Sì, scommettiamo. Certo, ricette semplici non ce ne sono. Ma i mali dei nostri figli non li cureremo né con i liberali per la censura né con gli psicanalisti per la propaganda.
21 agosto 1962. Una scossa di magnitudo 6,0 devasta Apice, piccolo borgo in provincia di Benevento.Le autorità firmano l'ordinanza: sgombero totale, immediato, obbligatorio. Il paese è pericolante. Non si torna indietro. I 7.500 abitanti di Apice leggono l'ordinanza. E rimangono Non per un giorno, non per una settimana. Per diciotto anni interi, queste persone continuano a vivere tra le case sbrecciate, i muri incrinati, le chiese con le volte spaccate. Riparano quello che possono con le proprie mani. Coltivano gli orti. Tengono aperti i negozi. Lo Stato dice di andarsene. Loro dicono no. Spoiler: ci vorrà qualcosa di molto peggio per farli muovere. Il 23 novembre 1980, il terremoto dell'Irpinia — magnitudo 6,9, uno dei più devastanti del secondo Novecento italiano — torna su quello che restava di Apice e finisce il lavoro che il '62 aveva cominciato. Questa volta non c'è niente da riparare. Questa volta si va. Gli abitanti abbandonano il paese. In fretta, con quello che hanno. E lì, Apice si ferma. Non viene demolita. Non viene restaurata. Non viene trasformata in resort o in set fotografico. Rimane esattamente com'era nel momento dell'abbandono: strade intatte, chiese aperte sul vuoto, mobili e oggetti personali ancora al loro posto tra le macerie. La vegetazione cresce lenta attraverso i muri, le finestre, i pavimenti.l FAI — Fondo Ambiente Italiano — ha inserito Apice Vecchia tra i Luoghi del Cuore, e oggi la chiama esplicitamente la Pompei del Novecento.Non è un'esagerazione.A Pompei ci ha pensato il Vesuvio, in un pomeriggio del 79 d.C.Ad Apice ci hanno pensato due terremoti, diciotto anni di disobbedienza civile silenziosa, e una comunità che non riusciva — o non voleva — immaginare di esistere altrove.
In breve:
Nel 1962 un terremoto di magnitudo 6,0 colpisce Apice (BN) e le autorità ordinano lo sgombero immediato.I 7.500 abitanti ignorano l'ordinanza e restano per 18 anni, vivendo tra case danneggiate e macerie.Solo il terremoto dell'Irpinia del 1980 (magnitudo 6,9) li costringe ad andarsene definitivamente. Oggi Apice Vecchia è un borgo fantasma congelato nel tempo, tutelato dal FAI.
Ho visto a casa di un amico il film The Immortal Man. della serie The peaky blinders Ora pur non avendo finito di vedere tutta la. serie, sono alla. 4\1 su 6 stagioni posso dire. che leggendo sinossi e recensioni delle rimanenti che i veri peaky blinders si
[....] Dopo sei stagioni impeccabili, Tommy Shelby, veterano della prima guerra mondiale affetto da Ptsd che aveva gestito con pugno di ferro le attività illecite di Birmingham, si accomiatava dalla vita criminale: moriva di una morte simbolica, bruciando letteralmente il simbolo della sua vecchia vita e abbandonandola, dopo aver scoperto che l’unico in grado di eliminare Tommy Shelby era Tommy Shelby. Sembrava l’ultimo capitolo della saga, una saga corale con un protagonista assoluto perseguitato da mille demoni. La guerra, i lutti, i tradimenti, le dipendenze da alcol e droghe avevano divorato i fratelli Shelby, inghiottiti dalla disperazione e dai sensi di colpa, in bilico tra tendenze suicide e auto/distruzione, tra ricerca disperata del pericolo e fuga da un vuoto esistenziale camusiano che curavano con la violenza e l'omicidio. Gli Shelby sono stati i re di Birmingham negli anni tra le due guerre, anni in cui le loro imprese hanno incrociano la politica e la corruzione, il fascismo e il nazismo. Quando Tommy Shelby torna in scena in Immortal Man, sembra essersi lasciato dietro tutto questo. Segregatosi in una dimora enorme e vuota che cade a pezzi come una nuova Miss Havisham (Knight è un grande fan di Dickens) vive perseguitato dai ricordi suoi peccati e dai fantasmi dei cari perduti. Tra le sue colpe più cocenti c’è l’abbandono del figlio, boss che si dice più feroce e amorale di lui.
Mah. staremo a vedere se saprà mantenere intatta la tensione narrativa del precedente e non porterà a qualcosa di noioso e concluso in fretta come il film \ spin off. della. serie Breaking Bad e il film della serie Ray Donovan.
La sindrome di Down non è un limite.Erika, la ragazza ritratta in questa foto, ne è una testimonianza autentica. La sua è una storia preziosa. Non è soltanto il racconto di un inserimento lavorativo riuscito o di un percorso formativo affrontato con impegno e dedizione. È la storia di un talento che ha trovato il terreno giusto per esprimersi e diventare un valore per l’intera comunità. Da oltre dieci anni Erika fa parte del team dei docenti, ma il suo contributo va ben oltre questo. Abita la scuola con una sensibilità rara, con quella naturale empatia che le consente di raggiungere ciò che le parole a volte non riescono a esprimere. Con i bambini, soprattutto con i più fragili, Erika costruisce relazioni vere, fatte di fiducia, ascolto e comprensione profonda. Ed è proprio questa capacità a renderla un punto di riferimento prezioso: ha saputo trasformare la propria unicità in una straordinaria risorsa, capace di aprire un accesso speciale al mondo interiore dei più piccoli. In un tempo in cui troppo spesso la disabilità viene ancora guardata attraverso il filtro del limite, la sua presenza ci invita a cambiare sguardo. Ci ricorda che la diversità, quando è accolta e valorizzata, può diventare una forza concreta, capace di generare bene e di fare la differenza, anche grazie al lavoro di un’intera comunità.Grazie Erika, perché con il tuo esempio dimostri ogni giorno che l’inclusione non è una parola astratta, ma un gesto quotidiano. La tua mano tesa, il tuo sguardo accogliente e il tuo grande cuore rendono la scuola un posto migliore per tutti.
Ogni mattina, all'alba, ho preso quella seggiovia. Sabato è stata l'ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto. Una salita che ci accompagna tra le sfumature dei territori montani
La montagna, se la riduci a cartolina, finisci col buttarla in un cassetto. Una cartolina la guardi, la appendi per un po', poi la dimentichi: di sola montagna turistica non si vive. Con l'inverno termina anche la rubrica Pista Battuta, che negli ultimi mesi ci ha accompagnati tra le infinite dinamiche del mondo dello sci alpino
Ho passato l’inverno là dove tutto è cominciato: all’Alpe di Mera. Ogni mattina, all’alba, ho preso la seggiovia che porta alle piste da sci. È lenta, vecchia, ma bellissima, con i seggiolini dipinti di un rosso brillante. Sabato scorso l’ho presa per l’ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto, più moderno, più veloce. Erano in molti a essere dispiaciuti, qualcuno è salito apposta per salutarla. Quella seggiovia anziana è la nonna degli sciatori valsesiani. Insieme a me, sabato, è salito Fiorenzo, un allevatore con una piccola azienda agricola. Ci siamo seduti senza pensarci troppo e solo al quinto pilone abbiamo realizzato che, con ogni probabilità, quella sarebbe stata l’ultima volta per entrambi. Io e Fiorenzo non ci conoscevamo, ma abbiamo iniziato a parlare come si fa in montagna: senza preamboli.
Abbiamo parlato della neve, troppa per essere marzo. Del fieno e dei prati, delle stagioni che cambiano, di estati troppo secche e di inverni sempre più corti. Di lupi con cui convivere, di capre da proteggere, di figli che restano e di quelli che vanno. E poi, inevitabilmente, siamo finiti a parlare di lei: di quella seggiovia che per me è infanzia, lavoro, identità. Fiorenzo mi ha regalato una chiacchierata preziosa, ricordandomi che la montagna, ogni giorno, offre in modo inaspettato occasioni di crescita. Il suo lavoro lo impegna dall’alba al tramonto: quella mattina, dopo aver dato fieno alle capre, è salito apposta per salutare quei seggiolini rossi. Ama lo sci, ma teme che la direzione intrapresa sia pericolosa.
Teme, come me, la montagna‑cartolina: ha paura che contadini e allevatori diventino scenografia, il pastore per la foto e le mucche per il dépliant. Fuori dall’inquadratura restano redditi bassi, burocrazia alta e poca tutela. Se chi produce cibo in montagna non riesce a vivere dignitosamente, lentamente smette. E senza agricoltura e allevamento la montagna diventa davvero un parco a tema, con tutte le sue finzioni, le sue mascotte, i suoi divertissement. In questi mesi, con la rubrica Pista Battuta, ho provato a fare proprio questo: vedere la montagna oltre la cartolina. Abitiamo un mondo che spesso si racconta per quello che non è, e la montagna non fa eccezione: cieli sempre azzurri, prati perfetti, una bella frisona da latte senza neanche una mosca a ronzarle intorno, un casaro che sembra uscito dal set di un film. In questa versione edulcorata resta fuori quasi tutto ciò che è vero: odore di stalla, un trattore che passa, la neve che manca, il fango, il letame, la puzza di capra. Così prepariamo turisti poco o per nulla informati, che arrivano con aspettative irreali e vivono il reale come un fastidio. L’ho
detto anche a Fiorenzo, su quella seggiovia: di sola montagna turistica non si vive. Se già nell’immagine che comunichiamo restano solo gli impianti e i weekend di pienone, ma spariscono stalle, prati e persone che ci lavorano tutto l’anno, il paese resta bello da guardare ma sempre più difficile da abitare. Vorrei, invece, raccontare la montagna nuda: con le sue bellezze e le sue fatiche. Perché se continuiamo a rincorrere la finzione rischiamo di clonare, anche quassù, lo stesso modello malato che abbiamo già in pianura. Quella che ho provato a conoscere è una montagna fatta di caschi ammaccati, piste ghiacciate, neve che non arriva e laghi che si abbassano. Ho ascoltato allenatori, guide alpine, sindaci, scienziati, fotografi, atleti. Ognuno con un pezzo di verità, nessuno con la soluzione. Se dovessi riassumere in una sola parola ciò che è emerso da questi incontri, sarebbe "equilibrio". Una parola forse abusata, ma sulla neve, così come sui sentieri assolati, non è mai banale. Vivere in montagna richiede le abilità di un funambolo: andare con calma, prendersi il tempo per ogni passo, avere una costanza senza pari, tanto coraggio, la consapevolezza di una possibile caduta e un equilibrio sempre presente.
Lo sci mi ha insegnato a cercarlo di continuo: tra velocità e controllo, tra azzardo e prudenza, tra la voglia di rischiare e il dover stare in piedi fino al traguardo. Nei miei articoli ho cercato lo stesso equilibrio fuori dalla pista battuta: nel desiderio di proteggere la montagna e la necessità di farci vivere le persone; tra l’urgenza di cambiare e il desiderio di non cancellare ciò che siamo stati; tra il coraggio di ammettere "così non funziona più" e il rispetto per chi, sullo sci, ha costruito la propria vita. Non intendo condannare lo sci. Sarei disonesta, prima di tutto con me stessa. Lo sci, per me, è una lingua madre: è il fiato di mio padre in fondo alle piste, sono gli allenatori che ho amato e detestato, sono i bambini che mi seguono e crescono sulla neve. È lavoro, reddito, dignità per intere vallate. È, come mi hanno ricordato Toio, Marta e Simone, una scuola di vita. Proprio per questo non voglio che lo sci rimanga l’unico futuro possibile per la montagna. Quando una valle dipende da una sola cosa, è estremamente fragile. Quando l’inverno si scalda, quando la neve è imprevedibile, non sono solo gli impianti a tremare: sono le botteghe, le scuole, le famiglie. Se lo sci diventa l’unico motivo per cui un paese "vale", quel paese rischia di esistere solo finché c’è neve.
L’equilibrio che cerco è un altro: uno sci che abbia il coraggio di riconoscere i propri limiti, geografici e climatici, e scelga dove ha ancora senso esistere; una montagna che resti viva anche quando gli impianti rallentano, quando le piste si svuotano, quando il bollettino neve non permette l’apertura. Per questo, lungo questa rubrica, la neve è sempre stata accompagnata da altro: le voci di chi alleva, coltiva, abita; i piccoli comprensori che esistono senza fare rumore; le immagini di fotografi che non cercano quella maledetta cartolina; le parole di un sindaco che vede nello sci un pilastro, non l’edificio intero; le analisi di chi studia neve, suoli, permafrost, sapendo che, se saltiamo certe soglie, discutere di sci sarà quasi un dettaglio. La montagna che sogno è più reale: non finga di essere un luna park di neve infinita, ma nemmeno un santuario intoccabile dove, alla fine, non può vivere nessuno. Una montagna dove lo sci continua a esistere (finché il clima, il buon senso e la quota lo permetteranno) ma accanto ad altre economie: agricoltura di montagna, allevamento, artigianato, ricerca scientifica, turismo lento, lavoro da remoto ben pensato, scuole, servizi. Una montagna che non si esaurisca nello skipass, ma che sia capace di essere abitata tutto l’anno.
La montagna, se la riduci a cartolina, finisci col buttarla in un cassetto. Una cartolina la guardi, la appendi per un po’, poi la dimentichi. Un luogo reale, invece, chiede cura ogni giorno: c’è da spalare la neve, aggiustare un muretto, portare il latte a valle, aprire il rifugio anche quando non c’è nessuno, insegnare a un bambino ad andare con le pelli o a riconoscere un filo d’erba che resiste a quota duemila. Pista Battuta, in fondo, è nata per questo: per ricordare che sotto ogni pista c’è una terra viva, e dietro ogni curva c’è qualcuno che quella terra la abita, la lavora, la studia. Ho cercato di non semplificare: non "chiudiamo tutto" o "andrà tutto bene". Ho provato a stare in quel grigio denso, complicato e bellissimo in cui, forse, possono nascere le scelte più oneste. Se
c’è una traccia, su questa pista, che vorrei restasse è questa:
continuare a sciare dove ha ancora senso farlo, con maggiore misura e consapevolezza;
esigere piste progettate e gestite con criteri rigorosi, ascoltando chi studia suoli, acqua e neve;
sostenere chi, in montagna, sceglie di restare anche quando le luci degli impianti si spengono;
riconoscere che alcuni luoghi dovranno cambiare vocazione e accompagnare questa transizione con rispetto, non con slogan.
Una pista battuta, da sola, non basta a tenere in piedi una valle. Ma può essere ancora, se la tracciamo bene, una linea che collega un paese al proprio futuro. Non l’unica, ma una delle
Questa rubrica finisce qui, per ora. L’inverno, invece, continuerà a cambiare forma. Starà a noi decidere se restare spettatori, in fondo alla pista, o avere il coraggio di rimetterci in fila alla nuova cabinovia, guardare la montagna per quella che è, meravigliosa e complessa, e scegliere, curva dopo curva, come sciare senza spezzare ciò che ci sostiene. Ci vediamo lì, dove finisce la neve programmata e comincia la montagna vera. Tra una seggiovia che si ferma e una stalla che resta piena.Tra una foto da cartolina e la luce di un rifugio accesa in pieno inverno.
Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.
È di questi giorni la notizia di una professoressa accoltellata da un allievo, che ha dichiarato di rimpiangere di non averla uccisa e di non aver colpito anche i propri genitori. Trovo altamente diseducativo chi tenta di minimizzare l’accaduto, riducendolo a una ragazzata o a un gesto riconducibile a generiche fragilità esistenziali. In quanto docente, ritengo che il ragazzo debba essere perseguito legalmente: una risposta indulgente non gli insegnerebbe nulla, anzi rischierebbe di rafforzare l’idea che le proprie azioni non abbiano conseguenze.Dobbiamo smettere di guardare a queste esplosioni di violenza come a tragiche eccezioni isolate. La storia recente, a partire dalla strage della Columbine in poi, ci insegna che il nichilismo e il desiderio di annientamento dell'altro non sono "crisi passeggere", ma derive profonde che si nutrono proprio dell'assenza di un limite percepito. Ma attenzione: la scuola non può e non deve diventare il parafulmine di ogni fallimento sociale. Sono stanco di chi scarica la responsabilità comportamentale dei ragazzi esclusivamente su di noi docenti, deresponsabilizzando le famiglie e la società civile. Noi non siamo taumaturghi e non possiamo compiere quei miracoli educativi che tutti si aspettano, mentre il resto del mondo abdica ai propri doveri.Questo “familismo” che porta alcuni colleghi a considerare gli studenti come figli è, a mio avviso, fuorviante. I nostri allievi non sono i nostri figli: il nostro ruolo è diverso e deve restare distinto. Più giustifichiamo e proteggiamo, più rischiamo di formare una generazione incapace di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. È un tema che ho approfondito nel mio saggio Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell'odio, dove analizzo come la violenza giovanile sia spesso il sintomo di una mancanza di confini chiari e di un’etica del limite che la scuola deve contribuire a ricostruire, ma non in solitudine.La scuola deve formare cittadini consapevoli e responsabili. La responsabilità educativa non esclude quella legale: al contrario, la rende comprensibile. Non spetta a noi, come società, stabilire l'entità di una condanna mossa dal livore, né dobbiamo lasciarci trasportare dall'odio del momento. La pena deve conservare il suo valore rieducativo: punire per insegnare che dagli sbagli, anche i più gravi, si può e si deve imparare a tornare umani.La perdonanza può essere una scelta personale, intima e rispettabile del singolo individuo. Ma non può e non deve diventare un’aspettativa istituzionale o educativa. Restiamo saldi nel nostro ruolo, senza confondere comprensione e deresponsabilizzazione, e continuiamo a essere un presidio contro ogni forma di illegalità o criminalità.
la storia che trovate nel post d'oggi conferma quest articolo
editorialedomani del 30\3\2026
Ha avuto una vita piena. Lavorava, correva, costruiva, faceva.Poi, a un certo punto, ha capito una cosa semplice: aveva bisogno di natura, di montagna, di lentezza. Fausto vive da oltre vent’anni in montagna ad 1 ora a piedi dalla civiltà.
Lontano dalla città e da quella corsa continua che per molti è normale. Niente televisione, niente computer, solo il necessario. In questo video entriamo nella sua quotidianità: una vita fatta di orto, legna, lavori manuali, silenzio e tempo. Una casa costruita e trasformata con le proprie mani, terrazze recuperate, terra coltivata, gesti ripetuti che diventano ritmo. Quando scende in città, dopo poche ore sente già il bisogno di tornare su. Perché lì, tra il bosco e le terrazze, ha trovato qualcosa che altrove non aveva mai trovato: una forma di equilibrio. Forse la felicità.
Lo so che non dovrei rispondere a tali assurdità (metaforicamente parlando ) ma non ci resisto.
soprattutto perché come dice xxxx sempre nella discussione sopra riportata afferma giustamente. che
IL fatto è uno e uno solo: un tredicenne ha accoltellato la sua professoressa. Questo è il fatto rilevante ed è su questo che bisogna interrogarsi. Lo sfondo razziale, etnico,religioso c'entra zero. Può essere bianco,nero, giallo, cristiano,musulmano, ortodosso, ebreo. : non sposta di una virgola quello che è accaduto. Non è accaduto per un fattore culturale: è accaduto perchè la scuola spesso è teatro di azioni legate un disagio profondo. Dire,però, che questo disagio sia legato alla diversità culturale, etnica o religiosa di chi abita le aule è un errore enorme ed è anche falso. Da persona di scuola penso di potertelo dire.
Ora concordo con xxxxx perché nella maggior parte dei casi , compreso questo , è solo. speculazione politica. in quanto non ci sono riscontri ufficiali che indichino origini marocchine o di altre nazionalità. dell'aggressore. Infatti molto spesso, in casi di cronaca eclatanti, tendono a diffondersi notizie non verificate sulla provenienza degli aggressori. E poi italiano o straniero. con cittadinanza italiana oppure senza cittadinanza che risiede in Italia non necessariamente clandestino o irregolare la sostanza non cambia sia che lo si veda come un atto di criminalità oppure vista l’eta dell’aggressore una forma di disagio d’emergenza sociale visto l’aumentare. della violenza giovanile
Silvia Camporesi: «I viaggiatori pensano di avere diritto a usare i luoghi: anche fotografare un posto per mostrarlo è un gesto di appropriazione»
La fotografa e filosofa, cha ha appena pubblicato il libro Una foto è una foto è una foto riflette sul rapporto tra immagine e viaggio, sull’impatto visivo del turismo e sulla necessità di un nuovo sguardo consapevole sui luoghi che attraversiamo
Filosofa di formazione, fotografa di mestiere: si dovrebbe presentare così Silvia Camporesi, se non fosse che per la raffinatezza delle sue immagini e la profondità dei suoi ragionamenti le due definizioni sembrano essersi fuse in lei. Da anni impegnata a ritrarre il paesaggio italiano, ha da poco pubblicato con Einaudi il libro Una foto è una foto è una foto, riprendendo il verso di Gertrude Stein A rose is a rose is a rose. Un capitolo del volume è dedicato al binomio sempre più delicato fotografia-viaggi. In queste pagine Silvia Camporesi si interroga su come fotografare oggi i luoghi che visitiamo senza darli in pasto al turismo. Se il mondo è sempre più fotogenico e tutto, da una camera d'albergo a una mostra fino alla sala di un ristorante, viene pensato per essere instagrammabile, dove si colloca la nostra responsabilità di fotografi? Usata così la fotografia, dice l'autrice, diventa un gesto di appropriazione che nasce da un'idea antica: l'idea che come viaggiatori abbiamo diritto a usare un posto. Ne abbiamo parlato con lei.
Silvia Campore
Il titolo del suo libro riprende il celebre verso di Gertrude Stein. In quel gioco di ripetizioni c’era l’idea che una cosa sia semplicemente se stessa. Cosa significa affermare che una foto è una foto? «È una tautologia che nel libro ha un significato ben preciso. La fotografia è viva e morta allo stesso tempo: morta rispetto a come l'abbiamo conosciuta, viva perché ha subito varie rivoluzioni, pur rimanendo se stessa, soprattutto se parliamo di fotografia autoriale. È un modo per dire che sì, è molto cambiata, ha generato anche grossi problemi - di verità, ad esempio - ma continua a sorprenderci». Entrando nel merito del capitolo dedicato alla fotografia e al viaggio, lei dice che più fotografiamo un luogo e più lo priviamo della sua singolarità. È come se l’immagine, invece di rivelare, esaurisse ciò che ritrae. Da fotografa e filosofa, come definisce questo paradosso dello sguardo contemporaneo? «Ci sono tante cause che hanno generato il problema dell’overtourism. Michel Houellebecq, nel romanzo La carta e il territorio, si domanda se le località servite da Ryanair fossero già mete turistiche o se lo siano diventate proprio in seguito alla decisione della compagnia di includerle nelle proprie rotte. Il fatto è che ora che ci è consentito andare in luoghi fino a poco tempo fa non accessibili, li fotografiamo e “pubblichiamo”, accompagnati dalla narrazione: “C’è un posto che vale la pena vedere". Questo innesca un processo che arriva a far conoscere a tutti luoghi che prima erano sconosciuti». Nel libro cita alcuni esempi emblematici. «Il caso più noto è quello del fiordo in Islanda, ripreso in un video di Justin Bieber che ha avuto 400 milioni di visualizzazioni, con un impatto devastante. In Italia, invece, quello dei Palmenti di Pietragalla: un posto sconosciuto, trasformato in meta turistica da una singola fotografia diffusa online con la narrazione: “Esiste un posto in Italia che sembra il paese degli Hobbit”. È bastato questo per renderlo richiestissimo».
Atlas Italiae, del 2011. Trolley books. Foto: Silvia Camporesi
Sembra che oggi tutto sia pensato per essere trasformato in esperienza. «È così. Anche nelle mostre più prestigiose oggi c’è un punto pensato per far scattare una foto o un selfie. Nel libro c’è un paragrafo che si intitola Scenografia per un selfie. Sembra un’esagerazione, e qualcuno mi ha criticato dicendo che non è vero che tutti cerchiamo luoghi “instagrammabili”. Tutti no, ma molti sì». E questa società che crea scenografie per i selfie che impatto ha sui luoghi? «Succede che, quando un luogo comincia a essere visto sui social e diventa molto frequentato, si riempie di persone che mangiano, consumano, lasciano rifiuti. Quando i numeri crescono esponenzialmente i negozi e le strutture devono ingrandirsi, la proposta si omologa e il cibo non può più essere “autentico”. Non parliamo poi degli alloggi».
In occasione della Giornata Mondiale del Turismo, che si celebra oggi 27 settembre, abbiamo intervistato il docente Sean Smith che si occupa di studiare il collegamento tra social media e cambiamenti sociali. Anche nel turismo
Quello degli alloggi è un discorso delicato in Italia, con un’emergenza abitativa gravissima. Ma c'è anche un altro problema: oggi dobbiamo programmare tutto prima di un viaggio. L’andare non dovrebbe essere naturale? «Sì, oggi non si può più andare in un luogo in maniera non programmata. Bisogna pianificare ogni minimo passaggio. Non c’è più la libertà che avevamo un tempo, se non andando in luoghi ancora non presi di mira, dicendo: “andiamo lì prima che venga scoperto”. E poi c'è anche un problema di costi: oggi è diventato normale pensare che se qualcosa è gratis vuol dire che non sia bello. Tutto è diventato costoso: la spiaggia, il sole, l’ombra, niente è più gratuito. Ma non è normale».