composta soprattutto da minorenni scatenati in una caccia notturna all’immigrato.( non capisco perchè. se lo fa. soplo. con il mac o. altri. pc debba cliccare. sopra. su a ccetti per. vedere. un viceo incorporato )
compagni e compagne di strada e di viaggio ex compagni di viaggio ( splinder )
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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15.5.26
In morte di Bakari Sako, bracciante: "Mi ha ucciso un branco di ragazzini a caccia di un nero"
composta soprattutto da minorenni scatenati in una caccia notturna all’immigrato.( non capisco perchè. se lo fa. soplo. con il mac o. altri. pc debba cliccare. sopra. su a ccetti per. vedere. un viceo incorporato )
DEVE DIMOSTRARE CHE LA SORELLA È MORTA: PORTA IL CADAVERE IN BANCA
prelevarli. Ma difronte ai ripetuti rifiuti degli impiegati della banca, che pretendevano una prova della morte della donna, lui ha provveduto. Ha riesumato il cadaveredella sorella e, dopo aver attraversato la città con il corpo in spalla ( foto a sinistra), l’ha presentato allosportello.
Credevo fosse una fakenews poi a. chiesto. ad Imode. di google. ed ecco. cosa. ho trovato
- nome Jitu Munda), l'amministrazione del distretto di Keonjhar gli ha concesso un ulteriore aiuto economico di 30.000 rupie (circa 330 euro) attinte dal fondo della Croce Rossa locale.
- La sepoltura: I resti della sorella sono stati riportati al cimitero del villaggio e seppelliti nuovamente in modo dignitoso, alla presenza della polizia.
- Le indagini: Il governo dello Stato di Odisha ha aperto un'inchiesta formale per accertare le responsabilità e la negligenza dei funzionari della banca, accusati di non aver aiutato un cittadino analfabeta a comprendere le procedure burocratiche.
https://www.bbc.com/news/articles/clypl5jrjqlo ed. altri siti. segnalati da imode https://share.google/aimode/j6B2T19IooRPE1iAj
sfatiamo i luoghi comuni sulle monache dei clausura
da. le-suore-di-clausura-dialogano-con-il-cuore-sul-web di https://www.laprovinciacr.it/news/cronaca/
SORESINA
All’ombra di San Siro è web-mania. Ma ad andar di moda in queste settimane non sono le classiche star del mondo online. Sono le suore Visitandine. Centinaia di visite e condivisioni tra sito e social. E per contenuti con qualità ‘da Piero Angela’. Le sorelle: «Eccoci, sfatiamo i luoghi comuni sulle monache».Perché di clausura, sì. Ma mica fuori dal mondo. Anzi, pure interconnesse. Non c’è bisogno di essere come ‘quella di Monza’ o puntare a essere influencer per cambiare l’idea che una città si fa della vita claustrale. E le sorelle Visitandine di Soresina lo insegnano così: un blog alla volta. Esatto, le
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suore del convento di Soresina hanno un loro sito internet e ci scrivono. Ma la novità non sta esattamente qui, anche perché formalmente il portale ha aperto i battenti 12 anni fa. Il punto è che, come negli anni ’90 in tutte le case c’era il calendario di Frate Indovino, adesso sui social corre e scorre in ogni feed la preghiera e il pensiero del giorno delle consorelle. E non è solo moda, è la dimostrazione del fatto che centinaia di soresinesi vogliono sapere cos’hanno da dire. Il concetto è semplice: la clausura è clausura, quindi non possiamo farvi entrare, però possiamo parlarci e dialogare. O meglio, come hanno scritto loro: «Vi invitiamo a seguirci, un po' in punta di piedi, all’interno della nostra vita. Lo facciamo seguendo come traccia le tante domande che ci sentiamo porre da coloro che, per l’uno o l’altro motivo, bussano alla porta della nostra casa. Quello che si apre è, dunque, un dialogo del cuore, un modo di conoscerci dal di dentro». Il punto infatti è tutto qui. Ci sono voluti quasi cinquant’anni perché Stato, Comuni, associazioni iperattive e perfino grandi marchi si accorgessero del potere del web. Le suore di Soresina, che come abbiamo detto già una dozzina d’anni fa avevano intuito l’occasione, non solo stanno al passo coi tempi ma fanno pure una silenziosa campagna d’informazione. E di promozione. Sì perché, per dire, c’è il pensiero del giorno, e prendendo quello di ieri è «Lasciatevi portare da Dio come un bambino tra le braccia della madre», citando il patrono dei giornalisti San Francesco di Sales, ma c’è anche il focus storico dal 1583 all’altro ieri su Ariadello. E prima ancora Madre Anna che ripercorre la storia dell’Ordine da Annecy a Soresina. Roba che se la fai fare pure a un giornalista, restando sul punto, se ce la fa ci riesce con fatica. Ma non è finita qui: c’è la fotogallery, ci sono i filmati, c’è un pensiero delle suore aggiunto a ogni frase dei santi del passato che spiega il perché della pubblicazione, c’è il calendario con tutti gli eventi, c’è lo spazio per organizzare momenti di ritiro spirituale o semplicemente conoscere le consorelle. Di nuovo insomma, un racconto social che però mantiene una dignità estrema, anche nello stile. Il tutto condito da perle di cultura che non si potrebbero leggere altrove, anche perché custodite da 210 anni spaccati in via Cairoli. Piccola chicca: quello della chiesa smart e vicina a tutti, a partire dai ragazzi, è un bel vizio di Soresina. Non a caso la parrocchia ha una pagina Facebook che rilancia tutte le ‘news’ delle suore. E, ancor meno a caso, al Sirino i ragazzi studiano gratis come diventare videomaker. La Tettoia, insomma, non ha smesso di giungere le mani: solo che lo fa pure col mouse in mano.
Dalla televisione alla pittura: la seconda vita di Fiorella Pierobon
Michele Vanossi 14 maggio 2026 - 10:39
La ex storica annunciatrice di Canale 5, da oltre 20 anni pittrice affermata, ha aperto da qualche giorno il suo atelier d’arte a Imbersago (Lc). Noi de “Il Giornale” siamo andati a trovarla per farci raccontare il passaggio dall’epoca della televisione alla ricerca artistica. Tra memoria, materia e nuovi progetti culturali Dalla televisione alla pittura, senza rinnegare nulla ma trasformando tutto in linguaggio artistico. È il percorso di Fiorella Pierobon, volto storico e presentatrice di Canale 5 dagli anni ottanta al duemila (talmente popolare da essere considerata, ancor prima di Lorella Cuccarini “La più amata dagli italiani”) è oggi pittrice e scultrice affermata con atelier tra Italia e Francia. «Ho lasciato Milano all’età di 45 anni e mi sono trasferita in Francia per capire se il mio percorso artistico potesse avere un seguito», racconta. In Costa Azzurra ha vissuto e lavorato per 17 anni, aprendo un atelier a Nizza che mantiene ancora oggi come spazio attivo di ricerca e produzione. Poi il ritorno in Italia e una scelta precisa: creare un luogo stabile anche a Imbersago, in provincia di Lecco dove è residente dal 1992. «Questo spazio è una sorta di esposizione permanente. Volevo che le persone potessero entrare nel mio mondo, non solo guardarlo da lontano», spiega. La scelta di Imbersago non è casuale. Il borgo, noto per il traghetto leonardesco sul fiume Adda e per il Santuario della Madonna del Bosco, è anche un luogo FAI e conserva un’identità culturale molto forte. «Qui si respira un clima particolare», racconta Pierobon. «È un paese vivo, con gruppi di lettura, iniziative culturali e diversi artisti che lavorano insieme. È un ambiente che stimola la condivisione». Nel tempo il suo lavoro ha trovato riconoscimento anche fuori dall’Europa; le sue opere sono state vendute e collezionate in diverse parti del mondo consolidando un percorso internazionale: Stati Uniti, Giappone, Australia… L’atelier non è una galleria tradizionale, ma uno spazio fluido tra lavoro, incontro e sperimentazione. «Non volevo uno spazio con orari rigidi. Qui si entra per respirare un’altra energia», dice. Accanto alla pittura, il progetto si apre anche a iniziative culturali: libri, incontri, eventi e proposte per i giovani artisti. «Vorrei che l’arte tornasse a essere un luogo di relazione, non di isolamento». Il percorso artistico nasce da una pittura fortemente materica e fisica. Opere come “Una giornata in Provenza” raccontano il suo metodo: «È un lavoro a doppio livello, tra impressionismo e stratificazione personale. Ogni colore richiede tempo, anche una giornata intera. Un’opera può richiedere trenta giorni». In lavori come “Cielo stellato” il gesto diventa diretto: «La tela è sul tavolo e il colore viene lavorato con le mani. Non uso strumenti intermedi. Dentro il quadro ci sono io, la mia energia». Mentre “Mirto e Ciclamino” rappresenta una delle opere più intense: «È un sottobosco, ma anche qualcosa di molto interiore. È un lavoro complesso, stratificato, quasi “infernale” da realizzare». Il passato televisivo resta una componente fondamentale della sua identità. Negli anni ottanta , la sua popolarità era tale da essere considerata tra i volti più amati della televisione italiana, «la più amata dagli italiani ancora prima che lo scettro passasse alla Cuccarini». Un riconoscimento che racconta l’impatto di un’epoca in cui la televisione costruiva immaginari collettivi molto forti. «La TV di quegli anni era bellissima, curata in ogni dettaglio. Ho lavorato con grandi professionisti e artisti straordinari (Mike Bongiorno, Corrado, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini - una grande amica, ironica e profondamente umana»). Non rinnego nulla del passato, quelli della tv sono stati anni pieni di incontri straordinari e di energia. Ma la direzione per me da vent’anni a questa parte è diversa: tutto gira attorno alla pittura, alla scultura, alla materia.
Manuale di autodifesa ed anti aggressione I consigli dell’esperto Antonio Bianco, aggressione cintura nera di karate, 6° dan.: puntata LXXXIV ALLENATE L'EQUILIBRIO VI FARA'. GUADAGNARE TEMPO E NON SOLO
Per approfondire quanto detto in questa da Antonio Bianco ( vedere immagine a sinistra ) chiariamo il significato. di equilibrio
Nella difesa personale, l'equilibrio è la vera "arma" primaria. Non si riferisce solo alla stabilità fisica che impedisce di cadere sotto una spinta, ma anche alla postura che comunica sicurezza e alla gestione della distanza per evitare il contatto fisico. Il concetto di equilibrio antiaggressione si articola su tre livelli:- Baricentro basso: Mantenere le ginocchia leggermente piegate per non offrire un bersaglio sbilanciato.
- Distanza di sicurezza (Guardia): Mantenere gli arti superiori sollevati a protezione del volto, pronti a parare o respingere.
- Movimento: Evitare di indietreggiare in modo scoordinato, per non rischiare di inciampare o cadere.
- Consapevolezza dello spazio: Occupare lo spazio in modo assertivo.
- Gestione dello stress: Mantenere il controllo della respirazione per evitare reazioni istintive dettate dalla paura (che spesso portano a irrigidimento o fuga precipitosa).
- Prontezza: Essere vigili permette di valutare la situazione e agire efficacemente senza farsi cogliere di sorpresa.
3. Equilibrio Strategico (Tecnica)
- Leve e sbilanciamenti: Tecniche tipiche di discipline come il Ju-Jitsu o il Brazilian Jiu-Jitsu sfruttano il baricentro dell'avversario per neutralizzarlo.
- Minima spesa, massima resa: Colpire i punti deboli (come articolazioni o zone vulnerabili) per creare un varco e guadagnare secondi preziosi per scappare. [1, 2]
- https://www.liberoquotidiano.it/news/general/20139573/quali-sono-le-arti-da-combattimento-piu-efficaci-per-difendersi-da-un-aggressione/
- https://www.instagram.com/p/DW5m7bbDv0K/ vari tipi di tecniche
- Introduzione alla difesa personale come strumento di presenza e autoconsapevolezza, in una prospettiva pedagogica. https://personeediritti.altervista.org/introduzione-alla-difesa-personale-come-strumento-di-presenza-e-autoconsapevolezza-in-una-prospettiva-pedagogica/
14.5.26
Cosa resta di noi dopo la morte? ce lo racconta l'antropologa forense Sue Black, con Il saggio tutto ciò che. rimane ., una. vita nella morte

Sue Black
Minerva, le fusa tra i libri in vendita della Libreria Spazio Sette di Roma
la Libreria Spazio Sette a Roma
Minerva, placidamente sdraiata su un tappeto di libri, osserva. È sorniona come tutti i gatti, silenziosa e molto tranquilla. Mantello tricolore pastellato di bianco con grandi macchie arancioni e nere. Occhi verdi-azzurro. Mai un’unghia fuori posto, mai pelo arruffato, mai insofferenza per le innumerevoli carezze sconosciute che riceve ogni giorno. «È buonissima, fortunatamente. Altrimenti sarebbe stato un problema tutto il giorno a contatto con i clienti. Invece mai nessuna lamentela, mai nessun problema. È arrivata qui la sera della befana di tre anni fa, a pochi mesi dall’apertura della libreria e non se n’è mai più andata. Abbiamo anche cercato di capire se fosse di qualcuno del palazzo, ma nessuno è venuto a reclamarla e lei si è accasata».
Reginetta di un antico palazzo storico nel centro di Roma
Ora trascorre le sue giornate passeggiando con naturalezza fra le pile di libri, ronfando comodamente sdraiata sui consigli per la lettura oppure, ed è praticamente la sua postazione preferita, sul termosifone dietro alla cassa. «D’estate però ama molto anche uscire nel cortile interno del palazzo – la libreria occupa il piano terra dello storico palazzo rinascimentale Cavallerini Lazzaroni a pochi passi da Largo Argentina - e Minerva ama la sua corte interna, più fresca. Ha una piccola stanza con la sua lettiera ma è libera di stare ovunque nella libreria, anche se istintivamente si tiene generalmente lontana dall’angolo bar».

Minerva tra i libri
È così famosa che l’illustratore Aldo Di Dominico, in arte Dido, e frequentatore della libreria, ha deciso di dedicarle una pubblicazione (uscita per Biancoenero edizioni) in cui Minerva fa semplicemente la gatta nella libreria. Di Dominico spiega di averla voluta disegnare così, nel suo quotidiano, prendendo spunto dai suoi movimenti tra gli ambienti e gli arredi di questa elegantissima libreria romana.

13.5.26
Costruire il rispetto contro ogni discriminazione
In occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la scuola Futura Istruzione e Formazione Professionale promuove una mattinata dedicata alla
riflessione sui temi dell’inclusione, del rispetto e della convivenza civileL’iniziativa si svolgerà lunedì 18 maggio 2026, dalle ore 08:30 alle 13:00, presso la Sala Futura del Teatro Stabile di Catania, e coinvolgerà gli studenti dell’istituto in un percorso di confronto e approfondimento sui valori dell’ascolto, dell’empatia e del contrasto a ogni forma di bullismo e discriminazione.La mattinata prenderà spunto dal libro "Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio", scritto dal docente Cristian Adriano Porcino. Il programma alternerà letture guidate, momenti di dialogo e sessioni di cineforum, attraverso la visione e il commento condiviso di contenuti audiovisivi dedicati ai temi dell’inclusione, della consapevolezza civile e del rispetto della persona.Interverrà inoltre Santina Caffo, avvocato e Vice Comandante della Polizia Locale, che approfondirà con gli studenti i temi del rispetto delle regole, della responsabilità personale e della prevenzione di comportamenti discriminatori e violenti.L’iniziativa nasce con l’obiettivo di offrire ai giovani strumenti concreti per comprendere e riconoscere ogni forma di discriminazione, favorendo la costruzione di una comunità scolastica sempre più inclusiva, consapevole e attenta alla dignità di ogni individuo.“Costruire il rispetto” vuole essere non soltanto un momento di sensibilizzazione, ma anche un’occasione di confronto autentico, capace di promuovere la cultura dell’ascolto, della partecipazione e della responsabilità sociale attraverso il dialogo, l’esperienza condivisa e il linguaggio come strumento educativo.PILLON NUOVO AVVOCATO. DELLA. FAMIGLIA DEL BOSCO

Pensavamo di averle viste e sentite tutte. E invece la realtà supera ancora una volta la fantasia.
Il nuovo avvocato della Famiglia nel bosco è… rullo di tamburi… Simone Pillon!
Nientemeno. Ma anche niente di più.
L’uomo sbagliato al momento giusto: quello della disperazione.
Quando tutti gli avvocati hanno abbandonato per manifesta impossibilità a difendere l’indifendibile, arriva lui, Simone Pillon.
In un Paese civile tutti hanno diritto a difendersi e ognuno si fa difendere da chi vuole, ma questo ha smesso da tempo di essere un mero caso legale per essere trasformato da una certa politica ben nota in un osceno circo politico e mediatico a esclusivo uso propagandistico.
E questa notizia ne è l’ennesima, drammatica, dimostrazione.
Un pensiero ai tre figli nel bosco. Le vere e uniche vittime di tutta questa storia.
Non c’è altro da dire e nulla da aggiungere. come dice. anche. Lorenzo Tosa.
ANCHE L’INDIFFERENZA E’ RAZZISMO ? secondo me si ed è peggio . Bakari Sako, 35 anni, il bracciante ucciso a colpi di cacciavite, da una baby gang a Taranto aveva cercato di rifugiarsi in un bar. Ma era stato cacciato fuori.
Certe volte discorsi e scritti lunghisono inutili davanti a tragedie del genere . Quindi mi limito alla. frase del titolo ed a riportare senza ulteriore commenti la notizia sia il post di Lorenzo Tosa

vulnerabile, è la persona indifesa, è la persona che nel caso specifico viene individuata nella persona nera. Non ci sono decreti sicurezza che tengano, non servono solo pene più severe o nuovi reati, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata perché la terra è di tutti”.Non solo. Tutto questo non viene dal nulla; è il frutto avvelenato di anni di campagne violentissime nei confronti dei migranti, dei neri, degli stranieri.E non ve la caverete con l’ipocrisia e le lacrime di coccodrillo. Troppo comodo. Troppo tardi.Che Bakari diventi un esempio e un emblema perché non riaccada più. Non così. Che cambi tutto. Verità e giustizia per Bakari. Fino in fondo.
Bakari Sako, 35 anni, il bracciante ucciso a colpi di cacciavite, da una baby gang a Taranto aveva cercato di rifugiarsi in un bar. Ma era stato cacciato fuori. Un 15enne confessa l’omicidio.
Sako Bakari [ foto sotto al centro ] il 35enne originario del Mali morto all’alba di sabato scorso a Taranto sotto i colpi sferrati con un coltello a serramanico da un ragazzo che compirà 16 anni tra pochi giorni, è stato ucciso senza un movente. Per sfuggire al suo destino, aveva provato a trovare riparo in un bar. Ma il titolare l’ha subito invitato a uscire, lasciandolo nelle mani dei suoi assassini.Il perché di tanta violenza potrebbe emergere dagli interrogatori di convalida del fermo dei cinque indagati che si faranno tra domani e venerdì. Per ora i magistrati non riescono a contestare, oltre all’omicidio, l’aggravante di odio razziale, ma non è escluso che possa accadere visto che, una quindicina di minuti prima, il gruppo aveva intimidito un’altra persona di origine che pedalava negli stessi vicoli: superandola con lo scooter, l’avevano stretta lungo il muro insultandola. Per ora reggono soltanto i futili motivi che servono a delineare il contesto «amorale» nel quale è avvenuto l’omicidio. Nel gruppo dei cinque indagati c’è un 21enne. Ma ne fanno parte anche quattro minorenni, due di 16 e due di 17 anni, che hanno evaso l’obbligo scolastico e appartengono a famiglie con profondi disagi. Il loro comportamento abituale e la loro estrema aggressività «è espressione di vacuità morale, assenza di rispetto per gli altri e per la vita stessa». Su questi temi le procuratrici Daniela Putignano (Minori) ed Eugenia Pontassuglia (Ordinaria) hanno fatto alcune considerazioni condivise peraltro dalla gran parte dell’opinione pubblica locale. Riflessioni che purtroppo trovano una conferma nel comportamento del titolare del bar nel quale s’era rifugiata la vittima nel tentativo di sfuggire all’aggressione. «Non ha chiamato le forze dell’ordine, ma ha preferito girarsi dall’altra parte e invitare Sako ad andarsene fuori», spiegano le procuratrici. Lo ha praticamente riconsegnato ai suoi carnefici. Il più piccolo ha confessato: «L’ho colpito io». E ha fatto ritrovare in una siepe vicino a casa sua l’arma del delitto. Le riflessioni delle procuratrici trovano conferma anche in un’altra circostanza: alcuni post apparsi sui social ieri, post di solidarietà con i fermati. Ad esempio: «Siamo nati e cresciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una reputazione sulle nostre spalle. Abbiamo affrontato la vita da adulti prima del tempo. C’è tempo per recuperare la vita lunga. Il nostro obiettivo è ritrovarci l’uno con l’altro. Il carcere non ci separa, anzi imparate a nuotare che fuori gli squali sono tanti». E sotto la firma «Taranto vecchia». La procuratrice Putignano ha chiarito che i quattro sono incensurati, ma già conosciuti dal tribunale dei minori per «situazioni di disagio famigliare e problematiche educative, situazioni intercettate, ma non curate». Ha aggiunto che «il fenomeno dei giovanissimi che escono con i coltelli è dilagante, questi sono ragazzi svincolati dal controllo delle famiglie tanto che sono stati in giro tutta la notte». Ha richiamato quindi l’attenzione sulla necessità di una «nuova grammatica civile. La repressione non è tutto — ha detto — le agenzie educative devono farsi carico del disagio giovanile». Anche la procuratrice Pontassuglia ha insistito
s
su questo argomento: «Si sono scontrati due mondi: un uomo che alle cinque del mattino va a lavorare per mantenere la famiglia, e, di fronte, ragazzi che alle 5 del mattino scorrazzano per le strade della città armati e alla ricerca di una persona da colpire, in questo caso una di colore». Intanto a Taranto sono giunti i parenti della vittima e il presidente della comunità maliana in Italia che ieri ha incontrato i vertici di questura e prefettura. Bakari viene descritto come un uomo «timido ed educato», un grande lavoratore e un gran tifoso del Psg. A casa, in Mali, lo aspettavano due mogli, entrambe incinte.
Davide Cavallo, lo studente della Bocconi accoltellato da ragazzini in corso Como a Milano: «Ho compassione per loro, li abbraccio. Ho perso le gambe, non la voglia di vivere»
Durante la pausa caffè leggo sul corriere della sera d'oggi l'editoriale di Gramellini
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| Dal gruppo Diaconia "Santa Maria Egiziaca" in Bresso |
<< Davide Simone Cavallo è lo studente universitario milanese che ha perso l’uso delle gambe dopo essere stato accoltellato da un gruppo di ragazzi per una banconota da 50 euro, nei paraggi di Corso Como, sette mesi fa. Ha scritto una lettera di quindici pagine, talmente potente, profonda e contro lo spirito del tempo che non mi sento all’altezza di commentarla. [ … ]
Perciò mi limiterò a riassumerla in quindici righe, come si fa (o si faceva) a scuola con i classici .[…] >>
Ora a differenza sua preferisco riportare sotto il testo sotto integrale . Infatti è talmente bella da , almeno per me , da non riuscire a riassumerla o pubblicarne stralci. come. fanno gli altri media.
Posso solo dire che Gramellini sul caffè del 13 maggioHa fatto bene a non commentare : dobbiamo solo riflettere su che cosa è successo ai giovani, da un lato un branco di disperati senza regole né valori, però ci sono anche luminosi segni di speranza come Simone.Egli ha fatto l’unica cosa possibile per non cedere alla disperazione per quello che ha subito, e dovrà subire, per colpa di soggetti difficilmente definibili esseri senzienti.
Ecco il testo integrale preso dal corriere
Davide Cavallo, lo studente della Bocconi accoltellato da ragazzini in corso Como a Milano: «Ho compassione per loro, li abbraccio. Ho perso le gambe, non la voglia di vivere»
Davide Simone Cavallo
di Davide Simone Cavallo
Pubblichiamo la lettera integrale di Davide Simone Cavallo, lo studente universitario di 22 anni che il 12 ottobre 2025 ha rischiato di morire dissanguato dopo essere stato accoltellato da 5 ragazzi (di cui tre minorenni) che volevano rapinarlo. Il bottino: 50 euro
L'aggressione è avvenuta all'alba del 12 ottobre 2025 in pieno centro a Milano, zona corso Como, fuori da uno dei locali più frequentati dalla gioventù milanese. Davide Simone Cavallo, 22enne studente della Bocconi, quella notte ha rischiato di morire dissanguato: per una banconota da 50 euro è stato aggredito, accoltellato e ridotto in fin di vita da un gruppo di cinque ragazzi giovanissimi, di cui tre minorenni. Davide, ragazzo sano e sportivo, quella notte ha riportato lesioni permanenti e ha perso l'uso delle gambe; ora sta affrontando un lungo e doloroso processo di riabilitazione. Insieme con gli atti del processo è depositata questa lettera, in cui Davide descrive ciò che ha provato quella notte, al risveglio in ospedale e nei mesi successivi, e ha parole di compassione e perdono per i suoi aggressori (Federico Berni).
A volte ancora la sento, la coltellata.
All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui.
Mi chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove iniziare perciò racconto un po’ di me.
Sono un ragazzo di 22 anni a Milano. Mi piace recitare e scrivere poesie, sono anche discreto. Sono nato a Milano ma cresciuto davanti al mare, in Sicilia, praticamente sulla spiaggia. Mi piace correre, saltare, ballare moltissimo, fare la verticale, i tuffi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui muretti, scoprire posti nuovi. Viaggiare. Ho praticato 8 anni di ginnastica artistica e 6 di pallacanestro, insieme a corsi di danza e vari altri sport. Mai stato fermo un minuto, anche quando non mi allenavo. Non ho mai dimenticato la gioia di una capriola, la fierezza del riuscire a toccare il ferro con un salto, l’invincibilità nel tagliare un traguardo dopo ore di corsa o di vincere una partita con i miei amici.
Sono una persona buona, per quanto non stia a me dirlo, voglio crederci. Amichevole con tutti, dal genio allo sbandato, dal poco di buono allo stupido: non trovo che nessuno meriti il mio disprezzo o la mia maleducazione. Ho una famiglia numerosa che mi ama e degli amici che mi sanno vedere. Studio Economia dell’Arte in inglese, un corso di economia mirato ai prodotti culturali, musica, film, quadri, spettacoli.
Sono leale, curioso, gentile, appassionato fino alle ossa di qualsiasi cosa la vita voglia regalarmi, bello e brutto: mi piace così.
Ho avuto la fortuna di non finire praticamente mai in ospedale, mai ossa rotte o salute difficile, un corpo perfettamente funzionante, bello e affidabile. La mia agilità e riflessi sono invidiabili. Continuo a dire «sono» e non «erano» perché non riesco ad accettare che siano perse dopo quello che mi è successo. Non sarebbe giusto.
E io credo nelle cose giuste.
Perciò mi sembra corretto raccontare come sia arrivato qui.
Una stanza grigia, scura, macchinari attaccati alle pareti e un ragazzo vestito di azzurro che mi parla e dice «Davide stai immobile, non ti spaventare. Sei in ospedale, hai un tubo attaccato alla gola potresti farti male. Sei stato accoltellato, ti abbiamo operato».
Che cosa è successo? Dove sono? Perché mi sto svegliando qui? Che ore sono? Che giorno è?
Le gambe.
Non mi sento le gambe.
Perché non mi sento le gambe?
«Perché non mi sento le gambe?»
All’inizio dissero che erano atrofizzate, che sarebbe passato subito, che dovevo provare a muoverle: la destra un po’ rispondeva, la sinistra no. Ma le ore passavano, i giorni, e nulla cambiava. A volte ancora me lo chiedo. Perché? Che è successo? Le vedo qui ma se provo a muoverle… a sentirle...
Avevo due tubi nel petto che andavano uno sopra uno sotto i polmoni, e succhiavano via il sangue rimasto, 18 buchi sui polsi, qualcosa che non ho mai voluto toccare attaccato al collo e farmaci molto forti nelle vene, insieme a sangue non mio.
Non mi sento le gambe, perché?
Ancora me lo chiedo a volte, sapendo che quasi sicuramente non avrò mai risposta…
I primi giorni in intensiva sono stati un inferno, non potevo muovere che un braccio, non potevo mangiare né bere, non sapevo che ore fossero, non vedevo il sole, non ricordavo NIENTE degli ultimi 5 giorni della mia vita… più ci pensavo più diventava faticoso ricordar qualcosa di debole delle ultime due settimane. Mi dissero che per un po’ mi avevano dovuto legare le mani perché tentavo di strappare i tubi, mi sentivo tutto intorpidito.
Poi la morte. Sentivo persone che stavano male e non potevo girarmi a guardarle, vedevo un signore davanti a me con un tubo in gola che muoveva febbrilmente le mani per aria e di tanto in tanto sembrava chiamasse la figlia. Io, in tutto questo, ero imbottito di farmaci molto potenti: Fentanyl, Propofol, Morfina. Non potevo chiudere gli occhi perché vedevo, sentivo cose, non potevo aprirli perché un essere nero, strano, con solo gli occhi e nessuna bocca mi si avvicinava di tanto in tanto, passo dopo passo, e io non potevo muovermi, non potevo scappare, non potevo girarmi dall’altro lato senza farmi male, distoglievo lo sguardo di botto, immobile, sperando sparisse ma lo sentivo lì, lo sapevo lì: avevo paura.
Una paura matta, tremenda, indescrivibile, la più profonda che abbia mai provato, una paura che ti fa sbarrare gli occhi al buio, tremare e rompere la voce, ogni secondo, ogni attimo; ero fuori pericolo? Sì, credo di sì ma era come se la morte mi fosse rimasta addosso, mi girasse attorno mentre non guardavo, sapendo che non sarei potuto andarmene anche se mi avesse accarezzato. Una paura fuori da ogni immaginazione, volevo la mamma, cercavo mia mamma. Continuavo a piangere senza potermi fermare, le lacrime scendevano mentre gli infermieri mi parlavano e gli operatori sanitari mi pulivano e spostavano. Sapevo che stava arrivando qualcosa, il corpo sentiva la paura di quello che era iniziato.
GIORNI. Giorni e giorni di paura. Potrò muovermi? Potrò camminare? Potrò fare pipì? Che cosa sta succedendo? Perché mi fa male?
Cosa che non tutti sanno, le problematiche che una lesione midollare può causare non si circoscrivono al non muovere. Vanno dal non sentire al non riuscire a urinare o sentire le parti intime, fitte casuali, ferite da immobilità (piaghe da decubito) lente a guarire per la circolazione ridotta, non sapere dove sono le gambe e spasmi involontari, ripetitivi e dolorosi.
Le mie giornate da 6 mesi a questa parte la mattina iniziano con tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie.
Poi i tamponi, prelievi, esami alle 6 del mattino, le notti insonni fra fastidi e rumori, l’ansia costante, gli aghi, l’iniezione giornaliera, le infezioni, le piccole operazioni, il catetere fisso, le fitte, gli spasmi i dolori gli antibiotici, la noia, i pianti, il provare inutilmente a spiegare come stessi, le visite, i messaggi senza risposta, i medicinali e quanto mi davano alla testa, le ruote. Sempre, ovunque: le ruote. Non potevo alzarmi quasi mai perché non reggevo, quindi ovunque andassi, c’erano due ruote. E nonostante questo stavo in reparto con persone che avevano bisogno di una macchina per RESPIRARE, quindi della mia situazione non potevo fare altro che essere grato.
So che sembra un po’ fuori contesto raccontare tutto ciò, ma voglio far passare il concetto: questa è la mia vita. Non una favola, né un qualcosa di astratto e distante. La mia mattina e la mia sera sono state queste cose, giorno dopo giorno, su un letto di ospedale, aspettando.
Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so.
La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano.
Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere AMICO. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi.
E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare.
Tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono» solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite. Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile.
Tuttavia, provo a capire.
Conosco la rabbia di un’età, la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi, quel dolore immotivato frutto del non capire e non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti.
Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio.
D’altronde, la cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. Un passo, un movimento che fino a ieri era normale finalmente riacquisito dopo mesi di lavoro, una notte senza svegliarmi, un po’ di sole. Fa un po’ strano a volte, sentirmi particolarmente allegro per una doccia, ma non è male.
Il cuore perdona, il corpo invece, ancora, aspetta. Sta fermo e non capisco se ha paura o soffre. Non so quando e se riuscirò a perdonare fisicamente, a lasciare andare il ricordo di quella sensazione. Spero di sì un giorno. Come andare avanti sennò?
Fino ad allora, ho un corpo nuovo, con una sensibilità diversa, che vuole essere scoperto. Le lesioni incomplete generano variazioni e riduzioni dei segnali sensoriali, il che significa che magari muovi, ma non senti se hai qualcosa sotto il piede, o se ti stanno toccando la coscia, o altro. Semplicemente è come se metà del tuo corpo fosse un fantasma. Vedi, intuisci che sta accadendo qualcosa, ma non provi niente. Significa per me dover anche trovare un modo nuovo di approcciare il rapporto con altri. Ho 22 anni, voglio vivere la mia vita a pieno, fare esperienze, giocare a basket o qualsiasi cosa mi vada. Scoprire la mia sessualità, amare una persona, sentirmi toccato se toccato, gioire del mio corpo. Come devo gestire, giorno dopo giorno, negli anni, cose simili? Che effetto avrà? Che dovrei fare io ora?
Sembra mi sia stata strappata metà della vita in un colpo solo, mi sento di levitare nel mio stesso corpo, stretto da nodi, non riesco a riempirmi. Ero veloce, modestamente agile, bravo in tutti gli sport, ne andavo fiero, mi faceva sentire sicuro. Ora devo concentrarmi per non far cedere le ginocchia quando sto su. Dove sono io? Sono questo ormai?
Avrei voluto scoprire qual era il massimo che potevo raggiungere, e non sarà mai più possibile. In qualunque modo sarebbe andata la mia vita se non avessi subito un’aggressione che ha causato un’ischemia midollare a livello dorsale a 21 anni, io non lo potrò mai sapere. Il ragazzo che correva e saltava e ballava non esiste più se non nella mia immaginazione e in quel che riesce questo nuovo corpo. Questo sono io adesso.
Non l’ho deciso io, non posso cambiarlo, mi fa un male cane ogni istante che passo così e a temere per il mio futuro, ma non posso farci niente.
Nella realtà delle cose a me non è mai importato chi esattamente ha sferrato la coltellata. Nel momento stesso in cui mi hanno iniziato a picchiare nessuno aveva già più a cuore la mia incolumità, sono diventato un oggetto, un palloncino da scoppiare per gioco. È difficile razionalizzare una cosa del genere.
Inoltre, per quanto contento che non tutti i coinvolti si siano dati alla violenza, non sono d’accordo con la giustificazione del «ero lontano, non potevo fare niente». Proprio chi è amico degli aggressori è forse l’unico capace di fare qualcosa senza prenderle al posto della vittima. Chissà che con un «RAGAZZI CHE FATE LASCIATELO IN PACE!» nessuno di noi sarebbe stato qui a parlarne.
Se avessi visto quella scena dal di fuori sarei intervenuto, con intelligenza. Ma anche a costo di rimetterci: nessuno merita di passare quello che ho vissuto. Penso che il mondo sarebbe un posto migliore così.
Io, quella sera, volevo solo tornare a casa, mettermi a dormire e svegliarmi la mattina dopo come tutti i giorni. Invece sono qui a farmi forza, a cercare di dare un senso a quel che un senso non ne ha, a rimettere insieme i pezzi del mondo, crudele ma prezioso, che mi è rimasto. A tentare di trovare una placidità che mi permetta di andare avanti e guardare in faccia i responsabili dopo tutto questo. E mi trovo spesso a chiedermi perché debba vivere tutto ciò, perché debba domandarmi quanti soldi valga una vescica, quanti anni di galera il mio sesso, quanti mesi un passo. Quanto è grande il pezzo di cielo che mi tocca scambiare con loro? A 22 anni, da dove dovrei cominciare?
Non lo so, e fortunatamente non sta a me rispondere a queste domande. Ma non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto.
Per questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione; la mia concentrazione, speranza e forza sono tutte riposte lì, insieme alle paure e i dubbi. Non riesco a scinderli ma so che un lato sarà più forte dell’altro se lo nutro, lo accolgo, lo sprono. Se anche lontanamente è possibile riuscire, perché non io? Risparmiamoci le congratulazioni per la forza, la grande resilienza. Il punto è: avevo altra scelta? No. Queste cose non lasciano scelta. O ci credi veramente di uscire, o marcisci, fino a non riconoscerti più.
Vorrei evitare.
Tralascio l’aspetto più vitale e che forse più mi strugge: la mia famiglia. Gli anni che hanno perso i miei nonni quando hanno saputo dell’accaduto, il dolore fisico e mentale dei miei genitori, i pianti dei miei amici, lo sguardo e la sofferenza di mio FRATELLO, le preghiere, la rabbia e la paura di tutte le persone che mi amano. Le ore spese in ospedale, i viaggi, il lavoro che i miei hanno bruscamente interrotto, l’immensa frustrazione del non potermi aiutare direttamente e a volte nemmeno capire, il vedermi irritato furioso depresso, incapace di alzarmi, di parlare a volte.
Quello che è stato fatto alla mia famiglia, quello che si è rischiato di far loro passare, quello è imperdonabile.
I miei genitori potrebbero adesso essere senza un figlio, soli, in casa, senza speranze, con mio fratello traumatizzato a vita, senza un ospedale dove trovarmi, un vuoto incolmabile perenne e nulla, assolutamente nulla, da fare per star meglio. Sarei rimasto nel cuore dei miei amici come quel caro ragazzo a cui volevano bene che non hanno mai potuto veder crescere, non avrei mai finito di studiare, scelto un lavoro, ora non sarei qui a scrivere. Non avrei avuto un effetto sul mondo. Un centimetro più a destra, qualche minuto di più, un’altra sottile lama che mi recideva qualcosa e nessuno avrebbe mai saputo di me dalla mia bocca, visto i miei occhi. Non ci sarebbe nessuno dietro queste parole.
Dunque, ci tengo infine a dire, a costo di essere macabro, una cosa che facilmente ci si scorda. Una cosa forse difficile da ascoltare, ma il cui solo senso è essere ricordata, ogni istante. L’unica cosa che mi dia un senso a quanto accaduto: io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando, andavo al parco, mi svegliavo, col sorriso o meno e vivevo la mia vita. Fino a ieri tutto era «normale», scontato, abitavo il mio corpo e non pensavo alle cose a cui penso oggi. Nessuno mi aveva detto che sarei finito così, non un segnale, un messaggio: un giorno ti svegli, la tua vita è cambiata e non puoi farci nulla. Per questo ogni giorno penso di non aver ballato abbastanza, abbracciato abbastanza, rincorso, saltato, viaggiato, toccato, sentito, vissuto, amato abbastanza. E me lo ripeto, a non finire. Cosa sarà mai abbastanza? Beh, io non lo so… Ma spero che ciascuno di voi se lo possa chiedere ogni attimo della sua vita, ogni momento di indecisione, ogni volta che non sai se buttarti o meno, se ballare o no. Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria.
A sorpresa.
Un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle, perché così siamo noi, e pur non trovandole continui, per mesi, anni magari.
Sembra terribile ma è proprio per questo motivo che tutto ci è così prezioso, ci è così caro: è a tempo.
Perciò se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: «Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male».
Con tutta la rabbia che provo ci si potrebbe riempire un oceano, le parole non bastano per descrivere dentro. È inevitabile, dovrò conviverci per un po’. Nonostante questo, non per rabbia, dolore o vendetta ho recuperato il possibile, così come non per paura o inumana resistenza sono sopravvissuto quella notte, no. Fu qualcosa di strano e diverso, non ricordo quasi nulla ma quando mi svegliai era come se lo sapessi, che volevo vivere, che amavo quel braccio libero che mi era rimasto e la garza bagnata datami da un’OSS per inumidirmi le labbra: avevo voglia di cantare.
Senza motivo. Per me, non per altri, non sono nemmeno particolarmente bravo peraltro. Ma sono convinto che quel piccolo, lieve aggancio alla vita vera, mi abbia tenuto qui. È servito da memento del fatto che voglio ardentemente fare delle cose nella vita, e non intendo rinunciarvi. Perché amo vivere e questo mondo. AMARE mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare.
Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi.
Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici. Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, l’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita.
Grazie alla luce.
Quando la notte è più pesante del solito e sento aleggiare nell’aria quella fatidica domanda: «Perché a me?», un po’ sorrido. A ciascuno viene fatto ingiustamente un po’ di male nella vita, io sono solo più palese di altri. E in fin dei conti, son contento che sia capitato a me e non a persone che amo, o chiunque altro. Sapevo sin dal principio che, per come sono, non mi sarei fatto avvelenare il cuore, e non è da tutti.
Forse al contrario, non mi sono mai sentito tanto vivo e nuovo quanto dopo aver visto la morte in faccia. Sono grato di ogni istante, perché ho capito una cosa: per quanto difficile sia la vita, non mi fa paura. Non esiste motivo di temerla. Ho paura della mia morte, non della mia vita. L’unica realtà davvero in grado di offrire salvezza.
Mi chiamo Davide Simone Cavallo, 6 mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle gambe. Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui.
12 maggio 2026 (
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