Infatti : << Anche un monumento scolpito e costruito nella pietra può cambiare. E dà speranza che, prima o poi, una trasformazione attraversi pure l’immobile e immutabile governance sportiva. L’Arena di Verona, da anfiteatro di giochi violenti a tempio della bellezza, ospitando la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi e di apertura delle Paralimpiadi, prodotta da Filmmaster, ha aggiunto un nuovo capitolo alla sua evoluzione millenaria: si è fatta ponte che unisce ciò che la politica sportiva tiene ancora diviso. Dopo aver denunciato l’anacronismo di una separazione netta tra i due eventi, una distinzione che si riflette nel prestigio mediatico e, brutalmente, nella disparità economica dei premi, ci siamo chiesti quale fosse il rapporto dell’arte con il concetto di inclusione nello sport. A risponderci è Marco Boarino, regista della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina. abituato ai grandi formati internazionali, dalle Universiadi di Napoli alla chiusura dei Campionati europei di calcio 2024 a Berlino. >> Questo giornale e fra quelli che giustamente sostengono la visione per cui, atleti\e olimpici e paralimpici debbano avere un unico palcoscenico, un’unica manifestazione, un’unica Olimpiade.
Qual è la sua visione, da artista, che ha dovuto “mettere in scena” la para-cerimonia di apertura? Sottoscrivo pienamente la vostra provocazione. A titolo totalmente personale, credo che il vero obiettivo culturale dovrebbe essere l’abolizione della distinzione. Finché esisteranno due eventi, verrà tollerato un doppio trattamento. La separazione, che vuole mantenere una replica dei Giochi dedicata alle persone con disabilità, consolida la struttura organizzativa e mentale che categorizza e legittima trattamenti e investimenti differenti. Il mio tentativo, insieme ad Alfredo Accatino e Adriano Martella, è stato quello di affrontare la materia con una serietà millimetrica, proprio per evitare che la cerimonia paralimpica venisse percepita come un evento “collaterale” o, peggio, minore. Abbiamo voluto che l’impatto tecnico, visivo e scenografico fosse qualitativamente identico a quello di qualsiasi grande produzione olimpica. Ma la sfida non è stata ed è solo estetica, bensì politica. La cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, il magone della guerra e il peso politico delle assenze Nelle scorse settimane abbiamo criticato l’abuso del termine “inclusione”, spesso ridotto a una concessione benevola della “norma” verso la “diversità”. Lei sembra voler andare oltre questo concetto. “L’inclusione”, per come viene spesso intesa, è un principio fragile e un po’ pericoloso, perché presuppone una categoria maggiore che ha facoltà di accogliere una categoria minore. Io preferisco parlare di “accessibilità universale” e di “approccio per persone”. Nel progettare la cerimonia per l’Arena di Verona, abbiamo lavorato su un concetto espresso con lucidità da Claudio Arrigoni: la disabilità non è una mancanza intrinseca dell’individuo, ma una condizione di sbilanciamento tra la persona e l’ambiente circostante. Se azzeriamo le barriere architettoniche e mentali, la discriminazione scompare. Uno spazio non deve essere pensato “anche” per le persone con disabilità, deve essere pensato per tutti. Un gradino è un ostacolo per chiunque abbia una limitazione motoria, ma se lo spazio è fluido fin dal principio, il concetto di diversità decade. La duplicazione di Olimpiadi e Paralimpiadi: quando non si sa come includere, si separa
Come si traduce questa visione in una regia che coinvolge centinaia di performer? Evitando i cliché. Per troppo tempo la narrazione sulla disabilità è oscillata tra la pietà e il “superomismo”: l’idea del disabile che compie imprese impossibili nonostante tutto. Gli atleti e gli artisti con cui abbiamo lavorato ci hanno chiesto una cosa sola: essere considerati atleti e danzatori. Punto. Per questo abbiamo costruito un cast paritario: un terzo di professionisti internazionali, un terzo di studenti delle accademie e un terzo di performer con disabilità. Non ci sono stati “atti” separati o diverse categorie; abbiamo creato una comunità artistica che abitasse lo spazio in modo armonico dall’inizio alla fine. Abbiamo coinvolto artisti come la danzatrice sorda Carmen Diodato e la violoncellista con distrofia muscolare, Valentina Irlando, non come “casi umani”, ma come eccellenze del loro campo. Persino l’Inno d’Italia è stato tradotto in lingua dei segni in diretta e non per servizio accessorio, ma perché fosse parte integrante della performance coreografica. Lei ha collaborato con nomi importanti della ricerca contemporanea, come Yoann Bourgeois e Chiara Bersani.
Che ruolo ha avuto la loro estetica nel progetto? Yoann Bourgeois lavora da sempre sui limiti della fisica e della gravità, temi che si sposano perfettamente con l’idea di un corpo che sfida l’ambiente. Chiara Bersani, invece, è stata molto più di una coreografa o performer; è stata una consulente preziosa che ci ha aiutato a navigare il mondo della disabilità con profondità artistica. Insieme abbiamo immaginato un mondo dove corpi diversi si muovono liberamente. Questa “comunità di umani” nasce attorno a un atto generativo che ha trasformato l’Arena: non ha voluto rappresentare una semplice immagine rassicurante ma l’evidenza di una possibilità di convivenza che dovrebbe essere la norma. Le Paralimpiadi più politiche di sempre. E dopo Milano-Cortina tocca ai Giochi degli Usa Spesso i grandi eventi sono accusati di essere “bolle di sapone” effimere.
Quale impatto spera che abbia lasciato questa cerimonia? Le mie “bolle di sapone”, quando scoppiano, spero lascino un residuo culturale e sociale. Penso al lavoro fatto per L’Aquila capitale della cultura 2026: lì l’obiettivo era consolidare una comunità martoriata, non nascondendo le ferite del terremoto ma trattandole come un germoglio per il presente. Con le Paralimpiadi il discorso è simile. Non serve urlare o usare la retorica per prendere una posizione determinata; lo si può fare con la gentilezza. Credo fermamente che la gentilezza, unita a una visione tecnica rigorosa, sia uno strumento politico potentissimo. Se la stampa internazionale oggi non parla solo della bellezza visiva, ma della profondità della tematica affrontata, allora abbiamo vinto una battaglia culturale. [ .... ]
Resta però il nodo della politica sportiva. Come si spiega allora che, lo sport, laboratorio del limite e celebrato dall’arte nella sua massima maturità, resti ancorato al bisogno di separazione? la. risposta la dà nella bella intervista lo stesso Marco sempre al ILDomani << Il mondo olimpico è diventato un apparato mastodontico così imponente da rischiare di tradire la sua vocazione originaria. Oggi, paradossalmente, sono le Paralimpiadi a custodire l’essenza più radicale dello sport, in cui la competizione non cancella l’umanità. Ed è inaccettabile che continuino a essere confinate in calendari separati, con risorse e riconoscimenti minori. Con la nostra cerimonia abbiamo voluto affermare una posizione netta: l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione, perché non è un gesto di benevolenza, è un diritto politico. L’arte apre varchi, scardina gerarchie, mostra ciò che dovrebbe essere ovvio. Questo è il seme che abbiamo piantato, affinché dalla prossima Olimpiade non ci siano più compartimenti stagni e separazioni da “includere” ma un’unica comunità sportiva che riconosce pari dignità, pari visibilità e pari valore a tutte le persone che la abitano. L’ideologia dell’inclusione è una moda: le Paralimpiadi e l’uguaglianza generalizzata >>.
concludo con quanto dice l'amico e viaggiatore come me Sandro Demuru in “ Verità nel fuoco” in formato PDF direttamente online: https://drive.google.com/.../1IvR7H-w6A9Nrf5dr2D6.../view...








