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24.3.26

Marco Boarino: «Basta con Olimpiadi e Paralimpiadi, l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione»

sulla rassegna mattutina di google leggo sul. quotidiano. https://www.editorialedomani.it/sport/. del. 23\3\2026. questa. interessante. 
INTERVISTA DI. ANTONELLA BELLUTTI. AL REGISTA DELLA CERIMONIA DEI GIOCHI PARALIMPICI. : Marco Boarino: «Basta con Olimpiadi e Paralimpiadi, l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione»

Ora da profano in ambito socio antropologico ma con. esperienza. con una mia parente (figlia di una cugina di mia madre) e figli d'amici che hanno la sindrome di down ed. in particolare i post. e le iniziative della. giurista ed avvocata 
Morena Manfreda  con figlio. autistico e specializzata. in ambito legale. su. tali. problemi.   Oltre. i miei problemi uditivi e visivi. 
Ecco. che. secondo me la. proposta. di Marco Boraino è un ottima cosa .
Infatti il regista della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina parla della necessità che atleti olimpici e paralimpici debbano avere un unico palcoscenico, un’unica manifestazione, un’unica Olimpiade: «Il mio tentativo, insieme ad Alfredo Accatino e Adriano Martella, è stato quello di affrontare la materia con una serietà millimetrica, proprio per evitare che la cerimonia paralimpica venisse percepita come un evento “collaterale” o, peggio, minore».
Marco Boarino bacia il braccio di Federica Cesarini (Foto Mariachiara Panone/Risk 4 sport)
Marco Boarino bacia il braccio di Federica Cesarini (Foto Mariachiara Panone/Risk 4 sport)

Infatti :  << Anche un monumento scolpito e costruito nella pietra può cambiare. E dà speranza che, prima o poi, una trasformazione attraversi pure l’immobile e immutabile governance sportiva. L’Arena di Verona, da anfiteatro di giochi violenti a tempio della bellezza, ospitando la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi e di apertura delle Paralimpiadi, prodotta da Filmmaster, ha aggiunto un nuovo capitolo alla sua evoluzione millenaria: si è fatta ponte che unisce ciò che la politica sportiva tiene ancora diviso. Dopo aver denunciato l’anacronismo di una separazione netta tra i due eventi, una distinzione che si riflette nel prestigio mediatico e, brutalmente, nella disparità economica dei premi, ci siamo chiesti quale fosse il rapporto dell’arte con il concetto di inclusione nello sport. A risponderci è Marco Boarino, regista della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina. abituato ai grandi formati internazionali, dalle Universiadi di Napoli alla chiusura dei Campionati europei di calcio 2024 a Berlino. >> Questo giornale  e fra quelli    che giustamente sostengono  la visione per cui, atleti\e olimpici e paralimpici debbano avere un unico palcoscenico, un’unica manifestazione, un’unica Olimpiade.

 Qual è la sua visione, da artista, che ha dovuto “mettere in scena” la para-cerimonia di apertura? Sottoscrivo pienamente la vostra provocazione. A titolo totalmente personale, credo che il vero obiettivo culturale dovrebbe essere l’abolizione della distinzione. Finché esisteranno due eventi, verrà tollerato un doppio trattamento. La separazione, che vuole mantenere una replica dei Giochi dedicata alle persone con disabilità, consolida la struttura organizzativa e mentale che categorizza e legittima trattamenti e investimenti differenti. Il mio tentativo, insieme ad Alfredo Accatino e Adriano Martella, è stato quello di affrontare la materia con una serietà millimetrica, proprio per evitare che la cerimonia paralimpica venisse percepita come un evento “collaterale” o, peggio, minore. Abbiamo voluto che l’impatto tecnico, visivo e scenografico fosse qualitativamente identico a quello di qualsiasi grande produzione olimpica. Ma la sfida non è stata ed è solo estetica, bensì politica. La cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, il magone della guerra e il peso politico delle assenze Nelle scorse settimane abbiamo criticato l’abuso del termine “inclusione”, spesso ridotto a una concessione benevola della “norma” verso la “diversità”.  Lei sembra voler andare oltre questo concetto. “L’inclusione”, per come viene spesso intesa, è un principio fragile e un po’ pericoloso, perché presuppone una categoria maggiore che ha facoltà di accogliere una categoria minore. Io preferisco parlare di “accessibilità universale” e di “approccio per persone”. Nel progettare la cerimonia per l’Arena di Verona, abbiamo lavorato su un concetto espresso con lucidità da Claudio Arrigoni: la disabilità non è una mancanza intrinseca dell’individuo, ma una condizione di sbilanciamento tra la persona e l’ambiente circostante. Se azzeriamo le barriere architettoniche e mentali, la discriminazione scompare. Uno spazio non deve essere pensato “anche” per le persone con disabilità, deve essere pensato per tutti. Un gradino è un ostacolo per chiunque abbia una limitazione motoria, ma se lo spazio è fluido fin dal principio, il concetto di diversità decade. La duplicazione di Olimpiadi e Paralimpiadi: quando non si sa come includere, si separa 

Come si traduce questa visione in una regia che coinvolge centinaia di performer? Evitando i cliché. Per troppo tempo la narrazione sulla disabilità è oscillata tra la pietà e il “superomismo”: l’idea del disabile che compie imprese impossibili nonostante tutto. Gli atleti e gli artisti con cui abbiamo lavorato ci hanno chiesto una cosa sola: essere considerati atleti e danzatori. Punto. Per questo abbiamo costruito un cast paritario: un terzo di professionisti internazionali, un terzo di studenti delle accademie e un terzo di performer con disabilità. Non ci sono stati “atti” separati o diverse categorie; abbiamo creato una comunità artistica che abitasse lo spazio in modo armonico dall’inizio alla fine. Abbiamo coinvolto artisti come la danzatrice sorda Carmen Diodato e la violoncellista con distrofia muscolare, Valentina Irlando, non come “casi umani”, ma come eccellenze del loro campo. Persino l’Inno d’Italia è stato tradotto in lingua dei segni in diretta e non per servizio accessorio, ma perché fosse parte integrante della performance coreografica. Lei ha collaborato con nomi importanti della ricerca contemporanea, come Yoann Bourgeois e Chiara Bersani. 

Che ruolo ha avuto la loro estetica nel progetto? Yoann Bourgeois lavora da sempre sui limiti della fisica e della gravità, temi che si sposano perfettamente con l’idea di un corpo che sfida l’ambiente. Chiara Bersani, invece, è stata molto più di una coreografa o performer; è stata una consulente preziosa che ci ha aiutato a navigare il mondo della disabilità con profondità artistica. Insieme abbiamo immaginato un mondo dove corpi diversi si muovono liberamente. Questa “comunità di umani” nasce attorno a un atto generativo che ha trasformato l’Arena: non ha voluto rappresentare una semplice immagine rassicurante ma l’evidenza di una possibilità di convivenza che dovrebbe essere la norma. Le Paralimpiadi più politiche di sempre. E dopo Milano-Cortina tocca ai Giochi degli Usa Spesso i grandi eventi sono accusati di essere “bolle di sapone” effimere. 

Quale impatto spera che abbia lasciato questa cerimonia?                                                    Le mie “bolle di sapone”, quando scoppiano, spero lascino un residuo culturale e sociale. Penso al lavoro fatto per L’Aquila capitale della cultura 2026: lì l’obiettivo era consolidare una comunità martoriata, non nascondendo le ferite del terremoto ma trattandole come un germoglio per il presente. Con le Paralimpiadi il discorso è simile. Non serve urlare o usare la retorica per prendere una posizione determinata; lo si può fare con la gentilezza. Credo fermamente che la gentilezza, unita a una visione tecnica rigorosa, sia uno strumento politico potentissimo. Se la stampa internazionale oggi non parla solo della bellezza visiva, ma della profondità della tematica affrontata, allora abbiamo vinto una battaglia culturale.                                   [ .... ]                                                                                                                        

Resta però il nodo della politica sportiva. Come si spiega  allora che, lo sport, laboratorio del limite e celebrato dall’arte nella sua massima maturità, resti ancorato al bisogno di separazione?   la.   risposta la dà   nella bella  intervista lo stesso Marco  sempre  al ILDomani  << Il mondo olimpico è diventato un apparato mastodontico così imponente da rischiare di tradire la sua vocazione originaria. Oggi, paradossalmente, sono le Paralimpiadi a custodire l’essenza più radicale dello sport, in cui la competizione non cancella l’umanità. Ed è inaccettabile che continuino a essere confinate in calendari separati, con risorse e riconoscimenti minori. Con la nostra cerimonia abbiamo voluto affermare una posizione netta: l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione, perché non è un gesto di benevolenza, è un diritto politico. L’arte apre varchi, scardina gerarchie, mostra ciò che dovrebbe essere ovvio. Questo è il seme che abbiamo piantato, affinché dalla prossima Olimpiade non ci siano più compartimenti stagni e separazioni da “includere” ma un’unica comunità sportiva che riconosce pari dignità, pari visibilità e pari valore a tutte le persone che la abitano. L’ideologia dell’inclusione è una moda: le Paralimpiadi e l’uguaglianza generalizzata >>.                                                                                                               



concludo con quanto dice l'amico e viaggiatore come me Sandro Demuru in “ Verità nel fuoco” in formato PDF direttamente online: https://drive.google.com/.../1IvR7H-w6A9Nrf5dr2D6.../view...

 I migliori Artisti di qualsiasi genere non sono i figli di papà o di mammà, no, sono quelli che erano e sono nascosti in un Garage, o nelle loro stanze, case o magazzini ,o nelle strade, nei bar, perché l'essere creativo e poi diventare artista, non consistesolo nello studio in se stesso, ma serve pure la concentrazione, l'ispirazione presa da un qualsiasi cosa. Quanta gente laureata c'è ma non è è artista ne creativa, a differenza di quanta gente c'è senza titolo di studio che creano, anzi hanno una creatività impressionante. Ora mai tutti vogliono essere artisti o fare gli artisti , maessere creativo comporta un lavoro molto particolare, significa partorire una qualsiasi opera , sentirla dentro nel profondo del cuore, e non pensare a fare questosolo ed esclusivamente per scopo di lucro, del mero denaro e basta, questo è sinonimo di mercenari.

23.3.26

La vanità dell’idolatria

Chi lo ha detto che per credere  e praticare la propria  fede  servano necessariamente  simboli e statue . 

Nell’estate del 1986 William Murray, che scrive sulla rivista The New Yorker, visitò Sperlonga, un centro di pesca molto antico situato sulla costa occidentale dell’Italia, circa 120 chilometri a sud-est di Roma. Una mattina, mentre sorseggiava un caffè in un bar, Murray conobbe un uomo di mezza età, un certo Fernando De Fabritiis.

Durante la loro conversazione il sig. De Fabritiis, che è sempre vissuto a Sperlonga, raccontò un aneddoto piuttosto divertente che conosceva dall’infanzia.“Un uomo ha un campo di peri, ma uno di questi alberi è infruttifero, così lo abbatte e lo vende a un falegname”, dice il De Fabritiis. “Il falegname ne ricava una statua di S. Giuseppe e la dona alla chiesa locale. Una domenica l’uomo a cui apparteneva l’albero va in chiesa dove tutti pregano davanti alla statua di S. Giuseppe. L’uomo si rifiuta di pregare. Conosce quel pezzo di legno. ‘Non è riuscito a fare neppure una pera’, dice a tutti. ‘Come può fare un miracolo?’”La storiella del De Fabritiis è molto simile all’illustrazione che Geova Dio fece per insegnare all’antico Israele l’assoluta vanità dell’idolatria. Perché non prendete la vostra Bibbia e non la leggete in Isaia 44:14-20?

Una riflessione interessante  quella inviatami dall''amico, testimone di Geova, Enrico Carbini .  Lo so che. i testimoni  troppo  chiusi  e poco aperti all mondo reale e al 98%  fanatici e settari . Ma per attrazione.fra popoli opposti sono portatori, a volte di argomenti interessanti e punti di vista  con cui scambiare opinioni e confrontarsi.       


 

22.3.26

I (FALSI) PROFETI E L’INGEGNERIA DELLE ANIME


Il recente passaggio a Roma di Peter Thiel per una serie di lezioni sull’anticristo è scivolato tra il misteriosofico e la catechesi. Cofondatore di Paypal e Palantir (gigantesca azienda di controllo dati), Thiel intreccia riflessioni politiche e suggestioni tratte da René Girard, in particolare l’idea che il

desiderio umano sia mimetico e conflittuale (desideriamo ciò che gli altri desiderano).Thiel utilizza categorie religiose per interpretare il presente.                                                                La tecnologia diventa così uno strumento che lo fa sentire infallibile perché, a suo dire, la salvezza può venire solo da un potere centralizzato: «Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili». In questo senso, il suo pensiero riflette una tendenza più ampia della Silicon Valley, dove ex nerd accompagnano network di strapotere con «narrazioni» sul destino umano.

La tecnologia si confonde con la teologia, l’ingegneria del software con l’ingegneria delle anime. La difesa dei monopoli e l’alibi della sicurezza generano un potere smisurato e la logica dell’algoritmo cede il posto all’immaginario dell’onnipotenza. Anche nel caso di Thiel, uno degli universi di riferimento è Il signore degli anelli.

Dopo aver accumulato miliardi, i nuovi profeti cercano un ruolo storico, si sentono chiamati a una missione più grande, inventano una religione. Dio ce ne scampi!

Tecnocrati I signori degli algoritmi e l’illusione di creare una nuova religione

«La mia famiglia mi vuole uccidere: tutti li ho fatti condannare» Giuseppina Pesce: «Fui arrestata e tentai il suicidio, pesavo 44 chili. Poi incontrai la pm e le raccontai del bunker dello zio»

 

«La mia famiglia mi vuole uccidere: tutti li ho fatti condannare»

Giuseppina Pesce: «Fui arrestata e tentai il suicidio, pesavo 44 chili. Poi incontrai la pm e le raccontai del bunker dello zio»

Nuova identità Giuseppina Pesce, nata nel 1979, durante il processo «All Inside 2» (foto F. Cufari). Collaboratrice di giustizia, vive sotto copertura insieme ai suoi tre figli

«Ho fatto condannare mio padre, mio zio, mio marito, mio fratello. Ora la mia famiglia mi vuole morta. Vivo sotto falso nome, in una località segreta. I miei tre figli stanno dalla mia parte. Ma la ‘ndrangheta non sarà mai sconfitta». Giuseppina Pesce, «la figlia del clan», si racconta al Corriere.

Giuseppina Pesce vive sotto falsa identità, in una località segreta. È figlia, nipote, sorella, moglie di ‘ndranghetisti. Peppe, il fratello di suo nonno, e Antonino, il fratello di suo padre Salvatore, sono stati i capi di uno dei clan più importanti, i Pesce. E lei li ha fatti arrestare tutti.

Nel computer appare via zoom un volto che dimostra meno dei suoi 46 anni, e non ha nulla dello stereotipo della donna di mafia. In mano ha le bozze del libro che ha scritto con un giornalista coraggioso, attivista anti-ndrangheta, Danilo Chirico. Si intitola «La figlia del clan», esce dopodomani.

«Da bambina non mi rendevo conto di nulla. Ricordo una famiglia numerosa, i pranzi della domenica in campagna, tavolate da 50 o 60 persone, una perenna atmosfera di festa».

«Avevo cinque anni quando mio nonno, il padre di mia madre Angela, sparì nel nulla. Seppi poi che aveva una storia con una donna sposata, e il marito lo uccise. Fino a quel momento eravamo, o sembravamo, una famiglia felice. Fu allora che cominciai a respirare aria di morte».

«Mia mamma e mia nonne vestite di nero. I detti e i non detti. La curiosità ti porta ad ascoltare, anche se non potresti. Intuisco che c’è qualcosa di strano».

«Era il 1990, avevo undici anni. Una sera d’estate, al mare. Arrivano in casa nostra un po’ di persone, parlano con mio padre, ci riportano a Rosarno. Mia madre si mette a piangere in macchina, papà tenta di calmarla. La morte del nonno era stata vendicata, e mamma temeva una ritorsione sul fratello più grande, che era in carcere. Invece avevano ucciso il fratello più piccolo».

«Zio Pasquale aveva solo diciotto anni. Per me era come un fratello maggiore, dormiva con noi, giocavamo insieme. Gli sparò il panettiere che stava rapinando, ma quello non chiamò subito i soccorsi, forse aveva paura, rimase lì a guardarlo agonizzare, quando arrivò l’ambulanza era troppo tardi, mio zio era morto dissanguato. Mamma era caduta in depressione dopo l’assassinio del padre, si era chiusa in se stessa, si era allontanata da noi figli; però si stava un po’ riprendendo. Il colpo fu durissimo».

«Nessuno. Lo scoprii il giorno dopo. Stavo giocando per strada con i miei fratelli piccoli, vidi una persona leggere il giornale e siccome ero una bambina curiosa andai dall’altra parte a leggere il titolo: “Ucciso Pasquale Ferraro”. Piansi. E me la presi con i miei genitori, che non mi avevano dato una spiegazione. Volevo partecipare al funerale, mio padre mi consentì di guardarlo dalla finestra».

«Con un ragazzo più grande di sette anni, Rocco Palaia. Mamma non c’era quasi più, era assente per la sua depressione. Volevo crearmi qualcosa di mio. Finite le medie avrei dovuto andare a scuola fuori dal paese, ma non mi fu permesso. Era il tempo dei primi amori, dei ragazzi che ti facevano la corte, e anch’io mi innamorai. I miei erano contrari, quel ragazzo non piaceva a mia madre; così facemmo la fuitina».

«Andai a vivere con lui, dai suoi. Passai dalla cameretta con le bambole alla casa di un uomo. Pareva un ragazzo normale, mi avevano messo in guardia che si drogava, ma io non ci credevo, pensavo fosse una scusa per non farmelo frequentare. Invece me ne accorgo subito. In dieci giorni viene fuori il suo carattere: gli dico che non voglio stare con sua madre, e lui offeso mi dà uno schiaffo. Da lì in poi fu un incubo. Rimasi incinta di una femminuccia. Lui si drogava, beveva, mi picchiava. Mio padre, che non mi aveva mai sfiorata, lo prese come un affronto: già mi hai portato via mia figlia, e la batti pure?».

«E mio marito non aveva più nessuno che gli facesse paura. Così mi lascia a casa con la bambina. Poi arriva il maschietto, infine un’altra bambina».

E lei ha un’altra storia d’amore.

«Anni dopo, quando mio marito entrava e usciva dal carcere, e io ero rimasta sola, dopo che mia madre che si era trasferita a Milano. Così mi avvicino a una persona matura, Domenico, più grande di me di vent’anni, che mi aiuta con i bambini. Nasce una storia. Zio Vincenzo, il fratello di mio padre, mi fece capire con una battuta che ero stata scoperta».

«Feci un incidente d’auto. Correvo un po’ troppo, una signora anziana mi tagliò la strada, la scaraventai a terra, avevo paura di averla uccisa; eppure la gente del paese veniva a soccorrere me, che non mi ero fatta niente. “Cosa fate, andate da lei!” gridavo. Il giorno dopo ero al lavoro nel supermercato di famiglia quando mi dissero che stava venendo il figlio della donna. Pensai che avrei dovuto chiedergli scusa. Mi spiegarono che veniva a chiedere scusa lui a me: “Mia madre cammina come una pazza, stava rischiando di farti morire...”. Ma no, ero io che aver rischiato di far morire lei! Però per il paese era un torto fatto ai Pesce. Era così ogni volta. Prenotavo una visita medica con un altro nome, e mi mettevano in coda; scoprivano chi ero, e mi facevano passare subito. Prenotavo un ristorante per un battesimo e non c’era posto, ma all’improvviso il posto spuntava fuori».

«In realtà non avevo fatto niente. Lo dico sempre, ma non ci crede nessuno».

«Dico “niente” nella logica di un membro di una famiglia mafiosa. Per me essere moglie e figlia, star vicino a un familiare, non era reato. Non avevo mai capito cosa significa alimentare una cosca. Andavo a trovare gli avvocati, mio fratello, mio padre, mio zio, cercavo di fargli avere soldi in carcere. Mi pareva normale».

«Durissimo. Non lo accettavo, non lo sentivo addosso, mi pareva qualcosa che non mi apparteneva. Combattevo contro questa cosa e mi facevo del male, sia psicologicamente sia fisicamente.

Quando il tribunale del riesame confermò l’arresto tentai di uccidermi».

«Con un lenzuolo feci una corda per impiccarmi in bagno, alla doccia. Salii su uno sgabello e mi lasciai andare nel vuoto. Ero disperata, non me la sentivo di affrontare quel percorso. Ma cadendo lo sgabello fece rumore, la secondina che si era appena allontanata tornò indietro, mi scoprì, gridò. Poi non ricordo più nulla. Mi sono svegliata che tutti urlavano, con la suocera di zio Antonino, il boss, che piangeva nelle sua cella. Così mi trasferirono a Lecce».

«No. Entro in depressione, tento il suicidio una seconda volta. Inizia il percorso di recupero. Mi portano a Milano, nel reparto psichiatrico del carcere di Opera. Un inferno vero e proprio. Un manicomio, con i matti veri. Mi allontanano dai figli. Chiedevo di vederli e non me li facevano vedere. Mi lascio andare, divento anoressica, rifiuto il cibo: se non posso più tentare il suicidio, l’unica cosa è morire di fame. Pesavo 44 chili, prima ero 61. Mi imbottivo di psicofarmaci, ricordo gli agenti con i guanti, le siringhe e certe megapunture: i detenuti svenivano e dormivano per tre o quattro giorni. Una situazione disumana».

«Sì. Ero accusata di 416 bis, avevo diritto a un’ora d’aria ma da sola, andavo in biblioteca da sola, se avevo bisogno del medico o del dentista chiudevano tutte le detenute, non potevo avere contatti con nessuno. La direttrice mi diceva: non prendertela con gli altri, la colpa è solo tua. Un giorno mi alzo e dico: vabbé, forse è meglio collaborare, trovare un modo».

«Chiamavo il magistrato, pensavano volessi collaborare, invece chiedevo aiuto, dicevo che non avevo fatto niente; e il magistrato se ne andava. Poi per la prima volta ho incontrato la pm Alessandra Cerreti. Questa signora all’inizio mi faceva tanta paura. Arriva con l’aria arrabbiata e mi fa: “Che vuoi? Se hai qualcosa da dire sto qui, se no me ne vado a Milano a fare shopping”. Risposi: “Posso pure collaborare, ma io non so niente”. Era quello che pensavo: non davo peso alle cose che potevo dire. Ma per la pm già il fatto che una Pesce collaborasse con la giustizia era un grande successo, tutto quello che usciva dalla mia bocca aveva un valore. Mi disse che dovevo darle una cosa concreta».

Prenotavo una visita medica e quando scoprivano chi ero mi facevano subito passare avanti. Anche se al ristorante non c’era posto, per me lo trovavano sempre. Investii con l’auto una signora a piedi: il figlio venne da me a scusarsi dicendo che io avevo rischiato di farmi male

«Le raccontai che mio zio aveva il bunker in casa. Ma questo per me era normale». Com’erano gli interrogatori? «Quel giorno parlammo per quattro ore. In tutto furono dodici incontri, anche di nove ore. Cocaina, armi, furti, rapine: le cose venivano fuori».

«Nel processo All Inside. Poi anche grazie alla mia collaborazione sono nati altri due processi, All Inside 2 e Califfo. L’ho fatto per i miei tre figli. Non stavano bene senza di me. Soffrivo io e soffrivano loro».

«Entro nel programma di protezione, vado a vivere da sola in un posto in cui non ero mai stata, con la prima figlia che ha già 14 anni, il maschio nove e la piccola tre. Volevano tornare a casa, si collegavano via Facebook con i familiari a Rosarno. Io sbagliai a farmi raggiungere da Domenico, il mio nuovo compagno. È una fase confusa, litigo con mia figlia, tutto quello che faccio va a rotoli. Così decido di ritrattare. Di non collaborare più. Pensai di tornare in Calabria. I Palaia mi trattavano bene, erano dolcissimi, mi riempivano di regali, mi assicuravano che sarei stata al sicuro. “Se vogliono farti del male devono passare sul mio corpo” mi diceva mio suocero».

«No. Per fortuna. Perché sono certa che mi avrebbero ammazzata. Fatta sparire. Magari inscenando un suicidio. Per fortuna mi arrestarono prima».

«Una settimana prima di tornare in Calabria accompagno mia figlia in Toscana, a fare un week end con un’amica. Siccome ero agli arresti domiciliari, mi arrestano per evasione. Così mi salvano la vita».

Il primo omicidio Avevo 5 anni quando mio nonno sparì nel nulla. Fu ucciso dal marito della sua amante. Fu allora che cominciai a respirare aria di morte. E la sua fu vendicata La fuitina a 14 anni Fuggii con un ragazzo più grande. Andai a vivere con i suoi. Lui si drogava e mi picchiava, rimasi incinta Mio padre finì in carcere e nessuno mi proteggeva più

Una località segreta

Fu una fase difficile. Decisi di ritrattare. E pensai di tornare in Calabria ma mi arrestarono salvandomi la vita. Mia figlia disse: io sono con te, mamma ce la faremo

L’avvertimento

Mio papà mandò a dirmi di non fidarmi di nessuno La famiglia di mio marito avrebbe ucciso me e il mio nuovo compagno, poi si sarebbero presi i ragazzi

La ‘ndrangheta

Penso che non sarà mai sconfitta, perché arriva sempre una nuova generazione che si fa più furba di quella prima. I boss riescono a uscirne puliti

«Mio padre mi mandò a dire di non fidarmi di nessuno, di non andare da nessuna parte finché lui fosse stato in carcere. La famiglia di mio marito avrebbe ucciso Domenico, ucciso me, lavato il tradimento e recuperato i ragazzi. Ma questo lo scoprii solo dopo».

«È stato quando ho visto mia figlia più piccola denutrita. Ho capito che aveva bisogno di me. La figlia più grande mi ha mandato a dire: mamma sto con te, ce la possiamo fare».

«È vero. Eppure fin da piccola il padre l’aveva educata all’idea che le guardie erano i nostri nemici. La cosa si seppe, uscì in un articolo. Solo che i parenti pensarono che l’aspirante carabiniere fosse il figlio maschio, e lo picchiarono, se la presero con lui, che non c’entrava niente. Non potevano reggere la vergogna di avere un familiare “sbirro”. Non è facile crescere in queste condizioni. I ragazzi guardavano un programma tv e chiedevano: cos’è la ‘ndrangheta? Rispondevano: è la famiglia di vostra madre, sono loro che comandano».

«Io ho detto solo e sempre le cose che sapevo. Cosa dovevo fare?».

«Difficile. La prima fase, terribile. Il processo, le udienze, gli spostamenti, tre figli da iscrivere a scuola, mandare in gita… Hai una nuova identità, un nome che non è il tuo, non conosci nessuno. Poi con il tempo impari. Impari a convivere con il peso, a muoverti, a sostenerti da sola».

«Mai. Il padre dei miei figli scriveva lettere ai ragazzi, mandava fotografie. Ora non più. Ho scoperto che mia sorella è diventata mamma perché mio marito ha mandato ai figli le foto dei miei nipotini».

«Mio fratello mi ucciderebbe. Hanno intercettato lui e mia nonna che si dicevano: sono cose di famiglie, ce la dobbiamo vedere noi».

«La grande trentuno, il maschio 24, la piccola 20. Sono anche nonna, di una bimba di tre anni».

«Sì. Lascerei mio marito e mi rifarei una vita. Ci ho provato a lasciarlo, con una lettera; ma lui non mi ha risposto, l’ha girata a mio padre. Vivere una storia di nascosto con Domenico è stato un errore».

«Con il senno di poi, se ero più forte, forse riuscivo ad affrontare il processo da innocente e riprendevo la mia vita... Pensare che non rivedrò mai più la mia famiglia mi pesa. Un po’ mi manca».

La ndrangheta sarà mai sconfitta?

«Perché arriva sempre una nuova generazione, che diventa sempre più furba. Già la famiglia Pesce era avanti. Non dovete immaginare i boss come delinquenti che vanno in giro con le armi ad ammazzare la gente. Riuscivano ad avere il potere e a fare i soldi sottraendosi sempre agli occhi dello Stato. Ne uscivano sempre puliti. Zio Nino non è stato scoperto, ci sa fare. È stato condannato solo grazie ai collaboratori di giustizia».

«Ma da allora vivo con la paura di essere scoperta».

Regala un gratta e vinci alla compagna. Lei vince 500 mila euro e scappa. Lui rivendica la vincita.

dal web



Sta facendo il giro del web quanto avvenuto ad una coppia ex convivente di Carsoli in Abruzzo. La storia è questa: l'8 marzo lui le regala un gratta e vinci del valore di cinque euro. "Oggi è l'8 marzo al posto delle mimose ti regalo questo gratta e vinci" le dice.La donna gratta e vede dalla legenda che ha vinto 500000 mila euro. Si consulta con il gestore del locale nel quale è stato acquistato che le conferma la vincita di mezzo milione di euro.La donna a questo punto sparisce: non risponde più alle chiamate del compagno che la cerca, non torna a casa e deposita il gratta e vinci vincente presso una banca del circondario. Il compagno ne rivendica la proprietà: Il mezzo milione è mio, sono io che ho comprato il gratta e vinci" dice.La notizia è venuta fuori solo ieri dopo che Renato ha reso nota la vincita, ma non l'identita' della coppia che non è tornata insieme. Il web dopo la notizia della vincita diffusa da Il Messaggero si divide tra chi dice che la vincita ormai è della donna e chi dice che spetta all'uomo, che minaccia querela se la donna non dovesse presentarsi con la vincita.

Pirri, restituisce un portafogli pieno di soldi: «Ricompensa? Dona il sangue e siamo pari»



Lo so che potrà essere una storia banale . Ma ciò che mi ha colpito e fatto decidere di riportarla è ....


  fonte Unione Sarda 22 marzo 2026 alle 08:36 aggiornato il 22 marzo 2026 alle 08:44

Pirri, restituisce un portafogli pieno di soldi: «Ricompensa? Dona il sangue e siamo pari»Una donna cagliaritana racconta il doppio gesto di generosità di uno sconosciuto: «Ho incontrato un vero angelo»





Ha trovato per terra un portafoglio smarrito, con all’interno quasi mille euro. Ma, anziché far finta di nulla, ha deciso di restituirlo. Un gesto di generosità a cui ne è seguito un altro, quando la proprietaria ha provato a dargli una ricompensa: «Non voglio nulla. Anzi, no: vada a donare il sangue, così siamo pari».
A raccontare la vicenda, avvenuta a Cagliari, è Francesca, la proprietaria del portafoglio: «Vorrei ringraziare una persona onesta e gentile di nome Massimo, che venerdì scorso ha trovato per terra a Pirri il mio portafoglio con dentro la carta di credito mia e di mia madre e 800 euro appena prelevati».
«Mi ha cercato – prosegue Francesca – direttamente a casa, poiché l'indirizzo era scritto sui miei documenti e non ha voluto niente in cambio. Quando gli ho chiesto come potessi sdebitarmi mi ha chiesto solo, se potevo, di andare a donare il sangue all’Avis. Quindi vorrei diffondere questo messaggio: andate tutti all'Avis a donare il vostro sangue. A Cagliari è in via Talete 8, ma ci sono anche le autoemoteche».
«Le persone gentili e oneste – conclude Francesca – esistono e io ne ho incontrata una venerdì. Grazie davvero Massimo per il tuo gesto nei miei confronti e per il tuo buon cuore. Non finirò mai di ringraziarti. Ti auguro ogni bene».

Se la vita di tutti nel mondo sarebbe come questo episodio, saremmo il pianeta preferito da tutta la galassia . Stessa cosa sembra dire il  commento  lasciato sulla pagina   dell'articoloda 

ginick
da 37 minuti
Bontà,onestà,senso civico,chiamatelo come volete, sta di fatto che qualunque cosa sia è al.. MASSIMO grado! Appunto come il nome della persona che ha compiuto il gesto! È proprio il caso di dire: nomen omen! Peccato che siano così pochi coloro che portano questo nome e lo meritino davvero ma solo in senso positivo! Vero Massimo?


  non so che altro aggiungere. Alla prossima  

21.3.26

Calciatori mascherati per evitare le multe: la sfida agli ex rossoblù



unione sarda 
21 marzo 2026 alle 00:58



In campo senza il permesso dei club, hanno giocato con il passamontagna 








Pur di giocare sono scesi in campo con il passamontagna per non essere riconosciuti. I calciatori dilettanti hanno evitato così multe e sanzioni da parte delle proprie società per aver preso parte all’Island Cup, la “Kings League” cagliaritana. Il torneo è ispirato al format ideato da Piqué nel 2022 e che sta spopolando a livello mondiale. Regole speciali, imprevisti decisi da una ruota, dirette online e premiazioni. Il tutto condito da ex stelle della Serie A come Andrea Cossu, Marco Sau, Matteo Mancosu e Luca Ceppitelli. Non è un semplice torneo di calcio a 7, ma «un vero show», spiega Emanuele Binaghi, che con Marco Chiaramida ha pensato e creato l’Island Cup. «È nata dall’idea di unire le nostre passioni, sport e organizzazione di eventi. Non volevamo che fosse il classico torneo, ma qualcosa di più e che potesse intrattenere tutti».

In campo

La finale di giovedì sera è stato l’epilogo perfetto dell’edizione invernale della competizione. A trionfare allo “Sporting Bola” di Quartu è stato l’Atletico Ginmare grazie al 2-1 sul Planet, la squadra di Cossu e Sau, anche se l’ex attaccante ha dovuto abbandonare quasi subito la contesa a causa di un infortunio. Nell’ultimo atto è risultato decisivo proprio uno dei tanti giocatori mascherati del torneo. «Non possiamo svelare chi sono perché giocano in incognito altrimenti rischiano di essere multati. Le società gli hanno vietato di partecipare», riferiscono gli organizzatori. La paura è quella che possano farsi male, ma i giovani hanno trovato una soluzione per non essere scoperti: usare un passamontagna in modo da non essere riconosciuti né in foto né nei video, mentre su Twitch, dove vengono trasmesse in diretta tutte le partite, il telecronista li annuncia con nomi falsi. «Questo fa capire quanto ci tengono a partecipare», sottolineano Binaghi e Chiaramida.

La ruota

Come per la Kings League, anche l’Island Cup propone regole particolari che possono cambiare il corso della partita. Tutto viene deciso da una ruota che regala dei bonus alle squadre da utilizzare durante la gara. In finale, per esempio, l’Atletico Ginmare aveva l’opportunità di espellere un giocatore avversario per due minuti e proprio in superiorità numerica ha trovato il gol del 2-0. Tra gli altri imprevisti, la ruota propone anche il gol che vale doppio, il tre contro tre o la possibilità di rubare il bonus ai rivali. C’è poi il coinvolgimento degli allenatori e dei presidenti: «Hanno un ruolo ufficiale e sono parte attiva del gioco», dice Binaghi, «tra i vari bonus ci sono anche: lo shootout presidenziale, l’uno contro uno tra presidenti e il rigore dell’allenatore». Queste novità, che rendono il torneo diverso rispetto a quelli classici, sono state particolarmente apprezzate dagli ex professionisti: «A volte sembrava che tornassero ad essere bambini per come hanno giocato spensierati», aggiunge, «si è visto che hanno preso a cuore il torneo».

I numeri

Nelle due edizioni, l’Island Cup ha coinvolto complessivamente quasi 500 giocatori. È stato un torneo di richiamo per tutto il movimento cagliaritano. Nell’edizione estiva, senza troppe restrizioni delle società, hanno partecipato diversi giovani in rampa di lancio come Yael Trepy, che qualche mese dopo ha debuttato e segnato in Serie A con la maglia del Cagliari. Tra gli altri big anche Nicola Murru, Nicolò Cavouti, Michele Masala, Andrea Pibiri, Thomas Boccia, altri ex rossoblù illustri come David Suazo e Francesco Pisano e tanti altri giocatori conosciuti che militano nei campionati dilettantistici. «Abbiamo visto tanto entusiasmo sia da parte dei più giovani sia dei più grandi. Volevamo che fosse un vero e proprio show, anche grazie alle dirette streaming. Un vero evento capace di intrattenere il pubblico sia in presenza sia da casa».


come passa il tempo e non ti accorgi di quelloche hai salvato nel pc



configurando la mia email sul programma di posta elettronica del nuovo pc ho ritrovato la bozza di un post " olimpico "

da rainews  del 7.2.2026


Milano Cortina, dalle Olimpiadi storie di fratelli e sorelle in gara sulla stessa pista
Che si tratti della gioia di Henri Rivers, unico dei tre gemelli a essersi qualificato alle Olimpiadi, a quello delle sorelle Delago dello sci alpino, ai fratelli Tabanelli nello sci freestyle, i Giochi olimpici sono anche una questione di famiglia






ansa
Flora e Miro Tabanelli

Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 non sono solo una celebrazione dello sport mondiale, ma si confermano un vero e proprio "affare di famiglia" per molti atleti e atlete. Il legame di sangue diventa una forza aggiuntiva, portando sulle piste storie di crescita condivisa, supporto reciproco durante i successi e le sconfitte comuni.
Miro e Flora Tabanelli
Flora e Miro Tabanelli, cresciuti sulle nevi emiliane del Corno alle Scale, sono le nuove stelle dello sci freestyle italiano. Flora Tabanelli a soli 18 anni è già una delle atlete più attese dei Giochi. Nel 2025 ha fatto la storia diventando la prima italiana a vincere la Coppa del Mondo generale di freestyle e quella della specialità di Big Air. Nel febbraio 2026, si presenta ai blocchi di partenza di Livigno come la punta di diamante della nazionale. Miro Tabanelli, fratello maggiore e "ispiratore" di Flora, ha raggiunto risultati storici come il secondo posto nel Big Air di Pechino nel 2024. Entrambi gareggeranno nelle specialità Slopestyle e Big Air.
Le sorelle Delago
Originarie della Val Gardena, Nicol e Nadia Delago incarnano la tradizione e la potenza della discesa libera azzurra. Nicol Delago ha iniziato il 2026 in forma smagliante, conquistando il 17 gennaio la sua prima vittoria in Coppa del Mondo nella discesa di Tarvisio. Nadia Delago, già medaglia di bronzo a Pechino 2022, affronta i Giochi di casa insieme alla sorella, con la quale ha condiviso ogni tappa della carriera. Le due saranno protagoniste sulla pista Olimpia delle Tofane a Cortina d'Ampezzo, con la finale di discesa femminile in programma l'8 febbraio 2026.
I fratelli Chanloung
Una delle storie più singolari di questi Giochi è quella di Mark e Karen Chanloung, fondisti nati e cresciuti a Gressoney, in Valle d'Aosta, ma in gara per la Thailandia (paese d'origine del padre). Nonostante difendano i colori tailandesi, i due atleti vivono e si allenano quotidianamente sulle Alpi italiane, rendendo questi Giochi una vera olimpiade "in casa". Milano Cortina 2026 rappresenta la terza partecipazione olimpica consecutiva per loro. Legame col territorio:
I gemelli giamaicani

Henniyah, Henri IV ed Helaina Rivers, nati nel 2007, hanno già gareggiato nei Giochi Olimpici Giovanili (YOG) a Gangwon nello sci alpino. Sebbene l'obiettivo fosse quello di qualificarsi tutti e tre per rappresentare la Giamaica, solo uno di loro ha ottenuto il pass olimpico ufficiale per le competizioni. Henri Rivers IV, è l'unico dei tre fratelli ad aver centrato la qualificazione ufficiale. Gareggerà nello slalom speciale maschile a Bormio il 16 febbraio 2026. Henniyah ed Helaina sono andate molto vicine alla qualificazione, ma non sono riuscite a ottenere i punti necessari entro il termine ultimo di gennaio 2026. Saranno comunque presenti in Italia per sostenere il fratello. La partecipazione dei gemelli Rivers nello sci alpino si unisce a quella più consolidata della squadra di bob, rendendo la Giamaica una presenza notevole ai Giochi italiani.

LEGGI ANCHE:SPECIALE Lo sci acrobatico alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026
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22/02/2026

20.3.26

In coma dieci giorni, poi un calvario di sei mesi: il chirurgo Fabio Battisti e il ricordo del Covid. «Sono un sopravvissuto»

a  sei anni    dalla  fine  della  pandemia  di  covid19  riporto  questa intervista     https://www.iltquotidiano.it/ del  19\3\2026



In coma dieci giorni, poi un calvario di sei mesi: il chirurgo Fabio Battisti e il ricordo del Covid. «Sono un sopravvissuto»

                                                          di Patrizia Rapposelli



Mercoledì la giornata in ricordo delle vittime della pandemia. Il racconto di un paziente che vinse la battaglia con la malattia: «Quando ho rivisto mia moglie e mia figlia dopo tre mesi, il cuore mi è esploso di gioia» «Pensavo di trascorrere il resto della mia vita attaccato all’ossigeno. Invece, ce l’ho ». Fabio Battisti, 75 anni, ex chirurgo di Borgo Valsugana, storico volontario di Medici con l’Africa Cuamm insieme alla moglie Cornelia, biologa, è un «survivor», sopravvissuto al Coronavirus. La malattia l’ha costretto nel ruolo di paziente intubato all’ospedale di Rovereto, in coma farmacologico per dieci giorni, sotto il casco dell’ossigeno. E poi il calvario lungo sei mesi per rimettersi in piede.

Ieri si è celebrata la Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime del Covid. Come l’ha vissuta?

«Ho pensato ai tanti giovani che non ce l’hanno fatta, a me che, invece, l’ho scampata. Provo dolore e al contempo gioia, da medico mi stavo rendendo conto..».

Come ha contratto il Coronavirus?

«Sono stato contagiato assistendo mio padre novantenne, a dicembre 2020. Ho iniziato a stare male: febbre e tosse continua. Mi sono diretto al pronto soccorso. La lastra ha confermato la polmonite bilaterale: mi hanno accompagnato in astanteria. Lì ho salutato Cornelia. L’ho rivista dopo tre mesi».

Quando si è accorto che la situazione stava peggiorando?

«Quando l’infermiera ha iniziato ad aumentare la somministrazione di ossigeno dopo l’emogasanalisi con troppa frequenza. Lì ho capito che stavo peggiorando».

Da quel momento in poi?

«Sono stato intubato. Ho dormito, ero in coma farmacologico: un’estrema commistione tra realtà e sogno. Penso a quello che ha vissuto Cornelia».

Lei era a casa.

«Positiva anche lei. In attesa, ogni giorno, della chiamata dell’ospedale: i medici dicevano “speriamo arrivi a domani”»

Poi, il risveglio.

«Quando ripreso il contatto con la realtà mi sono reso conto della bomba di farmaci assunti. Una situazione drammatica: non avevo chance di tornare a respirare senza supporto. Invece, ho recuperato. Il personale medico e infermieristico è stato meraviglioso professionalmente e umanamente»

C’è un ricordo particolare…

«Ho trascorso un periodo ad Arco per la riabilitazione, guardavo sempre fuori dalla finestra. Un giorno ho visto arrivare Cornelia e mia figlia. Erano tre mesi che non le vedevo. Il cuore è esploso di gioia».

Come è cambiata la sua vita dopo la malattia?

«Io e Cornelia non siamo più ripartiti per una missione in Africa: una scelta dovuta, dolorosa, anche se continuiamo l’attività dalla Valsugana»

Marco Boarino: «Basta con Olimpiadi e Paralimpiadi, l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione»

sulla rassegna mattutina di google leggo sul. quotidiano. https://www.editorialedomani.it/sport/ . del. 23\3\2026. questa. interessante.  I...