
compagni e compagne di strada e di viaggio ex compagni di viaggio ( splinder )
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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16.4.26
che. cavolo. partecipiamo a. fare o. facciamo le paraolimpiadi se. poi li trattiamo. male non. garantendo la. possibilità. di allenarsi. ? a. anodi. ministro. dello sport. vuole dire qualcosa. ?

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio. bianco. puntata LXXX PERCHÉ RESTIAMO IMMOBILI DAVANTI A UN AGGRESSORE?
La storia di Daniela Mazzanti, pensionata e amante dell’arte“Tutta la vita al nido come educatrice, oggi a 68 anni mi laureo al Dams: volevo mettermi in gioco
fonti rpeubblica ed bologna 14\4\2026
Daniela Mazzanti ha lavorato tutta la vita come educatrice al nido, poi nel 2018, alla pensione, si è iscritta al Dams e a luglio si laurea con una tesi sul rapporto tra arte ed educazione. «Ho 68 anni, ma sto già pensando a come proseguire gli studi. Magari mi prendo un anno, poi ricomincio. È bellissimo».
«Ho sempre amato l’arte, mi sono diplomata alle Sirani, professionale, e dopo ho sempre lavorato. Ho iniziato con l’Università per gli anziani Primo Levi, ma avevo voglia di mettermi in gioco».
E come è andata?
«Al test di accesso presi 27,5. Mezzo punto sopra il minimo. Un miracolo, avevo qualche dubbio».
Invece.
«Invece vedere che quella fatica rilevante e quella grande voglia di farcela sono serviti, dimostrare a sé stessi di farcela è stato entusiasmante. Oltre allo studio e alle lezioni, accompagno gli amici per mostre e luoghi d’arte, anche grazie al tesserino universitario. Mi basta alzare lo sguardo per Bolog
na per rendermi conto di sapere cose che non conoscevo».
e corrriere bologna del 31\10\2024 quando la. sua sfida era iniziata
La studentessa universitaria a 67 anni al Dams: «Non credo di aver meritato tutti quei 30 e lode ma sono tornata a studiare su libri di 800 pagine»
Daniela Mazzanti, 67 anni, sposata con due figlie e quattro nipoti: «Sono tornata sui libri a 62 anni dopo la pensione, prima facevo l'educatrice nei nidi comunali di Bologna. Dopo la laurea triennale punto alla specialistica»
«Chissà se i professori con me siano stati un po’ più comprensivi, se mi siano venuti incontro per la mia età. Forse, hanno anche premiato la passione di una signora tornata a studiare, perché non credo di aver meritato davvero tutti quei 30 e lode». Se lo chiede ancora, Daniela Mazzanti, classe 1957, sposata, due figlie e quattro nipotini, mentre frequenta il secondo anno del corso di laurea magistrale in Arti Visive all’Università di Bologna, dopo essersi laureata nel 2023 alla triennale del Dams con 110 e una tesi su Rembrandt, uomo libero del ‘600. Prima, una vita da educatrice nei nidi comunali di Bologna: «Mestiere che ho adorato», confida.
L’idea d’iscriversi all’Università è arrivata solo dopo la pensione?
«Da giovane non ne sono stata capace, non abbastanza determinata forse, non riuscivo a lavorare e studiare contemporaneamente. Il desiderio, però, è sempre rimasto. Mi sono diplomata alle Sirani come educatrice di comunità infantili, poi ho trascorso 42 anni e 10 mesi tra i miei bambini degli asili nido, fino alla pensione nel 2018. Così l’anno successivo, a 62 anni, ho tentato il test per il Dams e ce l’ho fatta».
Perché ha scelto il Dams?
«L’interesse per l’arte l’ho sempre avuto. Il Dams propone questa bella apertura, già dal primo anno, con la possibilità di seguire corsi su tutte le discipline, teatro, cinema, musica. Prima, avevo anche cominciato a seguire corsi sulla storia dell’arte alla Primo Levi e mi sono proprio appassionata: l’arte è di tutti, quindi anche mia, e volevo saperne di più».
Che esperienza è stata?
«I primi anni di innamoramento feroce. Avevo l’entusiasmo di portare a casa quello che imparavo, i miei familiari erano travolti. Ho trovato docenti meravigliosi e compagni di studi altrettanto. C’è il pregiudizio sugli studenti del Dams, che non abbiano tanta voglia di fare, invece ho conosciuto ragazzi e ragazze molto capaci, preparati, curiosi, impegnati, seri. Il Dams per me è una Scuola con maestri eccellenti e un luogo in cui si richiede una serietà notevole».
Quanto è stato impegnativo riprendere gli studi dopo più di 40 anni?
«Molto. Mi sono trovata a preparare storia dell’arte, la mia disciplina preferita, su manuali di 800 pagine. Due, tre mesi per ogni esame; non è nella mia età dire “io tento, ci provo”, a me non interessa fare così. Quando c’è la passione, la fatica che fai, la vuoi fare».
La sua famiglia cosa ne pensa?
«Sono contenti. Mio marito è molto orgoglioso. Ho anche quattro nipotini, sono ancora piccoli, ma sanno che la nonna va a scuola come loro».
Come dimostrano i dati dell’Alma Mater, gli over 65 studenti universitari sono in aumento. Come mai?
«Viviamo in una società più longeva. Ci si nutre di tante cose, ci si può voler nutrire di nuove conoscenze. Il tempo che rimane davanti è un tempo per crescere e non per guardare solo gli altri che crescono, per imparare quello che non si sa».
Dopo la laurea magistrale, cosa vuole fare?
«Intanto spero di ottenerla, non è scontato. La cosa bella, che già mi succede, è di accompagnare amici a vedere alcune opere d’arte. Mi piacerebbe anche che i laureati “più maturi” che escono dall’Alma Mater potessero essere utili all’interno di progetti con associazioni di volontariato. Per esempio, nel mio caso, raccontare ai bambini nelle scuole, non in modo accademico, chi erano i grandi pittori».
15.4.26
Felice Maniero, ex boss ora. solitario e triste «Non rifarei il bandito» L’ex boss, le rapine, la malattia: il tesoro di 30 miliardi non c’è più
da il. Corriere della Sera. 15 apr 2026
Di Andrea Pasqualetto
In un angolo della sala, seduto come un soldatino, c’è un signore che fissa l’unico quadro. È magro, pallido, silenzioso. Lo chiamano con un nome da bambino e fino a qualche tempo fa pochi qui sapevano che quest’uomo dall’aria mite, in realtà, è lui: il superboss Felice Maniero.
«Il mondo — sussurra indicando il quadro — il vulcano, la lava, l’inferno…». Chi è l’omino rosso sotto il vulcano? «Io». Un’anima dannata? «Sì».Lo sta dipingendo lui da qualche mese, un colpo di pennello al giorno, senza fretta. Maniero parla con un filo di voce, ogni tanto si alza e cammina lentamente e sembra possa cadere da un momento all’altro. Gli occhi sono carichi di malinconia, assorti in chissà quali pensieri. Di tanto in tanto accenna un sorriso guardando dalla finestra: «Bello qui». Ci sono degli alberi mossi dal vento.
Insomma, niente a che fare con il Felice Maniero che trent’anni fa era stato sorpreso veloce e pimpante all’hotel Principe di Savoia, 5 stelle lusso di Milano, dove soggiornava per qualche giorno in barba alle prescrizioni di legge. «Felice Maniero?». «Chi sei tu?». «Giornalista». «Vieni con me», disse in un baleno conoscendo bene il rischio che stava correndo se la notizia fosse circolata. Quello era il Maniero dall’inconfondibile frangetta, l’espressione furba e il pensiero veloce che lo portò a decidere in pochi giorni di scrivere un libro autobiografico, «Una storia criminale», la storia cioè di un bandito diventato il capo indiscusso della Mala del Brenta, la più potente, feroce e sanguinaria organizzazione malavitosa mai esistita al Nord. Basti un numero: 400 uomini fra ladri, rapinatori, biscazzieri, sequestratori, spacciatori, trafficanti e anche assassini. Erano gli anni Ottanta e Novanta e i crimini di Faccia d’angelo riempivano le pagine della cronaca nera, soprattutto quando metteva a segno il grande colpo, specialità della casa. Qualche esempio? La rapina al Casinò di Venezia, bottino due miliardi lire, quella all’aeroporto Marco Polo, 170 chili d’oro, e quella all’hotel Des Bains del Lido, 53 cassette di sicurezza ripulite di gioielli e denaro. «No me interessava i schei, giuro, quelli entravano e uscivano e se qualcuno ne aveva bisogno glieli davo, anche perché non erano miei — racconta fra un silenzio e l’altro — No, mi piaceva la sfida, se vincevo. Il resto era noia»E poi le clamorose fughe dal carcere: da Fossombrone facendo scavare dall’esterno un tunnel nelle fogne lungo 600 metri che arrivava sotto il penitenziario in un punto concordato; e da Padova simulando un trasferimento da parte di quattro uomini vestiti da agenti e carabinieri, amici suoi.Del superboss è rimasto quest’uomo fragile, invecchiato ben oltre i suoi 71 anni, che ritroviamo in una casa di riposo di cui non possiamo dire alcunché per ragioni di sicurezza. È solo. «Non vedo più neppure i miei figli e questa è la cosa che più mi fa male, mi mancano tanto, li sento quando chiamo io e loro rispondono per forza». Non vede i figli, non vede l’ex compagna Marta ed è comprensibile visto che l’aveva denunciato per maltrattamenti. E non vede neppure la sorella Noretta, anche lei vittima delle sue intemperanze. C’era una donna, Monica, una sua ex, che si appalesava di tanto in tanto ma ora ha smesso pure lei. Il solo che passa a trovarlo è un giornalista, Maurizio Dianese, grande esperto di Mala del Brenta, che ha pubblicato di recente «Come me nessuno mai», libro nel quale parla anche quest’ultimo Maniero che sta lottando contro la depressione e una forma di demenza senile. Qui Faccia d’angelo gioca a carte, passeggia, tira frecce di plastica con un arco. E dipinge. «Nell’arte vedo uno sfogo», dice e mentre lo dice suona il braccialetto elettronico che porta al polso.E pensare che un tempo lo sfogo erano le rapine, le Ferrari, la bella vita. «Se tornassi indietro però non rifarei il bandito... forse». Perché? «Non conviene, non ti resta niente». Nessuna questione morale: il bottino finisce, la vita costa e non conviene. «Ai ragazzi lo sconsiglio vivamente». Mentre consiglia l’arte che è sempre stata una sua passione. «Ecco, magari farei il mercante di quadri, in certi capolavori c’è una grandiosità… il Demoiselles d’avignon del Moma di Picasso è grandissimo, le emarginate, i poveri». Si è sempre vantato di essere comunista spacciandosi per novello Robin Hood, di certo se avesse le energie dei trent’anni tenterebbe il colpaccio al Moma. Il curriculum c’è tutto: un Velasquez, un Correggio, un El Greco e due Guardi trafugati dalla pinacoteca di Modena. «Li ho restituiti in cambio di una liberazione». Nella sua personalissima galleria sono entrati anche un De Chirico e due autoritratti di Picasso e di Van Gogh. «Li prendevo e li mettevo da mia zia a Campolongo. Mi piaceva accarezzarli, anche se poi li usavo come merce di scambio. Uno l’ho restituito per la liberazione di mio cugino Giulio». E gli altri? «Non ho più niente». Cioè? «Sono all’estero, per i figli», aveva detto a Dianese. Boh. Pare che il Van Gogh l’avesse comprato all’asta per 650 milioni di lire quarant’anni fa. Ora varrà milioni di euro. «L’ho venduto». Non aggiunge altro, anche perché sa bene che tutto ciò che dichiara di possedere gli verrebbe sequestrato. Quindi, non si sa, e bisogna fare i conti con il fatto che la prodigiosa memoria di un tempo ora è quel che è, tanto che gli stanno nominando un amministratore di sostegno.Dicono che abbia finito i soldi: «Non li ho finiti, ne ho meno», insorge con l’orgoglio del boss che non vuole riconoscere di essere finito sul lastrico. C’è ancora il tesoro di Maniero? «No, quello non c’è più». Erano una cinquantina di miliardi? «Nooo, meno, una trentina, ma non li contavo». Il più bel periodo della vita? «Quando facevo l’hippie in Inghilterra a 15 anni, zero schei, autostop, dormivo per strada e andavo a caccia dei Jethro Tull, dei Genesis, dei Black Sabbath. Paranoid, meraviglia. Per un annetto e mezzo sono sparito lì».
E il più bel ricordo da boss?
”La studentessa morta Nell’assalto a un treno morì una studentessa, ho pagato troppo poco per la sua fine. I delitti? Non mi pento, con i traditori era la nostra regola
«La rapina al Casinò di Venezia, che colpo, che felicità, quel giorno li avevamo sbancati noi». Il più brutto? «La morte di mia mamma in novembre… e quella di Elena (sua figlia, morta suicida nel febbraio 2006, ndr), non saprei quale è peggio...». Silenzio, gli occhi si inumidiscono, scuote la testa. Si sente solo il rumore del vento.
Cambiamo discorso, con Marta com’è andata? «Sono tre anni che non la vedo… Finiti i lussi finito l’amore, ma con lei non è mai stato vero amore. L’unica donna di cui sono stato innamorato è un’altra. Si chiamava Barbara, morta in un incidente sul ponte della Libertà». Pentito di qualcosa? «Di qualche errore». Tipo? «Il furto del mento di Sant’antonio, le reliquie non si toccano... e dell’assalto al treno dove morì la studentessa. Ho pagato troppo poco per la sua morte». Nessun pentimento invece per i sette omicidi che ha confessato: «Chi tradiva la banda pagava con la vita, era la nostra regola». Ora ha in piedi ancora due procedimenti, uno a Pisa per i maltrattamenti della sorella, la sola peraltro ad aiutarlo in questo periodo. E uno a Brescia per il fallimento della sua azienda di depurazione dell’acqua. Processi ai quali non è nelle condizioni di partecipare. «Non mi interessa». Chi è oggi Felice Maniero? «Quest’uomo che vedi, niente di speciale». Si alza aiutandosi con le mani, muove qualche passo, barcolla e se ne va.
La grandezza di una persona non si misura solo su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto
“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità scoperte. E questo è un giro che non finisce mai, ma deve iniziare dalla spinta di voler pretendere qualcosa per sé, pensato da sé, progettato da sé”, in tal modo inizia la sua considerevole riflessione il sociologo e psichiatra Paolo Crepet.
Ad oggi, invece, appare per molti giovani più facile rinunciare ad una vita piena di emozioni e di scoperte piuttosto che vivere la propria esistenza intensamente. In realtà si tratta di una questione di umiltà, così come ci spiega lo psichiatra, e non si può mai sapere che cosa accadrà finché non lo hai ancora fatto.
“Se si ascolta -- sempre. secondo Crepet -- la fatica ancor prima di averla misurata, si rischia la bonaccia esistenziale, che per un giovane è il peggio che si possa augurare, e si ricompone un filo che si riavvolge sempre allo stesso modo, quasi fosse un automatismo: inseguire le proprie zone di confort”, queste le parole sempre pregne di significato . Eppure ci sono genitori che educano i loro figli alla certezza assoluta , un po’come se tutto fosse sempre a portata di mano e continuerà ad essere offerto, regalato, senza alcuno sforzo o fatica, ma il bello della sfida sta nel difficile, nell’impervio e nell’incerto e non nella facilitazione di ogni scelta.
“Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene”, così come ci spiega lo psichiatra. Ma ciò che occorre insegnare ai giovani è che nulla deve essere scontato, nulla è dato per sempre, ma tutto porta a un tentativo, a un impegno capace di sollecitare creatività e progettualità.
“Ovunque un giovane scelga di vivere, qualsiasi cosa provi a fare, il suo agire deve essere valutato: più grande è la propensione al nuovo, meno scontato è l’esito, più profonda sarà la soddisfazione. La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali: la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”, in tal modo conclude la sua disamina Paolo Crepet.
Mi sforzo, eh, ma proprio non capisco perché mai dovrei esprimere la mia solidarietà a Giorgia Meloni se Trump l'ha. scaricata

14.4.26
Stop agli smartphone e social vietati agli under 14? ''La responsabilità degli adulti è educare alle potenzialità della rete. A fare la differenza è la guida di genitori e educatori'' -

BELLUNO.
“Spesso gli adolescenti riportano di essere annoiati e sentirsi soli. Il rischio è che noi adulti proviamo a riempire le loro vite per assicurarci che siano costantemente intrattenuti, perché occuparci del loro intrattenimento richiede impegno e presenza costante, che non vanno di pari passo con la società odierna. Spesso l’errore che facciamo è delegare alle tecnologie l'intrattenimento dei nostri figli anziché sforzarci di trovare modalità di entrare in relazione con loro”.
Recentemente, il presidente del Veneto Alberto Stefani ha lanciato la proposta di vietare i social network sotto i 14 anni, oltre a voler stanziare fondi per centri estivi e corsi, anche per genitori, sull’uso dei social. Tra i motivi, la diffusione di stati d’ansia e forme di dipendenza tra gli adolescenti: c’è davvero questa correlazione diretta?
Lo abbiamo chiesto a Federica Angelini, psicologa e assegnista di ricercapresso il Dipartimento di psicologia dello sviluppo e socializzazionedell’Università di Padova. Angelini si occupa del ruolo dei social media nelle esperienze tra pari in adolescenza con un approccio diverso rispetto alla ricerca degli ultimi vent’anni, volto non necessariamente a trovarne gli effetti negativi, ma a considerare anche fattori di tipo individuale e contestuale.
I social sono infatti oggi un vero e proprio contesto sociale per gli adolescenti poiché trasformano il modo in cui fanno esperienza di sé e degli altri. Basti pensare alla recente sentenza di una giuria della California contro Meta e Google per aver spinto una minorenne a rimanere attiva su Instagram e YouTube tutto il giorno, causandole dipendenza e stati depressivi. “Quanto successo negli Usa - nota Angelini - è una presa di responsabilità importante, tuttavia non deve creare un precedente per scaricare la totale responsabilità su chi ha creato le piattaforme. Si rischia cioè di dimenticare ciò che possiamo fare come genitori, educatori, divulgatori: educare alle potenzialità dei social”.
Quindi la proposta di Stefani non funziona? “Bisogna anzitutto chiedersi - risponde - cosa può essere rintracciato come causa. Il presidente ha dichiarato che i social media sono la causa del disagio giovanile, nonostante sia data importanza anche alla responsabilizzazione degli adulti. Più di un divieto, però, dovremmo accogliere questo disagio e prevenirlo. Da quando internet è entrato nelle nostre tasche, la ricerca si è focalizzata sugli aspetti negativi e gli stessi creatori hanno ammesso che si crea un circuito di dipendenza che, tuttavia, a livello clinico non è riconosciuta”.
“C’è infatti una differenza - prosegue - tra dipendenza comportamentale a livello diagnostico e uso problematico dei social. Dobbiamo immaginare una linea che va da un loro uso sano come contesto sociale ai comportamenti problematici, quando ad esempio interferiscono con le relazioni o la salute fisica. L’estremo è la dipendenza comportamentale, che però riguarda una piccola percentuale di casi”.
Ciò significa che c’è ampio margine di prevenzione. “Il loro uso problematico- concorda - spesso coesiste con difficoltà relazionali, ansia, depressione, solitudine dei quali i media diventano strumento di compensazione, più che la causa. Come per il cibo nei disturbi del comportamento alimentare, cioè,c’è dietro un malessere espresso tramite un oggetto.
Quale soluzione allora? Nel Bellunese sono sorti 12 patti di comunità, grazie ai quali i genitori concordano regole comuni sull’uso dei dispositivielettronici . “Sono un ottimo esempio - osserva - perché richiamano non solo il contesto adolescenziale, ma quello di comunità. È infatti importante il focus sul ruolo degli adulti, anche perché spesso rischiano maggioredipendenza rispetto agli adolescenti, che ci sono nati dentro”.
Non a caso un genitore ci aveva spiegato i patti così: “Non posso proibire lo smartphone a mio figlio se passo la sera a usare il mio” (qui l’intervista). Cosa ne pensa? “Spesso noi adulti - risponde - sfruttiamo questi strumenti per intrattenere i figli fin dalla più tenera età, perciò vietare i social agli under14 è inefficace se non ci muoviamo prima. Come possiamo togliere loro qualcosa se siamo noi ad averglielo messo in mano? Ogni generazione ha le sue peculiarità: a fare la differenza è rimanere una guida da parte dell’adulto”.
“Il fenomeno è bidirezionale: sicuramente - conclude - i social possono essere causa di comportamenti problematici, ma il fatto che succeda solo ad alcuni dipende da chi siamo. Non sono quindi lo strumento più sano del mondo, ma nemmeno l’unica causa del malessere giovanile”.
che. cavolo. partecipiamo a. fare o. facciamo le paraolimpiadi se. poi li trattiamo. male non. garantendo la. possibilità. di allenarsi. ? a. anodi. ministro. dello sport. vuole dire qualcosa. ?
ho appena letto sulla bacheca Facebook di un contatto questo post di Carolina Morace 9 a p r i l e a l l e o r e 1 3 : 1 9 ·...
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ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
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Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
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iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...





