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15.2.26

Il legame tra atleti e atlete di bob e skeleton,con le proprie slitte: la vera storia d'amore di Milano Cortina 2026



Olympics.com ha parlato con chi scivola con bob e skeleton a tutta velocità giù per il Cortina Sliding Centre: prendersi cura delle slitte è fondamentale per essere più veloci possibile.



Foto di 2025 Getty Images

Di Michele Pelacci6 gennaio 2026 16:23 

Il rapporto tra chi pratica uno sport e il mezzo che permette di farlo è spesso insondabile e misterioso.

Un oggetto inanimato, da muovere, evitare o colpire, sta al centro di tantissime discipline. Nelle cosiddette discipline invernali di scivolamento – bob, skeleton e slittino – lo strumento con cui si gareggia è tanto importante da essere omonimo della disciplina stessa.
Nel bob, nello skeleton e nello slittino, infatti, si gareggia sopra (o dentro, nel caso del bob) mezzi molto particolari. Allo stesso modo, chi li guida deve fare azioni piuttosto uniche: spingere un peso immobile di centinaia di chili su una superficie ghiacciata (un bob a quattro pesa parecchio) oppure lanciarsi a testa in giù a oltre 120 km/h (è il caso dello skeleton).
Per tanti motivi il legame che si crea tra atleta e slitta (termine con cui spesso si comprendono sia le varie tipologie di bob, che gli skeleton, che gli slittini) è molto profondo e duraturo nel tempo. Quasi fosse un rapporto d’amore.
In occasione della prima tappa di Coppa del mondo 2025-2026 di bob e skeleton, disputata nel novembre 2025 al Cortina Sliding Centre, Olympics.com ha parlato con atleti e atlete di queste due discipline per farsi raccontare quale sia il loro rapporto col mezzo che usano, trasportano o manutengono per molti giorni dell’anno.
“Come in ogni cosa, nella vita e nello sport, nella nostra relazione abbiamo alti e bassi” dice con un sorriso la skeletonista britannica Freya Tarbit, riferendosi proprio al rapporto che si è instaurato negli anni con la propria slitta.
“Ma sappiamo che questa cosa (competere ai massimi livelli nello skeleton, ndr) la stiamo facendo assieme” aggiunge.
C’è chi alla propria slitta dà nomi bellissimi, chi la considera una grande amica, chi passa ore a coccolarla. Una cosa è certa: migliore è il legame tra atleta e mezzo, migliore sarà la prestazione in pista.

Non fu solo Ovidio Marras ma Renato Soru a fermare la speculazione di Tuerredda del film “La vita va cosi”

 da   https://www.cagliaritoday.it/cronaca/ovidio-marras-renato-soru-legge-salvacoste-la-vita-va-cosi.html

Il film di Riccardo Milani ripercorre una vicenda vera ma non riprende un dettaglio fondamentale: fu la così detta “legge Salvacoste” a impedire la nascita del resort a due passi dalla spiaggia. Il pastore fu comunque determinante perché, come scritto nella legge, senza il completamento dei lavori di urbanizzazione non sarebbe potuta esserci autorizzazione al via libera definitivo

                                                Cantiere Sitas in costruzione (Foto Gruppo di intervento giuridico


Nella costa occidentale del Sud Sardegna l’area di Tuerredda e Capo Malfatano, comune di Teulada, rappresenta un caso emblematico di conflitto tra pressioni di interessi turistico-immobiliari e tutela del paesaggio. La vicenda, diventata simbolo sardo e nazionale della difesa delle coste, ha ispirato il film “La vita va così” (2025) di Riccardo Milani. La pellicola ripercorre liberamente la storia vera del pastore teuladino Ovidio Marras, nel film Efisio Mulas, ma sorvola su un dettaglio normativo fondamentale: non fu la resistenza individuale di Marras a fermare il progetto ma l’applicazione della cosiddetta “legge Salvacoste” (e successivamente del Piano paesaggistico regionale (Ppr), strumenti promossi dall’allora presidente della Regione Renato Soru.

Il progetto immobiliare e la “legge Salvacoste”

Negli anni Duemila la splendida area costiera di Tuerredda divenne obiettivo di un ambizioso piano promosso dalla società Sitas Srl (partecipata da gruppi come Caltagirone, Benetton e altri), che prevedeva un complesso turistico di lusso con resort, ville e strutture ricettive per oltre 140mila metri cubi di volumetria, a ridosso di una delle spiagge più belle della Sardegna meridionale. Il progetto si inseriva in un quadro normativo già condizionato da vincoli nazionali come la legge Galasso (n. 431/1985), poi confluita nel Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Lgs. 42/2004).
La svolta decisiva arrivò con la Legge regionale n. 8 del 25 novembre 2004, nota come “legge Salvacoste”, fortemente voluta dal neo-presidente Renato Soru. Questa norma introdusse misure provvisorie di salvaguardia, vietando nuove edificazioni e concessioni edilizie in una fascia costiera fino a 2 chilomentri dalla battigia, in attesa del Piano paesaggistico regionale. La legge fu confermata dalla Corte costituzionale, nel 2006, nonostante le opposizioni di lobby edilizie. Nel settembre 2006 la Giunta Soru approvò il Piano paesaggistico regionale (Ppr), strumento organico di tutela, conservazione e valorizzazione del paesaggio sardo. Il Ppr impose vincoli stringenti sulle aree costiere, rendendo non autorizzabili interventi in contrasto con le sue prescrizioni (principio di salvaguardia). Sebbene alcune convenzioni urbanistiche pregresse (come quella del Comune di Teulada) godessero di una deroga transitoria, l’efficacia complessiva di questi strumenti bloccò di fatto l’espansione speculativa in molte zone. L'area di Tuerredda-Capo Malfatano rimase a lungo nel limbo: le opere di urbanizzazione necessarie per avere il via libera dei lavori non si potevano dire concluse senza l'ok di Marras. Per questo i suoi terreni divennero fondamentali.

Il ruolo di Ovidio Marras e il contenzioso giudiziario

Ovidio Marras, pastore nato nel 1930 a Teulada e proprietario di un terreno con antico furriadroxiu vicino alla costa, rifiutò offerte milionarie (fino a 12 milioni di euro secondo le ricostruzioni) per non cedere la sua terra, motivato da un profondo legame con il paesaggio e l’idea che certi beni non abbiano prezzo economico. La tensione esplose intorno al 2009-2010, quando la Sitas avviò lavori, deviando uno stradello storico di cui Marras vantava un diritto di compossesso e che rientrava nei progetti di urbanizzazione. Il pastore avviò azioni legali per tutelare il passaggio, supportato da Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste. Il contenzioso si intrecciò con ricorsi amministrativi: il Tar Sardegna (sentenza 2012), il Consiglio di Stato (2014) e infine la Corte di Cassazione (febbraio 2016) dichiararono illegittime le autorizzazioni, per vizi procedurali (mancata valutazione d’impatto ambientale unitaria) e contrasto con i vincoli paesaggistici. Fu ordinata la demolizione delle strutture parzialmente realizzate, lasciando oggi l’area come un “villaggio fantasma” incompiuto.Senza la cornice normativa voluta da Soru, dunque, la sola opposizione di Marras - pur eroica e determinante per attivare i ricorsi – avrebbe faticato a prevalere contro un progetto già in fase avanzata. Il film di Riccardo Milani, girato in gran parte proprio a Tuerredda (ribattezzata Bellesa manna nella finzione), restituisce con efficacia il valore simbolico di questa lotta, enfatizzando la figura del pastore come custode identitario, ma non dà il ruolo che merita alla legislazione regionale che fornì il presupposto giuridico per il blocco definitivo.

Il caso delle carte VISA alle Olimpiadi di Milano Cortina : quali sono gli unici metodi di pagamento approvati

 capisco  gli sponsor  perchè senza  soldi non si  può  ne  cantar  bandiera  rossa  ne  dire messa  . Ma  quando  è troppo  è troppo  .  Infatti leggo  su fanpage   Non basta quelli  della  coca cola  che  hanno influenzato   la  scelta  dei teodofori .  Infatti   secondo il regolamento ufficiale delle Olimpiadi, all’interno di molte strutture dedicate alle gare si può pagare solo con contanti o carta VISA. Una scelta che sta creando qualche problema agli spettatori: chi non ha contanti e non ha una VISA può fare una carta temporanea.Tra gli sponsor delle Olimpiadi di Milano Cortina c’è VISA. È uno dei Worldwide Olympic and Paralympic Partners, gli sponsor quelli che compaiono in tutti i cartelloni pubblicitari. La


sigla VISA sta tornando anche sotto diversi commenti. Il problema è tutto nei pagamenti. Negli ultimi giorni chi è andato a un evento delle Olimpiadi si è accorto che i modi per pagare erano solo due: contanti o carta VISA.Certo, non parliamo di un prodotto di nicchia. Eppure incrociando diverse stime legate ai pagamenti digitali, le carte del circuito VISA non sono tra gli strumenti più diffusi in Italia per queste operazioni. Tra questo e i dati in calo sull’uso del contante non è difficile immaginare l’effetto: molti utenti si sono accorti che nell’area delle Olimpiadi non avevano nessuno strumento per pagare.
Come si paga agli eventi olimpiciChiariamolo. I biglietti delle Olimpiadi non hanno esclusive sui metodi di pagamento. Il sistema di acquisto online è semplice. Non solo. Quando si acquista un biglietto delle Olimpiadi ci sono anche tutte le informazioni per la gara. Nelle informazioni viene anche chiarito come si paga all’interno, anche se i passaggi per arrivare sono un po’ macchinosi.eFacciamo un esempio. Se vogliamo andare a vedere una partita di hockey all’Arena Santagiulia a Milano nella sezione All’interno della venue troviamo scritto: “Come pagare ai Giochi | Dentro la sede di gara le uniche forme di pagamento accettate sono VISA o contanti (no Bancomat). Potrai pagare con Apple e Google watch solo se hai associato una carta VISA”.Nelle sedi delle gare non è possibile introdurre cibi, al netto di esigenze mediche dimostrabili. Sempre in riferimento all’Arena Santagiulia: “Non è consentito introdurre alimenti all’interno dei siti di competizione. Nei siti delle Cerimonie, gli spettatori possono introdurre esclusivamente un alimento confezionato, non deperibile e sigillato, destinato al solo consumo personale”.Cosa può fare chi non ha VisaTutti gli utenti che non hanno una carta VISA possono fare una carta temporanea, sempre VISA. Il meccanismo è simile a quel token con cui si paga ai concerti. In diverse aree trovate un QR Code. Basta collegarsi, fare la carta e decidere quanto caricare. Solo una nota: se finite i soldi caricati, non difficile visto i costi del cibo, poi dovrete creare una nuova carta.


olimpiadi non sono solo business ma anche occasioni di riscatto il caso di Katrin Beierl alle Olimpiadi, sfida il ghiaccio dopo un ictus e un piede rotto: “Mai smettere di sognare”

 La campionessa austriaca può scrivere a Milano Cortina l’ultimo capitolo di una bella storia di resilienza: si candida a una medaglia nel bob. “È una sensazione indescrivibile”.


Tre settimane fa Katrin Beierl è scivolata mentre eseguiva un esercizio coi pesi e s'è rotta un piede. È finita sotto i ferri e adesso, contro ogni logica medica, l'austriaca è pronta a infilarsi nel bob per gareggiare alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. "Non smettere mai di sognare", è la frase

che ha ripetuto a se stessa più volte. Niente può fermarla. Anzi, sfidare la pista ghiacciata e la discesa è nulla rispetto a quanto le è accaduto 4 anni fa quando, durante una vacanza in Perù, quella che sembrava solo una forte emicrania era il sintomo di qualcosa di ben più grave. Credeva le sarebbe bastato un po' di riposo, fu colpita da un ictus. "Pensavo che la mia carriera sarebbe finita", dice oggi che quei brutti momenti, accompagnati dalla paura di non poter tornare a condurre una vita normale, sono passati.

L'ictus e il timore di una carriera compromessa

I postumi furono preoccupanti: aveva problemi alla vista, avvertiva vertigini croniche e un senso di spossatezza tale da rendere impossibile anche solo ipotizzare di riprendere gli allenamenti molto duri di un bobbista. Per un anno fu costretta a stare ferma: niente slitta, niente gare. Nulla. E ha dovuto attenderne quasi due (21 mesi) tra una gara ufficiale e l'altra. Perse i Giochi di Pechino 2022 e rinunciò, suo malgrado anche alla Coppa del Mondo (2023) che si disputò proprio nel suo Paese.

Il recupero e la rinascita sportiva dopo la paura

Il percorso di recupero è stato lungo e silenzioso, scandito dall'ansia di lasciare tutto alle spalle e ricominciare. E quando è finalmente riuscita a tornare in gara, s'è preso tutto quanto era suo. I numeri raccontano la rinascita sportiva di Beierl: 5° posto in classifica combinata di Coppa del Mondo nella scorsa stagione, 4° posto assoluto e tre medaglie conquistate in questa stagione, ai Giochi invernali si


candida a conquistare una medaglia. Domani (domenica) e lunedì si presenta alla prova di monobob come una delle legittime favorite alla vittoria o, almeno, a salire sul podio."Aver raggiunto di nuovo questo grande, grandissimo obiettivo dopo l'ictus, e partecipare alla mia terza Olimpiade, è una sensazione indescrivibile – le parole di Beierl ai media austriaci -

 

Mi sono sempre detta: non smettere mai di sognare. E sono davvero molto orgogliosa di rappresentare ancora una volta l'Austria. Non vedo l'ora di poterlo fare". Cosa vuoi che sia un piede ancora convalescente dopo un'operazione? È solo l'ultimo capitolo di una storia di resilienza che ha già vinto la sua sfida più importante, in attesa di infilare al collo anche una medaglia.

Chi lo dice che una giornata olimpica senza medaglie 🏅 non sua emozionante .

Ieri l'Italia è rimasta senza medaglie . Ma, come da titolo ,chi lo dice che una giornata olimpica senza medaglie 🏅 non sua emozionante .  E i pronostici caldi una medaglia non si sono realizzati . e le squadre di hockey eliminate . Ma con delle prestazioni emozionanti e coinvolgenti negli sport sciistici soprattutto in quelle specialità in cui siamo carenti o assenti da lungo tempo di medaglie . infatti nello Skeleton una delle categorie degli sport invernali in cui non. vinciamo una 🏅 dal lontano 1948 cioè dalle olimpiadi di S Moritz con Nuno Bibbia non siamo arrivati medaglia ma abbiamo tenuto duro dominando per


metà delle gara . Ma la pazienza le premesse (toccando ferro perché le previsioni sono suscettibili d'Errori vedere le previsioni dei pattinaggio di velocità e di variabili )Ma le prestazioni migliori le abbiamo date .parlo da profano ,nella. classificazione dello sci acrobatico .                                                     
Infatti alle Olimpiadi Invernali, il salto acrobatico (Aerials) rappresenta storicamente un vero tabù per l'Italia, che non ha mai vinto una medaglia in questa specifica disciplina del freestyle.Nonostante i successi storici nello sci alpino e nel fondo, lo sci acrobatico è rimasto a lungo un terreno difficile. Tuttavia, ai Giochi di Milano Cortina 2026, l'Italia sta cercando di riscrivere questa storia puntando su nuove stelle in discipline affini del freestyle.Mentre le Aerials classiche faticano a trovare interpreti azzurri ai vertici mondiali, l'Italia ha trovato nel Big Air e nello Slopestyle i talenti per rompere il digiuno di medaglie nel freestyle.

  • Flora Tabanelli: È la sciatrice freestyle italiana più vincente di sempre, avendo già conquistato l'oro agli X Games e la Coppa del Mondo di Big Air. A soli 18 anni, è la favorita principale per portare all'Italia la prima storica medaglia olimpica nel freestyle proprio a Milano Cortina.
  • Miro Tabanelli: Fratello di Flora, è un altro giovane talento emergente nello Slopestyle e Big Air, pronto a sfidare i giganti della disciplina.
  • Simone Deromedis: Specialista dello Ski Cross, è un altro atleta di punta che punta a infrangere il tabù del podio olimpico per il freestyle azzurro.
Speriamo bene

14.2.26

NON SAPEVO CHE PARLARE DI TABÙ' MEDAGLIA D'ORO MASCHILE FOSSE CONSIDERATO SESSISTA O MISOGINO

Leggi   anche  
Milano-Cortina 2026 - il tabù dell'oro olimpico maschile  ?


 Per  ora  salvo  smentite    nei  giorni successivi   il  tabù  dell'oro  o una medaglia   solo maschile     sembra essere  confermato  . Nonostante  sia un  fatto evidente  , mi  arrivano  le  accuse  di sessismo e  di  misoginia . Ora  non sapevo che parlare  di  un  tema  cosi scomodo   significasse essere  misogino  o sessista  .  Cosa  che non sono   e  con cui  lotto  ogni  giorno  per  non esserlo  ed  non esserne influenzato  .Mi riferivo   a quelle specialità in cui le  medaglie 




sono arrivate negli ultimi anni dalle donne . IL che non significa che non mi faccia piacere , anzi sono contentissimo ed orgoglioso che le donne tengano alto il prestigio e il il livello qualificativo in tali sport sia che vadano a medaglia che non ci vadano e facciano gare spettacolari come quelle a cui abbiamo assistito in questi giorni
Ma come dice il proverbio un po' per uno non fa male a nessuno . Ma soprattutto il mio e quello del Qn a cui rimando  [  vedere   anche  url  inizio  post   ]   voleva  essere  riferito  poi   nella  scelta  del  titolo   ho  sbagliato  anche a quegli sport  , vedere slide sopra al centro tratta da Italia ai Giochi olimpici   di  Wikipedia  in word  progress  , in cui ancora non abbiamo     nel corso   della storia  delle  olimpiadi invernali  mai vinto una medaglia .Ripeto ben   vengano medaglie    anche dalle donne     se   in tali sport soprattutto   quelli   in  cui non abbiamo vinto  una  medaglia  

Un’Olimpiade per due: Giacomo racconta i suoi primi Giochi tra volontariato ed emozioni condivise Giacomo Bernardi vive la sua prima esperienza Olimpica come volontario del Team26 nella Milano Ice Skating Arena.





Un’Olimpiade per due: Giacomo racconta i suoi primi Giochi tra volontariato ed emozioni condivise
Giacomo Bernardi vive la sua prima esperienza Olimpica come volontario del Team26 nella Milano Ice Skating Arena. Accanto a lui c’è la fidanzata Marta, con cui condivide turni, prime esperienze e ricordi.




Di Milano Cortina 202614 febbraio 2026 12:16 GMT+13 min di lettura


C’è qualcosa di speciale nel vivere un evento come le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 in due. Per Giacomo Bernardi, 34 anni, la magia dei Giochi passa anche attraverso la presenza della sua compagna Marta, con cui condivide turni, emozioni e giornate da volontario del Team26. "Condividere questa esperienza con la mia fidanzata è un’emozione enorme", racconta. "Siamo nella stessa venue, lavoriamo insieme, ci supportiamo".
Tra sport e voglia di esserci
Giacomo è originario di Cittadella, una piccola cittadina medievale in provincia di Padova, ma Milano è la sua casa da ormai 10 anni dopo essersi trasferito per lavoro.
Lo sport è sempre stata una sua grande passione: "Ho provato di tutto: nuoto, tennis, basket… ma lo sci è stato il mio compagno di ogni inverno da quando avevo tre anni", racconta. "Mi piace scoprire gli sport, guardarli, capirli. Seguire le competizioni in TV e dal vivo, vedere i campioni ai massimi livelli".
Quando Milano ha ottenuto i Giochi, per Giacomo è stato un richiamo irresistibile. "Avere le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali nella mia città è un’occasione unica. Ho desiderato fin da subito farne parte". Per lui essere volontario significa "contribuire a un evento planetario che unisce le persone e trasmette valori di uguaglianza, pace e amicizia". E poi c’è Marta, la compagna di viaggio perfetta: "Condividerlo con lei rende tutto ancora più speciale".
Il motivo che lo ha spinto davvero a candidarsi, però, arriva da lontano. "Torino 2006 è ancora viva nella mia memoria, come se fossero passati pochi giorni. Avevo quindici anni, ma ricordo l’atmosfera, la città, le persone: tutte accoglienti, sorridenti, entusiaste. È stata un’emozione fortissima vissuta con la mia famiglia".
"Indossare la divisa del volontario mi rende fiero"
Oggi Giacomo è volontario nella venue di Assago, la Milano Ice Skating Arena. "Gestisco altri volontari per garantire il corretto ingresso degli spettatori, la gestione delle code negli shop e il supporto nel trovare i posti a sedere". Una responsabilità che vive con entusiasmo e orgoglio. "Indossare la divisa del volontario mi rende fiero. Penso che siamo la rappresentazione dello spirito Olimpico e Paralimpico verso gli spettatori: accoglienza, inclusione, condivisione".
Milano, intanto, vive un momento irripetibile. "Quando ci sono eventi così grandi, la città si anima in ogni angolo. Vedere così tante iniziative nei quartieri e nelle piazze è bellissimo. Ogni luogo parla dei Giochi". E poi c’è l’incontro con il mondo: "Persone che arrivano da ovunque, con la voglia di tifare per i propri atleti. È uno scambio culturale continuo".
Alla fine, ciò che resterà a Giacomo di questi Giochi sono le storie delle persone che li hanno condivisi con lui. "Vivere le Olimpiadi da volontario rende tutto ancora più bello. Incontri tantissimi altri volontari che si muovono verso le loro venue. Vedere la divisa riempire metro, treni, bus e strade… ci fa sentire tutti amici.
Gli episodi che ricorderò con più affetto sono legati alle persone che sto incontrando e credo che anche noi volontari entreremo nei ricordi di chi è venuto a vedere questi Giochi. Ed è la cosa più bella che possiamo vivere".

Amori e legami ai Giochi di Milano Cortina 2026 nel giorno di San Valentino parte II

la  prima parte

Il 14 febbraio celebriamo gli atleti e le atlete che condividono non solo il sogno della medaglia, ma anche legami che rendono questa edizione dei Giochi unica.


Foto di 2026 Getty Images

Di Milano Cortina 2026 14 febbraio 2026 09:12 G


“All You Need Is Love”. Nel giorno di San Valentino, ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 questa celebre frase sembra trovare una nuova dimensione.
Accanto alle performance e ai traguardi sportivi, i Giochi raccontano anche storie di legami profondi: familiari, affettivi, generazionali. A San Valentino la competizione si intreccia con l’umanità degli atleti e delle atlete, offrendo un’immagine dello sport capace di unire oltre ogni risultato.
Il 14 febbraio celebriamo gli atleti e le atlete che condividono non solo il sogno della medaglia, ma anche legami che rendono questa edizione dei Giochi unica per umanità e forza agonistica.
I protagonisti e il Medagliere “del Cuore”
La passione a Cinque Cerchi ha già regalato momenti storici e podi che celebrano l'unione, non solo agonistica.
Ecco un racconto dei legami più forti:

Madison Chock ed Evan Bates, marito e moglie

Si sono sposati nel 2024, dopo essere stati compagni di danza dal 2011, i campioni statunitensi a Milano Cortina 2026 hanno conquistato un argento nella specialità della danza su ghiaccio libera, e un oro nel team event per gli Stati Uniti, dimostrando che l’intesa nella vita può diventare un punto di forza anche in pista.

Kim Meylemans e Nicole Silveira, mogli e avversarie

Sposate dal 2025, si sfidano nello skeleton. La belga Meylemans, reduce dalla vittoria della Coppa del Mondo 2026, è pronta a dare battaglia alla moglie brasiliana Nicole per un posto sul podio Olimpico con l’ultima gara in calendario proprio il 14 febbraio.

Sarah Schleper e Lasse Gaxiola, madre e figlio

La sciatrice 46enne, naturalizzata messicana, alla sua settima partecipazione Olimpica, e il figlio 18enne, al suo esordio, sono la prima coppia madre-figlio ai Giochi Invernali.

Sarah è scesa sulla pista di Cortina nello sci alpino, specialità Super-G femminile al Tofane Alpine Skiing Centre, mentre Lasse rappresenta il nome di famiglia a Bormio nello sci alpino (slalom gigante uomini). Un record che celebra un amore senza tempo per lo sci.

Flora e Miro Tabanelli, fratelli

Sono le stelle del freestyle italiano. Flora, 18 anni e già vincitrice della Coppa del Mondo 2025, è tra le favorite nello sci freestyle specialità Big Air femminile. Miro, suo mentore, gareggia al suo fianco nella disciplina e nella stessa specialità maschile per inseguire un sogno di famiglia.

Breezy Johnson e Connor Watkins, fidanzati e prossimi al matrimonio

Alla vigilia di San Valentino, l’atmosfera dei Giochi si è tinta di romanticismo grazie alla proposta di matrimonio ricevuta dalla campionessa americana Breezy Johnson, medaglia d’oro nello sci alpino nella discesa libera femminile, dal compagno Connor Watkins. Il post dell’annuncio ha ottenuto una visibilità straordinaria, trasformandosi rapidamente in un fenomeno virale anche grazie a un commento della pop star Taylor Swift. Il suo intervento ha proiettato la notizia ben oltre il pubblico sportivo, rendendo il fidanzamento della campionessa uno dei momenti più “social” e romantici di questa edizione invernale.

Ronja Savolainen e Anna Kjellbin, compagne e rivali

Tra le storie che stanno conquistando il pubblico più giovane c’è anche quella delle giocatrici di hockey su ghiaccio Ronja Savolainen e Anna Kjellbin, spesso raccontate online come una vera “Heated Rivalry” romance. Le due atlete rappresentano rispettivamente la Finlandia e la Svezia nell’hockey su ghiaccio femminile a Milano Cortina 2026. In passato, hanno militato entrambe nella Swedish Women’s Hockey League, dove si trovano spesso una contro l’altra, militando in squadre rivali. Una storia che unisce competizione e sentimento, dimostrando come ai Giochi anche le rivalità possano trasformarsi in legami ancora più forti.

























Anton Maria Cardini, infettivologo: «A 101 anni visito i miei pazienti e leggo ancora senza occhiali Amo cani e gatti ma poi soffro perché muoiono prima di noi»

 

«A 101 anni visito i miei pazienti e leggo ancora senza occhiali Amo cani e gatti ma poi soffro perché muoiono prima di noi»

Anton Maria Cardini, infettivologo: «Incontrai Gianna sul bagnasciuga e decisi all’istante che l’avrei sposata»

In studio Anton Maria Cardini nello studio medico di Roma dove ancora visita. È stato infettivologo all’ospedale Spallanzani

«Se sono ancora qui il merito è suo», si rivolge con un gesto cavalleresco alla bella signora che gli è seduta accanto, bruna e allegra. «Ci conoscemmo al Lido Di Ostia, 19 anni lei, 34 io. La vidi e pensai, questa me la sposo. Incredibile come succedono certe cose quando meno te le aspetti». La moglie Gianna libera una risata squillante. Durante l’intervista non distoglierà mai lo sguardo dal marito, un uomo ancora imponente nonostante l’incurvatura tracciata dall’età, ex biondo, occhi castani vigili e allusivi, personalità da vendere.

Anton Maria Cardini, 101 anni compiuti ieri, medico infettivologo. «Qui» è lo studio aperto nel 1972, quartiere Trastevere a Roma, un palazzo con tante scale e androni. È un andirivieni di pazienti, figli e nipoti di quelli seguiti 50 anni fa. Vengono per i prelievi di sangue («perché come è bravo il dottore nessun altro, la sua mano è una piuma»). Oppure per farsi visitare, stesi sul lettino, lui che ausculta e tasta, come quando la medicina era clinica e non solo teccambierei nologia. Mentre parliamo una


signora consegna sulla porta un cestino di limoni sorrentini, un piccolo pensiero. «Toto», come è stato sempre chiamato, è chino su un cruciverba, per ingannare il tempo in attesa del nostro incontro. Niente occhiali, invisibili apparecchi acustici che getterà via infastidito. È il secondo paio a fare questa fine. Il primo glielo hanno mordicchiato i cani. Alza lo sguardo, curioso, ironico. «Allora, cosa voi sape’?».
Come si diventa centenari?
«Il cervello va educato alla vecchiaia, quindi la prima regola è pensarla e accettarla. Io sto bene. Eppure non ho fatto un granché per arrivare così al traguardo. Poco sport, solo per un po’ ho giocato a golf a Marina Velca. Mangio cibi di qualità, preparati da mia moglie che cucina senza grassi al di fuori dell’olio crudo e sala con parsimonia.

 Fosse per me abbonderei con le porzioni, ma mi è proibito e, anche se potessi, non arriverei agli eccessi. L’altra sera ha portato in tavola una pasta e ceci che cantava. I nipoti sono un traino. Animano la mia casa, abitata da due bassotti e un gatto randagio.

Senza bestie non si può stare, il problema è che muoiono prima di noi e ci fanno soffrire. La longevità è una questione di testa. Mai preso integratori, niente intrugli strani, unica concessione la vitamina C. Farmaci solo se servono. Ringraziando Dio, solo pochi acciacchi. Il segreto è qui», e punta l’indice alla tempia.

In parte dipende dalla genetica e dai progetti che sono un elisir. Lei ne ha?

«Vengo in questo studio cinque mattine a settimana, se non piove e non fa troppo freddo. Gianna mi accompagna a un laboratorio di fiducia dove lascio i campioni dei prelievi. Poi torniamo a casa e la giornata in genere termina tra lettura dei quotidiani, libri e tv. La mattina mi sveglio contento che Dio mi abbia regalato un altro giorno. Per sentire la vita pulsare nelle vene mi basta ascoltare i rumori di mia moglie che traffica per casa. Che fortuna, la mia. Non tremo, non sbavo, con l’aiuto di bastone o deambulatore cammino da solo. Sono soddisfatto del passato di cui non una virgola e aspetto con serenità il futuro. In fondo la morte vuol dire addormentarsi. Almeno spero».

La medicina, amore a prima vista anche quello.

«Sono medico da sempre, in un certo senso. Da ragazzino marinavo la scuola Apollinare, dove frequentavo il ginnasio, correvo all’ospedale Santo Spirito. Mi mettevo a gironzolare, quanto mi piaceva. L’odore di disinfettante, i camici bianchi, le corsie. Un giorno vedo una bambina. Mi dicono che sta per essere operata per una grave infezione delle ossa. Esce il chirurgo e urla “ragazzì, che stai a fa”. “Stò a guardà”, rispondo. E quello, “Be’, allora aiutami”. L’infermiera mi porge una matassa di garze imbevute di etere. Capisco che tocca a me fare l’anestesia. In quel momento mi ricordo di mamma che mi aveva raccontato di quando era stata operata: bastava fare un respiro profondo e la coscienza svaniva. Ho detto alla bimba: su bella, un respiro profondo. E si è addormentata».

Non ci credo Toto, mi sta raccontando un film

«Macché. Siamo nel 1940, c’è la guerra, gli ospedali un marasma. Imparai a fare le endovenose. Poi mi iscrissi a medicina al Policlinico Umberto I e, dopo qualche borsa di studio, passai in pianta stabile allo Spallanzani, specializzato in malattie infettive. Di famiglia stavo bene, mio padre era pizzicagnolo, tagliava salami e mortadelle nel negozio di via Metastasio».

Cosa ricorda della guerra? «Gli aerei sulla testa, le sirene, ma non avevo paura. Passavo per San Lorenzo diretto verso casa quando bombardarono il quartiere nel ‘43. Ero appena uscito dall’istituto superiore di sanità, in viale Regina Elena, dove lavorava mia sorella Celeste come ricercatrice. Anche lì facevo l’impiccione. Mettevo il naso ovunque odorasse di medicina e scienza. Le bombe cadevano, quando misi il naso fuori dal rifugio mi ritrovai davanti allo sfacelo e tornai di corsa a casa, vicino al Pantheon».

Quando la guerra finì avrà festeggiato.

«Avevo il mito di Mussolini. Non ho digerito l’arrivo degli americani a Roma, le confesso. Ero giovane. Facevo il balilla».

Il dono più grande della vita.

«Eccola qua, la mia Gianna. Era agosto, stabilimento della Statistica a Ostia, il mare di Roma. Lei accompagnata dalla mamma. Frequentavo l’istituto di idrologia all’umberto I con una borsa di studio e mio fratello, dipendente dell’istat, mi propone: dai facciamo una scappata al mare, ci portano in pullman. Gianna era sul bagnasciuga, si guardava attorno, incerta se procedere verso le onde o tornare indietro e sdraiarsi sul lettino. Mi avvicinai che avevo già deciso di sposarla. Sotto l’ombrellone, parlavo fitto con sua madre, per ingraziarmela tanto che la figlia pensava corteggiassi lei. Ero un uomo serio, devoto, fin da ragazzo in chiesa. Non avevo avuto altre donne, prima. La mia famiglia non fu molto contenta della scelta perché per me, medico, speravano in un matrimonio altolocato. Abbiamo avuto tre figli meravigliosi, Carlo Luigi, Alessandro Maria e Maria Vittoria. Ci siamo sposati a San Pietro dei Falegnami dove ero andato tante volte con mamma».

Ha superato una seconda guerra, la pandemia.

«Non ce lo siamo presi il virus, nessuno dei due. Vaccinati e rivaccinati, ovviamente. Non potrei pensarla diversamente, da infettivologo. Quando i figli erano piccoli e raffreddati dicevo a Gianna: “Stai tranquilla è un banale coronavirus”. Ne è arrivato uno molto più cattivo e ringraziamo il vaccino se siamo ancora qui. I no vax? Poveracci. Devono ringraziare noi vaccinati se il virus non circola quasi più, è diventato uno qualsiasi».

Gli ultracentenari come festeggiano?

«In casa, con la famiglia, una torta e un’unica candelina, sperando non sia l’ultima. E che non mi rimbambisca».

Milano-Cortina, follia Svezia: Andersson rompe lo sci e cade, poi la rimonta d'argento., PINHEIRO BRAATHEN ORO IN GIGANTE! Lucas Pinheiro Braathen riscrive la storia a Bormio! Il brasiliano conquista la medaglia d'oro nel gigante maschile e diventa il primo sudamericano a vincere una medaglia d'oro ai Giochi Olimpici Invernal

Una gara bellissima ed intensa . quando la determinazione e voglia di arrivare a medaglia è troppo forte .

Le svedesi passano da una possibile debacle storica a una rimonta impossibile: è successo di tutto nella staffetta femminile. La seconda staffettista cade, si ribalta e rompe lo sci ed è costretta a fare diversi metri con uno sci solo. Al cambio la

fuoriclasse Karlsson, terza staffettista, parte con 53 secondi di ritardo dal podio e recupera secondi su secondi, e nell’ultima frazione la Svezia conquista l’argento. Cosa è successo
L’Olimpiade di Milano-Cortina continua a regalarci storie incredibili, al limite del clamoroso. Questa volta è la staffetta femminile di sci di fondo. La Svezia, una delle favorite, dopo la prima frazione di Linn Svahn è in testa: al primo cambio ecco Ebba Andersson. Le svedesi sembrano poter conquistare l’oro, ma proprio la Andersson cade rovinosamente, facendo anche una capovolta: lo sci si rompe e la staffettista perde tempo prezioso, dovendo percorrere diversi metri con uno sci solo, ritardo che aumenta anche per la caduta dello skiman. Al cambio la terza frazionista, la fuoriclasse Frida Karlsson (che era a caccia di 4 ori in questi Giochi) parte con 53 secondi di ritardo dal terzo posto e 1.18 dal primo, e comincia una clamorosa rimonta che porta le svedesi all’ultimo cambio a una decina di secondi dall’Italia che era al momento terza. Nell’ultima frazione Jonna Sundling completa una rimonta pazzesca superando anche la Finlandia e conquistando un argento comunque spettacolare, a 50 secondi circa dalle norvegesi campionesse olimpiche

Cosa è successo: la ricostruzione

Nel tratto in discesa Ebba Andersson ha perso il controllo ed è caduta in avanti ribaltandosi. Nell’impatto, l’attacco dello sci destro si è completamente rotto e la fondista svedese ha dovuto faticare non poco prima per non cadere nel tratto finale della discesa, poi per proseguire per diversi metri con uno sci solo. Come se non bastasse, ad aumentare le difficoltà svedesi ci ha pensato anche la caduta dello skiman che era accorso per cambiare lo sci alla Andersson. Per fortuna, per le svedesi, c’è stato il lieto fine

incredibile  ma  vero    in uno  sport  sempre  più globalizzato      dove alle  olimpiadi invernali   partecipano  anche    paesi  dove  ,  come  il  brasile  , non  c'è  la  neve   


 

PINHEIRO BRAATHEN ORO IN GIGANTE!

Lucas Pinheiro Braathen riscrive la storia a Bormio! Il brasiliano conquista la medaglia d'oro nel gigante maschile e diventa il primo sudamericano a vincere una medaglia d'oro ai Giochi Olimpici Invernali. Due manche gestite in modo magistrale dal 25enne nato a Oslo che ha chiuso davanti a Marco Odermatt, medaglia d'argento, e Loic Meillard, medaglia di bronzo. Tra gli italiani l'unico in top 30 è Giovanni Franzoni, 24°. Fuori nella seconda manche Alex Vinatzer

Braathen

Lucas Pinheiro Braathen conquista il gigante olimpico e riscrive la storia: è la prima medaglia d'oro sudamericana ai Giochi Olimpici Invernali. Argento a Odermatt, bronzo a Meillard. Giovanni Franzoni (24°) unico italiano in top 30, fuori Vinatzer nella seconda manche

Chi è Lucas Pinheiro Braathen

Nato a Oslo il 19 aprile 2000 da papà norvegese e mamma brasiliana, Braathen conta sei vittorie in Coppa del Mondo, la prima a soli 20 anni nello slalom gigante di Solden. Vincitore della coppa di slalom nel 2023, Braathen fino a quell'anno ha rappresentato la Norvegia. Poi, però, l'annuncio a sorpresa del ritiro il 27 ottobre 2023, per via di alcuni contrasti avuti con la federsci norvegese per divergenze sugli sponsor. Dopo un paio di mesi di inattività, a marzo 2024 Braathen ha espresso la volontà di tornare in attività sotto la bandiera del Brasile, il Paese della mamma Alessandra. Una nazione senza tradizione sciistica, motivo per cui tutti i risultati ottenuti da Braathen sono i primi del Brasile nello sci alpino 

La prima vittoria per continente ai Giochi Olimpici Invernali

Braathen

Pinheiro Braathen in lacrime: "Sono incredulo"

Pinheiro Braathen in lacrime a Rai Sport: "Non so cosa dire, un brasiliano campione olimpico nello sci alpino. Non posso crederci: nella prima manche sono stato solido, nella seconda sentivo di non essere veloce e inseguivo. Il primo oro olimpico del Brasile? Non è importante da quale nazioni arrivi e dal colore della tua pelle, se credi in qualcosa puoi farcela. Tutto è possibile"

Il legame tra atleti e atlete di bob e skeleton,con le proprie slitte: la vera storia d'amore di Milano Cortina 2026

Olympics.com ha parlato con chi scivola con bob e skeleton a tutta velocità giù per il Cortina Sliding Centre: prendersi cura delle slitte ...