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5.3.26

Genova, asinello ripudiato dalla mamma: ora vive in salotto con una famiglia La mamma lo aveva respinto a Natale. Una giovane coppia ha deciso di accoglierlo nonostante, secondo i medici, avesse poche ore


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27 Gennaio 2026

Rifiutato da mamma asina, Astro compie il suo primo mese di vita con una famiglia molto speciale




Nessuno ci avrebbe mai creduto. E intanto ha già compiuto il suo primo mese di vita. Il 24 dicembre, sulle alture di Genova, non è nato Gesù bambino ma un asinello.


È stato battezzato con il nome di Astro per la luce che emana. Non si tratta di un puledro qualunque, ma di un puledro rifiutato, un non amato.
Succede agli umani e a quanto pare anche agli animali: mamma asina, per motivi occulti, forse a causa di un parto difficoltoso e doloroso, ha deciso di non occuparsene. Lo respinge scalciando con tutta la sua forza, raglia e si rifiuta di accudire il suo piccolo. Così, per il bene della mamma e del puledro, sono stati prontamente separati.







Astro ha subito trovato una casa amorevole e due cuori grandi, oltre a un divano: quelli di Donatella e Mattia, i suoi amici umani.
La coppia, subito dopo il parto, ha tentato di riavvicinare Astro alla madre, ma la loro relazione sembrava essere irreversibilmente compromessa.
Mamma asina con tutte le sue energie ha detto di no! Non voleva o forse poteva occuparsi del suo puledro.
Astro è stato trasferito in casa, anche perché le temperature erano veramente proibitive per la sua salute da neo-nato.






I veterinari sono stati chiari e anche lapidari. Hanno detto, di concerto, che il puledro non sarebbe mai sopravvissuto senza il colostro e il latte della madre, ma Donatella, Mattia e Astro si sono stretti nella morsa di un unico abbraccio e non hanno mai mollato.
Il piccolo è un guerriero, sembra non risentire della separazione dalla madre e affronta tutto con un entusiasmo e un coraggio da diventare un esempio per tutti.
Viene allattato ogni due ore con latte in polvere per puledri arricchito di vitamine e tanta cura. Dopo il catastrofico parto, mamma asina è stata munta per dare al piccolo almeno il colostro. E anche lei, pian piano, sta recuperando il suo equilibrio e il suo benessere.





Turni, amore e fantasia
Astro ha bisogno di tutto: biberon, cappottino e passeggiate in giardino per i bisogni. Il tutto ogni due ore: di giorno e di notte.
I bisogni sono un lavoro estenuante: dopo ogni abbondante poppata, il piccolo Astro deve fare la pipì.
Gli viene messo il cappottino, perché da quelle parti c’è molto freddo - lui è piccolo e con le difese immunitarie sicuramente più fragili di un puledro allattato dalla madre -, viene portato fuori, tra i boschi di casa e poi riportato subito al caldo, dentro casa.
Per fortuna sul pavimento di casa scivola quando allarga le zampe per tentare di fare la pipì, così preferisce il terreno. L’eventuale allagamento dei pavimenti di casa è momentaneamente scongiurato.






Astro sembra avere interiorizzato il nuovo rituale: poppata, cappottino, terreno, pipì e si rientra al caldo, in attesa di crescere ancora un po’ e di poter scorrazzare libero.

Con amorevole apprensione e tanta fantasia viene stimolato. Ha fatto amicizia con tutti gli animali di casa: una pecora, un cane, un gatto, mostrandosi affettuoso e curioso.
Ama tutti: i suoi “genitori” umani, gli animali di casa, il divano e il tappeto.
Le giornate si susseguono incastonate di intense emozioni. Astro è un miracolo vivente, anche se la fatica è immensa, che soltanto chi ha animali conosce bene.




Programmi per il futuro: la tutela della parte selvatica
Il rischio più grande per un animale allevato dall'uomo è l'imprinting errato. Se il puledro vede soltanto l’uomo come suo unico simile, corre il rischio di perdere i codici di comportamento della sua specie e diventare un adulto pericoloso perché non avrà il timore reverenziale o il rispetto degli spazi altrui.
Ma questo Donatella e Mattia lo sanno già, infatti hanno in mente un programma molto competente e dettagliato per la sua salute psico-fisica.
L’agenda del piccolo Astro è già piena di impegni.





Le orecchie, il suo dizionario, e le cavalle di casa come branco-famiglia
Il puledro deve imparare il linguaggio del corpo dei suoi simili: le orecchie basse, i movimenti della coda, la gerarchia, il rispetto, le regole del branco. La sua parte selvatica deve nutrirsi di terra e vento, erba e movimento, e qualche calcio ben assestato di un suo simile più anziano.
Donatella e Mattia hanno un regolare codice stalla per poter tenere gli animali nella loro proprietà e per ricongiungere la famiglia di equidi.







Le loro due cavalle, rispettivamente di 25 e 21 anni, abitano in maneggio ma a breve verranno trasferite a casa per fare da nave scuola, compagnia e famiglia al piccolo Astro.
Inoltre, il puledro verrà castrato quando arriverà il momento giusto, come suggerito dai veterinari, per una convivenza nel branco-famiglia armoniosa e serena.






Per sopperire alla mancanza di un codice comunicativo da equide, Astro farà un percorso di riabilitazione comportamentale con il metodo Parelli e con un mulo-educatore che svolge l’entusiasmante compito di addestrare e riabilitare cavalli problematici.
Averlo strappato alla morte certa è vederlo saltellare ogni giorno e già un miracolo, il resto sarà una magia che noi di La Zampa seguiremo con discrezione e tanto affetto.

* Valeria Randone è psicologo e sessuologo clinico a Catania, Milano e online (www.valeriarandone.it) e autrice del libro “L’aggiustatrice di cuori – Le parole che riparano”. La sua grande passione per i cani l’ha portata a scrivere anche per La Zampa ed è nato la spazio "Per amore degli animali"

vuoi rimanere a dubai sotto le bombe poi non piangetelo se muore e chiedete volin di stato per far rientrare la salma


 Scusate  il  cinismo . ma  quando ci vuole  ci  vuole  per certe  persone   che  fanno    tanto i  boriosi  e  poi    si lamentano  come agnellini  .Potete pure gettarmi 💩ma certe cose mi  fanno .... . Soprattutto  gli eventuali frigioni e piagnoni.  Non si può residenza all'estero soprattutto in paradiso fiscali  e allo stesso tempo mantenere la cittadinanza o la doppia residenza in Italia.  E poi pretendere che lo stato ti aiuti per rientrare da morto.Hai preso tale decisione   , d'accordo , Manon puoi farla pesare su gli altri  soprattutto se ha conseguenze negative  e deleterie . 
Ma ora basta parlare io eccovi l'articolo

Vita da influencer a Dubai, paradiso (fiscale) perduto: Io andarmene? Mai Meglio i razzi delle tasse

I video per rassicurare con la foto dell’emiro sullo sfondo


«Preferisco essere colpito dai missili che dal 50% di tasse». Lo scrive su Instagram Giulio Costantini, 24 anni, professione creatore di modelle AI: di lavoro cioè «crea» procaci ragazze inesistenti a cui poi intesta account Only Fans, «così mi pagheranno la pensione». Tra questo e la formazione di aspiranti creatori di modelle ricava 300 mila euro l’anno. In Italia ci pagherebbe su anche la «tassa etica» sui contenuti per adulti (un bel 25%) «che mi spaventa più della guerra», scrive. Lo ripostano in 11 mila.

Cartoline dall’emirato più chiacchierato, paradiso del tecnolusso senza imposte sul reddito il cui idillio è stato incrinato dai missili iraniani, coi quali molti dei nuovi residenti dal disprezzato passaporto Ue hanno scoperto di trovarsi, in effetti, in Medio Oriente.

Italiani, tedeschi, spagnoli, francesi, hanno reagito (sui social) come un sol uomo: con un video in più lingue che alla domanda «Sei spaventato a Dubai?» risponde «No, ho chi mi protegge», in sovraimpressione sulla sagoma in candida di Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum. Che di Dubai è regnante, premier, vicepresidente, fino al 2024 anche ministro della Difesa, in un mix di modernità dei costumi e strette sui diritti per il quale alcuni politologi hanno coniato il termine «autocrazia tribale». Forse per non indispettirlo, per qualcuno coordinati, i guru social ne hanno fatto in queste ore un’icona social, dedicandogli anche le note di Papaoutai, canzone-inno che dice, nientemeno, «Papà dove sei?».

Online li chiamano i «guru di Dubai»: quelli che si spostano nell’emirato per dedicarsi a trading online, corsi di formazione, marketing, criptovalute, finanza fai-da-te, crescita personale, insomma tutto il menu della nuova ricchezza. Sono

tanti: online, solo tra gli italiani, e nell’ordine sparso con cui ce li propone l’algoritmo dei social, c’è un «consulente per imprenditori» di nome Roberto Fiori, che se la prende contro chi nei commenti definisce Dubai «patria dei nuovi arraffoni» invocando un «forte senso di appartenenza»; una «consulente per imprenditrici», Dori Zein che se la prende «con le fake news, che in un altro Paese un sistema di difesa così ve lo sognate»; l’ex parà Simone Ponti, che fa corsi di allenamento militare e ieri postava «la mia onesta reazione all’attacco iraniano dopo 9 missioni in Afghanistan», cioè una sonora risata. C’è Ustinia, estetista milanese (il nome è russo) a Dubai per inaugurare «il primo salone di bellezza all’italiana»: lo spirito del trasloco è chiarito da un video in cui si sventaglia con mazzette di denaro, e una mano con la scritta «Europa» gliene ghermisce metà mentre la mano «Dubai» arretra rispettosa. Sabato si è filmata mentre dormiva in macchina. «Che paura». Ieri già business as usual, l’inaugurazione del centro è stata «affollatissima, insciallah». C’è la consulente Asia Perre, che vive a Dubai e insegna agli italiani come trasferirsi a Dubai, e loda «l’efficienza della contraerea».

Molto vantata di Dubai è anche la sicurezza, «in Italia non girerei sola alle due di notte», posta Perre. «A Dubai si sta bene», insiste Costantini. «Il cibo costa poco, per due ore di colf spendo cinque euro». Certo, tra le più estese violazioni dei diritti nell’emirato c’è la kafala, la schiavitù legalizzata di chi a Dubai migra non per le crypto, ma per fare il cuoco o le pulizie. «Se vengono è perché gli piace. Sennò andrebbero in America», vaneggia lui. Che online dirà anche di temere più le tasse che i missili, ma nel dubbio è scappato anche dai missili. Ci richiama da Roma. «Ho attraversato l’oman, dormendo nelle montagne. Non è stato bello». Ma «non vedo l’ora di tornare. In Italia ho lavorato. Non funziona nulla». Di cosa si occupava? «Di consulenza». Aiutava cioè i ragazzi a comperare sneakers in edizione limitata.

8 marzo non sono morte per una semplice festa tra donne con spogliarello maschile

 

Quest'anno  ,  come  da  un paio   d'anni  , l'8  marzo   è sempre ,  per  uno  come  me   che  (  o  quasi ) riesce  a   scrivere    su  tutto     un  dilemma   .  Quindi  piuttosto    che   farvi venire  e  venire  la dermatite  serroboica e  scrivere \ condividere   .....  boiate  mi limiterò  salvo colpi  di scena   a  riportare  meme    ( come  quello  riportato sopra  )   che  mi hanno colpito di  più 

DUE DONNE E UN MESSAGGIO DAL SUD

metend in  ordine  il  pc  ho  trovato questo   articolo  interessante  

DUE DONNE E UN MESSAGGIO DAL SUD

Due donne unite dallo stesso dolore. Immenso, indicibile. Perché veder morire un figlio è la peggiore condanna che il cielo può infliggerti. Eppure proprio queste due donne, a distanza di poche ore l’una dall’altra, hanno inconsapevolmente raccontato meglio di qualsiasi indagine sociologica quanto il Sud stia cambiando. E non soltanto sul fronte economico, come ha sottolineato Federico Fubini nell’analisi pubblicata ieri su Corriere.it, ma anche sul versante culturale, sovvertendo antichi e logori stereotipi. Patrizia, la madre del piccolo Domenico morto al Monaldi, e la signora che ieri a Niscemi ha commosso

da Ecco le 10 valorose donne del Sud che hanno segnato la storia!
(eccellenzemeridionali.it)

il presidente Mattarella con il ricordo di sua figlia Aurora, scomparsa in un incidente sulla strada provinciale squassata dalle frane, hanno affrontato lo sguardo del mondo senza nascondere la loro disperazione ma, allo stesso tempo, filtrandone l’onda con una dignità che nemmeno per un attimo si è sfilacciata in urla e imprecazioni. La compostezza dei modi, sebbene tarlata dall’angoscia, ha mostrato il germoglio di un’imprevista fiducia nello Stato, parola che nel Mezzogiorno è stata troppo a lungo sinonimo di nemico, qualcosa da additare come mandante di ogni avversità, comprese quelle ordite dal destino. Patrizia, durante il calvario del suo Domenico, non si è abbandonata al rancore: ha chiesto la verità affinché venisse fatta giustizia. E la madre di Aurora ha implorato sommessamente Mattarella di accelerare i lavori di riassetto a Niscemi e dintorni. Entrambe, pur non conoscendosi, hanno in pochi istanti cancellato l’immagine consunta di un Mezzogiorno dove l’emotività tracima appena la fortuna ti volta le spalle e dove, soprattutto, le istituzioni appartengono a una geografia straniera, buona al massimo per esigere un risarcimento. Se i partiti, di destra e di sinistra, fossero ancora degni di tal nome farebbero bene ad ascoltare le voci lievi e implacabili di queste due donne. Invece d’intestardirsi a considerare il Meridione soltanto un bacino in cui andare a pesca di voti.

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata LXXIV LA PREVENZIONE È LA PRIMA ARMA CONTRO LA VIOLENZA + FEMMINICIDI E INCAPACITÀ DI ACCETTARE LA PAROLA “NO”





La prevenzione è fondamentale  ed  a  volte  un unica  arma   per combattere la violenza,  soprattutto  quella   con acido , poiché non solo riduce il numero di incidenti, ma contribuisce anche a creare un ambiente più sicuro e rispettoso. È un approccio che  dovrebbe  
coinvolgere la comunità, la scuola, la sanità e le istituzioni, e richiede un impegno collettivo per affrontare le cause profonde della violenza e promuovere un cambiamento strutturale. La prevenzione è un'azione continua e necessaria per garantire un futuro più sicuro e rispettoso per tutti.

Infatti  come  dice  Antonio   Bianco      sull'ultimo n  del settimanale  Giallo


Ci sono alcuni tipi di minacce che non lasciano nemmeno il tempo di reagire, anche se segnano per sempre.Gli sfregi con l’acido, di cui troppo spesso sentiamo parlare,appartengono a questa categoria estrema. Non servono a immobilizzare ma a cancellare. Il volto diventa il bersaglio perché si tratta di identità, riconoscimento, relazione. È come se si consumasse una violenza che vuole trasformare la persona in un ricordo doloroso di sé. All’interno di un corso di autodifesa personale, parlarne è una questione delicata ma necessaria, non per alimentare la paura, ma per sviluppare consapevolezza. La prima arma è la prevenzione.Gli aggressori con acido raramente agiscono in modo casuale: nella maggior parte dei casi esiste una storia precedente, fa"a di minacce, ossessioni, controllo, rifiuti non accettati. Imparare a riconoscere i segnali di un’escalation che passa per appostamenti, pedinamenti, presenza insistente nei luoghi abituali è già una forma di protezione. C’è poi un aspetto pratico. L’acido viene quasi sempre trasportato in contenitori come bottigliette, bicchieri,flaconi. Nei contesti a rischio, mantenere una distanza di sicurezza da chi mostra oggetti in mano, prestare attenzione ai movimenti improvvisi e proteggere istintivamente il volto con gli avambracci possono ridurre la superficie esposta. Non è una garanzia, ma può fare la differenza. L’autodifesa però non è solo gesto fisico, ma anche un comportamento quotidiano: variare i percorsi, non sottovalutare le minacce, condividere le proprie preoccupazioni e anche denunciare, se è necessario. La sottovalutazione è il terreno su cui la violenza cresce. Infine, un principio fondamentale da cui non si dovrebbe mai prescindere: la responsabilità non è mai della vittima. Prepararsi non significa vivere nella paura, ma riconoscere il proprio diri"o alla sicurezza. L’autodifesa è prima di tu"o questo: affermare che il proprio corpo, il proprio volto, la propria vita non sono territorio di conquista per nessuno

proprio   mentre   finivo   di    copiare  ed  incollare   l'articolo  di  Antonio  bianco  , mi capita  all'occhio  un   interessante botta  e  risposta  tra  un  lettore  e la  direttrice  di Giallo 


Cara Albina,

diversi studiosi hanno mostrato che la violenza familiare e i femminicidi non si spiegano soltanto con disturbi individuali. Il professor Francesco Cecere, psicologo giuridico-forense, evidenzia come il femminicidio sia l’atto estremo di relazioni basate sul potere e sulla sopraffazione, dove la fragilità dei legami e l’incapacità di gestire la gelosia hanno un ruolo decisivo. La professoressa Georgia Zara dell’Università di Torino ha documentato come isolamento, assenza di reti di sostegno  e difficoltà di elaborare la fine di una relazione siano fattori psicosociali che favoriscono comportamenti impulsivi e distruttivi. La mancanza di affetto naturale e di legami
autentici – amicizia, amore, sincero attaccamento – rende le persone più fragili e vulnerabili. Quando la cultura  dell’affettività si indebolisce, aumentano i comportamenti distruttivi: non perché l’essere umano peggiori, ma perché si deteriorano le condizioni che sostengono la salute
mentale e relazionale. È proprio questa crisi dell’affettività che merita attenzione, accanto alle cause cliniche, se  vogliamo comprendere davvero la radice di certe tragedie familiari.

                       Giuseppe Di Biasi (mail)




RISPONDE IL DIRETTORE

Carissimo Giuseppe,
il tema è talmente complesso che non si può generalizzare né sintetizzare in poche righe. Sta di
fatto che non mi pare che la violenza familiare e i femminicidi siano un fenomeno recente. Anzi. Esisteva, e forse ancora di più, ai tempi dei nostri nonni e dei nostri  bisnonni. Direi che esiste da quando si è iniziato a pensare che la donna sia nata da una costola di Adamo. Sicuramente
oggi si innestano problemi nuovi: l’incapacità di accettare che la vita non è sempre rose e !ori, che esiste il dolore, la perdita, il lutto, che si devono accettare i no. Viviamo in un
mondo che ci vuole sempre felici, vincenti e su di giri, e quando un uomo si vede lasciato, si sente ferito nel profondo. Cosa penserà la gente di me? Che ho fallito, che sono un perdente. A questo si aggiunge il fatto che per quanto se ne dica, il ruolo della donna è ancora spesso considerato “ancillare”. Hai sentito a Sanremo quel giornalista dire: “A casa mia comanda mia moglie”?
Ecco, angeli del focolare. Ci è stato dato questo ruolo ed è ancora molto difficile scrollarcelo di
dosso. Aggiungi questo al senso di “perdente”:non solo vengo lasciato, ma vengo lasciato da
una donna, un essere fragile, sulla quale non sono riuscito a mantenere il controllo. Doppio
insopportabile fallimento. Per riaffermare se stessi, allora si uccide. Ma quanto ancora
ci sarebbe da dire su un tema così vasto





se c'è un calendario perchè iniziano in anticipo ? le praolimpiadi ( come le olimpiadi ) iniziano prima ?

 noto poco #interessemediatico ( quasi #disinteresse ) della #rai ( salvo #raisport ) per le paraolimpiadi di cui sono iniziate le gare. Forse perché : concentrati , giustamente , per

4.3.26

da osilo al Mississippi il viaggio blues del musicista blues Francesco più

 ecco un esempio  d'identità  aperta   altro che quella  chiusa  dei sovranisti  







la dura vita dei vegani

 non sono    come  ho già  detto più volte  , ma   e rispetto  la   sua  scelta  (  autentica  o    conformista   perché  è di  moda  ) perché  è giusto  che ci sia , altrimenti è dittatura/pe.siero unico , che. ci siamo  : idee  pensieri  e scelte di vita ( spontanee o indotte ) diverse dalla tua . Quindi  capisco benissimo   la  tristezza  e  l'auto ironia   dell'autrice  dell'articolo  de https://www.ilpost.it    riportato   integralmente sotto    in  particolare    nel  pezzo  in cui   dice  : << [...] Mettersi in discussione costa fatica, ma sarei felice se una persona onnivora provasse a dialogare con me con sincera curiosità e ascoltandomi davvero, senza intanto pensare a come controbattere. Ne sono consapevole, ne prendo atto – il mondo è, banalmente, “bello perché vario” – e un po’ mi rattrista, ma vorrei chiedere un piccolo favore per quando incontrate uno che non mangia come voi: se non avete intenzione di provare a capirlo, almeno lasciategli bere la sua birra in pace.>>. 


  di 

Alessandra Stio
Alessandra Stio

Nata a Salerno nel 1995, dopo diverse esperienze all’estero ha scelto di tornare a vivere in Italia, dove adesso insegna inglese nella scuola secondaria di secondo grado. Ama scrivere, leggere e viaggiare.




Non so se qualcuno di voi ha una vaga idea di quanto sia complesso essere vegani in Emilia-Romagna. Pasta all’uovo, salumi, tortelli e cappelletti sono solo alcuni degli alimenti che dominano pranzi e cene senza temere rivali, naturalmente insieme allo strutto. Il peggiore di tutti. Insidioso nemico silente, si nasconde così bene che anche un innocuo panino può tradirti quando meno te lo aspetti. Da quattro anni ormai la mia vita sociale è un continuo slalom tra un aperitivo e l’altro in cui, per conquistarmi una ciotola di patatine o dei taralli all’olio, devo produrmi in una serie di premesse, precisazioni e giustificazioni varie.
Le difficoltà iniziano, ovviamente, al momento dell’ordinazione. Quando paleso il mio veganismo (chiedere che tra gli stuzzichini non ci sia nulla che contenga uova-latte-strutto-formaggio è un’operazione un po’ lunga, anche se spesso mi tocca comunque specificare), cerco sempre di assumere il tono più gentile e conciliante possibile, sia mai che lo chef la prenda come un’offesa personale. Nella mia seppur breve carriera da vegana ho collezionato svariate reazioni: dalle risate agli sbuffi, passando per il “poverini voi, avete qualche problema mentale ma vi vogliamo bene lo stesso”, quindi ho dovuto imparare a prevenire. Ahimè, nonostante tutte le mie cautele, spesso è a questo punto che la situazione precipita irrimediabilmente.
«Ah, ma sei vegana?» esordisce qualcuno al tavolo, e inizio a sudare freddo. So che da qui non si tornerà più indietro, a prescindere dalla provenienza geografica dei commensali. Se all’interno del gruppo c’è una persona che non ti conosceva prima o con cui non avevi mai parlato di questo argomento, nove volte su dieci dopo la domanda di apertura inizia un vero e proprio interrogatorio degno della Santa Inquisizione Spagnola, che procede seguendo, più o meno liberamente, sempre lo stesso canovaccio. Per prima cosa ti chiedono il perché, ma tu opti per la risposta breve. Non hai voglia di rovinare il morale a tutta la tavolata e, soprattutto, sai che il discorso non si fermerà qui. Il tuo interlocutore non si accontenterà della tua risposta e, a pioggia, sfodererà tutte le sue obiezioni.
Ormai le sai a memoria e sei preparatissima, perciò ti accingi a fare mostra del tuo più classico sorriso di circostanza e a rispondere a ciascuna di esse, sempre con il nobile intento di salvare la serata. No, non ti manca il formaggio; no, non fai “sgarri”; sì, hai tutti i valori a posto e fai le analisi regolarmente; no, non mangi solo insalata; no, non lo sai se le vongole provano dolore, ma hai comunque le tue buone ragioni per non mangiarle (anche su questo preferisci la versione breve e non la spiegazione dei danni della pesca sull’intero ecosistema terrestre, e nemmeno osi avvicinarti al discorso sull’antispecismo). In pratica, se vuoi goderti la tua birra in tranquillità devi prima fare un po’ come Super Mario quando va in cerca della principessa Peach: saltare tra un ostacolo e l’altro rimbalzando sulla testa di funghetti indispettiti che hanno il solo scopo di farti rinunciare alla missione.
Poi, se sono stata sufficientemente brava, arriva il tanto desiderato lasciapassare dell’inquisitore che, soddisfatto, mi proclama “Vegana Non Rompipalle” e mi dà il permesso di proseguire la serata, a quel punto rovinata solo per me. Ironico, no?
Anche se col tempo ho acquisito una certa familiarità con queste dinamiche e sono diventata abbastanza svelta nell’estinguerle, devo ammettere che le tollero sempre meno. Non riesco a capacitarmi di come mi ritrovi puntualmente, e senza volerlo, implicata in falsi dibattiti con qualcuno che dall’altra parte non ha nessun reale interesse a capire il mio punto di vista ma cerca solo la validazione della propria idea di partenza.
Sono certa di non andare in giro puntando il dito contro il piatto altrui eppure, in un modo o nell’altro, mi capita sempre di dover spiegare a chicchessia la ragione delle mie scelte, e non solo di quelle alimentari. Già, perché poi i più caparbi iniziano a chiedermi se uso l’auto, se compro borse o scarpe di pelle e persino se ammazzo le zanzare in estate, come se per avere il diritto di dire di essere vegana dovessi dimostrare di non produrre alcun tipo di inquinamento nel mondo né nuocere a nessun animale sulla Terra. Insomma, dovrei essere un’entità che non sporca, non consuma, non danneggia. Una cosa non proprio plausibile. Conclusione logica, che spesso mi viene esplicitamente proposta: essere davvero vegana è impossibile, quindi tanto vale lasciar perdere.
L’epilogo di solito mi vede tornare a casa scoraggiata e di pessimo umore, il più delle volte parlando da sola in macchina ad alta voce per sfogare la frustrazione che ho dovuto sopprimere. Mi chiedo sempre perché noi vegani dobbiamo giustificarci in questo modo, come se desiderare una vita migliore per gli animali fosse qualcosa di cui vergognarsi.
Una soluzione sarebbe rifugiarsi in qualche spazio digitale, alla ricerca di una bolla in cui finalmente dar voce ai propri pensieri. È quello che faccio quando ho bisogno di sentirmi più compresa e meno sola ma ormai non riesco a trovare conforto neanche così. Persino nell’ambito del mio profilo social non mi sento completamente libera di mostrare di essere vegana: basterebbe un piccolo passo falso per scatenare dell’altro baccano. Per capire cosa intendo, provate a condividere la foto di un piatto di pasta accompagnato dalla scritta “carbonara vegetale”. Poi mi farete sapere quanti sfottò e prese in giro avrete collezionato.
Qualunque sia il tipo di contesto in cui esistiamo, pare quasi che basti la nostra sola presenza per attivare reazioni caratterizzate da un certo grado di insofferenza. Inizio a pensare che la vera fonte di tale disagio non siamo noi persone vegane, ma quello che smuoviamo in chi incontriamo, come se la nostra stessa esistenza incrinasse qualcosa in chi mangia carne. La cascata di false domande, contestazioni o ridicolizzazioni che riceviamo sembra, in realtà, non tanto un attacco alle nostre ideologie quanto uno scudo, una sorta di barricata dietro la quale mettere in salvo le proprie convinzioni prima che possano essere ulteriormente scalfite.
Forse il punto della questione è proprio questo: formulare quante più critiche possibile al veganismo e più in generale al vegetarianesimo è una sorta di giustificazione contro la tentazione di farne parte. Dimostrare che essere davvero vegani, quindi davvero puri, è impossibile diventa un lasciapassare, e al contempo offre l’occasione di deresponsabilizzarsi nei confronti dell’intera faccenda.
Mettersi in discussione costa fatica, ma sarei felice se una persona onnivora provasse a dialogare con me con sincera curiosità e ascoltandomi davvero, senza intanto pensare a come controbattere. Ne sono consapevole, ne prendo atto – il mondo è, banalmente, “bello perché vario” – e un po’ mi rattrista, ma vorrei chiedere un piccolo favore per quando incontrate uno che non mangia come voi: se non avete intenzione di provare a capirlo, almeno lasciategli bere la sua birra in pace.






– Leggi anche:
Pollo coltivato,
ostriche in vitro e magiche polpette

Il Paradosso della Tolleranza: come l’estremismo usa la libertà di parola per abolirla

  fonte  https://www.affaritaliani.it/

Le democrazie occidentali sono sotto attacco dall’interno: gruppi radicali sfruttano le garanzie costituzionali per diffondere odio e silenziare ogni critica, trasformando il garantismo in un’arma





Il paradosso di Popper oggi: quando la tolleranza diventa un’arma contro la democrazia
Karl Popper, nel 1945, formulò il celebre “paradosso della tolleranza“: se estendiamo la tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. A ottant’anni di distanza, questa non è più una teoria filosofica, ma la cronaca quotidiana delle democrazie occidentali. Oggi assistiamo a una strategia raffinata e perversa messa in atto dai movimenti dell’Islam radicale e dai loro fiancheggiatori: utilizzare gli strumenti della democrazia liberale – in primis la libertà di parola – per eroderla dall’interno.
La libertà di parola come scudo e come spada
Il meccanismo è asimmetrico. Da un lato, i predicatori d’odio e gli attivisti radicali rivendicano il diritto assoluto di esprimere concetti anti-occidentali, antisemiti e violenti, appellandosi all’articolo 21 della Costituzione o al Primo Emendamento. Gridano alla censura ogni volta che si tenta di porre un argine alla loro propaganda.
Dall’altro lato, però, utilizzano la stessa libertà per intimidire, minacciare e silenziare chiunque osi criticarli. È una guerra combattuta nelle aule di tribunale, sui social media e nelle piazze. Chi critica l’Islam politico viene immediatamente etichettato come “islamofobo“, un termine che è stato armato per diventare un bavaglio. Come sottolineato da diverse analisi nel Regno Unito, la definizione stessa di Islamofobia rischia di diventare uno strumento per bloccare ogni legittima indagine critica, creando di fatto una legge sulla blasfemia non scritta ma socialmente imposta.
Silenziare il dissenso
Questa dinamica crea un clima di autocensura devastante. Giornalisti, accademici e politici europei misurano ogni parola, non per rispetto della verità, ma per paura delle conseguenze. Conseguenze che non sono solo legali (querele temerarie), ma fisiche. Abbiamo visto in Francia, in Olanda e in Scandinavia cosa succede a chi “offende” la sensibilità dei radicali: scorte armate a vita, o peggio.
In questo scenario, la libertà di parola diventa un privilegio unilaterale. L’estremista è libero di urlare in piazza che vuole la distruzione dello Stato che lo ospita; il cittadino democratico ha paura di dire che non è d’accordo. Alcuni opinionisti evidenziano come questa retorica anti-liberale prosperi proprio grazie alla copertura del “free speech, creando un cortocircuito logico che paralizza le istituzioni.
La trincea accademica: dove il pensiero critico va a morire
Un fronte decisivo di questa battaglia si trova, purtroppo, proprio nei luoghi deputati alla formazione del pensiero critico: le università. È qui che il paradosso della tolleranza trova la sua applicazione più distopica. Gruppi organizzati, spesso legati a sigle dell’Islamismo politico, hanno stretto un’alleanza tattica con certi movimenti studenteschi radicali. L’obiettivo comune? Impedire che si parli di certi argomenti.
Conferenze annullate, professori minacciati, relatori sgraditi a cui viene impedito di parlare tramite proteste violente: il campus universitario non è più l’agora del dibattito, ma una zona in cui vige il pensiero unico. La scusa è sempre la “protezione” delle minoranze da presunti “micro-traumi” verbali. In realtà, si sta creando una generazione di studenti convinti che le parole siano violenza fisica e che, di conseguenza, rispondere con la censura (o la violenza reale) sia legittimo.
Questo clima accademico ha un effetto a cascata sulla società. I futuri giornalisti, giudici e politici che escono da queste accademie hanno interiorizzato l’idea che criticare l’Islam radicale sia un atto di razzismo inaccettabile, rendendo di fatto impossibile qualsiasi analisi laica e obiettiva del fenomeno religioso e politico.
La strategia del “Lawfare”: la guerra per vie legali
Accanto alla pressione sociale e accademica, c’è quella economica e giudiziaria. È il cosiddetto “Lawfare“, l’uso della legge come arma di guerra. Organizzazioni ben finanziate, spesso con fondi provenienti da paesi extra-europei, querelano sistematicamente chiunque osi pubblicare inchieste scomode sui legami tra moschee locali e terrorismo internazionale, o sulla gestione opaca dei fondi per il welfare.
Non importa che la querela sia fondata o meno; l’obiettivo non è vincere in tribunale, ma sfiancare l’avversario. Un giornalista freelance o una piccola testata locale non hanno le risorse economiche per sostenere anni di processi. Di fronte alla minaccia di dover pagare decine di migliaia di euro in spese legali, molti scelgono la via più semplice: il silenzio. Ritirano gli articoli, chiedono scusa, e smettono di indagare. È una censura “soft”, invisibile agli occhi del grande pubblico, ma terribilmente efficace. In questo modo, il diritto alla difesa legale – pilastro della democrazia – viene pervertito e trasformato in uno strumento di oppressione per garantire l’impunità a chi lavora contro la democrazia stessa.
L’aggressione ai valori liberali
Non si tratta solo di parole. La retorica violenta, protetta dal “diritto di opinione”, prepara il terreno per l’azione. Quando si permette di definire interi gruppi di persone (ebrei, “infedeli”, donne emancipate) come nemici legittimi, si sta armando la mano di chi poi passerà ai fatti. L’errore dell’Occidente è trattare l’Islamismo radicale come una semplice opinione diversa, da tutelare nel grande mercato delle idee. Ma non è un’opinione: è un sistema operativo totalitario che non riconosce la legittimità dell’altro. Usano la nostra tolleranza come un cavallo di Troia. Entrano nelle istituzioni, nelle università e nei media chiedendo diritti, ma una volta ottenuto spazio, lavorano per negare quegli stessi diritti agli altri.
Rompere il paradosso
Come se ne esce? Le democrazie devono ritrovare l’istinto di sopravvivenza. Difendere la libertà di parola significa anche tracciare una linea netta tra il dissenso e l’incitamento alla distruzione della democrazia stessa. Non è intolleranza impedire a qualcuno di predicare la fine della libertà; è l’essenza della difesa costituzionale. L’Europa deve smettere di essere ingenua. Le leggi contro l’odio non possono essere applicate a senso unico. Se un movimento politico o religioso usa la libertà di parola per minacciare l’esistenza fisica o civile dei suoi oppositori, quel movimento si è posto fuori dal perimetro democratico.
Conclusione
Il paradosso di Popper ci avverte: la tolleranza non è un patto suicida. Se continuiamo a permettere che i nemici della libertà usino le nostre leggi come armi contro di noi, ci sveglieremo un giorno in una società dove l’unica libertà rimasta sarà quella di obbedire ai più violenti. È tempo di togliere la maschera a chi invoca i diritti per cancellare i doveri, e usa la democrazia per instaurare la teocrazia.

3.3.26

parlare o stare zitti davanti ai fatti di cronaca nera ? e come fare a parlarne oltre auna durata che va oltre il tempo dell'indignazione social e che ti dicano basta che palle ? ...

le ultime  letture  Il  libro di zero calcare (  uno  dei regali  per  i mie  50  anni )  

 e  



mi  hanno  stimolato    a questa  elucubrazione    \   sega  mentale : parlare o stare zitto   sui    fatti    cronaca nera   e  di per una durata che va oltre il tempo dell'indignazione social ?  parlare è efficace , è sufficiente ? e come di continuare a farlo per una durata che va oltre il tempo dell'indignazione social ? senza che la gente alzi gli occhi al cielo e dica ammazza. che palle? facendoli capire in modo che ci s'interroghi .  
infatti a volte parlare delle cose produce effetti inaspettati eppure positivi .Ma....

GRILlO PARLANTE
... questa soluzione non è riproducibile per tutti/e quindi non è una soluzione definitiva. E...
IO ... tocca continuare a pensarci
GR ma come ?
IO Boh 
GR 😂😌
Parlare è necessario, ma raramente sufficiente. La parola serve a dare un nome al problema, ma senza l'azione diventa rumore di fondo. Il rischio "occhi al cielo" nasce quando il discorso è percepito come una performance di virtù (per avere like) invece che come un impegno reale. 
Ecco come evitare l'effetto "noia" e mantenere la costanza:
Dai l'esempio, non la lezione: Le persone si stancano dei predicatori, ma sono attratte dai modelli. Se parli di ecologia, mostra come hai ridotto i tuoi rifiuti. Se parli di diritti, mostra cosa fai nel concreto.
Scegli la profondità sulla frequenza: Invece di commentare ogni polemica del giorno, scegli un tema che ti sta a cuore e approfondiscilo. Diventa un punto di riferimento, non una cassa di risonanza.
Crea comunità "offline": L'indignazione social muore in 24 ore. L'associazionismo, il volontariato o i gruppi di lettura creano legami che resistono al calo di attenzione dell'algoritmo.
Usa l'umiltà: Ammetti che è difficile. Quando ti mostri vulnerabile e ammetti che anche tu fai fatica a essere coerente, abbassi le difese di chi ti ascolta. 
In sintesi: per non sembrare pesante, devi trasformare il tuo "dire" in un progetto visibile, non in uno sfogo digitale.
IO   Ok   grazie    dei suggerimenti

per   quanto  riguarda  i fatti   di cronaca  nera   non  c'è  stato bisogno  di nessuna elucubrazione in  quanto  la  risposta    viene  direttamente    sia  dall'introduzione    cioè  sul  Dylan Dog  Horror  Fest   del   numero  stesso a  cura  di Barbara  Baraldi   e dalla   storia  stessa  . 
Essa  è una  riposta  anche  ai miei   che  mi   cazziano   e non solo  .....   quando vedo  trasmissioni  di cronaca nera  o   quando   portavo  , meno male  che    adesso  lo  trovo  su  telegram ,  il  settimanale  giallo  ( uno  dei pochi che tratta   la  cronaca  senza    scadere   eccessivamente   nella  morbosità )  . (....)  vi siete ma  chiesti  perché  la  cronaca Nera  e  il  true  crimine  suscitano  inarrestabile    e morboso  [ molte  volte lo  è  in  effetti    , ma non è il  mio  caso   ,  lotto per  evitare  di caderci      ]   in  un  numero molto crescente  di  persone  ?  Certo , trovare  una spiegazione  per  il crimine  efferato e  una  tragedi  soddisfa  il nostro bisogno di controllo, ma  è pur  vero   di fronte  ad  uno stimolo  avverso   possiamo sentirci spaventati    ...  e allo  stesso   [  mio   caso  ] affascinati  Si chiama  coattivazione  e  si verifica  quando  il pericolo   non è  percepito  come  reale    come  succede  quando ascoltiamo  un podcast o    guardiamo  un  film  dell'orrore  [ o   giallo  e  noir   ]
 

faccio cose, vedo tv , e serie tv. Porto Bello di Marco Bellocchio e Peaky Blinders è una serie televisiva britannica ideata da Steven Knight

Lo so che  m'ero   imposto    dal lontano  1994  ,   dopo aver letto  un intervista pubblicata  postuma , mi pare  fosse panorama o  l'espresso  ,  di Kurt  cobain  leader  dei Nirvana  morto  suicida  ( o ucciso  secondo  altri  )   in cui  si  diceva  di  non giudicare  aprioristicamente  ,    e quindi  aspettare  per  giudicare   un opera  (  ora  si  chiamano  serie  o stagioni  )  a  puntate .Ma
quando si  hanno   gli strumenti  o  anche  una base minima   culturale  \ letteraria     sai   già  se quel film,libro, fumetto, e in questo caso serie  tv      saranno   un buon  prodotto  e   se  vale  la pena  di continuare a seguirlo  .
 E'  cosi  è   che   do  una  prima  valutazione   di due  serie  che sto seguendo  durante  la convalescenza    da  infortunio  .  
La prima   è quella di  Porto Bello   , ne  ho già accennato  in un post  precedente  , e  in un post del   lontano 2013  ( che  avevo dimenticato ma  poi ritrovato sul motorino di ricerca  di blogspot  )  in  cui riporto    un articolo sulla  sua     vicenda     giudiziaria   dove  parlavo  della  1  puntata    su 6  , di  cui    ho   visto    la    2 . Posso si dire     , in base agli  elementi letterari  , ai ricordi  diretti  e  indiretti  della   vicenda  reale  , che  è un buon prodotto ed è   molto stimolante  per vederlo  fino alle   fine   soprattutto  ora  che   è entrato  nel vivo della  sua  vicenda  giudiziaria  l'arresto ed il primo periodo  in carcere    ed l'ottusità dei giudici e  magistrati    che  alla  prime contraddizioni    dei pentiti  \  collaboratori di  giustizia   o  dissociati come di  si definivano  loro    decisero  di  continuare  nelle  accuse  e  di   portarlo   a  processo .  
La  seconda  è la  prima puntata    della  prima stagione  di  La seconda  è la prima  puntata    della  prima stagione   della serie (  6 stagioni  )  Peaky Blinders è una serie televisiva britannica ideata da Steven Knight. Ambientata a Birmingham tra il 1919 e il 1934, segue le gesta della banda criminale dei Peaky Blinders . La banda immaginaria è vagamente ispirata ad una vera banda di giovani omonima attiva in città dal 1880 agli anni '2nel periodo successivo alla prima guerra mondiale.
Sono  un po'  in  ritardo    visto che   La serie ha debuttato il 12 settembre 2013 su BBC Two ed è stata trasmessa fino alla quarta stagione, dopo di che è passata a BBC One per la quinta e la sesta stagione.Ma non uso o netflix da solo ed ai miei non piacciono ( salvo eccezioni ) le serie soprattutto quelle anglo americane soprattutto che E parlano d mafia e di criminalità .Promette bene, Essa è a metà strada tra : Gomorra ( comprende il film l'immortale e anche Gomorraq le origini ) , Breaking Bad ( compresi lo spin-off della serie intitolato Better Call Saul.incentrato sul personaggio di Saul Goodman, interpretato da Bob Odenkirk il film El Camino - Il film di Breaking Bad, incentrato sul personaggio di Jesse Pinkman ) e  Ray Donovan (  compreso il film ) serie televisiva creata da Ann Biderman per Showtime, trasmessa dal 30 giugno 2013.[1] La serie ha per protagonista Liev Schreiber nel ruolo di Ray Donovan.

dopo il caso del casco dello slittino l'ucrania fa ancora polemiche olimpiche Paralimpiadi, atleti ucraini non potranno indossare divisa perché raffigura mappa nazione


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L'uniforme scelta dalla delegazione di Kiev per sfilare ai Giochi invernali italiani, con la raffigurazione dell’intero territorio nazionale comprese le regioni oggi occupate, è stata respinta dagli organismi internazionali perché ritenuta non conforme ai regolamenti. Una decisione che riaccende le tensioni legate al conflitto e al principio di neutralità nello sport
Dopo le polemiche che avevano già accompagnato le Olimpiadi, anche l’appuntamento paralimpico di Milano Cortina si apre con un caso destinato a far discutere. La delegazione ucraina aveva presentato sui social l’uniforme pensata per la manifestazione: sul petto, la rappresentazione dell’intero territorio nazionale, comprese le aree al centro della guerra con la Russia, quindi anche Crimea e Donbass. La risposta del Comitato Internazionale Paralimpico è stata netta: quella grafica non è ammessa.
Il richiamo al regolamento
Secondo l’IPC, l’immagine del territorio rientra tra gli elementi vietati dal regolamento che disciplina l’abbigliamento degli atleti. Le norme proibiscono riferimenti che possano essere interpretati come messaggi politici o legati all’identità nazionale, inclusi slogan, testi di inni o simboli considerati divisivi. Una linea che punta a tutelare la neutralità della competizione, evitando che il campo di gara diventi spazio di rivendicazione.

La replica del comitato paralimpico ucraino
Durissima la reazione del presidente del Comitato paralimpico ucraino, Valeriy Sushkevych. Secondo il dirigente, la decisione impedirebbe all’Ucraina di presentarsi come Stato nella sua integrità territoriale, senza occupazioni. Parole che evocano apertamente il conflitto in corso e che trasformano una questione regolamentare in un nuovo capitolo dello scontro politico che attraversa lo sport internazionale dall’invasione russa del 2022.
Il precedente di Heraskevych



Non è la prima volta che un atleta ucraino si scontra con i divieti imposti dagli organismi olimpici. Ai Giochi invernali di Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, lo skeletonista Vladyslav Heraskevych aveva dovuto rinunciare a un casco che riportava i volti di sportivi e allenatori morti dall’inizio della guerra. In questo caso era intervenuto il Comitato Olimpico Internazionale, richiamando il divieto di espressioni politiche o di propaganda sul campo di gara.
Ansa/Getty

Cagliari Accuse di razzismo per la pasticceria “Chez les negres” «Cambieremo nome» Turisti francesi contro la storica pasticceria Il titolare: «I miei nonni emigrati dalla Tunisia»

 

 
Turisti francesi contro la storica pasticceria Il titolare: «I miei nonni emigrati dalla Tunisia» La fama consolidata non basta: in tempi di politicamente corretto anche l’insegna di una pasticceria storica, conosciuta da generazioni di cagliaritani, deve vedersela con la sensibilità post moderna.
Il caso
Così il nome “Chez le negres” finisce al centro di un caso sollevato da alcuni turisti francesi in visita nel capoluogo. Protestano anche ai piedi della torre Eiffel, dove un’associazione locale parla di razzismo. Colpa di quel “negres”: non va più bene, e il negozio di via Sonnino si è ritrovato nel tritacarne di Facebook. «Ci hanno etichettato come razzisti, siamo profondamente dispiaciuti. Non c’è alcun intento discriminatorio, anzi. Quando i miei nonni arrivarono dalla Tunisia erano loro “les negres“, nasce da qui il nome», spiega Salvatore Armetta, che insieme alla moglie Martina e alla zia Angela porta avanti la pasticceria diventata un’istituzione cittadina.
Intanto ha già tolto l’insegna perpendicolare a bordo strada, mentre respinge con fermezza ogni accusa. Ma medita persino un cambio nome per porre fine alla spiacevole vicenda.
Insegna contestata
L'eliminazione dell'insegna ovale con lo sfondo bianco e la scritta grande in verde “Chez les negres”, non è sicuramente passata inosservata. L’ha notato chi nella storica pasticceria che ha cresciuto generazioni di cagliaritani si serve da sempre. Se ne discute, anche nel giorno di chiusura, davanti all’insegna sul muro, dove la frase incriminata è stata ridimensionata e ora si legge appena. «Nessuno ci ha obbligato a sostituirla, è stata una nostra decisione dopo aver ricevuto diverse proteste da parte di turisti francesi. Probabilmente si sono sentiti offesi e hanno visto una connotazione razzista e discriminatoria che le assicuro non ci appartiene», ribadisce con tono gentile ma deciso Armetta. E per spiegare le sue ragioni torna indietro di oltre mezzo secolo.
«Fu mio nonno Mario Miceli, arrivato dalla Tunisia con nonna Aurelia e i figli Giovanni e Caterina, ad aprire la pasticceria nel 1964. Sempre lui scelse il nome». Ha funzionato per decenni senza problemi ma ora i tempi sono diversi. Anche Google si è messo di traverso. «È fortemente consigliato evitarne l’uso», avverte il motore di ricerca, spiegando che si tratta di un’espressione letterale spesso utilizzata in contesti storici o coloniali, ma considerata razzista e offensiva nella lingua francese contemporanea. Come d’altronde in quella italiana. «Capisco che al giorno d’oggi una scritta così possa sembrare offensiva – prosegue Armetta –, ma basta conoscere la storia di immigrazione della mia famiglia per comprendere che non c’è alcuna connotazione negativa tanto meno intenti discriminatori. Non appartenevano a mio nonno e sono sentimenti estranei a me, così come a tutta la mia famiglia».
Cambio del nome
La stessa insegna che anni addietro è riuscita persino a farsi spazio tra le prestigiose pagine del Gambero Rosso, e oggi finita al centro dell'attenzione per questioni sicuramente meno piacevoli della fama consolidata nel tempo. «Stiamo valutando attentamente la possibilità di cambiare il nome all’attività. Potrebbe diventare “Chez le noirs” e speriamo che almeno così si possano evitare eventuali nuove polemiche». Una piccola ombra in una storia di successo. Che sa di ricordi, di famiglia e di buono. Con nonno Mario che portò in città un tocco di internazionalità rivoluzionando l’offerta locale, mixando sapientemente la pasticceria francese con quella italiana, e unendo un tocco di Tunisia. L’auspicio dei titolari è che il polverone mediatico finisca in fretta, anche a costo di cambiare nome. «Ma nessuno ci dica che siamo razzisti per un’insegna perché non è vero. La nostra storia parla per noi».        

respiro di L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort

 


Non c’è fretta, davvero.
Non serve stringere i denti.
A volte la cosa più giusta
è fermarsi
e respirare.
Lasciare andare l’aria vecchia,
fare spazio dentro,
ricordarsi che si è vivi
anche così.
Un respiro alla volta.

Genova, asinello ripudiato dalla mamma: ora vive in salotto con una famiglia La mamma lo aveva respinto a Natale. Una giovane coppia ha deciso di accoglierlo nonostante, secondo i medici, avesse poche ore

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