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5.5.26

Obliquo Presente di Cristian Porcino Ferrara : cronaca di un’emozione a Cagliari

 IL 3 maggio 2026  al rainbowcity di Cagliari   s'è. tenuta la presentazione del libro Odierno presente  dell'amico e compagno di  strada Cristian Porcino.  Non sono potuto esservi per problemi di salute  e logistici ( era la sera tardi  ed  era  300\50 Km dal mio paese ) . Ma  dal suo  reportage  ivi riportato  e  dalla lettura mi sento. di consigliare agli amici insegnanti ed educatori di farlo leggere o leggerlo con i ragazzi\e in modo che tali tematiche  non   siano più tabù o censurate dal politicamente corretto e  siano  affrontate senza  timori pudici ed. imbarazzo nelle. scuole. nei centri. d'aggregazione magari anche religiose  \ parrocchiali 



CAGLIARI) 

Ieri sera il Rainbow City è stato molto più di una semplice tappa: è stato uno spazio di resistenza, ascolto e condivisione. Ho vissuto la prima presentazione di "Obliquo Presente" fuori dalla Sicilia, nonché l'unica data prevista — almeno per il momento — in terra sarda. Portare il mio percorso di consapevolezza e di lotta alla discriminazione a Cagliari, una città che amo e che sento ormai come una seconda casa, ha reso ogni parola più densa, ogni scambio più profondo.
​È stata una serata intensa, trascorsa in un’atmosfera così accogliente da farmi sentire come tra amici, in quel clima di fiducia dove il pensiero può finalmente circolare libero.





La discriminazione come barriera invisibile
Durante l'incontro, ci siamo soffermati su come la discriminazione non sia sempre un atto eclatante, ma un veleno che mina silenziosamente le nostre relazioni sociali, con ripercussioni pesanti, talvolta devastanti, anche sui posti di lavoro e nella quotidianità. Prendere consapevolezza del linguaggio che ci discrimina è il primo, fondamentale passo: le parole che usiamo (o che subiamo) sono strutture di potere. Decostruirle è l'unico modo per combattere un nemico comune che ci vorrebbe invisibili o, peggio, silenziosi



​Un dibattito politico e necessario
​Il cuore del dibattito è stato politico, nel senso più nobile e ampio del termine: quello che riguarda il vissuto dei corpi e l'identità delle persone. Abbiamo esplorato alcuni dei nodi centrali del mio libro:
- Scuola e rimozione: Abbiamo riflettuto su come l’istituzione scolastica operi spesso una cancellazione sistematica dei nostri sentimenti. I libri di testo, troppo spesso ancora ancorati a narrazioni eteronormative, machiste e sessiste, ignorano le nostre esistenze, privando le nuove generazioni degli strumenti necessari per comprendersi e rispettarsi.
​- Coming out e pregiudizio: Ci siamo interrogati sulle barriere, culturali e strutturali, che ancora oggi ostacolano il percorso di piena realizzazione di un individuo in ogni ambito della vita.







Un ringraziamento speciale va a Luisa ed Elena del Rainbow City Cagliari. Grazie per l'accoglienza calorosa e per il lavoro prezioso che svolgete quotidianamente sul territorio: la vostra realtà è un polmone di libertà necessario.Grazie a Cagliari per aver abbracciato questa mia tappa isolana con un calore e una partecipazione così autentica. La strada verso la consapevolezza è lunga, ma non si ferma.


















DIARIO DI BORDO. ANNO IV N143 Mariellis, dal razzismo per l’abito sardo alla laurea a Cagliari: «La mia rivincita» ., «Il nostro è un amore senza età» All’altare il sì di Gesuino Soru, 85 anni, e la 73enne Maria Assunta Manca


come  ho avuto modo. di dire  nel post precedente  per. gli attacchi. e. commenti razzistici.  che.  ha. subitgo una. bambina. senegalese. rea. di sfiliare. con il. costime tradizionale  di tempioo pausania. ecco  da l'unione  sarda. online del  4\5\2026 la storiadi.Mariellis F. Rosario che.  

dal razzismo per l’abito sardo alla laurea a Cagliari: «La mia rivincita»La giovane era stata bersaglio di attacchi a causa del colore della sua pelle, ora è dottoressa con una tesi sull’immigrazione

Marellis alla laurea e con l'abito tradizionale (Foto: Unica)


«Oggi non festeggio solo una laurea: festeggio la mia rivincita». Mariellis F. Rosario è nata a Madrid, è cresciuta tra Domingo e la Spagna ed è arrivata definitivamente in Sardegna nel 2018. Oggi è diventata dottoressa in Lingue e Comunicazione alla Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari. Un traguardo che ha tanti significati, per lei
Il suo percorso di integrazione non è stato privo di ostacoli: spinta dal desiderio di sentirsi parte di una comunità che l’ha accolta subito con calore, fanno sapere dall’Ateneo, «ha scelto di sfilare con l'abito tradizionale oristanese sfidando feroci critiche ed episodi di razzismo». Sui social erano piovute le critiche.
Ma lei, nonostante le difficoltà linguistiche, le lacune dovute agli studi superiori svolti all'estero e la fatica nello svolgere gli esami stando al passo con i tempi, non si è arresa. «Ha scelto le lingue e la comunicazione per trasformare la sua passione per il viaggio e la scoperta in un futuro professionale». Per la sua tesi di laurea, ha scelto di trattare un tema vissuto in prima persona: l'immigrazione in Italia, con un focus specifico sul territorio oristanese. Attraverso le interviste ad amici migranti, ha raccontato storie di resilienza e la forza necessaria per costruire un domani in una nuova terra. «Questo traguardo dimostra che nessun percorso definisce il valore di una persona. Credete in voi stessi e non mollate mai, nonostante tutto», dice Mariellis. 


...... 

sempre  dall'unione  ma. del 5\5\2026

«Il nostro è un amore senza età» All’altare il sì di Gesuino Soru, 85 anni, e la 73enne Maria Assunta Manca 



All’altare il sì di Gesuino Soru, 85 anni, e la 73enne Maria Assunta Manca 

L’amore oltre l’età, un sentimento fortissimo che spazza via stereotipi regalando una storia semplice e bella. A Terralba pochi giorni fa hanno detto sì all’altare Gesuino Soru, 85 anni, e Maria Assunta Manca, classe 1953. La promessa in Cattedrale, circondati da parenti e amici, poi una grande festa.
La storia
Gesuino e Maria Assunta, entrambi vedovi da tempo, stanno insieme da 13 anni ma si conoscono da sempre. Lui per una vita ha fatto l'autista per conto di diverse aziende dell’Isola, lei ha lavorato come commessa in vari supermercati. «Mi ricordo ancora quando, tanti anni fa, incontravo Gesuino alla Fata, dove allora lavorava - racconta Maria Assunta - Mi recavo spesso da lui per acquistare il biglietto del pullman per mio figlio Marco, all’epoca studente». Il corteggiamento vero inizia quando i due si incontrano per caso in una scuola di ballo ad Arborea: «Ho sentito le farfalle nello stomaco da subito, durante il primo ballo» racconta Maria Assunta. Poi le prime passeggiate in auto «per non farci vedere - racconta- mi vergognavo come una bambina, anche se non stavo facendo nulla di male. Mi ha corteggiato per un anno con eleganza, garbo ed educazione. Un uomo d’altri tempi e, alla fine, si è trasferito a casa mia. Adesso siamo qui, con la fede al dito perché si può dire sì anche alla nostra età». Gesuino, che è anche il sacrestano nella chiesa di San Pietro Apostolo, è di poche parole quando racconta questo grande amore. «L'avrei sposata subito – dice con un pizzico di emozione- appena è finito il primo ballo ho capito che era lei la donna che mi avrebbe accompagnato per il resto della mia vita. Era bellissima, lo è ancora oggi». Per stare bene hanno un segreto: «Quando litighiamo facciamo subito pace, le discussioni fanno male. Bisogna stare sereni, soprattutto alla nostra età».
Il matrimonio
Prima di convolare a nozze, però, c'è stata una richiesta: è stato Marco, figlio di Maria Assunta, a convincere la madre che forse era arrivato il momento di sposarsi con Gesuino. «Alcuni mesi fa mio figlio mi ha comunicato che si sarebbe sposato in Comune il 2 maggio con la sua compagna Alessandra - racconta Maria Assunta Manca - dicendo che avrebbe avuto piacere di festeggiare tutti insieme dopo le nozze mie e di Gesuino. È stato un colpo al cuore, non ho potuto dire di no». All'altare, Maria Assunta è stata accompagnata dal figlio Marco, che si è sposato due ore dopo in Municipio. Gesuino, invece, era accompagnato dalle figlie Loredana e Michela.



4.5.26

L’IMPORTANZA DELL’EDUCAZIONE AFFETTIVA NELLE SCUOLE E NEI CENTRI. D'AGGREGAZIONE

Il cambiamento non è possibile senza l’impegno di tutti, ognuno di noi può contribuire alla costruzione di una società più giusta e sicura.
                                    Gino Cecchetin


Tale emergenza  socio educativo  viene confermata  da , eccetto le. pèrentesi. che sono mie pensieri in,  da quest  articolo.  sull'ultimo n.  del settimanale gialllo di   Marilisa D’Amico  Ordinaria di diritto costituzionaleall’Università Statale di Milano  il  cui Impegno  è costante per i diritti: la legalità e le pari opportunità, tra ricerca, formazione e giustizia.

Per i più  giovani Il femminicidio [ o il brutale omicidio ] di una ragazza giovane come [uno dei casi più brutti  da quello  di Giulia Cecchettin  o. Giulia Tramontano  che mi vengono in mente  ] Martina Carbonaro mette [ o almeno dovrebbe ] in luce quanto la violenza possa manifestarsi già inetà adolescenziale. Non si tratta purtroppo  [  vedere pagine   della nuova. sardegna  del 4\5\2026 riportate sopra  ] di un caso isolato, e questo rappresentaun segnale di forte preoccupazione. A quell’età i legami sono ancora in formazione e sono spesso caratterizzati da fragilità, inesperienza e difficoltà nel riconoscere
comportamenti problematici.
Per questo possono svilupparsi più facilmente dinami-che tossiche, come il controllo, la gelosia ossessiva, la dipendenza affettiva o la difficoltà ad accettare la fine di un rapporto. Non basta intervenire dopo, ma è fondamentale lavorare prima, aiutando i più giovani a riconoscere il rispetto, ilconsenso e i confini nelle
relazioni. La scuola ha un ruolo centrale [ma da sola. non basta ]: percorsi di educazione affettiva e relazionale dovrebberoessere introdotti e consolidati fin dai primi anni di istruzione obbligatoria, per fornire strumenti concreti e costruire maggiore consapevolezza. Difronte a una diffusione che
riguarda anche i giovanissimi,gli interventi devono diventare sempre più precoci,strutturati e incisivi”. 

chi lo dice che il perdono sia solo religioso.Nel 2021 l'Etiopia ex colonia Italiana ha salvato Venezia dall'UNESCO. L'Italia no.

La   notizia  sarà vecchia ( o stagionata   termine  da me  usato  nei commenti  in  alcune pagine social 
acchiappalike   dove spacciano   con titoli enfatici per nuove notizie e fatti vecchi  ) , ma. dimostracome una nazione maltrattata da altra abbia messo da parte odio e rancore e forse perdonato,mettendo da parte  l'odio e il rancore le brutture subite   andandp avanti  guardanfo al futuro  senza scordare il passato, salvandolci  da una  pessima figuraccia internazionale. 
 
Nel luglio 2021 a Fuzhou, Venezia era a un voto dall'entrare nella lista UNESCO dei siti in pericolo Sul tavolo c'era un paragrafo preciso, già scritto, che avrebbe inserito Venezia nella Lista del Patrimonio in Pericolo — la stessa lista dove finiscono i siti distrutti dalle guerre, dalle alluvioni, dai regimi che non rispettano niente.
Quella lista conta oggi 53 siti nel mondo. Venezia stava per diventare il 54°.
Il Comitato stava esaminando 255 siti in quella sessione. Su Venezia la pressione era massima: le grandi navi in laguna, l'acqua alta, il turismo fuori controllo. Ma il motivo ufficiale che rischiava di condannare la città era diverso da quello che ti aspetti.
Non le grandi navi. Non il MOSE. Non l'acqua alta.
L'UNESCO contestava all'Italia la «mancanza di una visione strategica comune» e la «scarsa coordinazione tra le istituzioni». Traduzione: lo Stato italiano non era riuscito a mettersi d'accordo su come proteggere il suo monumento più famoso al mondo.
Il paragrafo di condanna era già nel documento ufficiale. Serviva un voto per bloccarlo. Quell'intervento è arrivato dall'Etiopia, che ha proposto un emendamento per cancellare il paragrafo.
L'emendamento è passato. Venezia è rimasta fuori dalla lista.
Il motivo ufficiale era la mancanza di coordinazione tra le istituzioni italiane, non solo le navi o l'acqua alta A bloccare la condanna non è stata l'Italia, ma un emendamento proposto dall'Etiopia
L'intervento dell'Etiopia
 L'emendamento proposto dall'Etiopia  ha ribaltato la proposta iniziale di inserimento, sostenendo la necessità di dare tempo alle misure correttive del governo italiano.
Stato attuale
Ecco.  che. Venezia è rimasta fuori dalla "danger list", ma è stata sottoposta a monitoraggio speciale e a valutazioni periodiche da parte dell'UNESCO.
Conseguenze 
L'azione ha permesso di evitare un "cartellino rosso" internazionale che avrebbe sancito l'incapacità dell'Italia di proteggere il suo patrimonio.
In conclusione l'Italia quindi  non ha salvato Venezia. L'ha salvata un paese africano, sua   ex  colonia  maltrattata  da noi italiani    durante la sua  conquista, durante  dominio,  dopo  con scarico di rifiuti tossici ed armi  alle fazioni in lotta e  torture  , in una sessione plenaria internazionale, con un emendamento tecnico. Perché senza quel voto il documento era già pronto e Venezia. non sarebbe più patrimonio Unesco . 



3.5.26

noi sardi. stiamo diventando razzisti e da diffidenti (. normale e. comprensibili visto. le. dominazioni straniere. subite ) siamo passati ad essere più. chiusi fino a. diventare razzisti. ? il caso di Ester. ragazza sarda. e tempiese. d'origine senegalese attaccata. solo perché porta. il nostro. costume. tradizionale.

in realtà il post d’oggi sarebbe dovuto essere incluso nella rubrica diario di bordo ma l', indignazione e la rabbia verso certa gentaglia / putribondi figuri che hanno in identità chiusa non conoscono la loro storia e cultura ( vedere video sotto ) ma soprattutto hanno rinunciato ad avere un'opinione in cambio di un padrone
che sceglie al loro posto e che non possono sbagliare perchè ormai nessuno ( o quasi )
li riesce a giudicare e vedono ( o almeno credono ) d tutto
e il suo occhio ed orecchio non distingue,
in quanto il ricordo si confonde, facendoli urlare ed accettare teorie, e morali, con la propaganda vince
con frasi sempre uguali cioè non riescono ad andare oltre al paura è la guerra e vedono nemici ovunque siano messi indiscussione la loro idea bacata d'identità .* 
Insomma mi hanno fatto scaldare e scrivere di getto questo post e condividere come altri la mia indignazione dando sfogo alla mia prolissità e logorea

Dopo questo spiegone
 veniamo al posto vero e proprio 
Leggo. su fb  questi due post 

Ieri a Sant’Efisio Astou, una bambina di circa 12 anni di chiare origini africane, ha sfilato con il
costume tradizionale di Tempio Pausania. Dodici anni. Una bambina che ha scelto di partecipare a una delle processioni più antiche e sentite della Sardegna, indossando con rispetto e orgoglio un costume che evidentemente sente suo. E in tanti ve la siete presa con lei sui social.
Non trovate le parole per definirvi?
Io sì: siete razzisti. Punto. Non “persone con opinioni diverse”, non “difensori della tradizione”. Razzisti che attaccano una bambina. Questo siete.
Nascondervi dietro la tradizione è l’ultima delle vostre vigliaccherie, perché quella tradizione non vi ha mai autorizzato all’odio.
Ve la siete inventata voi, questa tradizione, per dare una patina di rispettabilità a qualcosa che rispettabile non è e non sarà mai.
Quella bambina vale mille volte ognuno di voi. E la Sardegna che io conosco e amo la abbraccia, non la respinge.
Spero che abbiate almeno la decenza di vergognarvi.



Leggo. indignato  su

Cagliari Capitale
1 maggio alle ore 20:51 · 
Chi ama la nostra terra é sempre ben accetto , chi ama la nostra terra è c'è anche nato , ha tutto il diritto di sentirsi sardo/a , perciò chi ha pensato o pensa che perché non ha origini sarde ed é anche di colore , non dovrebbe sfilare , pensa male , perché se ami il posto dove nasci e ne vai fiero e in più partecipi anche a manifestazioni per elogiare ancora di più l amore per la propria terra , devi assolutamente sentirti sardo ed esserne orgoglioso/a .... perciò sono bellissime tutte e due , brave e complimenti !

sull'ennesima polemica , ma. in realtà non lo è   visto   che  SIC  non è la prima volta  che  succede  che. un. ragazzo \a d'origini africane residenti in Sardegna e  che  vestono nelle. manifestazioni religiose. con. gli abiti  tradizionali  vengono insultati e dileggiati o  che  si  dica   che. essi.  non rappresentino le. tradizioni. 

In  sintesi


Alla Festa di  Sant  Efisio , insieme  alla. cavalcata , redentore. , ecc  la tradizione si rinnova anche attraverso i volti più giovani. Tra questi, Ester, dell’Accademia Tradizioni Popolari Città di Tempio pausania , e Astou, che con lei condivide il cammino nella processione indossando l’abito tradizionale di Tempio Pausania.

“Per noi partecipare è un modo per tramandare cultura e tradizioni – racconta Ester –. È un momento importante, che sentiamo profondamente”. Accanto a lei, Astou sottolinea il valore personale e identitario di questa esperienza: “Sono di Tempio, con origini senegalesi, e sfilare oggi a Sant’Efisio è un’occasione per portare avanti le nostre tradizioni”.

Un incontro che va oltre il gesto folkloristico e diventa simbolo di integrazione e appartenenza. Le due giovani, vestite con l’abito tradizionale tempiese, rappresentano Tranne. Che. Per. I  bigottismi. Folcloristici e. I sostenitori. Del purismo etnico. Tipo. Umbra Nighedda : << Non è sarda e non ha radici sarde >>

Esse  sono  simbolo. di una Sardegna che si apre, come riportato. dal  video  sopra   e dalla sua  racconta e si tramanda attraverso le. tradizioni  alle nuove generazioni,

una delle manifestazioni più sentite dell’isola, la tradizione diventa così un linguaggio comune, capace di unire storie, culture e identità diverse sotto lo stesso passo di festa e devozione.

  Infatti concordo con questi due commenti non ricordo in quale. pagina o account   che riporta tale fatto :

 

Elisabetta Meleddu

Ha detto che è sarda e ha origini senegalesi e non che è senegalese, dunque si sente sarda.

E se fosse nata in Senegal e si sentiva Sarda non vedo perché non avrebbe potuto sfilare.

Chi ama la nostra terra e la rispetta deve essere per noi motivo di orgoglio!!!!

Gigi Riva ci insegna, si sentiva più sardo di molti sardi,e noi lo consideriamo più sardo di molti sardi.


Michele Ruiu

Curioso come alcuni riescano a invocare la “tradizione” solo quando serve a escludere, mai quando si tratta di comprenderne il senso più profondo.


Cosi come. con  quello di  Antonella Sotgiu Saretta : << Pianeta Terra si chiama!

E’ bellissima e ci dona una grande ricchezza la varietà dei tratti somatici, delle etnie, dei colori, delle culture… presenti nel mondo. Il costume di Tempio Pausania è sempre stato uno dei miei preferiti, lo trovo molto affascinante, le donne tempiesi molto belle e questa ragazza la trovo stupenda! ❤️ >>

Quindi a chi grida allo scandalo, a chi invoca la purezza della tradizione, vorrei consigliare di leggere i libri di storia: Sant’Efisio  Efis o Efisiu in sardoElia250 – Nora15 gennaio 303) è stato un martire cristiano sotto l'imperatore Diocleziano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Il suo culto è molto diffuso nel sud della Sardegna, l'isola dove subì il martirio. [....  dalla voce Sant Efisio di https://it.wikipedia.org/wiki/Sant%27Efisio  ]. 

Ci si lamenta sempre che non si vogliano integrare è poi quando lo fanno vengono criticati !! in Italia c'è gente che deve fare ordine nel proprio cervello è purtroppo c'è ne tanta di gente così sappiamo anche di che parte sono e possono. …. Questa ragazza che ha sfilato egregiamente no, invece chi aveva scarpe da tennis e cambali \ gambali  , unghie laccate di rosso, un kg di trucco, piercing e tatuaggi evidenti, gioielli made in Cina, portamento da scaricatore di porto... tutto ok, vero?

Concludo  con le parole  che mi diceva. Un vecchio  del mio quartiere  : << Chi ama la nostra terra é sempre ben accetto , chi ama la nostra terra è c'è anche nato , ha tutto il diritto di sentirsi sardo/a , perciò chi ha pensato o pensa che perché non ha origini sarde ed é anche di colore , non dovrebbe sfilare , pensa male , perché se ami il posto dove nasci e ne vai fiero e in più partecipi anche a manifestazioni per elogiare ancora di più l amore per la propria terra , devi assolutamente sentirti sardo ed esserne orgoglioso/a .... >> qualche  anno fa.  Quando al redentore ( Un altra festa  tradizionale. Sarda ) dove anni fa . Si verificano  casi del  genere  dove  un  altra ragazza. Africana  residente. In Sardegna. Aveva sflilato. Con l’abito tradizionale .sono bellissime tutte e due , brave e complimenti   continuate  cosi. !



2.5.26

Addio Alex Zanardi, l'inno alla vita di chi ha perso tutto e ne ha fatto una forza rendendoci orgogliosi di essere italiani

Sono talmente scosso  e triste in quanto , sarà pure una frase fatta \ retorica ed abusata ma. spessissimo  contiene un fondo di verità ,  sono sempre i migliori quelli che  se ne vanno . Infatti  è. grave. alla. sua.  leggenda   e alla sua storia se  vado avanti  e non mi deprimo per i miei problemi  di salute  e se mi sono appassionato alle paraolimpiadi . Ecco perché   certe volte  mi arrendo a creare qualcosa  di mio \ d'originale e preferisco delegare  gli altri  a farlo per me cioè a farlo con articoli o post d'altri . 
 


da eurosport

DI
MAXIME DUPUIS
A 02/05/2026

La notizia della morte di Alex Zanardi ci rattrista ma i suoi valori e il suo esempio non sono destinati a spegnersi perché questo straordinario uomo con la sua tenacia, la sua tempra e il suo carattere indomito ha saputo guadagnarsi la nostra stima incondizionata e il nostro affetto. Per questo è doveroso raccontare tutto quello che Zanardi ha rappresentato: una lezione di vita.


Alex Alex Zanardi alza il pugno al cielo dopo una delle sue vittorie alla Paralimpiade di Rio 2016Credit Foto Getty Images


Alex Zanardi non c’è più ma come accade per i grandi cantanti, pittori, scrittori o artisti: i suoi valori e il suo esempio continuerà ad ardere e a riecheggiare ogni volta che vedremo un uomo o una donna che a bordo di una handbike si mette alla prova o semplicemente uno di noi si farà beffe della sfortuna o della sventura che gli è occorsa e sceglierà di non darsi per vinto ma di reagire e cogliere tutto questo come un’opportunità per mostrare il proprio valore e la parte migliore di sé. Per celebrare questo straordinario italiano che con le sue gesta ci ha reso tutti più orgogliosi di essere figli dello Stivale e travalicare lo sport ergendosi ad esempio di vita, vi riproponiamo questo ritratto dei colleghi che i colleghi della redazione di Eurosport Francia, scrissero nella primavera del 2018. Il racconto di una persona eccezionale.Lo sport piange Alex Zanardi: l'atleta che non si arrendeva mai
Questa storia inizia un 15 settembre. Una data nella quale il mondo non ha molto da condividere con l'automobilismo. Quel 15 settembre, il mondo ha gli occhi rivolti verso un'America scioccata e annebbiata dal fumo macabro che ancora emerge dalle macerie del World Trade Center, crollato 4 giorni prima sotto i colpi dell'attacco terroristico più grave della storia. Colpita al cuore dei suoi poteri economici, politici e militari, l'America sente il terreno franare sotto i suoi piedi. Ma la vita continua. O almeno, così sembra.


Quello che sta per succedere 6.500 chilometri più a est è un asterisco nella storia del mondo e di questo settembre che ha simbolicamente dato il via a un ventunesimo secolo nato nel peggiore dei modi. Ma nella storia di una vita, quella di Alex Zanardi, è un capitolo intero. Quello di un'esistenza che sta per chiudersi e di un'altra che si apre.
Il signor nessuno
Quel 15 settembre 2001 Zanardi si trova in Germania per partecipare al 15esimo Gran Premio della stagione del campionato di Formula Cart, sulla pista del Lausitzring. La gara, ribattezzata The American Memorial 500, viene confermata per rendere omaggio alle vittime degli attentati dell'11 settembre. Vengono coperti gli sponsor e le monoposto sono tappezzate con bandiere a stelle e strisce. Alex Zanardi non è particolarmente entusiasta all'idea di gareggiare. E non è l'unico. Ma, come si dice in questi casi, The Show Must Go On. La prima tappa europea nella storia della Cart va in scena in un'atmosfera pesante. Con un epilogo drammatico per Zanardi.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Queste prime tre gare lasciano un retrogusto amaro. Rimasto senza volante nel 1992, Zanardi sostituisce per tre gare a stagione in corso Christian Fittipaldi, vittima di un grave incidente sul circuito di Magny-Cours. Tre piccole apparizioni. Nel 1993 diventa pilota (titolare) della Lotus dove rimane due anni. O quasi. Durante il Gran Premio del Belgio, uno schianto contro le barriere del Raidillon lo priva di un finale di stagione che fino a quel momento l'aveva visto buon protagonista, e che gli aveva regalato un 6° posto a Interlagos e un punto nella classifica piloti. Rimarrà quello l'unico punto in carriera di Zanardi in Formula 1.
Zanardi, che all'epoca ha 26 anni, riprende possesso della sua Lotus al quinto Gran Premio del Mondiale 1994, il più nero nella storia moderna della Formula 1. Pedro Lamy si rompe entrambe le gambe nel corso di una sessione di test a Silverstone. Ma la mitica scuderia ormai è a fine corsa e presto metterà la chiave sotto la porta. Zero risorse, zero punti. Addio Formula 1.



Alex Zanardi ai tempi della sua militanza con la Jordan F1 ad inizio anni '90Credit Foto Getty Images

The Pass, storia di una follia
Alex Zanardi prende a quel punto la migliore decisione della sua carriera. L'Europa non lo vuole? E lui va a vedere cosa succede negli Stati Uniti. Lì un pilota di Formula 1 non dovrebbe avere troppi problemi a trovare un volante, pensa. Ebbene, è esattamente il contrario. L'America lo guarda dall'alto in basso. Dopotutto il suo curriculum non è più spesso della carta di una sigaretta. Non è che vicecampione di Formula 3000 e nella categoria regina dell'automobilismo non ha fatto vedere nulla. Trascorre un anno a vivacchiare tra GT e Porsche Supercup.
Poi viene a sapere che la Ganassi Racing, scuderia faro del campionato Cart, sta cercando un secondo pilota da affiancare a Jimmy Vasser. Zanardi si presenta, supera il test prova e viene ingaggiato. Nessuno è convinto della scelta effettuata da Chip Ganassi, specialmente Mo Nunn, futuro ingegnere capo di Alex. Nunn non vede di buon occhio i piloti italiani, troppo irruenti a suo parere. Eppure lui e Zanardi diventeranno ben presto inseparabili.
Dopo un breve e comprensibile periodo di ambientamento, Zanardi si sente perfettamente a proprio agio. Qui prevale lo spettacolo e le differenze tra le macchine non sono così colossali come in Formula 1. Piste e circuiti cittadini diventano il suo pane quotidiano. Fin dalla sua prima stagione Alex mostra gli artigli: alla sua seconda gara centra la pole position a Rio de Janeiro e termina la stagione al 3° posto della classifica piloti (con gli stessi punti del 2°, Michael Andretti) con un bilancio di 3 vittorie, il titolo di rookie dell'anno e una manovra entrata nella leggenda.
Ultimo giro dell'ultima corsa della stagione. Laguna Seca. Zanardi è alla ruota di Bryan Herta. L'americano ancora non lo sa, ma sta per diventare vittima del sorpasso più folle nella storia della categoria. Nel cavatappi, la famosa curva sinistra-destra del mitico tracciato californiano, Alex Zanardi tenta una manovra pazza. Herta, come ogni pilota dovrebbe fare (e fa) affronta la curva dall'esterno e frena per prendere la corda: non ha ancora dato il minimo colpo al volante che vede un Ufo passarlo dolcemente all'interno.
Zanardi ci è andato alla cieca, a capofitto. In maniera po' audace il bolognese e il suo bolide scarlatto attraversano la pista come una palla fino a sfiorare il muretto. Con entrambe le ruote nella sabbia, Alex riesce a raddrizzare la sua monoposto all'ultimo momento e a conservare il vantaggio conquistato in modo così sfacciato. Ha vinto, e gli americani hanno adorato questo sorpasso. E come ogni volta che si affezionano a qualcosa, gli danno un nome. Questo, per tutti, sarà The Pass (Il Sorpasso). Per sempre, ma mai più. Perché da quel momento la manovra in quel punto della pista sarà vietata.

"Avevo elaborato un piano diabolico, ma devo ammettere che l'esecuzione era un po' diversa nella mia testa. La differenza tra un eroe e un idiota è minima. Questo ha cambiato la mia carriera", dirà Zanardi che dopo quel sorpasso diventa un altro uomo. Diventa una star. Perché ha già iniziato a vincere. I due titoli Cart 1997 e 1998 saranno suoi. Ma anche perché brilla anche fuori dalla sua monoposto.
Gli spaghetti alla bolognese da David Letterman
In conferenza stampa o in tv, Alex diverte e si diverte. È ironico e sa sempre trovare le parole giuste. "Le conferenze stampa di Zanardi erano travolgenti - spiegherà Robin Miller a Sports Illustrated qualche mese dopo l'incidente -. Avrebbe potuto parlare per ore, si capiva che amava essere in quel posto e in nessun altro. La sua felicità era contagiosa. Nel 1998 era diventato l'anima della Cart". Dotato di una presenza e di uno spirito unici, Zanardi si presenta una sera anche al Late Show di David Letterman dove cucina gli spaghetti alla bolognese. Ormai è una vera e propria stella.
Tutti sognano un giorno di essere profeti in patria. Anche quando si è riusciti a conquistare il Nuovo Mondo. Zanardi non fa eccezione alla regola. Quando Frank Williams lo tira per la manica per riportarlo in Europa e in Formula 1, il richiamo è troppo forte. Soprattutto nella fase dei primi contatti, nel 1997, la scuderia britannica è ancora al top. Grazie a Jacques Villeneuve, anch'egli proveniente dalla Cart, e a Heinz-Harald Frentzen, vince i suoi ultimi titoli mondiali, sia piloti che costruttori.
Zanardi firma un contratto di tre anni da 15 milioni di dollari e precipita. Problema: tra l'inizio delle trattative e l'approdo di Alex alla Williams, la scuderia britannica ha perso la sua supremazia. La McLaren si è improvvisamente rialzata e in casa Ferrari sta per avere inizio l'era Schumacher. Zanardi convive con un altro Schumacher, Ralf, che descrive come "tanto veloce quanto sgradevole".


Alex Zanardi insieme a Ralf Schumacher durante la presentazione della Williams F1 nel 1999
Credit Foto Getty Images

Alla fine della stagione, il "fratello di Michael" totalizza 35 punti. Zanardi zero. Il vuoto abissale. La Williams e Zanardi si lasciano dopo un solo anno che, a parte un settimo posto a Monza, per il pilota bolognese si rivela un incubo. La Formula 1 non è fatta per lui, così come lui non è fatto per la Formula 1.
2001. Ritorno al punto di partenza. 
Zanardi torna negli Stati Uniti, anche se non più da Chip Ganassi. Si sente comunque un po' a casa perché gareggia per Mo Nunn, con cui ha lavorato dal 1996 al 1998, e che è all'origine dell'ananas che adorna il suo casco fin dall'inizio della sua carriera americana. Perché un ananas? Per le questioni spinose che Alex aveva posto a Mo all'inizio della loro proficua collaborazione. La Mo Nunn Racng non ha la potenza di Chip Ganassi, ma vuoi mettere il piacere di tornare?
Uno scontro a 320 km/h
15 settembre 2001. Sono quasi le 15.30 quando Zanardi imbocca la corsia dei box. Per la prima volta da quando è tornato nella Cart, è al comando di una corsa pur essendo partito dal 22esimo posto. Mancano 13 giri alla fine e poi la sua 16esima vittoria in carriera sarà realtà. Dopo circa 5 secondi di stop, riparte. Come centinaia di altre volte. Solo che stavolta la sua accelerazione non piace molto alle gomme nuove. La sua monoposto parte in testa coda e, dopo essere finita nell'erba, si ritrova in mezzo alla pista.
Zanardi e la sua macchina sono un birillo su una pista da bowling. Solo che questo birillo è da solo di fronte a una ventina di palle scagliate a tutta velocità. Patrick Carpentier evita miracolosamente l'impatto: "Ho visto che (Zanardi, ndr) perdeva il controllo della vettura, ho pensato di passare sotto di lui ma andava troppo veloce. Di colpo ho sterzato sulla destra e l'ho sfiorato. Mi è passato a un dito di distanza...".
Il suo connazionale Alex Tagliani avrà meno successo. L'impatto è di una violenza eccezionale, nel senso letterale del termine. "Sono passato attraverso la sua macchina - racconterà Tagliani -. L'ho colpito nella parte più fragile del posto di guida. Pochi centimetri più in là ci sono i radiatori e la scocca è più spessa. Se avessi sterzato a destra invece che a sinistra saremmo morti entrambi".
Non è morto nessuno. Tagliani ne esce tutto sommato bene fisicamente. Ma la vita si è fermata. Quattro giorni dopo l'11 settembre, l'America si risveglia in quel sabato mattina con altre immagini terribili che provengono dalla Germaia. La monoposto di Zanardi è stata polverizzata dalla Forsythe di Tagliani, lanciato a più di 320 chilometri orari. Tranciata in due. Così come Zanardi. "La potenza dell'impatto fu talmente violenta che non gli tagliò le gambe - spiegherà un anno più tardi Steve Olvey, responsabile medico della Cart -. Gliele fece esplodere. Quello che accadde a Zanardi è praticamente identico a quello che succede ai soldati che mettono un piede su una mina".
In un silenzio quasi religioso, intorno alla macchina immobile e distrutta di Zanardi i soccorritori cercano di salvare quello che può essere salvato. Zanardi si svuota letteralmente del suo sangue. Terry Trammel, chirurgo ortopedico della Cart, è il primo ad accorrere sul posto. Racconterà a Sports Illustrated di essere scivolato e di pensare che fosse colpa dell'olio sulla pista. Era sangue. Zanardi sta per morire. Le sue gambe non ci sono più, letteralmente. Bisogna solo cercare di salvarlo fermando l'emorragia dagli arti recisi. Ci si riesce in qualche modo, con una particolare cintura.
Si prende subito la decisione di trasportare il pilota all'ospedale di Berlino, distante 37 minuti di elicottero. Tra il momento dell'incidente e l'arrivo al centro medico della capitale tedesca, Alex Zanardi ha 7 arresti cardiaci, perde tre quarti del suo sangue e riceve l'estrema unzione.
Sono trascorsi 56 minuti dall'incidente e il pilota è in sala operatoria. Tre ore di intervento ed entrambe le gambe amputate: la destra a partire dal ginocchio, la sinistra dalla coscia. È vivo. E non ricorda nulla, naturalmente. Parlando dell'incidente, Alex è consapevole di una cosa: "Non avrei dovuto sopravvivere. Sono rimasto quasi 50 minuti con meno di un litro di sangue. La scienza dice che è impossibile".



Zanardi l'ha fatto. La voglia di vivere è stata più forte. Si è decuplicata.
Due vite al prezzo di una
Sua moglie, che non è stata subito informata della gravità di quanto accaduto, si renderà presto conto che il corpo di Alex è segnato in maniera terribile dall'incidente. Una settimana di coma e al suo risveglio, sotto un dolore immenso, la grande lezione di vita: "Non vedo quello che mi manca, ma tutto quello che mi resta", le prime parole di Zanardi. E anche la voglia di scherzare è tornata: "Quando mi sono svegliato Daniela avrebbe dovuto dirmi 'ho una buona e una cattiva notizia'".
Quando mi sono risvegliato non mi sono detto 'come farò a vivere senza le gambe?'. Ma mi sono chiesto 'come riuscirò a fare tutto quello che devo fare senza le gambe?'. Non voglio darmi alcun merito per questo, ma ero più curioso che depresso. E questo mi ha aperto a una nuova vita.
Quando ne parlerà con i suoi figli, Zanardi potrà dire loro di avere vissuto due vite al prezzo di una. Desiderata la prima, sofferta la seconda. Perché non si è mai piegato sotto il peso del dramma. Fin da subito non ha avuto che un unico sogno: tornare a vivere normalmente. Quello che faceva prima, in pratica.
"Non considero il mio incidente e quello che mi è accaduto come una tragedia perché, in fondo, le conseguenze sono semplicemente due gambe di metallo", spiegava Zanardi nel 2003 al momento di riprendere il volante. "Tutto il resto è ok. Se 2 o 3 anni prima avessi visto qualcuno nella mia situazione avrei provato per lui una grande pena e una profonda ammirazione, e mi sarei detto 'al suo posto mi suiciderei'. Ma ora che ho vissuto questa esperienza, è molto lontana da me l'idea di togliermi la vita. Al contrario, sono molto felice di essere qui".
Con due protesi in titanio appositamente progettate per lui e una lunga riabilitazione a Budrio, nella sua Emilia Romagna, Zanardi ricomincia a camminare. A vivere, molto semplicemente. Senza pensare a quello che succederà. Riuscire a stare in piedi è una prima vittoria. E prova una soddisfazione che nemmeno poteva immaginare. Quale? Eccola: "Con le mie gambe artificiali sono più alto di prima".
E le gare automobilistiche in tutto questo? I primi mesi non sono che un miraggio. "Quando ho ritrovato un po' di energie, me lo sono chiesto spesso ma non riuscivo a darmi una risposta. Anche perché era una questione irrilevante: non potevo nemmeno andare in bagno da solo. E la mia priorità era recuperare la mia indipendenza. Sapevo che tutto il resto sarebbe stato possibile, ma dovevo aspettare".


Alex Zanardi Credit Foto Getty Images

Il richiamo di Londra
Un giorno Max Papis lo chiama al cellulare. Lui è in macchina, che controlla manualmente. "Cosa stai facendo", gli chiede Papis. "240 chilometri in un'ora", gli risponde Zanardi. È quasi pronto. La molla è scattata nel maggio 2003. Invitato dalla Cart a completare la corsa che non ha potuto né finire, né vincere il giorno dell'incidente, Zanardi si mette alla guida di una monoposto e percorre simbolicamente quei 13 giri che mancavano. "Volevo essere autorizzato a spingere e gli organizzatori mi diedero l'ok - ricorda Alex -. E fui io il primo a sorprendermi di quelle sensazioni e di quegli automatismi ritrovati così rapidamente". Il suo giro più veloce gli avrebbe consentito di occupare la quinta posizione sulla griglia di partenza in una gara vera.
Zanardi ricomincia a correre. E lo fa bene, anche con le sue gambe artificiali. Vince 4 gare di WTCC (il Campionato del mondo turismo) ma, soprattutto, si lancia in una sfida nuova e un po' folle: l'handbike. Nel 2007 partecipa alla maratona di New York, conquistando una quarta posizione molto incoraggiante soprattutto se si considera che si allena da meno di un mese. E un'idea inizia a girargli in testa: partecipare alle Paralimpiadi di Londra. Lo annuncia nel 2009. Zanardi all'epoca ha 42 anni e si è appena piazzato 15esimo nella crono Mondiale.
Ancora una volta il tempo gioca contro di lui. A Londra Alex avrà 45 anni e avrà a che fare con giovani nel pieno della loro forza. Ma i mesi passano e il suo sogno prende forma. Vince la maratona di Venezia nel 2009, quella di Roma nel 2010 e quella di New York nel 2011. Vince anche la sua prima medaglia a un Mondiale ed è pronto a conquistare Londra l'estate successiva. Cosa che farà.
Brands Hatch, un simbolo
Il caso a volte fa le cose per bene. Il giorno in cui Zanardi si arrampica in cima all'Olimpo lo fa a Brands Hatch, il mitico circuito automobilistico che ospita la gara a cronometro delle Paralimpiadi. Alex non aveva mai vinto su questa pista al volante di una macchina, l'ha fatto con una bicicletta tra le mani. "Qui ero già arrivato secondo e terzo, ho dovuto tornarci con una bici per vincere. Provo una sensazione straordinaria". Non ne ha piena consapevolezza, anzi forse è convinto del contrario, ma la sua avventura non è che all'inizio. A Londra 2012 lo attendono ancora un oro nella gara in linea e un argento nella staffetta. Poi 4 anni di pazienza, prima di Rio.
A 49 anni, passato dalla categoria H4 (posizione sdraiata) alla categoria H5 (posizione inginocchiata), Zanardi si impone nella gara a cronometro, vince la staffetta a squadre e aggiunge alla sua collezione di medaglie un bell'argento nella prova in linea. Poi continua a stupire. Batte il record del mondo nell'Ironman e nel 2018 a Cervia si piazza 5° (su quasi 3mila partecipanti) con il tempo di 8 ore, 26 minuti e 6 secondi, nuovo primato del mondo per la categoria disabili.
Nel 2011, prima dei successi olimpici a Londra 2012, a un giornalista che gli chiedeva se quel terribile incidente fosse stata una benedizione per lui, Zanardi aveva risposto così: "Non mi spingerei così lontano. Ma il modo migliore per rispondere a questa domanda è questo: se un mago mi avesse offerto la possibilità di ridarmi l'uso delle mie gambe senza dirmi cosa sarebbero stati per me gli ultimi dieci anni, credo che mi gratterei la testa diverse volte prima di dare una risposta".
Questa storia inizia un 15 settembre. Una data nella quale il mondo non ha molto da condividere con l'automobilismo. Quel 15 settembre, il mondo ha gli occhi rivolti verso un'America scioccata e annebbiata dal fumo macabro che ancora emerge dalle macerie del World Trade Center, crollato 4 giorni prima sotto i colpi dell'attacco terroristico più grave della storia. Colpita al cuore dei suoi poteri economici, politici e militari, l'America sente il terreno franare sotto i suoi piedi. Ma la vita continua. O almeno, così sembra.


Quello che sta per succedere 6.500 chilometri più a est è un asterisco nella storia del mondo e di questo settembre che ha simbolicamente dato il via a un ventunesimo secolo nato nel peggiore dei modi. Ma nella storia di una vita, quella di Alex Zanardi, è un capitolo intero. Quello di un'esistenza che sta per chiudersi e di un'altra che si apre.
Il signor nessuno
Quel 15 settembre 2001 Zanardi si trova in Germania per partecipare al 15esimo Gran Premio della stagione del campionato di Formula Cart, sulla pista del Lausitzring. La gara, ribattezzata The American Memorial 500, viene confermata per rendere omaggio alle vittime degli attentati dell'11 settembre. Vengono coperti gli sponsor e le monoposto sono tappezzate con bandiere a stelle e strisce. Alex Zanardi non è particolarmente entusiasta all'idea di gareggiare. E non è l'unico. Ma, come si dice in questi casi, The Show Must Go On. La prima tappa europea nella storia della Cart va in scena in un'atmosfera pesante. Con un epilogo drammatico per Zanardi.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. 
Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Queste prime tre gare lasciano un retrogusto amaro. Rimasto senza volante nel 1992, Zanardi sostituisce per tre gare a stagione in corso Christian Fittipaldi, vittima di un grave incidente sul circuito di Magny-Cours. Tre piccole apparizioni. Nel 1993 diventa pilota (titolare) della Lotus dove rimane due anni. O quasi. Durante il Gran Premio del Belgio, uno schianto contro le barriere del Raidillon lo priva di un finale di stagione che fino a quel momento l'aveva visto buon protagonista, e che gli aveva regalato un 6° posto a Interlagos e un punto nella classifica piloti. Rimarrà quello l'unico punto in carriera di Zanardi in Formula 1.
Zanardi, che all'epoca ha 26 anni, riprende possesso della sua Lotus al quinto Gran Premio del Mondiale 1994, il più nero nella storia moderna della Formula 1. Pedro Lamy si rompe entrambe le gambe nel corso di una sessione di test a Silverstone. Ma la mitica scuderia ormai è a fine corsa e presto metterà la chiave sotto la porta. Zero risorse, zero punti. Addio Formula 1.


Alex Zanardi ai tempi della sua militanza con la Jordan F1 ad inizio anni '90 Credit Foto Getty Images

The Pass, storia di una follia
Alex Zanardi prende a quel punto la migliore decisione della sua carriera. L'Europa non lo vuole? E lui va a vedere cosa succede negli Stati Uniti. Lì un pilota di Formula 1 non dovrebbe avere troppi problemi a trovare un volante, pensa. Ebbene, è esattamente il contrario. L'America lo guarda dall'alto in basso. Dopotutto il suo curriculum non è più spesso della carta di una sigaretta. Non è che vicecampione di Formula 3000 e nella categoria regina dell'automobilismo non ha fatto vedere nulla. Trascorre un anno a vivacchiare tra GT e Porsche Supercup.
Poi viene a sapere che la Ganassi Racing, scuderia faro del campionato Cart, sta cercando un secondo pilota da affiancare a Jimmy Vasser. Zanardi si presenta, supera il test prova e viene ingaggiato. Nessuno è convinto della scelta effettuata da Chip Ganassi, specialmente Mo Nunn, futuro ingegnere capo di Alex. Nunn non vede di buon occhio i piloti italiani, troppo irruenti a suo parere. Eppure lui e Zanardi diventeranno ben presto inseparabili.
Dopo un breve e comprensibile periodo di ambientamento, Zanardi si sente perfettamente a proprio agio. Qui prevale lo spettacolo e le differenze tra le macchine non sono così colossali come in Formula 1. Piste e circuiti cittadini diventano il suo pane quotidiano. Fin dalla sua prima stagione Alex mostra gli artigli: alla sua seconda gara centra la pole position a Rio de Janeiro e termina la stagione al 3° posto della classifica piloti (con gli stessi punti del 2°, Michael Andretti) con un bilancio di 3 vittorie, il titolo di rookie dell'anno e una manovra entrata nella leggenda.
Ultimo giro dell'ultima corsa della stagione. Laguna Seca. Zanardi è alla ruota di Bryan Herta. L'americano ancora non lo sa, ma sta per diventare vittima del sorpasso più folle nella storia della categoria. Nel cavatappi, la famosa curva sinistra-destra del mitico tracciato californiano, Alex Zanardi tenta una manovra pazza. Herta, come ogni pilota dovrebbe fare (e fa) affronta la curva dall'esterno e frena per prendere la corda: non ha ancora dato il minimo colpo al volante che vede un Ufo passarlo dolcemente all'interno.
Zanardi ci è andato alla cieca, a capofitto. In maniera po' audace il bolognese e il suo bolide scarlatto attraversano la pista come una palla fino a sfiorare il muretto. Con entrambe le ruote nella sabbia, Alex riesce a raddrizzare la sua monoposto all'ultimo momento e a conservare il vantaggio conquistato in modo così sfacciato. Ha vinto, e gli americani hanno adorato questo sorpasso. E come ogni volta che si affezionano a qualcosa, gli danno un nome. Questo, per tutti, sarà The Pass (Il Sorpasso). Per sempre, ma mai più. Perché da quel momento la manovra in quel punto della pista sarà vietata
"Avevo elaborato un piano diabolico, ma devo ammettere che l'esecuzione era un po' diversa nella mia testa. La differenza tra un eroe e un idiota è minima. Questo ha cambiato la mia carriera", dirà Zanardi che dopo quel sorpasso diventa un altro uomo. Diventa una star. Perché ha già iniziato a vincere. I due titoli Cart 1997 e 1998 saranno suoi. Ma anche perché brilla anche fuori dalla sua monoposto.
Gli spaghetti alla bolognese da David Letterman
In conferenza stampa o in tv, Alex diverte e si diverte. È ironico e sa sempre trovare le parole giuste. "Le conferenze stampa di Zanardi erano travolgenti - spiegherà Robin Miller a Sports Illustrated qualche mese dopo l'incidente -. Avrebbe potuto parlare per ore, si capiva che amava essere in quel posto e in nessun altro. La sua felicità era contagiosa. Nel 1998 era diventato l'anima della Cart". Dotato di una presenza e di uno spirito unici, Zanardi si presenta una sera anche al Late Show di David Letterman dove cucina gli spaghetti alla bolognese. Ormai è una vera e propria stella.
Tutti sognano un giorno di essere profeti in patria. Anche quando si è riusciti a conquistare il Nuovo Mondo. Zanardi non fa eccezione alla regola. Quando Frank Williams lo tira per la manica per riportarlo in Europa e in Formula 1, il richiamo è troppo forte. Soprattutto nella fase dei primi contatti, nel 1997, la scuderia britannica è ancora al top. Grazie a Jacques Villeneuve, anch'egli proveniente dalla Cart, e a Heinz-Harald Frentzen, vince i suoi ultimi titoli mondiali, sia piloti che costruttori.
Zanardi firma un contratto di tre anni da 15 milioni di dollari e precipita. Problema: tra l'inizio delle trattative e l'approdo di Alex alla Williams, la scuderia britannica ha perso la sua supremazia. La McLaren si è improvvisamente rialzata e in casa Ferrari sta per avere inizio l'era Schumacher. Zanardi convive con un altro Schumacher, Ralf, che descrive come "tanto veloce quanto sgradevole".



Alex Zanardi insieme a Ralf Schumacher durante la presentazione della Williams F1 nel 1999

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Alla fine della stagione, il "fratello di Michael" totalizza 35 punti. Zanardi zero. Il vuoto abissale. La Williams e Zanardi si lasciano dopo un solo anno che, a parte un settimo posto a Monza, per il pilota bolognese si rivela un incubo. La Formula 1 non è fatta per lui, così come lui non è fatto per la Formula 1.
2001. Ritorno al punto di partenza. Zanardi torna negli Stati Uniti, anche se non più da Chip Ganassi. Si sente comunque un po' a casa perché gareggia per Mo Nunn, con cui ha lavorato dal 1996 al 1998, e che è all'origine dell'ananas che adorna il suo casco fin dall'inizio della sua carriera americana. Perché un ananas? Per le questioni spinose che Alex aveva posto a Mo all'inizio della loro proficua collaborazione. La Mo Nunn Racng non ha la potenza di Chip Ganassi, ma vuoi mettere il piacere di tornare?
Uno scontro a 320 km/h
15 settembre 2001. Sono quasi le 15.30 quando Zanardi imbocca la corsia dei box. Per la prima volta da quando è tornato nella Cart, è al comando di una corsa pur essendo partito dal 22esimo posto. Mancano 13 giri alla fine e poi la sua 16esima vittoria in carriera sarà realtà. Dopo circa 5 secondi di stop, riparte. Come centinaia di altre volte. Solo che stavolta la sua accelerazione non piace molto alle gomme nuove. La sua monoposto parte in testa coda e, dopo essere finita nell'erba, si ritrova in mezzo alla pista.
Zanardi e la sua macchina sono un birillo su una pista da bowling. Solo che questo birillo è da solo di fronte a una ventina di palle scagliate a tutta velocità. Patrick Carpentier evita miracolosamente l'impatto: "Ho visto che (Zanardi, ndr) perdeva il controllo della vettura, ho pensato di passare sotto di lui ma andava troppo veloce. Di colpo ho sterzato sulla destra e l'ho sfiorato. Mi è passato a un dito di distanza...".
Il suo connazionale Alex Tagliani avrà meno successo. L'impatto è di una violenza eccezionale, nel senso letterale del termine. "Sono passato attraverso la sua macchina - racconterà Tagliani -. L'ho colpito nella parte più fragile del posto di guida. Pochi centimetri più in là ci sono i radiatori e la scocca è più spessa. Se avessi sterzato a destra invece che a sinistra saremmo morti entrambi".
Non è morto nessuno. Tagliani ne esce tutto sommato bene fisicamente. Ma la vita si è fermata. Quattro giorni dopo l'11 settembre, l'America si risveglia in quel sabato mattina con altre immagini terribili che provengono dalla Germaia. La monoposto di Zanardi è stata polverizzata dalla Forsythe di Tagliani, lanciato a più di 320 chilometri orari. Tranciata in due. Così come Zanardi. "La potenza dell'impatto fu talmente violenta che non gli tagliò le gambe - spiegherà un anno più tardi Steve Olvey, responsabile medico della Cart -. Gliele fece esplodere. Quello che accadde a Zanardi è praticamente identico a quello che succede ai soldati che mettono un piede su una mina".
In un silenzio quasi religioso, intorno alla macchina immobile e distrutta di Zanardi i soccorritori cercano di salvare quello che può essere salvato. Zanardi si svuota letteralmente del suo sangue. Terry Trammel, chirurgo ortopedico della Cart, è il primo ad accorrere sul posto. Racconterà a Sports Illustrated di essere scivolato e di pensare che fosse colpa dell'olio sulla pista. Era sangue. Zanardi sta per morire. Le sue gambe non ci sono più, letteralmente. Bisogna solo cercare di salvarlo fermando l'emorragia dagli arti recisi. Ci si riesce in qualche modo, con una particolare cintura.
Si prende subito la decisione di trasportare il pilota all'ospedale di Berlino, distante 37 minuti di elicottero. Tra il momento dell'incidente e l'arrivo al centro medico della capitale tedesca, Alex Zanardi ha 7 arresti cardiaci, perde tre quarti del suo sangue e riceve l'estrema unzione.
Sono trascorsi 56 minuti dall'incidente e il pilota è in sala operatoria. Tre ore di intervento ed entrambe le gambe amputate: la destra a partire dal ginocchio, la sinistra dalla coscia. È vivo. E non ricorda nulla, naturalmente. Parlando dell'incidente, Alex è consapevole di una cosa: "Non avrei dovuto sopravvivere. Sono rimasto quasi 50 minuti con meno di un litro di sangue. La scienza dice che è impossibile".
Zanardi l'ha fatto. La voglia di vivere è stata più forte. Si è decuplicata.Due vite al prezzo di una
Sua moglie, che non è stata subito informata della gravità di quanto accaduto, si renderà presto conto che il corpo di Alex è segnato in maniera terribile dall'incidente. Una settimana di coma e al suo risveglio, sotto un dolore immenso, la grande lezione di vita: "Non vedo quello che mi manca, ma tutto quello che mi resta", le prime parole di Zanardi. E anche la voglia di scherzare è tornata: "Quando mi sono svegliato Daniela avrebbe dovuto dirmi 'ho una buona e una cattiva notizia'".Quando mi sono risvegliato non mi sono detto 'come farò a vivere senza le gambe?'. Ma mi sono chiesto 'come riuscirò a fare tutto quello che devo fare senza le gambe?'. Non voglio darmi alcun merito per questo, ma ero più curioso che depresso. E questo mi ha aperto a una nuova vita.
Quando ne parlerà con i suoi figli, Zanardi potrà dire loro di avere vissuto due vite al prezzo di una. Desiderata la prima, sofferta la seconda. Perché non si è mai piegato sotto il peso del dramma. Fin da subito non ha avuto che un unico sogno: tornare a vivere normalmente. Quello che faceva prima, in pratica.
"Non considero il mio incidente e quello che mi è accaduto come una tragedia perché, in fondo, le conseguenze sono semplicemente due gambe di metallo", spiegava Zanardi nel 2003 al momento di riprendere il volante. "Tutto il resto è ok. Se 2 o 3 anni prima avessi visto qualcuno nella mia situazione avrei provato per lui una grande pena e una profonda ammirazione, e mi sarei detto 'al suo posto mi suiciderei'. Ma ora che ho vissuto questa esperienza, è molto lontana da me l'idea di togliermi la vita. Al contrario, sono molto felice di essere qui".
Con due protesi in titanio appositamente progettate per lui e una lunga riabilitazione a Budrio, nella sua Emilia Romagna, Zanardi ricomincia a camminare. A vivere, molto semplicemente. Senza pensare a quello che succederà. Riuscire a stare in piedi è una prima vittoria. E prova una soddisfazione che nemmeno poteva immaginare. Quale? Eccola: "Con le mie gambe artificiali sono più alto di prima".
E le gare automobilistiche in tutto questo? I primi mesi non sono che un miraggio. "Quando ho ritrovato un po' di energie, me lo sono chiesto spesso ma non riuscivo a darmi una risposta. Anche perché era una questione irrilevante: non potevo nemmeno andare in bagno da solo. E la mia priorità era recuperare la mia indipendenza. Sapevo che tutto il resto sarebbe stato possibile, ma dovevo aspettare".



Alex ZanardiCredit Foto Getty Images
Il richiamo di Londra
Un giorno Max Papis lo chiama al cellulare. Lui è in macchina, che controlla manualmente. "Cosa stai facendo", gli chiede Papis. "240 chilometri in un'ora", gli risponde Zanardi. È quasi pronto. La molla è scattata nel maggio 2003. Invitato dalla Cart a completare la corsa che non ha potuto né finire, né vincere il giorno dell'incidente, Zanardi si mette alla guida di una monoposto e percorre simbolicamente quei 13 giri che mancavano. "Volevo essere autorizzato a spingere e gli organizzatori mi diedero l'ok - ricorda Alex -. E fui io il primo a sorprendermi di quelle sensazioni e di quegli automatismi ritrovati così rapidamente". Il suo giro più veloce gli avrebbe consentito di occupare la quinta posizione sulla griglia di partenza in una gara vera.
Zanardi ricomincia a correre. E lo fa bene, anche con le sue gambe artificiali. Vince 4 gare di WTCC (il Campionato del mondo turismo) ma, soprattutto, si lancia in una sfida nuova e un po' folle: l'handbike. Nel 2007 partecipa alla maratona di New York, conquistando una quarta posizione molto incoraggiante soprattutto se si considera che si allena da meno di un mese. E un'idea inizia a girargli in testa: partecipare alle Paralimpiadi di Londra. Lo annuncia nel 2009. Zanardi all'epoca ha 42 anni e si è appena piazzato 15esimo nella crono Mondiale.
Ancora una volta il tempo gioca contro di lui. A Londra Alex avrà 45 anni e avrà a che fare con giovani nel pieno della loro forza. Ma i mesi passano e il suo sogno prende forma. Vince la maratona di Venezia nel 2009, quella di Roma nel 2010 e quella di New York nel 2011. Vince anche la sua prima medaglia a un Mondiale ed è pronto a conquistare Londra l'estate successiva. Cosa che farà.
Brands Hatch, un simbolo
Il caso a volte fa le cose per bene. Il giorno in cui Zanardi si arrampica in cima all'Olimpo lo fa a Brands Hatch, il mitico circuito automobilistico che ospita la gara a cronometro delle Paralimpiadi. Alex non aveva mai vinto su questa pista al volante di una macchina, l'ha fatto con una bicicletta tra le mani. "Qui ero già arrivato secondo e terzo, ho dovuto tornarci con una bici per vincere. Provo una sensazione straordinaria". Non ne ha piena consapevolezza, anzi forse è convinto del contrario, ma la sua avventura non è che all'inizio. A Londra 2012 lo attendono ancora un oro nella gara in linea e un argento nella staffetta. Poi 4 anni di pazienza, prima di Rio.
A 49 anni, passato dalla categoria H4 (posizione sdraiata) alla categoria H5 (posizione inginocchiata), Zanardi si impone nella gara a cronometro, vince la staffetta a squadre e aggiunge alla sua collezione di medaglie un bell'argento nella prova in linea. Poi continua a stupire. Batte il record del mondo nell'Ironman e nel 2018 a Cervia si piazza 5° (su quasi 3mila partecipanti) con il tempo di 8 ore, 26 minuti e 6 secondi, nuovo primato del mondo per la categoria disabili.
Nel 2011, prima dei successi olimpici a Londra 2012, a un giornalista che gli chiedeva se quel terribile incidente fosse stata una benedizione per lui, Zanardi aveva risposto così: "Non mi spingerei così lontano. Ma il modo migliore per rispondere a questa domanda è questo: se un mago mi avesse offerto la possibilità di ridarmi l'uso delle mie gambe senza dirmi cosa sarebbero stati per me gli ultimi dieci anni, credo che mi gratterei la testa diverse volte prima di dare una risposta".



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