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23.5.26

La coviglia napoletana è il dolce sconosciuto che ha "reinventato" il gelato moderno Tra Seicento e Ottocento Napoli sviluppò una sofisticata cultura del freddo fatta di neve, sorbetti e semifreddi. Al centro di questa storia c’era la coviglia, antenata del gelato moderno oggi quasi scomparsa



È un dolce oggi quasi sconosciuto, che sopravvive in poche caffetterie e pasticcerie, ma per secoli è stato il simbolo della cultura del freddo, che, a Napoli, ha raggiunto livelli di sofisticazione sorprendenti per l’epoca: parliamo della coviglia, un semifreddo servito in bicchiere, uno dei passaggi fondamentali tra il sorbetto antico e il gelato moderno, un punto di svolta nella storia della gastronomia italiana.

Cos’è la coviglia napoletana

Sviluppatasi tra Seicento e Ottocento, di pari passo con l’industria del freddo e la filiera della neve, si tratta di una preparazione a base di uova montate, panna e zucchero, lavorata fino a ottenere una consistenza soffice e aerata. A metà tra gelato, spuma e semifreddo, veniva servita in piccoli bicchieri metallici che mantenevano stabile la temperatura. Nel tempo si diffuse soprattutto nelle varianti al caffè, cioccolato, nocciola e fragola, talvolta accompagnata da un disco di pan di Spagna appena inumidito. I gelatieri napoletani producevano “coviglie varie”, come racconta anche Ippolito Cavalcanti nella Cucina teorico-pratica del 1837, all’interno di un capitolo interamente dedicato all’arte dei sorbetti. In parallelo nascevano altre specialità oggi quasi dimenticate: gli spumoni dei monzù, i ricottelli ghiacciati, le formaggette dolci, gli stracchini gelati. Un lessico sorprendente che racconta quanto la cultura del freddo fosse articolata ben prima dell’arrivo della tecnologia.


La coviglia del Gran Caffè Gambrinus di Napoli – grancaffegambrinus.com


Prima della coviglia: Napoli e l’antica ossessione per il freddo

Stando a quanto riportato da Angelo Forgione nel libro Napoli Svelata, bisogna partire da un’abitudine particolare: nel Regno delle Due Sicilie esisteva una cultura del consumo dei cibi freddi insolita per l’epoca. A quei tempi, infatti, mangiare cibi freddi era una stranezza al di fuori del Mezzogiorno, per lo più legata all’estate, qui, invece, era un’abitudine consolidata. Forgione ci dice che ci sono perfino dei dibattimenti scientifici: nel resto d’Europa i medici sconsigliavano di mangiare i sorbetti e guardavano con sospetto certe preparazione, nella Penisola italica e, in particolare, nel Regno invece i medici suggerivano di mangiarli “con le dovute accortezze”. Questa rilassatezza della comunità scientifica contribuì a rendere socialmente accettabile (e perfino desiderabile) una gastronomia basata su sorbetti, creme fredde e preparazioni ghiacciate.  A rendere tutto possibile era un sistema logistico sorprendentemente avanzato. Napoli possedeva infatti un’autentica economia del freddo. Il Monte Faito funzionava come una gigantesca riserva naturale di ghiaccio e neve, una sorta di frigorifero ante litteram della città. Durante i mesi invernali si accumulava neve nelle neviere, poi conservata e trasportata verso la costa e il capoluogo. Forgione ricorda come il ghiaccio arrivasse a Castellammare e quindi fosse trasferito a Napoli, dove una rete di distribuzione — che coinvolgeva anche ambienti religiosi come quello dei Gesuiti — ne permetteva l’utilizzo per conservare il cibo e, soprattutto, per alimentare quella che sarebbe diventata una vera arte, il gelato. Parlare di “industria” può sembrare eccessivo, ma è probabilmente il termine più corretto. Perché senza disponibilità di ghiaccio, costanza negli approvvigionamenti e maestranze specializzate, la tradizione dei sorbetti napoletani non avrebbe mai raggiunto il livello di notorietà che acquisì tra Sette e Ottocento.

Dalla “scomiglia” alla coviglia

Ma da dove arriva questo nome e che significa? La genealogia linguistica della coviglia è più complessa di quanto sembri e racconta bene il modo in cui un oggetto possa diventare un piatto allo stesso modo in cui oggi associamo i nomi delle aziende ai prodotti che vendono. Una delle prime tracce compare nel Seicento grazie al cuoco di corte Antonio Latini, che descriveva una preparazione chiamata “scomiglia”, una cioccolata schiumata e lavorata fino a ottenere una consistenza spumosa. Il termine potrebbe derivare proprio da “schiuma”, elemento decisivo per comprendere l’evoluzione del dolce. Sarà però il gastronomo Vincenzo Corrado, tra Settecento e Ottocento, a codificare un passaggio fondamentale. Nelle sue opere dedicate alla cucina aristocratica, Corrado spiegava che l’eccellenza delle bevande e delle preparazioni fredde dipendeva soprattutto dalla qualità dell’acqua, sottolineando un aspetto che a Napoli non rappresentava un problema: “Bisogna servirsi della miglior acqua, che nel luogo si trova, dipendendo ancor da questa l’eccellenza di tal bevanda”.  Tra le ricette riportate da Corrado compare la “spuma di cioccolatta” (ancora oggi molti napoletani raddoppiano la “T” quando usano questa parola), ottenuta lavorando una miscela zuccherata fino a eliminare la parte liquida e ricavare una massa spumosa da setacciare e sistemare nelle “curviglie, o siano vasetti”, da ghiacciare con la neve. È qui che emerge una forma primitiva del termine cuviglia, destinata a diventare nei decenni successivi coviglia. L’aspetto più interessante è che inizialmente il vocabolo non indicava il dolce, ma il contenitore. Secondo diverse interpretazioni etimologiche, il termine potrebbe derivare dal castigliano cubillo, piccola coppa o recipiente metallico, eredità plausibile della lunga influenza spagnola nel Mezzogiorno. Le coviglie erano dunque i piccoli recipienti nei quali si servivano spume fredde e semifreddi. Solo con il tempo il nome finì per designare direttamente ciò che il recipiente conteneva.

Quando Napoli insegnava all’Europa a fare il gelato

Ridurre la coviglia a un semplice semifreddo significherebbe però perdere il punto centrale della sua importanza storica. Per Forgione, il gelato come lo conosciamo oggi nasce proprio come il risultato di un’evoluzione tecnica sviluppata soprattutto a Napoli a partire da un’intuizione siciliana. La coviglia occupa questo spazio intermedio: rappresenta il passaggio dal sorbetto — più semplice e liquido — a una lavorazione più complessa, ariosa e cremosa. “Prima si chiamavano sorbetti-gelati”, osserva Forgione, ma la coviglia è già qualcosa di diverso: un gelato vero e proprio. Nel corso dell’Ottocento il sostantivo “gelato” cominciò infatti a imporsi progressivamente nel linguaggio comune. Ancora nel 1858 il letterato napoletano Leopoldo Rodinò giudicava scorretto usare il termine, preferendogli “sorbetto”. Pochi anni dopo, però, quella distinzione appariva già superata. Nel 1860 Ippolito Nievo, responsabile della contabilità dei garibaldini, scriveva da Palermo di abitare a Palazzo Reale, mangiare “gelati grandi come beefsteak e ci pavoneggiamo vestiti di rosso”, segno di una parola ormai pienamente assimilata.  Napoli ebbe un ruolo decisivo in questa trasformazione linguistica e gastronomica. I sorbettieri partenopei erano ricercati in tutta Europa, chiamati a insegnare tecniche e procedimenti. Le loro lavorazioni anticipavano persino alcuni principi della futura industria alimentare, soprattutto nella capacità di incorporare aria durante il congelamento e ottenere consistenze sempre più cremose. Sempre lo scrittore ci dice anche che i gelatieri napoletani producevano già pezzi duri, mousse ghiacciate, forme realistiche di frutta (oggi così di moda!) e animali dipinte a mano, tanto convincenti da trarre in inganno i commensali. Altro passaggio fondamentale del suo percorso bibliografico è la citazione di Matilde Serao ne Il Paese della Cuccagna (1891), a conferma di come questo dolce sia entrato pienamente nell’immaginario collettivo di Napoli uscendo dalle cucine aristocratiche.  Tra Ottocento e Novecento la coviglia attraversa caffè, pasticcerie e banchetti borghesi, arrivando fino ai matrimoni del Dopoguerra, soprattutto nella zona di Mergellina, dove veniva servita insieme allo spumone, altro grande classico partenopeo oggi rarissimo, composto da strati di gelato (nocciola, cioccolato, stracciatella) con un cuore morbido di pan di spagna imbevuto di liquore (Strega o Rhum), canditi e frutta secca. La sua fortuna, però, comincia lentamente a diminuire nella seconda metà del Novecento, quando il trionfo del gelato industriale e delle nuove forme di consumo su cono ne riduce progressivamente la presenza.

Le edicole che chiudono: stiamo perdendo più di un chiosco!

da 

Annalisa Lo Monaco



Dietro la scomparsa di questi piccoli presidi culturali si nasconde un cambiamento più profondo nel modo in cui ci informiamo, pensiamo e parliamo.
Leggere un articolo di giornale, quello vero, con un inizio, uno sviluppo e una conclusione, richiede un tipo di attenzione che stiamo disimparando. Non è solo questione di "informarsi meglio": è un esercizio cognitivo.
Seguire un ragionamento articolato, collegare cause ed effetti, trattenere informazioni mentre se ne acquisiscono di nuove, allena la memoria e la capacità di pensiero critico.
Quando ci limitiamo ai titoli, il cervello smette di fare questo lavoro. E come un muscolo che non si usa, si indebolisce.
C'è un altro effetto, meno discusso: l'impoverimento del linguaggio. I giornali, anche se non sempre e non tutti, usano un italiano più ricco, più strutturato di quello dei post e dei messaggi. Sinonimi, frasi articolate, costruzioni complesse che, non leggendo più smettiamo di usare.
Il risultato? Parliamo e scriviamo in modo più povero per mancanza di alternative. Il vocabolario si restringe, e con esso la capacità di esprimere pensieri articolati. Perché se non hai le parole per un concetto, farai fatica anche a pensarlo.
Non è questione di età, sarebbe facile puntare il dito contro i giovani "sempre attaccati al telefono", ma anche chi è cresciuto con i giornali cartacei ha, nel tempo, abbandonato l'abitudine alla lettura approfondita, sedotto dalla comodità dei social.
La differenza è che i più giovani non hanno mai sviluppato l'abitudine alla lettura di un intero articolo perché il contesto in cui sono cresciuti non la richiedeva né la consigliava.
Cosa possiamo fare:
Non si tratta di demonizzare il digitale o rimpiangere un passato, si tratta di riconoscere cosa stiamo perdendo e decidere se vogliamo recuperarlo.
Qualche spunto:
* Abboniamoci a una testata, leggiamola e commentiamo gli artt con amici e familiari.
* Regaliamo abbonamenti a riviste ai più giovani. Sarà un modo per aprire finestre su mondi che non cercherebbero da soli.
* Sostieniamo le edicole rimaste, sono importanti tanto quanto le librerie.
* Ritagliamoci momenti di lettura senza distrazioni con il telefono in un'altra stanza e silenziato!
E ricordiamo che un’edicola che chiude annuncia che un certo mondo fatto di curiosità e approfondimento sta sparendo e con loro un pezzo della nostra storia!
Ma comprare il quotidiano, sedermi al bar per un caffè, sfogliare pagine fruscianti, leggere tutti i titoli e poi con calma i vari articoli, resterà sempre per me un piacere irrinunciabile!

Padre e figlio dall’America in cattedra nella stessa scuola: il figlio è di ruolo, il padre precario a 63 anni. “Con oltre 30 anni di insegnamento finirò così”

 fonte  https://www.orizzontescuola.it/


Per David Somers II e David Somers III la scuola, quest’anno, è diventata anche un luogo di famiglia. Padre e figlio, 63 e 35 anni, si sono ritrovati per la prima volta a insegnare nello stesso liceo, al Convitto nazionale di Cagliari, condividendo classi, corridoi, consigli e scrutini. Una coincidenza rara, raccontata dai due docenti a Orizzonte Scuola, che ha intrecciato vita privata e lavoro quotidiano.Per il padre, dopo una lunga carriera trascorsa tra diversi istituti del Sud Sardegna, “è stata una bella esperienza stare insieme, condividere le stesse classi, ritrovarci a fare gli scrutini e i consigli di classe insieme”. Il figlio, invece, è arrivato nella scuola cagliaritana già da docente di ruolo. Ed è proprio questo il punto che dà alla storia un secondo livello di lettura: nella stessa famiglia, nello stesso istituto, convivono stabilità e precariato.

Dagli Stati Uniti alla Sardegna

La storia dei Somers parte da lontano. La famiglia ha origini americane, viene dall’Ohio e Kentucky, il padre si è trasferito poi da adolescente in Arizona. Il figlio è nato a Baltimora. Poi la Sardegna, la scuola, l’insegnamento. Dal 1992 David Somers II lavora nelle aule italiane, passando per numerosi istituti fino all’arrivo a Cagliari.Oltre 34 anni di esperienza non gli hanno però garantito il ruolo. Il figlio, al contrario, lo ha ottenuto a 32 anni. Una differenza che non sembra creare distanza tra i due, ma che rende evidente il peso di un sistema in cui i percorsi possono procedere in modo molto diverso anche quando competenze e storia professionale sono solide.

David Somers III insegna scienze naturali in inglese, il padre conversazione; al liceo classico europeo, invece, entrambi insegnano anche diritto ed economia in inglese. Le loro giornate, quest’anno, si sono incrociate spesso: non solo in famiglia, ma anche nella vita ordinaria della scuola.Il confronto, però, non si è limitato alla condivisione degli stessi spazi. Il figlio, racconta, chiede spesso un parere al padre, approfittando della sua esperienza e del suo sguardo costruito in oltre 30 anni di insegnamento. In quel dialogo quotidiano, il rapporto familiare diventa anche scambio professionale.

Il concorso mancato durante il Covid

Il passaggio più amaro risale al periodo della pandemia. Padre e figlio decidono di partecipare a un concorso da svolgere nel Lazio. Una scelta impegnativa, tra viaggio, spese e distanza, ma entrambi accettano le condizioni. Poi arriva un caso Covid a scuola e David Somers II finisce in quarantena. Non può presentarsi alla prova.Per lui, quella resta l’occasione mancata. Il figlio, invece, partecipa al concorso e ottiene il ruolo. Da quel momento le loro strade professionali prendono due direzioni diverse: una stabilizzata, l’altra ancora appesa alle graduatorie e alle nomine annuali.“È una vergogna che con oltre trent’anni di esperienza non abbia il ruolo e debba probabilmente finire la carriera da precario”, dice il padre a Orizzonte Scuola. La sua non è solo delusione personale. È anche rabbia verso un meccanismo che, a suo giudizio, non riconosce fino in fondo gli anni trascorsi in classe. “Sono arrabbiato col sistema”, aggiunge.

L’incertezza che torna ogni estate

Il punteggio in graduatoria è alto, ma non basta. Quest’anno la cattedra ottenuta è stata di sole dieci ore. Poi, con la fine di giugno, ricomincerà l’attesa: sapere se arriverà una nuova nomina, dove, con quante ore, in quale scuola.Per chi vive il precariato scolastico da molti anni, l’estate non è soltanto una pausa tra un anno e l’altro. È il momento in cui tutto torna provvisorio. Somers padre lo descrive come una ruota che riparte ogni volta, legata alle procedure e all’algoritmo delle assegnazioni. Dopo una vita di insegnamento, la sede dell’anno successivo resta ancora una domanda aperta. Il figlio guarda alla propria esperienza con gratitudine. “Mi ritengo fortunato ad avere avuto il ruolo”, dice, aggiungendo che servono anche perseveranza e continuità. L’arrivo nel liceo cagliaritano, per lui, è stato un approdo importante: “È una bella scuola”.Per il padre, invece, lo stesso anno ha avuto un significato doppio. Da una parte la gioia di insegnare accanto al figlio, di vederlo crescere dentro la professione e di condividere con lui momenti normalmente riservati ai colleghi. Dall’altra, la consapevolezza che quella cattedra resta ancora temporanea, nonostante più di tre decenni trascorsi nella scuola.

pudore. questo. sconosciuto ai nostri. politici le. ultime. dichiarazioni. di Nordio. Su Giovanni falcone

Ogni volta che pensi che abbiano toccato il fondo, loro cominciano a scavare.

Antonio Masiello/Getty Images
Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, il ministro della Giustizia Nordio si è addirittura paragonato a Giovanni Falcone, nientedimeno.Sì, proprio così come lo leggete. Senza alcun pudore o senso della realtà:“Sia io che Giovanni Falcone abbiamo rischiato la vita: io quando indagavo sulle Brigate Rosse e lui sulla mafia”. Questo ha detto. 
E sì, è lo stesso Nordio che appena due mesi fa ha detto che “il meccanismo di nomina dei giudici è un sistema paramafioso”. E oggi osa - letteralmente OSA - mettersi sullo stesso piano del giudice che la mafia, quella vera, l’ha combattuta davvero.Prendendo solo. fango e veleni e finendo  ammazzato con la  sua scorta.
L’ha persa, la vita, ministro. Morto e ammazzato per difendere lo Stato che lei oggi (indegnamente) rappresenta.
A volte basterebbe un po’ di pudore. questo sconosciuto se proprio. non si riesce a stare in silenzio io dire. le soliti. frasi di. circostanza
.

Fuggire. o. restare. ? [ pensieri. sparsi ]


Come da titolo del post mi chiedo : « fuggire o restare ? » .
Fuggire e restare sono le due facce della stessa medaglia: la ricerca di un cambiamento. Non c'è una risposta giusta in assoluto, ma solo quella adatta al momento che stai vivendo. Infatti.  molti.  siti. d'analisi e  di auto analisi  suggeriscono di  vliutare  la tua scelta ponendoti queste domande:
  • Per cosa stai lottando? Se resti, le cose che ti circondano possono migliorare? Hai le energie per investire in questo cambiamento?
  • Cosa stai cercando (o cosa vuoi evitare)? Se fuggi, stai scappando da un problema irrisolto o ti stai avvicinando a nuove opportunità ed esperienze? 
Scegliere di fuggire significa avere il coraggio di ammettere che un ambiente o una situazione non fanno più per te. Significa cercare altrove, ma richiede anche la capacità di adattarsi e il rischio di dover ricominciare da zero. Scegliere di restare significa avere la resilienza per affrontare le avversità. Può essere una
scelta di responsabilità, di affetto o di attaccamento alle proprie radici, ma comporta il rischio di rimanere bloccati nella propria zona di comfort o in dinamiche tossiche. Non rimanere mai immobile solo per paura dell'ignoto. L'importante non è il luogo in cui ti trovi, ma la tua serenità interiore Quindi  ho scelto di restare. perchè non sempre  si. può. fuggire  Ma.  soprattutto  molto. spesso  restare è  segno \ sintomo di serietà e di responsabilità in quanto significa non fuggire \ scappare da responsabilità , verità , accettare che la felicità dev’essere alimentata e mantenuta . Non è rifugiarsi dietro uno schermo dove quando le cose non vanno si stacca , con le persone No è diverso . È qui la differenza tra piacere  e felicità.

  • Perchè qual’è la differenza ? 
  • In sintesi IL piacere è per il 90. % effimero e veloce e a volte ti distrae. La felicità è uno stato di benessere profondo e duraturo che deriva dalla costruzione di un senso nella propria vita. 
  • E nel dettaglio ? 
  • Le differenze principali si possono riassumere in: Natura ed Estensione: Il piacere è di natura biologica e impulsiva (come mangiare un buon cibo o fare shopping , ecc ). La felicità è di natura psicologica, esistenziale e relazionale. Durata: Il piacere è temporaneo e svanisce rapidamente; la felicità è uno stato continuo e stabile nel tempo. Origine: Il piacere è spesso stimolato da fattori esterni (oggetti, sostanze, acquisti); la felicità è un percorso interiore costruito attraverso passioni e obiettivi. Acquistabilità: Il piacere generalmente è un prodotto di mercato che si può comprare; la felicità quella. vera. indotta  non è in vendita e non si può acquistare 
  • Ma  non … 
  • Si è come ho detto nel post precedente . Ma può anche essere vista come. Qualcosa che ha e può  avere un  valore costruttivo Sta a noi decidere se bloccarla o lasciarla andare . E poi essa. In determinati momenti  .... 
  • … è fatta. Di presenza , di scelte scomode , di ci sono al momento giusto , ecc 
  • Esatto. Come. Una clessidra dove due minuti momenti. fanno la differenza e 

  • possono essere una vita intera
  • Esatto questo è Il Senso. Non è importante essere perfetti al 100 % ma essere presenti per. Non essere. D’assenti
  • Già
                 per approfondire




22.5.26

C'è solo una #nazionalità: l’#Umanità." risposta. di #LucaSignorelli alla #lega ed #vanccci. che lo #strumentlizzano per il. suo. aiuto. nel. caso di #Modena

Per giorni hanno provato a usarlo, a strumentalizzarlo, lo hanno sbandierato come l’”eroe italiano” che ferma a mani nude il criminale straniero.Poi arriva lui, Luca Signorelli, e ieri sera a PiazzaPulita per la prima volta ha parlato di quello che ha fatto ed è successo a Modena. E in meno di un minuto Signorelli ha letteralmente smontato e smentito una settimana di oscena propaganda razzista e xenofoba.Facendo NOMI E COGNOMI. “È inutile che il signor Ministro Salvini e l’onorevole Vannacci si mettano lì a dire: ‘Ah, qui è una questione di fanatismo religioso” IL Signorelli non ha usato frasi che inneggiavano a problemi religiosi, fanatismo, assolutamente. ”Quando l’ho fermato a terra urlava e basta. No, non è niente di tutto questo. Buttiamo dell'acqua su questo fuoco perché non porta da nessuna parte. Insieme a me c’erano ragazzi di altre nazionalità. L’unione fa la forza. C'è solo una nazionalità: l’Umanità."Il gesto è eroico il suo soprattutto. unìmile Infatti queste parole sono straordinarie.«Chi di dovere le prenda e le porti a casa.E grazie Luca per averlo detto ». ( Lorenzo Tosa )

la felicità cosa. è ?

Lacrime, ricordi, tempo passato, persone svanite, tutto sembra cosi distante... tutto muta senza che noi possiamo controllarlo.  Proprio come dice


Siamo nulla. Infatti visto che essa viene e poi se ne va la felicità è fatta di un niente che nel momento che lo viviamo ci sembra tutto. respiro. Piuttosto che un traguardo fisso, la sua bellezza sta nell'accettare l'esperienza del momento, assaporando l'istante presente senza l'ansia di trattenerla per sempre. concludo  con questo pezzo
 

dell'amico daniele ricciu 

 

21.5.26

diario di bordo n 146 anno V \. tipi italiani. n 2. anno. I : Il Signor Camillo: Il primo whisky di farro italiano è ligure ., Professore entra in classe con panciotto, bombetta e baffi a manubrio: “è giusto presentarsi in modo distinto a scuola e mi piace la Belle Epoque ., Tennistavolo, fuori programma ai campionati italiani paralimpici: Lattuca sfida il vice presidente della federazione -- Tennistavolo, fuori programma ai campionati italiani paralimpici: Lattuca sfida il vice presidente della federazione .,


Il Signor Camillo: Il primo whisky di farro italiano è ligure
In una mini distilleria ligure fanno il primo whisky di farro italiano (hanno pure il loro mulino)

Dalla distilleria Il Signor Camillo di Sassello, impresa familiare affiancata a un mulino dell’Ottocento, arriva un prodotto da soli cereali antichi dei Monti Liguri. Così lo spirito internazionale riesce a esprimere le filiere agricole e il carattere rurale del territorio
La distillazione artigianale italiana sembra essere, ultimamente, in buona forma. Mentre alcuni si dedicano a referenze nostrane — ad esempio la grappa — per dar loro nuovo smalto, non sono più pochi i master distiller che si confrontano con i campioni internazionali. Metti il whisky, spirito che tra le due sponde dell’Atlantico oggi si prende spazio anche da noi, trovando il modo di legarsi e modellarsi sul territorio. Un caso tra tutti è quello de Il Signor Camillo, distilleria ligure di Sassello dalla storia affascinante, che ha appena presentato il suo progetto più ambizioso: il primo whisky 100% da farro antico italiano.
il. mulino 


Dall’antico mulino all’alambicco: la filosofia del Signor Camillo

Un prodotto che arriva come un piccolo manifesto da un lato di artigianalità e dall’altro di filiera agricola. Nasce contadina infatti la storia della famiglia Assandri, che dentro il Parco del Beigua custodisce dal 1845 un antico mulino ad acqua costruito 15 anni prima. È stato Diego, quinta generazione di mugnai e agricoltori, il master distiller che, dopo studi tra USA, Irlanda e Sudafrica ha aggiunto nel 2022 la distilleria che porta il nome del nonno. Fino a oggi, la sua linea si è composta principalmente di moonshine, ovvero whisky di mais non invecchiato, da cereali di propria produzione.

I cereali per i distillati Il Signor Camillo
I cereali per i distillati Il Signor Camillo


I distillati di filiera agricola dei Monti Liguri

L’attività, prima che nell’alambicco, comincia infatti nei campi dei Monti Liguri, dove si trova anche il farro destinato alla nuova referenza. Una varietà cerealicola antica, che non viene maltata per venire macinata a pietra nel mulino storico e preservarne carattere e qualità. Il processo, per farla breve, prosegue con una fermentazione lenta di 5-6 giorni con lieviti selezionati, poi una doppia distillazione in alambicco in rame e in seguito colonna discontinua.

La distilleria Il Signor Camillo
La distilleria Il Signor Camillo

Com’è il primo whisky 100% di farro italiano

Il whisky Il Signor Camillo è il risultato di un’evoluzione partita tre anni fa, al momento della messa a riposo della prima botte. Un invecchiamento controllato in barrique nuove di rovere francese dalla foresta di Allier, che al sorso spazia dalla sferzata della buccia di lime alla dolcezza di una pesca matura, insieme a note più balsamiche quasi di bosco. 

Il primo Whisky Il Signor Camillo 100% farro
Il primo Whisky Il Signor Camillo 100% farro

Un ritratto della biodiversità del territorio e della capacità del distillatore Assandri, che ancora prima di entrare sul mercato ha convinto i giudici dei World Whiskies Awards di Londra di quest’anno: Medaglia d’Oro, titolo di Category Winner e status di Global Finalist nella categoria Single Cask Single Grain, posizionandosi tra i migliori cinque al mondo


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20 MAG 2026 (AGG. 21/05/2026)

Professore entra in classe con panciotto, bombetta e baffi a manubrio: “è giusto presentarsi in modo distinto a scuola e mi piace la Belle Epoque”





A Torino un docente di Lettere di 34 anni, originario della Basilicata e residente in Piemonte, porta in classe uno stile che richiama la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Lo riferisce l’ANSA in un lancio.
Panciotto, completo, bombetta, tabarro e baffi a manubrio compongono un’immagine insolita per una scuola media contemporanea. Per Mecca, però, non si tratta di una provocazione né di una scelta costruita per attirare attenzione.
La Belle Époque come riferimento culturale
L’insegnante collega il proprio modo di vestire a una passione per la Belle Époque e per la letteratura di quel periodo. Pur riconoscendo le ombre sociali di quegli anni, dalle diseguaglianze alla povertà diffusa, dice di voler recuperare alcuni codici di comportamento e una certa idea di distinzione nei rapporti quotidiani.
Nella sua visione, l’abito diventa anche parte del ruolo educativo: presentarsi in modo curato, sostiene, è coerente con l’autorevolezza richiesta a un docente.
La reazione di studenti e colleghi
Il primo impatto, racconta l’ANSA, può essere spiazzante, anche perché da precario cambia spesso scuola. La curiosità iniziale, tuttavia, lascerebbe spazio con il tempo a un rapporto più diretto con studenti e colleghi.
Dietro l’aspetto da gentiluomo fin de siècle, spiega il professore, gli alunni finiscono per riconoscere una persona da conoscere e rispettare. E, in alcuni casi, anche a cui affezionarsi.


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© CesenaToday

Tennistavolo, fuori programma ai campionati italiani paralimpici: Lattuca sfida il vice presidente della federazione


Prima di salutare vorrei disputare una partita anch’io, si può?”. Una domanda spontanea, accolta senza indugi da Paolo Puglisi, vice presidente della Federazione Italiana Tennistavolo

                                La sfida

Gli applausi della cerimonia inaugurale dei Campionati Italiani Paralimpici stanno lentamente sfumando, le luci del Pala Bcc Romagnolo illuminano ancora i volti degli atleti e delle autorità, l’atmosfera sembra già pregna di quelle storie che soltanto il tennistavolo sa raccontare. È in quel momento, quasi a sorpresa, che Enzo Lattuca, sindaco di Cesena, rompe il protocollo con il sorriso di chi ama davvero lo sport: “Prima di salutare vorrei disputare una partita anch’io, si può?”.Una domanda spontanea, accolta senza indugi da Paolo Puglisi, vice presidente della Federazione Italiana Tennistavolo. E così, in un amen, il tavolo numero 4 si trasforma nel centro emotivo dell’evento. Da una parte il Comune di Cesena, dall’altra la Fitet. Uniti nell’organizzazione di una manifestazione unica per valori e inclusione, ma pronti per qualche minuto a contendersi un punto dopo l’altro con autentico spirito sportivo. Ad arbitrare la sfida, con rigore e ironia, c’è Salvo Palermo, il giudice effettivo. Puglisi parte forte, Lattuca rincorre e recupera con battute veloci e rovesci angolati. Il pubblico segue ogni scambio con entusiasmo crescente. Alla fine è Puglisi a guadagnare un leggero vantaggio. Ma il risultato conta poco. Restano le fotografie, gli abbracci, le strette di mano e soprattutto la sensazione di aver assistito a qualcosa di autentico: uno sport che sa essere competitivo senza perdere il sorriso.

Campionati Italiani Paralimpici (2)
Campionati Italiani Paralimpici (2)

È questo lo spirito che accompagna i Campionati Italiani Paralimpici di Tennistavolo, in programma fino a domenica a Cesena. Cinque giorni intensi, capaci di riunire 300 atleti provenienti da tutta Italia, tra sfide, emozioni e storie di resilienza. Una manifestazione da record che porta con sé anche una novità assoluta: i Campionati Italiani Parkinson, protagonisti nelle giornate inaugurali, insieme ai grandi nomi azzurri, medagliati a Parigi 2024, attesi dal 22 al 24 maggio. Alla cerimonia inaugurale erano presenti, oltre al sindaco Lattuca, le assessore comunali Maria Elena Baredi e Carmelina Labruzzo, la presidente regionale Cip Melissa Milani, il dirigente scolastico Donato Tinelli, la testimonial dei Campionati Parkinson Tiziana Nasi e, per la Fitet, il vice presidente Paolo Puglisi e il segretario generale Giuseppe Marino. Fondamentale il sostegno della Regione Emilia-Romagna e dell’assessora allo Sport Roberta Frisoni. Ma oltre ai nomi e ai numeri, sono state soprattutto le parole a dare significato alla giornata: inclusione, impegno, resilienza, dialogo, collaborazione. “Cesena c’è e siamo in prima linea quando si uniscono certi valori”, ha sottolineato il sindaco. “Saranno cinque giorni di sport, gare e sorrisi”, ha aggiunto Melissa Milani. E il preside Tinelli ha ricordato come “lo sport unisce”, diventando metafora concreta del significato più profondo della vita.  Poi il silenzio della cerimonia ha lasciato spazio al suono secco delle palline sui sedici tavoli allestiti al Pala Bcc Romagnolo. Match senza sosta, tricolori assegnati nelle classi paralimpiche e Parkinson, ultime decisive giornate della serie A paralimpica classe 11. Atleti arrivati da ogni angolo d’Italia pronti a darsi battaglia in campo, ma capaci, fuori dal tavolo, di ritrovarsi amici come sempre. Perché in fondo il vero spettacolo non è soltanto la competizione. È quell’umanità condivisa che rende ogni punto qualcosa di più di un semplice gioco.

  sempre.  dalla. stessa. fonte. 

Passione ping pong, lezione di vita dell'atleta della Nazionale paralimpica agli studenti cesenati: "Non mollate mai"

L’atleta della nazionale italiana paralimpica di tennsitavolo, Carlotta Ragazzini, apre i Campionati italiani a Cesena. Prima l'incontro con gli alunni della scuola media ‘Viale della Resistenza’

Un sorriso luminoso, parole semplici ma potentissime e una storia capace di arrivare dritta al cuore. Questa mattina la scuola secondaria di primo grado ‘Viale della Resistenza’ di Cesena ha accolto un’ospite speciale: Carlotta Ragazzini, atleta della Nazionale italiana paralimpica di tennistavolo e medaglia di bronzo alle Paralimpiadi di Parigi. Davanti agli studenti, guidati dal dirigente scolastico Donato Tinelli, la 24enne faentina ha portato molto più di una testimonianza sportiva. Ha portato una lezione di vita. “Seguite le vostre passioni con impegno, non mollate mai. Ci sono alti e bassi, ogni ostacolo può essere superato. Nella vita non ti contraddistingue ciò che ti capita, ma come reagisci”, ha raccontato ai ragazzi con quella delicatezza che, insieme alla grinta, è diventata uno dei tratti distintivi della sua personalità. Carlotta ha ripercorso le tappe più intense della sua storia: dalla malattia diagnosticata quando aveva appena 18 mesi fino alla scoperta quasi casuale del tennistavolo, avvenuta a 14 anni durante un percorso di rieducazione a Imola. “Ho sentito il rumore di una pallina da ping pong e da lì non ho più lasciato questo sport”, ha spiegato. Una scintilla diventata passione, sacrificio, disciplina. E infine medaglia olimpica. La più bella, il sogno di ogni sportivo. Poi il ricordo più emozionante: il podio di Parigi. “In quel momento ho pensato ai miei genitori. Senza i loro sacrifici non sarei arrivata fin lì”.Parole che hanno catturato il silenzio e l’attenzione degli studenti, coinvolti da un racconto autentico, mai retorico, fatto di fragilità trasformate in forza. “Mattinate come questa sono molto importanti per i nostri studenti – ha sottolineato il dirigente Tinelli –. Siamo davvero orgogliosi di aver ospitato Carlotta, una giornata storica per il nostro istituto”. Sulla stessa lunghezza d’onda Maria Elena Baredi, assessora alla scuola e ai servizi educativi per l’infanzia: “Resilienza, rinascita, successo: che bello il messaggio di Carlotta. E che emozione ascoltare le sue parole, così dolci ma allo stesso tempo così vere e forti”. L’incontro è stato organizzato alla vigilia dei Campionati Italiani Paralimpici di tennistavolo, in programma da oggi, mercoledì 20 fino a domenica maggio al Pala Bcc Romagnolo. Non a caso proprio gli studenti della “Viale della Resistenza” saranno protagonisti durante i tricolori come collaboratori a bordo campo, occupandosi di raccogliere e restituire le palline agli atleti dopo ogni punto. Una piccola esperienza organizzativa che, dopo l’incontro con Carlotta, avrà sicuramente un significato più profondo e più umano. All’appuntamento hanno partecipato anche Luca Rizzoli, responsabile del settore paralimpico della FITeT, e Marzia Bucca, referente nazionale per l’attività promozionale paralimpica.


Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto antiagressione Antonio Bianco cintura nera di karate, 6° dan.: puntata LXXXV : IMPARATE A DECIFRARE IL LINGUAGGIO DEL CORPO


Capire se l’aggressore che ci troviamo davanti sta perdendo il controllo è una delle percezioni più difficili da affinare.                                    Non esiste un segnale unico chiaro e universale: quello che conta davvero è cogliere il cambiamento, la transizione da un comportamento “gestito” a una modalità più impulsiva, disorganizzata e potenzialmente esplosiva.                                                                                        Dal punto di vista fisiologico, anche chi aggredisce può es-sere travolto dalla “fight-or-flight response”, vale a dire la risposta automatica di attacco oppure di fuga. Quandoquesta si 
intensifica, il controllo razionale si riduce e aumentano reattività, impulsività e distorsione della percezione.          
È in questo passaggio che il rischio cresce.Uno dei primi indicatori è il corpo. I movimenti diventano meno fluidi e più a scatto, come se fossero guidati da impulsi improvvisi. La distanza viene gestita in modo irregolare: l’aggressore può avvicinarsi troppo rapidamente,poi arretrare e tornare ad avanzare senza una logica apparente. La tensione muscolare è evidente, soprattutto nella mascella serrata e nelle mani contratte. Anche la voce cambia. Può alzarsi di colpo, accelerare, spezzarsi o diventare incoerente. Le frasi si ripetono, perdono linearità.                                          
Questo segnala una riduzione della capacità di elaborare in modo lucido ciò che sta accadendo. Lo sguardo e l'attenzione offrono altri indizi. Quando il controllo diminuisce, la persona smette di “leggere” davvero chi ha davanti: reagisce in modo automatico, interpreta ogni movimento come una minaccia e può fissare lo sguardo o muoverlo in modo caotico. Aumenta la sproporzione delle reazioni: piccoli stimoli possono provocare risposte molto intense.                                                         Il segnale più rilevante è il passaggio da una condotta con un obiettivo preciso a una reattiva. Quando l’aggressore non sembra più seguire una logica ma risponde a im-pulsi immediati, la situazione diventa imprevedibile. È fondamentale imparare a decifrare il linguaggio del corpo.

 Infatti  confermando quanto dice Antonio Bianco nell'articolo. sopra il  linguaggio del corpo durante un'aggressione segue dinamiche precise di preparazione e azione. Saper interpretare i segnali non verbali (come il restringimento delle pupille, la tensione mascellare e l'occultamento delle mani) è fondamentale per anticipare un eventuale pericolo e adottare le opportune contromisure difensive.
Ecco   quali sono i segnali di Pre-Attacco (Fase di Stallo) Prima di un'aggressione fisica, il corpo dell'aggressore subisce modifiche involontarie che ne indicano l'intenzione: 

Fissità dello sguardo: Contatto visivo prolungato e assenza di sbattimento di ciglia, oppure il cosiddetto "sguardo predatorio" che fissa un punto oltre te.
Occultamento delle mani: Le mani nascoste dietro la schiena, nelle tasche o sotto una giacca per nascondere armi o preparare un'azione a sorpresa.
Corpo a "freccia": Posizionamento del corpo di lato (più stabile e protetto), con il peso pronto a spostarsi in avanti per colpire.
Respirazione: Petto molto gonfio e rigido. Spesso si assiste a un'improvvisa interruzione del respiro o a un irrigidimento della mascella con digrignamento dei denti.

Mentre i  Segnali di Esplosione (Fase di Attacco) sono quelli in cui Durante l'azione, l'attivazione fisiologica rilascia grandi quantità di adrenalina, generando risposte fisiche inconfondibili : 
Pallore improvviso:
Causato dal sangue che si ritira dagli organi periferici per concentrarsi nei muscoli principali e preparare l'impatto.
Chiusura dei pugni e contrazione: Le dita si stringono attorno a un potenziale oggetto o arma; muscoli del collo e delle spalle visibilmente tesi e contratti.
Movimenti rapidi e finalizzati : Gesti bruschi mirati a colpire o afferrare, accompagnati da una postura orientata direttamente verso la vittima                                                                Ora Come reagire  se ci si trova  in una situazione a rischio. ? per proteggerti è essenziale non farsi paralizzare dal panico

Mantieni la distanza: Crea e preserva uno spazio di sicurezza per evitare di farti circondare o afferrare.
Usa la voce in modo assertivo: Un tono deciso, accompagnato da un linguaggio del corpo non sottomesso (ma neanche apertamente provocatorio), può intimidire l'aggressore e richiamare attenzione.
Osserva costantemente: Tieni sempre sotto controllo le mani dell'avversario e valuta le possibili vie di fuga o se devi  ricorre all'autodifesa  ( vedere puntate precedenti )
Per approfondire le dinamiche di prevenzione e le tecniche di tutela personale, puoi fare riferimento agli articoli dedicati alla Psicologia della Difesa Personale o alle risorse sulla Comunicazione Assertiva fornite dai professionisti del settore oppur e i link  sotto
  • https://youtu.be/WVvUqUnTaHI?si=iQAf0A9ouj8jX9IG
  • https://www.igorvitale.org/comunicazione-non-verbale-aggressiva-interpretazione-e-significato/
  • https://psicologiaeformazione.com/psicologia-della-difesa-personale-2/
  • https://empatyzer.com/it/conoscenza/formazione-sulle-competenze-interpersonali/linguaggio-corpo-deescalation-violenza/
  • https://www.iprofessionistidellasicurezza.it/2023/03/27/laggressivita-nel-linguaggio-non-verbale/