Cerca nel blog

21.5.26

diario di bordo n 146 anno V \. tipi italiani. n 2. anno. I : Il Signor Camillo: Il primo whisky di farro italiano è ligure ., Professore entra in classe con panciotto, bombetta e baffi a manubrio: “è giusto presentarsi in modo distinto a scuola e mi piace la Belle Epoque ., Tennistavolo, fuori programma ai campionati italiani paralimpici: Lattuca sfida il vice presidente della federazione -- Tennistavolo, fuori programma ai campionati italiani paralimpici: Lattuca sfida il vice presidente della federazione .,


Il Signor Camillo: Il primo whisky di farro italiano è ligure
In una mini distilleria ligure fanno il primo whisky di farro italiano (hanno pure il loro mulino)

Dalla distilleria Il Signor Camillo di Sassello, impresa familiare affiancata a un mulino dell’Ottocento, arriva un prodotto da soli cereali antichi dei Monti Liguri. Così lo spirito internazionale riesce a esprimere le filiere agricole e il carattere rurale del territorio
La distillazione artigianale italiana sembra essere, ultimamente, in buona forma. Mentre alcuni si dedicano a referenze nostrane — ad esempio la grappa — per dar loro nuovo smalto, non sono più pochi i master distiller che si confrontano con i campioni internazionali. Metti il whisky, spirito che tra le due sponde dell’Atlantico oggi si prende spazio anche da noi, trovando il modo di legarsi e modellarsi sul territorio. Un caso tra tutti è quello de Il Signor Camillo, distilleria ligure di Sassello dalla storia affascinante, che ha appena presentato il suo progetto più ambizioso: il primo whisky 100% da farro antico italiano.
il. mulino 


Dall’antico mulino all’alambicco: la filosofia del Signor Camillo

Un prodotto che arriva come un piccolo manifesto da un lato di artigianalità e dall’altro di filiera agricola. Nasce contadina infatti la storia della famiglia Assandri, che dentro il Parco del Beigua custodisce dal 1845 un antico mulino ad acqua costruito 15 anni prima. È stato Diego, quinta generazione di mugnai e agricoltori, il master distiller che, dopo studi tra USA, Irlanda e Sudafrica ha aggiunto nel 2022 la distilleria che porta il nome del nonno. Fino a oggi, la sua linea si è composta principalmente di moonshine, ovvero whisky di mais non invecchiato, da cereali di propria produzione.

I cereali per i distillati Il Signor Camillo
I cereali per i distillati Il Signor Camillo


I distillati di filiera agricola dei Monti Liguri

L’attività, prima che nell’alambicco, comincia infatti nei campi dei Monti Liguri, dove si trova anche il farro destinato alla nuova referenza. Una varietà cerealicola antica, che non viene maltata per venire macinata a pietra nel mulino storico e preservarne carattere e qualità. Il processo, per farla breve, prosegue con una fermentazione lenta di 5-6 giorni con lieviti selezionati, poi una doppia distillazione in alambicco in rame e in seguito colonna discontinua.

La distilleria Il Signor Camillo
La distilleria Il Signor Camillo

Com’è il primo whisky 100% di farro italiano

Il whisky Il Signor Camillo è il risultato di un’evoluzione partita tre anni fa, al momento della messa a riposo della prima botte. Un invecchiamento controllato in barrique nuove di rovere francese dalla foresta di Allier, che al sorso spazia dalla sferzata della buccia di lime alla dolcezza di una pesca matura, insieme a note più balsamiche quasi di bosco. 

Il primo Whisky Il Signor Camillo 100% farro
Il primo Whisky Il Signor Camillo 100% farro

Un ritratto della biodiversità del territorio e della capacità del distillatore Assandri, che ancora prima di entrare sul mercato ha convinto i giudici dei World Whiskies Awards di Londra di quest’anno: Medaglia d’Oro, titolo di Category Winner e status di Global Finalist nella categoria Single Cask Single Grain, posizionandosi tra i migliori cinque al mondo


----


20 MAG 2026 (AGG. 21/05/2026)

Professore entra in classe con panciotto, bombetta e baffi a manubrio: “è giusto presentarsi in modo distinto a scuola e mi piace la Belle Epoque”





A Torino un docente di Lettere di 34 anni, originario della Basilicata e residente in Piemonte, porta in classe uno stile che richiama la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Lo riferisce l’ANSA in un lancio.
Panciotto, completo, bombetta, tabarro e baffi a manubrio compongono un’immagine insolita per una scuola media contemporanea. Per Mecca, però, non si tratta di una provocazione né di una scelta costruita per attirare attenzione.
La Belle Époque come riferimento culturale
L’insegnante collega il proprio modo di vestire a una passione per la Belle Époque e per la letteratura di quel periodo. Pur riconoscendo le ombre sociali di quegli anni, dalle diseguaglianze alla povertà diffusa, dice di voler recuperare alcuni codici di comportamento e una certa idea di distinzione nei rapporti quotidiani.
Nella sua visione, l’abito diventa anche parte del ruolo educativo: presentarsi in modo curato, sostiene, è coerente con l’autorevolezza richiesta a un docente.
La reazione di studenti e colleghi
Il primo impatto, racconta l’ANSA, può essere spiazzante, anche perché da precario cambia spesso scuola. La curiosità iniziale, tuttavia, lascerebbe spazio con il tempo a un rapporto più diretto con studenti e colleghi.
Dietro l’aspetto da gentiluomo fin de siècle, spiega il professore, gli alunni finiscono per riconoscere una persona da conoscere e rispettare. E, in alcuni casi, anche a cui affezionarsi.


......
© CesenaToday

Tennistavolo, fuori programma ai campionati italiani paralimpici: Lattuca sfida il vice presidente della federazione


Prima di salutare vorrei disputare una partita anch’io, si può?”. Una domanda spontanea, accolta senza indugi da Paolo Puglisi, vice presidente della Federazione Italiana Tennistavolo

                                La sfida

Gli applausi della cerimonia inaugurale dei Campionati Italiani Paralimpici stanno lentamente sfumando, le luci del Pala Bcc Romagnolo illuminano ancora i volti degli atleti e delle autorità, l’atmosfera sembra già pregna di quelle storie che soltanto il tennistavolo sa raccontare. È in quel momento, quasi a sorpresa, che Enzo Lattuca, sindaco di Cesena, rompe il protocollo con il sorriso di chi ama davvero lo sport: “Prima di salutare vorrei disputare una partita anch’io, si può?”.Una domanda spontanea, accolta senza indugi da Paolo Puglisi, vice presidente della Federazione Italiana Tennistavolo. E così, in un amen, il tavolo numero 4 si trasforma nel centro emotivo dell’evento. Da una parte il Comune di Cesena, dall’altra la Fitet. Uniti nell’organizzazione di una manifestazione unica per valori e inclusione, ma pronti per qualche minuto a contendersi un punto dopo l’altro con autentico spirito sportivo. Ad arbitrare la sfida, con rigore e ironia, c’è Salvo Palermo, il giudice effettivo. Puglisi parte forte, Lattuca rincorre e recupera con battute veloci e rovesci angolati. Il pubblico segue ogni scambio con entusiasmo crescente. Alla fine è Puglisi a guadagnare un leggero vantaggio. Ma il risultato conta poco. Restano le fotografie, gli abbracci, le strette di mano e soprattutto la sensazione di aver assistito a qualcosa di autentico: uno sport che sa essere competitivo senza perdere il sorriso.

Campionati Italiani Paralimpici (2)
Campionati Italiani Paralimpici (2)

È questo lo spirito che accompagna i Campionati Italiani Paralimpici di Tennistavolo, in programma fino a domenica a Cesena. Cinque giorni intensi, capaci di riunire 300 atleti provenienti da tutta Italia, tra sfide, emozioni e storie di resilienza. Una manifestazione da record che porta con sé anche una novità assoluta: i Campionati Italiani Parkinson, protagonisti nelle giornate inaugurali, insieme ai grandi nomi azzurri, medagliati a Parigi 2024, attesi dal 22 al 24 maggio. Alla cerimonia inaugurale erano presenti, oltre al sindaco Lattuca, le assessore comunali Maria Elena Baredi e Carmelina Labruzzo, la presidente regionale Cip Melissa Milani, il dirigente scolastico Donato Tinelli, la testimonial dei Campionati Parkinson Tiziana Nasi e, per la Fitet, il vice presidente Paolo Puglisi e il segretario generale Giuseppe Marino. Fondamentale il sostegno della Regione Emilia-Romagna e dell’assessora allo Sport Roberta Frisoni. Ma oltre ai nomi e ai numeri, sono state soprattutto le parole a dare significato alla giornata: inclusione, impegno, resilienza, dialogo, collaborazione. “Cesena c’è e siamo in prima linea quando si uniscono certi valori”, ha sottolineato il sindaco. “Saranno cinque giorni di sport, gare e sorrisi”, ha aggiunto Melissa Milani. E il preside Tinelli ha ricordato come “lo sport unisce”, diventando metafora concreta del significato più profondo della vita.  Poi il silenzio della cerimonia ha lasciato spazio al suono secco delle palline sui sedici tavoli allestiti al Pala Bcc Romagnolo. Match senza sosta, tricolori assegnati nelle classi paralimpiche e Parkinson, ultime decisive giornate della serie A paralimpica classe 11. Atleti arrivati da ogni angolo d’Italia pronti a darsi battaglia in campo, ma capaci, fuori dal tavolo, di ritrovarsi amici come sempre. Perché in fondo il vero spettacolo non è soltanto la competizione. È quell’umanità condivisa che rende ogni punto qualcosa di più di un semplice gioco.

  sempre.  dalla. stessa. fonte. 

Passione ping pong, lezione di vita dell'atleta della Nazionale paralimpica agli studenti cesenati: "Non mollate mai"

L’atleta della nazionale italiana paralimpica di tennsitavolo, Carlotta Ragazzini, apre i Campionati italiani a Cesena. Prima l'incontro con gli alunni della scuola media ‘Viale della Resistenza’

Un sorriso luminoso, parole semplici ma potentissime e una storia capace di arrivare dritta al cuore. Questa mattina la scuola secondaria di primo grado ‘Viale della Resistenza’ di Cesena ha accolto un’ospite speciale: Carlotta Ragazzini, atleta della Nazionale italiana paralimpica di tennistavolo e medaglia di bronzo alle Paralimpiadi di Parigi. Davanti agli studenti, guidati dal dirigente scolastico Donato Tinelli, la 24enne faentina ha portato molto più di una testimonianza sportiva. Ha portato una lezione di vita. “Seguite le vostre passioni con impegno, non mollate mai. Ci sono alti e bassi, ogni ostacolo può essere superato. Nella vita non ti contraddistingue ciò che ti capita, ma come reagisci”, ha raccontato ai ragazzi con quella delicatezza che, insieme alla grinta, è diventata uno dei tratti distintivi della sua personalità. Carlotta ha ripercorso le tappe più intense della sua storia: dalla malattia diagnosticata quando aveva appena 18 mesi fino alla scoperta quasi casuale del tennistavolo, avvenuta a 14 anni durante un percorso di rieducazione a Imola. “Ho sentito il rumore di una pallina da ping pong e da lì non ho più lasciato questo sport”, ha spiegato. Una scintilla diventata passione, sacrificio, disciplina. E infine medaglia olimpica. La più bella, il sogno di ogni sportivo. Poi il ricordo più emozionante: il podio di Parigi. “In quel momento ho pensato ai miei genitori. Senza i loro sacrifici non sarei arrivata fin lì”.Parole che hanno catturato il silenzio e l’attenzione degli studenti, coinvolti da un racconto autentico, mai retorico, fatto di fragilità trasformate in forza. “Mattinate come questa sono molto importanti per i nostri studenti – ha sottolineato il dirigente Tinelli –. Siamo davvero orgogliosi di aver ospitato Carlotta, una giornata storica per il nostro istituto”. Sulla stessa lunghezza d’onda Maria Elena Baredi, assessora alla scuola e ai servizi educativi per l’infanzia: “Resilienza, rinascita, successo: che bello il messaggio di Carlotta. E che emozione ascoltare le sue parole, così dolci ma allo stesso tempo così vere e forti”. L’incontro è stato organizzato alla vigilia dei Campionati Italiani Paralimpici di tennistavolo, in programma da oggi, mercoledì 20 fino a domenica maggio al Pala Bcc Romagnolo. Non a caso proprio gli studenti della “Viale della Resistenza” saranno protagonisti durante i tricolori come collaboratori a bordo campo, occupandosi di raccogliere e restituire le palline agli atleti dopo ogni punto. Una piccola esperienza organizzativa che, dopo l’incontro con Carlotta, avrà sicuramente un significato più profondo e più umano. All’appuntamento hanno partecipato anche Luca Rizzoli, responsabile del settore paralimpico della FITeT, e Marzia Bucca, referente nazionale per l’attività promozionale paralimpica.


Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto antiagressione Antonio Bianco cintura nera di karate, 6° dan.: puntata LXXXV : IMPARATE A DECIFRARE IL LINGUAGGIO DEL CORPO


Capire se l’aggressore che ci troviamo davanti sta perdendo il controllo è una delle percezioni più difficili da affinare.                                    Non esiste un segnale unico chiaro e universale: quello che conta davvero è cogliere il cambiamento, la transizione da un comportamento “gestito” a una modalità più impulsiva, disorganizzata e potenzialmente esplosiva.                                                                                        Dal punto di vista fisiologico, anche chi aggredisce può es-sere travolto dalla “fight-or-flight response”, vale a dire la risposta automatica di attacco oppure di fuga. Quandoquesta si 
intensifica, il controllo razionale si riduce e aumentano reattività, impulsività e distorsione della percezione.          
È in questo passaggio che il rischio cresce.Uno dei primi indicatori è il corpo. I movimenti diventano meno fluidi e più a scatto, come se fossero guidati da impulsi improvvisi. La distanza viene gestita in modo irregolare: l’aggressore può avvicinarsi troppo rapidamente,poi arretrare e tornare ad avanzare senza una logica apparente. La tensione muscolare è evidente, soprattutto nella mascella serrata e nelle mani contratte. Anche la voce cambia. Può alzarsi di colpo, accelerare, spezzarsi o diventare incoerente. Le frasi si ripetono, perdono linearità.                                          
Questo segnala una riduzione della capacità di elaborare in modo lucido ciò che sta accadendo. Lo sguardo e l'attenzione offrono altri indizi. Quando il controllo diminuisce, la persona smette di “leggere” davvero chi ha davanti: reagisce in modo automatico, interpreta ogni movimento come una minaccia e può fissare lo sguardo o muoverlo in modo caotico. Aumenta la sproporzione delle reazioni: piccoli stimoli possono provocare risposte molto intense.                                                         Il segnale più rilevante è il passaggio da una condotta con un obiettivo preciso a una reattiva. Quando l’aggressore non sembra più seguire una logica ma risponde a im-pulsi immediati, la situazione diventa imprevedibile. È fondamentale imparare a decifrare il linguaggio del corpo.

 Infatti  confermando quanto dice Antonio Bianco nell'articolo. sopra il  linguaggio del corpo durante un'aggressione segue dinamiche precise di preparazione e azione. Saper interpretare i segnali non verbali (come il restringimento delle pupille, la tensione mascellare e l'occultamento delle mani) è fondamentale per anticipare un eventuale pericolo e adottare le opportune contromisure difensive.
Ecco   quali sono i segnali di Pre-Attacco (Fase di Stallo) Prima di un'aggressione fisica, il corpo dell'aggressore subisce modifiche involontarie che ne indicano l'intenzione: 

Fissità dello sguardo: Contatto visivo prolungato e assenza di sbattimento di ciglia, oppure il cosiddetto "sguardo predatorio" che fissa un punto oltre te.
Occultamento delle mani: Le mani nascoste dietro la schiena, nelle tasche o sotto una giacca per nascondere armi o preparare un'azione a sorpresa.
Corpo a "freccia": Posizionamento del corpo di lato (più stabile e protetto), con il peso pronto a spostarsi in avanti per colpire.
Respirazione: Petto molto gonfio e rigido. Spesso si assiste a un'improvvisa interruzione del respiro o a un irrigidimento della mascella con digrignamento dei denti.

Mentre i  Segnali di Esplosione (Fase di Attacco) sono quelli in cui Durante l'azione, l'attivazione fisiologica rilascia grandi quantità di adrenalina, generando risposte fisiche inconfondibili : 
Pallore improvviso:
Causato dal sangue che si ritira dagli organi periferici per concentrarsi nei muscoli principali e preparare l'impatto.
Chiusura dei pugni e contrazione: Le dita si stringono attorno a un potenziale oggetto o arma; muscoli del collo e delle spalle visibilmente tesi e contratti.
Movimenti rapidi e finalizzati : Gesti bruschi mirati a colpire o afferrare, accompagnati da una postura orientata direttamente verso la vittima                                                                Ora Come reagire  se ci si trova  in una situazione a rischio. ? per proteggerti è essenziale non farsi paralizzare dal panico

Mantieni la distanza: Crea e preserva uno spazio di sicurezza per evitare di farti circondare o afferrare.
Usa la voce in modo assertivo: Un tono deciso, accompagnato da un linguaggio del corpo non sottomesso (ma neanche apertamente provocatorio), può intimidire l'aggressore e richiamare attenzione.
Osserva costantemente: Tieni sempre sotto controllo le mani dell'avversario e valuta le possibili vie di fuga o se devi  ricorre all'autodifesa  ( vedere puntate precedenti )
Per approfondire le dinamiche di prevenzione e le tecniche di tutela personale, puoi fare riferimento agli articoli dedicati alla Psicologia della Difesa Personale o alle risorse sulla Comunicazione Assertiva fornite dai professionisti del settore oppur e i link  sotto
  • https://youtu.be/WVvUqUnTaHI?si=iQAf0A9ouj8jX9IG
  • https://www.igorvitale.org/comunicazione-non-verbale-aggressiva-interpretazione-e-significato/
  • https://psicologiaeformazione.com/psicologia-della-difesa-personale-2/
  • https://empatyzer.com/it/conoscenza/formazione-sulle-competenze-interpersonali/linguaggio-corpo-deescalation-violenza/
  • https://www.iprofessionistidellasicurezza.it/2023/03/27/laggressivita-nel-linguaggio-non-verbale/

«Umiliata e obesa, così ho sconfitto i pregiudizi su di me» La lotta di Natascia Curreli da Sedilo a tutte le scuole sarde


Leggendo  su. L'unione sarda. 21 maggio 2026 alle 00:19

la storia della lotta di Natascia Curreli da Sedilo a tutte le scuole sarde 



Tante altre persone, al suo posto, si sono arrese all’ignoranza e alla cattiveria mettendo fine ad una esistenza fatta di angherie. Lei invece no. Natascia Curreli, per tutti Naty, fotografa sedilese di 30 anni, continua orgogliosamente una battaglia che non è solo personale, ma in nome di quanti subiscono o hanno subito le sue stesse offese. Da anni gira le scuole dell’Isola (due giorni fa alle medie di Fonni e Mamoiada, ma il suo tour l’ha portata anche a Silanus, Cagliari, Selargius, Quartu, Quartucciu, Sorgono, Belvì, Gonnosfanadiga) per raccontare ai ragazzi la sua esperienza di vittima di bullismo.
Il coraggio
La sua storia, segnata sin da bambina da offese e umiliazioni, è diventata oggi un esempio di resistenza e consapevolezza. Natascia non ha paura di dire che l’aspetto fisico non è tutto, e lo fa con una sincerità che arriva dritta ai ragazzi. «Sin dalle elementari sono stata vittima di bullismo per via del mio peso: cicciabomba, maiale, scrofa, mongolfiera e chi più ne ha più ne metta. Risate durante l’ora di ginnastica, biglietti anonimi con offese, urla mentre tornavo a casa. È andata avanti così per tutti gli anni delle elementari e delle medie. Poi le superiori: speravo che la situazione cambiasse, invece è peggiorata. Alle solite offese si sono aggiunti i gesti: palline di carta stagnola nel pullman, chewing gum nei capelli, posti occupati con le borse per non farmi sedere. E io, invece di rispondere, stavo lì, zitta, e subivo. Questo è stato il mio errore: stare zitta». Il silenzio, racconta, è diventato una gabbia. «Ho iniziato a soffrire di attacchi di panico, ogni mattina andare a scuola era un trauma. Mi chiudevo in me stessa e stavo male, ma nessuno lo capiva. Io però ho avuto la forza di andare avanti, di affrontare tutti e di capire che non sono diversa: sono come gli altri, una persona che nonostante i suoi chili di troppo vale e può fare tutto».
«Altri si sono arresi»
Il suo racconto si fa ancora più duro quando parla di chi non ce l’ha fatta: «Molti ragazzi e ragazze non sono stati forti come me: hanno perso la battaglia e si sono suicidati. Ogni giorno moltissimi giovani pensano al suicidio, e questo dovrebbe farvi capire che le parole hanno un peso. Le parole fanno male come una coltellata. Insegnate ai vostri figli, ai vostri studenti, ai vostri amici a pesare le parole: siamo tutti uguali, maschi, femmine, grassi, magri, omosessuali, etero, di colore o cinesi. Siamo persone come tutti gli altri».
Da questa esperienza nasce nel 2018 Diamoci del tu, un progetto che Natascia porta avanti insieme agli avvocati Gino Emanuele Melis e Roberta Lisci. Un percorso costruito per creare connessioni autentiche, abbattere distanze emotive e dare voce a chi spesso non viene ascoltato. «Raccontiamo storie vere, come la mia – sottolinea – senza filtri, entrando in contatto diretto con le persone, soprattutto con i più giovani. Nelle scuole affrontiamo temi fondamentali come bullismo e cyberbullismo, creando momenti di dialogo aperto e autentico. L’obiettivo è sensibilizzare, ma soprattutto dare ai ragazzi uno spazio sicuro in cui riconoscersi, esprimersi e sentirsi ascoltati». Il progetto utilizza un linguaggio semplice, diretto, umano. «L’intento - afferma Natascia - è creare uno spazio in cui le persone possano riconoscersi, sentirsi meno sole e trovare il coraggio di esprimersi. Attraverso immagini, parole e presenza reale cerchiamo di trasformare il dialogo in uno strumento concreto di cambiamento».

  La prima reazione a  caldo  che mi viene è quella che hanno anche i protagonisti. di. questo video emozionale. 

 

ma poi provando , avendo anch'io anche se non  come lei , problemi di bulimia e fame nervosa ,  nonostante al loro posto non ci so stare ❉ a inmmaginare ed  immedesimarmi  nell'attrice  che. soffre di obesità sia al posto di quello dell'istrutrice ex obesa  che cazzia gli altri due protagonisti   che deridono e non rispettano la ragazza . 


mia perifrasi della canzone  : nella mia ora di libertà - Fabrizio De Andrè 

20.5.26

ottima. iniziativa in occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, gli studenti della scuola Futura Istruzione e Formazione Professionale

 da  

Cristian Adriano Porcino Ferrara



In occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, gli studenti della scuola Futura Istruzione e Formazione Professionale hanno risposto con una partecipazione straordinaria, attenta e sincera. Insieme abbiamo scavato a fondo, provando a smontare quei meccanismi quotidiani e spesso invisibili che si celano dietro la discriminazione e l’omofobia.
Questo evento nasce dal progetto "Costruire il rispetto", un percorso nato proprio per essere portato nelle scuole e che ha preso vita dalle pagine del mio libro, “Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio”. Vedere quelle parole trasformarsi in dialogo, sguardi e riflessioni concrete tra i banchi è stata un'emozione immensa.
Ci tengo a ringraziare di cuore:

- La scuola FUTURA Istruzione e Formazione Professionale, per aver creduto fin dal primo momento in questo progetto e nella forza dell'educazione inclusiva.

Nessuna descrizione della foto disponibile.



- L'avvocato Santina Caffo , Vice Comandante della Polizia Locale di Misterbianco, che con il suo prezioso contributo e la sua competenza ha arricchito e impreziosito questa mattinata di confronto
ù

.
Ascoltare, comprendere, rispettare. Insieme facciamo la differenza.

«Sono un poeta mar­xi­sta e lotto per Porto Mar­ghera Mio figlio impren­di­tore? Non l’ho indot­tri­nato» Fer­ruc­cio Bru­gnaro, papà del sin­daco uscente di Vene­zia «Zan­zotto mi apprez­zava, sono pub­bli­cato anche all’estero»

 

corriere della sera. 
Dal nostro inviato a Vene­zia Andrea Pasqua­letto
20 ma 2026


Nello studio Ferruccio Brugnaro,
90 anni il prossimo 19 agosto, padre del sindaco di Venezia Luigi, ha lavorato come operaio a Porto Marghera. Sopra, la copertina di una delle sue raccolte di poesie che include uno scritto di Andrea Zanzotto

Novant’anni por­tati splen­di­da­mente, cami­cia a qua­dri colo­rati, l’aria del vec­chio com­bat­tente, Fer­ruc­cio Bru­gnaro ci guida in que­sta sua casa tap­pez­zata di libri. Sulla parete spunta la foto gigante di Sal­va­dor Allende, il pre­si­dente mar­xi­sta del Cile che rifiutò fino alla morte la resa al golpe mili­tare di Pino­chet: «Grande»; più in là un poster rosso della Wor­king Class e nel cor­ri­doio, a vigi­lare su tutto, lui: Che Gue­vara con il mani­fe­sto della resi­stenza, «...ci sono uomini che lot­tano tutta la vita, essi sono gli impre­scin­di­bili». E Bru­gnaro fa sì con la testa.

In fami­glia Sopra, Fer­ruc­cio Bru­gnaro con suo figlio Luigi, sin­daco di Vene­zia, e la moglie Maria, venuta a man­care lo scorso novem­bre. A destra, il poeta nella sua casa di Spi­nea, a Vene­zia

Sem­pre sulla brec­cia.

«Sono più pre­oc­cu­pato oggi del 1943 quando vedevo le bombe cadere come corian­doli. C’è qual­cosa di più nega­tivo. Il mondo bru­cia e i gover­nanti sono avidi di domi­nio. È come se ci fosse stato un arre­tra­mento della sto­ria umana. L’egoi­smo e la sopraf­fa­zione stanno pren­dendo il soprav­vento sulla fra­ter­nità e il mondo sem­bra andare verso l’auto­di­stru­zione. Trump dice cose paz­ze­sche... Sulla guerra l’avevo scritto molti anni fa come la penso».

Cioè?

Si alza, esce dal salot­tino e torna con una spe­cie di papiro: «Dob­biamo met­terci con­tro sem­pre... la guerra mas­sa­cra noi ope­rai, noi popolo, col­pi­sce noi soprat­tutto... è con­tro di noi sfrut­tati, donne, gente sem­plice, è la festa dei domi­na­tori, non chia­ma­teci più a que­sta festa...». La firma è la sua.

Fer­ruc­cio Bru­gnaro è un poeta ribelle, famoso a Vene­zia per le lotte ope­raie di Porto Mar­ghera dove è stato una colonna del sin­da­cato fino alla pen­sione. Un sim­bolo del pro­le­ta­riato, un uomo libero, un’anima inquieta. Iniziò distri­buendo volan­tini dopo averli cari­cati di versi potenti, imme­diati, anche rudi. («Fur­fanti, ladri di vite, avete ammaz­zato e ammaz­zate ancora... infame silen­zio»). Negli anni è diven­tato un autore rico­no­sciuto a livello inter­na­zio­nale. I suoi testi cir­co­lano nelle rivi­ste di mezzo mondo, dagli Stati Uniti alla Cina. In Ita­lia sono stati rilan­ciati da Andrea Zan­zotto, in Ame­rica da Jack Hir­sch­man vicino alla beat gene­ra­tion. Ma Bru­gnaro non è solo un poeta. È anche il padre di Luigi, il sin­daco di Vene­zia in sca­denza di man­dato che da impren­di­tore ha fon­dato Umana, 1.500 dipen­denti, fra i lea­der in Ita­lia nella «som­mi­ni­stra­zione di lavoro».

Padre e figlio, l’ope­raio e l’impren­di­tore, il sin­da­ca­li­sta che ha sem­pre com­bat­tuto la schia­vitù del lavoro e chi il lavoro l’ha creato nella forma meno gra­dita al sin­da­cato. Fer­ruc­cio è stato poi una ban­diera della difesa ambien­tale di Porto Mar­ghera e Luigi è ora accu­sato di aver ten­tato di ven­dere un’area inqui­nata pro­prio da quelle parti, fra terra e laguna. Sono accuse per lui molto dolo­rose.

Ma par­tiamo dal poeta, dove nasce la sua rab­bia?

«Nasce dalla povertà che ho visto, dalle sof­fe­renze dei con­ta­dini, dei mez­za­dri, da una ter­ri­bile fab­brica di chiodi a Porto Mar­ghera dove facevo i turni e vedevo che le per­sone diven­ta­vano niente. Nasce dai mal­trat­ta­menti delle donne che lavo­ra­vano nelle vasche bol­lenti di zinco, dai com­pa­gni del Petrol­chi­mico dove ero andato a lavo­rare pen­sando a un salto di qua­lità nella grande indu­stria e invece era­vamo ancor più espo­sti a qual­siasi veleno. Una notte ho detto basta e ho fer­mato il sistema di ven­ti­la­zione che por­tava den­tro i fumi delle cimi­niere. “Ora ti licen­ziano”, dice­vano gli altri. Mi sospe­sero per tre giorni e da lì ini­ziai la mia lotta lunga una vita».

E la poe­sia?

«Noi ave­vamo dif­fi­coltà a far valere le nostre ragioni per­ché non era­vamo all’altezza del con­fronto con la classe padro­nale, lau­reata, scal­tra, pre­pa­rata. Noi no, noi ave­vamo solo la forza della ragione che però non sape­vamo tra­durre in parole. E così comin­ciai a scri­vere. Ma la prosa e i rac­conti non attec­chi­vano. Ci voleva uno stru­mento più agile, più scarno, più spo­glio e imme­diato: la poe­sia. E come forma di dif­fu­sione scelsi quella del volan­tino ciclo­sti­la­bile. Era­vamo 2 mila alla Mon­te­fi­bre ma rap­pre­sen­tavo anche i 40 mila chi­mici di Mar­ghera. E poi ho ini­ziato a distri­buire anche a Milano, Torino, Brin­disi, in Sici­lia e in Sar­de­gna. E pure all’estero. Aspetta che ti fac­cio vedere».

Va nello stu­dio e sta­volta torna con un libretto di poe­sie e una rivi­sta pub­bli­cate da edi­tori indi­pen­denti fran­cesi che rilan­ciano i suoi versi d’urto.

La fab­brica come la guerra? «Ci sono delle affi­nità: la tra­sfor­ma­zione degli uomini in cose, la degra­da­zione del- l’anima, la tiran­nia sul corpo, le mac­chine, le intos­si­ca­zioni, l’amianto... Io dico che in que- sto nostro mondo manca soprat­tutto una cosa».

Cosa?

«La donna. È molto più avan­zata dell’uomo. Alla fine del ’900 fre­quen­tavo biblio­te­che, bar e piazze dove le donne par­la­vano di cose che non ho mai sen­tito dire all’uomo. Loro hanno una schiet­tezza, una comu­ni­ca­tiva, un equi­li­brio... sono una mera­vi­glia della natura. L’uomo è invece egoi­sta e pre­tende cose assurde dalla donna. Noi saremmo già andati a sbat­tere senza di loro che sono il freno rego­la­tore dell’uma­nità. La donna è il miglior mezzo di comu­ni­ca­zione che esi­sta sulla terra. Ho scritto un pic­colo sag­gio pren­dendo spunto da mia moglie Maria: Ritratto di donna. Ma ci sono tante Marie in giro, por­tate a rin­ne­gare sé stesse per il maschio».

La più grande gioia?

«Pro­prio l’amore di Maria che è durato una vita. Maria era il soste­gno, la dispo­ni­bi­lità, la com­pren­sione, non ave- va mai nulla con­tro nes­suno e cer­cava sem­pre il posi­tivo nelle per­sone. Per tanti anni ha inse­gnato ai bam­bini e anche a me. Un rife­ri­mento costante, un baluardo. Lo era lei ma lo è la donna in gene­rale».

Il dolore?

«La morte di Maria che se n’è andata sei mesi fa. Mi manca tanto, mi ha lasciato una situa­zione dura da supe­rare per me. Lei era molto ener­gica, molto dina­mica, molto pre­sente».

Che rap­porto aveva con il «mae­stro» Andrea Zan­zotto?

«Lui ha capito subito la mia poe­sia. Posso rac­con­tare un epi­so­dio: nel 1963 pre­sento “Il gelo dell’acciaio” ad Alte Cec- cato, per un pre­mio che aveva Zan­zotto fra i giu­rati. Vince un certo Alba­nese, impo­sto da chi finan­ziava il pre­mio. Assi­sto a una disputa fra Zan­zotto e gli altri giu­rati: diceva “guar­date che qui c’è una novità, da una parte l’acciaio oggi rap­pre­senta una cosa for­mi­da­bile, può essere di enorme pro­gresso, i grat­ta­cieli, i ponti; dall’altra è l’auto­di­stru­zione, gli alti­forni, i lavo­ra­tori...”. Aveva messo per­fet­ta­mente a fuoco tutto, ecce­zio­nale. Lui aveva il dono della sin­tesi ed era intel­li­gen­tis­simo».

Cosa è rima­sto del Petrol­chi­mico?

«Tante morti e tante malat­tie».

Come rac­con­te­rebbe oggi Porto Mar­ghera in un volan­tino?

«Porto Mar­ghera ha dato una rispo­sta a tanta povertà ma a un prezzo altis­simo in ter­mini di salute e non è ancora finita. È stato la spe­ranza di uscire da un mondo di fango e di deso­la­zione. Sarebbe andata diver­sa­mente se la classe padro­nale non avesse avuto la fretta del pro­fitto e dell’accu­mulo. Per il futuro mi auguro che chi si tro­verà a gestire quelle aree tenga conto del pas­sato».

Suo figlio Luigi, sin­daco di Vene­zia, è pro­prie­ta­rio di una di que­ste aree, i Pili, ed è finito sotto inchie­sta per aver ten­tato di ven­derla. Un’area inqui­nata, come la vede?

«Pre­messa, io amo molto la natura: i fiumi, la laguna, i prati, le piante, gli ani­mali. E sono par­ti­co­lar­mente sen­si­bile ai rifiuti tos­sici e all’inqui­na­mento. Mi ha fatto molto male que­sta sto­ria per­ché ha toc­cato l’one­stà di mio figlio che invece ha dato tutto per la sua città. Io penso che ci sia die­tro una grande mon­ta­tura dovuta al fatto che Luigi ha avuto con­tatti con que­sto impren­di­tore orien­tale con il quale però mica ha con­cluso niente. Spero che la vicenda venga chia­rita al più pre­sto per­ché lui ci sof­fre da morire. Penso che un giorno lo rim­pian­ge­ranno».

Al di là delle vicende penali lei ha sem­pre lot­tato con­tro i padroni del vapore e Luigi è un padrone del vapore.

«Maria ed io abbiamo cre­sciuto i nostri figli (oltre a Luigi, pri­mo­ge­nito, c’è Gabriele, ndr) nella mas­sima libertà e senza alcun indot­tri­na­mento. E abbiamo sem­pre rispet­tato que­sta loro libertà».

E rispetto a Umana che nasce come società di lavoro tem­po­ra­neo?

«Sono sem­pre stato con­tro que­ste forme di lavoro che non danno molte tutele. Ma c’è una legge che le con­sente e Luigi l’ha appli­cata. Non ha inven­tato niente da que­sto punto di vista».

Cosa pensa della legge?

«Era meglio che non la faces­sero».

Lei potrebbe per­met­tersi una casa più comoda. Per­ché resta qui?

«I miei figli vor­reb­bero che andassi da loro ma in que­sto appar­ta­mento, dove hanno abi­tato anche Luigi e Gabriele, ho i miei spazi, i miei libri, i miei tempi. Posso riflet­tere. Noi abbiamo sem­pre vis­suto molto libe­ra­mente e i ragazzi hanno ini­ziato ad andare in giro da gio­va­nis­simi. In ogni caso li vedo spesso, anche per­ché ho sei nipoti. Gabriele è in pen­sione e ora fa il pit­tore».

Il sin­daco legge le sue poe­sie?

«Le legge eccome e ne discu­tiamo. Dice che sono dure ma capi­sce da dove arri­vano».

A chi dà il voto?

«Io sono mar­xi­sta-leni­ni­sta e ho sem­pre votato comu­ni­sta. Adesso non saprei, è diven­tato un pro­blema».

Luigi ha gui­dato una giunta di cen­tro­de­stra, lo votava?

«Scusi ma ora devo pro­prio andare».

anche il. cibo. puo essere resistenza . la. storia della La trattoria San Filippo Neridi Milano che apre alle 4 del mattino e serve risotti a 9 euro

da mens.it 

Il nome è da oratorio, l’atmosfera da birreria con uso di ballo, ma si tratta di una delle trattorie più economiche di Milano. San Filippo Neri si trova in NoNoLo, ovvero a nord di NoLo, su viale Monza 220, proprio all’uscita della fermata Precotto della linea rossa della metropolitana, ciò che la rende vicina anche se il centro di Milano è più lontano di quello di Sesto San Giovanni. Ed è un posto francamente irresistibile per i motivi che ora vi elenco.
La trattoria di Milano che apre all’alba
Uno. È un luogo davvero democratico e inclusivo, ma di un’inclusività naturale. Dentro ci trovi di tutto: studenti, stranieri, operai (soprattutto a pranzo), migranti, foodies in libera uscita dall’alta cucina.
Due. È un locale ampio che si sviluppa in numerosi ambienti all’interno e all’esterno e che dà rifugio probabilmente ad almeno duecento persone contemporaneamente, e dove la prenotazione è prevista, sì, ma alla fine si trova posto per tutti, magari mettendo assieme degli sconosciuti in tavolacci lunghi antesignani dei social table.






L’Insalata russa

Tre. Il rapporto qualità prezzo è davvero tra i migliori di Milano e fa perdonare anche un servizio spicciativo (ma efficiente, alla fine), disimpegnato da un plotone di camerieri con magliette nere goliardicamente brandizzate (“Mondeghili e Sanfi?”). Un posto da visitare per riscoprire una Milano profonda e reale (che noia la parola: autentica), un po’ brutalista, spiccia e lontana da ogni retorica. Un posto che copre nel modo più diretto la distanza tra l’aspettativa e la sua realizzazione.

Il locale dove finiscono tutti






In ogni caso: entro dall’ingresso da balera e qualcuno dopo aver frettolosamente verificato la mia prenotazione con l’aria di chi poco importa, mi chiede dove voglio sedermi, se dentro o fuori, appunto. Io scelgo di stare rimpannucciato tra quattro mura, rinunciando al clima da sagra che mi è apparso palese sbirciando fuori, ma è fine aprile e fa freschino ma passerò la serata nella convinzione di essermi perso qualcosa. Finisco comunque in un tavolo quasi d’angolo. Mi guardo davanti. Tovaglia a scacchi bianchi e rossi coperta da un’altra rosso carminio. Apparecchiatura elementare: bicchieri dal passato glorioso testimoniato dall’opacità del vetro, barattolino con gli stuzzicadenti, tovaglioli di carta. Mi guardo attorno. Pavimento in graniglia, muri bianchi pieni di poster e foto di ogni genere, davanti a me una Marilyn d’annata (anche senza apostrofo) e il celebre pranzo degli operai newyorkesi sospesi nel vuoto e seduti su una trave del grattacielo che stanno costruendo. Cerco un senso, un fil rouge. Non lo trovo, ma pazienza.

La trattoria che resiste alla Milano dei prezzi folli






Il menù

Arriva un sacchetto con dentro del pane di umile fattura (niente lieviti madre, niente farine di grani antichi, solo un onesto operaio alimentare), poi il menu, un A4 contenuto in una protezione in plastica da raccoglitore. I prezzi appaiono subito fuori scala rispetto a Milano: antipasti tutti a 7,50 euro, primi a 9, secondi con contorno a 15,50, contorni a 3,50 e dessert pure.

Che cosa si mangia da San Filippo Neri

Con la mia accompagnatrice scelgo un Tonnato della casa con capperi che rinuncia a qualsiasi pretesa à la Diego Rossi ma si mostra onesto e saporito. Poi del Mondeghili alla milanese con polenta di accettabile fattura e un’Insalata russa della casa che sposto dai contorni agli antipasti, evidentemente fatta in casa e buona davvero. Proseguiamo con una Trippa alla milanese con fagioli bianchi e patate, con una Valdostana di vitello con prosciutto cotto e fontina che comprende una ratatouille di verdure fresche. Poi una porzione di Tiramisù e una Torta mele e cannella. Ma nel resto del menu puoi trovare una buona rappresentanza della cucina padana: Risotto con gorgonzola e noci, Brasato di vitello al vino bianco con polenta, Coniglio alla ligure con olive taggiasche e polenta. Non affronto i secondi di pesce (Calamaretti e totani in guazzetto, Filetto di orata gratinato alla senape) scoraggiato dagli asterischi che segnalano che la materia prima è surgelata. Nulla di male, ma preferisco soprassedere. Scoprirò dopo anche di non aver ordinato nessuna delle specialità di Sanfi: il Risotto, appunto, e la Lasagna (anzi la lasagnetta) preparata ogni giorni in un modo differente.






Il Vitello tonnato
Che cosa si beve

Da bere c’è una lista di bottiglie con ricarichi commoventi (una Bonarda dell’Oltrepò a 7,50 euro, come molte altre bottiglie, un solo vino che supera i 30 euro ed è un Franciacorta Satèn). Noi scegliamo un mezzo litro della casa rosso fermo, che viene via con 4,50. Se scegli una bottiglia compaiono sul tavolo anche dei bicchieri da vino dignitosi, noi dobbiamo accontentarci di quelli da osteria, con lo stelo che sembra il polpaccio di un centravanti. L’acqua minerale da mezzo litro costa 1 euro, meno che al bar, i cocktail 6 euro. Di fronte a questi prezzi appaiono perfino esagerati i 4 euro richiesti per un bicchiere di Amaro Sanfilippo, pubblicizzato sulle tovagliette di carta che decantano la bontà anche del gin brandizzato (un gin tonic costa 6 euro).







La Valdostana con ratatouille
Il conto

Nessun coperto, alla fine spendiamo 59 euro, 29,50 a testa, ma abbiamo ordinato decisamente troppo, anche perché le porzioni sono decisamente generose. Se avessimo fatto a meno dell’amaro – decisamente superfluo e nemmeno particolarmente buono – e di un antipasto il totale sarebbe stato di 43,50, pari a 21,75 a testa. Pochi locali a Milano possono fare lo stesso.
La trattoria San Filippo Neri è stata creata nel 1985 da Piero e Lucia Zanotta e oggi è guidata da Mario, figlio dei due, uno che ha buttato nel cestino la sua laurea in Bocconi per dedicarsi al locale di famiglia. Contento lui. Noi, di certo.
San Filippo Neri è anche bar e rosticceria con consegna a prezzi ancora più convenienti: un primo a 4,60, un secondo con contorno a 7,70. E se abiti nel quadrante Nord della città, diciamo da Loreto a Sesto, consegna gratuita. Occhio agli orari creativi: apertura alle 4 del mattino per i nottambuli, poi si tira dritto fino alle 21 il mercoledì e la domenica, alle 22 il venerdì e il sabato, a mezzanotte il martedì e il giovedì. Il lunedì l’enigmista che ha escogitato tutto questo e il ristorante interno riposano, bontà loro.