xmlns: OG = 'http: //ogp.me/ns#' compagni di strada e di viaggio ex compagni di viaggio ( splinder )

19.4.21

Beppe grillo ha paura della condanna del figlio e del relativo danno d'immagine ?

 quello che  mi chiedo  sentendo i suoi  strali     se  come   dimostra il video    perchè  tuo figlio  o tu non lo avete messo online  per  difendervi  ?    come  mai  sei intervenuto a gamba tesa   prima che  il  giudice  decida  se archiviare o rinviare  a  giudizio ?  È vero   che  In questo  tuo  video che  hai  diffuso poche ore fa, dopo l'annuncio del probabile rinvio a giudizio  di  tuo  figlio Ciro e dei suoi tre amici, colpevoli secondo i magistrati Tempio Pausania di violenza sessuale ai danni di una ragazza di diciannove anni, nell'estate del 2019, in Costa Smeralda Ma Peccato però che nella tua   difesa accorata di un figlio che non esiti a definirlo "coglione", utilizzando   utilizzi parole fin troppo udite nelle aule dei processi per stupro. Dove con un'opera di demolizione ormai ben nota è la vittima che finisce sul banco degli imputati, da vittima diventa colpevole.   Infatti  

<< Ciro e i suoi tre amici, dice Grillo, si stavano "divertendo", e se quella ragazza ha denunciato otto giorni dopo, beh, insomma, vuole dire che non era poi così sicura che quel "gioco di gruppo" fosse uno stupro ripetuto, dimenticando che per legge uno stupro si può denunciare fino a sei mesi dopo. Perché quella violenza è un'offesa così profonda che a volte non si hanno parole per raccontarla, subito. Ma resta lì, indelebile.>> da https://www.repubblica.it/cronaca/2021/04/19/

Tu  dici  ancora che se tuo figlio e i suoi amici fossero stati davvero colpevoli, li avrebbero dovuti arrestare subito. Invece i magistrati hanno indagato, a lungo, proprio perché non si crede così facilmente a un'accusa di stupro, lo sanno bene le donne, quanto è difficile essere credute. Forse Ciro e i suoi amici sono innocenti e lo dimostreranno, ma forse questa volta il silenzio da parte   tua  , o  almeno  aspettare  che  il giudice   dicesse  la  sua  cioè archiviare  o   rinviare   sarebbe stata la strategia migliore. 
Hanno   ragione  ,  te lo  dice  uno  a  cui  non stanno    tanto  simpatiche  soprattutto la prima che fa #femminismoaintermittenza visto che è stata zitta quando il capo del suo partito era in Arabia Saudita a parlare di nuovo Rinascimento con i diretti responsabili di una feroce dittatura sanguinaria e violenta, in particolar modo con le donne, questi due  interventi 

Boschi contro Grillo: "Video scandaloso, usa il suo potere mediatico per assolvere il figlio"



Quindi   caro  Grillo    ti   dico    prima  di parlare pensa  parafrasi  di  una  famosa   canzone  di    Fabrizio Moro 

basta un non niente per incappare nella dittatura del politicamente corretto . esperienza personale sui social

 recentemente   ho condiviso  su  il mio facebook   questo Meme  



ho ricevuto accuse di sessismo . ecco alcuni commenti  : << ***** . Divertente . Ma è uno stereotipo discriminatorio nei confronti di belle donne che hanno fatto successo mostrandosi. Ci vuole cervello anche per fare questo. ; ***** Discorso lungo ... comunque a parte poi conoscerle personalmente, quello che propongono non mi piace ... belle sì, ma belle sí può essere senza perpetuare questo stereotipo ... ; *****  Sono davvero in tanti anche gli uomini in tv con cervello poco interessante eppure nessuno si chiede mai dove sia. ;  *****  brava  **** negli uomini invece troviamo narcisismo bullismo belloccio e muscoli che non servono a molto anche nel lato sessuale >>
È  vero   che  potrebbe   sembrare   (   anzi meglio  è  )  uno stereotipo  sessista  , ma chi mi segue  o legge  in miei  post  anche  occasionalmente sa  o dovrebbe  sapere  che  non lo sono   e  quindi  non vedo   motivo di specificarlo  in  quanto  condivido certi post diversi dal mio  modo  di pensare   e   spesso contrastanti   lo faccio volutamente per indurre ad un eventuale dibattito fra noi. 
Infatti hanno Tanto cervello: perchè hanno e capiscono che i beceri e gli ignoranti ( ma non solo perchè pur di distrarci dalle bruttezze quotidiane ormai siamo succubi ed abbiamo paura di fare figuracce o rimanere in silenzio se in una discussione si parla  e tu  non sai  chi sono     di tali personaggi Maschili o femminili del nostro trash  )  sono tanti e quindi si sono adattate. Guardate i geni (come i Guzzanti che io adoro) siano relegati ai margini dello spettacolo rispetto a costoro e chiedetevi ancora se siano decerebrate loro o chi le segue.
 come ho risposto ai commenti ( compresi quelli sopra riportati ) la stessa battuta la farei anche a uomini idioti perchè ce n'è che fanno trash. Ha ragione una mio amica facebookiana che ha scritto : << Purtroppo il cervello ben difficilmente è utile per fare soldi a palate, come fanno queste signore. Che magari il cervello lo hanno, e anche buono. Ma recitare la parte dell'oca è sicuramente più redditizio >> finché, aggiungo io , c'è gente che segue questo tipo di offerta televisiva o legge tali giornalacci che ormai non usano più , metaforicamente parlando, neppure per avvolgere il pesce .
Quindi   per  concludere  se qualcuno\a  ha  una  vignetta  \  Meme  con protagonisti  maschili   simile  ( ma   anche  diverso   )   a quello   che  ho   condiviso    su  fb  e  riportato qui     sarei ben lieto     di  pubblicarlo  . Potete  metterlo anche  nei commenti ,  la mia  bacheca  è  aperta a tutti\e , del post   in questione   (  che  trovate  qui  https://bit.ly/3eguava ) .  con     questo  è  tutto alla prossima  

18.4.21

ecco un modo di combattere il bullismo e l'odio senza leggi eccezionali e repressione . Palermo Scuola, Arriva Il Baby Mediatore Per Le Liti Tra Compagni. E Niente Note Sul Registro

 Lo  so  che tale news  successa  in questi  giorni   farà  , come  è successo      sulla mia bacheca  deve    fra i commenti  c'erano  molti smile  sorridenti  ,  ridere  ma   secondo me  è una bella notizia   simbolo di resistenza  culturale   ,  all'odio e   alla  violenza   ancora  imperante  vedi i nuovi  fatti di Colleferro  . 

 da  https://palermo.repubblica.it/cronaca/


L'impresa più difficile è stata arrivare alla pace fra Leonardo e Marco. Si punzecchiavano sempre durante le lezioni e un giorno sono finiti a rincorrersi per tutta l'aula. A loro ci ha pensato Gioele Barletta, 13 anni, uno degli alunni mediatori dell'istituto comprensivo Antonio Ugo della Noce. "All'inizio non volevano neanche parlarsi, era un caso disperato. Poi a poco a poco ho cercato di farli calmare, mi sono fatto raccontare le due versioni dei fatti e per la prima volta si sono ascoltati a vicenda, hanno fatto pace e da allora sono amici", dice il ragazzo.



Si perché all'Antonio Ugo i litigi fra gli alunni non finiscono con una nota sul registro, un richiamo del professore o una convocazione dal preside. Vengono affrontati dagli stessi bambini alla presenza di un terzo bambino-mediatore in un'aula ad hoc riservata, appunto, alla delicata questione del superamento dei conflitti che anche fra i bambini delle elementari possono essere delle montagne invalicabili. I bambini-mediatori, una trentina in tutto l'istituto, dalle classi delle elementari alle medie, sono stati formati da tre anni a questa parte all'interno del progetto europeo "Deliberative mediator leader students" che ha visto impegnati in prima battuta i professori che poi hanno formato i ragazzi."La prima cosa che ci hanno insegnato è l'autocontrollo, molto utile in certe situazioni. A fare il mediatore si imparano tantissime cose, si ha un'arma in più rispetto agli altri. Si conosce se stessi, le proprie emozioni e si trova più facilmente una strada per risolvere i piccoli conflitti quotidiani", dice Barletta, mediatore ormai da due anni.

I casi sono tantissimi. Il compagno che rivela alla classe qualcosa che doveva restare segreta, le offese sotto voce durante le interrogazioni, la paternità di un lavoro fatto insieme conteso fra più compagni. "Agli occhi di un adulto possono sembrare piccole cose, ma per i bambini sono enormi. E può anche capitare che dietro a una sciocchezza si nasconda un disagio più grande che in molti casi i bambini riescono a risolvere da soli. Di certo è un approccio innovativo di fronte ai conflitti che aiuta gli alunni a sentirsi protagonisti e responsabili allo stesso tempo. Serve una buona dose di empatia e la capacità di capire l'altro per essere un buon mediatore e loro ci riescono", dice Maria Chiara Billa, professoressa di inglese e coordinatrice del progetto.I margini di successo, a sentire la scuola, sono enormi. "Quasi sempre se la cavano da soli, senza l'intervento dell'adulto che resta come una sorta di supervisore. Seguono delle regole precise nel processo di mediazione, attendono il turno per parlare, espongono il problema e alla fine il mediatore fa delle domande per arrivare a un accordo finale", dice Marilena Salemi, vice preside dell'Antonio Ugo. Quando il conflitto è risolto, i bambini sottoscrivono un vero "trattato" di pace. "Firmano proprio un modulo e la pace è fatta. Non c'è cosa più bella", dice Billa.

Nell’anno della pandemia le piccole imprese guidate da cittadini stranieri in Italia sono cresciute nonostante la crisi e la burocrazia.

 

  da  repubblica  online 

FORSE  è perché «sono abituati a doversi arrangiare tra grandi difficoltà» come osserva Stefano Rovelli, cofondatore di Singa Italia, un network nato nel 2018 per sostenere le attività degli imprenditori stranieri. Fatto sta che persino nell’anno del Covid le imprese guidate in Italia da imprenditori stranieri sono aumentate del 2,3 per cento secondo la Fondazione Leone Moressa, mentre quelle guidate da italiani sono rimaste più o meno stabili (-0,02 per cento). Ormai le imprese guidate da stranieri sono diventate un decimo di quelle nazionali, grazie a un aumento del 29,3 per cento negli ultimi dieci anni contro un calo dell’8,6 per cento di quelle italiane. «Gli stranieri possono anche contare su una rete familiare che permette loro di abbattere i costi, rimanendo aperti con orari prolungati. Hanno inoltre la possibilità di utilizzare filiere diverse, a costi più bassi» osserva Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione Leone Moressa. La maggior parte delle imprese guidate da stranieri si trova in Lombardia, segue il Lazio. Le prime tre nazionalità: cinesi, romeni e marocchini. La presenza maggiore è nel commercio, seguito da servizi, costruzioni e ristorazione. Qui di seguito alcuni di loro hanno accettato di raccontarsi al Venerdì.

Amanda Menezes, Brasile.

Trentaquattro anni, è venuta in Italia per amore, e ha aperto la sua azienda nel pieno della tempesta Covid: «Ho conosciuto mio marito a Rio de Janeiro, ci siamo sposati e l’ho raggiunto in Italia». Con una laurea e un Mba internazionale, e un’ottima conoscenza dell’inglese, Amanda pensava che sarebbe stato facile trovare

Amanda Menezes, 34 anni, importa costumi brasiliani  

un lavoro. «E invece dopo mesi di ricerca, niente. Sapevo che se avessi fatto passare altro tempo avrebbe avuto un effetto negativo sul mio curriculum, e così ho deciso di mettermi in proprio». L’idea è stata quella di importare in Italia la moda mare brasiliana, ma con una particolare connotazione: «Scelgo solo tessuti sostenibili, importo i lavori artigianali delle donne indigene del Sudamerica, aiutandole anche così a preservare la loro cultura». La pandemia non l’ha scoraggiata: «Sto lavorando anche per ampliare la produzione attraverso accordi con artigiane del Sud Italia. E a breve lancerò la prima collezione, con modelli interamente creati da me».


Marco Wong, Cina

«Perché i cinesi sono tra le prime nazionalità tra gli imprenditori stranieri? Perché l’80 per cento dei cinesi che vivono in Italia vengono dallo ZheJiang, un’area dove da sempre si coltiva il sogno imprenditoriale». Marco, 57 anni, è diventato cittadino italiano a 18. È cresciuto a Firenze, è tornato in Cina, ha lavorato in Sudamerica e infine è rientrato a Roma, dove vive e ha tre aziende: una si occupa di importazione di alimenti etnici, la seconda gestisce gli immobili di supporto all’altra, e infine la terza si occupa di organizzazione di eventi digitali. «Per uno straniero molto spesso aprire un’impresa è l’unico modo per non essere rispedito al proprio Paese, e ciò vale anche nei momenti di crisi, come questo». E per superare gli ostacoli rappresentati dalla lingua e dalla normativa, spiega: «In Italia si creano delle strutture professionali legate a chi è arrivato prima che mettono a disposizione consulenti, mediatori e commercialisti».

Marco Wong, 57 anni, ha tre società  

Elena Musuc, Moldavia

Sono venuta in Italia nel 2009 dalla Moldavia, a 20 anni: ho studiato all’Accademia di Belle Arti e mi sono innamorata di Leonardo da Vinci, dell’architettura, delle opere dei Musei Vaticani. Ho cominciato a lavorare come baby sitter e domestica, ma il mio sogno era realizzare abiti di sartoria ispirati all’arte italiana. Anche adesso, quando creo le mie collezioni, vado nei musei per cercare ispirazione». Elena Musuc, 33 anni, ha un negozio nel centro di Roma, a Largo Argentina. Realizza abiti su misura e fa anche riparazioni di sartoria: «Con il lockdown le persone hanno ritrovato negli armadi abiti vecchi di 20 anni, di buona qualità ma che non riescono più a indossare. Io li trasformo in modo che possano metterli di nuovo». Prima di aprire il proprio negozio ha lavorato anche nelle boutique di grandi stilisti, da Armani a Gucci: «Mi hanno presa perché parlavo il russo», racconta. Ha avuto grandi difficoltà per il credito iniziale, ce l’ha fatta grazie a prestiti di amici e alla sua forza di volontà, e nei mesi più duri del Covid ha anche cominciato a cucire mascherine. Nel frattempo si è sposata e ha avuto due bambini, che ora hanno sei mesi e quattro anni.

Elena Musuc, 33 anni, stilista   

Kelly Chidi-Ogbonna, Nigeria

Laureata in statistica, Kelly Chidi-Ogbonna, 35 anni, ha un diploma post laurea in formazione e sviluppo e  un diploma in affari e imprenditorialità. Eppure quando, nel 2013, è venuta in Italia dalla Nigeria per raggiungere suo marito, che già era emigrato e viveva a Padova, non riusciva a trovare lavoro. «È stato tutto molto difficile, frequentare la scuola per imparare la lingua, conciliare tutto con la nascita dei miei tre figli». Piuttosto che continuare a cercare un impiego, nel 2015 ha avuto un’idea: esportare in Nigeria vino biologico italiano. «Le banche non mi hanno aiutato e quindi ho cominciato con piccole quantità. È stata ed è ancora una vera sfida». Ha anche un blog, che si chiama The finest italian wine. Nel 2017, con l’aiuto dell’incubatore di Singa, Kelly ha aperto la startup MySpotlyt, che mette in contatto persone di talento con aziende o imprenditori che possano farle lavorare, permettendo di realizzare i loro sogni. Un po’ come è successo a lei.

Kelly Chidi-Ogbonna, 35 anni, esporta vino in Nigeria 

Marco Soxo, Ecuador

Quarantuno anni, è arrivato in Italia malvolentieri: «Sono stato costretto nel 1999 dalla mia famiglia, che si era tutta trasferita qua, comprese sei delle mie otto sorelle. Quando sono arrivato smagnetizzavamo videocassette usate in modo che potessero essere usate per nuove registrazioni». A quel punto Marco si è messo a studiare italiano, ha fatto il cassiere, pulito le piscine, ha preso il patentino di istruttore di nuoto. «Nel 2006 ho aperto la mia prima impresa, con soci italiani: un ristorante di cucina messicana in franchising in un  Carrefour di Limbiate». Dalla ristorazione è passato alla disinfestazione delle cucine, aprendo una nuova azienda con una certificazione ad hoc per l’eliminazione di “insetti striscianti e roditori”. Il Covid gli ha un po’ ridotto il lavoro, ma non si scoraggia: «Gli italiani stanno cominciando a diventare più pigri, spesso le aziende muoiono perché i figli non sanno gestire quello che hanno avuto dai genitori, mentre uno straniero parte da zero e non ha niente da perdere. E poi agiamo con più “incoscienza” e quando ci rendiamo conto che ci sono problemi, ci rimbocchiamo le maniche e andiamo avanti».

Marco Soxo, 41 anni, disinfesta le cucine 
Ma gli italiani  salvo   pochi esempi    vedi post  precedente  che fanno  ? 

17.4.21

fare il contadino non è più un mestiere disonorevole ma una moda ? «QUESTO MESTIERE NON MORIRÀ MAI PERCHÉ CI DÀ IL CIBO», DICONO TUTTI QUELLI CHE VI SONO RITORNATI

 

  • GENTE
  • DI GAETANO ZOCCALI
  • Ritorno alla terra dopo la laurea: è boom di giovani agricoltori

    VALENTINA DOPO LA BOCCONI HA INIZIATO A COLTIVARE ORTAGGI. VERONICA HA STUDIATO ECONOMIA E ORA SI OCCUPA DI VITIGNI. SONO 55 MILA I RAGAZZI CHE FANNO IMPRESA CON LA TERRA: UN RECORD IN EUROPA. «LA FATICA È TANTA, MA SI GUADAGNA BENE»

    LA SIGNORA DELLE CAPRE Ponteranica (Bergamo). Federica Cornolti, 30 anni, con i due pastori australiani Lucky e Aika, mostra la stalla di Val del Fich, creata con i contributi europei. Ci alleva sessanta capre da latte di razza Saneen. È laureata in allevamento e benessere animale.

    Voglio andare a vivere in campagna, ma vivo qui in città, e non mi piace più... Toto Cutugno lo cantava, in molti lo hanno sognato e tanti, tra i più giovani, sono davvero passati a questa scelta di vita nel 2020. In controtendenza rispetto all’andamento dell’economia, infatti, Coldiretti svela che c’è stata una corsa alla terra degli under 35, che hanno abbandonato altri settori per dedicarsi all’agricoltura, con un balzo del 14 per cento rispetto a cinque anni fa. Così l’Italia ha conquistato un primato europeo: 55 mila ragazzi alla guida di imprese verdi.


    La terra ha dato prova di essere un pilastro ben solido, e la nuova coscienza green dei consumatori indotta dalla pandemia ha dato un’accelerazione al fenomeno. Ben 40 mila giovani italiani hanno scommesso sulla campagna facendo domanda per i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea con il Programma di sviluppo rurale (PSR 2014-2020), finanziamenti a fondo perduto per il 50-70 per cento della cifra, spesso impiegati per recuperare terreni di famiglia in abbandono.



     Purtroppo, solo metà delle domande è stata ammessa, anche a causa della burocrazia complessa, ma questo non scoraggia perché, dati alla mano, è dimostrato che le aziende agricole condotte da giovani raggiungono un fatturato fino al 75 per cento superiore alla media, grazie alle loro capacità di innovazione e alle esperienze multisettoriali. Essere contadini oggi, infatti, richiede idee e competenze multiple, come dimostrano

    diverse storie di successo.

    «Puoi avere il prodotto migliore del mondo, ma se vuoi venderlo lo devi raccontare nel modo giusto», dice a Gente Valentina Stinga, 31 anni, a capo di Rareche di Sorrento (Napoli). In pieno lockdown la giovane contadina-blogger ha lanciato la vendità online delle sue conserve, subito andate a ruba. Laureata alla Bocconi, Valentina lavorava per Booking.com quando ha cominciato a interessarsi alla terra. «Mi occupavo delle masserie pugliesi in affitto, e vedendo quelle tenute ho pensato di piantare anche io delle zucchine sui terreni di famiglia, quasi per gioco, ma mi sono appassionata e ho pensato di farne il mio lavoro. All’inizio gli amici mi hanno dato del

    la matta, invitandomi a non sprecare anni di studio, invece lo studio serve in ciò che faccio, eccome», racconta. Lei coltiva ortaggi e verdure senza serre, in primis i grossi pomodori di Sorrento, da insalata. «L’idea delle conserve nasce come progetto di economia circolare, per non sprecare i pomodori maturi.
    Poi, facendo la salsa, ho scoperto che aveva un sapore straordinario». Motivo per cui sta preparando una richiesta di finanziamento per ingrandirsi. «Lavorare la terra è faticoso, non ci siamo fermati nemmeno un giorno in lockdown, ma se c’è la passione non pesa». Tra chi ha già ottenuto l’aiuto dall’Europa c’è Lorenzo Ottoni di Asola (Mantova), 21 anni, primo agricoltore millennial. «Ho ricevuto 20 mila euro. Metà li ho usati per pagarmi parte del trattore con autoguida satellitare, che serve per fare un lavoro di precisione, senza ripassare nello stesso punto. Con il resto ho comprato nuove mucche italiane». Sui trattori Lorenzo aveva iniziato a lavorarci per passione, durante gli studi di Meccanica motoristica. «A 19 anni, però, ho voluto rilevare l’azienda con

    35 vacche del nonno ottantacinquenne, e ho chiesto un prestito in banca». Ora Lorenzo  è arrivato a 200 capi, e coltiva anche soia, pomodori e mais. «È il mestiere più vecchio del mondo ed è quello che dà più soddisfazione perché si lavora con un ciclo completo, dal seme al prodotto finito».A Illegio (Udine) Marco Zozzoli, 31 anni, ha rinunciato al posto fisso di perito metalmeccanico per avviare Il Vecjo Mulin, dove coltiva duecento varietà di ortaggi in estinzione. Matteo Andreatti, 25 anni, di Apicoltura Gocce d’Oro di Bedollo (Trento), produce miele bio da apicoltura transumante e con i 40 mila euro avuti dall’Europa ha avviato un moderno laboratorio. Federica  Cornolti, 30 anni, di Ponteranica (Bergamo), grazie ai fondi europei ha fatto rivivere alcuni terreni per allevarci 60 capre e fare i formaggi Val del Fich, che vende porta a porta. Poi ha aggiunto piccoli frutti per le marmellate e grazie a un bando del Parco dei Colli ha appena acquistato un trattore.

    Salvatore Palmieri, 33 anni, architetto, progettava gli interni delle vetture Fiat a Pomigliano d’Arco, fino a quando una proposta di lavoro all’Alfa Romeo di Milano lo ha messo di fronte a una scelta: «Non era giusto abbandonare il Sud, così ho recuperato l’agrumeto del nonno, a Policoro (Matera). «Non ho
    avuto gli aiuti comunitari perché la laurea in Architettura mi ha penalizzato, ma sono andato avanti lo stesso, lavorando sodo: io e mio papà da soli. Non avrei potuto farlo senza una laurea, perché lo studio mi ha aperto la mente, ed è quello che ci vuole per fare impresa. Un tempo si parlava di braccia rubate all’agricoltura, oggi sono i cervelli a tornare alla terra». E nella sua azienda, Biotesoro, ora crescono anche limone caviale, ortaggi e fragole. 
    Veronica Barbati aveva già le idee chiare quando ha scelto di laurearsi in Economia e gestione dei servizi turistici: voleva dare una marcia in più all’azienda agricola di famiglia con un agriturismo. Ha avuto un primo finanziamento nel 2010, a 21 anni, e un altro l’ha appena ricevuto per introdurre un’area camper nel suo Agriturismo Barbati, dove coltiva vitigni autoctoni e ortaggi e propone esperienze di campagna per famiglie, molto gettonate. È anche presidente dei giovani di Coldiretti e a chi volesse fare richiesta dei fondi europei per gli under 40 raccomanda: «Fate attenzione ai bandi regionali e lavorate a un buon progetto. Viene richiesta una montagna di documenti e certificazioni, ma non scoraggiatevi. Le soddisfazioni, anche economiche, arrivano».





    16.4.21

    per la stampa ,anche davanti all'evidenza dei fatti non è femmicidio - violenza su una donna . il caso di Maria La pia M5

     niente  d'aggiungere al post ( vedere   sotto )  di Patrizia   io non saprei dirlo meglio  .  Lo so  che potrebbe essere di parte  perchè  la   fonte  da  cui  ho ripreso il post  è  una sua  amica   e per  giunta   dello stesso partito  ,  ma  se  tale  post  si legge  senza preconcetti e pregiudizi   ci si  accorgerà    che :  1) ha ragione  ., 2)  quanto  riportato  è inoppugnabile 3 ) si capisce   che  c'è  ancora molta  strada  da fare  soprattutto  nei media   in ambito  di tali fatti . 4)   che non è  questione  d'essere  femminista  o  lottare    contro   tali fenomeni  .  Ma  ora basta  con il pippone    ed eccovi l'articolo  .  

    da  

    1 h 
    Il 18 dicembre 2018, a Nuoro, una mia amica, viene aggredita da un balordo, nel parcheggio di un supermercato. Lei rimane a terra con un trauma toracico e le costole rotte.Immediatamente la stampa si scatena e così i social, perché la mia amica,
    Mara Lapia
    , è una deputata della Repubblica, è una donna che non appartiene ai salotti radical chic o massoni in cui si decidono le cose e non frequenta chi conta. È una che lavora con la schiena dritta e dà fastidio a quelli che non lo fanno. Mara viene letteralmente sommersa di fango. Viene accusata di essersi procurata da sola l'aggressione, compaiono testimoni, tanti, a dire che non era manco stata toccata, che lo aveva provocato lei, che era inciampata sui tacchi (non ne aveva, come risulta dai video della sorveglianza). All'interno stesso dei gruppi di lavoro del suo partito, viene costantemente bullizzata da un gruppetto di decerebrati miracolati con battute ossessive sulla vicenda. Oggi sappiamo dai giornali che l'imputato ha chiesto il rito abbreviato. Oibò.Il rito abbreviato consente ad un imputato lo sconto di un terzo della pena, e non prevede che compaiano testimoni in aula. Quindi, il balordo non era proprio certo di essere assolto e i testimoni non c'erano. Ma come? Nonostante la Nuoro bene pronta a parlare, i testimoni, i video della sorveglianza che escludevano la sua responsabilità, le cassiere che probabilmente erano tutte lì quel giorno, il famoso audio farlocco dell'infermiera che raccontava minuto per minuto di essere lì a vedere, l'imputato sceglie di non avvalersi di tutte queste prove, per poi ricorrere, invece, al rito abbreviato? E perché? Dai che ci arriviamo insieme: perché nessuna di quelle prove lanciate allora come verità incontrovertibile è vera. Perché i video hanno dimostrato l'assoluta genuinità della Lapia, perché i testimoni che hanno detto di esserci hanno ritrattato e non ci sono più, perché l'infermiera che aveva fatto diventare virale quell'audio ha ritrattato la sua posizione, e alla fine ieri mattina, in aula, a volere quel processo non poteva essere altro che la vittima, la Lapia, mentre tutti gli altri sono scappati come conigli. A partire dall'imputato che non si è nemmeno presentato in aula. Perché quei testimoni, quell'infermiera, tutti quelli che erano certi, in aula non avrebbero potuto sostenere quelle cose, pena l'essere rinviati a giudizio per falsa testimonianza. Mi aspettavo che almeno oggi i giornalisti avrebbero recuperato almeno un po' di dignità, dopo quanto scritto su questo episodio anni fa. Così come perseguitarono lei allora, millantando, brutalizzando la faccenda, avrebbero potuto riservare lo stesso trattamento all'imputato. "Perché fuggi? Dove sono le prove che dimostravano la tua innocenza? E tutti i testimoni? Perché hai chiesto il rito abbreviato?". Invece niente. Mi sarei aspettata anche che i soloni che avevano linciato una donna per il fatto di avere subito violenza, e che l'avevano linciata perché mai seduta nei loro salotti, avanzassero qualche scusa, se non altro per i modi e i toni con cui l'avevano offesa. Invece niente. Quindi ieri Mara era presente in aula, dopo essersi opposta all'archiviazione, esattamente come tutti quelli che dicono la verità e credono nella Giustizia.Gli altri si sono già dileguati come lepri. Che è la solita storia quando si parla di violenza su una donna. Però che vergogna eh. All'inizio tutti leoni, e poi, coglioni.
    *La stampa riporta, ancora oggi,




    l'aggressione come una botta alla mano e un cellulare graffiato. Niente, non ce la fanno, neppure davanti agli atti e ai referti. Non sanno leggere nemmeno un processo, figuriamoci scriverlo.

    ma finitela di strumentalizzare le dolorose vicende dei figli della luna . Il caso di Malika

     in sottofondo 
    Alice  - F.  de  Gregori


    Lo so che     che  sarò  accusato   di :  minimizzare  la  sua  vicenda  e  d'essere  omofobo e transfobico  perchè critico    vedere  post    precedente  sulle  mie obbiezioni al    il decreto Zan . Cosa  ben 
    lontane  da me  ,  ma  chi  :  1)  mi segue  con assiduità    .,  2)  chi  ha  un po'  d'onesta   culturale   e  vede  lontano  s'accorge  che   sono  l'apposto   e    che  la  sua  dolorosissima  (come quelle  di molte     che  rimangono nell'ombra  e  nascoste  ed  in  silenzio )   ma la  vicenda  è  strumentalizzata sia   in buona fede    (  come nel  caso sotto riportato )     sia   per  opportunismo    \  radical  chic    

    Cacciare la propria figlia, una ragazzina di 22 di casa e cambiare la serratura perchè ama una ragazza è inaccettabile! Diamoci una mano 🤚
    #DiamociUnaMano #DdlZan 
    Vanity Fair Italia

    Photo by Francesca Losappio







     da i  fautori  a  tutti i  costi    del  decreto Zan   e del politicamente   corretto . 
      Infatti   leggo   nell'articolo  sotto    riportato   alcuni retroscena   ignorati  dai media  ufficiali  sulla  sua  vicenda  .

    da  https://feministpost.it/magazine/primo-piano/omissis-su-malika/

    La storia di Malika è orripilante, questo è certo. Quando in una famiglia girano espressioni tipo “Ti taglio la gola”, le cose stanno andando veramente molto male. Probabilmente sono espressioni abituali quando corre violenza domestica. E la violenza sulle donne è un fenomeno incredibilmente diffuso. Solo che stavolta, diversamente dal solito, la violenza verbale è stata registrata e trasmessa online e in tv.

    Malika Chalhy ha un fratello che si chiama Samir, suo padre si chiama Aberrazak (l’origine è marocchina).

     La madre invece è italiana. Gira una foto con tutta la famiglia velata: la foto è vera -tratta dal profilo FB del padre- non si tratta di un fake, ma le donne portano il velo in occasione di una festa. Non sappiamo quindi se la famiglia di Malika sia una famiglia islamica tradizionalista. Sappiamo però per certo che tutti i media hanno deliberatamente omesso di dire che il padre di Malika è di cultura musulmana.
    Può essere che questo (difficile) non abbia nulla a che fare con il comportamento della famiglia nei confronti della ragazza. Può essere invece che le origini offrano una significativa chiave di lettura.
    Più ancora che le terribili, viscerali e rabbiose parole della madre, colpiscono le minacce del fratello Samir: “ti taglio la gola”, “sei una tumorata lesbica”. Oggi è abbastanza difficile che un ragazzo sui vent’anni reagisca in questo modo alla notizia che sua sorella è omosessuale. Può rimanerci male, restare perfettamente indifferente oppure solidarizzare con lei. Quel tipo di reazione parla di una cultura del controllo, del possesso e del dominio che oggi dalle nostre parti, tra fratelli e sorelle, è del tutto inusuale (nel passato non lo è stata). Quindi di un atteggiamento robustamente patriarcale, che attiene al dovere di salvare l’onore della famigliatrasmesso in chiave patrilineare e garantito dalle donne di casa costrette alla trasmissione dei “valori” e all’autosessismo genealogico. Ma qui ci muoviamo nel campo delle ipotesi.
    Restando alle certezze: Malika è stata trattata in modo orribile; i media hanno deliberatamente scelto di non parlare delle origini della famiglia. Una scelta ideologica che somiglia molto al silenzio sugli stupri “etnici” nel Nordeuropa: la stessa polizia svedese ha ammesso che per lungo tempo aveva taciuto sulle violenze sessuali a opera di giovani immigrati per non offrire argomenti alla destra xenofoba. Anche in questo caso si ritiene più opportuno e più corretto puntare l’obiettivo su un’omofobia generalizzata che sulla cultura del dominio patriarcale.
    Ma la storia di Malika, che si è giustamente ribellata, potrebbe forse somigliare più di quanto appaia a quella della pakistana-bresciana Hina Saleem, uccisa dal padre con l’aiuto di parenti perché aveva un fidanzato italiano e voleva vivere come tutte le sue amiche: 12 anni dopo la sua morte il fratello Suleman ha rimosso la foto dalla sua tomba al cimitero perché in quella immagine appariva “troppo spogliata”. Potrebbe, dico: ma l‘ipotesi va messa in conto. E non può essere messa in conto se, contro ogni deontologia, i media nascondono parte delle notizie, potremmo anche dire le censurano per non andare a cercare guai e non apparire culturalmente scorretti.

    Hina Saleem

    Da meticcia “interna” (padre del Nord, madre di origini meridionali), la mia vita e il mio corpo sono stati campo di battaglia tra una cultura violentemente patriarcale, paradossalmente incarnata da una madre a sua volta vittima e ribelle, e una cultura decisamente più aperta di cui era portatore mio padre, figlio e nipote di donne già emancipate. Conosco intimamente quelle dinamiche, e le riconosco ogni volta con profondo dolore.Forse Malika è vittima di omofobia, e si presta benissimo come simbolo della battaglia per il ddl Zan -che dovrebbe concentrarsi su questo e lasciar perdere l’identità di genere-. O forse le cose non sarebbero andate diversamente se Malika avesse avuto un fidanzato maschio che non piaceva a casa. Forse, più ordinariamente -e ci sta dentro tutto- Malika è vittima del dominio maschile, quello che riempie le statistiche e nella sua “naturalità” continua a non fare notizia.

                                        Marina Terragni

    AGGIORNAMENTO

    Mentre  mi accingo   a premere  il  tasto  pubblica  , leggo sul  grupPo  facebook   I-dee  quest'articolo  di  https://www.dailymuslim.it/

    La giovane Malika proviene da una famiglia non credente

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    Malika Chahly, di anni 22, che avrebbe fatto coming out, rivelando la sua omosessualità è in parte marocchina, ma la famiglia non sarebbe particolarmente credente.I media italiani hanno prima accusato la Chiesa Cattolica, che non è solo quella dei vari Pillon e Adinolfi, ma è composta anche da lgbt credenti ed ora, accusano la religione musulmana, dimenticando che se è vero che molti nordafricani sono musulmani sunniti, non è scontato che un marocchino sia di religione islamica e che segua i dettami della fede. Inoltre, è bene ricordare, che nella stessa Umma vi sono voci discordanti sulla questione gay: si passa dalla condanna penale all’idea che sia una normale inclinazione. Non mancano infatti persino imam apertamente omosessuali, come l’algerino Ludovic Mohamed Zahed, passato dal letteralismo al “liberalismo”.

     Ecco che  al di là del credo    religioso  della famiglia   sempre  di  violenza   e discriminazione   della diversità si tratta