xmlns: OG = 'http: //ogp.me/ns#' compagni di strada e di viaggio ex compagni di viaggio ( splinder )

24.10.21

La colletta per aiutare il 27enne originario del Mali che fa il magazziniere al maglificio Ripa di Spino d'Adda: che si è visto l'auto distrutta dall'ereo caduto il 3 ottobre

In questo clima  , che  attanaglia   come  un onda  nera  appiccicosa   da quasi 30  anni  il  nostro paese  ,   di :  razzismo  , exenofobia   ,  omofobia  ,  sessismo ecc  ci sono anche degli anticorpi  e    questa storia  lo dimostra  

  repubblica  24\10\2021

Aereo precipitato a Milano, Ibrahim perde la macchina nello schianto: "Il mio datore di lavoro me ne ha regalata una nuova, i colleghi hanno pensato al resto"



Domenica 3 ottobre, a causa dell'incidente aereo che è costato la vita a otto persone, aveva perso la sua macchina. L'aveva parcheggiata davanti al muro della palazzina contro la quale si è schiantato il Pilatus PC-12, il monomotore privato precipitato non lontano dalla fermata della M3 di San Donato Milanese, davanti ai silos con i parcheggi coperti. "Ho pagato 4 euro per parcheggiarla all'aperto, e l'avevo messa lì,
davanti alla parete della palazzina, dove sono rimasti solo detriti", racconta Ibrahim Kamissoko. Originario del Mali, 27 anni, magazziniere al maglificio Ripa di Spino d'Adda, il Comune in cui abita da sette anni, dopo aver raggiunto l'Italia dalla Libia a bordo di uno dei barconi dei viaggi tragici della speranza. Oggi racconta: "La macchina per me era fondamentale, era la mia migliore compagna, l'avevo comprata usata lo scorso dicembre, per 5000 euro. Avevo da poco finito di pagare le rate". Venerdì scorso, Luca Bianco, il titolare del maglificio che ha assunto Ibrahim gli ha fatto una sorpresa e gli ha regalato una Renault Clio mentre al pagamento del bollo e dell'assicurazione hanno pensato, con una colletta, i suoi colleghi di lavoro.

Ibrahim, come ha preso questa sorpresa?

"Sono felicissimo. Un'emozione forte mai provata in vita mia, forse un po' troppo per me, mi è venuto da piangere, è la prima volta che mi capita una cosa del genere. Il responsabile mi ha detto 'è merito tuo, te la meriti proprio, ringrazia te stesso e vai avanti così come ti stai comportando. E' felice di come lavoro, e anche di me come persona, per quel che ho passato e per quel che faccio, e mi ha commosso".

Quel giorno hai scoperto che la tua macchina non esisteva più arrivando al parcheggio?

"Sì. Era domenica e avevo appuntamento con un mio amico a Milano per una passeggiata. Dovevo andare in Duomo e ho parcheggiato lì a San Donato per prendere la metropolitana perché con la macchina in città non entro mai. Quando sono tornato per prenderla, all'uscita della metropolitana ho visto tutta la zona chiusa, polizia e carabinieri ovunque, e i vigili del fuoco proprio vicino alla mia macchina che spegnevano le fiamme. Ho saputo cosa era successo, mi hanno fatto entrare, ho comunicato i dati della mia macchina a un carabiniere che è andato a vedere ed è tornato dicendomi che la mia Opel Corsa era distrutta".

Come sei tornato a casa?

"Ho telefonato alla famiglia che dall'inizio mi ha aiutato a Spino d'Adda, anche mettendomi in contatto con il mio datore di lavoro. E mi è venuta a prendere la signora Barbara: neanche quindici minuti dopo la chiamata è arrivata sul posto, mi ha chiesto se stavo bene, le ho spiegato che per fortuna io non ero lì quando è successo. Mi ha visto nelle immagini del Tg5 sul disastro aereo anche il mio responsabile, che mi ha detto 'Ho sentito che domenica non è andata bene, per te'. Gli ho spiegato che la mia macchina era bruciata. Qualche giorno dopo mi hanno fatto la sorpresa: con una scusa mi hanno fatto uscire dal magazzino per andare a caricare un bancale su un camion, nel frattempo hanno portato la macchina all'interno e quando sono rientrato ho visto tutti che applaudivano e la Renault per me, intestata a me, più nuova della macchina che avevo prima".

Ora cosa ti manca?

"Ho una casa, pago 400 euro di affitto, lo stipendio mi lascia altri mille euro. Devo cercare una fidanzata perché non posso stare sempre solo, nella vita. E deve essere la fidanzata per la vita, quindi bisogna scegliere quella giusta".

proste per combattere il femminicidio senza dover fare nuove ed inutili leggi

  Nei   giorni scorsi  avevo rilanciato su  il mio  Facebook  un post  pubblicato   sul blog   riguardante
sull'ultimo (   almeno  fino  adesso )  femminicidio
ecco    il  dialogo    (  qui  il  post   in questione per  chi volesse  leggere    gli   altri   commenti    )    riguardante   fra  me    ed  un mio utente   

 



Ed  sempre  riferito  a  tale  post     ho ricevuto   da  lettori   poco  informati o in malafede   sui  post  del  blog   ( ma  che  ......  le  leggete  le FAQ prima   )   che  i  post  che scrivo su tali argomenti  sono  come un foco di paglia    o  i soliti  :  ....bla .. bla....    senza  proporre    soluzioni su come evitarli o meno  .  Ora  ,  chiedo scusa se mi ripeto (   chi mi segue   sul serio  e  legge  le  faq  , può saltare   questa parte  )    ecco le mie  proposte  .  Premetto  non  sono : 1) un esperto  della materia  (  antropologo ,   psicologo , ecc.  )   o  un addetto   a  tali problemi  (  educatore  ,  responsabile  di centri  antiviolenza  , ecc.  ) ., 2)  non ho la pretesa  d'essere   , vista la complessità della materia    e  del problema  , esaustivo ed  completo .  
N.b  trovate  a    fine  post    i link  consultati 

L'associazione   UNWomen ( https://www.unwomen.org/ ) ha stilato un decalogo per cui tutti possiamo trasformarci da semplici cittadini ad attivisti. Basta poco per fare la differenza. Perché la fine della violenza contro le donne non è una cosa che riguarda solo le donne, ma è affare di tutti.  Infatti   si  parla  di tale  fenomeno  male  ( solo raccontando   spesso in maniera  morbosa  e  spettacolizzando  i fatti   con caratteri morbosi )  o   nelle  date  canoniche  \  istituzionalizzate   cioè l'8 marzo   e  il 25  novembre   Ma  soprattutto

da  https://www.possibile.com/femminicidio/

La Ministra Boschi, fresca di nomina alle pari opportunità,scrive in un post che, dopo aver pianto, “dobbiamo chiederci cosa fare perché non succeda ancora”. Chiediamocelo certo, ma rispondiamoci pure. Alla Ministra suggeriamo che un grande passo avanti sarebbe lavorare per la piena applicazione della Convenzione di Istanbul. In questi giorni Telefono Rosa ha elaborato una versione della Convenzione per i ragazzi dai 13 ai 19 anni, di cui consigliamo la lettura e la diffusione a chiunque, Ministra compresa. Si può trovare qua. Noi nel nostro piccolo abbiamo presentato una serie di proposte che le mettiamo a disposizione. Alcune di esse mirano all’uguaglianza di genere tra uomini e donne: dalla parità salariale, all’osservatorio sui prezzi per prodotti femminili, alla tampon tax.Poi abbiamo presentato due proposte che si occupano specificatamente di violenza di genere. La prima è finalizzata all’istituzione di una Commissione Bicamerale di Indirizzo e Controllo che si occupi di affrontare esclusivamente il tema del contrasto alla violenza di genere nel suo complesso, mettendo in rete e coordinando i cav, supportando e formando tutti gli operatori coinvolti, programmando politiche mirate, affrontando il recupero degli uomini maltrattanti, lavorando per una corretta informazione… La proposta nel dettaglio si può trovare qua                                                                                                    Una seconda proposta invece è finalizzata all’istituzione di un fondo per l’indennizzo delle donne vittima di violenza e per i loro figli. La proposta è stata incardinata qualche giorno fa in commissione giustizia e speriamo di vederne presto la luce. Come per la Mafia . In particolare, nel caso dei figli di donne vittime di violenza chiediamo che lo Stato riconosca loro lo stesso supporto psicologico ed economico che riconosce ai figli vittime di Mafia. Mafia, sì. Chiediamo che lo Stato si faccia carico di un dramma che è conseguenza non di un crimine comune, non di una disgrazia accidentale, ma di un fenomeno sociale e culturale radicato in tutto il Paese e che come tale va affrontato. Chiediamo che venga fatto quel passaggio forte, ma fondamentale, che è stato compiuto quando lo Stato ha preso coscienza che la Mafia non è un comune criminalità organizzata, ma un fenomeno molto più vasto e complesso, che si nutre nella cultura di un popolo e nella società. Scrivono Donatella Coccoli e Raffaele Lupoli sull’ultimo numero del settimanale  Left: “Se fossero 150 morti per Mafia lo stato reagirebbe”.E’ vero. Ma non è sempre stato così: è stato necessario, negli anni, una presa di coscienza seguita a tantissimo sangue e a un lungo elenco di uomini e donne a cui non saremo mai abbastanza grati, che hanno lottato a costo della vita perché la Mafia venisse riconosciuta per quello che è e facesse sì che lo Stato reagisse di conseguenza. La violenza sulle donne si nutre di disuguaglianza, di discriminazioni, dello smantellamento dello stato sociale, di omertà, di stereotipi, di solitudine, di indifferenza, di ignoranza, di sonno delle coscienze, di analfabetismo sentimentale. Servono gli strumenti sociali, economici e culturali per riconoscerla, prevenirla e sconfiggerla, fin da bambini.Ma prima di tutto serve uno Stato che prenda piena coscienza del fenomeno, invece di restare fermi alla la retorica di “mamme, figlie e mogli”. E lanciafiamme. Smettiamo di chiederci cosa serve, iniziamo a metterlo in pratica.

Ecco   che  faccio  miei  le  proposte     suggerite    dai siti  consultati 
 
Ascoltiamo e crediamo alle vittime 
Quando una donna trova il  coraggio  di  condividere la sua storia di violenza, fa il primo passo per interrompere il ciclo di abusi. Sta a tutti noi darle lo spazio sicuro di cui ha bisogno per parlare ed essere ascoltata. È importante ricordare che quando si discutono casi di violenza sessuale, la sobrietà, i vestiti e la sessualità di una vittima sono irrilevanti. Dobbiamo  aiutarla  o  indirizzarla  verso chi  può  farlo  perchè  conosce  meglio di noi il problema   a  non farla sentire  in colpa   e farle  capire  che  L'autore è l'unico colpevole di aggressione e deve assumersi la responsabilità da solo. Rifuggire  il victim blaming e cerchiamo di contrastare il più possibile l'idea che spetti alle donne evitare situazioni che potrebbero essere viste come «pericolose» dagli standard tradizionali. Tutti siamo responsabili moralmente  del fatto che una vittima possa avere giustizia, perché potrebbe toccare a noi o  a  una  nostra  familiare  o  amica  \conoscente  un giorno. Non diciamo mai: «Perché non te ne sei andata? Perché non hai fatto nulla?». Piuttosto diciamo: «Ti ascolto. Ti credo. Sono con te».

Educhiamo le future generazioni e impariamo da loro
Gli esempi che diamo alle nuove generazioni modellano il modo in cui pensano al genere, al rispetto e ai diritti umani. Iniziamo da subito le conversazioni sui ruoli di genere e sfidiamo le caratteristiche tradizionali assegnate a uomini e donne. Sottolineiamo gli stereotipi che i bambini incontrano costantemente, sui media, a scuola, nella vita, e insegniamo loro che va bene essere diversi. Incoraggiamo una cultura dell'accettazione e dell'accoglienza. Parliamo con loro di consenso, autonomia corporea e responsabilità, e ascoltiamo anche quello che hanno da dire sulla loro esperienza del mondo. Istruiamoli sin da piccoli sui diritti delle donne.Insomma  educhiamo      senza  tabù ed  censure   i nostri  figli   cioè    << non insegnare a tua figlia ad essere preda ,insegna a tuo figlio a non essere cacciatore >>( joumana haddad poetessa libanese -1970  - vivente  ).  Infatti bisogna   lavorare  perchè noi uomini accettiamo  che  anche le  donne  possano essere  come  noi pur  nella  diversità  . Infatti :


 da  https://www.ok-salute.it/salute-mentale/per-fermare-la-violenza-sulle-donne-bisogna-educare-i-maschi-fin-da-piccoli/

Perché i casi di violenza sulle donne sono ancora così tanti?
Mai come in questi ultimi otto anni le donne sono state inseguite, controllate, minacciate e uccise. Il passaggio dallo stalking all’atto criminale da parte dell’uomo, spesso ex-fidanzato e marito, è direttamente proporzionale alla conquistata indipendenza della donna nelle ultime decadi. Dopo gli anni Sessanta l’indipendenza femminile si è consolidata sino a raggiungere una sicurezza che si esprime con la libertà di non dipendere dall’uomo. Tale padronanza culturale provoca instabilità nell’uomo insicuro e possessivo, condizionato da una cultura del passato basata su un falso potere acquisito dal sistema economico e dalla forza fisica. L’uomo è sempre stato maschilista, machista, possessivo, trionfatore e anche vendicativo, specialmente quando era convinto di perdere il possesso di ciò che egli pensava essere suo. Inoltre, il fidanzamento, insieme al matrimonio, rafforzava e rafforza l’idea del possesso assoluto nella mente di alcuni uomini.
Come si può prevenire la violenza sulle donne?
La battaglia contro il maschilismo possessivo e la violenza sulle donne comincia dall’educazione dei più giovani. Sin dalle scuole medie occorre parlare ai ragazzi di come la cultura maschile sia cambiata negli anni e non riconosca il possesso verso l’altro. La scuola non dovrebbe limitarsi a fare lezioni e fornire informazioni sui diritti e il rispetto delle donne. Bisogna ricorrere a strategie educative rivolte ai maschi, verificando quanto si è assorbito sui sentimenti e sull’amore.
L’essere padre-padrone, il nonnismo, il nepotismo, il mobbing, il vandalismo cittadino e ogni tipo di bullismo hanno radici comuni di criminalità. Queste, prima o poi, potrebbero manifestarsi in modo grave. Se ad alcuni uomini capita di entrare in un tipo di ossessione, possesso e gelosia morbosa, il consiglio è rivolgersi a un professionista. Psicologi, psichiatri e professionisti potranno aiutare a elaborare molte loro sofferenze.
[....  segue   sull'url citato  ] 



Chiediamo risposte e servizi adeguati allo scopo
I servizi per le vittime di violenza di genere sono essenziali. Ciò significa che case rifugio, centri antiviolenza, numeri verdi, servizi di consulenza devono essere facilmente reperibili e disponibili per chi ne ha bisogno, anche e soprattutto ora, durante la pandemia di coronavirus. gettare insomma   una luce su ciò che non funziona e a richiedere tutti insieme che le cose cambino. Si può  scrivere    anche  a  costo   d'essere  molesti  ai giornali  che  usano nei  titoli     un linguaggio  da maschio  alfa  cioè   sessista        o  come dicevano i nostri  nonni\e  da   trivio     \ da bar  o espressione   <<  ho  avuto un  raptus  >>   o  mettono in risalto le parole del  carnefice      con  frasi    : <<  sè l'è  cercata  , mi  provocava  >> 

Comprendiamo cos'è il consenso
Il consenso entusiastico e gratuito a ogni richiesta è la conditio sine qua non perché non vi sia margine di violenza. Frasi come “«Mi sembrava che ci stesse» o «Chiaramente lo voleva» o «Ma si sa, è un uomo» tentano di offuscare i confini sul consenso sessuale, attribuendo la colpa alle vittime e fornendo un alibi agli autori dei crimini che hanno commesso. Il consenso non ammette linee sfocate: il sì dev'essere entusiastico, senza esitazioni né costrizioni. Dev'essere reversibile. Il silenzio non è consenso, il flirt non è consenso, la minigonna non è consenso, il forse non è consenso.

Riconosciamo i segnali di abuso
Esistono molte forme di abuso e tutte possono avere gravi effetti fisici ed emotivi. Per citare le più subdole: il partner controlla il cellulare, impedisce alla compagna di uscire senza di lui o di vedere le amiche, pretende che lei risponda sempre e subito a ogni sua chiamata o messaggio, controlla ogni cosa che compra, non le permette di avere un'indipendenza economica, lA insulta per l'aspetto fisico o quello emotivo («Come sei grassa!», «Non capisci niente!», «Sei buona solo a fare figli»)... Se sei vittima di uno o più di questi comportamenti o conosci qualcuno che li subisce, non aspettare un minuto di più e denuncia: meriti sicurezza e sostegno.

Sensibilizziamo, anche sui social  e sulla rete 
La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani che si perpetua da decenni. È pervasiva, ma non inevitabile, a meno che non restiamo in silenzio. Mostriamo la nostra solidarietà alle vittime e la nostra posizione nella lotta per i diritti delle donne, scrivendo post sull'argomento, condividendo sui social media i banner che lo riguardano o utilizzando il filtro facciale creato dalle Nazioni Unite per l'occasione, per spargere la voce e incoraggiare la comunità a fare lo stesso. Usiamo anche gli hashtag #orangetheworld, #16Days e #GenerationEquality per avviare delle conversazioni sulla violenza di genere.

Prendiamo le distanze dalla cultura dello stupro  e del maschio alfa  
La cultura dello stupro è l'ambiente sociale che consente di normalizzare e giustificare la violenza sessuale, alimentata dalle persistenti disuguaglianze di genere e dagli atteggiamenti riguardo al genere e alla sessualità. Denominarlo è il primo passo per smantellare la cultura dello stupro. Ogni giorno abbiamo l'opportunità di esaminare i nostri comportamenti e le nostre convinzioni alla ricerca di pregiudizi che consentono alla cultura dello stupro di continuare. Partiamo da noi: pensiamo a come definiamo la mascolinità e la femminilità e a come i pregiudizi e gli stereotipi ci influenzano. Dagli atteggiamenti che abbiamo nei confronti delle identità di genere alle politiche che sosteniamo nelle nostre comunità, possiamo tutti fare la nostra parte per opporci alla cultura dello stupro. Lo so    che  è difficile  e duro  ,  ed    significa  : << Fare come un eremita Che rinuncia a sé>>

Finanziamo le organizzazioni femminili
Sosteniamo le organizzazioni locali e nazionali che danno potere alle donne, amplificano la loro voce, supportano le vittime e promuovono l'accettazione di tutte le identità di genere e le sessualità (per citarne alcune tra le tante, AIDOS e Vides).

Riteniamoci reciprocamente responsabili
La violenza può assumere molte forme, comprese le molestie sessuali sul posto di lavoro o negli spazi pubblici. Prendiamo una posizione, richiamandola ad alta voce quando ne notiamo una: commenti sessuali inappropriati, battute sessiste, fischi di approvazione non vanno mai bene. Creiamo un ambiente più sicuro per tutti, invitando i nostri conoscenti a riflettere sul proprio comportamento e parlando chiaramente quando qualcuno supera il limite, oppure chiedendo l'aiuto di altri se non ci sentiamo al sicuro. Come sempre, ascoltiamo le vittime e assicuriamoci che abbiano il supporto di cui hanno bisogno.

E  pe r concludere  insistere  con se  stessi per   vincere  le nostre frustrazioni    e   i  nostri complessi    verso le  donne   e  l'universo femminile   per  non caderci  o caderci il meno  possibile    proporre  ai futuri  candidati (  locali e nazionali     tali proposte  )  

  Siti  consultati  

23.10.21

quando la passione è più forte delle offese federica 22 arbitro donna , trekking per sole donna nasce l'associazione Abbarra

 Lo  so che   nn è l'8 marzo  ma tali storie   non hanno  una  data  fissa  o istituzionalista. Perchè  anche le  donne hanno le  loro storie . 




Concludo il post d'oggi con un altra storia presa da 

Masomah Ali Zada era ancora molto piccola quando i genitori decisero di scappare dall’Afghanistan dei Talebani, che non amano le donne, e non amano nemmeno gli Hazara, il gruppo etnico cui appartiene la famiglia Ali Zada.
Scappano in Iran, ma anche lì la vita non è semplice: non ottengono lo status di rifugiati, non hanno i documenti. Masomah e sua sorella Zahra non possono nemmeno andare a scuola. Sono discriminate e isolate, ma trovano conforto in una vecchia bicicletta usata. Imparano a pedalare, a correre spensierate, a sognare successi talmente impensabili che non hanno nemmeno il coraggio di raccontarseli.
Dopo qualche anno, però, la famiglia pensa che la situazione nel loro paese sia migliorata, e decidono di
tornare a Kabul. All’inizio sembra vada tutto bene: Masomah e Zahra possono finalmente frequentare una scuola vera, fanno sport e le loro doti non passano inosservate. Sadiq Sadiqi, ex ciclista diventato allenatore, fa entrare le due sorelle nella squadra nazionale di ciclismo femminile.
Sembra una favola: Masomah e Zahra ora hanno 17 e 19 anni, e in poco tempo Masomah diventa la più forte della squadra. Indossa un foulard sotto il casco da ciclista, si allena per le strade di Kabul e continua a inseguire quel sogno indicibile: le olimpiadi.
Ma in realtà le cose non vanno affatto bene: andare in bicicletta non è semplice per una donna a Kabul, e così piovono insulti, offese, frutta, uova. E addirittura proiettili. I talebani minacciano le ragazze e il loro allenatore: non vogliono donne in bicicletta. Le due sorelle non vogliono smettere, e continuano ad allenarsi per le strade di Kabul, sfidando divieti e tabù. Finché un giorno Masomah viene picchiata per strada da uno sconosciuto, Sadiq Sadiqi viene rapito. È tutto troppo pericoloso.
Grazie a un documentario prodotto dal canale Arte, Patrick Communal, un avvocato francese appassionato di ciclismo, scopre la storia e le difficoltà delle due sorelle afghane, e si adopera per farle accogliere in Francia, insieme alla loro famiglia come rifugiati. Ci riuscirà nel 2017.
Oggi Masomah Ali Zada è a Tokio, e gareggia nella squadra dei rifugiati.
Il sogno per lei si è avverato.

(Il documentario di Arte si chiama “Les petites reines de Kaboul”, di Katia Clarens, Pierre Creisson, Xavier Gaillard, 2016)

Aiuta un avversario sfinito a tagliare il traguardo della maratona: il veneto Barnaba Barcellona campione di sportività e altri fatti incredibili

 da https://mattinopadova.gelocal.it/regione/2021/10/06/  tramite   google news  


La foto del trentenne vicentino alla corsa di Berlino sta facendo il giro del mondo: «Un’esperienza che mi ha riempito il cuore»

VICENZA. Usando la solita retorica da social, si potrebbe parlare di “foto che ha commosso il web”. E, in effetti, è proprio così. Il ragazzo nell’immagine è Barnaba Barcellona, 29 anni, di Vicenza. Il 25 settembre ha corso la sua prima maratona, a Berlino, concludendola in 4h 4’. Ma qui non parliamo del risultato, non certo da Guinness dei primati, ma del bellissimo gesto del giovane. A 30 metri dal traguardo, accortosi di un compagno che, sfinito, si era accasciato a terra, insieme a un maratoneta inglese ha deciso di sollevarlo con la forza, sostenendolo e portandolo con sé all’arrivo, la porta di Brandeburgo, nell’indifferenza degli altri atleti, che continuavano a correre.

«È stata una esperienza che, al di là dell'aspetto cronometrico, mi ha riempito il cuore» ha detto Barcellona, intervistato dal Giornale di Vicenza, confidando il desiderio di incontrare ancora il maratoneta conosciuto in quei trenta metri di asfalto, «ma ho perso ogni recapito, non ricordo il suo numero di pettorale e non riconoscerei il suo volto».

Per il 29enne, tesserato con la Vicenza Marathon, sarebbe come cercare un ago in un pagliaio, dovrebbe essere l’altro maratoneta a farsi avanti. In ogni caso, resta il bel gesto di Barnaba Barcellona, vicentino, che da quattro anni vive a Copenaghen. Si è trasferito nella capitale danese dopo avere conseguito il diploma all’Accademia di belle arti di Venezia. Adesso studia alla Kea Copanghen school of design and technology.
 da  https://www.ilmessaggero.it/animali/Venerdì 8 Ottobre 2021, 22:04 - Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre, 07:53



Vomito di balena, tornati alla luce 30 chili di 'ambra grigia': valore 1 milione di euro










Scoperti e recuperati 30 chili di vomito di balena in Thailandia. Il loro valore commerciale ammonterebbe a circa 1 milione di euro. La somma sarebbe stata intascata da un pescatore locale entrato in possesso del pregiato materiale, detto anche ambra grigia, utilizzato nell'industria dei profumi.
La scoperta
Di ritorno dal lavoro un pescatore locale thailandese vedendo uno strano oggetto tra le onde sulla .

spiaggia di Niyom, nella provincia di Surat Thani, nel Sud del Paese, ha deciso di avvicinarsi e lì, dopo la conferma anche del Prince of Songkla University che ha analizzato la sostanza, l'uomo ha trovato la sua fortuna.
L'ambra grigia, una sostanza cerosa solida prodotta nell'apparato digerente dei capodogli, ha infatti un altissimo valore sul mercato ed è impiegata soprattuto nell'industria legata alla produzione di profumi. Narong Phetcharaj, questo il nome del pescatore è quindi entrato nel club dei super ricchi del Paese.
Il vomito di balena
Considerato come un tesoro marino, un vero e proprio oro galleggiante, il vomito di balena contiene un alcol inodore che, una volta estratto, viene utilizzato per stabilizzare l'odore nei profumi facendolo durare più a lungo. La balena durante il processo di digestione vomita questa sostanza che si solidifica e galleggia sulla superficie dell'oceano.


https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/
sottomarino nucleare
Un ingegnere nucleare del Maryland, negli Stati Uniti, e sua moglie sono stati incriminati con l'accusa di aver tentato ripetutamente di vendere informazioni segrete sui sottomarini nucleari americani (nascoste all'interno di cose comuni, come un sandwich al burro di arachidi) a un non meglio precisato Paese
straniero. Il presunto piano spionistico - come riporta il Washington Post - è stato smascherato dall'Fbi che ha teso una trappola ai due coniugi.
Una volta un sandwich al burro di arachidi, un'altra un astuccio di chewingum. Non mancavano di inventiva Jonathan Toebbe, 42 anni, e la sua consorte Diana, 45 anni, i protagonisti della vicenda che li ha visti  sabato scorso finire in manette per intervento dell'Fbi, in un'operazione che, stando alla testimonianza di un vicino di casa, avrebbe coinvolto circa 30 agenti. La coppia si era infatti servita di questi nascondini gastronomici per passare le informazioni a quelli che credevano essere rappresentati del Paese straniero con cui l'ingegnere aveva tentato di mettersi in contatto. Si trattava invece di agenti dei servizi segreti americani.
L'Fbi riferisce che il piano è iniziato nell’aprile 2020, quando Toebbe ha inviato al Paese in questione un pacco di documenti riservati appartenenti alla Marina americana, accompagnandolo con una nota scritta: l'uomo sarebbe stato disposto a vendere manuali operativi, rapporti sulle prestazioni e altre informazioni sensibili relativi alla flotta di sottomarini nucleari americana. D'altronde, Toebbe lavorava come civile per l'esercito dal 2017, dopo essersi arruolato nella Marina. Si occupa di propulsione nucleare navale dal 2012: nello specifico è esperto della tecnologia che riduce i rumori e le vibrazioni del sottomarini, aspetto fondamentale da cui dipende la loro più o meno facile individuazione.
Il pacco è stato rintracciato dall'Fbi, che ha subito avviato l'indagine servendosi di un suo agente sotto copertura. Quest'ultimo si è messo in contatto con Toebbe comunicandogli che pur di ottenere quelle informazioni le avrebbe pagate migliaia di dollari in criptovaluta.
Dopo una prima iniezione di fiducia, costata l'Fbi 10mila dollari, durante l'estate scorsa ha avuto luogo il primo scambio: Toebbe si è recato in una località concordata del West Virginia insieme alla moglie che sembrava - riferiscono gli investigatori - fare da palo durante l'operazione. L'Fbi ha recuperato, comprandola per 20mila dollari, una memory card avvolta nella plastica e nascosta tra due fette di pane in un mezzo sandwich al burro di arachidi. La scheda conteneva informazioni relative a elementi di progettazione e caratteristiche di prestazione dei reattori sottomarini.
L'Fbi ha condotto con Toebbe scambi simili che avrebbero confermato lo schema comportamentale dell'ingegnere: in un altro incontro l'omo ha ceduto altre informazioni al modico prezzo di 70mila dollari - sempre in criptovaluta - nascondendole in una memory card all’interno di un pacchetto di gomme da masticare. I Toebbes dovrebbero comparire in tribunale martedì a Matinsburg, West Virginia.

c'è chi lotta contro le mafie Rachid, il runner Cavaliere della Repubblica che combatte la mafia con lo sport ., c'è chi s'inchina baciandone le mani

 REPUBBLICA  23\10\2021

Rachid, il runner Cavaliere della Repubblica che combatte la mafia con lo sport

Berradi, marocchino di nascita, trasferitosi in Italia a 10 anni, è stato uno dei mezzofondisti più forti della nazionale azzurra. Oggi è impegnato nel sociale e nella diffusione della legalità tra i giovani di Palermo, un'attività per la quale è stato insignito da un'onoreficenza dal Quirinale

PALERMO - La lotta alla mafia si può fare in un’aula di tribunale, nelle stanze di una procura, nelle caserme dei carabinieri o nei commissariati di polizia. Ma la mafia si può combattere anche in una pista di atletica leggera, in un campo di calcio, per strada organizzando una manifestazione sportiva.E’ questa l’idea che da sempre porta avanti Rachid Berradi,


uno dei mezzofondisti più forti che l’Italia abbia mai avuto. A lungo primatista della mezza maratona e finalista nel 10 mila alle Olimpiadi di Sydney, Berradi è nato 46 anni fa a Meknes in Marocco, ma dall’età di dieci anni vive a Palermo.E proprio nel capoluogo siciliano ha trovato terreno fertile la voglia d‘impegno sociale che da sempre lo accompagna. Un impegno del quale si è accorto anche il Quirinale che nel dicembre del 2020 lo ha insignito con una onorificenza al merito della Repubblica. Il presidente Sergio Mattarella ha nominato il suo concittadino Rachid Berradi Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica e, nella motivazione del riconoscimento, c’è tutta la passione sportiva e civile dell’ex azzurro. “Per la sua appassionata cultura per la legalità e per il contributo al contrasto all’emarginazione sociale”.Quando il telefono ha squillato e una voce annunciava di chiamare dal centralino del Quirinale, Rachid ha pensato a uno scherzo. Un attimo, giusto il tempo di capire che era tutto vero e che i suoi sforzi – quelli sociali prima ancora che quelli sportivi – erano stati riconosciuti e premiati. Berradi è appuntato scelto dei Carabinieri ed è in servizio al Comando provinciale di Palermo. Smesse la scarpette chiodate non ha interrotto – semmai lo ha intensificato – il suo impegno per la legalità.Fare l’elenco della manifestazioni alle quali Rachid ha partecipato in prima persona o nelle quali ha prestato il suo volto e il suo nome come testimonial sarebbe praticamente impossibile. Basti però sapere che queste gare, questi avvenimenti, queste corse non competitive hanno avuto sempre il filo conduttore della legalità, dell’inclusione, della voglia di riscatto.E allora è facile spiegare come Berradi sia stato l’ideatore dell’Atletico Zen, una società sportiva che nasce in uno dei quartieri più difficili di Palermo, che con Rachid in panchina ha partecipato al Memorial “Paolo Borsellino” di calcio a 5.ene" E ancora come Berradi sia stato l’anima di una staffetta in memoria di Filippo Raciti, il poliziotto ucciso prima di un derby tra Catania e Palermo. Una staffetta partita dallo stadio della Palme a Palermo, l’impianto di atletica leggera intitolato alla memoria di Vito Schifani, uno degli agenti della scorta di Giovanni Falcone ucciso nella strage di Capaci.Una vittima della mafia, Schifani, come vittime della mafia erano i personaggi effigiati nelle magliettine indossate dai ventiquattro ragazzi di Palermo e Lampedusa che grazie a una iniziativa di Berradi hanno partecipato all’edizione del 2013 del Golden Gala all’Olimpico. Una staffetta simbolica con i giovani atleti che si passavano il testimone ricavato da un pezzo di legno di una delle barche arrivate a Lampedusa cariche di migranti in cerca di un futuro migliore.Un futuro che Berradi sta cercando di dare anche ai tantissimi ragazzi con i quali ogni giorno lavora a Palermo. Ragazzi come quelli del 2013 che, al rientro da Roma, deposero due bandiere tricolori autografate dai big dell’atletica mondiale all’Albero Falcone dove il giudice abitava e in via D’Amelio dove invece Paolo Borsellino venne fatto saltare in aria da Cosa nostra insieme agli uomini della sua scorta.      Esempi di un impegno sociale, di legalità, di senso civico. Gli stessi esempi che Rachid Berradi trasmette oggi ai “suoi” ragazzi, insegnando loro cosa significhi essere oggi cittadini del nostro tempo anche in una città difficile come Palermo. Dimostrando, con i fatti, che antimafia può essere anche dare un calcio a un pallone insieme agli amici o fare una corsa dove, mai come in questo caso, l’importante è partecipare. L’importante è esserci

San Luca, il baciamano al boss della 'ndrangheta arrestato dopo 23 anni

Salutato con baciamano e abbracci da quanti lo attendevano all'uscita del palazzo dove i Carabinieri lo hanno scovato, nascosto in un bunker ricavato al di sopra del camino in cucina. Fanno scalpore le immagini trasmesse dal Tg1 e relative all'arresto di Giuseppe Giorgi, di 56 anni, catturato dai Carabinieri a San Luca nel palazzo dove risiede tutta la sua famiglia. Giuseppe Giorgi, detto "u capra", inserito nell'elenco dei 5 latitanti di massima pericolosità stilato dal ministero dell'Interno, era ricercato dall'agosto 1994 e deve scontare 28 anni e 9 mesi di reclusione per reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanza stupefacenti

                             Quel baciamano al boss latitante omaggiato come un sovrano


“Baciamo le mani”. Chi nel parlare di mafie, non ha mai usato quest’espressione? Sdoganata da film e racconti, è spesso strumento di racconti macchiettistici dei clan. Eppure è realtà. Quando dopo 23 anni di latitanza Giuseppe Giorgi "U capra", boss dei Romeo Staccu con 28 anni e 9 mesi da scontare per droga, è stato scovato nella sua San Luca c’è chi si precipitato ad omaggiarlo proprio così. Perché soprattutto nell’ala militare della ‘Ndrangheta segni e simboli, pesano più delle parole, consolidano un marchio, perpetuano un mito. E il boss, costretto a uscire dal cunicolo in cui si era nascosto calandosi giù come un topo, è stato portato via dai carabinieri mentre la folla lo omaggiava come un re.

l'ennesima aggresione a uno studente di origini straniere non è una notizia, è la fotografia di un Paese senza speranza.

immagine    simbolo presa  in rete  



Leggo dalla bacheca facebook di Lorenzo Tosa una delle poche penne giornalistiche come siu si deve sui social questa news

Torino.

Una studentessa di 14 anni, di origini straniere, iscritta all’alberghiero, viene avvicinata da un compagna all’ingresso della scuola.
Prima le offese: “Neg**, devi tornare al tuo Paese.” “Quelli come te devono morire, neg** di mer**”. Poi i pugni, i calci. Tanti, violenti. Un pestaggio in piena regola, al punto che la vittima
finisce in ospedale con varie lesioni.
Ma la cosa più sconvolgente di tutta la vicenda è che nessuna delle compagne - nessuna - è intervenuta, limitandosi a osservare una coetanea massacrata di botte.
E una terza ragazza che ha osato quantomeno filmare la scena, perché ne rimanesse traccia, è stata a sua volta colpita.No, non chiamatelo bullismo. Questo è razzismo, della peggior specie. Quello che si alimenta ogni giorno degli odiatori di professione e si nutre della violenza degli indifferenti. Il razzismo è il mostro. Ma chi resta a guardare, senza alzare un dito, fa ancora più paura.

per avere maggiori dettagli



da internet un sito a caso tanto riportano la news alla stessa maniera da
https://www.fanpage.it/attualita/ 22 OTTOBRE 2021 16:35
Torino, 14enne aggredita con insulti razzisti da una compagna: “Non copiarmi su Instagram, scimmia” Aggredita con insulti razzisti, calci e pugni davanti alla scuola. Una ragazzina di 14 anni di Torino è la vittima ripresa in alcuni video che hanno fatto prima il giro dell’istituto alberghiero che frequenta e poi quello dei cellulari dei genitori degli studenti. “Mi ha chiamato scimmia – racconta – e mi ha detto che quelli come me devono morire” A cura di Gabriella Mazzeo Picchiata e insultata fuori da scuola per il colore della pelle. Un episodio raccapricciante avvenuto a Torino lo scorso 5 ottobre. A raccontare per primo la storia il quotidiano La Stampa che ha raccolto la testimonianza della 14enne aggredita con appellativi razzisti fuori dall'istituto alberghiero che frequenta. A scagliarsi contro di lei una compagna di scuola ora denunciata ai carabinieri. La violenza è stata ripresa con un cellulare e il video è stato diffuso tra gli studenti fino a raggiungere la madre della vittima. "Non riesco a guardarlo – ha detto la donna -. Sentire quegli insulti nei confronti della mia bambina mi ha fatto male. In tanti anni in Italia non sono mai stata offesa per le mie origini mentre mia figlia si trova a combattere contro il razzismo. Le dico di andare avanti, ma so che non è semplice". "Mi ha chiamata scimmia, mi ha detto che devo tornare da dove sono venuta e che quelli come me devono morire" ha raccontato la ragazzina al quotidiano. "Ero appena arrivata a scuola con le mie amiche quando questa ragazza si è avvicinata a me e mi ha detto di smettere di copiarla su Instagram. "Finiscila o ti ammazzo", questa è stata l'ultima frase. Poi mi ha tirato i capelli e mi ha strappato alcune treccine. Si è seduta sopra di me, schiacciandomi il costato con un ginocchio e ha iniziato a colpirmi". L'autrice dell'aggressione si è poi presentata in ospedale con alcune contusioni alle mani. Al preside ha detto di essersele procurate mentre difendeva un compagno disabile da "atteggiamenti ingiusti della 14enne". La vittima dell'aggressione, però, ha rispedito le accuse al mittente ribadendo al preside che il ragazzo disabile in questione è in realtà uno degli studenti che la bulla prende spesso di mira. "Mio fratello è autistico – ha specificato la quattordicenne -. Potrei mai comportarmi male con qualcun altro come lui?". La ragazzina è stata curata all'ospedale Maria Vittoria di Torino. Una volta tornata a scuola, sarebbe stata ulteriormente minacciata da un'amica della bulla. "Mi ha detto che non era finita lì, ma io non ho paura. Ci sono le mie amiche e io ho le prove di quanto dico. Spero che chi ha assistito non abbia paura di parlare adesso. Quella ragazza terrorizza tutti ed è ora che questa cosa finisca".


22.10.21

un associazione di genitori lancia una petizione online per fermare Squid Game in quanto “violento e pericoloso per i nostri figli”.



Io, invece di chiedere di vietare una serie tv (peraltro già anacronisticamente vietata ai minori di anni
14), mi chiederei perché i genitori non inizino a : 1) non regalare ed non fare usare da soli prima dei 14 anni precocemente celluari o tablet o parcheggiare davanti a internet 2) a se già lo fanno a toglierlo o regolamentare . Non è censurando o vietando una serie che risolveremo il problema della violenza, ma educando i nostri figli. O, perlomeno, è un buon inizio. Infatti io Non credo nella censura  o 
 divieto  ai minori  , mi pare una scorciatoia, una forma di deresponsabilizzazione, un modo per spostare più in là il problema e non affrontarlo, rinunciando a interrogarci come :  padrini  ,   zii o  cugini   (  nel mio caso ),  genitori ed educatori.
Non è un giudizio nei confronti di nessuno, ci mancherebbe, e ogni   uno     di noi  agisce sempre (o quasi) in buona fede, come - ne sono sicuro anche  se  non troppo  - anche i promotori della petizione in questione  .
Da Zio     e  cugino  in secondo  , senza presunzione né certezze assolute, è uno spunto di riflessione che rivolgo a noi tutti, in primis a me stesso. Sperando di lanciare un piccolo sassolino nello stagno di un dibattito necessario.

E'   vero    come  dicono  (  qui  il testo integrale  )        quelli dell'associazione   che  ha  lanciatola petizione  : << [...]  il rispetto delle regole non ha senso se queste non sono applicate su un piano culturale condiviso, sull’insieme di valori e princìpi alla base di una comunità, che non ha più radici, se non qualche hashtag”>>   . Ma  nvece di censurare  o  chiederne il divieto     basta    , come giustamente  fanno   sul  loro sito  ad  alcune precauzioni  
   Ora  come dice  
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  • LauRina Inverse
    Squid game è vietata ai minori di 14 anni, se alcuni genitori non sanno controllare cosa guardano i figli o nemmeno usare il blocco famiglia, affari loro. La prossima mossa qual è? Denunciare Rocco Siffredi per atti osceni?
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    • 44 m
  • Tale  richiesta   è   inutile perchè  I buoi sono scappati da un pezzo, inutile chiudere la stalla adesso...  Ma  poi scusatemi  
    Non ha nessun senso, è una serie TV non il demonio, piuttosto che vietarla guardatela insieme ai vostri figli e discutetene insieme ! I bambini ed  i  ragazzi     la possono guardare solo se i genitori se ne fregano e non si occupano di cosa guardano  o vengono lasciati    soli come baby  sitter      davanti  al pc   e al cellulare \  tablet   . E  poi cn la  censura  e  con i divieti istituzionalizzati   o  immotivati    Non si risolve nulla con la censura! Piuttosto i genitori devono fare i genitori e saper dire no ai figli ! e  sapersi imporre  . Quindi cari  genitori  se  non  sapete   monitorare i figli o utilizzare un banalissimo strumento come il parental control, e preferite    chiedere     come   soluzione  la censura non fateli i figli se poi non sapete essere presenti. Se proprio  giudicate   tale  serie  tv    totalmente    negativa  e  diseducativa    op  non  siete  in grado di fare  quello   di cui si è parlato  nelle   righe  precedenti  disdicete o  non abbonatevi a  netflix  o  simili   mica  l'ha  ordinato il medico   e  non rompete  ......  le  scatole   a chi vuole  vederla  o   la  guarda  . Ma  soprattutto  evitate  di  farvi  trascinare  dalla  paura    e  dall'ansia      che prendete  cantonate  come  questa  (   Un mio    riassunto  dell'articolo purtroppo a  pagamento  di repubblica  del 22\10\2021
I carabinieri sono intervenuti in una scuola, gli esperti e i genitori hanno lanciato un allarme. Le persone che hanno eccepito, sostanzialmente con mere finalità anticristiane, questo articolo, invece, contestano il "bigottismo". "Mistero" o, speranzosamente, disonestà intellettuale. I carabinieri in una scuola elementare a Roma con un volantino in mano. Sopra, disegnati, un quadrato, un cerchio e un triangolo, i simboli della serie tv. C'è anche
un numero di telefono e un messaggio: "Vuoi cambiare vita?". Il numero
rimanda a un'agenzia immobiliare che sta reclutando personale. Di quei volantini ne avevano trovati tanti, sono sparsi come coriandoli davanti alle scuole, sulle panchine, nei parchi e in qualche cassetta postale. Insegnanti e genitori sono preoccupati. A ragion veduta, visto che piovono segnalazioni su ragazzini che se le danno di santa ragione. I piccoletti in alcune scuole si spingono e si prendono a schiaffi, per imitare il gioco "del calamaro", dello squid. Ceffoni come nella prima puntata della serie, e quando perdono mimano il gesto della pistola, il rumore dello sparo.