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20.2.26

passioni olimpiche . Sartori: "Il canottaggio? Dopo il bronzo a Sydney ho cambiato vita. Ora sono maestro di sci a Cortina"



gzzetta  dello sport

La medaglia di bronzo ai Giochi del 2000 si racconta: "Dopo la medaglia e il campionato iridato del 2001 ho deciso di fare altro". Cortina? Il luogo ideale per le Olimpiadi, un posto insuperabile"
Dal nostro inviato Claudio Lenzi
20 febbraio 2026 (modifica alle 19:41) - CORTINA



Una medaglia olimpica del canottaggio tra i successi invernali di Cortina. Già l’accostamento è strano, ma se accade nell’unico luogo che può accomunarli – Casa Italia – allora un senso ce l’ha. E si scopre una storia affatto usuale, di un atleta di livello internazionale che sceglie ancora giovane di lasciare tutto e tentare un’altra strada, che lo porta sulle Alpi, dove lo incontriamo alla soglia dei 50 anni.



Nicola Sartori, il primo ricordo che le viene in mente dei Giochi di Sydney?
“Quando abbiamo tagliato il traguardo con Giovanni Calabrese. Bronzo! Subito mi si è annebbiata la vista, per lo sforzo ho quasi perso conoscenza. Nel canottaggio è così, alla fine della gara sei in bilico tra il collassare e il voler quasi ripartire, per la carica di energia che hai in corpo”.


E poi cosa è successo, con la medaglia al collo?
“I giornalisti, gli abbracci con gli altri della squadra, l’antidoping e il peso dell’imbarcazione. Ma soprattutto si torna padroni del proprio tempo, dopo anni dove tutto è programmato, schematizzato da altri. E poi dopo aver dormito in hotel per evitare distrazioni, ci siamo trasferiti per tre giorni al Villaggio Olimpico: semplicemente stratosferico”.


Perché proprio il canottaggio?
“Sono di Cremona e sono cresciuto alla Bissolati, sul fiume Po. Poi quando sono entrato nel giro azzurro e in Fiamme Oro, la vita era tra i centri di Sabaudia e Piediluco. Nell’anno olimpico ricordo tre settimane lì e una casa, fino ai Giochi. Poi tante gare in Lombardia sui laghi di Varese, Gavirate, sul Maggiore e all’Idroscalo”.
 




Però non spiega come è arrivato a Cortina.

“Dopo la medaglia ai Giochi e il Mondiale 2001 ho deciso che volevo cambiare vita. Nonostante la delusione data a Federazione e Fiamme Oro, la Polizia mi ha lasciato un po’ di tempo per pensare e alla fine ho scelto di rimanere nell’arma e visto che ero bravo anche a sciare, ho fatto l’esame per entrare nel gruppo del soccorso alpino. Il primo incarico me lo hanno dato a Cortina, e visto che qui ho incontrato anche la mia compagna, non mi sono più mosso”.


E la storia del maestro di sci?
“È il mio lavoro. Per un po’ di anni ho fatto soccorso in pista, ma intanto mi allenavo per diventare maestro e alla fine ho passato la selezione. A quel punto sono uscito dalla polizia e adesso vivo facendo l’insegnante di sci a tempo pieno”.


È mai più risalito su un’imbarcazione?
“Dopo i Mondiali del 2001, mai più. Per qualche anno ho provato una sorta di rifiuto e ho preferito dedicarmi ad altri sport, soprattutto la bicicletta. Poi sono mancate lo occasioni”.
 




A 50 anni qual è il suo sport preferito?
“Dico ancora il canottaggio, è quello che mi ha dato tutto”.


Sofia Goggia dice che le Tofane sono le montagne più belle, soprattutto all’alba. È d’accordo?
“Ci sono quelle rocce verticali, sembra quasi di poterle toccare quando si scia, è sensazionale. Tra inverno e estate avrò scattato migliaia di foto a queste montagne”.


I Giochi a Cortina, insomma, sono una scommessa vinta.
“Con tutto il rispetto per le altre località che hanno ospitato l’Olimpiade, un posto così bello e magico è insuperabile. Tutti gli atleti e i volontari ricorderanno questo evento tutta la vita”.

Deborah Compagnoni: "Il bronzo di Sofia Goggia vale un oro"

Anche la Goggia ha fatto un impresa ma non ha avuto lo stesso clamore mediatico che ha avuto quelli
della Brignone e qualcuno lo riconosce ( vedi titolo )  ed articolo sotto preso da msn.it 


Intervistata da ilNordEst.it Deborah Compagnoni ha parlato anche delle Olimpiadi di Sofia Goggia. “Ha conquistato un bronzo pesantissimo, in condizioni mentali delicate – ha tenuto a sottolineare -. Quel bronzo assomiglia tanto ad un oro. Non era facile scendere dopo un infortunio così grave, l’elicottero sulla testa e venti minuti di stop. Lei è stata bravissima. A volte Sofia pecca nell’istinto. È una istintiva, aggredisce la pista senza mezze misure, è sempre stata la sua forza ma qualche volta anche un limite”.
“Il bronzo in discesa è arrivato perché Sofia ha capito che la situazione richiedeva gestione. In super

gigante aveva il miglior tempo quando è incappata nell’errore. L’errore fa parte del percorso, ma resta la più forte di tutte in discesa. La Goggia ha ottime possibilità di conquistare un titolo di specialità, discesa o super G. Vorrà anche vendicare un po’ queste olimpiadi, le motivazioni non le mancheranno di sicuro” ha aggiunto la valtellinese.
“La giornata di domenica è stata di difficile gestione, anche dopo l’infortunio della Lindsey Vonn, a cui mando tutti i miei più sinceri auguri di guarigione – ha evidenziato la bergamasca a RTL 102.5 -. Innanzitutto mi è dispiaciuto tantissimo per quello che le è capitato. Lei partiva con il pettorale 13, io avevo il 15: in partenza si sentivano le urla, sebbene la terza porta, dove poi è caduta, fosse a circa 100 metri in linea d’aria o poco più. Non è stato un momento semplice da gestire, ma chiaramente il dispiacere per lei va oltre la mia difficoltà nel gestire quel momento in partenza”.
“Sul Gigante non mi sono sentita delusa. È chiaro che, quando sei terza nella prima manche alle Olimpiadi e poi arrivi ottava, la delusione venga descritta anche dalle testate giornalistiche per quella che avrebbe potuto essere un’altra medaglia – ha proseguito -. Però, a dire la verità, io in Gigante non salgo più sul podio in Coppa del Mondo dal 2018. Mi ritengo comunque soddisfatta della mia gara, perché ho fatto due manche ad alto livello. Poi, chiaramente, nella seconda manche le vere gigantiste, che forse erano andate un pochino più piano nella prima, si sono date una mossa e hanno sciato un po’ più forte. Comunque ho preso quattro decimi sia nella prima sia nella seconda manche dalla vincitrice, quindi la mia gara è stata molto lineare. È chiaro che poi si sono invertite un po’ le posizioni e questo può essere visto come una delusione”.




“Devo dire che, se dovessi avere un rammarico per qualcosa, nel caso sarebbe per il superG, perché io sono molto più forte nelle discipline veloci, sebbene sappia sciare anche in Gigante. Essere in testa fino a metà pista con 65 centesimi di vantaggio e poi sbagliare, non riuscendo a concludere la gara, mi è dispiaciuto molto. In discesa, invece, sono riuscita a portare a casa questo bronzo” ha sottolineato poi la campionessa.

IL BRACIERE LE STIME SUGLI EFFETTI MIRABOLANTI DELLE SPESE OLIMPICHE SUL PIL Olimpiadi a Milano. Demogorgoni, soldi e miracoli economici di gianni barbacetto





  • Il Fatto Quotidiano
  • GIANNI BARBACETTO

  • Il braciere olimpico all’arco della pace di Milano attira visitatori, turisti e curiosi, aiutati anche dall’eterno rito milanese dell’apericena nei locali della zona. Speriamo che Netflix non accusi di plagio Marco Balich, autore del braciere, visto che evoca i bagliori rossastri di Stranger Things, ma speriamo soprattutto che i demogorgoni non assaltino i tavolini dei baretti attorno. Intanto si fanno già le prime valutazioni sui prodigiosi benefici economici che le meravigliose Olimpiadi invernali 2026 porteranno a Milano, a Cortina e alla Nazione tutta. Per lo più è propaganda, marketing urbano dell’oste che dice che il suo vino è buono. Di certo c’è solo la spesa: 7 miliardi di euro, di cui 5 miliardi di soldi che saranno prelevati dalle nostre tasche, malgrado le promesse di costi pubblici zero. Però gli effetti saranno mirabolanti, giura l’oste, perché – oltre alle tante medaglie – Milano, Cortina e la Nazione tutta otterranno benefici miliardari. Le ricerche realizzate finora stimano un valore aggiunto dai 2 (la più prudente) ai 5 miliardi di euro (la più ottimista). Assolombarda prevede, grazie a uno studio di Milano&partner, che “i

    Giochi genereranno sul territorio milanese una produzione complessiva stimata in circa 2,5 miliardi di euro, a cui corrisponde un valore aggiunto pari a 1,045 miliardi”, con circa 0,4 punti percentuali di Pil generato dall’avvio dei lavori a oggi.

    Sono dati attendibili? Gli studiosi indipendenti sono più cauti. Jérôme Massiani, docente all’università Milano Bicocca, su lavoce.info definisce “illusione ottica” le stime fin qui realizzate, che “si basano su ipotesi molto semplificatrici, si interessano a pochi effetti e, più in generale, non recepiscono il perfezionamento delle tecniche valutative”. Il professor Marco

    Ponti, sul Domani, ricorda che qualunque investimento genera Pil, anche se la spesa è insensata. I conti si fanno in molti casi sommando le spese legate all’evento e applicando un moltiplicatore per gli effetti indiretti e indotti: risultato sempre strabiliante, oste sempre contento.

    Lo si fece ai tempi di Expo Milano 2015, quando un centro studi della Bocconi stimò che 12,5 miliardi d’investimento avrebbero generato 34,7 miliardi: l’apoteosi del moltiplicatore economico, un campo dei miracoli in cui per ogni zecchino sotterrato se ne ritrovano tre la mattina successiva. Gli studi sull’impatto economico delle grandi opere “nascono proprio per questo: misurano quanto una spesa impatta sull’economia, creando occupazione e attività per le imprese. E questo impatto”, constata Ponti, è “sempre positivo, qualsiasi sia la spesa, anche la meno sensata”.

    Alle analisi di impatto sarebbe più opportuno sostituire le analisi costi-benefici. Ma è “meglio non far venire inutili dubbi alla popolazione festante”. Quanti benefici sarebbero stati generati spendendo la stessa cifra impegnata per le Olimpiadi in un grande piano per realizzare piscine pubbliche o palestre (pensate: in Lombardia, che pure è la regione più avanzata d’italia, soltanto il 44 per cento degli edifici scolastici ha una palestra)? Sappiamo che gli studi indipendenti sulle Olimpiadi del passato elencano disastri dal punto di vista economico. Anche senza ricordare il picco negativo dei Giochi di Atene, che hanno contribuito a far sprofondare la Grecia, Massiani cita una ricerca di France-stratégie dopo le Olimpiadi di Parigi “che indica una perdita socioeconomica fino a circa 3 miliardi, pur includendo una serie importante di benefici come, per esempio, la più alta pratica sportiva e i benefici occupazionali”. Ma è difficile uscire dal coro festante. Chi chiede cifre certe, critica la propaganda, allinea dubbi, pone domande, viene catalogato come disfattista, “contro Milano” e “contro la Nazione”: alleato dei demogorgoni che sonnecchiano (per ora) nel varco con il Sottosopra nascosto nel braciere olimpico.

    Non è tutto oro ciò che luccica Buco olimpico di 100 milioni ., Agli studenti che hanno creato Tina e Milo in premio soltanto due pupazzi da 35 euro

    Riunione d’urgenza del Cda per sfrondare le spese: ultimo bilancio chiuso in perdita nonostante i generosissimi aiuti pubblici

    FOTO LAPRESSE
    Trionfo azzurro: 26 medaglie L’omaggio delle avversarie alla bi-campionessa Federica Brignone

    Medaglie, trionfi, brindisi. Ministri e dirigenti che si pavoneggiano sotto i riflettori, (auto)celebrando il grande evento che – a sentir loro – inorgoglisce l’italia nel mondo. Ma lontano dalle paillette e dalla propaganda, la realtà delle Olimpiadi invernali 2026 è ben diversa: i conti della Fondazione Milano-cortina continuano a fare acqua da tutte le parti, e ad oggi chiudono in perdita clamorosa. Col rischio concreto di un ulteriore salasso per le casse pubbliche.

    PROPRIO qui sul Fatto, in tempi non sospetti, avevamo rivelato il deficit di quasi mezzo miliardo nel bilancio del Comitato, sempre negato dagli organizzatori. Da allora, la Fondazione ha rivisto al rialzo il budget, intorno a quota 1,7 miliardi (in principio doveva essere di circa 1,3). E soprattutto ha ricevuto un aiuto decisivo dal governo: la scorsa estate, nel decreto Sport è stato inventato un commissario “fittizio” alle Paralimpiadi, a cui hanno assegnato ben 387 milioni di euro, così da scorporare una serie di costi (le attività dei Giochi paralimpici facevano originariamente parte del dossier) e salvare il bilancio di Milano-cortina. Il classico trucco all’italiana, un escamotage contabile per ripianare pubblicamente le perdite senza ammetterlo. Il problema è che, a quanto pare, non è bastato.

    Al Fatto risulta che, proprio a poche ore dalla cerimonia inaugurale di San Siro, il consiglio d’amministrazione di Milano-cortina si sia riunito d’urgenza per provare a far quadrare i conti dell’evento. Inutilmente: il bilancio è stato chiuso a tutt’oggi con un passivo enorme, nell’ordine di circa 100 milioni di euro, o forse anche di più. È chiaro che siamo ancora di fronte a un previsionale, il consuntivo dipenderà da una serie di variabili: si cerca fino all’ultimo e disperatamente di sfrondare le spese il più possibile (anche se solo l’inguardabile cerimonia inaugurale, degna d’una corazzata Potëmkin, pare sia costata quasi 50 milioni), mentre i ricavi sono al di sotto delle aspettative. Soprattutto, andrebbero definite con esattezza alcune poste in arrivo dal Cio, e i servizi di cui si farà carico il commissario governativo per le Paralimpiadi. Con una serie di incastri favorevoli, gli organizzatori sperano ancora di contenere le perdite ma il fallimento della premiata coppia

    LA LETTERA IL COMITATO PARALIMPICO AL GOVERNO: “PAGATECI”

    Varnier-malagò (rispettivamente amministratore delegato e presidente della Fondazione) è conclamato.

    LA SITUAZIONE è talmente drammatica che a Milano-cortina non pagano nemmeno Coni e Cip, cioè lo Stato. Ai due enti pubblici, infatti, in base all’olympic e al Paralympic Agreement, spettano una serie di ricavi, dal momento che loro per tutto il ciclo olimpico rinunciano al marchio dei cinque cerchi. Una gestione virtuosa avrebbe previsto di saldare puntualmente, anno per anno, il minimo garantito previsto dal contratto, e poi fare i conti alla fine sul resto, così da non stressare i bilanci dei due organismi, che hanno dovuto fare i salti mortali nell’incertezza di queste somme. Invece la Fondazione non ha praticamente mai pagato. Allora il Comitato Paralimpico, disperato dalla mancanza di riscontri, negli ultimi giorni si è rivolto addirittura al governo con una nota ufficiale per reclamare il dovuto: la Fondazione ha accumulato un debito di 4,46 milioni per gli anni 2024 e 2025, a cui bisogna aggiungere 1,8 milioni nel 2026. E questo soltanto per il minimo garantito, senza considerare i ricavi incrementali. Discorso pressoché identico per il Coni, a cui è stato liquidato il 2024, ma non il 2025, per cui risulta contabilizzato un credito di ben 12 milioni. “Ti sarei grato di un Tuo intervento per sanare al più presto tale credito residuo”, si legge nella lettera inviata dal n. 1 dei paralimpici, Marco Giunio De Sanctis, al ministro dello Sport, Andrea Abodi, e per conoscenza pure a Giancarlo Giorgetti.

    Proprio al ministero dell’economia osservano con un misto di sconcerto e crescente irritazione le peripezie del Comitato, che continua a combinare disastri nonostante tutti gli aiuti ricevuti. Però che belle le Olimpiadi italiane 


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    Agli studenti che hanno creato Tina e Milo in premio soltanto due pupazzi da 35 euro

    LAPRESSE
    Ricercatissimi Le due mascotte andate a ruba

    Hanno speso 2 miliardi per organizzare le Olimpiadi, ma ai ragazzini della scuola calabrese che hanno inventato le mascotte Tina e Milo, hanno regalato due pupazzetti. Non due a testa, bensì due per tutti e cinque. Sono di taglia “media” e costano 35 euro l’uno. Una miseria. Per grazia ricevuta, Fondazione Milano Cortina 2026 ha accompagnato l’omaggio con un paio di bandierine e 4 teli olimpici. Nel paesino di Taverna, alle pendici della Sila Piccola (Catanzaro), ci sono rimasti male, anche se le loro aspettative erano già state deluse quando era stato scelto il bozzetto disegnato dagli studenti dell’istituto comprensivo, coordinati dalla professoressa Gabriella Rotondaro.

    In un’olimpiade dove i soldi fioccano come la neve, il contributo quale opera collettiva dell’ingegno era stato ripagato con un grazie. In linea con il concorso di idee bandito nel 2022 dal ministero dell’istruzione che prevedeva “il diritto esclusivo di utilizzo e riproduzione anche commerciale degli elaborati” da parte del comitato organizzatore, con possibilità di cessione al Comitato Olimpico Internazionale e agli sponsor. Molto decoubertiniano, le belle idee non hanno prezzo, forse perfino educativo, ma poco coerente con lo scialo di denaro delle Olimpiadi.

    “Un po’ di delusione c’è, non c’è stato alcun riconoscimento economico. Non diciamo per forza soldi – è il commento che trapela dalla scuola – Sarebbe stato sufficiente un piccolo segnale, un libro, uno strumento per la didattica, un buono da spendere per acquisiti sportivi”. Invece nulla, salvo l’elemosina di due gadget che si sono rivelati un ottimo affare per gli organizzatori, visto che non se ne trovano più (lo ha scritto perfino il New York Times).

    Che Fondazione avesse il braccino corto a Taverna lo avevano capito subito. Tina e Milo sono il frutto di una creatività accattivante, un ermellino femmina bianca per le Olimpiadi, un ermellino dal pelo marron, con la coda che copre la mancanza di una gamba, per le Paralimpiadi. Quando Amadeus ha presentato le mascotte al Festival di Sanremo 2024, per contenere le spese era stato invitato solo uno dei ragazzini, con mamma al seguito, trattandosi di minorenne. Gli altri avevano dovuto accontentarsi di guardare la tv. Laggiù, a più di mille chilometri di distanza dalle Alpi, ricordano: “Quando abbiamo vinto venne organizzata una festicciola, i ragazzi indossavano le magliette autoprodotte con Tina e Milo. Arrivò una telefonata da Roma che ci ricordava come l’utilizzo dei simboli olimpici non fosse permessa”. Il brand è una cosa seria.

    Questa volta non sono stati soltanto i due pupazzi di Tina e Milo ad indispettire, ma anche una plateale dimenticanza. “Nessuno ha invitato gli studenti alla cerimonia di inaugurazione a Milano. Allora abbiamo un po’ insistito…”. Il sistema politico calabrese si è sentito offeso. Una sollecitazione dell’eurodeputata Giuseppina Princi è arrivata a Fondazione Milano Cortina. Poi è intervenuta la Regione Calabria. Il presidente Giovanni Malagò ha scritto alla dirigente scolastica Maria Rosaria Sganga, invitando i ragazzi alla cerimonia conclusiva in Arena a Verona. Un riconoscimento

    Domenico, il bimbo di tutti. Come 45 anni fa a Vermicino

      da il  giornale  

    C’è un filo invisibile che accomuna due bambini, due storie, due periodi temporali che sembrano distantissimi tra loro e che invece appaiono più che mai incredibilmente contigui. Da una parte c’è Domenico, il bambino di due anni con il cuore “bruciato”, ricoverato presso l’Ospedale Monaldi di Napoli e il cui destino appare purtroppo segnato; dall’altra Alfredo Rampi, caduto e rimasto intrappolato in un pozzo 45 anni fa per più di sessanta ore in un piccolo comune in provincia di Roma, prima di perdere ogni tipo di speranza di salvarlo. E, del resto, la memoria non può che correre inevitabilmente a quella indimenticabile tragedia di Vermicino del giugno 1981. Anche perché, a prescindere dal drammatico destino che lega Domenico e Alfredino, gli elementi che accompagnano la
    narrazione di entrambi gli eventi sono incredibilmente simili e s’intrecciano uno con l’altro a distanza di decenni.
    Innanzitutto, i due distinti casi di urgenza di un immediato soccorso. Da una parte un bambino di quattro anni la cui grave cardiopatia dilatativa ha costrett
    o i medici a compiere un trapianto d’emergenza di cuore; dall’altra la caduta accidentale di un ragazzino di sei in un pozzo artesiano - la cui imboccatura venne addirittura successivamente coperta da un pezzo di lamiera - che fa scattare l’allarme presso i Vigili del fuoco. Poi, gli errori commessi durante le operazioni di salvataggio (nate comunque sotto una previsione di scarso successo) che ne comprometteranno l’esito finale.
    A Vermicino risultarono fatali le decisioni assunte dai soccorritori: in primis, il fatto di calare nel cunicolo una tavoletta di legno legata ai due bordi affinché Alfredino vi si aggrappasse e potesse essere tirato su e, in secondo luogo, scavare un secondo pozzo (parallelo al primo) con una potente trivella. Una scelta che contribuirà a far precipitare il piccolo dai 36 metri di profondità in cui venne prevista la sua posizione originaria a oltre 60 sottoterra. A Napoli si è rivelato scellerato il trasporto del cuore donato da un bambino di 4 anni morto in Val Venosta tramite un contenitore di plastica comune, a cui era stato applicato ghiaccio secco al posto di quello normalmente usato per mantenere refrigerato l’organo durante il trasferimento: questa cattiva conservazione ha causato gravi danni al cuore da trapiantare, poiché a contatto con l’anidride carbonica allo stato solido si è letteralmente bruciato, prima di essere comunque trapiantato.
    Giorno dopo giorno, una notizia che inizialmente era stata confinata nelle pagine della cronaca locale ha sempre preso più piede nell’ambito mediatico, diventando di pubblico dominio, e ha fatto breccia nelle coscienze dei lettori e dei telespettatori. Tutti in attesa di aggiornamenti positivi dai luoghi delle dirette. Se la vicenda che si sviluppò nei dintorni di Frascati è poi passata alla storia come la prima vera “maratona” televisiva non-stop d’informazione in Italia, intorno alla terapia intensiva pediatrica napoletana si stringe idealmente l’afflato degli italiani che, con l’ausilio dello stillicidio di notizie che giungono anche attraverso i giornali online e i social network, vengono costantemente aggiornati: tra speranze di miglioramenti, paure e impotenza davanti un aggravamento improvviso della situazione sotto le le luci livide dei riflettori,
    Un’altalena di emozioni che ha scosso tutti quanti noi e che ha visto direttamente coinvolte due famiglie semplicemente straordinarie, con in prima linea due coraggiosissime donne: Franca Bizzarri, madre di Alfredino, e Patrizia Mercolino, mamma di Domenico. Figure meravigliose, circondate da altrettanti uomini dall’indole eroica e consapevoli che il “fallimento” della loro impresa potrebbe perseguitarli psicologicamente per tutta la vita: il compianto Angelo Licheri - il giovane magrissimo sardo che toccò il corpo pieno di fango di Alfredino, prima di vederselo scivolare tra le mani - e il Professor Guido Oppido, l’unico cardiochirurgo disposto a operare nuovamente il piccolo, nonostante esista un 10% di possibilità di riuscita.
    Sono trascorsi 45 anni: i luoghi sono cambiati, le tecnologie si sono rivoluzionate. Ma la partecipazione collettiva emotiva rimane sempre la stessa. Il dolore individuale si trasforma in racconto nazionale. L’Italia s’informa, discute, riflette; si raduna attorno a un destino sospeso e s’interroga, per qualche istante, sui cambiamenti da apportare per migliorare i problemi di oggi che potranno ripetersi in futuro. La scomparsa di Alfredo Rampi fu il “prezzo” da pagare per dare vita alla Protezione Civile. Se il lungo respiro di Domenico porterà a cambiamenti avveniristici in campo medico e sanitario, la sua fragilità e la sua sofferenza non saranno state vane.
    E non dovremmo servirci di inutili parole per riempire un grande, angosciante, spazio vuoto. Insomma: per parafrasare le parole del grande Giancarlo Santalmassi, l’inviato del Tg2 presente a Vermicino il 13 giugno 1981, nel futuro non saremmo costretti a chiederci a lungo, per nostra necessità morale, “a cosa è servito tutto questo: che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare”. Dopo quasi mezzo secolo, forse, potremmo di nuovo affermare di avere imparato qualcosa di fondamentale per tutti i Domenico di domani.

    anche se ieri l'italia non ha vinto medaglie non sono mancate le emozioni



    Una giornata senza medaglie per l'Italia a Milano-Cortina, ma con prestazioni comunque rilevanti da parte di alcuni italiani. Lara Gutmann ha fatto un'ottima prova nel pattinaggio artistico, la coppia Costa-Kostner ha sfiorato il podio nella combinata nordica. Spicca la medaglia olimpica di Ana Alonso, a soli 5 mesi dalla rottura del crociato. Ecco top e flop del tredicesimo giorno di gare.

    Impresa della spagnola Ana Alonso

    Incredibile pensare come una ragazza che fino a cinque mesi fa si trovava a fare i conti con un ginocchio rotto, sia riuscita a conquistare una medaglia olimpica alle Olimpiadi Invernali. la 31enne Ana Alonso è salita sul terzo gradino del podio nello sci alpinismo, protagonista di una dei recuperi più rapidi della storia recente dellos sport. Il 24 settembre aveva avuto un grave incidente che poteva mettere fine alla sua carriera: ottura dei legamenti crociato anteriore e mediale del ginocchio sinistro, edema osseo, frattura del malleolo e lussazione acromioclavicolare; questa la diagnosi. Un esito che avrebbe potuto metterla al tappeto. Cinque mesi dopo la spagnola ha scritto una pagina di storia di questi Giochi, dimostrando quanto la resilenza e la voglia di andare oltre gli ostacoli possa rivelarsi decisiva.






    Milano-Cortina: dal bronzo storico di Ana Alonso all'argento del russo Filippov, l'azzurro Kostner sfiora il podio, le pagelle del 19 febbraio
    Il podio sfiorato da Costa e Kostner

    Podio solamente sfiorato per l'Italia con Samuel Costa ed Aaron Kostner, impegnati nella team sprint di combinata nordica. Una rimonta pazzesca che vale come una medaglia ma che purtroppo non è bastata per salire sul podio. Sotto la fitta nevicata che ha colpito la Val di Fiemme, i due azzurri sono risaliti dall'undicesimo posto e hanno dato tutto per provare a conquistare una medaglia. Una prova comunque da ricordare.





    Milano-Cortina: dal bronzo storico di Ana Alonso all'argento del russo Filippov, l'azzurro Kostner sfiora il podio, le pagelle del 19 febbraio
     
    Usa d'oro con le donne nell'hockey

    Gli Stati Uniti battono il Canada 2-1 in finale ai supplementari e conquistano la medaglia d'oro nel torneo di hockey femminile ai Giochi Olimpici invernali. Alla Arena Santa Giulia, dopo l'iniziale vantaggio canadese firmato O'Neill, le statunitensi ribaltano il risultato a 2' dalla fine del terzo periodo con la rete di Knight, prima del golden goal di Keller all'overtime che vale il terzo oro olimpico nell'hockey femminile per gli Usa.







    Milano-Cortina: dal bronzo storico di Ana Alonso all'argento del russo Filippov, l'azzurro Kostner sfiora il podio, le pagelle del 19 febbraio





    Hilary Knight si inginocchia alle Olimpiadi: la proposta che ha fatto piangere tutti (il web è commosso)




    L'articolo Hilary Knight si inginocchia alle Olimpiadi: la proposta che ha fatto piangere tutti (il web è commosso) proviene da ScreenWorld.it.





    Hilary Knight si inginocchia alle Olimpiadi: competizioni sportive. Nel villaggio olimpico, la stella dell’hockey su ghiaccio Hilary Knight, 36 anni, si è inginocchiata davanti a Brittany Bowe, 38 anni, per chiederle di sposarla. Il video della proposta, pubblicato sui loro profili social, mostra Knight in tenuta sportiva con la divisa del Team Usa, mentre tira fuori un elegante anello in argento con una pietra blu. Bowe, visibilmente commossa, accetta tra sorrisi e lacrime, chiudendo il momento con un abbraccio e gli applausi dei presenti.
    La storia della coppia è iniziata ai Giochi Olimpici invernali di Pechino 2022, disputati ancora sotto restrizioni anti-Covid. Da allora le due atlete sono inseparabili: “Le Olimpiadi ci hanno fatto incontrare. E queste ci hanno legato per sempre”, ha scritto Knight sui social. La connessione tra le due va oltre lo sport: passeggiare insieme nei villaggi olimpici o sostenersi a distanza ha consolidato il loro rapporto, diventato oggi simbolo di amore e complicità.

    Questa edizione delle Olimpiadi potrebbe rappresentare l’ultima partecipazione per entrambe: per Knight si tratta della quinta Olimpiade, con la possibilità di conquistare la quinta medaglia nella finale dell’hockey femminile contro il Canada; per Bowe, quarta apparizione senza medaglie, ma con un anello al dito che suggella il loro legame. La proposta è stata anche celebrata sui social da personalità come Taylor Swift.
    La cantante ha citato una frase della sua canzone “The Alchemy” incisa sulla scatolina dell’anello: “Honestly, who are we to fight the alchemy?”. Il gesto di Knight alle Olimpiadi non è solo romantico, ma rappresenta un esempio di come l’amore, la dedizione e i legami umani possano emergere anche negli eventi più grandi e pubblici del mondo sportivo.

    Milano Cortina 2026, il triste clickbaiting ha invaso anche le Olimpiadi: l’unica difesa che abbiamo è scegliere con cura chi ascoltare

    da europort

    Pubblicato 20/02/2026 alle 08:31 GMT+

    MILANO CORTINA 2026 - Le Olimpiadi sono un gigantesco spettacolo
    ambulante che rappresenta il vertice impareggiabile per chiunque viva di sport, o chiunque lavori raccontandolo, o chiunque c’è cresciuto appresso. Un megafono di visibilità per gli altri. Un’occasione come un’altra di far indignare la gente, di farla saltare a conclusioni affrettate, di farla arrabbiare, un virgolettato alla volta
    Decine di migliaia di addetti ai lavori, provenienti da ogni angolo del pianeta.
    Api operaie, spesso altamente specializzate, che scavalcano montagne, sorvolano oceani, guidano per sentieri sterrati. Coriandoli di linguaggi stranieri, di culture differenti, che piovono sul nostro Paese onorando la festa carnevalesca che abbraccia l’Italia. Ognuno con il suo schema di valori. La sua agenda. Le sue priorità editoriali.




    Giornalisti, scrittori, fotografi, social media manager, content creator, brand ambassador. Che producono tonnellate di materiale: dall’estremamente tecnico alla contaminazione glamour. Dal fashion al populista. Da chi conosce tutto di un atleta a chi ne impara il nome sul posto.
    Ho conosciuto persino una vincitrice di Premio Pulitzer, per uno scandalo sessuale, giunta fin qui per raccontare ai lettori del più importante giornale di tutti, quali sono i nostri costumi.
    Un flusso disordinato eppure controllatissimo, di menti creative, di pensatori, di atleti del passato. Uomini e donne che si muovono su di un terreno scivoloso e monumentale insieme, moderati da regole infrangibili, che separano ciò che è notizia da ciò che non lo è. E tutto ciò che non lo è, allora, è soggetto a revisione. A controllo.
    Ad una minuziosa valutazione dall’alto, per comprendere se e come si sta invadendo il delicato ecosistema olimpico, fondato sulla mitologia, ma prosperato sul business. Come è normale che sia. Decine di migliaia di addetti ai lavori. Non tutti giunti sul posto, anzi sui posti, con buone intenzioni.
    Il "diritto alla cronaca", pilastro strutturale di interi codici deontologici, conquistato dai nostri predecessori a suon di battaglie e guerriglie di carta stampata, scivola lentamente verso un’area di grigio, scoria della digitalizzazione estrema. Della frammentazione della realtà. Del clickbaiting.
    Un esercito disordinato di penne e tastiere si aggira per le nostre venue, affamato di storie, commosso dal viaggio, speranzoso di lasciare agli altri almeno un pezzetto di quello che prende, grazie all’unicità dei Giochi. Il solo luogo al mondo dove cronaca e storia si materializzano nello stesso istante. Una marea d’inchiostro che ci arricchisce. Che per due settimane grattugia il nostro relativismo culturale. Che lo stupore, come la bellezza, è sempre nell’occhio di chi guarda. O ascolta. O legge.
    Per questo è un dolore doppio constatare come ci sia anche, ben nascosta nella massa festante, una piccola resistenza al contrario. Un certo approccio utilitaristico, che genera piccoli cortocircuiti narrativi, creati ad arte (e, purtroppo, con maestria) nel ricamo della letteratura olimpica. Interviste mezze-rubate, con o senza addetti stampa al seguito. Frasi strappate dal contesto, sfruttando lo sfinimento fisico e mentale a cui sono sottoposti gli atleti nel momento più complicato, e difficile, e totalizzante della loro carriera. Non più cronaca, ma astrazione.
    Gioco d’azzardo a somma zero. Se vince chi fa la domanda sbagliata al momento giusto, perde l’atleta. E perde anche chi legge. È una percentuale minuscola delle penne presenti. Ma il fatto che non si parli d’altro rende l’idea di quanto impatto possa avere una polemica montata a scopo di interazione social. Titoli volutamente doppio-sensisti. Semplificazioni e mercificazioni. I processi alle intenzioni, oppure al passato, schiaffato sulla prima pagina, nel giorno in cui conta di più. Forse nell’unico giorno in cui conti qualcosa, per il pubblico generalista.
    Un carotaggio della nostra società, come il sasso lanciato nello stagno, che fa un buco e fa rumore. Che genera le onde, e che quando però le ultime increspature arrivano a riva ci si è scordati di chi è la mano da cui tutto è partito. Il telefono senza fili: all’ultimo ricevente arriva solo un brandello della frase.
    Ieri ho fatto mezz’ora d’auto, la prima dall’inizio dei Giochi, e ho sentito tra diverse stazioni radio generaliste chiedere agli ascoltatori cosa ne pensassero della "pattinatrice olandese" che sbava apposta il rimmel e fa vedere il reggiseno. Giorni dopo una gara che non hanno visto, probabilmente. E ad altrettanta, se non maggiore, umiliazione sono stati sottoposti gli atleti, costretti a giustificarsi per non essere migliori amici. O addirittura a spiegare a chiunque come gestiscono in cuor loro il dolore di un lutto.



    La verità è che le Olimpiadi sono un gigantesco spettacolo ambulante, che rappresenta il vertice impareggiabile per chiunque viva di sport, o chiunque lavori raccontandolo, o chiunque c’è cresciuto appresso. Che sono la maggior parte di chi le frequenta. E sono un megafono di visibilità per gli altri. Un’occasione come un’altra di far indignare la gente, di farla saltare a conclusioni affrettate, di farla arrabbiare, un virgolettato alla volta.
    Nei giorni in cui il nostro calcio dà il peggio di sé, con l’affaire Bastoni, un pezzetto piccolo ma rilevante della nostra stampa fa altrettanto, prendendo un contatto minimo, quisquiliante e stropicciato, e trasformandolo nella simulazione dell’anno. "Il contatto c’è", si dice nel calcio. E qui c’è poca differenza.
    Immaginate per un istante il giorno del vostro matrimonio, quello della laurea, quello di un colloquio importante, quello in cui ricevete una diagnosi terribile, o gestire un dolore improvviso. Immaginate di avere sotto al naso un taccuino, un cellulare o un microfono. E immaginate infine che chi lo regge abbia il solo scopo di giocare con le vostre tensioni, per farvi inciampare. Non importa se per due o tre ore siete stati perfetti e puntuali, basterà mezza frase, per marchiarvi sulla pubblica piazza. Semplificati, ridotti a titolo. Sasso lanciato.
    Le Olimpiadi sono una grande opportunità per tutti. Purtroppo, anche per chi cerca solo traffico digitale. Forse l’unica difesa che abbiamo dalla nostra fame di indignazione, è scegliere con cura chi ascoltare. Cercare le firme che allo sport e agli atleti danno del tu. Quelli che restano quando le luci si spengono.
    Quei professionisti magnifici che ci portano dentro le vicende piano piano, anno dopo anno, perché sono parte integrante del tessuto di ciò che raccontano.
     





    Ne conoscono le sfumature, i dettagli, le minuzie. Quelli che anche dopo le Olimpiadi continueranno a indagare ogni cosa: le antipatie, i limiti, gli inciuci e i difetti del sistema. Con serietà. Perché quello "di cronaca" non è soltanto un diritto di chi scrive. È un patto con chi legge. E non può essere usa e getta.


    Bimbo di 2 anni con cuore bruciato, è in coma e ha un'emorragia cerebrale: svanita l'ultima speranza basta accanimento terapeutico

      Solo ora , distratto  dallle olimpiadi ma  allo stesso  tempo  scosso  e sconvolto  ,  in  questo clima  di  pietismo e retorica ,   riesco a parlare  di  quel caso di malasanità ed  pressapochismo  che    riguarda  quel  Bimbo di 2 anni con cuore bruciato. 




     da    virgilio.it  

    Bimbo di 2 anni con cuore bruciato, è in coma e ha un'emorragia cerebrale: svanita l'ultima speranza
    Il bambino di due anni dal cuore "bruciato" ricoverato a Napoli è in coma, ha avuto una crisi settica e ha un'emorragia cerebrale in corso. Ogni speranza svanisce


    Pubblicato: 19-02-2026 09:18Aggiornato: 19-02-2026 12:16


    Mauro Di Gregorio





    Il caso di Domenico, il bambino di due anni con il cuore “bruciato”, si avvia verso una tragica conclusione. Come ha reso noto il cardiochirurgo pediatrico Carlo Pace Napoleone, membro dell’Heart Team riunito all’Ospedale Monaldi di Napoli, non solo il piccolo non è più candidabile a un nuovo trapianto, dopo avere ricevuto un cuore danneggiato. Ma le sue condizioni sono peggiorate: il bambino è in coma e il quadro cerebrale è compromesso. La madre, Patrizia Mercolino, che ha compreso la situazione, rimane al fianco del piccolo fino alla fine.
    Le condizioni del bambino sono peggiorate
    “C’è stato un peggioramento generale“, conferma Carlo Pace Napoleone. Il bambino “nella notte” fra mercoledì 18 e giovedì 19 febbraio “ha avuto una crisi settica che ha ulteriormente destabilizzato l’emodinamica”.
    “E l’emorragia cerebrale è in corso: un intervento l’avrebbe potuta aggravare in modo irreversibile”. Così ha reso noto il medico, contattato dal quotidiano Il Messaggero.

    ANSANella foto: Patrizia Mercolino, la madre del bambino 

    Se fino a pochi giorni prima ci si interrogava sulla possibilità di un nuovo trapianto di cuore, dopo l’arrivo di un cuore bruciato, ora la situazione impone un bagno di realtà.
    Per quanto riguarda le condizioni del cervello, il medico parla di una “compromissione importante“: il bambino “è in coma” ed “è stata sospesa la sedazione in nottata per capire se fosse risvegliabile, ma stamattina non era contattabile”.
    Esclusa l’ipotesi di un cuore artificiale
    In queste condizioni non è possibile neppure pensare a un cuore artificiale: “Con un’emorragia cerebrale in atto e un supporto extracorporeo già in corso, impiantare un Vad sarebbe stato insostenibile. Il rischio di spandimento ematico cerebrale è altissimo”.

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    Il dottor Carlo Pace Napoleone fa parte dell’equipe di esperti chiamati per capire quale margine di manovra ci fosse per trattare il bambino. Il Comitato si è espresso per il no al trapianto, ora però la palla passa allo staff medico dell’ospedale Monaldi di Napoli. E alla famiglia, che avrà l’ultima parola.
    “Si può mantenere il supporto fino a un evento definitivo come un’aritmia fatale o un’emorragia massiva. Ma questa è una scelta che spetta ai colleghi e alla famiglia”, ha chiarito Pace Napoleone.
    Patrizia Mercolino ha accettato la situazione

    La signora Patrizia Mercolino è perfettamente conscia della situazione, ma al momento ha scelto di attendere: “Non deciderò nulla. Domenico respira. E finché respira, è vivo”, ha confidato al quotidiano Il Giornale.

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    La malattia è stata scoperta quando il bambino, cui è stato trapiantato un cuore "bruciato", aveva pochi mesi: si tratta di una condizione rara


    La donna resta accanto al bambino e si fa forza, perché deve proteggere dal dolore gli altri due figli.
    Mio marito sta malissimo, più di me”, ha raccontato la donna al Messaggero. “Non parla davanti alle telecamere, ma è sempre lì. Gli tiene la mano, gli parla piano. Ha un legame speciale con Domenico. Lo guarda e spera che apra gli occhi”.
    Bambino verso una fine degna
    Repubblica riporta le parole di Paolo Del Sarto, primario della Cardioanestesia e responsabile dell’Ecmo team della Fondazione Monasterio di Massa.
    “Anche se non c’è il decesso quando è attaccato al macchinario, non bisogna sforare nell’accanimento terapeutico“, puntualizza il medico. “Quando si ritiene arrivato il momento, si riunisce una commissione con medici, infermieri, bioeticisti, psicologi e anche i genitori, che devono sempre essere informati e accompagnati, anche se il loro consenso non è necessario, se il medico valuta che l’assistenza è futile”.ANSA

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    19.2.26

    Altro che milionari: molti olimpionici la mattina timbrano il cartellino e la sera inseguono una medaglia ., Dall’oro olimpico al salto sbagliato: chi è Amber Glenn, la pattinatrice USA amata da Madonna e icona LGBTQ ., Perché le gare alle Olimpiadi di Milano Cortina rischiano di continuare dopo la cerimonia di chiusura .,






    C’è un momento, durante le Olimpiadi, in cui tutto sembra semplice. L’atleta entra in pista. La telecamera stringe sul volto. Il silenzio. La partenza. La medaglia. Quello che non si vede è la vita prima di quel minuto. Non tutti gli olimpionici vivono dentro un sistema dorato. Non tutti hanno staff personali, nutrizionisti dedicati, sponsor che coprono ogni spesa. Negli sport invernali, per molti, il professionismo totale è un miraggio. Fuori dalle gare, lavorano
    La semifinale e poi l’agenzia immobiliare
    Prendiamo Cory Thiesse e Korey Dropkin. Li avete visti sul ghiaccio, semifinalisti nel curling. Sembrano atleti a tempo pieno. Lei, nella vita reale, è tecnico in un laboratorio che analizza campioni di mercurio a Duluth, Minnesota. Lui è agente immobiliare: tra un torneo e l’altro pubblica annunci di villette vista Lago Superiore. Poi arrivano alle Olimpiadi. E giocano per una medaglia. Non è una storia romantica. È organizzazione estrema. È calendario condiviso con il datore di lavoro. È ferie pianificate anni prima.
    Dalla fabbrica all’allenamento serale

    Lore Baudrit, capitana della nazionale francese di hockey su ghiaccio, lavorava 40 ore a settimana in una fabbrica che produce componenti per Audi. Turno 7-15. Poi palestra. Poi qualche ora con il figlio. Poi allenamento fino alle 22. Il giorno dopo, da capo. A un certo punto ha dovuto lanciare una raccolta fondi per sostenere la preparazione olimpica. Nel frattempo ha preso un master in giornalismo, perché la carriera sportiva non dura per sempre. Questa non è resilienza da slogan. È sopravvivenza sportiva.Dentista. Farmacista. Olimpiche.
    Tara Peterson è dentista. Tabitha Peterson è farmacista. Sono sorelle. Sono olimpiche nel curling. Aprono lo studio. Servono clienti. Gestiscono pazienti. Poi partono per un raduno. Tabitha lo dice chiaramente: senza lavoro non si divertirebbe nemmeno. Il lavoro la tiene centrata, le impone disciplina. In un’epoca in cui lo sport professionistico produce burnout a 25 anni, loro dimostrano che la doppia vita può anche essere una protezione.L’argento che fa sciroppo d’acero
    Ryan Cochran-Siegle ha due argenti olimpici. Non è un outsider. Nei mesi in cui la neve non chiama, lavora nella fattoria del cugino, producendo sciroppo d’acero. Bollire la linfa, smontare macchinari, stare nei boschi. Un argento olimpico, in altri sport, cambia conto corrente e prospettiva sociale. Qui cambia la bio su Instagram.
    La deejay con una malattia autoimmuneLara Hamilton fa sci alpinismo. È australiana. Convive con la spondilite anchilosante, una patologia infiammatoria che può limitare la mobilità della colonna vertebrale. Ha una laurea e un master in canto lirico. Dopo il Covid ha iniziato a fare la deejay per arrotondare. Nome d’arte: DJ Solara. Suona house e deep house nei resort dove vive e si allena. C’è una verità silenziosa in questa storia: molti atleti invernali devono costruire un’identità che vada oltre la pista, perché la pista non garantisce sicurezza economica.
    Gli studenti con la tuta olimpica
    Madeline Schizas ha scritto al professore chiedendo una proroga: “Sto gareggiando alle Olimpiadi”. Olivia Giaccio studia alla Columbia e ha seguito corsi di scrittura creativa alla NYU. Non stanno “pensando al piano B”. Lo stanno costruendo mentre inseguono il piano A.
    Non è una novità, è la regola
    Chi pensa che sia un fenomeno recente si sbaglia. Lo sport è nato così. Paavo Nurmi lavorava come muratore prima di diventare leggenda dell’atletica. Emil Zátopek si allenava durante il servizio militare e dominava le lunghe distanze. Anche nello sci italiano, prima dell’era degli sponsor globali, la realtà era molto meno patinata. Deborah Compagnoni e Alberto Tomba hanno rappresentato un passaggio verso la modernità mediatica, ma per ogni icona c’erano decine di atleti sostenuti da gruppi sportivi militari o da lavori paralleli. Il professionismo totale è l’eccezione, non la norma.
    Il grande equivoco
    Viviamo nell’epoca del calcio multimiliardario, dei contratti NBA, dei tennisti che viaggiano con staff di dieci persone. E poi arrivano le Olimpiadi invernali e scopri che un farmacista può giocarsi una semifinale olimpica, che una dentista può essere sul ghiaccio mondiale, che un operaio può diventare capitano della nazionale. Il grande equivoco è pensare che l’élite sportiva coincida sempre con l’élite economica. Non è così.
    Forse è proprio questo che affascina
    Queste storie incuriosiscono perché spezzano il mito del supereroe professionista. Ci ricordano che il talento può convivere con una vita ordinaria. Che la disciplina può nascere fuori dallo sport. Che la passione può resistere anche senza garanzie milionarie. La prossima volta che guarderemo una finale sul ghiaccio, forse varrà la pena chiederci: che turno ha fatto ieri? Che esame deve dare la prossima settimana? Quale fattoria lo aspetta a fine stagione? Dietro molte medaglie invernali non c’è solo un sogno. C’è una seconda vita intera.



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    Amber Glenn,

    Amber Elaine Glenn è una pattinatrice artistica su ghiaccio statunitense nata a Plano, in Texas, il 28 ottobre 1999. A 26 anni è diventata la protagonista di uno degli episodi più drammatici delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, quando un errore apparentemente minimo le è costato ogni possibilità di medaglia a causa di una delle regole più severe del pattinaggio di figura.
    Glenn ha iniziato a pattinare all’età di 5 anni insieme alla sorella Brooke e a tre cugini, e si è fatta notare per la prima volta prima dei 9 anni, quando ha iniziato ad allenarsi sul doppio axel. La sua carriera è decollata nel 2014, quando a soli 14 anni è diventata campionessa nazionale junior con un programma libero di altissima qualità, il cui punteggio era inferiore solo a quello delle tre migliori pattinatrici nella categoria senior.
    Quel successo precoce, tuttavia, ha portato una pressione insostenibile. Glenn, già con una diagnosi di ADHD alle spalle, ha attraversato periodi di depressione e ha sviluppato un disturbo alimentare che l’ha costretta ad allontanarsi temporaneamente dal ghiaccio. Nel 2016 ha deciso di tornare, iniziando una risalita lenta e faticosa che l’ha portata a impegnarsi attivamente nella sensibilizzazione sulla salute mentale.
    Nel 2019, sostenuta dai compagni di allenamento Ashley Cain e Timothy LeDuc, Glenn ha rivelato pubblicamente di essere pansessuale, diventando una delle voci più visibili del pattinaggio americano a sostegno della comunità LGBTQ+. Nel gennaio 2024 è diventata la prima pattinatrice pansessuale a vincere il campionato nazionale americano, un titolo che ha poi difeso per tre edizioni consecutive fino al 2026, eguagliando un record che non veniva raggiunto dai tempi di Michelle Kwan.
    Durante la pandemia di COVID-19, quando la chiusura degli impianti sportivi ha fermato gli allenamenti tradizionali, Glenn ha lavorato intensamente sul suo fisico per imparare a eseguire il triplo axel, un salto difficilissimo che solo poche atlete al mondo padroneggiano. Nel 2023, a Skate America, è riuscita ad atterrarlo per la prima volta in competizione, diventando la sesta atleta americana a riuscirci.
    IL 2024 è stato l’anno della sua consacrazione internazionale: Glenn ha vinto la finale del Grand Prix, precedendo le quotate Mone Chiba e Kaori Sakamoto. Questo risultato, unito ai tre titoli nazionali consecutivi, l’ha resa una delle favorite per l’oro olimpico a Milano-Cortina 2026. A 26 anni è diventata la pattinatrice statunitense più anziana in 98 anni, e la prima apertamente pansessuale, a competere nel singolare femminile olimpico. Le Olimpiadi Invernali sono iniziate nel migliore dei modi per i pattinatori di figura americani, che si sono aggiudicati la medaglia d’oro nella gara a squadre.



    Poco prima di scendere sul ghiaccio per il programma corto olimpico, Glenn ha ricevuto un video inaspettato da Madonna. La Regina del Pop, che aveva visto un filmato dell’atleta esibirsi sulle note di Like a Prayer, ha voluto incoraggiarla personalmente: “Sei una pattinatrice incredibile. Così forte, così bella, così coraggiosa. Non riesco a immaginare che tu non possa vincere. Vai a prenderti quell’oro”. Guardando il video, Glenn si è coperta la bocca per la sorpresa: “Sono sotto choc. Sto letteralmente tremando”.
    Il programma corto di Glenn al palazzetto di Milano è iniziato in modo brillante. Il triplo axel, l’elemento più difficile della sua esibizione, è stato pulito, sicuro e applaudito dal pubblico. Anche la combinazione di salti tripli è stata eseguita senza errori. Ma nel giro di pochi secondi tutto è cambiato: l’ultimo salto richiesto, un triplo loop che avrebbe dovuto essere un elemento di routine rispetto agli altri, si è trasformato in un incubo.
    Glenn ha sbagliato il tempo del decollo, completando solo due rotazioni invece di tre. A un occhio inesperto, l’errore potrebbe sembrare minimo: la pattinatrice è atterrata in piedi senza cadere. Ma nel pattinaggio di figura, quel doppio loop invece del triplo richiesto ha innescato una delle regole più spietate dello sport.
    Secondo il Regolamento Tecnico dell’ISU, il programma corto richiede l’esecuzione obbligatoria di sette elementi specifici, tra cui un salto triplo autonomo. Se un’atleta esegue un doppio invece del triplo richiesto, l’elemento viene ufficialmente designato come “non conforme ai requisiti”. Di conseguenza, invece di ricevere un punteggio ridotto per il salto più semplice, la pattinatrice riceve zero punti per “Elemento Invalido”.
    Questa regola, nota come “zero-point rule”, è in vigore da oltre 50 anni ed è diventata matematicamente più devastante nel 2004 con l’implementazione del Sistema di Giudizio Internazionale. Gli ufficiali hanno dichiarato che l’obiettivo è “aumentare la difficoltà e gli standard atletici dello sport” creando un “test di coerenza” in cui il credito parziale viene intenzionalmente negato per costringere gli atleti d’élite ad assumersi rischi tecnici.
    Nel caso di Glenn, quell’errore le è costato oltre sette punti. Il punteggio finale di 67,39 l’ha fatta scivolare al tredicesimo posto, cancellando ogni possibilità realistica di medaglia. Subito dopo l’esibizione, nell’area Kiss and Cry dove gli atleti attendono i punteggi, Glenn aveva gli occhi rossi e la voce rotta. “Avevo tutto”, ha sussurrato, riferendosi a un programma che fino a quel momento era perfetto. Il suo allenatore, Damon Allen, l’ha abbracciata e ha provato a scuoterla: “Non è finita”. Resta ancora il programma libero da quattro minuti (in programma oggi dalle 19:00), anche se le possibilità di rimonta sono ormai minime.


    Glenn non è stata l’unica vittima di questa regola a Milano: la canadese Madeline Schizas ha commesso lo stesso errore sullo stesso salto, il triplo loop diventato doppio, ricevendo zero punti. Per Schizas, l’errore è stato ancora più crudele: ha mancato la qualificazione al programma libero per soli 0,15 punti. “Ho ricevuto zero punti per un elemento, il che è davvero sfortunato”, ha dichiarato dopo la competizione. “E oggi quella è stata la differenza tra qualificarsi e non qualificarsi. Quindi ovviamente è molto dura. Ma credo che questo faccia parte della vita”.
    La storia di Glenn a Milano-Cortina richiama quella di Ilia Malinin, altro grande favorito americano crollato sotto il peso delle aspettative pochi giorni prima. Malinin aveva chiuso la sua gara tra cadute e delusione, dichiarando: “Mi sentivo come se tutti i momenti traumatici della mia vita mi stessero travolgendo. C’erano così tanti pensieri negativi che non sono riuscito a gestirli”. Parole che sembrano descrivere anche lo stato d’animo di Glenn, perché nel pattinaggio artistico il confine tra controllo e crollo è sottilissimo.
    Alla vigilia dei Giochi di Milano, Glenn aveva dichiarato che la comunità LGBTQ+ sta “attraversando un momento difficile durante la presidenza di Donald Trump”, rispondendo a una domanda sui diritti civili. Ha raccontato di aver ricevuto minacce di morte e di come l’odio sui social abbia in parte offuscato l’entusiasmo per la sua prima Olimpiade. Il peso delle aspettative sportive si è intrecciato con quello dell’esposizione pubblica.
    Per affrontare la sua ansia, su suggerimento della sua terapista, Glenn ha iniziato la neuroterapia nel 2024, un percorso che l’ha aiutata a gestire meglio la pressione delle competizioni. Nel 2022 si è separata dai suoi allenatori storici, Darlene e Peter Cain, per la prima volta lasciando il Texas e trasferendosi ad allenarsi a Colorado Springs insieme a Damon Allen e Tammy Gambill.
    L’ovazione del pubblico milanese ha accompagnato Glenn fuori dalla pista, mentre stringeva forte il suo allenatore. Per la seconda volta in pochi giorni a Milano, la pattinatrice americana si è sciolta in un pianto che racconta pressione, sogni e paure. Dietro quelle lacrime non c’è solo delusione per un sogno olimpico infranto da una regola considerata spietata da molti esperti e appassionati, ma anche la storia di un’atleta che continua, nonostante tutto, a scegliere il ghiaccio: una storia che non è ancora finita, e proseguirà questa sera sulla pista della Milano Ice Skating Arena.


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    Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 si chiuderanno ufficialmente domenica 22 febbraio con la cerimonia finale che chiuderà il sipario su questi Giochi. Tutto finito? Neanche per sogno. Le Olimpiadi infatti potrebbero non essere totalmente chiuse per via del maltempo. Le forti nevicate, soprattutto a Livigno, che da ormai una settimana stanno portando l'organizzazione ad annullare e rinviare diverse gare, potrebbero prolungare l'assegnazione delle medaglie di alcune discipline oltre la cerimonia di chiusura. Nelle ultime ore infatti le gare di aerials hanno subito forti ridimensionamenti al programma.
    Le qualificazioni si sarebbero dovute disputare il 17 febbraio, quindi due giorni fa, ma sono state rinviate a causa della tanta neve in Valtellina. È stata così posticipata di un giorno la gare delle donne, e al 19 febbraio (cioè oggi) quella degli uomini. Le condizioni meteo però avevano già anticipato un'altra nevicata che ha così convinto l'organizzazione a cambiare ancora la programmazione degli eventi relativi alla disciplina dell'aerials a venerdì 20 febbraio. Proprio in CIO, in queste ore, si è già portato avanti facendo capire che non sarebbe una sorpresa assegnare medaglie anche dopo la cerimonia di chiusura dei Giochi.






    "Le nevicate sono uno degli aspetti negativi degli sport invernali, a Nagano nel 1998 mi ricordo che alcune gare si erano svolte dopo la chiusura dei Giochi, i problemi con la neve ci sono e vanno affrontati". Sono state queste le parole pronunciate dal portavoce di Cio, Mark Adams in occasione del consueto punto stampa giornaliero a Milano alla domanda se a causa del maltempo di queste ore che sta causando posticipi di 24 ore, le medaglie dell' halfpipe maschile (snowboard e freeski) potrebbero essere assegnate anche dopo la cerimonia di chiusura di domenica.
    L'ipotesi dunque non è stata completamente esclusa. A Nagano '98, ad esempio, il giorno dopo la cerimonia di chiusura si erano svolte le manche conclusive del bob a 4. Non si può escludere dunque che possa accadere anche in caso caso alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Da capire a questo punto cosa accadrà venerdì 20 febbraio quando nella stessa giornata, sempre a Livigno, saranno disputare anche le gare di qualificazioni nello nello skicross.

    Tervel Zamfirov SCORDA LA MEDAGLIA AL COLLO, PERQUISITO IN AEROPORTO



    Le immagini qui sopra mostrano il curioso ritorno in patria di Tervel Zamfirov, 20 anni, atleta che ha
    regalato la prima medaglia olimpica al suo Paese, la
    Bulgaria, nello snowboard. Tervel ha viaggiato con
    la medaglia di bronzo al collo e poi se ne è
    dimenticato: il metal detector ha suonato e
    l’addetto l’ha subito perquisito, trovando... la
    medaglia. Il  fillmato del controllo è !nito su
    Instagram. La medaglia di Zamfirof è stata davvero
    incredibile: è stata vinta al fotofinish grazie a un
    guanto che ha toccato il traguardo pochissimi
    millesimi prima del suo avversario.
    Tervel Zamfirov, snowboarder, ha vinto il bronzo. alle Olimpiadi, ma aveva scordato la medaglia...
    al collo: così è stato perquisito in aeroporto.

    passioni olimpiche . Sartori: "Il canottaggio? Dopo il bronzo a Sydney ho cambiato vita. Ora sono maestro di sci a Cortina"

    gzzetta  dello sport La medaglia di bronzo ai Giochi del 2000 si racconta: "Dopo la medaglia e il campionato iridato del 2001 ho decis...