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28.3.26

Analisi della rabbia e la violenza minorile


Oltre  alla  bellissima lettera della.  prof  accoltellata riportata  sui  social,  al mio post ( vedere. sotto per l'url )  . Ma per  il momento   nessuna opinione diversa dalla mia espressa precedentemente  in    questo.  post :  https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2026/03/probabili-soluzioni-del-problema-della.html  . Ma solo opinioni simili   in particolare    quelle di  :  Giampaolo Cassitta e Roberta Bruzzone


Non è semplice occuparsi di minori, soprattutto quando l’aggressività sfugge a ogni controllo. La risposta, naturalmente, non può essere un decreto che vieti di porare coltelli in classe o, peggio, bombe rudimentali: è una reazione di pancia, poco accorta, che scivola sulla superficie di un problema immenso.
Non è solo aggressività, sarebbe troppo comodo dirlo. Bisogna puntare lo sguardo sull’ambiente in cui un ragazzo cresce, sulle assenze prima ancora che sulle colpe. Vicari, primario di neuropsichiatria infantile al Bambino Gesù di Roma, ricorda che «se non si hanno stimoli culturali aumenta il fattore di rischio». Ma c’è di più: l’emergenza riguarda il disturbo mentale che, sempre secondo Vicari, coinvolge il 20% degli adolescenti, mentre lo Stato continua a non investire nulla per contrastarlo.
C’è poi un altro dato, quasi ignorato, che riguarda l’aggressività rivolta verso il proprio corpo, l’autolesionismo. Una fantasia distruttiva che non si può liquidare con qualche commento sotto i post di Facebook, né archiviare con una nuova ondata di pacchetti “sicurezza” che tutto sono fuorché sicuri. Dotare le scuole di metal detector non scalfisce il fenomeno della rabbia, non intercetta il dolore che la genera.
Forse bisognerebbe investire sui docenti, sugli psicologi, sul tempo pieno, sull’educazione all’emotività, sulla capacità di attraversare la sconfitta senza esserne travolti. L’inasprimento delle pene non riduce i comportamenti violenti; al contrario, in molti casi alimenta l’identificazione con il ruolo del ribelle, del “maudit” che seduce le giovani generazioni.
Se i minori vivono nel disagio, è sul disagio che si deve intervenire, e subito dopo su chi lo abita. Da anni manca una discussione seria sui problemi dell’infanzia e dell’adolescenza. Non interessano. Ci accapigliamo, al massimo, su episodi isolati - la famiglia nel bosco - che diventano alibi perfetti per non guardare in faccia ciò che davvero conta.
Quando decideremo di prenderci carico del disagio giovanile, sarà già tardi. E lo sappiamo.




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19 h · 

Non stiamo crescendo ragazzi più violenti.
Stiamo crescendo ragazzi che non sanno cosa farsene della rabbia, perché nessuno ha mai insegnato loro a gestirla e a contenerla.
Se devo dirlo in modo diretto, senza girarci troppo intorno: la tentazione di dire che “questa generazione è più violenta” è forte, ma è anche una scorciatoia che rischia di farci sbagliare bersaglio. Non siamo davanti a ragazzi più cattivi. Siamo davanti a ragazzi cresciuti in un contesto che li ha resi molto più fragili sul piano emotivo e, proprio per questo, più esposti a reazioni estreme.
Oggi un adolescente fatica tremendamente a stare dentro la frustrazione. E la frustrazione, piaccia o no, è una componente inevitabile della vita. Solo che se nessuno ti insegna a gestirla, a riconoscerla, a tollerarla, quella frustrazione diventa rapidamente qualcos’altro: rabbia, vergogna, senso di umiliazione. E da lì, il passo verso l’agito è molto più breve di quanto si pensi.
Quando poi parliamo di tredicenni con un coltello in tasca, dobbiamo smettere di pensare solo all’oggetto. Il coltello è il sintomo, non il problema. È una risposta distorta a un bisogno molto preciso: sentirsi meno vulnerabili. È come se quel ragazzo dicesse, senza usare le parole: “Io non voglio più sentirmi in balia delle cose. Io devo avere un modo per difendermi, o per farmi rispettare.”
Il punto è che non ha strumenti migliori per farlo. Nessuno glieli ha insegnati davvero.
E qui arriva una questione scomoda: sì, in qualche modo questi ragazzi si sentono più autorizzati alla violenza. Non perché qualcuno glielo dica esplicitamente, ma perché vivono immersi in un mondo che la violenza la banalizza continuamente. La vedono nei linguaggi, nei social, nei conflitti quotidiani tra adulti. Assistono a scene in cui chi urla di più sembra avere ragione, in cui l’aggressività diventa una forma di affermazione. E nel frattempo, i confini educativi si sono fatti sempre più deboli, sempre più negoziabili.
Il risultato è che il gesto violento perde peso nella percezione. Non viene più sentito come qualcosa di irreversibile, ma come una risposta possibile, a volte persino legittima, a un torto percepito.
In tutto questo, la famiglia gioca un ruolo decisivo. Perché è lì che si costruisce (o non si costruisce) la capacità di stare al mondo. E oggi vediamo spesso due estremi ugualmente problematici: da una parte genitori che evitano qualsiasi frustrazione ai figli, che spianano la strada in nome di un’idea distorta di protezione; dall’altra genitori che non ci sono, o che hanno rinunciato a esercitare un ruolo educativo chiaro. In mezzo, troppo spesso, manca quella cosa fondamentale che si chiama limite.
Il limite non è una punizione. È una bussola. È ciò che permette a un ragazzo di capire fin dove può spingersi, cosa è accettabile e cosa no. Senza limite, un adolescente non è libero: è perso.
La scuola, dal canto suo, si trova a gestire una situazione sempre più complessa, spesso senza strumenti adeguati. Gli insegnanti si confrontano con ragazzi che vivono ogni richiamo come un attacco personale, ogni nota come un’umiliazione. E quando un ragazzo non sa distinguere tra correzione e offesa, tra limite e ingiustizia, il rischio di escalation è altissimo. Basta poco: una ferita narcisistica, un senso di ingiustizia non elaborato, e la rabbia trova una via d’uscita.
Allora la domanda vera non è se questi ragazzi siano più violenti. La domanda è: che cosa abbiamo smesso di insegnare loro?
Perché il punto è tutto lì. Non si limita un fenomeno del genere solo con più controlli o più punizioni. Quelle servono, certo, ma arrivano dopo. Quando il problema è già esploso.
Il lavoro vero è prima. È insegnare ai ragazzi a riconoscere quello che provano, a dare un nome alle emozioni, a non esserne travolti. È restituire valore al limite, alla responsabilità, al fatto che ogni azione ha conseguenze. È aiutare le famiglie a tornare a essere luoghi educativi, non solo affettivi.
E soprattutto è intercettare i segnali prima che diventino tragedie. Perché prima del coltello, c’è sempre qualcosa: una rabbia che cresce, un senso di esclusione, fantasie di rivalsa, un linguaggio che cambia. Il problema è che troppo spesso questi segnali li vediamo… e li minimizziamo.
Poi arriva il gesto, e ci sembra improvviso.
Ma improvviso, quasi mai lo è davvero.


Manuale di autodifesa i consigli dell’esperto anti Antonio Bianco, puntata n. LXXVII : LE ACCONCIATURE RACCOLTE E ADERENTI SONO PIÙ SICURE



Non sapevo che anche le pettinature\ acconciature potessero creare dei problemi  in caso d' aggressione. Non si finisce mai. d'apprendere  cose nuove  come questa   riportata   in questa. puntata del manuale anti aggressione di Antonio Bianco per il
settimanale Giallo riportato sotto  al centro. 
Infatti le le acconciature "anti aggressione" si concentrano sulla protezione personale e sulla riduzione dei punti di presa in eventuali situazioni di potenziale pericolo, preferendo raccolti stretti che non ostacolino la visuale e non offrano appigli. utili per un eventuale aggressione. 
Ecco che
Parlare di capelli e aggressioni richiede una premessa: la responsabilità è sempre di chi aggredisce, così come nessuna acconciatura mette al riparo dalla violenza. Ma in un’ottica di prevenzione concreta, ancheil modo in cui si portano i capelli può incidere sulla possibilità di essere afferrati e quindi sul margine di reazione.I capelli lunghi e sciolti offrono una superficie ampia e immediata di presa. Basta un gesto rapido per tirare una ciocca e provocare dolore, sbilanciamento e perdita di orientamento. Il dolore al cuoio capelluto è infatti intenso e istintivamente porta a irrigidirsi o a portare le mani alla testa, riducendo la capacità di difendersi o fuggire.
Per questo, se l’obiettivo è ridurre un possibile punto dipresa, meglio scegliere acconciature raccolte e aderenti. Una coda bassa, stretta sulla nuca e fissata con unelastico resistente, è preferibile a una coda alta che oscilla e può trasformarsi in una leva. Ancora più funzionale è uno chignon compatto, ben saldo, senza ciocche libere.
Le trecce aderenti alla testa distribuiscono la massa deicapelli e rendono più difficile afferrarli in un unico punto.
Prestate attenzione anche a mollettoni rigidi, pinze grandi o fermagli metallici, che possono rompersi sotto trazione o diventare elementi pericolosi. Meglio elastici semplici, senza parti sporgenti. Se si portano i ca-pelli corti, il problema della presa si riduce, ma al tempo stesso resta importante mantenere il viso libero: niente frange che coprano gli occhi o limitino il campo visivo.
Un’acconciatura pratica, che lascia il volto scoperto,si accompagna spesso a una postura più attenta e a un 'andatura più sicura. E la consapevolezza dell’ambiente, così come guardare avanti e non il cellulare, è una delle prime forme di prevenzione.

Oltre  a quanto riportato nell'articolo.  sopra ecco come liberarsi qualora nonostante tutte le precauzioni prese  dovesse essere aggrediti\e  per i capelli.      




 da dietro dall'introduzione del primo video : << vedremo anche come difendersi da una presa al cappuccio o al vestiario. Il principio   chiave è ripristinare l'assetto il prima possibile perché se vuoi sperare di difenderti devi come minimo non cadere per terra. Molti pensano solo a salvare i capelli ma questo è sbagliato perché i capelli ricrescono mentre i denti no. Ciò che conta davvero è non finire a KO.>>
Concludendo ecco in sintesi  quali soni le  tipologie di pettinature\  acconciature  ( qui  e qui ne potete trovate altre  più indicate  secondo gli esperti per la difesa personale:

Chignon Alto e Stretto (o "Bun"): È considerato tra le migliori opzioni. Mantiene i capelli lontani dal collo e dalla portata delle mani di un aggressore. L'uso di forcine e lacca aiuta a renderlo solido.
Treccine Afro o Cornrows: Acconciature estremamente aderenti alla testa che rendono quasi impossibile afferrare i capelli.
Coda di Cavallo Bassa e Piatta : Se si preferisce la coda, una versione molto bassa, possibilmente intrecciata o resa compatta con prodotti, limita le possibilità di presa rispetto a una coda alta e libera.
Boxer Braids (Treccine Olandesi): Due trecce strette che corrono lungo la testa offrono un look ordinato e sono molto difficili da afferrare.
Uso di Foulard o Bandane: Coprire i capelli con un foulard annodato saldamente non solo aggiunge un tocco di stile, ma agisce come una barriera protettiva contro sporcizia o tentativi di presa. 
Consigli aggiuntivi di sicurezza:
Evitare possibilmente i capelli sciolti: I capelli lunghi e sciolti sono il bersaglio più facile per la presa dietro o per essere trascinati.
Evitare acconciature troppo elaborate: Mollette grandi o accessori appuntiti potrebbero ferire te stesso/a in caso di colluttazione.
Tecnica in caso di presa ( vedere anche i video. sopra ): Se i capelli vengono afferrati, i professionisti consigliano di mettere immediatamente entrambe le mani sulla propria testa, sopra quella dell'aggressore, per bloccare la sua presa e impedire strattoni, avvicinandosi per evitare che il collo venga piegato. 

 non so che altro aggiungere buona lettura.






27.3.26

Volevo un altro figlio": così Nicoletta ha sfidato il Parkinson a 35 anni ed è diventata bionica

Da news Google 


 Parkinson è difficile, è come vivere con una zavorra". Il tempo si deforma: "Il mio invecchiamento è più veloce, non è che invecchio sette anni ogni anno come i cani (ride ndr), ma sicuramente è più avanzato rispetto alle persone sane".


Una consapevolezza che non diventa però resa.     Il cervello bionico.                                          Oggi definisce la sua condizione con una parola che contiene ironia e precisione insieme: "La vivo come la storia di una donna bionica, ho un cervello che chiamo bionico, perché grazie a quell’impianto ricevo impulsi elettrici, una tecnologia che mi consente di funzionare come una persona quasi normale". Quel 'quasi' resta, ma non è più il centro.                                                                 Non cedere.                                                             il suo racconto si chiude su una linea sottile, lontana da ogni retorica. "È una vita, si può fare, è una gioia ogni momento che ho con i miei figli, bisogna cercare di non cedere alla tentazione di autocommiserarsi". Una frase che non suona come un insegnamento, ma come un esercizio quotidiano: "Vedere quello che abbiamo e fare quello che possiamo con le forze che abbiamo ogni giorno". La storia di Nicoletta non è una storia di guarigione, ma è una storia di scelta, ogni giorno e questo è quello che colpisce ancora di più.



L’Italia dei cammini: dal boom verso l’economia dei borghi


da https://www.lidentita.it/

27\3\2026

L’Italia dei cammini: dal boom verso l’economia dei borghi  Una buona legge voluta dalla Lega che ora va calata sui territori
                                            di Dave Hill Cirio 










L’Italia dei cammini: dal boom verso l’economia dei borghi

Mentre il nostro Paese arranca sotto il peso dell’overtourism e della crisi di identità delle città d’arte, c’è un’Italia che corre restando lenta.
I dati del dossier 2025 di Terre di Mezzo parlano chiaro: 300mila camminatori hanno solcato i sentieri della Penisola, generando un impatto economico stimato in 336,4 milioni di euro. La vera notizia, non nel numero di scarponi consumati ma nel salto di qualità normativo: l’approvazione della Legge 13 febbraio 2026, numero 24. Un provvedimento che trasforma il camminare da “hobby per pochi” a “asset strategico nazionale”.
L’Italia dei 300mila camminatori
Dietro questa svolta normativa, un’impronta politica precisa. La proposta, che ha visto tra le prime firmatarie e relatrici la deputata della Lega Giorgia Andreuzza, non si limita a mappare sentieri. La visione punta a strutturare il turismo lento come un modello di sviluppo economico per le aree interne. Per Andreuzza “un passo concreto per valorizzare l’identità dei territori“.
Il cuore del provvedimento, nel riconoscimento dei cammini come “itinerari di rilievo europeo e nazionale”. Equiparati a vere infrastrutture, ma con una finalità diversa: la tutela dell’ambiente e il rilancio dei borghi. La legge non stanzia solo fondi (circa 6 milioni di euro per il triennio 2026-2029), ma introduce una governance integrata attraverso la creazione di una Cabina di Regia nazionale e una banca dati digitale.
Una realtà matura
Nel report di Terre di Mezzo, una realtà matura. Con una spesa media giornaliera di 87,29 euro e una durata media del viaggio di 7,4 giorni, il camminatore tipo non è più il pellegrino “povero” che cerca solo un tetto religioso. È un turista consapevole, spesso giovane (il 27% ha meno di 45 anni), che cerca qualità, prodotti locali e connessione con la comunità.
L’impatto di 336 milioni di euro, “micro-ossigeno” per comuni che spesso non hanno altre entrate turistiche. Qui, il tema delle opportunità non colte. La Via degli Dei e la Francigena continuano a trainare i flussi ma decine di cammini minori restano nell’ombra, privi di servizi minimi. La sfida della nuova governance, proprio quella di evitare un “over-cammino” sulle rotte celebri, distribuendo i flussi verso più di 150 percorsi censiti che ancora faticano a generare indotto stabile.
Verso l’economia dei borghi
Nella legge, concetti rivoluzionari come l’accessibilità universale. Rendere i sentieri percorribili a chi ha disabilità motorie – su cui Andreuzza ha insistito molto, legandolo al turismo inclusivo- ma pure creare un sistema di accoglienza che oggi è ancora frammentato.
Finora, è mancata una visione “industriale” del turismo lento. Molti sindaci dei borghi guardano al passaggio dei camminatori con simpatia, ma senza una strategia di marketing territoriale. Manca la capacità di trasformare il “passaggio” in “permanenza”. Perché un camminatore non dovrebbe fermarsi un giorno in più per un corso di cucina locale o per visitare una bottega artigiana? La risposta, nell’assenza di coordinamento tra i gestori dei cammini (spesso associazioni di volontari) e gli enti locali.
Una legge da calare a terra
La posizione della Lega, espressa anche dal senatore Roberto Marti, punta a fare dell’Italia la “capitale mondiale del turismo esperienziale”. Per farlo, la legge dovrà essere calata a terra con regolamenti regionali che facilitino l’apertura di microimprese lungo i percorsi. Il rischio, che la legge resti una bellissima cornice senza il quadro.
Se la politica saprà implementare la governance prevista dalla legge, il turismo lento non sarà più un’alternativa “povera” al mare, ma il pilastro di un’economia identitaria capace di salvare i nostri borghi dall’oblio. La strada è segnata, ora bisogna solo iniziare a camminarla con passo deciso, lasciandosi alle spalle l’improvvisazione del passato.

«Vendo pacchi Amazon a peso Nessuno sa cosa ci trova dentro» Il negozio di Riccardo Lorenzoni a Sassari punta sulla “pesca fortunata”

leggo su     nuova sardegna   26\3\2026  che  dopo Roberto  Zalteri     (  ne  ho  parlato in  « Compro a peso i pacchi di Amazon, li rivendo a 4 euro al chilo senza aprirli   )  un altro imprenditore  vede     il  
resi o non ritirati di Amazon ››


Vendo pacchi Amazon a peso Nessuno sa cosa ci trova dentro Il negozio di Riccardo Lorenzoni a Sassari punta sulla “pesca fortunata’



Sassari
I pacchi Amazon,un po’ ammaccati ma con sigilli ancora intatti, sono in bella mostra al centro del negozio. Costano 1 euro e99 centesimi l'etto e promettono l’adrenalina del “blind sale”: l'acquisto al buio che spopola sul web e negli instant corner dei grandi centri commerciali,ma che ha radici antiche, nelle immancabili (e quasi sempre deludenti) buste a sorpresadelle sagre.«Ma la “pescata” fortunata èdavvero possibile. Non sono ripuliti dagli oggetti di valore:vengono acquistati da grandi broker tra pacchi smarriti  o nonritirati che ad Amazon costa più riaprire che cedere». A parlare è Riccardo Lorenzoni,agente di commercio che,contagiato dall'idea arrivata da unamico, ha inaugurato la scorsa settimana a Sassari The UnBoxing: il primo negozio in città (e tra i primi nell'isola) dedicato alla vendita di pacchi aperti e chiusi provenienti da resi ed eccedenze,principalmente del circuito Amazon.«Venerdì, all’inaugurazione-racconta-c’è chi ha trovato una scatola piena di smartwatch. Poi tanti vestiti, accessori. Certo, capita anche la paccottiglia, ma per chi com-pra c'èuna componente ludica importante. E raramente non sono soddisfatti ».La “mystery box” mania èperò solo una parte dell'idea imprenditoriale del 38enne,che ha scelto perla sua attività una location coraggiosa: la parte alta di piazza Azuni, pieno centro storico, sul confine in cui con maggiore evidenza si gioca la partita tra rinascita e degrado.

«Dopo la curiosità per i pacchi sigillati — spiega - la maggior parte della clientela finisce per acquistare i prodotti visibili: elettrodomestici e articoli di uso quotidiano recuperati da resi e overstock. È una delle storture delle grandi catene, che accumulano enormi quantità di prodotti che non hanno convenienza a ritirare. Prima venivano distrutti.Ora, grazie alla normativa europea, vengono venduti a stock con forti ribassi». Risultato: la friggitrice ad aria costa poco più di 40 euro,i prodotti Parkside da bricolage della Lidl sono esposti al 50% rispetto al prezzo di vendita, un telescopio con la scatola difettata è già stato prenotato e la pianola accanto è statavenduta in pochi minuti.«È effettivamente molto conveniente—spiega Lorenzoni- perché si tratta di prodotti nuovi a tutti gli effetti. Noi lavoriamo con ricarichi minimi, puntando sui volumi. Sono oggetti che le persone conoscono e che magari avevano rimandato. E al 50% diventano irresistibili».Volumi alimentati anche da un altro “gioco”: «Riallestiamo ogni venerdì. Chi arriva prima prende il meglio, ma lo paga di più. Ogni giorno il prezzo cala di 10 centesimi l'etto, fino al venerdì successivo ».Un modello che guarda anche alla sostenibilità: «Proponiamo un'economia circolare che oggi è imprescindibile. È paradossale che oggetti funzionanti diventino rifiuti. Èuno spreco enorme, con un impatto ambientale pesante ».E poi la scommessa nella scommessa: il centro storico. In un angolo di pregio, dove poco lontano aprirà a breve unnuovo supermercato e, poco più su, ha inaugurato di recente “Ex ferramenta”, il progetto imprenditoriale della famiglia Macciocu—già alla guida di due negozi di abbigliamento di alta gamma- che ha ridato vita alla storica ferramenta Losa, chiusa lo scorso anno. A pochi passi da Zara e da piazza Tola, che si prepara a ribollire di vita notturna nella bella stagione. Ma comun que dentro il cuore malato di una città affannosamente a caccia della ricetta giusta per  sconfiggere il degrado.«Sassari è una città viva —chiude Lorenzoni — fatta di persone che credono ancora nel commercio e nel centro storico. Aprire qui oggi significa investire nel territorio, nel futuro. E fare la propria parte perchéisogni, le idee, i progetti diventino realtà ».

 

I

come è cambiata la criminalità sarda da codice barbaricino alla droga . da codice agropastorale alle infiltrazioni \ radicamento delle mafie Andrangheta in particolare

 Non  avendo     voglia  ne   tempo  di  copiarlo  tutto   vista  la  lunghezza  ,  riporto qui    lòe tre pagine  di  df  







Ascanio sobrero. preferi rimanere. umile. anzi che. arricchirsi. con la nitroglicerina diventata poi dinamitea con Nobel

Dalla   pagina  fb  dell'immagine  sotto riportata     ho trovato questa  storia   interessante  
 

 


Era il 1847 e in un laboratorio di via Po 18, a Torino, un chimico piemontese chiamato Ascanio Sobrero stava per fare una cosa che avrebbe cambiato il mondo.
Solo che non lo sapeva ancora. E quando lo capì, rimase talmente terrorizzato da voltarsi dall'altra parte.
Sobrero aveva sintetizzato la nitroglicerina. Un liquido oleoso, giallastro, apparentemente innocuo. Poi un frammento colpì per caso un martello da laboratorio.
L'esplosione fracassò i vetri dell'intero edificio.
Non era un incidente di poco conto: stava parlando di una sostanza che, come scrisse lui stesso nelle sue note, "una gocciolina di qualche centigramma produce una detonazione come di fucile". Pochi grammi. Un colpo da arma da fuoco.
Sobrero era chimico, non militare. Non aveva intenzione di consegnare al mondo una bomba portatile. Così prese una decisione che, col senno di poi, è una delle più costose della storia della scienza.
Non brevettò nulla.
Nessuna registrazione. Nessuna tutela legale. La scoperta rimase lì, libera, accessibile a chiunque avesse voglia di prenderla e usarla.
E qualcuno lo fece.
Alfred Nobel, industriale svedese, capì che il problema della nitroglicerina non era la potenza — era l'instabilità. Così mescolò il liquido con kieselguhr, una terra diatomacea porosa e assorbente, e nel 1867 ottenne il brevetto della dinamite: stessa forza, molto più gestibile.
Nel 1873 aprì uno stabilimento proprio ad Avigliana, a pochi chilometri da Torino. A pochi chilometri da dove Sobrero aveva scoperto tutto.
Con i profitti di quella invenzione — stabilimenti in tutta Europa, contratti militari, esplosivi industriali — Nobel accumulò una fortuna che, nel testamento del 1895, destinò all'istituzione del premio che porta il suo nome.
Il Premio Nobel. Finanziato dalla nitroglicerina di Sobrero.
Mentre questo accadeva, Ascanio Sobrero insegnava chimica a Torino con uno stipendio di 600 lire all'anno. Non era ricco. Non era famoso fuori dagli ambienti accademici. Non aveva chiesto niente in cambio della cosa più esplosiva che l'industria moderna avesse mai visto.
La paura può essere una scelta morale. Ma raramente è una strategia vincente.
In breve:
Ascanio Sobrero inventò la nitroglicerina a Torino nel 1847 ma, terrorizzato dalla sua potenza, non la brevettò mai.
Alfred Nobel prese quella scoperta libera, la stabilizzò nella dinamite nel 1867 e costruì la fortuna con cui istituì il Premio Nobel.
Sobrero insegnava chimica con 600 lire l'anno mentre Nobel diventava uno degli uomini più ricchi d'Europa.

26.3.26

Obliquo Presente”: a Misterbianco il dissenso diventa dialogo e resilienza





Da il filosofo impertinente   mercoledì 25 marzo 2026

“Obliquo Presente”: a Misterbianco il dissenso diventa dialogo e resilienza








Il 24 marzo 2026, nella suggestiva cornice del Teatro Comunale di Misterbianco, presso la saletta dedicata ad Andrea Camilleri, si è svolta la presentazione del libro Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio di Cristian A. Porcino Ferrara. Un appuntamento partecipato e ricco di spunti, capace di intrecciare riflessione culturale, impegno civile e condivisione emotiva.










Il cuore dell’evento si è sviluppato attraverso un dialogo intenso e articolato, arricchito dagli interventi della professoressa Alessandra Irene Marchese e dello psicologo Sandro Mangano, che ha guidato e sollecitato il dibattito sin dalle sue fasi iniziali.
Nel corso del confronto ha preso la parola l’assessora Maria Virgillito intervenendo su alcuni passaggi emersi durante la discussione e contribuendo con il proprio punto di vista all’interno del dibattito già avviato. Allo stesso modo è intervenuto anche l’assessore Alessio Strano, presente non solo nel suo ruolo istituzionale ma anche come amico dell'autore, offrendo un contributo partecipato e personale.





La professoressa Marchese ha offerto un’analisi puntuale del tema della censura nella storia, abbracciandone le manifestazioni nell’arte, nella musica e nella letteratura, in piena sintonia con i contenuti del volume.
Di grande impatto anche l’intervento del dottor Mangano, che ha coinvolto attivamente il pubblico in un esercizio di condivisione: agli intervenuti è stato chiesto di definire con un aggettivo le emozioni suscitate dalla lettura di alcuni stralci del libro. Ne è emerso un mosaico di percezioni e vissuti che ha restituito una fotografia autentica e partecipata della platea. Non a caso, lo stesso Mangano ha definito il libro di Porcino Ferrara un vero e proprio atto di resilienza, capace di trasformare l’esperienza del dissenso in occasione di crescita e consapevolezza.






Nel corso del confronto, al quale hanno preso parte anche allievi ed ex allievi dell’autore, è emersa con forza la capacità del testo di generare dialogo e riflessione condivisa. Gli interventi del pubblico hanno contribuito a rendere l’incontro vivo e dinamico, restituendo una pluralità di sguardi coerente con lo spirito dell’opera.






A fronte di alcune definizioni emerse durante il dibattito, è utile richiamare il pensiero del filosofo Manlio Sgalambro, secondo cui “il pessimista onora la verità”: una chiave di lettura che consente di sgomberare il campo da etichette riduttive e di restituire al lavoro di Cristian A. Porcino Ferrara la sua dimensione più autentica, quella di un’indagine lucida e necessaria sul presente.







Nel corso del dibattito, sollecitato anche dalle domande del pubblico, l’autore ha affrontato alcuni dei temi più delicati trattati nel libro, tra cui i pregiudizi che ancora oggi le persone omosessuali si trovano ad affrontare, anche in ambito religioso. In questo contesto, Porcino Ferrara ha affermato: "Noi persone omosessuali siamo cresciute con un linguaggio e una terminologia eterosessuale che ci hanno definiti e, di conseguenza, discriminati. Come diceva Michela Murgia, in una gerarchia di potere ogni etichetta che ci viene cucita addosso non è una descrizione, ma la misura del potere che gli altri vogliono esercitare su di noi.". Un passaggio che ha suscitato interesse e partecipazione, confermando la capacità del testo di stimolare un confronto aperto e necessario.




Un evento che ha lasciato il segno, capace di unire pensiero critico e partecipazione collettiva, nel segno di una pedagogia del dissenso che si fa strumento di consapevolezza e cambiamento.


Informazioni: obliquopresente@virgilio.it














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IL FILOSOFO IMPERTINENTEVisualizza il mio profilo completo

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Probabili soluzioni del problema della violenza giovanile. ? educare il figlio a non essere cacciatore e la figlia a non essere preda

 non faccio in tempo veder pubblicato tale mio commento ( https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2026/03/violenza-giovanile-bergamo.html ) sull'ennesimo fatto di violenza giovanile che in una chat in cui si discuteva di ciò è mi si accusa adi far il solito pistolotto etico morale, e mi si chiede come risolvere il problema oltre a parlare .

Ora voglio rispondere a tali domande /osservazioni pur sapendo che rispondere ad esse   è come dare le perle ai porci perché chiunque anche il più addormentato che sceglie di non cadere nel : tutto subito , repressione , ecc.  ovvero alle sirene della propaganda e dei demagoghi che parlano alla pancia ed usa un po' di raziocinio ed osservazione ci arriva da sè senza chiedere  interpellare gli altri . A meno che non voglia confrontarsi o sentire un altra  opinione .
Ora Visto   che   L’approccio
securitario non ha diminuito i reati. E Questo tipo di problemi non li puoi affrontare solo con la repressione o mettendo come  suggerito  da  alcuni   i metal detector nelle scuole, ma mettendoci dentro libri e psicologi. La risposta al groviglio di rabbia e solitudine dei ragazzi non sono le manette, ma l’ascolto  ed  la  comprensione   .
Ecco come provrare a risolvere la situazione in modo non repressivo . Saranno delle soluzioni lente e non immediate, vero purtroppo, ma spesso esse sono quelle più durature e con meno recidività . 

«Serve un progetto di lungo respiro. La scuola e i genitori non possono essere lasciati soli, l’intervento educativo non deve essere solo disciplinare, ma includere la gestione della rabbia, lo stimolo dell’empatia,

Come in una serie tv L’abbigliamento, lo show in diretta emulano un preciso immaginario: mi viene in mente Narcosla percezione dell’autorità. L’errore che non dobbiamo compiere è minimizzare. E non dobbiamo dire che è colpa di un ragazzo, perché è un problema che riguarda tutti».  (  Claudio Mencacci, psichiatra, presidente della Società italiana di neuro psico farmacologia, è da sempre attento ai disturbi dei più giovani   sul  corriere della sera del  26\3\2026 ) 

Ecco  quindi. secondo   me  come   fare


1) educazione a scuola e nei centri di aggregazione giovanile e familiare :

ai linguaggi dei media e delle arti 
 alla legalità al pluralismo culturale
 alla non violenza fisica e verbale 
 all'affettività
A gestire e contenere rabbia e frustrazione ed incanalarla in qualcosa di costruttivo e meno disrruttivi ed autodistruttivo

2) aiuti non solo ecomici ma anche psicologici alle famiglie in difficoltà
3) potenziamento di personale e strutture per migliorare i servizi sociali e la giustizia minorile
4 ) applicare leggi che già ci sono senza farne di nuove insomma evitare che diventino come le grida manzoniane e dei garbugli tanto che non si sa quale/i applicare visto che ognuna contraddice l'altra

« #noninsegnare a tua #figlia ad essere #preda \ #insegna a tuo #figlio a non essere #cacciatore » di #joumanahaddad poetessa libanese eco il testo integrale  preso. da

Anziché dire a tua figlia che è una preda, insegna a tuo figlio che non è un cacciatore.
Anziché dire a tua figlia di tacere, insegna a tuo figlio ad ascoltare.
Anziché educare soltanto tua figlia a rispettare se stessa, educa anche tuo figlio a rispettare le donne.
Anziché chiedere a tua figlia di non indossare quella gonna, insegna a tuo figlio che una gonna corta non è un invito a fare sesso.
Anziché forzare tua figlia a coprirsi, insegna a tuo figlio che una donna è più di un corpo.
Anziché avvertire tua figlia che tutti gli uomini siano il nemico, insegna a tuo figlio che le donne sono compagne di valore.
Anziché crescere tua figlia perché abbia paura degli uomini e tuo figlio perché disprezzi le donne, crescili entrambi perché si fidino, si rispettino e si amino.
J. Haddad

Educare alla 
parità cioè insegnare il rispetto reciproco, l'empatia e l'autonomia, superando i ruoli di genere. Per il figlio maschio, educa al consenso, alla gestione delle emozioni e al rispetto delle regole. Per la figlia, promuovi autostima, assertività e autodifesa emotiva, insegnandole a porre limiti chiari e a non temere di chiedere aiuto. 
Educare il Figlio a non essere "Cacciatore"Insegna il Rispetto e il Consenso: Fagli capire che il "no" è definitivo, sia nei giochi che nelle relazioni.
Gestione delle Emozioni: Educato a riconoscere e gestire la frustrazione, l'aggressività e la rabbia senza scaricarle sugli altri.
Rifiuto della Prepotenza: Insegna che la forza non si usa per sopraffare, ma per proteggere. Il rispetto si basa sull'ammirazione, non sulla paura.
Esempio in famiglia: Sii il primo a mostrare rispetto reciproco, evitando comportamenti prepotenti o machisti. 
Educare la Figlia a non essere "Preda"Autostima e Valore di Sé: Aiutala a credere in se stessa e a valorizzarsi per chi è, non per come appare o per compiacere altri.
Assertività e Limiti: Insegna a usare frasi come "Non mi piace, smettila" o "A me piace come sono" per stabilire confini chiari.
Autodifesa Emotiva: Spiegale che nessuno può farla sentire inferiore senza il suo consenso e che ha il diritto di difendersi emotivamente.
Chiedere Aiuto: Insegna che non deve sopportare comportamenti inaccettabili e che segnalare il problema a un adulto non è un atto di debolezza.
Principi Comuni per EntrambiEducazione all'Empatia: Insegnare a mettersi nei panni dell'altro.
Autonomia: Favorire l'indipendenza e la capacità di prendere decisioni proprie.
Comunicazione Aperta: Creare un ambiente sicuro dove poter parlare di paure e difficoltà

Infatti concordo con quello  che  dice    vedere     articolo  sotto     su repubblica  del  26\3\2026  lo  psicanalista Massimo Ammaniti 
 . 
Ora per  qualcuno  sarò ( un fondo di verità ) un illuso  o un  utopista . Ma   come    ho  già  detto  il modello  forcaiolo\ giustizionalista. , leggi. pena. di morte e  simili  ha  fallito e contribuito  secondo alcuni  ad aumento di crimini violenti .Quindi la prevenzione e le politiche  educative mi  sembrano un opzione più che. ragionevole per    ridurre e depotenziare  del breve periodo e nel lungo risolvere  tali. problematiche. Se poi voi  avete un altra soluzione  ben venga  sarei lieto di confrontarla  con la mia .   

Analisi della rabbia e la violenza minorile

Oltre  alla  bellissima lettera della.  prof  accoltellata riportata  sui  social,  al mio post ( vedere. sotto per l'url )  . Ma per  i...