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15.3.26

Daniele Terenzi, primo Étoile con disabilità: “La diversità può diventare valore creativo”., Milano, serate in discoteche inclusive dove tutti possono ballare: “Per sentirsi davvero alla pari”

Questa storia è per chi mi dice che parlo di disabilità solo davanti ai grossi eventi come le paraolimpiadi . Se qualcuno\a di voi ha storie o vuoile raccontare la propria disabilità e il modo di viverla ed affrontarla benvenga qui trova spazio . contattatemi o in privato a nei commenti qui sotto o nei social

repubblica online  

L’unico ballerino con una protesi transfermorale, ora anche all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici: “Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione”.




È il primo e unico ballerino al mondo con una protesi transfermorale a danzare nei repertori di Classico, Neoclassico e Danze Latine. Dopo un grave incidente che ha comportato la perdita di una gamba e il rischio di non tornare più a ballare, Daniele Terenzi non ha ceduto e nel 2023 è riuscito persino a diventare un Étoile.

Insieme alla Empathy Inclusion Company, fondata con la direttrice artistica Martina De Paolis, ha calcato palchi prestigiosi tanto in Europa quanto in America. E ora, per la prima volta, ha portato la sua danza all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici. «Le coreografie, l’accensione del braciere, tutto fatto insieme: ballerini con e senza disabilità. Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione».

Quando ha capito che poteva tornare a danzare?

«All’inizio nessuno credeva fosse possibile. Dopo la riabilitazione ho provato con l’atletica. Sono arrivato terzo alle gare nazionali ma non ho provato alcun entusiasmo, nessuna passione. Quello che mancava era il contatto con il pubblico. Lì è scattato qualcosa e ho deciso: sarei tornato a danzare».

Rivendica l’importanza di mostrare sul palco la protesi. Perché?

«Perché per me è un obiettivo raggiunto, non una disabilità acquisita. È il risultato di qualcosa che non era mai nemmeno stato preso in considerazione nella danza. Ne vado fiero».

Spesso la danza classica è vista come una disciplina selettiva e poco inclusiva. In qualche modo lei sta dimostrando che non è propriamente vero.

«Certo, ma è stato un lavoro molto lungo e faticoso. Ci sono voluti 18 mesi per sperimentare la protesi, il mio è il primo prototipo al mondo. E comunque ha bisogno di costanti aggiustamenti».

È cambiato molto il suo approccio al balletto?

«Sicuramente cambiano i punti di appoggio. Non ho la percezione del piede a terra né del ginocchio. Mi affido completamente a un dispositivo esterno. È una ricerca costante di un equilibrio instabile».

Cosa intende?

«La protesi ti fa sembrare sospeso in aria, ma è allo stesso tempo l’unico punto di appoggio che hai. È un lavoro di fiducia e costante allenamento. Un processo che non può mai essere sospeso».

È come se stesse riscrivendo le regole della danza.

«La considero più una maniera per migliorare le prestazioni. Per me è una questione di necessità, ma è utile anche per i ballerini senza disabilità. È una diversa stimolazione dei muscoli. Capirne la potenzialità aiuta ad avere più controllo del proprio corpo e a pesare meno sulla gamba».

Per la cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici all’Arena di Verona ha scelto di proporre la stessa coreografia dei ballerini senza disabilità. È questa l’inclusione?

«Penso di sì, è stata una scelta condivisa da tutti. Nel 2006 a Torino si era esibita Simona Atzori, ma quella coreografia non aveva permesso di ballare tutti quanti assieme. Ora sì, che è poi quello che facciamo tutti i giorni con la nostra compagnia».

Parla della Empathy inclusion Company. Qual è il vostro obiettivo?

«Dimostrare che il palcoscenico può essere uno spazio dove la diversità diventa valore creativo. Mischiamo i generi, danza e teatro. Ma portiamo sui palchi soprattutto le storie di ciascuno. L’unicità delle performance a servizio di tutti. Non esistono paragoni con i ballerini senza disabilità, ognuno racconta una storia propria».

Ha danzato con ballerini di fama internazionale. C’è una collaborazione che ricorda con particolare affetto?

«Quella con Petra Conti, l’Étoile, perché mi ha aiutato nel percorso di riabilitazione fin dai tempi dell’ospedale. Ricordo molto bene quel periodo. Ero allettato e la vedevo in televisione. A quei tempi mi chiedevo se sarei mai tornato a ballare. Poi l’ho fatto, abbiamo danzato nella stessa serata, sullo stesso palco. È stato simbolico».

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Milano, serate in discoteche inclusive dove tutti possono ballare: “Per sentirsi davvero alla pari”

Il progetto Unisono ha creato un format per contrastare l’esclusione sociale di ragazzi e ragazze con disabilità intellettiva


Mio figlio era felicissimo, non ha smesso di parlare della serata un momento. Grazie mille». Questo è solo uno dei messaggi ricevuti dai ragazzi di Unisono dalla mamma di un giovane con disturbi dello spettro autistico. Parole semplici che però, come racconta la coordinatrice del progetto Arianna Gatti «hanno fatto venire i lacrimoni a tutti».
Il progetto Unisono nasce nel 2021 a Milano con un obiettivo preciso: proporre un format di clubbing inclusivo per contrastare l’esclusione sociale di ragazzi con disabilità intellettiva e disturbi dello spettro autistico. Ovvero, la discoteca per tutti.
L’idea prende forma già qualche anno prima. Nel 2019 Pietro Colombo e Giulio Colombo, allora liceali, si imbattono in un articolo inglese che racconta l’esperienza del clubbing inclusivo a Manchester. Subito decidono di portare il format anche a Milano, adattandolo però a una visione più aperta: serate pensate per tutti, non solo per persone con disabilità. Nel giro di poco tempo il progetto entra nei cuori di molti, fino a diventare un’iniziativa della Walter Vinci Onlus e a vincere un bando del Comune di Milano.
Prima di organizzare le serate, però, il team di ragazzi decide di prepararsi al meglio. «Abbiamo fatto incontri con professionisti e persone con disabilità intellettiva, per capire proprio da loro quali fossero le barriere nel mondo del clubbing», spiega Gatti. Da qui nascono gli eventi realmente accessibili. Il volume della musica è più basso e prima della serata vengono diffuse mappe interattive del locale: «In questo modo i ragazzi possono familiarizzare con lo spazio. Quando entrano sanno già dove andare per pagare o per prendere da bere, in un luogo a loro sconosciuto spesso non lo farebbero». Anche la musica viene scelta con molta attenzione: su consiglio di musicoterapeuti si evitano canzoni con testi particolarmente cupi o tristi. Inoltre, dove lo spazio lo consente, viene allestita una «decompression room», una stanza pensata per aiutare le persone ad abituarsi gradualmente al volume della musica sia all’ingresso che all’uscita. Il lavoro sull’inclusione passa anche dalla comunicazione di Unisono. «Anche la promozione degli eventi deve essere inclusiva», racconta Gatti: no a locandine troppo complesse o caotiche, ma scritte chiare e facilmente comprensibili.
«Dopo i primi eventi, molti dei ragazzi ci hanno raccontato che per loro era la prima volta a ballare o che facevano così tardi la sera, la prima occasione in cui potevano sentirsi davvero al pari dei loro coetanei». Proprio per questo le serate non sono riservate alle persone con disabilità. «Se lo fossero», spiega Gatti, «otterremmo l’effetto opposto: li allontaneremmo ancora di più dall’inclusione sociale. Invece qui da noi la gente viene solo perché si vuole divertire in compagnia».

2.3.26

Scuola e musica Olbia, quando il rap diventa inclusione: il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, che abbatte le distanze entra in classe

Una  prova  che la  musica  rap   non è  solo  testi   :  violenti  ,  edonistici  , misogeni  , ecc  ma anche   rottura di barriere 
Una  risposta a chi : << Per tutte le banalità  la  nuova  sardegna  fa  unn articolo  !!! >> . 


La scuola elementare di via Vignola (Quarto circolo) a Olbia








Olbia
Una canzone che parla di disabilità, amicizia e sostegno reciproco entra in aula e si trasforma in un percorso educativo strutturato. Accade tra il Quarto Circolo di Olbia e il Liceo Scientifico di Ozieri (indirizzo scienze umane), dove il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, è diventato il punto di partenza di un’esperienza di dialogo tra realtà scolastiche diverse. Ma il valore dell’iniziativa non si esaurisce nell’ascolto del brano. “Dentro di te” diventa infatti parte di un percorso educativo più ampio, in cui la musica si trasforma in occasione di crescita e confronto. «La scuola, nella sua essenza più profonda, è il luogo privilegiato nel quale si costruiscono ponti tra persone, storie e generazioni differenti», sottolinea la docente di sostegno del 4° circolo Rosella Cau, che ha accompagnato e valorizzato l’iniziativa. Un ponte nato quasi per caso, da una semplice condivisione, e diventato un percorso capace di annullare distanze geografiche e anagrafiche. Per Rosella Cau l’obiettivo è chiaro: «Trasformare un linguaggio vicino ai ragazzi, come il rap, in occasione di riflessione autentica. La musica è uno strumento potentissimo perché parla direttamente alle emozioni, ma il compito della scuola è quello di accompagnare quell’emozione verso la consapevolezza. Il testo è stato analizzato come una poesia contemporanea, scomposto, discusso, riletto insieme, diventando filo conduttore di un lavoro sul rispetto delle fragilità, sulle potenzialità di ciascuno e sul valore concreto della solidarietà». Non si è trattato solo di comprendere le parole, ma di interrogarsi sul loro significato nella vita quotidiana. «Educare – evidenzia ancora la docente – significa aiutare i ragazzi a riconoscere l’altro, a mettersi nei suoi panni, a capire che ogni fragilità può trasformarsi in una risorsa se sostenuta da una comunità attenta». In questa prospettiva, la classe diventa uno spazio in cui ciascuno può sentirsi visto e ascoltato, e dove la diversità non è un ostacolo ma un’occasione di crescita reciproca. «Non solo ascolto, dunque, ma consapevolezza. Non solo emozione, ma educazione. Le relazioni, gli affetti, l’amicizia non finiscono con la conclusione di un percorso scolastico – evidenzia ancora Rosella Cau – ma diventano più forti e consapevoli quando sono radicate nel nostro modo di pensare». È questo il messaggio che la scuola vuole consegnare agli alunni: la rete che si costruisce tra i banchi può diventare un paracadute capace di attutire le cadute della vita. Il 25 febbraio il Quarto Circolo ha ospitato l’autore del brano e la compagna che lo ha ispirato, coinvolgendo le classi quinte della sede di via Vignola in un momento di confronto. «Non una celebrazione, ma un’occasione per rileggere i cinque anni trascorsi insieme, interrogarsi su quanto ciascuno abbia saputo donare agli altri e rafforzare la convinzione che nessuno debba sentirsi solo. In questo senso, la musica è l’inizio di un cammino condiviso. Il vero protagonista è il percorso educativo che ne è scaturito: una scuola che costruisce ponti, che educa all’empatia e che insegna – prima ancora delle nozioni – il valore dell’inclusione».
Infatti esso sempre secondo la nuova sardegna  del 2\3\2026

Olbia
Una canzone rap che parla di disabilità, amicizia e sostegno reciproco entra in aula e si trasforma in un percorso educativo capace di lasciare un segno profondo. È accaduto al Quarto circolo di Olbia, dove il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, è diventato il cuore
di un'esperienza di dialogo tra scuola primaria e liceo scientifico di Ozieri.



L'incontro, che si è svolto nella sede di via Vignola, guidato dalla dirigente Francesca Demuro, ha visto protagonisti i bambini delle classi quinte A, B, C,D, Ge H e due studenti del liceo scientifico di Ozieri,
Francesco e Antonietta, accompagnati dalla professoressa Stefania Pischedda in rappresentanza del dirigente scolastico Andrea Nieddu.
L'iniziativa ha riscosso grande partecipazione ed entusiasmo, trasformando una semplice lezione in un momentodi confronto autentico e coinvolgente. Il testo della canzone rap è stato analizzato come una poesia contemporanea:letto, scomposto, discusso e rielaborato insieme. Non un ascolto passivo, ma un lavoro strutturato sul rispetto delle  fragilità, sulle potenzialità di  ciascuno e sul valore concreto
della solidarietà. «La scuola,nella sua essenza più profonda, è il luogo privilegiato nel quale si costruiscono ponti tra persone, storie e generazioni differenti», sottolinea la docente Rosella Cau, che ha accompagnato e valorizzato il progetto. «Un ponte nato da una condivisione e diventato un percorso capace di annullare distanze geografiche e anagrafiche. Attraverso un approccio trasversale, che ha
preso spunto anche da un brano scritto dallo stesso Arcadu e dedicato alla compagna di classe Antonietta Carroni, i ragazzi si sono impegnati in un dibattito aperto e partecipato.I ricordi dei cinque anni trascorsi insieme, le amicizie costruite, il senso di appartenenza,la fiducia e la generosità sono diventati il filo conduttore di una riflessione collettiva intensa e sentita. Sorrisi, occhi lucidi e interventi spontanei
hanno raccontato meglio di qualsiasi parola il successodell'iniziativa. La musica è uno strumento potentissimo perché parla direttamente alle emozioni --- spiega Cau ---ma il compito della scuola è ac-
compagnare quell'emozione verso la consapevolezza». Edè proprio ciò che è accaduto: non solo emozione, ma educazione. Non solo ascolto, ma crescita. Il momento musicale ha suggellato l’esperienza. 
Cantare “Dentrodi te” tutti insieme, a tempo di rap, si è trasformato in un rito liberatorio e in una promessa simbolica di “amici per sempre”, anche quando le strade si divideranno con il passaggio alla scuola secondaria.
La lezione interattiva sul rispetto delle unicità e delle diversità non è stata soltanto un'attività didattica, «ma un esempio concreto di educazione emotiva e civica capace di lasciare un'impronta dura tura nel cuore e nella mente degli alunni. Un'esperienza riuscita --- ha chiuso Rosella Cau --- , che ha dimostrato
quanto il dialogo tra ordini di scuola diversi possa diventare occasione di crescita reciproca e quanto il rispetto delle differenze sia il terreno su cui costruire una società più aperta, flessibile e consapevole ».



  
 





23.7.25

Questo è l’ultimo messaggio che Laura ha voluto lasciare ai Parlamentari italiani sulla legge su fine vita e eutanasia.

Concludo    suylla  vicenda    di Laura Santi  . Inizialmente     per la sua vicenda rimando ai miei precedenti post  senza   linkarli   ed  invitare a  : «
 cercateveli perchè sonotalmente triste che non ho la  forza per linkarveli »ma  poi   ho  cambiato  idea   li  trovate  qua  sotto   prima del  suo ultimo  video   che  pubblico    sia  nella versione  presa  dal suo  account  facebook  pubblicato dal marito    sia    da    senza  commenti    non c'è altro    d'aggiungere    ha   già  detto  tutto lei   






 




21.6.25

bambino autistico e diabetico per i medici non parlera ma la madre si laurea con lui e lo fa parlare appliccando la terapia ABA

 Morena vive a Rescaldina, vicino Milano. Sin da bambina sogna di diventare avvocato, lo dice con la certezza di chi sente quella strada già scritta dentro. Ma la vita, a volte, prende direzioni inaspettate. A 23 anni, infatti, Morena si ritrova a lavorare in banca. Diventa mamma di Manuel, ed è una gioia immensa. Ma il sogno di studiare Legge finisce in un cassetto. Qualche anno dopo, arrivano due diagnosi che le tolgono il fiato. Suo figlio è autistico e ha il diabete. Morena ha paura, si sente persa. Le cure sono costose, e la sua vita cambia all’improvviso. I primi tempi sono durissimi. I medici dicono che Manuel non parlerà mai.Morena, però, non vuole arrendersi a quel verdetto. Studia per conto suo, si affida a specialisti privati e applica la terapia ABA, che lavora direttamente sul comportamento e le abitudini dei pazienti. Paga tutto di tasca propria, perché il servizio pubblico spesso non basta. Così Manuel, piano piano, migliora. Comincia a parlare, a scrivere, a riconoscere le emozioni, a cercare compagnia.E mentre lui mette tutto il suo impegno per imparare a comunicare, Morena decide di fare altrettanto. Rispolvera quel vecchio sogno e si iscrive a Giurisprudenza. Dopo il lavoro, Morena apre i libri. Studia con Manuel in braccio, ripete a bassa voce, rinuncia agli svaghi, al riposo. A volte legge in sala d’attesa, altre tra un panino fatto al volo e una lavatrice. Ma non molla.Nel 2020 fonda un’associazione per aiutare famiglie come la sua, offrendo ciò che a lei è mancato. Supporto psicologico, formazione, consulenze legali. Morena si laurea nel 2024. È un traguardo meraviglioso, che raggiunge con suo figlio accanto. Prende anche un Master con una specializzazione in Diritto della disabilità.
Oggi Manuel ha 16 anni, con i suoi piccoli e grandi traguardi continua a sorprendere tutti. Morena accompagna le famiglie nella ricerca di tutele e diritti, con la forza di chi certe battaglie le ha vissute sulla propria pelle. È felice, e non si ferma. Sogna di diventare magistrato per poter proteggere, custodire e capire. Grazie a suo figlio ha scoperto una forza che non sapeva di avere.

26.3.25

anche l'autismo ha la sua giornata ipocrita è il 2 aprile

  anche  l'autismo    ha  la  sua  giornata   ipocrita  è il 2  aprile  


All'istituzione    della giornata   ( il 2  aprile  )  per  la giornata    dell'autismo  . Mi  chiedo   , come  ho

già fatto  per quella  sul bullismo  ,   ma se  invece  di  fare  queste  giornate  celebrative  per  lo  più ipocrite  e lavacoscienza  perchè   non  si  fanno  progetti   ed iniziative  per  tutto l'anno ?

 1..  2 ... 3  stormshift   e  accuse di cinismo  in arrivo  .  Ma sinceramente    non m'importa  perchè  so   di non esserlo  ma  soprattutto    come  riporto  dal botta  e risposta  ripreso  dal Fq  del 24\3\2025    non sono  l'unico a  pensarla  cosi  

Autismo Un giorno di celebrazioni, poi la Politica dorme sonni tranquilli

Si parla  di    “cambiamento”, ma resta solo una parola vuota, usata anche per la disabilità, settore sempre più trascurato. Con l’avvicinarsi del 2 aprile, torneranno le solite celebrazioni ipocrite: un solo giorno dedicato all’autismo, mentre per i restanti 364 non si fa nulla di concreto. Non bastano documenti inutili, tavoli di lavoro politici o convegni autoreferenziali: servono impegni reali, tempi certi e il rispetto dei diritti, senza doverli elemosinare. Chi non ha il coraggio di lottare per questo dovrebbe farsi da parte. Le famiglie continuano a combattere un sistema che, invece di garantire i diritti, li ostacola. Investire oggi nell’autonomia di un bambino autistico significherebbe garantirgli indipendenza domani, ma le leggi esistono solo sulla carta e restano inapplicate. Il prezzo lo pagano sempre le famiglie, sempre più sole. Il “Dopo di Noi” è lasciato alle fondazioni private, l’inserimento lavorativo si trasforma in sfruttamento, mentre il progetto di vita personalizzato diventa un business per consulenti a pagamento. La disabilità è diventata un affare per chi specula sulle difficoltà altrui, ma la dignità umana non può dipendere dalle possibilità economiche. Non devono esistere servizi e vite di serie A e B. Il 2 aprile sarà solo una vetrina per politici e associazioni in cerca di visibilità. Le famiglie dovrebbero boicottare queste celebrazioni vuote e trasformarle in una vera lotta. Dobbiamo unirci per un obiettivo comune: garantire ai nostri figli il diritto a una vita dignitosa e felice.

GIANFRANCO VITALE (PADRE DI UN ADULTO AUTISTICO GRAVE)


CARO GIANFRANCO, il problema delle “Giornate per” purtroppo non riguarda solo l’autismo. Pensi al 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne, quando tutti si ricordano dell’“emergenza”. Ma certo, nei casi come la disabilità, la presa in giro appare maggiore. Da sempre, la politica si riempie la bocca di intenti, promesse, provvedimenti che rimangono tali solo sulla carta e la sensazione, come scrive, è che ci siano cittadini di serie A (che si possono permettere cure e prestazioni) e cittadini di serie B, abbandonati a loro stessi. Io non so se boicottare le celebrazioni serva a svegliare la classe dirigente. So che la nostra Costituzione prevede che nessuno debba rimanere indietro e che, se la politica non è in grado di garantirne l’applicazione, i cittadini dovrebbero quanto meno scegliersi dei rappresentati diversi.

4.3.25

Diario di bordo n 107 anno Ⅲ. Con la Bulldog Rugby la palla ovale diventa un veicolo di inclusivita ., il romanzo area tempestas di giulio neri fermato da una diffida di una persona che si sarebbe visto troppo simile al protagonista .,

 oggi  martedi  i carnevale  causa   rafreddore  ,  guarderò la  sfilata  da  casa  ,  tanto  partono  vicino quasi sotto casa mia . Con  un po'  d'amarezza   a  non poter   dare  una  mano    alla classe   in una  giornata  campale    della  settimana  \  sei giorni   del carnevale .  Quindi  mi consolo buttando l'occhio   ai carri che  passano , seguendo   sul  web ,  il  processo ed  il  rogo  a  re  giorgio  , e  leggendo  e riportando qui    due  storie   trovate  fra  un carro e  l'altro  alcune storie trovate  in rete  .  La  prima      da  la nuova  del  4\3\2005



La seconda        da quella del 2\3\2025




28.2.25

diario di bordo n 106 anno III - Vince una gara di 166 km… e viene squalificato per le scarpe ! ., Cronaca Naviga In dialisi da 50 anni, il caso a Prato L'ospedale: 'Esempio di tenacia e modello di assistenza., Lea uccisa a 10 anni da un Suv guidato da un ubriaco, i suoi organi salvano 5 bambini. Il guidatore indagato per omicidio stradale

  tra  una  pausa   e  l'altra      fra   le  attività  del  comitato   classe76   per  la  festa     cittadina  i  sant  isidoro che   si  tiene  a  settembre    e  la  sei  giorni  di carnevale (  foto a  destra   la  locandina del nostro  evento   per  questo  carnevale )   ecco  a  voi     questo numero   de diario  di  bordo. Le stotrie     sono tratte  dal il  portale msn.it  

Vince una gara di 166 km… e viene squalificato per le scarpe!

Immaginate di correre per quasi 12 ore, spingendo il vostro corpo oltre ogni limite, e di tagliare il traguardo per primi in una gara massacrante come le 100 miglia degli Stati Uniti, una corsa di 166 chilometri disputata a Henderson, Nevada, il 14 febbraio 2025.
È quello che ha fatto Rajpaul Pannu, (  foto  sotto al  centro  )  ultracorridore californiano sponsorizzato da Hoka, fermando il cronometro a 11 ore, 52 minuti e 46 secondi. Ma la sua vittoria è

durata meno di un giorno: Pannu è stato infatti squalificato per aver indossato scarpe non conformi al regolamento, le Hoka Skyward X, dando il via a una controversia che ha diviso il mondo del running.
Pannu, 33 anni, insegnante di matematica a Denver e non professionista a tempo pieno, ha dominato la gara organizzata da Aravaipa Running e dalla USATF (la federazione statunitense di atletica leggera), finendo con oltre un’ora e mezza di vantaggio sul secondo classificato, Cody Poskin. Il suo tempo non solo ha rappresentato il record personale, ma lo ha collocato come la seconda miglior prestazione statunitense di sempre sulla distanza delle 100 miglia, a poco più di 33 minuti dal primato di Zach Bitter (11:19:13).
Tuttavia, il giorno successivo, un’email della USATF lo ha informato della squalifica: le sue Hoka Skyward X, con un’altezza della suola di 48 millimetri al tallone e 43 millimetri nell’avampiede, superavano il limite massimo fissato a 40 millimetri imposto da World Athletics nel 2020 per le gare su strada.
La vittoria è stata così assegnata a Poskin, che ha chiuso in 13:26:03, mentre il risultato di Pannu è stato “declassato” nella categoria “open race”, privandolo del titolo nazionale e del premio di 1.200 dollari. Gli organizzatori hanno giustificato la decisione su Instagram: “Riconosciamo la prestazione incredibile di Rajpaul, ma come Campionato Nazionale siamo tenuti a rispettare le regole per garantire equità a tutti i partecipanti.”
Pannu non ha cercato scuse, ma ha voluto spiegare l’accaduto. Sul suo profilo Instagram, ha dichiarato: “Non avevo intenzione di infrangere le regole. Pensavo che le Skyward X fossero scarpe da allenamento, troppo pesanti per essere considerate ‘superscarpe’ da gara.” L’atleta aveva testato le scarpe solo il giorno prima della corsa, durante una breve run di 1,5 miglia documentata su Strava, dopo aver sviluppato vesciche e intorpidimento alle dita usando le sue abituali Hoka Rocket X2 (conformi al regolamento) in un allenamento di 50 km a fine gennaio. “Ho scelto il comfort rispetto alla velocità,” ha detto a Runner’s World, notando anche un recupero fisico più rapido post-gara grazie all’ammortizzazione extra.
Curiosamente, nessuno sul posto – né i giudici né i concorrenti – ha sollevato obiezioni durante la gara. La protesta è arrivata da uno spettatore che seguiva la diretta streaming, un dettaglio che ha alimentato il dibattito sulla crescente influenza della tecnologia e del pubblico virtuale nel controllo delle competizioni. Secondo Pannu, l’unico riferimento alle sue scarpe durante la corsa è stato quando un ufficiale USATF ha chiesto al suo team se fossero in commercio (un altro requisito delle regole), ricevendo risposta affermativa.
Le Hoka Skyward X, descritte da GearJunkie come “scarpe da allenamento con un’imponente suola da 48 millimetri che cattura l’attenzione degli amanti delle calzature ammortizzate,” non sono progettate per la pura velocità come le “super shoes” da gara. Pesano 320 grammi contro i 236 delle Rocket X2, e Hoka le promuove come ideali per “chilometri facili” e comfort quotidiano. Pannu ha sostenuto che non offrano un vantaggio prestazionale significativo, ma che l’ammortizzazione extra abbia ridotto la fatica percepita, un aspetto cruciale in una gara di endurance.
Le norme di World Athletics, introdotte per bilanciare tecnologia e talento, hanno però un limite chiaro: 40 millimetri. E le Skyward X, con i loro 8 millimetri di troppo al tallone, sono finite nel mirino. Esperti come Theo Kahler di Runner’s World sottolineano che anche piccole differenze nell’altezza della suola possono influire sull’assorbimento degli impatti e sulla propulsione, offrendo un vantaggio teorico su distanze così lunghe.
La squalifica ha suscitato ovviamente reazioni contrastanti. Alcuni, come riportato da Canadian Running Magazine, apprezzano la rigidità delle regole per garantire parità; altri, tra i fan sui social, la considerano eccessiva per un errore non intenzionale. Pannu, che si allena da solo senza un allenatore, ha scelto di non fare appello, pur avendone avuto l’opportunità. “Non seguo da vicino gli sviluppi tecnologici delle scarpe,” ha ammesso, suggerendo che un controllo pre-gara, come avviene nelle migliori maratone o nelle competizioni universitarie, potrebbe evitare simili situazioni.

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Ansa


Da 50 anni è in trattamento emodialitico sostitutivo, nel Centro dialisi dell'ospedale di Prato.L'uomo, oggi 66 anni, pensionato, originario di Firenze e residente a Prato, "ha iniziato questo difficile percorso terapeutico, perché affetto da una malattia renale che lo ha condotto alla terapia sostitutiva dialitica in pochi anni", spiega la Asl Toscana centro rendendo noto il suo caso.
Un esempio di tenacia e un modello di assistenza di cui siamo orgogliosi. 50 anni di emodialisi: un traguardo straordinario di cura e determinazione", afferma Gesualdo Campolo, direttore della struttura di nefrologia e dialisi dell'ospedale pratese: il paziente ha dimostrato "una forza straordinaria e una grande
capacità di adattamento".
In questi giorni i sanitari e 'gli Amici della Dialisi' hanno festeggiato il "notevole traguardo" raggiunto dal 66enne con grande affetto e con una targa con la frase, voluta dal paziente stesso: 'La vita è stata dura con me...ma Io lo sono stato di più con Lei'.
"Il paziente - spiega Campolo -, dopo due tentativi di trapianto renale, non andati a buon fine diversi anni fa, ha scelto di continuare a sottoporsi alla dialisi, affrontando con determinazione tre sedute settimanali per quattro ore ciascuna.
Un percorso che evidenzia non solo la sua eccezionale resilienza, ma anche l'elevato livello di assistenza e cura multidisciplinare garantito dal nostro team di nefrologi, infermieri, operatori sanitari e altri professionisti". Un risultato, evidenzia poi la Asl, che "sottolinea l'importanza di un approccio globale alla cura del paziente cronico, con risposte efficaci ai bisogni di salute, sia renali che extra-renali".
Il Centro di dialisi di Prato gestisce circa 180 pazienti sottoposti a trattamento emodialitico sostitutivo, con due turni giornalieri (mattino e pomeriggio) dal lunedì al sabato.
A tutt'oggi venti pazienti sono sottoposti a trattamento dialitico peritoneale domiciliare, seguiti da un team medico-infermieristico dedicato.
In fase di attivazione poi un progetto di 'dialisi peritoneale assistita': prevede l'impiego a domicilio di personale infermieristico per la gestione/trattamento di questi pazienti a casa.
Il progetto è già esecutivo e partirà tra qualche settimana, con l'addestramento alla dialisi peritoneale degli infermieri di famiglia presso il Centro dialisi pratese.Un'attività dialitica domiciliare, si spiega ancora, che "permetterà un incremento del numero di pazienti che si sottoporranno a tale terapia sostitutiva, rafforzando ancor più la nostra mission della 'domiciliarità delle cure'.


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Corriere Adriatico

Lea uccisa a 10 anni da un Suv guidato da un ubriaco, i suoi organi salvano 5 bambini. Il guidatore indagato per omicidio stradale

Il suo sorriso è stato spento a soli 10 anni, ma Lea Stevanovic continuerà a vivere attraverso i cinque bambini ai quali i suoi organi hanno permesso di continuare a sperare per un domani migliore. La decisione è stata presa dai genitori della piccola travolta e uccisa in un parcheggio da un Suv guidato da un uomo risultato ubriaco domenica 16 febbraio a Creazzo (Vicenza). Il funerale della piccola Lea si terrà sabato 1 marzo in Serbia, paese d'origine della famiglia che viveva ad Altavilla Vicentina. Per quel giorno però nel comune di residenza sarà lutto cittadino.
Omicidio stradale
Lea Stevanovic, che frequentava la quarta elementare, dopo l'incidente è rimasta ricoverata per tre giorni nel reparto di terapia intensiva pediatrica dell'ospedale San Bortolo di Vicenza. Poi il decesso a seguito dei traumi riportati. La tragedia ha scosso l'intera comunità, tanto che per giorni si sono susseguite veglie e preghiere per mostrare la vicinanza alla famiglia. Nel frattempo la Procura di Vicenza ha iscritto sul registro degli indagati per omicidio stradale aggravato l'automobilista 50enne vicentino che ha provocato l'incidente, risultato positivo all'alcoltest con un tasso alcolemico superiore a 1.5.

23.2.25

L'ex campione di motocross Toccaceli: «Paralizzato dal collo in giù a 23 anni: uso il joystick col fiato. E faccio il coach per Valentino Rossi»

dopo il  post    su L'Heysel  ed  il  ricordo   di  chi c'era   sia  come  giocatore  sia  come  tifoso   , ecco  un altra  storia     che  unisce  sport  e    disabilità. La storia  dell'ex campione di motocross Bryan Toccaceli  ora paralizzato   dal  collo  in  giù .Ma  che ha  mantenuto intatta la  passione  e efa  il coache  per  Valentino 


L'ex campione di motocross Toccaceli

Cosa sta ascoltando?

«Cremonini, il nuovo cd. Mi piace molto, sto facendo un ripasso generale delle ultime canzoni perché a giugno andrò al concerto. Non ero mai riuscito a trovare il biglietto, per noi persone con disabilità ce ne sono sempre pochi».

Bryan Toccaceli abbassa il volume per farsi sentire meglio. Lo fa senza alzarsi e senza muovere un braccio o un dito. Non può, il suo corpo è completamente paralizzato dal collo in giù, è così da quando aveva 23 anni: «Ne sono passati già sette dall’incidente, mi sembra ieri. Era l’1 maggio, il giorno prima del mio compleanno».

Campione di motocross, poi cosa è successo?

«Ero passato all’enduro, la domenica avrei avuto la prima gara del campionato italiano. Quel giorno era festa e la mattina andai ad allenarmi insieme ai miei amici. Succede che la moto si spegne. La spingiamo fuori dal bosco, la porto a casa, la smonto e cambio tutto quello che potevo cambiare. Era saltato un fusibile, lo sostituisco».

E poi?

«Faccio qualche giro di prova intorno a casa, la moto andava bene. Vado al crossodromo di Baldasserona per capire se avrebbe risposto bene ai salti e alle vibrazioni. Arrivo alla pista, faccio un paio di giri. Sembra tutto a posto. "cavolo, stamani non mi sono allenato. Già che ci sono faccio qualche manche", mi dico. Rientro, faccio il primo giro. Ma a metà del secondo, durante un salto, la moto si spegne di nuovo. Improvvisamente».

Da lì cosa ricorda?

«Una volta a terra non riuscivo più a respirare. Mi sono agitato molto, un amico si avvicinò prendendomi la mano. "Stringila, stanno arrivando i soccorsi”. Ci provavo, ma non riuscivo. Da lì il buio».

Quando riapre gli occhi?

«Cinque giorni dopo, al Bufalini di Cesena. Mi avevano sedato, avevo avuto degli arresti cardiaci. Poi due operazioni e i problemi di respirazione. Per i dottori sarei dovuto restare per sempre attaccato all'ossigeno, ma mi imposi. "Non lo voglio più". E oggi è solo un ricordo». 

Quando ha realizzato che non si sarebbe più mosso?

«All’inizio pensavo si trattasse di una frattura che si sarebbe risistemata. In fin dei conti avevo diversi amici sulla sedia a rotelle. "Loro le braccia le muovono, guidano le macchine, fanno tante altre cose”, pensavo. Spronavo i dottori ad aumentare le ore di palestra illudendomi che sarebbe servito a qualcosa. Loro hanno cercato di farmelo capire giorno dopo giorno: "Bryan, hai una lesione completa del midollo”. Muovo solo un po’ le spalle, ogni tanto mi chiedo. "Perché a me? Perché così tanto?"».

Tanti piloti le sono stati vicino, compreso Valentino Rossi.

«In molti sono venuti a trovarmi e anche lui si era informato per farlo in modo segreto, così da evitare la calca. Ma decideva un orario e dopo mezz’ora lo sapeva già tutto l’ospedale. Quindi organizzò un grande pranzo a casa sua».

Oggi lavora per lui.

«Nel 2021 mi chiamò. "Ti andrebbe di diventare il coach della VR46 Academy?". Lo andavo a vedere spesso quando coi suoi allievi girava al Ranch di Tavullia. Sono tutti appassionati di motocross e il mio compito consiste nell’aiutarli nell’impostazione di guida e non solo. Ma ne hanno poco bisogno, si vede che sono dei professionisti. Hanno una maniacalità nel setup della moto fuori dal normale. Anche alla PlayStation».

Alla PlayStation?

«Col primo joystick usavo il mento, poi ne ho ordinato uno più avanzato dall'America e con la bocca cambio le marce. Poi invece dei tasti uso il fiato: soffio per una cosa, doppio soffio per un'altra e così via. Sfido Valentino, Pasini e Mauro Sanchini ad IRacing, un simulatore di guida. Girano forte, è tosta. Ogni tanto faccio da tappo, ma non mi faccio passare». 

Cosa le manca della vita di prima?

«Le moto erano diventate una pugnalata, oggi le guardo con più leggerezza. Mi sentivo osservato, ma ci ho fatto l’abitudine. Il dipendere da altri mi fa arrabbiare. “Mi puoi grattare il naso?”, all’inizio lo chiedevo solo ai miei genitori. Se avevo bisogno di bere un sorso d’acqua ed ero solo coi miei amici, piuttosto restavo a secco».

Ha ereditato la passione per i motori da suo padre. Si è mai sentito in colpa per quello che è successo?

«Il fatto che abbia reagito bene fin da subito lo ha aiutato. E poi chi sceglie di correre sa sempre che quando scende in pista potrebbe essere l’ultima volta».

E lei si sente mai in colpa nei confronti dei suoi genitori?

«Ho stravolto la loro vita. Potevano fare viaggi, andare in vacanza. Invece devono restare a casa per me e io a questa cosa ci penso, non c’è niente da fare. Mia mamma faceva la cuoca nelle scuole, poi è stata quattro anni con me grazie alle ferie solidali di colleghi e amici. Ora è tornata a lavorare, mentre papà – gommista – è andato in pensione».

Il 2 maggio farà 30 anni.

«Ogni 1 maggio mi incupisco, guardo le lancette dell’orologio e con la testa torno al momento dell’incidente. Ma i miei amici bussano, entrano in casa e mi portano via di peso. "Tanto non puoi opporre resistenza", scherzano. Da poco siamo stati a un addio al celibato a Barcellona, è stato il mio primo viaggio sulla sedia a rotelle».

E l’amore?

«Ci credo ancora ma non ne sento la mancanza. Una volta pensavo di dover avere tutto per essere felice, oggi anche una chiacchierata a casa mi fa stare bene».

È vero che ama i bambini?

«Sogno di aprire una scuola per giovani piloti, mi sono anche informato per prendere il patentino da istruttore. Prima dell’incidente avevo già avuto un’esperienza simile, quando li vedevo agitati prima delle gare mi piaceva tranquillizzarli. Purtroppo il mio incidente ha spaventato un po’ tutti, in molti hanno venduto le loro moto».

E suo figlio lo metterebbe su una moto?

«Sì, perché mi ha fatto vivere emozioni bellissime». 

16.11.24

Meloni e company facessero leggi più serie anzichè Vietare le parole «handicappato» e «diversamente abile» nei documenti ufficiali. un linguaggio più inclusivo non si fa per via legislativa

  se invece  di  fare  una legge  per una   cosa di poco conto   visto che  la  sostanza  non cambia 

 facessero leggi più  serie   o  almeno modificasero quelle esistenti , dato che    da quanto dice  il fondatore Nico Acampora,  il fondatore  di  PizzAut, il fondatore Nico Acampora: "Alcune aziende preferiscono pagare multe piuttosto che assumere una persona disabile": "Alcune aziende preferiscono pagare multe piuttosto che assumere una persona disabile"
Ora  secondo  la legge  proposta  dal governo Meloni  tutte le amministrazioni pubbliche dovranno adottare una nuova terminologia per le persone con disabilità: ecco quali parole devono cambiare e come mai.
Addio quindi  ai termini «handicappato» o «diversamente abile». È tempo di adottare un linguaggio rispettoso e inclusivo quando si parla e si scrive di persone con disabilità, affinché vengano evitate espressioni considerate obsolete o stigmatizzanti, a favore di altre che rispecchino il valore della dignità e della diversità umana. È l’invito contenuto ,  da quanto riporta  quest articolo  <<  Vietate le parole «handicappato» e «diversamente abile» nei documenti ufficiali: perché il governo Meloni sceglie un linguaggio inclusivo per la disabilità>> di  open , in una recente nota dell’ufficio di gabinetto del ministero per le Disabilità, che sollecita ad aggiornare e uniformare la terminologia ufficiale delle amministrazioni pubbliche. Si tratta di un aggiornamento che fa capo all’articolo 4 del Decreto legislativo n. 62 del 2024 (entrato in vigore il 30 giugno) e interessa sia la comunicazione istituzionale (comunicati stampa, siti web, documentazione informativa) sia l’attività amministrativa vera e propria, come decreti, provvedimenti o modulistica.
I termini da cambiare
Nella nota vengono indicate le seguenti modifiche:

«Handicap» viene sostituito da «condizione di disabilità» in tutti i documenti ufficiali.
Termini come «persona handicappata», «portatore di handicap», «persona affetta da disabilità», «disabile» e «diversamente abile» vengono unificati in «persona con disabilità».
Le espressioni «con connotazione di gravità» e «in situazione di gravità» sono sostituite da «con necessità di sostegno elevato o molto elevato».
Infine, «disabile grave» diventa «persona con necessità di sostegno intensivo».
Perché usare «persona con disabilità» invece di «disabile»

Perché usare l’espressione «persona con disabilità» invece di «disabile» o «handicappato»? La differenza principale sta nel fatto che, nel primo caso, si mette al centro la persona, mentre negli altri due si rischia di ridurre l’individuo alla sua disabilità. L’obiettivo di queste modifiche linguistiche è quindi di spostare l’attenzione sulla persona, piuttosto che sulla sua condizione, per evitare che venga etichettata unicamente in base alla disabilità. Si tratta di un approccio che promuove un linguaggio che rispetta e valorizza la dignità e la complessità di ogni individuo. Sebbene la modifica del linguaggio possa sembrare un cambiamento puramente formale, in realtà riflette una visione più moderna e inclusiva della società, che ora sta trovando spazio anche negli ambienti istituzionali. 
Un cambio di rotta del governo?
Si tratta di una mossa apparentemente dissonante nella linea adottata finora dalla maggioranza di governo, che alle sollecitazioni sulla necessità di utilizzare un linguaggio più inclusivo, ha più volte risposto in modo respingente. La premier stessa ha scelto di farsi chiamare «Il presidente», rifiutando l’utilizzo di «la presidente». La scorsa estate, il senatore della Lega Manfredi Potenti ha presentato un disegno di legge per vietare l’uso di termini femminili come «sindaca», «questora», «avvocatessa» e «rettrice» negli atti pubblici, sostenendo che il maschile universale dovesse prevalere in tutti i contesti ufficiali, pena sanzioni. E, solo pochi giorni fa, Meloni ha dichiarato: «Alcune femministe credono che la parità di genere si realizzi declinando titoli al femminile». Eppure, quando si parla di disabilità, il governo sceglie una strada diversa, più soft e meno controversa.
Forse un cambio di rotta o, più probabilmente, una mossa dettata dal fatto che il tema della disabilità è percepito come meno divisivo e, ad esempio, meno polarizzante rispetto alla questione di genere. In altre parole, parlare di linguaggio inclusivo per le persone con disabilità non solleva le stesse tensioni politiche e culturali che, invece, si accendono quando si discute della parità di genere. La disabilità continua ad essere erroneamente vista come una questione semplicemente di rispetto, mentre il tema della parità di genere sfida direttamente gli equilibri di potere esistenti. Sorge dunque spontaneo chiedersi se questo intervento faccia parte di un reale cambiamento di paradigma, o se si tratti semplicemente di un tentativo di presentarsi come inclusivi su un tema che, al momento, non scotta come altri. 

Anche    se  come ho spiegato dal titolo   lo reputo assurdo che ci voglia  una legge dello stato  per tale cambiamenti  , fare un  circolare   era meglio . Ciò non toglie, che la revisione della terminologia sui temi della disabilità rappresenti un passo avanti e un segno di civiltà   anche se  formale  

1.9.24

uno degli inventori dello sport e dei giochi paraolimpici era il reduce della II guerra mondiale Giovanni pische

Giovanni Pische al centro in carrozzina, Gianni Minà è il primo a sinistra


Oggi voglio  raccontare    tra le  storie olimpiche  ( ma  non solo  ) .  Purtroppo  in quanto l'articolo   della  nuova sardegna  odierna    in cui  si parla    di  lui ,    nella    online  è  a  pagamento  ,    e non  ho voglia  di € per un articolo   quando  se  ne  parla  in altri siti . Comunque  polemica  a    a  parte  è  grazie   al web   che   ho  scoperto  anzi  riscoperto     in quanto    ne  avevo sentito  parlare    da  bambino    in famiglia   ed   letto   qualcosa  quando  s'inzio   a parlare    di queli che ora  sono  , anche se  anncora   c'è molta  strada  da  fare     , dei giochi paraolimpici . 

  da    <<  Giovanni Pische maestro di vita >> di lacanas.it 


Egli    fu   un  maestro di vita. Con queste parole il noto giornalista Gianni Minà definiva Giovanni Pische. Manon solo Minà, tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo hanno potuto apprezzare le sue doti umane.

Giovanni Pische nasce a Santu Lussurgiu nel mese di febbraio del 1921. Da ragazzo impara a nuotare nel rio Sos Molinos (in su foiu de tiu Pane Dente), e gioca come portiere nella locale squadra di calcio. Un ragazzo pieno di vitalità e di amicizia per tutti, giovani e vecchi.
A diciott’anni si arruola nell’Aeronautica Militare e partecipa alla seconda guerra mondiale come marconista di bordo. Il 14 giugno del 1943 il suo aereo viene abbattuto in un conflitto con due caccia inglesi. Si ritrova così in mare, ferito, aggrappato all’ala del suo aereo. Per sei ore lotta tra le onde, in quell’acqua che era da sempre il suo elemento vitale, sino a quando alcuni pescatori di Carloforte lo traggono in salvo.

Giovanni Pische sopravvive ma le ferite riportate lo rendono paraplegico, costringendolo sulla sedia a rotelle per tutto il resto della sua vita. Inizia una lunga serie di cure e trasferimenti da un ospedale all’altro sino ad approdare alla clinica Santa Lucia di Roma. Qui inizia una seria terapia riabilitativa e riprende a nuotare.
Nel 1961 partecipa ai Giochi Internazionali di Stoke Mandeville dove conquista una medaglia d’oro. Tre anni più tardi conquista una medaglia di bronzo alle Olimpiadi per paraplegici di Tokyo in seguito alla quale viene insignito dell’onorificenza di Gran Cavaliere della Repubblica.
Ma nella vita di Giovanni Pische non c’è solo lo sport. Al primo posto mette sicuramente l’impegno a favore delle persone sfortunate come lui (fu il fondatrore dell’Associazione nazionale tutela handicappati e invalidi). Ludwig Guttmann, creatore del Centro per le malattie spinali di Stoke Mandeville (Inghilterra), lo vuole nel Consiglio mondiale dello sport per paraplegici. Grazie alle sue tante battaglie civili i disabili possono oggi guidare l’automobile. Con l’aiuto di altre persone e di  qualche politico Giovanni Pische è riuscito a portare lo sport per diversamente abili in Sardegna.


Altro interesse di Giovanni Pische era la poesia. Nella sua vita, terminata immaturamente a sessantasei

anni ha scritto numerose poesie, alcune delle quali raccolte e pubblicate da Gastaldi Editore in un volumetto dal titolo ”Gocce del mio sangue”.
Nel 1999 Santu Lussurgiu ha voluto perpetuare la memoria di Giovanni Pische intitolandogli la nuova palestra comunale. La cerimonia di inaugurazione ha visto tra gli altri la presenza di Gianni Minà, grande amico di Pische, e Carmelo Addaris atleta paraplegico di Cagliari plurimedagliato alle Olimpiadi per paraplegici di Toronto nel 1976, anche lui amico di Giovanni.
Nel 2000 l’Associazione Culturale Elighes Uttiosos di Santu Lussurgiu ha raccolto e pubblicato altre sue poesie nel libro ”Sul Sentiero delle Stelle”, titolo tratto da una delle sue più belle poesie: L’approdo.Anche se la maggior parte della sua vita è trascorsa lontano dalla Sardegna, non ha mai dimenticato la sua terra e tornava frequentemente a Santu Lussurgiu, alla casa dei suoi genitori in Sa Carrela ’e Nanti, dove amava assistere come faceva da bambino alle corse dei cavalli carnascialesche. Quest’uomo, Giovanni Pische, questo maestro di vita, questo poeta, questo sportivo, forse sconosciuto alla maggioranza dei sardi, merita un posto tra i sardi illustri, tra quelli che si sono distinti nella loro vita per l’impegno sociale a favore degli altri, dei più sfortunati, per il suo impegno nello sport come atleta, come dirigente e organizzatore, nella cultura con la sua poesia e con la sua prosa fatta di racconti autobiografici, per i suoi rapporti umani con tutti, dai più grandi ai più umili.Nel suo racconto L’aquilotto ferito scritto nel ’49, narra i tragici momenti del suo ferimento: ”Il fedele aereo, benché anche lui  ferito a morte, lottava nell’azzurro spazio, voleva a tutti i costi ritornare al suo nido, e riportare l’aquilotto nella sua patria per ridargli la vita. (…) Quando tutto sembrava perduto e lentamente s’inabissava nei flutti, urtò in qualcosa di duro, istintivamente si aggrappò e fu la sua salvezza. Il fedele aereo ancora una volta gli diede aiuto, gli porse la sua ala infranta, gli ridonò la vita.(…)  – Coraggio, aquilotto ferito, mio fedele amico non disperare, tutto non è ancora perduto se in te rimane la fede.-  (…) L’aereo lentamente si inabissò nei flutti solo l’ala galleggiò ancora per ridare alla vita, alla sua terra il giovane aviatore. (…)
Giovanni Pische è morto a Bordighera nel 1987 e riposa nel cimitero di Santu Lussurgiu, il suo paese natale.

La  sua memoria  è  ancora  viva  .  in quanto   dalle memorie  dei nonni e  prozii   oltre   che  quelle  dei  miei   genitori    ne deduco    che  Giovanni Pische amava la vita anche se il destino gli aveva riservato un tiro mancino. Era un uomo di grande spirito, risoluto, con una straordinaria energia vitale.  Infatti leggo  su  

 l'unione  sarda 24 luglio 2024 alle 17:38

Il suo candido sorriso è un ricordo indelebile che affonda nei cuori dei Lussurgesi e di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Sebbene fosse costretto tutta la vita in carrozzina, per un incidente aereo durante la seconda guerra mondiale, Pische aveva sempre un sorriso da regalare a tutti, un sorriso pieno di speranza, che infondeva coraggio.Era un grande atleta, un ottimo nuotatore. Proprio grazie alla terapia riabilitativa alla clinica Santa Lucia a Roma affinò la sua abilità acquatica che gli fece vincere i Giochi Internazionali di Stoke Mandeville in Inghilterra nel 1961 e tre anni più tardi il bronzo alle Paralimpiadi di Tokyo (1964), per cui ottenne il titolo di Gran Cavaliere della Repubblica per meriti sportivi.La sofferenza gli è stata sempre accanto però mai ha intaccato il suo spirito volitivo, il suo sorriso e le sue opere in favore dei più deboli di questa società che non aspetta chi ha difficoltà. La sua è una storia fatta di impegno verso gli altri e orientata al recupero dei disabili attraverso lo sport ma non solo. La sua figura rimarrà per sempre impressa nella comunità lussurgese, che infatti lo ricorderà venerdì 26 luglio nel centro di Cultura Popolare alle 18.30, attraverso le pagine del bel libro “Giovanni Pische, eroe, atleta, maestro di vita”, scritto a quattro mani da due lussurgesi che sempre lo hanno serbato nel cuore: Bachisio Serra e Francesca Manca. È un'antologia di ricordi, articoli di giornale, racconti degli amici e delle toccanti testimonianze degli atleti che sono stati cresciuti da Pische nel centro di Santa Lucia a Roma: Giuseppe Trieste, Claudio Tombolini, MariaPia Vezzaro e Roberto Valori.Una vita al servizio degli altri, un impegno sociale di grande valore e poca pubblicità. Se i paraplegici oggi possono guidare l’automobile è merito suo. Pische fu il fondatore dell’Associazione nazionale tutela handicappati e invalidi. Ludwig Guttmann, creatore del Centro per le malattie spinali di Stoke Mandeville, lo volle fortemente nel Consiglio mondiale dello sport per paraplegici. Con l’aiuto di uomini e di alcuni politici illuminati Giovanni Pische riuscì a portare lo sport per diversamente abili anche in Sardegna. Gianni Minà, suo grande amico, ricordava di lui: «ci insegnò ad avere interessi per quella che non doveva essere una vita banale. Un maestro di vita, è stato un italiano importante, un vero italiano di cui andare orgogliosi». Non solo Minà, tutti quelli che lo hanno conosciuto hanno potuto apprezzare le sue incomparabili doti umane.I due autori hanno voluto perpetuare la sua memoria intitolandogli la nuova palestra comunale nel 1999 quando erano amministratori del Comune. La cerimonia di inaugurazione vide, tra gli altri, la partecipazione di Gianni Minà e di Carmelo Addaris, atleta paraplegico di Cagliari plurimedagliato alle Olimpiadi di Toronto nel 1976, grande amico di Pische.





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