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L’unico ballerino con una protesi transfermorale, ora anche all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici: “Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione”.
È il primo e unico ballerino al mondo con una protesi transfermorale a danzare nei repertori di Classico, Neoclassico e Danze Latine. Dopo un grave incidente che ha comportato la perdita di una gamba e il rischio di non tornare più a ballare, Daniele Terenzi non ha ceduto e nel 2023 è riuscito persino a diventare un Étoile.
Insieme alla Empathy Inclusion Company, fondata con la direttrice artistica Martina De Paolis, ha calcato palchi prestigiosi tanto in Europa quanto in America. E ora, per la prima volta, ha portato la sua danza all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici. «Le coreografie, l’accensione del braciere, tutto fatto insieme: ballerini con e senza disabilità. Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione».
Quando ha capito che poteva tornare a danzare?
«All’inizio nessuno credeva fosse possibile. Dopo la riabilitazione ho provato con l’atletica. Sono arrivato terzo alle gare nazionali ma non ho provato alcun entusiasmo, nessuna passione. Quello che mancava era il contatto con il pubblico. Lì è scattato qualcosa e ho deciso: sarei tornato a danzare».
Rivendica l’importanza di mostrare sul palco la protesi. Perché?
«Perché per me è un obiettivo raggiunto, non una disabilità acquisita. È il risultato di qualcosa che non era mai nemmeno stato preso in considerazione nella danza. Ne vado fiero».
Spesso la danza classica è vista come una disciplina selettiva e poco inclusiva. In qualche modo lei sta dimostrando che non è propriamente vero.
«Certo, ma è stato un lavoro molto lungo e faticoso. Ci sono voluti 18 mesi per sperimentare la protesi, il mio è il primo prototipo al mondo. E comunque ha bisogno di costanti aggiustamenti».
È cambiato molto il suo approccio al balletto?
«Sicuramente cambiano i punti di appoggio. Non ho la percezione del piede a terra né del ginocchio. Mi affido completamente a un dispositivo esterno. È una ricerca costante di un equilibrio instabile».
Cosa intende?
«La protesi ti fa sembrare sospeso in aria, ma è allo stesso tempo l’unico punto di appoggio che hai. È un lavoro di fiducia e costante allenamento. Un processo che non può mai essere sospeso».
È come se stesse riscrivendo le regole della danza.
«La considero più una maniera per migliorare le prestazioni. Per me è una questione di necessità, ma è utile anche per i ballerini senza disabilità. È una diversa stimolazione dei muscoli. Capirne la potenzialità aiuta ad avere più controllo del proprio corpo e a pesare meno sulla gamba».
Per la cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici all’Arena di Verona ha scelto di proporre la stessa coreografia dei ballerini senza disabilità. È questa l’inclusione?
«Penso di sì, è stata una scelta condivisa da tutti. Nel 2006 a Torino si era esibita Simona Atzori, ma quella coreografia non aveva permesso di ballare tutti quanti assieme. Ora sì, che è poi quello che facciamo tutti i giorni con la nostra compagnia».
Parla della Empathy inclusion Company. Qual è il vostro obiettivo?
«Dimostrare che il palcoscenico può essere uno spazio dove la diversità diventa valore creativo. Mischiamo i generi, danza e teatro. Ma portiamo sui palchi soprattutto le storie di ciascuno. L’unicità delle performance a servizio di tutti. Non esistono paragoni con i ballerini senza disabilità, ognuno racconta una storia propria».
Ha danzato con ballerini di fama internazionale. C’è una collaborazione che ricorda con particolare affetto?
«Quella con Petra Conti, l’Étoile, perché mi ha aiutato nel percorso di riabilitazione fin dai tempi dell’ospedale. Ricordo molto bene quel periodo. Ero allettato e la vedevo in televisione. A quei tempi mi chiedevo se sarei mai tornato a ballare. Poi l’ho fatto, abbiamo danzato nella stessa serata, sullo stesso palco. È stato simbolico».
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Mio figlio era felicissimo, non ha smesso di parlare della serata un momento. Grazie mille». Questo è solo uno dei messaggi ricevuti dai ragazzi di Unisono dalla mamma di un giovane con disturbi dello spettro autistico. Parole semplici che però, come racconta la coordinatrice del progetto Arianna Gatti «hanno fatto venire i lacrimoni a tutti».
Il progetto Unisono nasce nel 2021 a Milano con un obiettivo preciso: proporre un format di clubbing inclusivo per contrastare l’esclusione sociale di ragazzi con disabilità intellettiva e disturbi dello spettro autistico. Ovvero, la discoteca per tutti.
L’idea prende forma già qualche anno prima. Nel 2019 Pietro Colombo e Giulio Colombo, allora liceali, si imbattono in un articolo inglese che racconta l’esperienza del clubbing inclusivo a Manchester. Subito decidono di portare il format anche a Milano, adattandolo però a una visione più aperta: serate pensate per tutti, non solo per persone con disabilità. Nel giro di poco tempo il progetto entra nei cuori di molti, fino a diventare un’iniziativa della Walter Vinci Onlus e a vincere un bando del Comune di Milano.
Prima di organizzare le serate, però, il team di ragazzi decide di prepararsi al meglio. «Abbiamo fatto incontri con professionisti e persone con disabilità intellettiva, per capire proprio da loro quali fossero le barriere nel mondo del clubbing», spiega Gatti. Da qui nascono gli eventi realmente accessibili. Il volume della musica è più basso e prima della serata vengono diffuse mappe interattive del locale: «In questo modo i ragazzi possono familiarizzare con lo spazio. Quando entrano sanno già dove andare per pagare o per prendere da bere, in un luogo a loro sconosciuto spesso non lo farebbero». Anche la musica viene scelta con molta attenzione: su consiglio di musicoterapeuti si evitano canzoni con testi particolarmente cupi o tristi. Inoltre, dove lo spazio lo consente, viene allestita una «decompression room», una stanza pensata per aiutare le persone ad abituarsi gradualmente al volume della musica sia all’ingresso che all’uscita. Il lavoro sull’inclusione passa anche dalla comunicazione di Unisono. «Anche la promozione degli eventi deve essere inclusiva», racconta Gatti: no a locandine troppo complesse o caotiche, ma scritte chiare e facilmente comprensibili.
«Dopo i primi eventi, molti dei ragazzi ci hanno raccontato che per loro era la prima volta a ballare o che facevano così tardi la sera, la prima occasione in cui potevano sentirsi davvero al pari dei loro coetanei». Proprio per questo le serate non sono riservate alle persone con disabilità. «Se lo fossero», spiega Gatti, «otterremmo l’effetto opposto: li allontaneremmo ancora di più dall’inclusione sociale. Invece qui da noi la gente viene solo perché si vuole divertire in compagnia».




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