. Mariarosaria Canzano
Sto seguendo poco Sanremo.
non hanno tutti i torti . ma ma come fare a non considerare "speciali " quelle persone , in particolare gli atleti paraolimpici che con un forte handicap e disabilità riescono a non abbattersi e cadere nel vittimismo o auto commiserazione riscattandosi e a donarci grandi emozioni
Sto seguendo poco Sanremo.
Eppure alcune immagini arrivano lo stesso, attraversano i social, si infilano nei discorsi, diventano “messaggi”.
Ho visto persone con disabilità sul palco, accompagnate da slogan come “Sono come te” e definite, ancora una volta, “ragazzi speciali”.
E no, questa non è inclusione.
È una messa in scena che serve più a chi guarda che a chi viene mostrato.
Dire “sono come te” non è un atto liberatorio.
È un tentativo di rendere la disabilità accettabile solo se rassomiglia alla norma.
Come se l’esistenza di una persona dovesse essere giustificata attraverso la somiglianza, non riconosciuta nella sua unicità.
Le persone con disabilità non devono essere “come noi”.
Sono persone. Punto.
Con identità proprie, bisogni specifici, competenze, limiti e risorse che non vanno né nascosti né addolciti.
E la parola “speciali” continua a essere il paravento perfetto:
serve a chi non sa stare nella complessità,
a chi ha bisogno di rendere la disabilità emotivamente digeribile,
a chi preferisce la commozione alla responsabilità.
Quella vista a Sanremo non è inclusione.
È inclusione di facciata.
È il momento “giusto” inserito nello spettacolo,
l’applauso programmato,
la telecamera che cerca la lacrima,
la coscienza collettiva che si sente a posto per qualche minuto.
Ma la disabilità non è una parentesi narrativa.
Non è un simbolo motivazionale.
Non è un segmento emozionale da prima serata.
L’inclusione vera è molto meno spettacolare:
– è lavoro accessibile
– è scuola con strumenti adeguati
– è diritti garantiti senza dover combattere ogni giorno
– è normalità, non eccezione
Finché continueremo a dire “sono come te”,
significa che non siamo ancora capaci di dire semplicemente sono persone.
E di questo pietismo elegante, ben confezionato e venduto come progresso,
io sono sinceramente stanca.
e
Io Sanremo non lo guardo.
Ma certe cose ti arrivano lo stesso.
Ho visto persone con disabilità sul palco con la scritta ‘Sono come te’.
E ho sentito chiamarli ragazzi speciali.
Ecco, io queste cose le detesto.
Perché nel 2026 siamo ancora lì.
A spiegare che una persona con disabilità è ‘come noi’.
Come se dovesse essere rassicurante.
Come se dovesse dimostrare qualcosa.
Non sono ‘come te’.
Sono loro.
Con le loro caratteristiche, i loro limiti, i loro talenti.
E non devono essere normalizzati per essere accettati.
E ‘speciali’ poi…
Speciali è la parola che usiamo quando non sappiamo stare nella realtà.
Quando abbiamo bisogno di edulcorare la disabilità per non sentirci a disagio.
Io non voglio la narrazione che fa piangere.
Non voglio l’applauso da prima serata.
Non voglio la telecamera che indugia sull’emozione facile.
La disabilità non è una scenografia motivazionale.
Non è il momento tenero dello spettacolo.
Non è il segmento inclusivo per sentirsi a posto con la coscienza.
Inclusione è quando quella persona lavora.
Quando studia con strumenti adeguati.
Quando non deve lottare per ogni diritto.
Quando non viene trattata come un simbolo.
Finché continueremo a dire ‘sono come te’
significa che non li consideriamo ancora semplicemente persone.
E io di questo pietismo elegante, confezionato bene e venduto come progresso…
sono stanca.
non hanno tutti i torti . ma ma come fare a non considerare "speciali " quelle persone , in particolare gli atleti paraolimpici che con un forte handicap e disabilità riescono a non abbattersi e cadere nel vittimismo o auto commiserazione riscattandosi e a donarci grandi emozioni