Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
Cerca nel blog
9.2.26
25.9.22
Gli alcolisti anonimi e il circolo che batte il diavolo nel bicchiere., Il formaggio che costa 300 euro al chilo: dalla Valtellina un "pezzo della storia della montagna"., Milano, nella pasticceria che non accetta contanti: "Mi scrivono 'socio delle banche' ma vado avanti"., L’artista che trasforma in sculture gli ulivi uccisi dalla Xylella
Gli alcolisti anonimi e il circolo che batte il diavolo nel bicchiere
di Viola Giannoli
«Bevevo da 12 anni e bevevo male. Sulle Pagine gialle, quand’erano ancora cartacee e ti arrivavano a casa, ho trovato un trafiletto che parlava degli Alcolisti anonimi. C’era un indirizzo, l’ho ritagliato e messo via in un cassetto del comodino. L’ho guardato per anni, poi un giorno sono andata. C’erano una quarantina di persone assiepate in una stanzina piena di fumo, ho attraversato la nebbia, mi sono seduta e ho detto: “Ciao, sono Chiara, e ho un problema"». Erano gli anni Ottanta, Alcolisti anonimi era sbarcata da poco in Italia.
430 gruppi in Italia
Adesso, che la rete di gruppi di auto-mutuo-aiuto compie cinquant’anni e si è ritrovata per un bilancio di questo primo mezzo secolo a Rimini, oggi è l’ultimo giorno di incontri, sono 430 i gruppi sparsi in tutta Italia e più di seimila le presenze fisse.
Ci s’incontra nei locali messi a disposizione dalle parrocchie o dai Comuni, si paga l’affitto con i contributi volontari dei partecipanti. Tutti alcolisti, non «ex alcolisti», né «persone con l’alcolismo», perché la sobrietà è una scelta che si rinnova ogni giorno. «L’unico requisito per entrare in un gruppo di Alcolisti anonimi è il desiderio di smettere di bere, ma il difficile non è quello, è continuare a non bere», sottolinea Eugenio, l’ultimo bicchiere venticinque anni fa.

Gli artisti salvati dal gruppo
Ai partecipanti non si chiedono nomi, cognomi, documenti. Chi racconta di far parte di un gruppo lo fa per libera scelta, come Tiziano Ferro che tra i «per fortuna» della sua vita ha messo l’incontro con gli Alcolisti anonimi. O Asia Argento che a giugno ha festeggiato un anno di sobrietà. Degli altri si sa la biografia che durante gli incontri decidono di narrare. E non c’è nemmeno un registro per sapere poi come a ognuno sia andata.
I coordinatori gestiscono gli interventi, ma non si è obbligati a raccontarsi, qui si viene e si resta perché si vuol restare. Non ci sono professionisti, non è un approccio sanitario bensì spirituale che passa anche attraverso la meditazione e la preghiera a un dio qualunque.
I 12 passi
E si basa su 12 passi, una sorta di progressione attraverso la quale si giunge alla sobrietà. Si parte dall’accettazione di essere alcolisti, impotenti davanti alla bottiglia. Un giorno alla volta, un passo per volta, tenendosi lontano dal primo bicchiere per 24 ore. E poi per altre 24. E ancora e ancora. Fino a rompere l’isolamento, a ricostruire le relazioni sociali, a tornare attivi perché, spiegano, «sarebbe assurdo togliere l’alcol e non mettere altro dentro alla propria vita».
In questo cerchio di sconosciuti ci si riconosce, si parla la stessa lingua, fatta di solitudini e di fragilità. «Prima di arrivare qui chiunque di noi ha parlato con un’amica, un familiare, un prete: bevi un po’ meno, ti dicono. Ma uno non vuole smettere per tenere a bada le transaminasi, ma perché ha toccato il fondo», dice ancora Chiara. Ci si apre «perché scatta un’identificazione che altrove non c’è, perché nessuno giudica, perché qualcuno sta meglio e se ce l’ha fatta lui, che è come me, allora magari ce la faccio anche io».

L'alcolismo femminile
In origine di donne ce n’erano pochissime, «arrivavano quando erano alla frutta, portate di peso dai loro compagni. Poi anche loro sono uscite di casa, hanno capito che potevano chiedere aiuto e abbiamo scoperto la reale dimensione dell’alcolismo femminile», spiega Chiara. C’erano pure pochi giovani. «Io mi definisco un’alcolista col pedigree – continua lei – È l’alcol il mio grande amore. I ragazzi invece sono pluridipendenti. Entrano nei gruppi, fanno una pulizia veloce, escono. Ma poi ritornano».
In pandemia i gruppi virtuali
La pandemia non ha aiutato. «Ci siamo ritrovati su Zoom, sono nati gruppi solo virtuali, i più anziani ancora continuano a vedersi dallo schermo, altri hanno smesso e si riuniscono in presenza», dice Eugenio mostrando il logo, un triangolo con tre parole: unità, servizio, recupero. «È come uno sgabello a tre gambe, non sta in piedi con due: con il recupero e l’unità raggiungiamo insieme la sobrietà, con il servizio cerchiamo di aiutare gli altri, di trasmettere il nostro messaggio a chi soffre ancora».
-------
Milano, nella pasticceria che non accetta contanti: "Mi scrivono 'socio delle banche' ma vado avanti"
Milano, nella pasticceria che non accetta contanti: "Mi scrivono 'socio delle banche' ma vado avanti" "Abbiamo subito due furti e il primo motivo per cui abbiamo deciso di diventare cashless è stata la sicurezza, dell'attività ma soprattutto di chi ci lavora". Vittorio Borgia è il titolare della catena Baunilla, che a Milano ha fatto molto parlare di sé per la scelta di non accettare più i contanti come metodo di pagamento. La sua idea ha diviso il pubblico dei social con commenti talvolta positivi e talvolta offensivi."C'è un diffuso senso di complottismo - racconta -, sono haters e terrappiattisti. Siamo passati dai no-vax ai no-pos". Si schierano invece con Borgia i clienti abituali della pasticceria, situata a pochi passi da piazza Gae Aulenti, in una delle parti più moderne della città. "Maggiore velocità nei pagamenti, approviamo", dicono due ragazzi che lavorano in un ufficio nei paraggi. Matteo Salvini, in un post, ha criticato la scelta. "Nell'era digitale - replica Borgia - non mi aspetto dichiarazioni simili". "Vado avanti con determinazione", conclude
di Andrea Lattanzi
Il formaggio che costa 300 euro al chilo: dalla Valtellina un "pezzo della storia della montagna"
L’artista che trasforma in sculture gli ulivi uccisi dalla Xylella
In principio, l’hanno preso per matto. E chi era quell’uomo che saliva su una scala traballante e verniciava gli ulivi di bianco? Un artista, si è saputo dopo un po’. Poi uno ha fermato l’Ape al bordo del campo e si è fatto avanti. La volta dopo ci si è messo anche lui, a pittare gli alberi, e poi un altro si è offerto di portare l’acqua, mille litri per volta, e gratis. Uno di Copertino ha cominciato a potare, che è un mestiere difficile, arrampicandosi a piedi nudi sui tronchi, come si è sempre fatto da queste parti.
Il Campo dei Giganti
Land Art, ma a partecipazione popolare, e se anche i contadini del Salento non sanno esattamente che cos’è, di sicuro hanno un altissimo concetto del bello, essendo nati e cresciuti in cotanta bellezza, purtroppo morta o moritura a causa della Xylella. Un vero dolore, passare attraverso gli scheletri di migliaia e migliaia di alberi uccisi dal batterio, persino il turista più svagato non può non accorgersi di come il panorama del Salento sia cambiato per sempre, tragicamente. Poi Ulderico Tramacere, fotografo e artista di 47 anni, ha comprato il primo sacco di calce ed è andato da solo nel campo che oggi si chiama il Campo dei Giganti, il fondo di un amico, Simone Tarantino, agricoltore e tassidermista per musei, anche lui desolato di fronte all’uliveto semimorto, 50 piante ultracentenarie, seccate ma ancora in piedi, pochi i polloni ancora vivi. Altri defunti, eppure monumentali, censiti dalla Regione Puglia nel 2007, quando “ce li vendevamo alle ville del Nord e della Sardegna”, spiega Tramacere, perciò i tecnici li fotografarono e numerarono, guai a cercare di esportarli, “ma è arrivata la malattia, ed eccoci qui”.

Nel vento della sera, nella luce che cade veloce, ecco la parata emozionante dei giganti imbiancati, alcuni così grandi che non si riesce ad abbracciarli neanche in due, o in tre. “Questa è la campagna che ci ha dato vita e ombra, e amori”, tutti i vecchi del posto lo sanno. Prima del grande boom del turismo – “Salentu, sule mare e ientu”, c’era solo l’olio su cui campare, “e ognuno di questi alberi dava un camion di olive”. Oggi sono un peso, anche psicologico, e un problema. Cosa farne? Abbatterli, e non pensarci più. Qualcuno non va più nel podere, perché è troppo triste vedere che quella bellezza è finita, e li lascia lì in agonia. C’è chi gli dà fuoco, come in un grandioso rito primitivo, finale. O chi li pota, testardo, sperando in una cura che non arriva mai. E chi se li vende (a poco o niente) ai boscaioli, che giusto in questi giorni lavorano a segare e trasportare grandi carichi, la legna di ulivo si compra a 10-12 euro al quintale, tanta ce n’è.
Un grande cimitero monumentale
“E’ un grande cimitero monumentale”, dice Tramacere tra i Giganti, persi in una campagna dalle parti di Boncore, nella zona che si chiama Terra d’Arneo, terra rossa, e ribelle. “Il luogo esatto non lo abbiamo ancora reso noto perché vogliamo aprire il posto alle visite solo sarà finito il primo lotto di 50 alberi” (e già qualcuno interessato di arte e ambiente, con il passaparola, vaga tra le masserie, cercando il biancore lucente). Per ora, piccoli eventi e passeggiate su invito, chi c’è stato è rimasto meravigliato da questa nuova bellezza, “però non è solo una memoria funebre”, perché il progetto artistico prevede una cura - la calce che disinfetta, e prima, la potatura del secco – “ed è come stare con un anziano, che morirà, ma tu te ne prendi cura perché quella sua vita ha un grande valore”. E’ anche un’operazione di imbalsamatura, “li preserviamo per la memoria, pur sapendo che moriranno. Qualcuno getta nuovi polloni, ma noi sappiamo che questo non li salverà”.

Ci crede Tramacere, e la sua compagna Chiara Agagiù, e gli altri soci dell’impresa, che sono il potatore acrobatico e artistico Donato Nestola (uno che riconosce gli innesti), Loredana e Lillino, e Biagio, “l’uomo della calce, che sa usare il compressore ma sa che il pennello va meglio, dura di più”. E Cosimino Rolli, scultore del legno e agricoltore alle Fattizze, e “il signor Carlo, che 50 anni fa si è innamorato della sua futura moglie proprio in questo uliveto. Un grande oratore, ci aiuta nello sconforto con fichi, fichi d’India e birrette”. Ci crede anche la galleria Artscapy di Londra, che segue Tramacere nei suoi lavori, e altri che hanno comprato le mappe a tiratura limitata dell’opera, si “adotta” un albero e si contribuisce alla sua trasformazione artistica, come si capisce dalle pagine Facebook e Instagram “Il Campo dei Giganti”. Poi, si cercano altri finanziatori/benefattori, facendo bene attenzione a scansare operazioni di greenwashing. A ogni gigante sarà affiancata una pianta nuova, scelta tra le essenze locali. Più avanti, ogni albero sarà fotografato (bianco/nero), e nel frattempo Tramacere progetta di allargare l’opera ad altri cento alberi di un podere vicino, alla fine saranno 150 piante, “ricostruirò il Campo in maniera digitale, e chiunque potrà essere il tutore di un ulivo, garantendo che non vada perduto questo suo passato così ricco”. O prendere un pennello in mano, e giù calce, in questo gran vento.
25.5.22
peripezie in autobus di una donna al 8 mese di Ester Castano
* la gente viaggia senza mascherina anche se obbligatoria (ieri un tizio mi ha starnutito e tossito in faccia)
9.9.19
il femminicidio non solo uccidere fisicamente ma con le parole sessiste. il caso di **** suicidatasi per i pesanti apprezzamenti sessisti e fare disinformazione
Maria Prisco
Segui già
31 luglio
Giulia si è suicidata a 29 anni.
Abbiamo trascorso insieme ogni vacanza dai 10 ai 24 anni. Oggi, mentre la madre lo raccontava alla mia, a 6 mesi dalla sua morte, ha detto:
"Giulia, aveva un sogno, diventare ingegnere edile. Dopo 3 anni di lavoro non retribuito, il suo datore di lavoro le ha detto che non valeva nulla e che al massimo avrebbe potuto fare l'aiuto cantiere, perché non aveva né competenza, né talento. E quando lei gli ha risposto a tono, lui le ha detto che avrebbe fatto più successo mettendo le tette fuori. Dopo 3 giorni, mia figlia si è suicidata. Non ha lasciato nessun messaggio, non ha voluto nemmeno darci una spiegazione.

In quell'abbraccio c'erano tutte le paure e il coraggio delle madri delle "figlie femmine".
Ora sono a lavoro e mia madre, forza della natura indiscussa, mi ha inviato questo messaggio.
Io lo dedico a Giulia.
Lo dedico a tutte le ragazze che rincorrono i loro sogni, non curandosi del maschilismo e del cinismo che le circonda.
Lo dedico alle ragazze e ai ragazzi , quelli fragili che si lasciano convincere di non valere nulla da dominus incapaci e disumani.
Lo dedico ai professori che non riconoscono i talenti e ammazzano i sogni e la creatività.
Lo dedico alle famiglie, a quelle più distratte e più superficiali. Alle madri fragili e timorose di chiedere cosa stia accadendo.
Lo dedico a mia madre, a mia sorella e a mia figlia. Alle donne che non mettono le tette in mostra ma riconoscono il loro valore.
Lo dedico a questa strage silenziosa, che in pochi conoscono. Alle 400 vittime di suicidio all'anno. Al disagio giovanile e ai tanti suicidi, che un messaggio come questo potrebbero evitare.
Per ogni persona che vi distruggerà un sogno, ci sarà sempre una madre pronta a ricostruirne mille.
Come disinformano?
Con titoli (di articoli) al limite dell’incredibile! Del grottesco!!
O meglio... del clickbait
Ormai ci preoccupa più la malafede che l’ignoranza maschilista. Ci spieghiamo meglio: questi titoli sarebbero stati scritti APPOSITAMENTE in questo modo per attirare l’attenzione, per essere cliccati e aprire l’articolo, come fossero un’esca (clickbait) per l’indignazione pubblica. Alle testate non interesserebbe che l’articolo venga letto, ma che venga cliccato e aperto, in modo da generare traffico, legato agli investimenti pubblicitari con le testate stesse.
È un mezzuccio, insomma, per raccogliere fondi, nonostante i fondi pubblici.
Ciò dimostra 1 la mala gestione nell’uso dei nuovi media da parte di testate “tradizionali” legate ancora alla carta stampata, e 2 la considerazione che queste testate danno a queste notizie di cronaca nera, visto che il clickbait è un trucco normalmente considerato scorretto, poco etico da sempre nel web. Il rispetto per la vittima, questo sconosciuto. L’etica giornalistica, cosa scusa?! Peggio che andar di notte.
Insomma, quello che pratica usualmente Libero, ma che è diventato talmente paradossale da far ridere più di Lercio. Il Giornale e la Repubblica, invece, sono disinformativi totalmente, perché ancora percepiti dalla massa con un qualche credito giornalistico. Perciò il dolo è doppio, perché fanno profitto sulla voluta disinformazione, perpetrando nella società una descrizione distorta e giustificativa della violenza.
👎🏾👎🏾
Questi bari digitali vanno radiati per non esercitare giornalismo mai più.
Un po' uro il finale , ma come non dargli torto visto che nonostante da dagli anni 90 , se non ricordo male , i Centri antiviolenza hanno richiamato i media ad una maggiore attenzione sulla narrazione distorta ( metaforicamente parlando ) del femminicidio e hanno offerto una lettura differente del femminicidio, forti dell’esperienza diretta con donne vittime di violenza. L’ attenzione è aumentata nel corso degli anni anche grazie all’attivismo di collettivi femministi e delle giornaliste della rete Giulia. Ed , secondo quanto dice ilfattoquotidiano in questo articolo di cui ne riporto sotto un estratto
Dal 2014 l’Ordine dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa e i Corecom regionali hanno realizzato corsi di formazione e si contano diverse pubblicazioni e convegni organizzati sul tema. Nel giugno del 2018, D.i.Re ha organizzato il convegno Comunicare la violenza con una trentina di interventi fra cronisti, giornaliste, attiviste e attivisti per i diritti delle donne, operatrici dei centri antiviolenza, scrittrici, blogger, ricercatrici, sindacaliste che si sono confrontate sulle criticità del linguaggio e hanno indicato buone proposte sulla comunicazione (ho dato un piccolo contributo raccontando la mia esperienza di attivista attenta al linguaggio della stampa, nella pubblicazione scritta insieme a Luca Martini Le parole giuste. Come la comunicazione può contrastare la violenza maschile contro le donne).
L’attenzione sul tema è alta e ci sono reazioni sempre più forti contro le narrazioni che distorcono fatti fino alla menzogna; ma ancora non si riescono a innalzare argini forti, soprattutto quando avvengono crimini che colpiscono la collettività, perché la posta in gioco è alta: la scelta di come narrare un crimine è un atto politico.
A questo proposito Elisa Giomi, autrice di pubblicazioni sulla narrazione del femminicidio, formatrice e docente universitaria presso l’Università degli Studi Roma 3 ha scritto che non si tratta più di disinformazione: “Attenzione, non è incompetenza o meschinità. E’ un atto politico. E’ una dichiarazione di guerra. Una guerra mai cessata, che oggi come 40 anni, per chi conosce la storia, si chiama backlash“, perché “non sopportano che stia divenendo egemonica la lettura in chiave di genere e di ordine di potere di genere, che vuole il femminicidio come forma estrema di assoggettamento delle donne” e denuncia che così facendo sperano di marginalizzare l’analisi e le istanze femministe e di “silenziare la nostra lotta”.
Pantani, parla la mamma: "Jacquelin d’oro nel nome di Marco. Così mio figlio fa ancora il giro del mondo” ., L’appello di Ghiotto e Fabris, il paradosso del pattinaggio di velocità: in Italia nessun impianto
BIATHLON, OLIMPIADI MILANO CORTINA 2026 - Mamma Tonina Belletti Pantani, 76 anni, ha rilasciato un'intervista ai colleghi de La Stampa ...
-
Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
-
iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...
-
Ascoltando questo video messom da un mio utente \ compagno di viaggio di sulla mia bacheca di facebook . ho decso di ...