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9.3.26

Alex Schawazer continua nonostante tutto «Corro solo per il mio amico morto Rabensteiner» ., Susanna Egri: figlia del creatore del grande torino compie 100 anni e li festeggia con uno spettacolo di danza ., «Allenatrice della mente» Nicoletta Romanazzi, 58 anni, da 25 fa la mental coach Con me Jacobs ha vinto l’oro Djokovic mi fece i complimenti Ho aiutato Donnarumma a Parigi a non sentirsi più un traditore

 Non sono solo le olimpiadi   e  le  altre   gare  a livello internazionali   (   alcune   contemporanee  come  la coppa   del mondo   del  Super  G   femmminile  )  ad offrirci storie interessanti ma anche gli altri sport a prescindere dal tipo e dell'agonismo . Ecco due storie interessanti . la prima è quella di  Alex Schwazer   che   nonostante  tutto  quello che ha  subito /  vedere  url    citato )  ha  deciso di continuare  a  gareggiare  

Schwazer senza fine

A 14 anni dallo scandalo doping, l’oro olimpico torna a gareggiare nella «mezza» di marcia: «Corro solo per il mio amico morto Rabensteiner»

In pista Alex Schwazer, 41 anni. Nel tondo in lacrime nel 2012 quando confessa il doping

Immaginate un highlander dell’atletica azzurra, Alex Schwazer, 41 anni, oro olimpico nella 50 chilometri di marcia a Pechino 2008, poi un «inciampo» in una storia di doping nel 2012 e una seconda, controversa, positività nel 2016 che trasformò quel racconto di resurrezione sportiva in una specie di spy-story. Ora: immaginate pure che Alex, squalificato sino al 2024, torni a gareggiare per un titolo italiano; e che a seguirlo negli allenamenti sia un altro highlander ma del ciclismo, Domenico Pozzovivo, 43 anni, professionista dal 2005 al 2024, due lauree (Economia aziendale e Scienze motorie), e una terza in arrivo in Scienza della nutrizione. Ecco, immaginate adesso questo nuovo «esordio» in una gara ufficiale. Pronti, via: l’appuntamento è per oggi alle 12.45 ad Alessandria per il campionato nazionale di mezza maratona di marcia.

Troppo forte quella voglia di tornare ad attaccare con le spillette il pettorale sulla canotta, ecco perché allo sparo dello starter ci sarà anche Alex, tesserato con l’atletica San Biagio, squadra che come colore sociale ha l’azzurro. Schwazer l’anno scorso aveva partecipato a un paio di prove sui 10 chilometri, ma si trattava di garette tra appassionati della domenica. I suoi risultati erano stati lo stesso strabilianti, stabilendo il primato europeo categoria master di 38’34”07, quarta miglior prestazione italiana di tutti i tempi sui 10.000 metri.

Adesso, però, è diverso, la sfida è vera, in palio c’è un tricolore. Al telefono, mentre in auto sta raggiungendo proprio Alessandria, gli chiediamo: Alex, è pronto per il nuovo appuntamento agonistico? «Ma no... non voglio parlarne — dice restìo e garbato —. Se corro, è solo per un omaggio a Hubert Rabensteiner, uno dei miei più grandi amici, scomparso a 56 anni a causa di un improvviso malore pochi giorni fa. Glielo devo, lui ha sempre avuto fiducia in me». Rabensteiner — «Schubert» per tutti — era un calzolaio di Bressanone. S’infortunò sugli sci da giovane ma per continuare a gettarsi a capofitto sulle piste, limitando il dolore, fabbricò una soletta leggera e flessibile. La voce della sua bravura si sparse, finì per lavorare per campioni come Lindsey Vonn, Bode Miller, ciclisti, maratoneti. E Schwazer. Che aggiunge: «voglio ricordare “Schubert” partecipando alla “mezza”». Insistiamo: Alex, ma com’è la sua forma? Il marciatore taglia corto: «Questo semmai va chiesto a Pozzovivo, è lui che mi segue da qualche tempo... Arrivederci». Clic.

Chiamiamo dunque l’ex corridore — un infaticabile scalatore due volte quinto al Giro dove vinse anche una tappa — che oggi si divide tra l’attività di «voce» del ciclismo alla tv svizzera e quella di preparatore atletico. «Alex? La prima volta c’incrociammo per caso tanti anni fa a Livigno — ricorda —, lui era in azzurro e stava preparandosi in vista dei Giochi di Pechino, io mi allenavo in altura». E poi? «Mi ha telefonato circa un anno fa. Cosa mi ha detto? Che avevamo più o meno la stessa età — ride l’ex grimpeur, in auto verso Alessandria con la moglie e la bimba piccola — e che avevamo vite agonistiche simili... “la mia è longeva ma anche tu non scherzi. Vorresti programmare un piano di allenamenti?”».

Dopo «un’elaborazione mentale, gli ho detto sì: le sfide mi piacciono. Gli fornisco la mia esperienza». Quanto agli allenamenti, l’olimpionico «è stato sempre scrupolosissimo, conciliando il suo tempo con la famiglia e il lavoro» (due volte papà, Schwazer si occupa dell’accoglienza sportiva al Palace Merano). Ma fisicamente Alex come sta? «Dopo il primato master — sintetizza “Pozzo” — ha ripetuto la prova sul tapis-roulant abbassando il record di un minuto». Un highlander.

L’allenatore Pozzovivo lo segue da un po’: «Le prove sul tapis-roulant sono andate benissimo»


ma la voglia di vincere e di dimostrare a tutti i costi che lui c'è ancora


a lo hanno fatto uscire fuori strada peccato . 

La seconda non e diretta ma indiretta  ma  è  sempre suggestiva ed entrata nel DNA nazionale a prescindere : dalla squadra di calcio, che si ami o si odi il calcio , ecc è quella di Susanna Egri



«Papà creò il Grande Torino, a 100 anni ho ancora la sua bambola»

Susanna Egri: «Il segreto della longevità è fare ciò che ci piace. Andavo al Filadelfia a vedere Mazzola Cenai con Chagall, vidi Nizinskji ormai fuori di sé»


In scena Susanna Egri al Teatro Maggiore di Verbania festeggia i suoi 100 anni con uno spettacolo di danza (foto Simone Vittonetto)

Susanna Egri, lei ha appena compiuto cent’anni. Qual è il suo primo ricordo? «Avevo quattro anni e a Nocera Inferiore, dove mio padre allenava la Nocerina, ci fu il terremoto. Sono scesa in strada e ho dormito su un carretto, in piazza. Vedevo nel cielo i bagliori rossi degli incendi. Un disastro».

Come fu la sua infanzia?

«Dopo Nocera, mio padre andò ad allenare a Cagliari, per due anni. Una cosa meravigliosa: vidi il mare per la prima volta. Ero nata a Budapest, ero arrivata in Italia in fasce. Papà mi insegnò a nuotare. E la mamma mi insegnò l’ungherese. Crescere bilingue mi è stato utile: ti apre la mente, ti insegna che la stessa cosa può essere chiamata in due modi diversi. Poi è nata la mia sorellina. Mi aspettavo un fratellino, così avevo mugugnato: stavamo così bene noi tre... Poi ho visto questo esserino e subito l’ho adottata. E mi sono imposta: già da piccola ero molto decisa».

Imposta come?

«Mia mamma volle far nascere mia sorella a Budapest. In Ungheria quando nasceva una bambina le bucavano le orecchie, per metterle gli orecchini e distinguerla dai maschietti. Io dissi: cos’è questa barbarie? Così non le fecero i buchi».

Poi siete tornati in Italia.

«A Lucca. La considero un po’ la mia città. Andavo bene a scuola, e vincevo anche le gare atletiche. C’erano gli agonali: sport e cultura, le due cose che mi piacevano. Si correvano i cento metri e all’arrivo si doveva risolvere un problema matematico, il salto in alto e la versione di latino... Poi arrivò la prima, terribile mazzata».

Le leggi razziali.

«Ero cresciuta cattolica, in un Paese cattolico come l’italia. Neanche sapevo che mio padre fosse di origine ebraica. Mi cacciarono da scuola. E non avevo fatto nulla di male. I professori mi adoravano, mio padre in tre anni aveva portato la Lucchese dalla C alla A, gli avevano fatto fare il giro delle mura issato sulle spalle dei tifosi, come un condottiero romano...».

Suo padre era il leggendario Erno Erbstein.

«Il nostro cognome fu italianizzato in Egri. Ma non servì a nulla. Appresi di appartenere a una razza iniqua di cui il sano popolo italiano doveva disfarsi. Una cosa del tutto assurda, che mi fece cadere in una totale perdita di identità. Per evitarmi l’umiliazione, restando a Lucca, di essere esclusa da tutto, mio padre decise di accogliere l’invito del Torino. Mi fece studiare privatamente, veniva un’insegnante a casa».

E suo padre divenne il mago del Grande Torino.

«Era un grandissimo innovatore. Introdusse il calcio moderno trent’anni prima dell’olanda di Cruijff. Ed era un uomo straordinario. Luminoso. A parte la sua competenza, che l’ha portato nella Hall of Fame del calcio mondiale, era un uomo di cultura. Un filosofo prestato al calcio. Ma non era un saccente, era molto alla mano. Creava luce e armonia attorno a sé. Un portatore di valori. E i giocatori lo adoravano».

Scoprì Valentino Mazzola.

«Andò a beccare a Venezia lui e Loik quando erano del tutto sconosciuti. Per le leggi razziali non poteva più allenare, ma il presidente del Torino, Ferruccio Novo, combinò uno scambio con Molnar, l’allenatore del Rotterdam: anche lui ungherese, ma ariano».

Molnar a Torino, suo padre a Rotterdam.

«Partimmo il 17 febbraio 1939, compivo tredici anni in treno. Come regalo ebbi l’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam: papà mi spiegò che Erasmo aveva lasciato Rotterdam per venire a studiare a

Torino, e io avrei fatto il contrario. Viaggiammo di notte fino al confine tra Germania e Olanda. Avevamo il visto in regola. Ma il funzionario della dogana lo annullò con un frego rosso».

Perché?

«Non ci disse una parola di spiegazione. Ci trovammo bloccati, noi ebrei, nella Germania nazista. Soli sulla pensilina della stazione di Kleve. Non avevamo nulla, la nostra roba era già stata spedita a Rotterdam. Non potevamo neppure prendere un caffè, altro che una stanza d’albergo: ovunque era scritto Juden Verboten».

Vietato l’ingresso agli ebrei.

«Gli ebrei tedeschi erano stati cacciati dalle loro dimore e chiusi in certi casoni, da cui potevano uscire solo indossando la stella gialla, due ore al giorno per fare la spesa. Terrificante. Fu l’unica volta che vidi mio padre disperato. Eppure abbiamo sempre avuto grandi fortune nelle sfortune. Perché la fortuna bisogna averla nei momenti tragici».

Cosa accadde?

«Parlavo con mia madre in ungherese, sull’orlo del pianto, quando si avvicina a noi un signore che in ungherese ci dice: posso aiutarvi? In uno dei casoni degli ebrei c’era una camera libera, al pianterreno, con le finestre rotte».

Come mai era libera?

«Perché quando quelli della Hitlerjugend passavano tiravano dentro le pietre. Ma a noi apparve la mano della Provvidenza. In quella stanza passammo un mese. La mamma si ammalò. Papà si procurò un nuovo visto, ma venne annullato pure quello. Allora pensò: l’unico Paese che non può respingerci è il nostro; andiamo in Ungheria».

E arrivaste a Budapest.

«Dove però non avevamo nulla: casa, lavoro, prospettive. Andammo a stare dai parenti. Mio padre tornò a Torino: sapeva che Novo lo avrebbe aiutato. Infatti gli affidò compiti di rappresentanza nelle sue fabbriche; e intanto continuava a lavorare per il Toro. Da lì

mi mandò una lettera, datata 7 ottobre 1939, che custodisco tra le cose più care».

Sua madre a Budapest cosa faceva?

«Era maestra di ballo, aveva fondato con il fratello una scuola. Così mi mandarono lì. Siccome ero brava, passai alla scuola del teatro dell’opera di Budapest: non avevo soldi, e mi pagavo la retta dando lezioni di italiano e di latino. Ma il balletto classico mi stava stretto: così, finita la lezione, correvo dal più grande innovatore della danza europea, Rudolf Laban, a fare lezione di danza moderna. Amavo molto la danza jazz, ma anche le musiche popolari ungheresi. All’accademia di Stato studiai composizione coreografica, per completare l’arco dello scibile della danza».

Cosa significa danza moderna?

«Accogliere tutto e trasformarlo in danza. Furono i migliori anni della mia vita. Ai concorsi ero la migliore sia per la giuria degli esperti, sia per il pubblico. Tutti dicevano che avevo un grande avvenire davanti. Spezzato una mattina dallo sferragliare dei carri armati nazisti che invadevano Budapest. Da quel momento cominciò l’inferno».

Cosa accadde?

«Tutte le ragazze dovevano presentarsi a un posto di riunione. Ma non pensai neanche un attimo di mettermi in mano ai nazisti. Altra fortuna nella sfortuna: vengo a sapere che un prete, padre Klinda, ha riconvertito il suo pensionato in una fabbrica di divise militari, e assume ragazze cattoliche di origine ebraica per sottrarle ai nazisti. Era una grande villa alla periferia di Buda, all’ingresso sventolava la bandiera vaticana».

Era brava anche come operaia?

«Sì, anche se il lavoro era duro. Avevo il compito più difficile, inserire la manica dentro la giacca. Finito il turno davo lezioni di danza in giardino. Mio padre, tornato in Ungheria, era ai lavori forzati. Mia madre faceva la cuoca nella mia stessa fabbrica, insieme con mia sorella. Finché c’era l’ammiraglio Horthy, la persecuzione degli ebrei conobbe un freno. Ma la situazione peggiorò quando presero il potere le croci frecciate. Un’orribile feccia della società, un’orda di sanguinari orrendi, con un solo scopo: andare a caccia di ebrei».

Arrivarono anche da voi?

«Fummo catturate una domenica. Ci raccolsero all’ingresso della villa. Riuscii a parlare al telefono con un commilitone di papà, facendo la voce da cretina, in falsetto: “Ah signore che piacere sentirla, venga qui vedrà che buona merenda le diamo...”. Lui capì che qualcosa non andava e avvisò mio padre. Lui uscì dal campo, trovò un telefono e i gettoni, e chiamò. Riuscii a sussurrargli in italiano: aiuto».

Cosa vi fecero le croci frecciate?

«Ci misero in fila per quattro: “Se qualcuna tenta di fuggire, la ammazziamo”. Ci fecero marciare di notte sulla strada deserta, eravamo certe di andare a morire. Ma vennero i militari dell’esercito regolare a ordinarci il retrofront: si tornava indietro. Papà aveva avvisato il nunzio apostolico, monsignor Angelo Rota, oggi Giusto tra le Nazioni, che aveva interceduto per noi. Padre Klinda ci disse: “Figlie mie, le vostre preghiere vi hanno tolto dalle mani dei carnefici. Ringraziate Susanna, che ha dato l’allarme. Per il momento siete salve, ma non sarà per sempre”».

E lei?

«Prima dell’alba scavai un fosso sotto il filo spinato e scappai, con mia mamma e mia sorella. Salimmo sul tram, di notte, con il cuore in tumulto, e ci nascondemmo dalla sorella di mia madre. Un parente pittore mi diede un documento falso, intestato a Susanna Beres. Feci un corso di primo soccorso, divenni crocerossina».

Budapest era assediata dall’armata Rossa.

«E dal cielo piovevano le bombe degli Alleati. Papà era fuggito dal campo e si era nascosto in un alloggio. Io da crocerossina soccorro una ragazza, che mormora: “Lo sa che qui ci sono ancora dei porci ebrei nascosti? Ma io ho già avvisato il mio fidanzato, che è con le croci frecciate, e verrà a fare un bel repulisti”. Andai da papà a dirgli: devi andartene immediatamente, ti porto da Wallenberg».

Raoul Wallenberg, lo svedese che salvava gli ebrei.

«Presi mio padre sotto braccio, come fosse un ferito. Budapest era in macerie, ogni tanto ci gettavamo pancia a terra nella neve di gennaio per ripararci dai bombardamenti. Riesco ad affidare mio padre a Wallenberg, e torno indietro. Il giorno dopo nella casa dov’era papà arrivarono questi giannizzeri tremendi, scovarono tre ebrei nascosti tra il carbone, e li ammazzarono lì, nel cortile. Pochi giorni dopo entrarono i primi mongoli, con gli occhi a mandorla: l’avanguardia dell’armata Rossa. Cominciava un’altra dittatura. Le croci frecciate si toglievano gli emblemi e si fingevano difensori dei perseguitati».

Voi tornaste in Italia. Andava a vedere il Grande Torino al Filadelfia?

«Certo. Una squadra meravigliosa. Io che sono un’artista vedevo i calciatori come colleghi. Quando volevano fare il bel gioco, era il gioco come si presume debba essere: passaggi perfetti al millimetro, scambi veloci, un godimento artistico per il pubblico. Quasi sempre si vinceva, qualche volta capitava di non vincere, ma mio padre diceva: “Ricordatevi

” Ero cresciuta da cattolica, nemmeno sapevo che mio padre fosse di origine ebraica. Le leggi razziali furono un’umiliazione, mi costrinsero a smettere di studiare: per mio padre questo era un tormento, allora mi scrisse una lettera, che conservo

che questo è un gioco; vittoria e sconfitta fanno parte del gioco. Il gioco è il fulcro dell’arte, qui il calcio incontra la vita”».

Oggi gli allenatori parlano solo di ripartenze e costruzione dal basso.

«Il livre de chevet di mio padre era “Homo ludens” del filosofo olandese Huizinga: tutto è un gioco, anche la guerra, anche l’amore. I discorsi di papà negli spogliatoi prima della partita erano famosi. Raccontava la tattica e la strategia da adottare contro gli avversari, che lui aveva studiato. Però non parlava solo di calcio, ma di alimentazione, e di consigli sul vivere. Ho ancora un foglietto su cui aveva annotato: “Ricordarsi di dire a Ballarin di sorridere”».

Bacigalupo Ballarin Maroso...

«Una volta il Toro sconfisse l’alessandria 10-0. Tutti si rallegravano. Mio padre fece una ramanzina ai giocatori: non bisogna mai umiliare l’avversario, basta sconfiggerlo».

Superga.

«Lei sta riaprendo una ferita terribile. Non è mai normale quello che mi succede. Quella sera ero su un treno, dovevo andare a Parigi, ero già prima ballerina all’opera di Firenze. Non avrei voluto partire senza salutare mio padre, ma in società non avevano saputo dirmi se l’aereo da Lisbona sarebbe atterrato a Milano, dove avevamo cenato con la squadra prima della partenza, o a Torino. Era una giornataccia orrenda, pioveva, non si vedeva da qui a lì. Chiesi a mamma: “Dì al babbo che mi spiace non averlo potuto aspettare, sto via due giorni e ritorno”. Nel corridoio di quel treno sentii due signore dire: “È caduto l’aereo del Grande Torino, sono morti tutti”. Ecco come l’ho saputo».

Cosa le resta di suo padre?

«Oltre alla lettera, la bambola che mi aveva comprato come regalo da Lisbona. Fu recuperata nel suo bagaglio, annerita dal fumo. Eccola (foto a sinistra, ndr)».

In quel 1949 lei contribuì alla nascita della Rai, qui a Torino.

«È l’unica cosa che mi ha rimesso in piedi. Credevo di non poter vivere senza mio padre. Finché c’era papà non mi poteva succedere nulla di male. Nella persecuzione nazista prima lui aveva salvato me, poi io avevo salvato lui. Ora mi ritrovavo a essere capofamiglia. Fortuna nella sfortuna, anche qui. Subito mi vengono a cercare per cominciare il periodo sperimentale. Un mio passo di danza fu la prima immagine in movimento della televisione italiana».

Lei lavorò con Chagall.

«Un buontempone. Amavo la sua pittura. C’era una sua mostra meravigliosa a Torino, a Palazzo Madama. A cena gli dissi: “I suoi quadri mi hanno raccontato una storia, voglio fare un balletto. Mi farebbe una scenografia?”».

Cosa rispose Chagall?

«“È già bell’e fatta. Lei prende lo sfondo blu da uno qualsiasi dei miei quadri; e i costumi li copia dai miei personaggi”. Così feci».

Lei ha conosciuto anche il più grande ballerino di tutti i tempi, Nizinskji, che ha ispirato il grande Battiato: la grazia innaturale di Nizinskji...

«Più che conoscerlo, l’ho veduto. In riva al lago Balaton, sotto braccio alla moglie Romola. Ormai era fuori di sé. Chi l’aveva visto danzare mi raccontò quanto fosse meraviglioso».

Più modestamente, lei ha lanciato Don Lurio.

«L’ho aiutato. Era capitato qui per disperazione: in America alle audizioni lo trovavano eccellente, ma appena finiva in mezzo agli altri ballerini, tutti stangoni, appariva troppo piccolo e lo scartavano. Venne in Europa con il pensiero che la gente fosse più bassa. In Francia gli andò male. A Torino lo ospitai nella scuola che avevo aperto, qui alla Crocetta. Si esibiva nei locali notturni con due danzatrici: una era mia sorella, l’altra la più bella della compagnia. Gli venne così l’idea di giocare con la statura: e diventò il piccoletto tra due valchirie bionde dalle gambe infinite, le gemelle Kessler».

La sua scuola di danza divenne il sogno di tutte le mamme torinesi per le loro figlie. E l’incubo, per la sua severità.

«Severa ma giusta. Al centenario dell’unità d’italia c’era un’unica compagnia di balletti, la mia. Facemmo spettacoli a Torino e a Roma, all’eliseo, tra cui il balletto ritenuto il mio capolavoro: Istantanee. Don Lurio ne rimase entusiasta: “Mi lasci copiare una di queste istantanee?”. Gli dissi di sì. Scelse “Delusione”: una ragazza che sa di essere brutta cammina per strada, vede un uomo fermo, le pare che la stia guardando, corre verso di lui, che però le passa accanto, e raggiunge la bellona. Poi Don Lurio divenne ricco: era un grande giocatore di Borsa, comprò attico e superattico, pieni di quadri d’autore».

Alla Rai di Torino c’era anche Piero Angela.

«All’inizio si faceva chiamare Peter Angela e suonava il jazz. Fui io a presentargli la sua futura moglie».

Qual è il segreto della longevità?

«Non l’ha capito in queste due ore passate a parlare? Non fermarsi mai. Fare quello che si ama fare. Mi dicono: chissà quanti sacrifici... ma quali sacrifici? Non sono mai stata dipendente da nessuno, non ho mai fatto del male a nessuno. Tanti mi hanno fatto del male, ma io non odio nessuno; allontano. Voglio armonia attorno a me».

Cosa mangia?

«A colazione peperoni crudi e filadelfia, e sto benissimo. Danzare significa saper usare il corpo. L’alfabetizzazione del corpo è importante. Molta gente passa tutta una vita essendo ignorante dei movimenti del corpo, non sa neanche stare in piedi in modo corretto. Molti che non hanno mai danzato hanno appreso da me la dimestichezza con il corpo, che ha cambiato la loro vita».

La morte le fa paura?

«La morte non mi interessa. Interessa agli altri. Finché mi muovo, vivo. Il dopo non mi riguarda».

Come immagina l’aldilà?

«Non lo immagino. Mi interessa la realtà: quello che posso fare ancora, quello che posso dare agli altri. Se l’aldilà è un posto dove non si dà più niente a nessuno, non mi riguarda. Ora farò un ultimo balletto».

Ancora danza?

«Il corpo a cent’anni non è più come a settanta. Preferisco far danzare gli altri. L’ultimo passo di danza l’ho accennato in tv da Geppi Cucciari, bravissima».

Crede in Dio?

«Dio è qualcosa al di sopra di tutto. Da ragazza ero molto cattolica, mio padre era agnostico, e mi diceva: “Non hai bisogno di andare in chiesa, la tua chiesa ce l’hai dentro di te. Puoi rivolgerti al Signore da dentro di te. E osserva i suoi comandamenti”».

Mi può leggere qualche passo della lettera che suo padre le scrisse nel 1939, dopo le leggi razziali?

«Figlia mia carissima, ti scrivo in italiano perché voglio che tu non dimentichi di aver avuto un’educazione italiana, latina, toscana... E l’educazione latina è al di sopra di qualsiasi altra della civiltà attuale. Tu non puoi immaginare quale tormento e preoccupazione sia per me vederti costretta a cessare i tuoi studi nei quali hai riportato tanti onori e tante soddisfazioni... Io ritengo che non sia giusta né sarà duratura la cruenta legge dei politicanti d’oggi, la quale vuole impedire a chi ha il diritto divino, perché dotato di elevate e innate facoltà spirituali e intellettuali, di attingere al pozzo della scienza, che è eterna, infinita, non è proprietà di nessuno, ma è per tutti quelli che sono assetati di sapere e intendono elevarsi, migliorare il proprio spirito e intelletto. Io sono fermamente convinto che tu potrai riprendere ancora i tuoi studi. Le cose cambieranno, non è possibile che sia diversamente. Un giorno trionferà il buon senso. Chi la dura la vince, dice il proverbio italiano».

Aveva ragione.

«Se tu in tutte queste dolorose vicende e contro qualsiasi avversità rimani con la testa alta, forte di animo e di spirito, se il tuo sguardo non si stacca dall’ideale, se la tua volontà non cede dinanzi agli ostacoli, se i tuoi desideri rimangono sempre cristallini, non attratti dal lusso, dai divertimenti, dal facile vivere, tu sarai quella, arriverai certamente a esserlo, che io sogno tu debba divenire: un poeta, una scrittrice, una scienziata, o qualcosa di simile. I tuoi libri sono già stati spediti. Probabilmente tra poco li riceverai. Ripeto di non trascurare, anche se ora non puoi frequentare il ginnasio, gli studi classici: i filosofi, i poeti, i pensatori dei tempi antichi sono ancora i nostri padri spirituali».

Un ungherese che amava l’italia.

«Se un giorno tu vorrai giudicare, valutare le cose, gli uomini, le idee d’oggi, lo saprai fare se hai conosciuto i grandi greci, romani, i santi del Medioevo, i rinnovatori del Rinascimento. Non credere che anche spiritualmente siamo in progresso; contro il progresso indiscutibile della tecnica sta di fronte un doloroso regresso spirituale. Avrei voluto dirti tante altre cose, ma tu spero mi capirai lo stesso. Ti bacio teneramente, tuo babbo».

La scena celebre

Un mio passo di danza fu la prima immagine in movimento della televisione italiana. Alla Rai conobbi anche Piero Angela, fui io a presentargli sua moglie Il calcio

Quel Toro anticipò l’olanda di Cruijff di trent’anni. Un giorno vinse 10-0 con l’alessandria. Il mio babbo fece una ramanzina a tutti: mai umiliare l’avversario

A Budapest Imparai a ballare nella scuola fondata dalla mamma: furono i migliori anni della mia vita. I primi sogni furono spezzati dai carri armati del Reich

Il «collega»

Don Lurio venne in Europa pensando che la gente fosse più bassa. Gli andò male Ebbe allora l’idea di giocare con la statura: fu il piccoletto tra le gemelle Kessler

la  terza   ed ultima   

«Con me Jacobs ha vinto l’oro Djokovic mi fece i complimenti Ho aiutato Donnarumma a Parigi a non sentirsi più un traditore»

«Allenatrice della mente» Nicoletta Romanazzi, 58 anni, da 25 fa la mental coach. Ha tre figlie: due lavorano con lei

Nicoletta Romanazzi, ha visto le Olimpiadi invernali? «Sì, certo! Sono state bellissime e piene di risultati straordinari da parte dei nostri atleti».

Ne ha seguito uno?

«Sì, nello sci alpino: non posso dire il nome. Abbiamo portato a casa una medaglia». Chi l’ha colpita di più? «L’incidente di Lindsey Vonn forse era evitabile. Mentre temo che Ilia Malinin non sia riuscito a gestire la pressione delle aspettative: la paura di fallire e di deludere i genitori e il mondo esterno ha preso il sopravvento».

E della nostra fantastica Fe

«Ha ottenuto un risultato incredibile e penso sia potuto succedere perché si è permessa di accogliere le sue fragilità. Ha vissuto le gare senza aspettative».

Nicoletta Romanazzi, 58 anni, è la mental coach che Marcell Jacobs ringraziò pubblicamente dopo i due ori alle Olimpiadi di Tokyo. Lì, il suo «bottino» finale fu di quattro medaglie: le altre due le «vinse» con i karateka Luigi Busà e Viviana Bottaro. Da allora i suoi impegni si sono moltiplicati, ha scritto due saggi (il terzo uscirà ad aprile: La tua bussola sei tu, Longanesi), ha fatto due podcast, ha creato un team di «allenatori della mente», oltre a una scuola di coaching. E alla fine del 2025, come una ciliegina sulla torta, ha vinto il «Globe Soccer Awards» a Dubai, dove per la prima volta tra i premiati c’era la sua categoria professionale.

Che effetto le ha fatto stare sul palco accanto a Ronaldo e agli altri giganti dello sport?

«La mia emozione era tutta per Novak Djokovic. Ho fatto in modo di stare vicino a lui nella foto di gruppo. Si è perfino congratulato con me in italiano. Io amo il suo modo di lavorare: fa yoga, meditazione, tutte cose con le quali ho molta familiarità».

Un tennista con il quale vorrebbe lavorare oggi?

«Musetti. Quando lo vedo fermarsi sempre a un passo dalla grande vittoria ci vedo degli autosabotaggi inconsci. Avrebbe proprio bisogno di allenare anche la mente, non solo il corpo».

Non possiamo non parlare

di Jacobs.

«Grazie a lui tutti all’improvviso sapevano quello che facevo. Ma io ero mental coach già da vent’anni».

Però non lo segue più.

«No, infatti. Dopo Tokyo, il nostro lavoro era diventato molto sporadico, ma ci stava. È giusto che gli atleti camminino con le loro gambe».

C’è lei dietro i gesti del velocista sui blocchi di partenza?

«Sì. Quando incrociava le braccia sul petto, per esempio, abbracciava il suo bambino interiore e lo preparava alla corsa che avrebbero fatto insieme».

Non segue solo atleti. L’anno scorso preparò Fedez per Sanremo.

«Ci ho lavorato anche per l’edizione di quest’anno. È riuscito a godersi ogni attimo e, come ha detto lui, è stata la sua migliore esperienza a Sanremo. Sono molto colpita dal suo impegno e dal cambiamento concreto che ho visto: è stato bravissimo».

Il pilota del Moto Gp Luca Marini la chiamò per liberarsi dell’ombra del fratello, Valentino Rossi?

«Ma no, anzi: il fratello non è mai stato oggetto del nostro lavoro. Luca ha un carattere opposto ed era questo che limitava il suo rapporto con il team, i giornalisti e il pubblico: eccesso di timidezza».

Un traguardo condiviso?

«Un giorno disse che aveva problemi nei sorpassi. E mi spiegò che si concentrava sull’ostacolo, cioè sul motociclista, per trovare il modo di superarlo. Io lo incoraggiai a concentrarsi, piuttosto, sugli spazi vuoti. Dopo che lo sperimentò la prima volta in gara, mi telefonò entusiasta: “Nico, non ci crederai, vedevo solo vie di fuga!”».

È un po’ quello che facciamo noi ogni giorno: ci concentriamo sui problemi e non sulle soluzioni.

«Un esempio semplice è la dieta. Se continuiamo a ripeterci che non dobbiamo mangiare, la fame aumenterà, perché la nostra mente non accetta il rifiuto. Ci aiuta di più dirci: ora voglio mangiare sano, mangiare bene, fare in modo che il mio fisico sia in forma».

Donnarumma la cercò al Paris Saint-germain.

«Con una squadra di campioni sempre in attacco, faceva fatica a tenere alta la concentrazione quando gli avversari riuscivano ad arrivare nella sua area».

Con lui cos’ha fatto?

«L’ho aiutato a gestire la pressione, perché per i tifosi un gol è sempre colpa del portiere. E a mantenere alta la concentrazione».

Avrete lavorato anche sulla tifoseria milanista...

«Sì, in particolare in vista della prima partita tra il PSG e il Milan. Ha accettato che i tifosi si fossero sentiti traditi, anche se non aveva lasciato la squadra con quell’intenzione e pure lui aveva sofferto».

Un altro «suo» portiere è Mattia Perin.

«Mattia è diventato talmente bravo che potrebbe già fare il mental coach. Abbiamo cominciato a vederci otto anni fa, mi aveva chiamato per allargare il team di preparatori. Lavorammo subito sulla gestione dell’errore».

Cosa vuol dire?

«Mattia andava in tilt: dopo un gol subìto poteva passare una settimana a guardare documentari in tv, senza rivolgere la parola a nessuno. Il karateka Luigi Busà è un altro che si arrabbiava moltissimo dopo un errore. Con entrambi il lavoro è stato di percepire l’errore come un alleato prezioso per capire cosa migliorare. Con Mattia siamo riusciti ad allentare la parte competitiva. Oggi è un leader nello spogliatoio».

Il nostro peggior nemico?

«Noi stessi. Il critico interiore può diventare un killer se non impariamo a riconoscerlo e a dargli il giusto peso. Non è un caso che certi atleti si infortunino spesso. Se guardiamo alla nostra vita, quando cominciamo ad ammalarci spesso, il nostro corpo ci sta chiedendo aiuto per l’eccesso di pressione».

E perché ci ammaliamo quando andiamo in vacanza?

«Si abbassano improvvisamente cortisolo e adrenalina e dunque anche le difese immunitarie. L’ideale sarebbe non partire nel primo giorno di ferie, ma concedersene un paio per cominciare a rilassarsi gradualmente. In pista, questo meccanismo penalizzava molto Alice Betto».

La triatleta.

«Lei nella corsa, non appena cominciava a vedere il traguardo, sentiva tutti insieme i dolori: la stanchezza le arrivava di botto e le altre atlete la superavano. Abbiamo lavorato per allontanare il traguardo e fare in modo che fosse sempre focalizzata».

L’attore Francesco Arca?

«Mi consultò prima di andare ospite a Sanremo: non voleva rischiare di piangere se per caso avesse dovuto parlare dei figli, gli affetti lo emozionavano. Con lui ho lavorato al contrario: per un attore riconoscere ed esprimere i sentimenti è fondamentale. Accettarli lo ha liberato».

L’attivista Kathy La Torre cosa ha imparato con lei?

«A non farsi schiacciare dagli attacchi esterni, che non sono mai rivolti a lei, ma a ciò che rappresenta. Per dire: se una persona è cresciuta in una famiglia patriarcale, non può che respingere l’idea di una donna che si dichiara omosessuale, va in tilt quando l’ascolta».

La sua famiglia com’era?

«Patriarcale. Ma mi ha segnata in un modo diverso. Per nove anni ho lavorato nell’azienda di mio padre, pur essendo molto infelice. Quando decisi di intraprendere la strada del coaching, lui mi ostacolò in ogni modo, arrivando a rimproverare mio marito perché mi “faceva uscire” a seguire i corsi».

Le sue figlie lavorano con lei?

«Solo le maggiori, Costanza e Ludovica, che hanno 29 anni: la prima è mental coach e segue grandi atleti, compresa una medaglia d’argento alle Olimpiadi di Parigi; Ludovica è il mio braccio destro sul piano organizzativo. Camilla si occupa di moda».

Va ancora nelle scuole?

«Sì, da poco a Fasano. È incredibile l’attenzione dei ragazzi: nessuno gli insegna ad avere fiducia in sé, a coltivare l’autostima, a sognare. Ricordo con emozione un compagno delle mie figlie: mi scrisse dopo la laurea in ingegneria dicendo che quel traguardo lo aveva raggiunto grazie alle mie parole ascoltate nell’aula magna della scuola».

Chi può essere il nostro più grande alleato?

«L’ironia, utile a disinnescare il critico interiore».

Quale atleta del passato avrebbe voluto seguire?

«Non so cosa avrei dato per lavorare con Borg e Mcenroe».

E c’è qualcuno con cui non ha mai voluto lavorare?

«Sì: aziende di scommesse, di tabacco o di prodotti chimici. Non voglio fare cose che rischiano di farmi entrare in conflitto con i miei valori».

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