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1.3.26

Beniamino Zuncheddu: «Lo Stato mi ha tradito due volte» Nel 2024 l’assoluzione dopo 33 anni di carcere da innocente: non ha avuto alcun risarcimento «La mia esperienza è stata un’anomalia dall’inizio sino alla fine

   unione   sarda 01 marzo 2026 alle 02:41

Nel 2024 l’assoluzione dopo 33 anni di carcere da innocente: non ha avuto alcun risarcimento «La mia esperienza è stata un’anomalia dall’inizio sino alla fine. C’erano tutti gli elementi per capire che ero innocente ma sono rimasto in carcere per 33 anni». 




C’è più dolore che rabbia nelle parole di Beniamino Zuncheddu, vittima di uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana. Ha respirato per un tempo infinito “l’aria ferma” di tre penitenziari, Buoncammino, Badu’e Carros, Uta. Un lunghissimo incubo
che con i suoi sinistri bagliori continua a condizionare la vita da uomo libero.
La vicenda
Assolto dopo il processo di revisione, ma sempre troppo tardi rispetto al gigantesco torto subito. Era stato condannato all’ergastolo per un triplice omicidio, tre allevatori uccisi, nei primi giorni di gennaio del 1991, all’interno di un ovile nelle montagne di Sinnai. Come nel caso del mugnaio dell’opera di Brecht una domanda ha attraversato le sue lunghissime notti in cella: «Ci sarà un giudice a Berlino?». A Potsdam l’imperatore Federico II di Prussia vuole appropriarsi del mulino di un mugnaio per abbatterlo. Si tratta chiaramente di un abuso. Il mulino “rovina” il panorama del suo nuovo castello di Sans Souci. L'imperatore non esita a corrompere tutti i giudici e tutti gli avvocati a cui il mugnaio si rivolge. Con grande tenacia, il mugnaio, proprio a Berlino, riesce a trovare un giudice onesto che riconosce i suoi legittimi diritti. Beniamino Zuncheddu, alla fine ha raggiunto la sua “Berlino” dove ha trovato un giudice, Francesca Nanni, determinante per l’avvio del processo di revisione, e un avvocato molto determinato, Mauro Trogu, che lo ha accompagnato nel difficile percorso verso la libertà, rileggendo le carte e verificando puntualmente la sequenza degli avvenimenti. Provvidenziali, giudice e avvocato.
L’ingiustizia
«Chi non vive quell’esperienza non sa cosa vuol dire l’ingiustizia», ci dice Zuncheddu nella casa di Burcei in cui vive. La sorella Augusta e il cognato Piero Pisu, insieme alla nipote Maria Luigia, lo hanno accolto con calore e affetto. Augusta non l’ha mai perso di vista. Lo ha sostenuto, con il suo costante conforto, nelle pellegrinazioni carcerarie e nei processi, un lungo calvario giudiziario. E oggi anche lei risente delle conseguenze del tormento condiviso con il fratello. «Pensavo di godermi la sua libertà, ma non è stato così. La mia salute ne ha risentito. Speravo andasse diversamente ma voglio andare avanti». Beniamino appare come un reduce da una guerra di cui è stato l’unica vittima. Continua a combattere. Partecipa alla mobilitazione per la proposta di legge di iniziativa popolare, promossa dal partito Radicale, che punta a garantire una provvisionale a chi alla fine di un processo è stato assolto. Storie come la sua. Esistenze a cui la giustizia, in qualche modo, ha sottratto anni di normalità e negato la possibilità di creare le basi di una famiglia, realizzare progetti, sogni, aspirazioni.
La proposta di legge
Viene previsto un assegno dal momento dell'assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno. Sono circa mille ogni anno le ingiuste detenzioni con costi esorbitanti a carico dello Stato. Da alcuni mesi Beniamino Zuncheddu è impegnato nella raccolta delle firme. È il primo ad aver aderito. Lo ha fatto con grande convinzione. «Si tratta di un sussidio per non perdere la speranza, per reinserirsi nella società. Uscendo dal carcere, dopo tanti anni, si rischia di non avere un soldo in tasca per vivere dignitosamente. Quale è il destino di chi non ha niente e magari ha solo debiti come nel mio caso? Ho avuto la fortuna di avere una famiglia in grado di sostenermi. In caso contrario sarei un clochard». Dallo Stato sino a questo punto non ho avuto nulla: «La procedura per il risarcimento è lunga, si protrae dai cinque agli otto anni. Fanno tutto con comodo. Dopo il carcere hai bisogno di una casa, devi mangiare, devi pagare bollette e le bollette vanno pagate immediatamente. Chi deve riscuotere non ti concede tempo. Interviene subito per recuperare le somme che rivendica».
Passato e presente
La sua vita oggi è sospesa tra la voglia di dimenticare il passato e i brutti ricordi che riaffiorano. «Cerco, tra mille difficoltà, di riprendere a vivere ma, se esco con gli amici, non ho dieci euro. Non posso restituire un invito al bar. Avverto un sentimento di dispiacere, di vergogna. È un vero problema. Dipendo dagli altri. Devo chiedere ai miei familiari un aiuto per le piccole spese. La ferita dell’ingiustizia resta per sempre. Non auguro a nessuno quello che ho vissuto. Entrare in quell’inferno da innocente è terribile. Tutta la vita viene scombussolata». Burcei è una comunità generosa. «I compaesani mi conoscono, sono sempre stati convinti della mia innocenza. Mi hanno dato forza nei passaggi più difficili. Un grande sostegno, per questo rinnovo la mia gratitudine per tutto quello che Burcei ha fatto per me». C’è un peso ulteriore in questa nuova vita: «Le mie condizioni di salute sono precarie. Mi ha fatto soffrire una cataratta che durante la detenzione non è stata curata. Poi ho avuto una paresi a un occhio. In carcere non mi hanno curato e ora devo pensare alla mia salute. Cerco di curarmi e tante mie giornate vanno avanti da una visita medica all’altra. Devo sottopormi a un intervento chirurgico. Non sono ancora completamente libero. Anche questa situazione mi riporta all’ingiustizia di cui sono stato vittima. Le patologie di cui soffro sono una conseguenza del carcere».
La speranza
Ci sono tanti slanci che alimentano la speranza di poter indirizzare la sua vita in modo totalmente nuovo. «Non puoi sfuggire al destino, puoi solo vincerlo»: nelle parole di Seneca la quintessenza della filosofia stoica. Beniamino non si abbandona alla sfiducia e alla rassegnazione. A 62 anni coltiva un grande desiderio. «Prima di tutto riprendere forze ed energia. Voglio stare bene. Poi si vedrà. Ora non posso realizzare niente. Non voglio illudermi, devo essere realista. Mi hanno tolto 33 anni della mia vita e ora mi lasciano solo, senza garantirmi nulla. Resto in attesa che lo Stato si faccia vivo».       

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