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15.3.26

Daniele Terenzi, primo Étoile con disabilità: “La diversità può diventare valore creativo”

Questa storia è per chi mi dice che parlo di disabilità solo davanti ai grossi eventi come le paraolimpiadi . Se qualcuno\a di voi ha storie o vuoile raccontare la propria disabilità e il modo di viverla ed affrontarla benvenga qui trova spazio . contattatemi o in privato a nei commenti qui sotto o nei social

repubblica online  

L’unico ballerino con una protesi transfermorale, ora anche all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici: “Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione”.




È il primo e unico ballerino al mondo con una protesi transfermorale a danzare nei repertori di Classico, Neoclassico e Danze Latine. Dopo un grave incidente che ha comportato la perdita di una gamba e il rischio di non tornare più a ballare, Daniele Terenzi non ha ceduto e nel 2023 è riuscito persino a diventare un Étoile.

Insieme alla Empathy Inclusion Company, fondata con la direttrice artistica Martina De Paolis, ha calcato palchi prestigiosi tanto in Europa quanto in America. E ora, per la prima volta, ha portato la sua danza all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici. «Le coreografie, l’accensione del braciere, tutto fatto insieme: ballerini con e senza disabilità. Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione».

Quando ha capito che poteva tornare a danzare?

«All’inizio nessuno credeva fosse possibile. Dopo la riabilitazione ho provato con l’atletica. Sono arrivato terzo alle gare nazionali ma non ho provato alcun entusiasmo, nessuna passione. Quello che mancava era il contatto con il pubblico. Lì è scattato qualcosa e ho deciso: sarei tornato a danzare».

Rivendica l’importanza di mostrare sul palco la protesi. Perché?

«Perché per me è un obiettivo raggiunto, non una disabilità acquisita. È il risultato di qualcosa che non era mai nemmeno stato preso in considerazione nella danza. Ne vado fiero».

Spesso la danza classica è vista come una disciplina selettiva e poco inclusiva. In qualche modo lei sta dimostrando che non è propriamente vero.

«Certo, ma è stato un lavoro molto lungo e faticoso. Ci sono voluti 18 mesi per sperimentare la protesi, il mio è il primo prototipo al mondo. E comunque ha bisogno di costanti aggiustamenti».

È cambiato molto il suo approccio al balletto?

«Sicuramente cambiano i punti di appoggio. Non ho la percezione del piede a terra né del ginocchio. Mi affido completamente a un dispositivo esterno. È una ricerca costante di un equilibrio instabile».

Cosa intende?

«La protesi ti fa sembrare sospeso in aria, ma è allo stesso tempo l’unico punto di appoggio che hai. È un lavoro di fiducia e costante allenamento. Un processo che non può mai essere sospeso».

È come se stesse riscrivendo le regole della danza.

«La considero più una maniera per migliorare le prestazioni. Per me è una questione di necessità, ma è utile anche per i ballerini senza disabilità. È una diversa stimolazione dei muscoli. Capirne la potenzialità aiuta ad avere più controllo del proprio corpo e a pesare meno sulla gamba».

Per la cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici all’Arena di Verona ha scelto di proporre la stessa coreografia dei ballerini senza disabilità. È questa l’inclusione?

«Penso di sì, è stata una scelta condivisa da tutti. Nel 2006 a Torino si era esibita Simona Atzori, ma quella coreografia non aveva permesso di ballare tutti quanti assieme. Ora sì, che è poi quello che facciamo tutti i giorni con la nostra compagnia».

Parla della Empathy inclusion Company. Qual è il vostro obiettivo?

«Dimostrare che il palcoscenico può essere uno spazio dove la diversità diventa valore creativo. Mischiamo i generi, danza e teatro. Ma portiamo sui palchi soprattutto le storie di ciascuno. L’unicità delle performance a servizio di tutti. Non esistono paragoni con i ballerini senza disabilità, ognuno racconta una storia propria».

Ha danzato con ballerini di fama internazionale. C’è una collaborazione che ricorda con particolare affetto?

«Quella con Petra Conti, l’Étoile, perché mi ha aiutato nel percorso di riabilitazione fin dai tempi dell’ospedale. Ricordo molto bene quel periodo. Ero allettato e la vedevo in televisione. A quei tempi mi chiedevo se sarei mai tornato a ballare. Poi l’ho fatto, abbiamo danzato nella stessa serata, sullo stesso palco. È stato simbolico».

14.3.26

Chi l’ha detto che una protesi deve essere “solo” una protesi?Tania Cancedda, l'artista che trasforma protesi in bellezza


Ci sono storie che nella moda e non solo trovano ancora poco spazio.
Non perché non abbiano valore, ma perché servono nuove voci e nuovi sguardi per farle emergere davvero.Ed è per questo che ho scelto di riprendere la storia di tania cancedda una ragazza che ha saputo riprendersi nonostante l'invalidità ( ha una protesi alla gamba vedere le    foto  sopra  e  sotto   a  sinistra presa dal suo facebook ) 

e rendere meno triste e sconfortante la vita di chi come lei ha le protesi disegnandole e creandoci sopra dei capolavori 
Alcun potrebbero    definirla  feticista  , ma  ridurre   la  sua passione    diventata   anche   un' attività  mi  sembra  riduttivo  e  negativo  .    Infatti  ,  come  potete  vedete  dal  suo  sito  e  dai  suoi spazi  social   ,   risulta  il  contrario   .


 Infatti  dall'account fb della stessa Tania

Tania Cancedda
November 24, 2025 ·

Quest’anno mi porta ai 39....
e mi sorprendo a guardare indietro con una gratitudine che non so nemmeno misurare..
È stato l’anno dei cambiamenti, quello che ha preso tutto ciò che avevo costruito in silenzio e l’ha portato alla luce.
Da sette anni convivo con una protesi...
Da sette anni la personalizzo, la trasformo, la rendo mia..Per molto tempo è rimasta una cosa privata, quasi intima. Creavo, sperimentavo, giocavo con colori e materiali, ma senza immaginare davvero che potesse avere spazio anche fuori da casa mia.Solo negli ultimi due anni ho trovato il coraggio di condividere ciò che faccio...
Ho aperto il sito, [
https://thepiratestreasure.it/ ] ho messo insieme un portfolio, ho reso pubblici i miei profili..Ho iniziato a raccontare la mia storia e il mio lavoro senza filtri.E quello che è arrivato indietro è stato più grande di qualunque aspettativa.Eventi, corsi, collaborazioni, incontri che hanno cambiato la direzione del mio percorso.La Grande Jatte, la creazione del sito, le prime esposizioni, le personalizzazioni per gli altri… un anno che non sembra un anno, ma un salto.Non è successo da solo.
È successo grazie alle persone che mi hanno spinta a provarci: la mia famiglia, mio marito, gli amici che non hanno mai smesso di dirmi “fallo vedere, ne vale la pena”.E oggi, a 39 anni, mi accorgo che avevano ragione..Sono grata a tutto questo. Grata a chi ha creduto in me. Grata al coraggio che non pensavo di avere. Grata a questo percorso strano, imprevedibile e bellissimo che continua a sorprendermi. Buon compleanno a me
E buon proseguimento al viaggio che ancora non so dove porterà, ma che finalmente sono pronta a vivere a viso aperto.E grazie...Davvero...a tutte le persone che oggi si sono fermate un attimo per farmi gli auguri..Vi porto con me in questo percorso che sto costruendo passo dopo passo..
#semprepiratisemprenoi
#ThePiratesTreasure #CoverRebellion #ProtesiPersonalizzate #AmputeeLife #Inclusività #Creatività #NuoviInizi
@inprimopiano




                                  Una sua creazione  presa dal suo istangram .

 non so  che  altro  aggiungere     se  non   con   un messaggio   rivolto  , se  mai   lo  leggera    continua  cosi  Tania  

13.3.26

Veronica e Matilde sacrestane della basilica, due laureate tra arte e liturgia di Donatella Tiraboschi Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «Santa Maria Maggiore, quanta bellezza»

   da https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/  del   11\3\2026 

di
 Donatella Tiraboschi

Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «Santa Maria Maggiore, quanta bellezza»

Veronica e Matilde sacrestane della basilica, due laureate tra arte e liturgia

Matilde Facchinetti e Veronica Benintendi

Ad accogliere i visitatori all’ingresso di Santa Maria Maggiore ci sono due giovani ragazze: Veronica Benintendi, 27 anni, di San Giovanni Bianco, e Matilde Facchinetti, 29, di Seriate. Che con una laurea e tanto entusiasmo stanno segnando una svolta rosa nella plurisecolare storia della basilica.

La voce di Veronica sprizza entusiasmo. Del resto, difficile non provarlo quando il tuo posto di lavoro è immerso, è proprio il caso di dirlo, in uno scrigno di bellezza da far girare la testa. «Tantissimi visitatori restano sorpresi, non immaginano di trovare a Bergamo una basilica come questa. Dicono di averne viste tante in giro per il mondo e in Italia, ma che la nostra le batte tutte». È in quell’aggettivo possessivo, in quel «nostra», che si leggono in filigrana tutta la passione e l’orgoglio di sentirsi parte attiva del museo più visitato della città, perché con i suoi 250 mila visitatori nel 2025 e ben 30 mila nel solo mese di maggio, con un ritmo di mille al giorno (esclusi i residenti, e il trend è in crescita), la Basilica di Santa Maria Maggiore è saldamente in testa alla top five dei monumenti cittadini più gettonati dai turisti. E ad accoglierli all’ingresso, nelle funzioni di biglietteria, di «gentil organizateur e facilitatrici culturali» (ma non solo) si presentano due giovani ed entusiaste ragazze bergamasche: Veronica Benintendi, 27 anni, di San Giovanni Bianco, e Matilde Facchinetti, 29 anni di Seriate. Che con una laurea, rispettivamente in Conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali e in Storia, stanno segnando una svolta rosa nella plurisecolare storia della Basilica.Già, perché non è un caso che la Mia le abbia scelte dopo una accurata selezione e dopo che nell’organico che gestisce Santa Maria Maggiore si siano, lavorativamente parlando, aperte alcune posizioni professionali. Per farla breve due dei tre sacristi hanno lasciato il posto. Parafrasando la Pausini, Marco se ne è andato: lo storico sacrista Marco Pagani, infatti, si è trasferito dallo scorso mese di novembre nella parrocchia di Sotto il Monte, mentre qualche tempo prima a lasciare l’incarico era stato il collega Mauro Zanchi, che ha scelto di dedicarsi allo studio. È rimasto, nell’esercizio della funzione sagrestana, Giovanni Curatolo, una guida storica della basilica che sta trovando in Veronica e Matilde (approdata solo nelle ultime settimane dello scorso anno) delle valide colleghe coadiuvanti per alcuni compiti che spettano ai sacristi.Quali compiti? Veronica li elenca, con una doverosa premessa: «Non sapevo molto di liturgia, ad essere sincera». Si potrebbe aggiungere «prima», prima cioè che con l’addio dei due sacristi ufficiali si rendesse necessario ampliare le «skill», le competenze del culto e delle funzioni religiose che in basilica si celebrano, in particolare con la messa feriale (alle 10 ogni giorno), mentre nei giorni festivi sono le messe sono due (alle 11 e 12.15): «Prepariamo i paramenti, gli allestimenti anche degli altari, le casule con cui il parroco celebra le messe, ma anche i candelabri in occasione delle grandi festività e gli addobbi floreali». «Sono tutte cose che sto imparando un po’ alla volta — le fa eco Matilde —, ma aiutare i colleghi mi gratifica in un lavoro nuovo, che mi mette ogni giorno a contatto con tanta gente».È questa interconnessione con la marea dei visitatori, ma anche «con i restauratori, i musicisti, gli artisti che a vario titolo partecipano agli eventi che vengono organizzati in basilica», rintuzza Veronica, «ad arricchire le nostre giornate. E il bello è che ogni restauro, ogni tassello che viene valorizzato, suscita stupore ed entusiasmo». «I visitatori ci fanno domande ed osservazioni che costituiscono anche per me la possibilità di imparare cose che non sapevo», conclude Matilde. All’entusiasmo del team rosa si accompagna il compiacimento del direttore della Mia, Giuseppe Epinati: «È quello che cercavamo: due ragazze con una buona preparazione di base e che nello stesso tempo sono custodi delle ricchezze della basilica e della sua funzionalità del culto»

11.1.26

Da bullizzato a decoratore: «Quando l’arte diventa salvezza» – la storia del riscatto di Daniele Arminu dopo il buio: «Voglio portare la mia esperienza a scuola»

 Olbia C’è stato un momento in cui Daniele ha rischiato di perdere una mano
. La sinistra, la sua mano forte, perché è mancino. È lì che la sua vita cambia direzione, anche se alle spalle c’erano già anni di sofferenza, di silenzi e di ferite profonde che oggi lui chiama con il loro nome: bullismo, isolamento, depressione. Daniele Arminu ha 45 anni, è originario di Pattada e oggi lavora in tutta la Sardegna, soprattutto in Gallura,

 come decoratore. Trasforma pareti, mobili e ambienti rendendoli pezzi unici, attraverso una tecnica decorativo-pittorica personale, costruita nel tempo. Ma prima di arrivare fin qui ha attraversato un lungo periodo in cui non riusciva a stare nel mondo, né con gli altri né con se
stesso. Da bambino, e poi da ragazzo, Daniele era molto sensibile, sveglio, intuitivo. Aveva anche una forte
 passione per il disegno, che però non riuscirà a coltivare. Proprio quella sensibilità, lo rende un bersaglio. Racconta di scherni continui, di violenza psicologica, ma anche di episodi di violenza fisica subiti sia alle elementari che alle medie, in un’epoca in cui di bullismo si parlava poco e spesso veniva minimizzato. «Ti fanno sentire diverso – racconta –. E quando succede ogni giorno, finisci per crederci».
Daniele non ne parla in famiglia. Si chiude, prova ad affrontare tutto da solo. È anche per questo che, finite le scuole medie, non prosegue gli studi: è troppo giù, troppo spento, nonostante le sue capacità intellettuali. «Non ce l’avrei fatta», racconta oggi con lucidità. Entra presto nel mondo del lavoro. Fa il manovale, il muratore, lavora in cantiere. Ma anche lì le difficoltà non spariscono. Anzi. Il suo modo di essere, la tensione che si porta dentro, la fatica di stare in mezzo agli altri diventano motivo di richiami, scontri, incomprensioni. «Ero nervoso, sempre sul filo – racconta –. Non perché non avessi voglia di lavorare, ma perché mi sentivo costantemente sotto giudizio. Quelle stesse ferite nate a scuola continuavano a riemergere, proiettandosi sul lavoro e sulla mia vita. È in quegli anni che prende forma una depressione silenziosa. Ogni cosa che facevo la vedevo negativa. Non riuscivo più a credere in me». Nel suo percorso ci sono stati anche i farmaci. Daniele ne parla con rispetto: «So che per tante persone sono un aiuto. Non per me. Mi avevano spento e li ho interrotti. La svolta è arrivata da un lavoro profondo sulla testa, sulla consapevolezza. Dovevo capire cosa stavo vivendo e perché».Il punto più buio arriva dopo un litigio in cantiere. Daniele rientra a casa, la testa “va in tilt” e in un attimo succede l’irreparabile: «Ho dato un pugno contro una vetrata e ho rischiato di perdere la mano sinistra, lesionata in maniera gravissima». Seguono ospedali, interventi complessi, una riabilitazione lunga e dolorosa. Viene operato inizialmente a Ozieri, dove subisce più interventi nel tentativo di recuperare la funzionalità della mano. Ma il percorso è difficile e i risultati non sono quelli sperati: la mano non risponde, il dolore aumenta, la sensibilità diminuisce. A un certo punto alcuni suoi parenti lo convincono a tentare un’altra strada e ad andare nel Nord Italia. È a Varese che Daniele incontra due professori che prendono a cuore il suo caso: Giorgio Pilato e Mario Cherubino. Uno degli interventi dura tredici ore e mezzo. E al termine, il professor Cherubino gli dirà: “Sei stato davvero un bell’impegno”. Daniele oggi li ringrazia: «Grazie a loro ha potuto recuperare pienamente l’uso della mano sinistra, tanto da poter lavorare e a creare». È in quel tempo sospeso che avviene un’altra svolta, forse la più silenziosa ma decisiva. Daniele comincia a passare intere giornate in biblioteca. Legge, studia, recupera ciò che aveva lasciato indietro. È uno studio libero, autodidatta, ma profondo. Ed è lì che riemerge quella passione infantile mai coltivata: il disegno, l’arte, la visione. Si avvicina agli artisti che sente più vicini: Raffaello, Michelangelo, Leonardo, e soprattutto Caravaggio, «per quel modo di vedere già l’opera dentro la materia. L’arte diventa prima rifugio, poi linguaggio, infine lavoro».

4.12.25

un confessionale moderno davanti al quadro di Carracci divide . il caso della chiesa di Santa Maria della Carità a bologna il caso dai social passa alla Soprintendenza ., Pavarotti ‘ghiacciato’, il pasticcio di Pesaro fa il giro del mondo: dall’Europa all’America, passando per l’Africa

premetto  ch e  non  sono  contrario   all'arte  moderna    e contemporanea    o quando meno  ad  ispirazione  e  contami.nazione ei classici   ma     qui si tratta   di deturpamento mancanza di rispetto per i monumenti  antichi  


da https://incronaca.unibo.it/archivio/2025/12/02/



                            Il confessionale sotto il quadro di Carracci
                        (foto realizzata per la parrocchia da Alessandro Ruggeri)


Nella chiesa di Santa Maria della Carità, in via San Felice, nell’ultimo mese c’è una novità. Un parallelepipedo nero, lucido, imponente, ai piedi dell’opera di Annibale Carracci “Crocifissione e santi” del 1583. È il nuovo confessionale insonorizzato, riscaldato e ventilato in cui il prete don Davide Baraldi ascolterà i peccati dei suoi parrocchiani. I molteplici significati associati da Baraldi alla nuova installazione, la superfice lucida per riflettere sé stessi, la geometria che vuole ricordare il movimento dell’abbraccio, l’assenza di un tetto per permettere allo sguardo che si alza di chi è seduto all’interno di incrociare quello del Cristo in croce di Carracci, non hanno però convinto i detrattori. In prima fila il Comitato per Bologna storica e artistica, che in una comunicazione sul proprio profilo Facebook ha parlato di “sinistro squallore” e ha auspicato che venga ristabilito il necessario rispetto culturale per il quadro di Carracci, a loro dire oscurato dal confessionale, arrivando anche a richiedere la rimozione coatta del “lugubre catafalco”.
Mentre l’esposto del Comitato viene analizzato dalla Soprintendenza, ufficio periferico del Ministero della cultura per la tutela dei beni culturali, il verdetto dei commentatori sotto il post è abbastanza unanime: “un frigorifero”, “un bagno chimico”, “un rifiuto dimenticato durante un trasloco”, “e il cardinale Zuppi non ha niente da ridire?”. C’è anche chi dalla rabbia dimentica di parlare in italiano e passa al dialetto: “Oddiomè che brot lavurir…int onna cisa…al starev mei int on uffezi postal” (Oddio che brutto lavoro…in una chiesa…starebbe meglio in un ufficio postale). Se si vanno a guardare le opinioni di chi invece ha scritto sotto l’annuncio del nuovo confessionale sulla pagina della parrocchia, si trova un clima del tutto diverso, che loda l’innovazione e il valore artistico della struttura.
I pareri negativi di sicuro non scoraggiano don Davide Baraldi, primo ideatore e sostenitore dell’opera, che rivendica il sì ricevuto dalla commissione di arte sacra della diocesi. «Anche Carracci che oggi viene considerato un classico – aggiunge il prete - fu aspramente criticato dai suoi contemporanei per le innovazioni che aveva apportato. Arte sacra e contemporanea possono coesistere».

da Open
Il comitato per Bologna storica e artistica promette battaglia: «Incompatibile con il contesto storico della cappella, oscura il quadro di Carracci»

Per alcuni è un’opera innovativa, per altri è un «obbrobrio». È scoppiata la polemica tra i fedeli di Santa Maria della Carità, a Bologna, per un nuovo confessionale installato nella chiesa. Inaugurato a inizio autunno, contestualmente alla fine dei lavori di restauro. A prima vista, l’opera è piuttosto impattante e assomiglia a una sorta di monolite nero, posto peraltro proprio sotto la “Crocifissione e santi”, un’opera di Annibale Carracci datata 1583.
Le proteste dei fedeli
A scagliarsi contro l’opera non sono solo alcuni parrocchiani, ma anche il Comitato per Bologna storica e artistica: «È incompatibile con il contesto storico della cappella, oscura il quadro e offende la memoria del Carracci». Anche sui social il nuovo confessionale non ha ricevuto molti commenti negativi. «Sembra un frigorifero», scrive un utente. «Un bagno chimico», suggerisce un altro. Mentre c’è chi arriva addirittura a chiedere un «intervento coatto di rimozione» e prepara un esposto da presentare alla Soprintendenza.







Comitato per Bologna Storica e Artistica
22 ottobre ·


Avevamo inizialmente pensato di tacere - “per carità di patria” - il nome della chiesa. Ma un articolo ha già mostrato il nuovo "confessionale" di Santa Maria della Carità in tutto il suo sinistro squallore collocato sotto la "Crocifissione e Santi", il primo capolavoro di Annibale Carracci nonché dipinto rivoluzionario noto in tutto il mondo. Non servono ironie: l’oggetto si commenta da sé. Ci limitiamo a poche, necessarie osservazioni. La cosiddetta “tutela dei monumenti” appare ormai estinta: un simile intervento, in altri tempi, non sarebbe stato né autorizzato né tollerato. Lasciano allibiti, nell’articolo online, anche i richiami all’arte contemporanea - o meglio, alle convinzioni correnti, del tutto errate, sull’arte contemporanea - ormai invocata per avallare qualsiasi cosa, anche la più orrenda, in modo acritico, trasformandola in un comodo passe-partout. E, per quanto discutibile, neppure l’arte contemporanea merita un simile trattamento. La trasformazione della cappella in un obbrobrio, e la presenza di un oggetto pseudo-artistico che nulla ha a che vedere con il dipinto di Annibale e la chiesa, impongono una riflessione urgente sullo stato della vigilanza istituzionale e sull’effettiva capacità di garantire il rispetto dovuto ai grandi artisti del passato e ai monumenti della città. Chiediamo pertanto che vengano intraprese alcune azioni semplici ma necessarie per ristabilire un minimo di civiltà e rispetto culturale:
1. Rimuovere quanto prima l’elemento estraneo, incompatibile con il contesto storico-artistico della cappella e fonte di evidente offesa alla memoria di Annibale Carracci, nonché alla sensibilità dei Bolognesi di ieri, di oggi e di domani.
2. Ripristinare l’altare originario, dal momento che, fino a prova contraria, si tratta pur sempre della cappella di una chiesa. Anche il "vero" confessionale, collocato nella cappella di fronte, andrebbe rimosso per restituire alla cappella il suo aspetto tradizionale.
3. Disporre un intervento coattivo, qualora non si intendesse procedere spontaneamente alla rimozione - nella speranza che, per eludere ogni responsabilità, non ci venga opposto l’argomento secondo cui, essendo il lugubre catafalco “appoggiato” e non murato, possa legittimamente restare lì in eterno. Se tutto questo non dovesse avvenire – come è probabile – è evidente che non esistono più risposte istituzionali alla mancanza di rispetto per i monumenti.
La spiegazione di don Davide
A difendere l’opera, invece, ci pensa don Davide, il parroco della chiesa di Santa Maria della Carità, che ha spiegato ai fedeli il significato del confessionale “atipico”: «Il rivestimento esterno, oscuro e lucido crea un effetto specchiato, così che chi si avvicina a questo sacramento possa prima di entrare guardarsi meglio». All’interno, il confessionale è riscaldato, ventilato e insonorizzato. Le sedute sono una di fronte all’altra, disposte – spiega ancora don Davide – «in una geometria che riproduce il movimento dell’abbraccio».
Il paragone con il quadro di Carracci
Le spiegazioni del parroco, che veste quasi i panni del critico di arte contemporanea, non hanno convinto i detrattori. Ma don Davide ha un’ultima arma da sfoderare: il parallelismo con l’opera di Carracci che campeggia proprio sopra il confessionale. «Noi oggi guardiamo al Carracci come a un classico, ma in realtà il suo fu un lavoro di rottura, d’avanguardia, anche per il modo in cui questa Crocifissione utilizza la luce, e che a molti non piacque». Proprio come il nuovo confessionale della discordia.


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da  Il Resto del Carlino  tramite  msn.it 


Pesaro, 2 dicembre 2025 – Ma davvero? Nel giro di 48 ore la statua di Luciano Pavarotti, tombata fino alle ginocchia nell’ovale di plexiglass della pista natalizia di ghiaccio a Pesaro, è diventata una figuraccia planetaria. La vicenda è finita sulle testate di mezzo mondo come esempio di come non si celebra un’icona della cultura italiana.
giro nel mondo in meno di 48 ore
Dal Brasile al Portogallo, dall’Argentina alla Bolivia, passando per il Regno Unito, l’Uganda e la Germania: tutti stanno raccontando lo stesso incredulo copione. O Globo, quotidiano brasiliano, titola indignato: "Estátua de Pavarotti fica ‘presa ao gelo’ em pista natalina na Itália e causa indignação em viúva do tenor: ‘Absurdo’ ("Statua di Pavarotti resta ‘intrappolata nel ghiaccio’ in una pista natalizia in Italia e provoca l’indignazione della vedova del tenore: ‘Assurdo’". Il Diário de Notícias, dal Portogallo, rincara: "Autarca pede desculpa à família do tenor" ("Il sindaco chiede scusa alla famiglia del tenore"). In Argentina, Radio Rafaela parla di "escultura ‘congelada’ hasta las rodillas" (scultura ‘congelata’ fino alle ginocchia).


E in Bolivia il sito Instantáneas sintetizza impietoso: "Pesaro encierra la estatua de Pavarotti en una pista de hielo navideña" (Pesaro imprigiona la statua di Pavarotti in una pista di pattinaggio natalizia) e aggiunge, riferito al sindaco Andrea Biancani, "el alcalde de Pesaro se disculpò". Del pasticcio si è accorto anche l’Uganda: il Nile Post spiega che "Italian town freezes Pavarotti statue knee-deep in Christmas ice rink" (una città italiana ha congelato la statua di Pavarotti fino alle ginocchia in una pista di ghiaccio natalizia"). E la Bbc, con la solennità inglese di un requiem, commenta che "Pavarotti statue frozen knee-deep in ice rink strikes wrong note in Italy" (La statua di Pavarotti, congelata fino alle ginocchia nella pista di ghiaccio, stona in Italia). Bbc Radio 5 ha anche contattato la redazione di Pesaro del Resto del Carlino per un’intervista, per capire come sia potuto succedere questo pasticcio.

La statua di Pavarotti 'affogata' nella pista del ghiaccio: il video a Pesaro
In Europa i primi a fare da detonatore dopo gli articoli del Carlino erano stati The Telegraph, The Guardian, The Times, l’Independent, Der Spiegel e Die Welt: tutti a chiedersi, tradotto in pesarese, "Ma davvero?" Nicoletta Mantovani a Londra, ignara del nuovo allestimento, era trasecolata guardando le foto. Una doccia gelata, letteralmente. La vedova del Maestro aveva parlato di "ridicolizzazione" della memoria di Pavarotti.
Sui social l’ironia dell’hashtag coniato dal sindaco di PesaroDa Pesaro il sindaco Andrea Biancani, raggiunto oggi al telefono, si è detto "molto impegnato" per rispondere a domande dirette. Giorni prima, però aveva presentato le sue scuse alla famiglia Pavarotti tramite questo giornale. Un passo obbligato, prima che l’eco del pasticcio attraversasse almeno tre continenti in meno di un giorno. E mentre i portali internazionali continuano a rilanciare la notizia, sui social esplode l’ironia: l’hashtag coniato da Biancani #DaiUnCinqueAPavarotti, nato per "sdrammatizzare", oggi rimbalza nelle lingue più disparate. E il risultato è che Pesaro, Capitale Italiana della Cultura 2024, teoricamente abituata a ben altre luci, si ritrova immortalata come la città che ha messo in freezer il Maestro.

19.11.25

se è passato perchè non passa ?

 


la  risposta   al mio titolo  domanda      viene    da   questa  citazione  trattato   dal canale  telegram     di  Occhi di un mondo altro di Roberto Valgimigli


Topolino e il cerchio del tempo  (Artibani-Faraci/Mastantuono)  
- Disney Deluxe 39, del 2022

  "Il viaggio non finisce mai.Solo i viaggiatori finiscono.E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo,in narrazione.Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:"Non c'è altro da vedere",sapeva che non era vero.La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro.Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto,vedere in primavera quel che si è visto in estate,vedere di giorno quel che si è visto di notte,con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era.Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.Bisogna ricominciare il viaggio.Sempre.Il viaggiatore ritorna subito."

José Saramago.

comunista libertario, sono importanti da ricordare almeno "Storia dell'assedio di Lisbona", "La zattera di pietra", "Cecità", "Il Vangelo secondo Gesù Cristo" e"Tutti i nomi".

Infatti «Il proposito di abolire il passato fu già formulato nel passato e, paradossalmente, è una delle prove che il passato non può essere abolito. Il passato è indistruttibile: prima o poi tornano tutte le cose, e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato» (Jorge Luis Borges, "Altre inquisizioni"). Prorio mentre finivo questo post mi è tornato in menter un post sulla pagina facebook del papersera ( vedere foto a sinistra )

A conclusione della giornata interamente dedicata a Topolino, non potevamo esimerci dal menzionare l'ultima grande storia pubblicata per il suo compleanno, anche se in realtà risale al 2017: il seguito ideale di "Topolino e il fiume del tempo" (1998), che vede al timone lo stesso team di autori, concentrandosi sul ritrovato rapporto tra Mickey Mouse e il Gatto Nipp, in alternanza alla rievocazione del periodo in cui i due erano particolarmente vivaci La storia è stata finalmente proposta direttamente in cartonato nel 2022 su un volume della collana Disney Deluxe, con in coda un ottimo apparato di contenuti extra.



29.10.25

James Senese e mimo jodice se ne sono andati Tuttavia, le loro opere restano una dichiarazione d’identità del nostro Sud e non solo

 In questi  giorni sono  venuti  meno   due grandi artisti napoletani   e non solo   . Il  primo è  james senese   che  con il suo sax, ha raccontato Napoli e i napoletani, le ferite e la bellezza di un mondo che non ha smesso di cercare riscatto. Figlio di un soldato afroamericano e di una donna napoletana, ha incarnato l’anima meticcia del Mezzogiorno: ribelle, poetica, viscerale.Con i Napoli Centrale, Senese ha dato voce agli esclusi e alle periferie, anticipando un linguaggio musicale e civile che univa il funk al dolore delle nostre strade.Senese è stato un artista necessario, un simbolo del Sud che non si arrende, che continua a raccontarsi con la verità della musica e la dignità della propria voce.




IL secondo è Mimmo Jodice, il fotografo che non scattava mai senza la moglie, ha lasciato Napoli orfana del suo sguardo. In ogni immagine, una pausa. In ogni pausa, una città che resiste.uno dei più

grandi fotografi italiani del secondo Novecento,la fotografia come misura della luce, del tempo, della memoria.   la Ia    di  bing   lo presenta come:

📸 Maestro della fotografia italiana, noto per il suo stile rigoroso, contemplativo, spesso in bianco e nero.
🏙️ Testimone della Napoli dimenticata, che ha ritratto con sguardo etico e poetico, lontano dagli stereotipi.

🎨 Collaboratore di grandi artisti come Andy Warhol, Sol LeWitt, Joseph Beuys, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Alberto Burri.

🏛️ Protagonista di mostre personali in prestigiosi musei e gallerie internazionali.


Daniele Terenzi, primo Étoile con disabilità: “La diversità può diventare valore creativo”

Questa storia è per chi mi dice che parlo di disabilità solo davanti ai grossi eventi come le paraolimpiadi ...