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10.1.26

Le note che ci tengono in piedi

 

C’è qualcosa nella musica che non riusciamo a spiegare davvero.
Possiamo dire che rilassa, che dà energia, che consola.
Ma in realtà fa una cosa più semplice e più misteriosa:
ci tiene insieme quando ci stiamo perdendo.
Perché la musica arriva dove le parole non riescono.
Si infila negli spazi stretti delle giornate difficili,
ti scivola addosso nelle ore in cui non sai cosa dire,
e trova sempre un modo per tradurre quello che senti
anche quando tu non sapresti farlo.
Ognuno ha una canzone che ha salvato un momento.
Un testo che sembrava scritto proprio per lui,
un ritmo che ha fatto respirare meglio,
un accordo che ha sciolto qualcosa dentro.
E non importa se la musica è colta, pop, rock,
o solo un motivo che ti è rimasto in testa.
La musica è democratica:
parla a tutti, ma a ognuno dice qualcosa di diverso.
Forse è per questo che non passa mai di moda.
Cambiano i gusti, cambiano gli strumenti,
cambiano persino i modi di ascoltarla.
Ma il bisogno resta sempre lo stesso:
trovare un suono che ci assomigli abbastanza da farci sentire compresi.
In un mondo dove si parla troppo e si ascolta poco,
la musica è una delle poche cose che non chiede nulla.
Ti accoglie.
Ti accompagna.
E a volte, senza fare rumore,
ti rimette al mondo.

                  L'Eco del Silenzio


9.1.26

Storie dagli stazzi dimenticati «Il turismo li sta cancellando» Un archivio di 4 mila fotografie raccolto da Giuseppe Continì

 


chi lo dice che il gufo sia solo portatrice di iella e di sfortuna

Io preferisco , come L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort ( di cui leggete qui su blog alcune sue riflessioni \ poesia ) mostrarne la saggezza silenziosa: non porta sfortuna, porta luce dove altri non guardano .  infatti   ella  la  descrive    chiaramente     in  questa  sua poesia  



Il Gufo


Il gufo non ha fretta.
Non la conosce.
Lui aspetta il momento giusto,
senza rumore, senza ansia, senza bisogno di attirare l’attenzione.
Vede nell’oscurità ciò che gli altri ignorano.
Non perché sia speciale,
ma perché ha imparato a stare fermo finché la situazione non diventa più chiara.
Il gufo non teme il silenzio:
ci vive dentro.
È nel quieto che trova le risposte,
nelle pause che altri considerano vuote.
Non attacca, non insiste, non rincorre.
Semplicemente osserva,
e quando arriva il suo momento,
si muove con un battito d’ali così leggero
che nessuno lo sente passare.
Sembra fragile,
ma è fatto della stessa sostanza della notte:
pazienza, profondità e precisione.
A volte, per capire davvero,
bisogna imparare dal gufo:
non affrettare le cose, ma lasciarle andare al loro ritmo.

Norimberga di James Vanderbilt : L'ascolto del carnefice.

Stavo  per     scrivere  io  la  recensione     del  film  ma  l'amico  Giampaolo Cassitta    mai ha  anticipato  .  L'unica  cosa che  mi sento d'aggiungere  prima  di lasciarvi al  post   di Giampaolo     è che esso è un  film :   bello ,  profondo ,  utile  e       con un ottimo  cast  .


 

Norimberga non è un film storico. È, piuttosto, un pretesto potente per raccontare un’altra storia, molto più interessante: il rapporto tra detenuto e operatore e, più in profondità, il rapporto tra il male e la sua analisi.
Il film si regge quasi interamente su due figure. Da un lato Hermann Göring, ex secondo in comando di Hitler, imputato a Norimberga per crimini atroci. Dall’altro Douglas Kelley, psichiatra dell’esercito americano incaricato di valutarne la personalità. La cornice storica resta sullo sfondo, ben descritta, accattivante, solida: un ottimo prodotto cinematografico. Ma il cuore è altrove, in quel rapporto che lentamente si costruisce tra i due uomini.
Quel rapporto mi ha inevitabilmente riportato al mio mestiere, a quella strana alchimia che si crea tra detenuto e operatore. Un equilibrio instabile, un approccio duale che si insinua tra il desiderio di sapere, di comprendere, di analizzare, e la forza dirompente – talvolta caricaturale – della messa in scena, della parte che il detenuto interpreta. È un gioco sottile, quotidiano, fatto di avvicinamenti e distanze, di ascolto e di prudenza.
C’è una scena, bellissima, in cui Göring chiede a Kelley se tra loro sia nata un’amicizia. Lo psichiatra risponde di sì, ma con esitazione. Sa che il tentativo manipolatorio del carnefice non ha funzionato, e infatti sarà proprio Kelley a fornire le indicazioni decisive per intervenire contro il gerarca nazista. In quel passaggio mi sono ritrovato profondamente, perché in carcere questo meccanismo è una pratica costante, un modus operandi che si rinnova ogni giorno nel rapporto tra detenuto e operatore del trattamento.
Ricordo un episodio preciso. Un detenuto politico, affiliato alle Brigate Rosse, dopo una serie di incontri intensi, nei quali avevamo toccato nodi importanti della sua storia e della sua ideologia, mi chiese improvvisamente: “Ma lei, da che parte sta?”. Risposi senza esitazioni: “Dalla parte dello Stato”. Era l’unica risposta possibile.
Per questo Norimberga dovrebbe essere proiettato nelle scuole di formazione dei funzionari giuridico-pedagogici, i vecchi educatori penitenziari, e analizzato scena per scena. A partire dall’apparente incomunicabilità tra Göring e Kelley, passando per quel gioco di complicità che umanizza il personaggio – e umanizzare senza contesto è sempre un rischio enorme – fino alla fase finale, in cui Kelley torna a essere pienamente l’operatore e si colloca, senza ambiguità, dalla parte dello Stato.
I nazisti sono stati dalla parte sbagliata della storia. Hanno commesso atrocità indicibili, in particolare contro il popolo ebraico. Così come sono dalla parte sbagliata della storia un brigatista, un mafioso, un sequestratore di persona, un violentatore, un femminicida. Cambiano le forme, non la sostanza del male.
Avere il coraggio di ascoltare Caino è un mestiere complesso: affascinante e pericoloso, terribile e necessario. Ma occorre tenere fermo un punto essenziale. Per quanto possa essere seducente l’abisso del male, non deve mai travolgerti. Può solo servirti per comprenderlo, per arginarlo, per raccontarlo, per indicare strade che impediscano la sua riproduzione.
Questo è stato, per me, Norimberga: un duello serrato tra il male assoluto e la necessità di sapere.

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata LXVI : MEMORIZZATE PIÙ DETTAGLI POSSIBILI DI CHI VI MINACCIA

Quando    si viene    aggrediti e si è   sotto shock, il corpo entra in modalità di sopravvivenza: il respiro accelera, la vista si restringe, la mente si frammenta. È normale. E proprio per questo gli esperti di sicurezza personale insegnano strategie realistiche, non eroiche, per riuscire comunque a memorizzare qualcosa senza mettere a rischio la tua vita.In caso di aggressione, è fondamentale memorizzare
ogni dettaglio possibile. Questo include la descrizione dettagliata dell'aggressione, la data e l'ora in cui si è verificata, il luogo e il contesto in cui si è verificata, e la identificazione o l'ignoranza dell'autore dell'aggressione. È importante anche includere testimoni e prove, come referti medici, fotografie, registrazioni audio o video, e contenuti digitali, per confermare la dinamica dei fatti e orientare la corretta qualificazione del reato. La denuncia deve essere presentata entro tre mesi dalla notizia del fatto, salvo alcune eccezioni.(*)
Infatti   come   segnala  l'ultimo numero  della    guidda      dell'esperto  anti agressione     tenuta   dall'esperto  antiagressioe       Antonio Bianco  per il  settimanale  Giallo

   Purtroppo capita che, nonostante tu!a la prevenzione messa in campo, si possa essere vittime di un’aggressione. E cosa succede in quei momenti? La mente tende a chiudersi e a proteggersi, riducendo il campo visivo. Si tra!a di una reazione naturale, ma che è importante provare a ostacolare. Perché in quei secondi la capacità di memorizzare dettagli sulla persona che ci sta minacciando può diventare cruciale. Non serve osservare tutto ciò che ci circonda, ma serve osservare bene. Perché la memoria che si trova a vivere sotto stress non registra quantità, ma qualità.Il primo elemento da fissare è il volto, o almeno la parte che è visibile, di chi abbiamo davanti: la forma del naso, della bocca, eventuali cicatrici, tatuaggi, piercing, un’andatura particolare. Anche il modo di parlare può lasciare una traccia: accento, parole ricorrenti oppure il tono. Se il volto è coperto, concentratevi sulla corporatura,sull’altezza approssimativa rapportata a oggetti vicini, sul modo in cui muove le braccia o le mani, sulla sua gestualità. L’abbigliamento è un secondo pilastro della memoria: ci sono colori dominanti, loghi, scri!e, la presenza di cappuccio o berretto? L’errore più comune è tentare di ricordare tutto. È meglio scegliere due o tre elementi sicuri e fissarli mentalmente, come se si sca!asse una foto. È molto utile anche osservare ciò che l’aggressore tocca: un telefono, un coltello, una bici, un’auto. La targa del mezzo con cui si sposta, anche solo in parte, è un’informazione preziosa. Se ci sposta, ci strattona o ci parla da vicino, approfittate dell’occasione per annotare mentalmente odori: profumo, fumo, deodorante, sudore. Spesso vengono sottovalutati, ma si tratta di indizi che restano impressi più di altri particolari. Memorizzare naturalmente non deve significare esporsi a rischi inutili, magari fissando negli occhi il nostro aggressore o potenziale tale. Si tratta di un processo laterale: cogliere, registrare, lasciar andare. La priorità resta salvarsi. Ma anche nel caos, un de!aglio nitido può fare la differenza.

infatti  è fondamentale memorizzare più dettagli possibili durante un'aggressione, poiché aiuteranno le forze dell'ordine e il sistema giudiziario, ma la priorità assoluta è la sicurezza personale e la fuga, non la raccolta di prove; dopo aver raggiunto un luogo sicuro, è cruciale cercare aiuto medico (per certificare le lesioni) e denunciare l'accaduto, fornendo dettagli su aggressore, luogo, ora, dinamica e eventuali testimoni. 
Dettagli da memorizzare (se possibile e in sicurezza):
Aspetto dell'aggressore: sesso, età approssimativa, altezza, corporatura, colore occhi/capelli, eventuali segni particolari (tatuaggi, cicatrici), vestiti, voce, accento, odore.
Dinamica dell'evento: come è iniziata, azioni specifiche, parole usate, sensazioni fisiche.
Luogo e ora: indirizzo esatto, punti di riferimento, condizioni di illuminazione, orario.
Mezzi: eventuali veicoli (modello, colore, targa, anche parziale), armi.
Testimoni: presenza di altre persone, descrizioni. 

Cosa fare immediatamente dopo (Priorità Assoluta):
Allontanarsi: Raggiungere un luogo sicuro il più rapidamente possibile (negozio affollato, casa, stazione di polizia).
Chiamare i soccorsi (112): Segnalare l'aggressione e fornire i dettagli principali.
Cercare assistenza medica: Andare al pronto soccorso per farsi certificare lesioni, escoriazioni, segni di colluttazione, anche se appaiono lievi, per avere prove mediche.
Denunciare: Sporgere denuncia alle forze dell'ordine il prima possibile, fornendo tutti i dettagli raccolti. 
Perché è importante:
Le prove raccolte (certificati medici, dettagli precisi) sono fondamentali per l'indagine penale e per l'accertamento del reato (percosse, lesioni, ecc.).
Aiutano a identificare l'aggressore e a garantire che risponda delle proprie azioni. 

8.1.26

la vergogna non deve essere la fine di una storia.A volte è solo il punto da cui qualcuno trova la forza di ricominciare.Monica Lewinsky

 da  facebook



Nel 1998, una donna di 24 anni diventò la persona più famosa d’America.Per il motivo peggiore possibile.Si chiamava Monica Lewinsky.Due anni prima aveva solo 22 anni ed era una stagista alla Casa Bianca.Lui aveva quasi 50 anni. Ed era il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton.Quando la storia esplose, accadde qualcosa di nuovo e devastante.Prima dei social, prima che capissimo davvero cosa potesse fare l’umiliazione pubblica a una persona, Monica Lewinsky divenne una delle prime vittime di una gogna mediatica globale.I programmi televisivi la trasformarono in una barzelletta, sera dopo sera.I giornali analizzarono il suo corpo, i suoi vestiti, la sua personalità.Persone che non l’avevano mai incontrata si sentirono autorizzate a giudicarla, ridurla, schiacciarla.La carriera del presidente sopravvisse.La sua reputazione si ricostruì.Continuò a parlare, a scrivere libri, a essere rispettato.Monica no.Non riusciva a trovare lavoro.Non poteva uscire di casa senza essere fotografata.Non poteva esistere senza essere trasformata in uno scherzo.In seguito raccontò di aver attraversato una depressione profonda.Di aver avuto pensieri oscuri.Sua madre non la lasciava mai sola, per paura di perderla.A 24 anni, Monica Lewinsky voleva sparire.Perché il mondo intero la odiava per qualcosa accaduto quando era poco più che una studentessa, con un uomo che aveva tutto il potere.E così, a un certo punto, sparì davvero.Si trasferì a Londra.Smise di parlare con i media.Rifiutò di guadagnare sulla fama che tutti si aspettavano sfruttasse.Scelse il silenzio.E lo studio.Si iscrisse alla London School of Economics.Si laureò in psicologia.Studiò la vergogna.Cercò di capire ciò che quasi l’aveva distrutta.Per anni non disse una parola.Poi, nel 2010, un ragazzo di 18 anni si tolse la vita dopo essere stato umiliato online.Monica lesse quella notizia e capì qualcosa di terribile: lei era sopravvissuta a ciò che lui non era riuscito a sopportare.E capì che la sua sopravvivenza doveva avere un senso.Nel 2014 tornò a parlare, ma alle sue condizioni.Scrisse un articolo su Vanity Fair, raccontando la sua storia con la sua voce.Non quella dei titoli scandalistici.La sua.Questa volta, la reazione fu diversa.Per la prima volta, molte persone videro l’essere umano.Nel 2015 salì sul palco di TED con un discorso intitolato Il prezzo della vergogna.Si definì la paziente zero dell’umiliazione su Internet.Chiese empatia al posto del voyeurismo.Compassione al posto dell’intrattenimento.Quel discorso ha superato i 20 milioni di visualizzazioni.È diventato uno dei più visti nella storia di TED.Oggi Monica Lewinsky è una delle voci più forti contro il cyberbullismo.Parla nelle scuole.Aiuta i giovani vittime di odio online.Ha prodotto una serie per raccontare la sua storia senza filtri.Aveva 22 anni quando il mondo decise chi fosse.Ha passato i 25 anni successivi dimostrando che il mondo si sbagliava.Non cancellando il passato.Non urlando per difendersi.Ma trasformando il dolore in significato.Il mondo voleva che la sua storia finisse nella vergogna.Lei l’ha riscritta come sopravvivenza.Oggi ha 52 anni.È ancora qui.E continua a parlare, per chi oggi sta affrontando ciò che lei ha affrontato allora.Perché la vergogna non deve essere la fine di una storia.A volte è solo il punto da cui qualcuno trova la forza di ricominciare.

Scegliere di non diventare genitori è giusto e rispettabile, esattamente come chi decide di esserlo.

 


Quando i valorizzazione non fanno più notizia







Viviamo in un tempo strano.
Un tempo in cui tutti parlano, ma pochi ascoltano.
In cui tutto è veloce, immediato, usa e getta.
Anche le persone.
Siamo circondati da opinioni, giudizi, verità gridate a metà.
E nel rumore generale, quello che dovrebbe contare davvero finisce ai margini:
il rispetto, l’onestà, la gentilezza, la coerenza.
La nostra è diventata una società che premia l’apparenza,
che misura il valore in base a quello che mostri, non a quello che sei.
Si corre sempre: verso cosa, non si sa.
Si pretende tutto e subito, anche quando non è possibile.
E se qualcosa non va come vogliamo, il colpevole deve essere trovato subito.
Non importa chi, purché qualcuno paghi.
Abbiamo perso il senso del limite.
Il senso della responsabilità.
Il senso del pudore emotivo.
Il senso della gratitudine.
Si parla di “valori” come se fossero accessori opzionali.
Ma senza valori non si costruisce niente:
né relazioni, né comunità, né futuro.
Eppure, nonostante tutto, io continuo a credere che non sia tutto perduto.
Perché ci sono ancora persone che non si adeguano al rumore.
Persone che scelgono di essere corrette anche quando nessuno guarda.
Persone che chiedono scusa, che rispettano i tempi degli altri,
che preferiscono il dialogo allo scontro,
la sincerità all’apparenza,
la cura alla superficialità.
Sono poche, forse.
Ma esistono.
E sono loro a mantenere in piedi ciò che rimane di questa società fragile.
Non fanno rumore, non fanno scena, non fanno “notizia”.
Ma costruiscono.
Ogni giorno.
In silenzio.
Forse è da lì che dobbiamo ripartire:
dalla parte buona delle persone,
non da quella urlata.
Dalle cose semplici.
Dalle parole dette bene.
Dai gesti che non chiedono nulla in cambio.
Da quei valori che sembrano vecchi,
e invece sono l’unica cosa capace di riportarci a essere umani.
Dai gesti che non chiedono nulla in cambio.
Da quei valori che sembrano vecchi,
e invece sono l’unica cosa capace di riportarci a essere umani.

Lorien - L'Eco del Silenzio



7.1.26

tina tilocca ha spento 78 candeline ed è la donna down più longeva d'italia

 


Il caffe' del mattino



L’avevo notata appena entrata, la ragazza al banco.
Aveva un’espressione strana, tesa.
Ma non avevo confidenza e non volevo invadere la sua privacy, così ho fatto finta di niente.
Ho chiesto un caffè.
Ne avevo bisogno davvero, dovevo svegliarmi un po’.
Era caldo.
Troppo caldo.
E dopo il primo sorso ho capito: sapeva di bruciato.
Eh no.
Il caffè del mattino deve sapere di caffè.
È una regola non scritta.
Ho chiesto un po’ d’acqua.
Il proprietario, soddisfatto:
«Sentito che buono, signora? È caffè di ottima qualità.»
Ho pensato che due erano le possibilità:
o ti hanno truffato,
o la macchina ha qualcosa che non va.
Mi sono limitata a sorridere e annuire.
Troppo timida per dire la verità: era una ciofeca.
Dietro di me, a un certo punto, la ragazza ha risposto male.
Non forte.
Solo secca.
Il barista l’ha guardata un attimo, senza dire niente.
Lei allora ha abbassato lo sguardo.
Direi di essere stata un po’ aggressiva senza motivo,
sembrava dire quel gesto.
Il barista non ha reagito.
Ha continuato a fare quello che stava facendo.
Le ha passato il bicchiere, senza aggiungere altro.
Io sono uscita dal bar con un caffè imbevibile
e la sensazione di non essermi svegliata del tutto.
Ma anche con un pensiero leggero, quasi consolante:
forse la giornata non era iniziata storta solo per me.
E, in qualche modo,
mi sono sentita meno sola.

olimpiadi invernali 2026 i teodofori

 siti    consultati  

Lo so che manca ancora un mese , ma il percorso della fiaccola è già inziato nel silenzio ( o quasi . solo all'inizio e solo qu.elli locali delle tappe già percorse e da percorrere fino al 6 febbraio ) dei media . Ecco alcune storie dei tedofori




Le storie dei tedofori. Il ricercatore, gli studenti, la 90enne e il triatleta: "Che orgoglio la fiaccola"

Il fuoco e la neve, insieme. La tappa forlivese del viaggio della fiamma delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina è partita ieri mattina dallo stadio Morgagni intorno alle 12.30, in ritardo di un’ora rispetto al programma, anche per le difficili condizioni atmosferiche, con la neve che è caduta sulla Romagna dalla notte e per tutta la mattinata. L’arrivo della Torcia partita da Rimini ha toccato nel suo percorso Cesena, Forlì appunto, Faenza e Imola, prima di approdare a Bologna. L’itinerario complessivo è di oltre 12mila chilometri, con più di 10mila tedofori protagonisti di un passaggio che lega il Paese a questo evento storico.
A Cesena è stato il forlivese Samuele Piovaccari, 23 anni, che pratica triathlon e sci di fondo, ad accendere la fiaccola. I tedofori hanno portato la fiamma lungo viale Roma, attraverso piazzale della Vittoria, poi corso della Repubblica, piazza Saffi, via delle Torri, piazza Ordelaffi e corso Garibaldi prima di imboccare viale Bologna verso Faenza.
Numerosi i tedofori appartenenti al servizio pubblico Sapre Uonpia (servizio abilitazione precoce dei genitori), attivo al Policlinico di Milano. "Supportiamo e formiamo i genitori di bambini con malattie neuromuscolari – spiega la responsabile del servizio Chiara Mastella, una di coloro che hanno portato la fiaccola – per aiutarli a gestire la quotidianità e migliorare la qualità della vita familiare". Diverse le staffette, con prevalenza di giovani come Lorenzo Salvaderi, 15 anni di Paullo (Milano), Cristian Agostini, 18 anni di Santarcangelo, Matteo Ceccarelli, 19 anni di Savignano. E ancora: Lijun Lin di Milano, di 21 anni, Mosè e Pisana Sacerdoti e Tommaso Salvaderi rispettivamente di 19, 14 e 16 anni, tutti studenti milanesi. Ma ci sono anche Pisana Talamini, pensionata di 90 anni di Verona, e Paolo Parmeggiani, 58 anni, dirigente d’azienda di Bologna, colui che ha acceso il braciere olimpico in piazza Saffi.
Sono tante le storie di chi ha voluto dare anima e gambe al simbolo dei Giochi. "Sono un ‘bi-tedoforo’ – così ama definirsi il forlivese Fabrizio Organi, 59 anni, responsabile commerciale di Unieuro –, visto
che avevo partecipato anche all’edizione di Torino 2006. Amo lo sport, pratico ciclismo e sci e per me è un orgoglio continuare a essere un ambasciatore dei Giochi olimpici. La fiamma è un simbolo importante di unità e fratellanza, che rilancia ideali e coinvolge in una dimensione internazionale persone di diversi Paesi".
Un altro forlivese è Federico Della Salandra, studente di 24 anni di informatica, "orgoglioso di essere stato scelto". Per Filippo Piccinini, 40 anni, ricercatore dell’Irst e dell’Università di Bologna, nativo di Forlimpopoli ma residente a Faenza, si tratta della "realizzazione di un sogno. Ho l’opportunità di portare i valori della ricerca nel palcoscenico sportivo più importante del mondo". La sua attività si concentra sulla microscopia e la coltura tridimensionale di cellule tumorali. "Dopo 32 anni in cui ho seguito lo sport per lavoro – spiega l’ex giornalista del Carlino Ravenna Luca Suprani – corono un sogno. Lo sport insegna a non arrendersi mai, a rispettare gli avversari e le regole e a dare sempre il massimo".

Fra meno di un mese, con una doppia cerimonia a Milano e Cortina si alza il sipario sulle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026: si tratta della terza olimpiade invernale in casa Italia, dopo i Giochi di Cortina del 1956 e a 20 anni esatti dai Giochi di Torino. La corsa verso il d-day del 6 febbraio con l’accensione dei due bracieri ufficiali si fa serrata. Nelle Olimpiadi di neve e ghiaccio n.25, le prime con due città (distanti 400 km) a dare il nome all’evento e anche le prime decisamente diffuse (oltre a Milano e alla località ampezzana, sono sedi olimpiche Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, Tesero e Verona protagonista anche se solo per la cerimonia di chiusura), crescono ance le attese. L’obiettivo dichiarato sono 19 medaglie. Ma a rendere la cartolina in bianco e nero sono i ritardi dei lavori e i nodi della logistica. Il piano dei Giochi prevede 98 opere per un investimento complessivo di 3.54 miliardi di euro, di cui solo il 13% dedicate alle Olimpiadi e l’87% alla legacy, soprattutto per interventi stradali o ferroviari (per ogni euro destinato alle opere indispensabili ai Giochi, se ne spendono 6,6 per quelle che restano in eredità ai territori coinvolti). Il report fornito da Libera insieme alle 20 associazioni promotrici della rete civica Open Olympics 2026 evidenzia che solo 42 opere hanno una fine lavori prevista prima dell’evento: “il 57% degli interventi sarà completato dopo i Giochi, con l’ultimo cantiere che si chiuderà nel 2033”. Intanto prosegue il Viaggio della Fiamma Olimpica. Per Coca-Cola (sponsor dei Giochi) il viaggio attraverso i suoi tedofori è anche un racconto collettivo che intende promuovere valori universali attraverso realtà simbolo dell’impegno civile e dell’impatto sociale nel Paese. Ogni tappa è un’occasione per testimoniare come lo Spirito Olimpico possa estendersi oltre lo sport, trasformandosi in un’occasione concreta per promuovere inclusione, solidarietà e coesione sociale. Qui raccontiamo le storie-simbolo di alcuni tedofori.
La sfida della disabilità: il gesto di Benedetta
Benedetta De Luca ha portato la fiamma olimpica lo scorso 21 dicembre a Salerno. Avvocatessa, content creator e disability advocacy, oltre che fondatrice del brand “Italian Inclusive Fashion”, nota per il suo impegno nell’inclusione delle persone con disabilità. Nata con una malattia rara: l’agenesia sacrale, ha trasformato le sue sfide personali in forza, promuovendo una cultura dell’inclusione e abbattendo stereotipi. «Essere scelta come tedofora ha per me ha avuto valore enorme, umano prima ancora simbolico. Mi sono sentita vista, accolta, scelta per quello che sono, senza limiti». Dal primo momento, spiega Benedetta, «ho percepito attenzione, rispetto, cura: non solo nell’organizzazione, ma nel modo in cui sono stata accompagnata in ogni attimo di questa giornata». Il messaggio che voglio trasmettere con la mia presenza? «Portare la Fiamma olimpica per me significa illuminare un sogno collettivo: quello di un mondo che include e non lascia indietro nessuno. Con questa esperienza vorrei dire che ogni persona ha diritto di sentirsi parte, di sentirsi possibile, di sentirsi orgogliosa di sé. Io l’ho fatto portando in alto e con orgoglio la fiamma, fiera di chi sono, e spero che quella luce abbia acceso per chi era in strada a sostenermi e anche negli altri il coraggio di credere nel proprio valore»
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Benedetta De Luca
Benedetta De Luca

I volontari della Croce Rossa: «Ogni giorno facciamo lo stesso percorso, ma per aiutare gli altri»



Lo scorso 3 gennaio Croce Rossa Italiana è stata protagonista con un collective slot che ha visto coinvolti 20 volontari del Comitato di Carsoli, in provincia dell’Aquila. «Essere un tedoforo è un’emozione indescrivibile - racconta la volontaria di Croce Rossa Italiana Giorgia Camerlengo, portavoce del Croce Rossa Collective Comitato di Carsoli - È proprio in questo percorso che sento ardere quella stessa fiamma. Ogni giorno, in ogni azione. Non per i riflettori, ma per illuminare il cammino di chi è in difficoltà, per riscaldare un cuore solitario o per portare speranza in momenti bui». Il messaggio che vogliamo trasmettere? Essere portatori di luce, sia essa quella eterna dello sport o quella silenziosa e vitale dell’aiuto umanitario, è un onore e un privilegio. «Oggi porto con me non solo una fiamma simbolica, ma lo spirito di migliaia di volontari della Croce Rossa che, ogni giorno, sono al fianco del prossimo per accendere una nuova luce. Orgogliosa di rappresentare questi due mondi che corrono verso lo stesso: l’umanità». Il legame che unisce Coca-Cola al Comitato di Carsoli della Croce Rossa Italiana fu consolidato durante l’emergenza Covid-19, impegno che valse il conferimento a Coca-Cola HBC Italia della Medaglia di Benemerenza “Il Tempo della Gentilezza”, proprio da parte della Croce Rossa Italiana e su proposta del Comitato CRI di Carsoli.
I volontari della Croce Rossa italiana
I volontari della Croce Rossa italiana

Sport e natura: Raffaella l'ambientalista

A portare la fiamma olimpica, lo scorso 22 dicembre a Castellamare di Stabia (nel Salernitano) è toccato a Raffaella Giugni, segretario generale della Fondazione Marevivo, nata come associazione nel 1985 da un’idea della madre, Rosalba Giugni. Dopo una carriera nell’imprenditoria, ha scelto di dedicarsi completamente alla missione ambientalista di Marevivo, che da 40 anni lavora quotidianamente per tutelare l’ecosistema marino attraverso campagne di sensibilizzazione e progetti di educazione alla sostenibilità. Tra le iniziative più recenti, Marevivo ha lanciato “MedCoral Guardians”, il primo progetto di restauro dei coralli del Mediterraneo. «Essere scelta da Coca-Cola come tedofora è per me un grande onore e una responsabilità. La Fiamma Olimpica rappresenta valori universali in cui credo profondamente: impegno, rispetto, solidarietà e pace. Portarla significa dare visibilità a un messaggio che unisce sport e società, ma anche ricordare quanto sia importante custodire il patrimonio naturale che rende possibile lo sport. In qualità di Segretario Generale di Marevivo, sento questo ruolo anche come un riconoscimento all’impegno quotidiano per la difesa del mare e dell’ambiente, temi che oggi non possono più essere separati dal futuro dello sport». Con la Fiamma Raffaella vorrebbe «trasmettere l’idea che sport e natura siano alleati e non mondi separati. Lo sport ci insegna il rispetto delle regole, dei limiti e degli altri: gli stessi principi che dovremmo applicare al nostro rapporto con l’ambiente. In un contesto come Milano-Cortina che unisce città e montagna, tradizione e futuro, il messaggio è chiaro: possiamo vivere grandi eventi e grandi emozioni solo se impariamo a prenderci cura degli ecosistemi che ci ospitano. La Fiamma Olimpica è un simbolo di energia e speranza: sta a noi fare in modo che questa energia sia anche sostenibile e orientata alle nuove generazioni».
Raffaella Giugni
Raffaella Giugni

Con Massimo corre la legalità



Massimo Vallati è stato tedoforo lo scorso 7 dicembre a Roma. Fondatore di Calciosociale, progetto nato nel 2005 a Corviale per trasformare il calcio in uno strumento di inclusione, legalità e coesione sociale, Massimo è ex calciatore e attivista, ha creato il Campo dei Miracoli, un centro polisportivo dove le regole premiano solidarietà e rispetto, oltre ai gol. L’iniziativa coinvolge persone di ogni età e abilità, promuovendo empatia e cittadinanza attiva. Vallati è impegnato nella rigenerazione urbana e nella lotta alla criminalità, nonostante intimidazioni e minacce che hanno rafforzato la sua determinazione. Oggi Calciosociale è un modello replicato in altre regioni italiane e all’estero, riconosciuto come esempio innovativo di sport al servizio della comunità. La sua storia ispira a credere nel potere dello sport di generare cambiamento e nel coraggio di chi non si arrende di fronte alle difficoltà, proprio come lo spirito olimpico insegna. «Essere tedoforo è il riconoscimento di un percorso fatto di persone, sogni e impegno quotidiano - spiega - In quel momento non ero solo: correvo per una comunità che cresce insieme, per chi ogni giorno trasforma il campo in un luogo di accoglienza, rispetto e speranza. La recente inaugurazione della Curva dei Miracoli, la prima curva antimafia d’Italia, nasce proprio da questo spirito: un simbolo di etica, positività e gioia, pensato per rendere il nostro centro ancora più vivo e per dimostrare che lo sport può essere un potente strumento di cambiamento».Massimo Vallati
Massimo Vallati

Marco e il gesto semplice del Banco alimentare



Marco Lucchini, co-fondatore e segretario generale della Fondazione Banco Alimentare - organizzazione che coordina una rete diffusa in tutta Italia per il recupero delle eccedenze alimentari e la loro redistribuzione a chi ne ha più bisogno- correrà con la fiamma olimpica in Lombardia i primi giorni di febbraio. Sotto la sua guida, Banco Alimentare ha promosso campagne nazionali come la Colletta Alimentare ed è stato protagonista nell’introduzione di normative fondamentali, come la Legge del Buon Samaritano, che hanno reso possibile il recupero di milioni di pasti ogni anno. La sua storia dimostra che anche attraverso la gestione di un bene semplice come il cibo si possono costruire reti di comunità, restituire dignità e generare speranza. «Portare la Fiamma Olimpica significa dare visibilità a una rete fatta di volontari, imprese e istituzioni che ogni giorno lavora per trasformare lo spreco in risorsa e per non lasciare indietro nessuno - spiega Lucchini - È un momento profondamente simbolico, che celebra il valore della solidarietà come forza capace di unire e generare cambiamento. La Fiamma Olimpica, aggiunge «rappresenta un messaggio universale di speranza, responsabilità e comunità. Attraverso questa esperienza vorrei ricordare che anche i gesti più semplici - come prendersi cura del cibo e condividerlo - possono diventare strumenti potenti di giustizia sociale. Il mio augurio è che questa Fiamma accenda una maggiore consapevolezza sul valore del cibo, che non coincide con il suo prezzo, ma con il suo scopo che è nutrire ogni persona. Recuperarlo e poi condividerlo, offre l’opportunità di accogliere e avere cura del prossimo riconoscendone la dignità e l’impegno di tutti coloro che hanno partecipato a questa catena di solidarietà. Tutto ciò genera legami positivi e costruttivi tra chi produce, chi dona e chi riceve, perché il bene si trasforma e genera altro bene. È nello spirito olimpico che credo profondamente: fare squadra e affrontare le difficoltà come opportunità di originare il bene comune, con e per tutti».
Marco Lucchini
Marco Lucchini

Alessandro da San Patrignano, per tutti i ragazzi che lottano contro le dipendenze



E tra i tedofori delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, il 5 gennaio, c'è stato anche Alessandro Carraro, un ragazzo che ha concluso il suo percorso nella comunità di San Patrignano e ha rappresentato gli oltre 800 ospiti presenti nella struttura correndo con la fiaccola olimpica uno dei tratti finali della tappa Ancona-Rimini. «È un onore e un orgoglio ricoprire questo ruolo a nome delle tante ragazze e ragazzi che si impegnano ogni giorno per riprendere in mano le loro vite in comunità – ha raccontato –. Correre con la fiaccola per me ha un significato davvero profondo, perché simbolo di rinascita che mi permette di guardarmi indietro e di vedere la tanta strada percorsa e dove sto andando». Alessandro, entrato a San Patrignano per ritrovarsi dopo una vita segnata da dipendenze e emarginazione, si è fermato in comunità per dare una mano agli altri: «So quanto è stato importante avere al mio fianco persone che avevano vissuto le mie stesse difficoltà e per questo ho voluto donarmi a mia volta. Ho corso non solo per chi è in comunità, ma anche per i tanti ragazzi che hanno problemi di dipendenza e che ancora non hanno trovato la forza di chiedere aiuto».
Alessandro Carraro
Alessandro Carraro


Olimipiadi invernali 2026

   come ho raccontato le olimpiadi e le paraolimpiadi del 2024 anche quest'anno proverò a raccontare le storie delle olimpiadi invernali che A partire dalla XVII edizione più precisamente dal 1994 i Giochi olimpici invernali sono sfalsati di due anni rispetto ai Giochi olimpici estivi.
Quest'anno I XXV Giochi Olimpici Invernali si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026. La cerimonia di apertura avrà luogo allo stadio di San Siro a Milano, mentre la cerimonia di chiusura si svolgerà a Cortina d'Ampezzo.Le gare si svolgeranno in diverse città, tra cui Milano, Cortina d'Ampezzo, Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, e Tesero. Questa edizione segna una novità, poiché è la prima volta che due città ospitano i Giochi invernali insieme.Saranno disputate 16 discipline olimpiche e 6 discipline paralimpiche, con oltre 3.500 atleti


provenienti da più di 90 nazioni. Tra le discipline olimpiche ci saranno sci alpino, biathlon, snowboard, hockey su ghiaccio, e per la prima volta, lo sci alpinismo.Questa edizione delle Olimpiadi Invernali non solo celebra lo sport, ma promuove anche valori di inclusione, sostenibilità e benessere, riflettendo la cultura italiana contemporanea. Sarà un evento memorabile che unirà diverse regioni e città del nord Italia in un'unica celebrazione.Essi si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026. La cerimonia di apertura avrà luogo allo stadio di San Siro a Milano, mentre la cerimonia di chiusura si svolgerà a Cortina d'Ampezzo.Località: Le gare si svolgeranno in diverse città, tra cui Milano, Cortina d'Ampezzo, Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, e Tesero. Questa edizione segna una novità, poiché è la prima volta che due città ospitano i Giochi invernali insieme.Saranno disputate 16 discipline olimpiche e 6 discipline paralimpiche, con oltre 3.500 atleti provenienti da più di 90 nazioni. Tra le discipline olimpiche ci saranno sci alpino, biathlon, snowboard, hockey su ghiaccio, e per la prima volta, lo sci alpinismoQuesta edizione delle Olimpiadi Invernali non solo celebra lo sport, ma promuove anche valori di inclusione, sostenibilità e benessere, riflettendo la cultura italiana contemporanea. Sarà un evento memorabile che unirà diverse regioni e città del nord Italia in un'unica celebrazione.

6.1.26

La fatica di essere gentili di © L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort

diamo il benvenuto alla nuova utente proprietaria del bellissimo spazio facebook L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort in cui le « Parole lente per chi sente più di quanto dica. Uno spazio quieto dove fermarsi, respiraree riconoscersi in pensieri semplici e veri.Qui il tempo rallenta, e qualcosa resta.» Non so che altrodire una parola è poco e due sono troppe .





La fatica di essere gentili

La gentilezza non fa rumore. Non arriva prima, non si impone, non vince. Spesso passa inosservata. La si confonde con la debolezza, con il lasciar perdere, con il non rispondere. E invece, quasi sempre, è una scelta faticosa. Essere gentili oggi richiede tempo. Richiede rallentare quando tutto spinge ad accelerare. Richiede ascoltare quando sarebbe più facile chiudere. Richiede trattenere una parola che ferisce, anche quando sarebbe legittimo dirla. La gentilezza non è istinto. È disciplina interiore. Nasce quando si decide di non scaricare sull’altro il peso di una giornata storta, di una frustrazione antica, di una rabbia che non c’entra nulla con chi abbiamo davanti. In un mondo che premia la reazione immediata, la gentilezza è un atto controcorrente. Non perché sia morale, ma perché è scomoda. Chiede presenza. Chiede responsabilità. Chiede di restare umani quando sarebbe più semplice diventare duri. Forse per questo è così rara. E così necessaria. Perché la gentilezza non risolve tutto, ma spesso è l’unica cosa che impedisce alle ferite di moltiplicarsi. E non ha bisogno di essere applaudita. Basta che continui a esistere, anche quando costa.
L’Eco del Silenzio
 





5.1.26

Vergognatevi che siete tutti/e genitori perfetti e giudicate quelli ai quali sono morti dei figli, 40 ragazzi, in un locale in Svizzera.

Prima di giudicare i parenti delle vittime dall'alto del.vostro essere perfetti, guardatevi queste immagini
che mostrano il dolore di una sorella che ha perso un fratello di appena sedici anni e di una nonna che ha perso un nipote. Ed auguratevi di non trovarvi MAI al loro posto. Video di TGR Emilia Romagna. Leggo della gogna mediatica alla quale sono sottoposti i genitori dei ragazzi deceduti o dispersi nella strage di Capodanno in Svizzera. Post e commenti che vengano principalmente da genitori evidentemente perfetti. Con figli perfetti. Che non sbagliano mai. Che comandano perfettamente i loro figli che alle 22 tornano a casa, non bevono, non fumano. Sono perfetti come loro e quindi condannano i genitori dei ragazzi morti ed i ragazzi stessi. Ma come ca××o vi permettete? Che razza di umanità avete? Siete convinti che i vostri figli, i nostri figli non possano morire comunque per una disgrazia pur non bevendo alcoolici o rientrando alle 22? Si, possono morire anche alle 17 uscendo di casa. O alle 10 soffocati a scuola mangiando un panino. Vi credete perfetti, esenti da una disgrazia, quando nessun genitore lo è. Neanche io. Ma a differenza vostra mi ricordo bene di quando a 16 anni andavo a ballare di nascosto sino alle sei del mattino. Bevevo alcoolici e fumavo. Chi non lo ha fatto? << Da madre ora do il permesso ai miei figli di uscire, ma cosa ne sappiamo come si comportano realmente quando non li vediamo? Quei ragazzi sono morti non perché avevano bevuto alcoolici o perché la notte di Capodanno hanno fatto tardi in un locale, ma perché lo stesso aveva problemi di sicurezza ed è bastata una scintilla per farlo andare a fuoco. E se in un primo momento quei poveri ragazzi sono rimasti a guardare il fuoco è perché neanche loro sapevano esattamente cosa stesse accadendo.Sono morti 40 ragazzi giovanissimi. Dai 13/14 anni in su e voi vi permettete di dirgli che hanno sbagliato loro ad avere voglia di divertirsi o i genitori che li hanno mandati? >> ( maria vittoria dettoto cronache della sardegna ) Qui gli unici,  come  dice  sempre  cronache  della  saregna    con il video  che  riporto  sotto  ( ma  se  per  problemi   di  incorporazione  non l oveste  vedere  se   lo   fa  vedere  lo trovatre  qui ) , che si devono vergognare siete VOI. Vi auguro che non vi accada mai una disgrazia del genere e di dovervi pure sentire criticati da migliaia di imbecilli che neanche sanno cosa vuol dire avere un figlio morto. Mi dissocio in toto dai vostri vergognosi commenti 
 che  riporto     giusto per    dovere  di cronaca
 
    
  

con questo è tiutto alla prossima

notte della befana da account facebook L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort

 

La notte della Befana

La Befana arriva quando è notte piena,
con la scopa consumata
e l’aria di chi ha visto passare gli anni.
Scende piano, senza fare rumore,
come chi conosce le case
e non vuole svegliare nessuno.
Non guarda solo chi è stato buono,
né fa davvero conti.
Lascia qualcosa a tutti:
un dono, una burla,
a volte solo un segno
per dire “sono passata”.
Sotto il cappello sgualcito
non c’è una strega cattiva,
ma una donna antica,
che riconosce la fatica
e non chiede spiegazioni.
Porta carbone a chi deve fermarsi a capire,
dolci a chi sa ancora aspettare,
e a chi non chiede più nulla
lascia una presenza discreta.
La notte dell’Epifania
non chiede desideri perfetti.
Basta lasciare uno spazio aperto,
una finestra,
un pensiero meno duro del solito.
E al mattino
resta quello che c’è.
Una calza da svuotare,
una cucina in silenzio,
il giorno che ricomincia
senza effetti speciali.
La Befana questo fa:
passa,
lascia tracce,
e se ne va.

Le note che ci tengono in piedi

  C’è qualcosa nella musica che non riusciamo a spiegare davvero. Possiamo dire che rilassa, che dà energia, che consola. Ma in realtà fa un...