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20.5.26

ottima. iniziativa in occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, gli studenti della scuola Futura Istruzione e Formazione Professionale

 da  

Cristian Adriano Porcino Ferrara



In occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, gli studenti della scuola Futura Istruzione e Formazione Professionale hanno risposto con una partecipazione straordinaria, attenta e sincera. Insieme abbiamo scavato a fondo, provando a smontare quei meccanismi quotidiani e spesso invisibili che si celano dietro la discriminazione e l’omofobia.
Questo evento nasce dal progetto "Costruire il rispetto", un percorso nato proprio per essere portato nelle scuole e che ha preso vita dalle pagine del mio libro, “Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio”. Vedere quelle parole trasformarsi in dialogo, sguardi e riflessioni concrete tra i banchi è stata un'emozione immensa.
Ci tengo a ringraziare di cuore:

- La scuola FUTURA Istruzione e Formazione Professionale, per aver creduto fin dal primo momento in questo progetto e nella forza dell'educazione inclusiva.

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- L'avvocato Santina Caffo , Vice Comandante della Polizia Locale di Misterbianco, che con il suo prezioso contributo e la sua competenza ha arricchito e impreziosito questa mattinata di confronto
ù

.
Ascoltare, comprendere, rispettare. Insieme facciamo la differenza.

«Sono un poeta mar­xi­sta e lotto per Porto Mar­ghera Mio figlio impren­di­tore? Non l’ho indot­tri­nato» Fer­ruc­cio Bru­gnaro, papà del sin­daco uscente di Vene­zia «Zan­zotto mi apprez­zava, sono pub­bli­cato anche all’estero»

 

corriere della sera. 
Dal nostro inviato a Vene­zia Andrea Pasqua­letto
20 ma 2026


Nello studio Ferruccio Brugnaro,
90 anni il prossimo 19 agosto, padre del sindaco di Venezia Luigi, ha lavorato come operaio a Porto Marghera. Sopra, la copertina di una delle sue raccolte di poesie che include uno scritto di Andrea Zanzotto

Novant’anni por­tati splen­di­da­mente, cami­cia a qua­dri colo­rati, l’aria del vec­chio com­bat­tente, Fer­ruc­cio Bru­gnaro ci guida in que­sta sua casa tap­pez­zata di libri. Sulla parete spunta la foto gigante di Sal­va­dor Allende, il pre­si­dente mar­xi­sta del Cile che rifiutò fino alla morte la resa al golpe mili­tare di Pino­chet: «Grande»; più in là un poster rosso della Wor­king Class e nel cor­ri­doio, a vigi­lare su tutto, lui: Che Gue­vara con il mani­fe­sto della resi­stenza, «...ci sono uomini che lot­tano tutta la vita, essi sono gli impre­scin­di­bili». E Bru­gnaro fa sì con la testa.

In fami­glia Sopra, Fer­ruc­cio Bru­gnaro con suo figlio Luigi, sin­daco di Vene­zia, e la moglie Maria, venuta a man­care lo scorso novem­bre. A destra, il poeta nella sua casa di Spi­nea, a Vene­zia

Sem­pre sulla brec­cia.

«Sono più pre­oc­cu­pato oggi del 1943 quando vedevo le bombe cadere come corian­doli. C’è qual­cosa di più nega­tivo. Il mondo bru­cia e i gover­nanti sono avidi di domi­nio. È come se ci fosse stato un arre­tra­mento della sto­ria umana. L’egoi­smo e la sopraf­fa­zione stanno pren­dendo il soprav­vento sulla fra­ter­nità e il mondo sem­bra andare verso l’auto­di­stru­zione. Trump dice cose paz­ze­sche... Sulla guerra l’avevo scritto molti anni fa come la penso».

Cioè?

Si alza, esce dal salot­tino e torna con una spe­cie di papiro: «Dob­biamo met­terci con­tro sem­pre... la guerra mas­sa­cra noi ope­rai, noi popolo, col­pi­sce noi soprat­tutto... è con­tro di noi sfrut­tati, donne, gente sem­plice, è la festa dei domi­na­tori, non chia­ma­teci più a que­sta festa...». La firma è la sua.

Fer­ruc­cio Bru­gnaro è un poeta ribelle, famoso a Vene­zia per le lotte ope­raie di Porto Mar­ghera dove è stato una colonna del sin­da­cato fino alla pen­sione. Un sim­bolo del pro­le­ta­riato, un uomo libero, un’anima inquieta. Iniziò distri­buendo volan­tini dopo averli cari­cati di versi potenti, imme­diati, anche rudi. («Fur­fanti, ladri di vite, avete ammaz­zato e ammaz­zate ancora... infame silen­zio»). Negli anni è diven­tato un autore rico­no­sciuto a livello inter­na­zio­nale. I suoi testi cir­co­lano nelle rivi­ste di mezzo mondo, dagli Stati Uniti alla Cina. In Ita­lia sono stati rilan­ciati da Andrea Zan­zotto, in Ame­rica da Jack Hir­sch­man vicino alla beat gene­ra­tion. Ma Bru­gnaro non è solo un poeta. È anche il padre di Luigi, il sin­daco di Vene­zia in sca­denza di man­dato che da impren­di­tore ha fon­dato Umana, 1.500 dipen­denti, fra i lea­der in Ita­lia nella «som­mi­ni­stra­zione di lavoro».

Padre e figlio, l’ope­raio e l’impren­di­tore, il sin­da­ca­li­sta che ha sem­pre com­bat­tuto la schia­vitù del lavoro e chi il lavoro l’ha creato nella forma meno gra­dita al sin­da­cato. Fer­ruc­cio è stato poi una ban­diera della difesa ambien­tale di Porto Mar­ghera e Luigi è ora accu­sato di aver ten­tato di ven­dere un’area inqui­nata pro­prio da quelle parti, fra terra e laguna. Sono accuse per lui molto dolo­rose.

Ma par­tiamo dal poeta, dove nasce la sua rab­bia?

«Nasce dalla povertà che ho visto, dalle sof­fe­renze dei con­ta­dini, dei mez­za­dri, da una ter­ri­bile fab­brica di chiodi a Porto Mar­ghera dove facevo i turni e vedevo che le per­sone diven­ta­vano niente. Nasce dai mal­trat­ta­menti delle donne che lavo­ra­vano nelle vasche bol­lenti di zinco, dai com­pa­gni del Petrol­chi­mico dove ero andato a lavo­rare pen­sando a un salto di qua­lità nella grande indu­stria e invece era­vamo ancor più espo­sti a qual­siasi veleno. Una notte ho detto basta e ho fer­mato il sistema di ven­ti­la­zione che por­tava den­tro i fumi delle cimi­niere. “Ora ti licen­ziano”, dice­vano gli altri. Mi sospe­sero per tre giorni e da lì ini­ziai la mia lotta lunga una vita».

E la poe­sia?

«Noi ave­vamo dif­fi­coltà a far valere le nostre ragioni per­ché non era­vamo all’altezza del con­fronto con la classe padro­nale, lau­reata, scal­tra, pre­pa­rata. Noi no, noi ave­vamo solo la forza della ragione che però non sape­vamo tra­durre in parole. E così comin­ciai a scri­vere. Ma la prosa e i rac­conti non attec­chi­vano. Ci voleva uno stru­mento più agile, più scarno, più spo­glio e imme­diato: la poe­sia. E come forma di dif­fu­sione scelsi quella del volan­tino ciclo­sti­la­bile. Era­vamo 2 mila alla Mon­te­fi­bre ma rap­pre­sen­tavo anche i 40 mila chi­mici di Mar­ghera. E poi ho ini­ziato a distri­buire anche a Milano, Torino, Brin­disi, in Sici­lia e in Sar­de­gna. E pure all’estero. Aspetta che ti fac­cio vedere».

Va nello stu­dio e sta­volta torna con un libretto di poe­sie e una rivi­sta pub­bli­cate da edi­tori indi­pen­denti fran­cesi che rilan­ciano i suoi versi d’urto.

La fab­brica come la guerra? «Ci sono delle affi­nità: la tra­sfor­ma­zione degli uomini in cose, la degra­da­zione del- l’anima, la tiran­nia sul corpo, le mac­chine, le intos­si­ca­zioni, l’amianto... Io dico che in que- sto nostro mondo manca soprat­tutto una cosa».

Cosa?

«La donna. È molto più avan­zata dell’uomo. Alla fine del ’900 fre­quen­tavo biblio­te­che, bar e piazze dove le donne par­la­vano di cose che non ho mai sen­tito dire all’uomo. Loro hanno una schiet­tezza, una comu­ni­ca­tiva, un equi­li­brio... sono una mera­vi­glia della natura. L’uomo è invece egoi­sta e pre­tende cose assurde dalla donna. Noi saremmo già andati a sbat­tere senza di loro che sono il freno rego­la­tore dell’uma­nità. La donna è il miglior mezzo di comu­ni­ca­zione che esi­sta sulla terra. Ho scritto un pic­colo sag­gio pren­dendo spunto da mia moglie Maria: Ritratto di donna. Ma ci sono tante Marie in giro, por­tate a rin­ne­gare sé stesse per il maschio».

La più grande gioia?

«Pro­prio l’amore di Maria che è durato una vita. Maria era il soste­gno, la dispo­ni­bi­lità, la com­pren­sione, non ave- va mai nulla con­tro nes­suno e cer­cava sem­pre il posi­tivo nelle per­sone. Per tanti anni ha inse­gnato ai bam­bini e anche a me. Un rife­ri­mento costante, un baluardo. Lo era lei ma lo è la donna in gene­rale».

Il dolore?

«La morte di Maria che se n’è andata sei mesi fa. Mi manca tanto, mi ha lasciato una situa­zione dura da supe­rare per me. Lei era molto ener­gica, molto dina­mica, molto pre­sente».

Che rap­porto aveva con il «mae­stro» Andrea Zan­zotto?

«Lui ha capito subito la mia poe­sia. Posso rac­con­tare un epi­so­dio: nel 1963 pre­sento “Il gelo dell’acciaio” ad Alte Cec- cato, per un pre­mio che aveva Zan­zotto fra i giu­rati. Vince un certo Alba­nese, impo­sto da chi finan­ziava il pre­mio. Assi­sto a una disputa fra Zan­zotto e gli altri giu­rati: diceva “guar­date che qui c’è una novità, da una parte l’acciaio oggi rap­pre­senta una cosa for­mi­da­bile, può essere di enorme pro­gresso, i grat­ta­cieli, i ponti; dall’altra è l’auto­di­stru­zione, gli alti­forni, i lavo­ra­tori...”. Aveva messo per­fet­ta­mente a fuoco tutto, ecce­zio­nale. Lui aveva il dono della sin­tesi ed era intel­li­gen­tis­simo».

Cosa è rima­sto del Petrol­chi­mico?

«Tante morti e tante malat­tie».

Come rac­con­te­rebbe oggi Porto Mar­ghera in un volan­tino?

«Porto Mar­ghera ha dato una rispo­sta a tanta povertà ma a un prezzo altis­simo in ter­mini di salute e non è ancora finita. È stato la spe­ranza di uscire da un mondo di fango e di deso­la­zione. Sarebbe andata diver­sa­mente se la classe padro­nale non avesse avuto la fretta del pro­fitto e dell’accu­mulo. Per il futuro mi auguro che chi si tro­verà a gestire quelle aree tenga conto del pas­sato».

Suo figlio Luigi, sin­daco di Vene­zia, è pro­prie­ta­rio di una di que­ste aree, i Pili, ed è finito sotto inchie­sta per aver ten­tato di ven­derla. Un’area inqui­nata, come la vede?

«Pre­messa, io amo molto la natura: i fiumi, la laguna, i prati, le piante, gli ani­mali. E sono par­ti­co­lar­mente sen­si­bile ai rifiuti tos­sici e all’inqui­na­mento. Mi ha fatto molto male que­sta sto­ria per­ché ha toc­cato l’one­stà di mio figlio che invece ha dato tutto per la sua città. Io penso che ci sia die­tro una grande mon­ta­tura dovuta al fatto che Luigi ha avuto con­tatti con que­sto impren­di­tore orien­tale con il quale però mica ha con­cluso niente. Spero che la vicenda venga chia­rita al più pre­sto per­ché lui ci sof­fre da morire. Penso che un giorno lo rim­pian­ge­ranno».

Al di là delle vicende penali lei ha sem­pre lot­tato con­tro i padroni del vapore e Luigi è un padrone del vapore.

«Maria ed io abbiamo cre­sciuto i nostri figli (oltre a Luigi, pri­mo­ge­nito, c’è Gabriele, ndr) nella mas­sima libertà e senza alcun indot­tri­na­mento. E abbiamo sem­pre rispet­tato que­sta loro libertà».

E rispetto a Umana che nasce come società di lavoro tem­po­ra­neo?

«Sono sem­pre stato con­tro que­ste forme di lavoro che non danno molte tutele. Ma c’è una legge che le con­sente e Luigi l’ha appli­cata. Non ha inven­tato niente da que­sto punto di vista».

Cosa pensa della legge?

«Era meglio che non la faces­sero».

Lei potrebbe per­met­tersi una casa più comoda. Per­ché resta qui?

«I miei figli vor­reb­bero che andassi da loro ma in que­sto appar­ta­mento, dove hanno abi­tato anche Luigi e Gabriele, ho i miei spazi, i miei libri, i miei tempi. Posso riflet­tere. Noi abbiamo sem­pre vis­suto molto libe­ra­mente e i ragazzi hanno ini­ziato ad andare in giro da gio­va­nis­simi. In ogni caso li vedo spesso, anche per­ché ho sei nipoti. Gabriele è in pen­sione e ora fa il pit­tore».

Il sin­daco legge le sue poe­sie?

«Le legge eccome e ne discu­tiamo. Dice che sono dure ma capi­sce da dove arri­vano».

A chi dà il voto?

«Io sono mar­xi­sta-leni­ni­sta e ho sem­pre votato comu­ni­sta. Adesso non saprei, è diven­tato un pro­blema».

Luigi ha gui­dato una giunta di cen­tro­de­stra, lo votava?

«Scusi ma ora devo pro­prio andare».

anche il. cibo. puo essere resistenza . la. storia della La trattoria San Filippo Neridi Milano che apre alle 4 del mattino e serve risotti a 9 euro

da mens.it 

Il nome è da oratorio, l’atmosfera da birreria con uso di ballo, ma si tratta di una delle trattorie più economiche di Milano. San Filippo Neri si trova in NoNoLo, ovvero a nord di NoLo, su viale Monza 220, proprio all’uscita della fermata Precotto della linea rossa della metropolitana, ciò che la rende vicina anche se il centro di Milano è più lontano di quello di Sesto San Giovanni. Ed è un posto francamente irresistibile per i motivi che ora vi elenco.
La trattoria di Milano che apre all’alba
Uno. È un luogo davvero democratico e inclusivo, ma di un’inclusività naturale. Dentro ci trovi di tutto: studenti, stranieri, operai (soprattutto a pranzo), migranti, foodies in libera uscita dall’alta cucina.
Due. È un locale ampio che si sviluppa in numerosi ambienti all’interno e all’esterno e che dà rifugio probabilmente ad almeno duecento persone contemporaneamente, e dove la prenotazione è prevista, sì, ma alla fine si trova posto per tutti, magari mettendo assieme degli sconosciuti in tavolacci lunghi antesignani dei social table.






L’Insalata russa

Tre. Il rapporto qualità prezzo è davvero tra i migliori di Milano e fa perdonare anche un servizio spicciativo (ma efficiente, alla fine), disimpegnato da un plotone di camerieri con magliette nere goliardicamente brandizzate (“Mondeghili e Sanfi?”). Un posto da visitare per riscoprire una Milano profonda e reale (che noia la parola: autentica), un po’ brutalista, spiccia e lontana da ogni retorica. Un posto che copre nel modo più diretto la distanza tra l’aspettativa e la sua realizzazione.

Il locale dove finiscono tutti






In ogni caso: entro dall’ingresso da balera e qualcuno dopo aver frettolosamente verificato la mia prenotazione con l’aria di chi poco importa, mi chiede dove voglio sedermi, se dentro o fuori, appunto. Io scelgo di stare rimpannucciato tra quattro mura, rinunciando al clima da sagra che mi è apparso palese sbirciando fuori, ma è fine aprile e fa freschino ma passerò la serata nella convinzione di essermi perso qualcosa. Finisco comunque in un tavolo quasi d’angolo. Mi guardo davanti. Tovaglia a scacchi bianchi e rossi coperta da un’altra rosso carminio. Apparecchiatura elementare: bicchieri dal passato glorioso testimoniato dall’opacità del vetro, barattolino con gli stuzzicadenti, tovaglioli di carta. Mi guardo attorno. Pavimento in graniglia, muri bianchi pieni di poster e foto di ogni genere, davanti a me una Marilyn d’annata (anche senza apostrofo) e il celebre pranzo degli operai newyorkesi sospesi nel vuoto e seduti su una trave del grattacielo che stanno costruendo. Cerco un senso, un fil rouge. Non lo trovo, ma pazienza.

La trattoria che resiste alla Milano dei prezzi folli






Il menù

Arriva un sacchetto con dentro del pane di umile fattura (niente lieviti madre, niente farine di grani antichi, solo un onesto operaio alimentare), poi il menu, un A4 contenuto in una protezione in plastica da raccoglitore. I prezzi appaiono subito fuori scala rispetto a Milano: antipasti tutti a 7,50 euro, primi a 9, secondi con contorno a 15,50, contorni a 3,50 e dessert pure.

Che cosa si mangia da San Filippo Neri

Con la mia accompagnatrice scelgo un Tonnato della casa con capperi che rinuncia a qualsiasi pretesa à la Diego Rossi ma si mostra onesto e saporito. Poi del Mondeghili alla milanese con polenta di accettabile fattura e un’Insalata russa della casa che sposto dai contorni agli antipasti, evidentemente fatta in casa e buona davvero. Proseguiamo con una Trippa alla milanese con fagioli bianchi e patate, con una Valdostana di vitello con prosciutto cotto e fontina che comprende una ratatouille di verdure fresche. Poi una porzione di Tiramisù e una Torta mele e cannella. Ma nel resto del menu puoi trovare una buona rappresentanza della cucina padana: Risotto con gorgonzola e noci, Brasato di vitello al vino bianco con polenta, Coniglio alla ligure con olive taggiasche e polenta. Non affronto i secondi di pesce (Calamaretti e totani in guazzetto, Filetto di orata gratinato alla senape) scoraggiato dagli asterischi che segnalano che la materia prima è surgelata. Nulla di male, ma preferisco soprassedere. Scoprirò dopo anche di non aver ordinato nessuna delle specialità di Sanfi: il Risotto, appunto, e la Lasagna (anzi la lasagnetta) preparata ogni giorni in un modo differente.






Il Vitello tonnato
Che cosa si beve

Da bere c’è una lista di bottiglie con ricarichi commoventi (una Bonarda dell’Oltrepò a 7,50 euro, come molte altre bottiglie, un solo vino che supera i 30 euro ed è un Franciacorta Satèn). Noi scegliamo un mezzo litro della casa rosso fermo, che viene via con 4,50. Se scegli una bottiglia compaiono sul tavolo anche dei bicchieri da vino dignitosi, noi dobbiamo accontentarci di quelli da osteria, con lo stelo che sembra il polpaccio di un centravanti. L’acqua minerale da mezzo litro costa 1 euro, meno che al bar, i cocktail 6 euro. Di fronte a questi prezzi appaiono perfino esagerati i 4 euro richiesti per un bicchiere di Amaro Sanfilippo, pubblicizzato sulle tovagliette di carta che decantano la bontà anche del gin brandizzato (un gin tonic costa 6 euro).







La Valdostana con ratatouille
Il conto

Nessun coperto, alla fine spendiamo 59 euro, 29,50 a testa, ma abbiamo ordinato decisamente troppo, anche perché le porzioni sono decisamente generose. Se avessimo fatto a meno dell’amaro – decisamente superfluo e nemmeno particolarmente buono – e di un antipasto il totale sarebbe stato di 43,50, pari a 21,75 a testa. Pochi locali a Milano possono fare lo stesso.
La trattoria San Filippo Neri è stata creata nel 1985 da Piero e Lucia Zanotta e oggi è guidata da Mario, figlio dei due, uno che ha buttato nel cestino la sua laurea in Bocconi per dedicarsi al locale di famiglia. Contento lui. Noi, di certo.
San Filippo Neri è anche bar e rosticceria con consegna a prezzi ancora più convenienti: un primo a 4,60, un secondo con contorno a 7,70. E se abiti nel quadrante Nord della città, diciamo da Loreto a Sesto, consegna gratuita. Occhio agli orari creativi: apertura alle 4 del mattino per i nottambuli, poi si tira dritto fino alle 21 il mercoledì e la domenica, alle 22 il venerdì e il sabato, a mezzanotte il martedì e il giovedì. Il lunedì l’enigmista che ha escogitato tutto questo e il ristorante interno riposano, bontà loro.

L'incredibile storia della climber Wafaa Amer: «Il razzismo esiste. Dimostratemi il contrario»

La storia di Wafaa Amer di 30 anni. in Italia. dall'età di 9. è quella di una climber e studentessa italo-egiziana che ha saputo imporsi nello sport e nella società, portando avanti con forza una battaglia contro le discriminazioni.Il suo percorso e i suoi ideali si possono riassumere in alcuni punti chiave: Lo Sport come Riscatto: Ha trovato nell'arrampicata non solo una grande passione agonistica, ma anche uno strumento per superare i propri limiti e abbattere gli stereotipi. L'Impegno Letterario: Ha raccontato la sua vita e le sue sfide nel libro autobiografico "Io sono Wafaa", presentato in contesti di rilievo come l'edizione de il Salone del Libro di Torino 2026 .La Lotta al Razzismo: È diventata un simbolo di denuncia attiva contro il razzismo sistemico e istituzionale in Italia. Durante i suoi interventi, ha espresso con fermezza la sua frustrazione nel non essere riconosciuta appieno come cittadina italiana, nonostante il rispetto delle regole, il pagamento delle tasse e il forte senso di appartenenza al Paese. La Sfida Sociale: La sua frase iconica, «Il razzismo esiste. Dimostratemi il contrario», è un invito a guardare la realtà dei fatti e a riconoscere le barriere che molte persone di seconda generazione continuano a subire nella vita di tutti i giorni. Per ascoltare direttamente le sue parole e comprendere la forza della sua denuncia contro le discriminazioni quotidiane e istituzionali ecco un video  del corriere  della  sera  del. 19. maggio. 2026



Wafaa Amer al Salone con il libro "Io sono Wafaa". Nel pubblico tante ragazze con l’hijab: la famosa climber italo‐egiziana denuncia ciò che ancora non funziona nelle istituzioni Non le capita spesso di raccontare la sua storia in pubblico. E forse è anche per questo che, allo Spazio Corriere del Salone Wafaa Amer si commuove più volte. Tra il pubblico ci sono molte ragazze con l’hijab, venute ad ascoltare una donna che, per loro, è già un punto di riferimento. Wafaa Amer ha 30 anni, è una delle climber più note in Italia e un’attivista che ha trasformato l’arrampicata in un percorso di libertà. Autrice di Io sono Wafaa (Solferino), è nata nel 1996 in un piccolo villaggio tra Il Cairo e Alessandria d’Egitto ma è arrivata in Piemonte quando aveva 9 anni. La passione per la roccia è nata a scuola. Poi, a 18 anni, la scelta più difficile: lasciare casa e trasferirsi a Finale Ligure per dedicarsi all’arrampicata. Intervistata da Francesca Angeleri di Corriere Torino, Amer si racconta: «Una parte della mia storia la racconto perché è una denuncia contro le istituzioni. Chiediamo a loro aiuto perché altrimenti a chi altri potremmo rivolgerci se abbiamo bisogno di una mano? Ma che non ci sono. Non ci sono stati e tuttora si fa fatica. Spero di aiutare ad arrivare una soluzione. Parlo delle istituzioni in Italia: è vero che sono egiziana ma vivo qui da quando sono bambina e mi sento di essere egiziana e italiana». (Federica Vivarelli) Il tema dell’identità torna subito, soprattutto quando parla della lingua, del quotidiano, del modo in cui viene percepita. «Io sogno in italiano. È folle quando per il colore della pelle ti guardano e ti dicono che non sei italiana - spiega la sportiva -. Non ti devo dire che sono italiana perché mi sento entrambe le cose ma è folle perché io vivo qui da un sacco di anni, pago le tasse come tutti voi, rispetto la legge. Eppure sono trattata diversa, è una denuncia alle istituzioni in questo senso». E conclude: «Il razzismo si vive ed esiste. Non è vero quando le persone dicono che non lo sono: dimostramelo con i fatti». (Federica VIvarelli)

pensieri sparsi


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Non  capisco calo d’interesse delle piazze verso le violazione del diritto internazionale contro la. Global flottiglia. Qualcuno me lo sa spiegare . Grazie 
Per me pare che ovunque la la gente confonda ciò che legge. Sui giornali e Internet con le notizie. Io mi limito a leggere le pagine a volte una dei. Necrologi se vedo che non c’è procedo con la vita di sempre. Infatti il tempo non ha senso quando non provi nessuna emozione . E la morte annienterà la vita ma non può esistere senza di lei … e la vita è come sabbia che scivola tra le dita
 



19.5.26

diario di bordo \ buone. notizie n 1 anno I , Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra ., LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI , Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso ed altre. storie

 

  • Corriere della Sera
  • Di Marta Serafini

  • Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra «Cibo e speranza per il Libano»

    L’imprenditrice impegnata nella ong World Central Kitchen di José Andrés Dall’inizio della nuova emergenza distribuiti 1,7 milioni di pasti agli sfollati

    Aline Kamakian (col cappellino) con il team della ong World Central Kitchen e i pasti preparati per gli sfollati libanesi. La chef, con doppia laurea in Finanza e marketing, è considerata la migliore interprete della tradizione culinaria armena

    C’è un momento, nelle crisi, in cui il cibo smette di essere una faccenda domestica e diventa un presidio essenziale. Succede anche in Libano, dove la guerra e gli spostamenti forzati si innestano su una fragilità economica e sociale che dura da anni, aggravandola. Ma ogni tanto accade in guerra: bellezza e cura riescono a vincere su macerie e morte. È qui che entra in scena Chef Aline Kamakian: nella dimensione dell’emergenza, cucinare non significa soltanto preparare pasti, ma garantire continuità, un ordine minimo, una forma concreta di sopravvivenza quotidiana.

    Kamakian, cuoca, imprenditrice e figura molto nota della gastronomia libanesearmena, ha trasformato una competenza privata in una risposta pubblica. Scrittrice oltre che chef, ha contribuito a rendere la cucina armena una presenza riconoscibile nel racconto gastronomico di Beirut, soprattutto attraverso i suoi ristoranti Mayrig e Batchig, indirizzi molto noti in città. Il suo lavoro nasce anche dalla memoria trasmessa in famiglia: ricette, gesti, tavole intese come luogo di identità e resistenza.

    Oggi è impegnata con World Central Kitchen, la ong fondata dallo chef José Andrés e specializzata nella distribuzione di pasti nelle aree colpite da guerre, catastrofi naturali e crisi umanitarie. Il modello dell’organizzazione è noto: attivare ristoranti, cucine, volontari e reti territoriali locali per portare cibo in tempi rapidi, adattando la risposta alle condizioni reali del territorio.

    In Libano questo sistema si è tradotto in un intervento su larga scala. Secondo World Central Kitchen, dall’inizio della nuova fase dell’emergenza, il 2 marzo, l’organizzazione ha distribuito oltre 1,7 milioni di pasti alle famiglie sfollate. In una fase precedente dell’intervento, aveva già superato quota 200 mila pasti in dieci giorni, per poi arrivare a oltre un milione di pasti e a più di 25 mila pasti caldi al giorno in diverse aree del Paese, da Beirut alla Bekaa, da Baalbek a Sidone.


    Aline Kamakian al lavoro con World Central Kitchen

    I numeri, però, da soli non restituiscono il quadro. «La dimensione del bisogno delle famiglie sfollate dal conflitto è enorme», osserva. E aggiunge: «Il nostro compito è fare in modo che i pasti continuino ad arrivare ogni giorno».

    Il Libano affrontava già prima del conflitto un deterioramento profondo delle condizioni di vita. La nuova emergenza si inserisce in questo contesto e lo rende ancora più instabile. Anche l’integrated Food Security Phase Classification segnala per il Paese un quadro grave sul fronte della sicurezza alimentare, legato alla combinazione di crisi economica, sfollamenti e accesso più difficile ai beni essenziali. «Le cifre ufficiali probabilmente non raccontano tutta la portata degli sfollamenti», spiega Kamakian, ricordando che molte persone trovano riparo presso parenti o amici, oppure si spostano senza entrare nei canali formali di registrazione. «La mia preoccupazione più grande, adesso, è quanto durerà questo conflitto», dice. In questo quadro, il lavoro di World Central Kitchen non consiste soltanto nel distribuire cibo, ma nel costruire una rete di risposta che tenga insieme velocità e radicamento locale.

    Chef Aline non parla di «beneficiari», ma di persone che arrivano stremate, spesso dopo viaggi lunghi, con bambini piccoli, sacchetti in mano e nessuna certezza sulla notte successiva. Racconta di famiglie costrette a impiegare anche dodici ore per percorrere tragitti che normalmente richiederebbero poco più di un’ora, tra strade danneggiate e villaggi che si svuotano.

    Non è la prima volta che accade. Già dopo l’esplosione al porto di Beirut, nel 2020, Kamakian era stata in prima linea. Quel giorno si trovava nel suo ristorante Mayrig, gravemente danneggiato dall’esplosione, mentre l’altro locale, Batchig, veniva trasformato in una base operativa per preparare pasti. Ferita anche lei, si mise subito al lavoro nei soccorsi e poi nella cucina d’emergenza. La cucina come forma di infrastruttura civile. È anche questo che José Andrés ha intuito fondando World Central Kitchen: uno chef, davanti a una catastrofe, non deve limitarsi a raccogliere fondi o a testimoniare solidarietà, ma può organizzare una risposta concreta, veloce, radicata nel territorio. Kamakian, in Libano, incarna questa idea. Conosce il Paese, le sue fragilità, la geografia materiale e sentimentale dei suoi quartieri. Non promette salvezza. Garantisce presenza. E non dimentica che la vita deve andare avanti. Racconta di una donna in fuga verso una zona più sicura che ha partorito in auto prima di arrivare in ospedale. «In mezzo a tutto quello che sta accadendo, ti trovi improvvisamente davanti a una nuova vita che nasce. È un momento che ti resta dentro. Ti ricorda che esistono ancora umanità e speranza».


    Questa è buona LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI


    Questa è buona come un sogno che si realizza. C’è stato un tempo che Omar Kamata, 44 anni, ha vissuto da apprendista elettricista. Imparava e cantava, con una voce potente che non potevi non notare. Un giorno un ex cantante di lirica di passaggio davanti al suo cantiere rimase incantato dalle capacità vocali di quel ragazzo. «Fu lui che mi spinse a studiare canto», racconta oggi Omar che è trevigiano di nascita e veronese di adozione. «Da lì è iniziato il mio percorso. Mi sono diplomato al Conservatorio a Vicenza nel 2004 e ho iniziato la professione». Una carriera luminosa da baritono sui palcoscenici di tutto il mondo. Arricchita dall’empatia e dalla riconoscenza verso la vita che si sono trasformate in progetti per persone meno fortunate di lui, come ha raccontato Christian Gaole sul nostro Corriere di Verona. Uno di quei progetti è dedicato al benessere psicofisico verso canto e musica rivolto ai ragazzi con fragilità psichiche e fisiche. E poi la collaborazione con la Casa di Cura Santa Giuliana. Per non dimenticare mai che dal bene nasce bene.

    Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso

    La malattia agli occhi da piccolo, i primi scatti a Catania, poi i reportage e l’impegno in tutto il mondo Il ricordo di Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia: «Il lavoro e la militanza attiva sono per me inscindibili» La scoperta che «si può vedere con tutti

    Giovanni Caruso, 77 anni, di Catania, fotografo e fotoreporter nella sua abitazione, ha perso del tutto la vista nel 2003

    È seduto in controluce nel suo studio. Alle spalle, fuori dalla finestra, la chioma di un ficus gigante. «La mia ispirazione per le prime foto da cieco» sorride Giovanni Caruso, fotografo catanese e attivista, che negli ultimi cinquant’anni ha raccontato la storia di Catania, e non solo. Tra lotta alla mafia, colletti bianchi, volontariato, militanti. E periferie del mondo. Da Catania a Lima, dalla Sicilia al Sud America.

    Ai suoi piedi è accovacciato il suo fedele cane guida, Jazz. E sulla maglia ha la spilletta de I Siciliani, testata fondata negli anni Ottanta da Giuseppe Fava, che «per me è il direttore, al presente, anche se la mafia l’ha ucciso quarant’anni fa». Classe 1950, tra le mani tiene la sua fidata Nikon. E continua a battersi per i diritti umani e la legalità. In prima fila per documentare cortei e manifestazioni, con gli inconfondibili occhiali scuri, piccoli e rotondi, a proteggere la sua cecità.

    La vista gliel’ha portata via un’uveite di origine reumatica, malattia degenerativa che attacca il nervo ottico, con cui convive sin da bambino. Così come con la passione per la fotografia, «scoperta a 14 anni istintivamente, quando mio papà mi ha regalato una mini Comet» racconta. «Era un giornalista e in estate, finita la scuola, andavo con lui e il suo fotografo a fare i servizi, negli stessi anni in cui cominciava a comparire la malattia». Poi, l’incontro casuale con il suo maestro, la prima Reflex Minolta 202, la camera oscura, il banco ottico, mentre la passione per la fotografia cresce, e pure la malattia. «Ma io volevo fare il fotografo e non mi sono abbattuto, non mi sono arreso nonostante i miei fossero contrari per una comprensibile preoccupazione. Per risposta, nello stanzino della mia grande casa paterna, mi sono fatto una camera oscura!» ride.

    Testardo e determinato, Giovanni Caruso apre la sua agenzia fotografica giornalistica, collabora con L’europeo, fino all’incontro con Giuseppe Fava. Dopo il suo omicidio nel 1984 «mi venne una certa repulsione per la cronaca nera, mi avevano ammazzato il direttore, ero molto arrabbiato». Si dedica, quindi, ai grandi reportage sociali in Sud America tra Perù, Argentina, Paraguay, ma anche in Messico e Chiapas, in Medio Oriente con il treno per la pace in Kurdistan. «Per me fotografia e militanza sono sempre stati inscindibili e imprescindibili» chiosa. E lo sono ancora, anche nella cecità.

    «Ho fatto le mie ultime fotografie nel Natale del 2003, poi è arrivato il buio e ho chiuso la macchina fotografica in una cassapanca». Dove rimane, finché sua moglie Elena non gli legge Tommaso e il fotografo cieco di Gesualdo Bufalino. «Un libro bellissimo, che non conoscevo. Per fortuna ho una grande compagna che mi sostiene moltissimo» sorride Giovanni. Che ricomincia a fare qualche scatto in digitale, «più per tenere la macchina fotografica in mano e ricordami chi ero».

    È stato poi Costantino Ruiz, fotografo e reporter spagnolo, nel 2020 in piena pandemia, a «spingermi a usare con più attenzione gli altri sensi, il tatto in particolare, per tornare a fotografare. All’inizio il mio bastone, la mia pipa, il tavolo, la gatta, finché non ho ritirato fuori le mie macchine fotografiche analogiche». A guidarlo, la memoria dell’esperienza tecnica. Il calore dei raggi del sole sul corpo, «che mi dice da dove viene la luce». E ancora una volta le mani, per toccare. «Quando dico le mani che vedono, è reale questa cosa».

    E la sta insegnando ad Alessio, un ragazzino di 14 anni cieco dalla nascita, appena conosciuto a Catania alla mostra «Di luce e di vita. I due tempi di Giovanni Caruso» a cura di Marco Pirrello e Nancy D’arrigo. Intanto Caruso lavora a un nuovo progetto, La panchina. «Ogni panchina è un piccolo centro sociale, una storia», per le strade che il fotografo esplora con il bastone bianco con la «cianciana» (campanella) e Jazz al suo fianco. «Adesso fotografo solo in bianco e nero, piccole storie raccontate in poche immagini o addirittura in una sola che io non vedrò mai, ma penso che in ognuna ci sia almeno una storia mia, interiore. È un mistero anche per me».

    In Aspromonte l’arte «accarezza» gli orfani contro il dolore

    Il progetto di Nadia Macrì con le associazioni Fraternamente e Mammalucco

    Alcune delle volontarie dell’associazione Fraternamente durante un evento

    Sono tanti gli orfani in terra di Aspromonte. E tante sono anche le loro storie. C’è chi ha perso la mamma, chi il papà e chi entrambi i genitori: Gaetano, Piergiorgio, Patrick, Christopher, Luigi, Emma, Lara, Giorgia, Benedetta, Giulia e tanti altri. Fragili, a volte smarriti, hanno così tanto orgoglio che colmano il vuoto con una carezza, paradossalmente da riservare agli altri, più fortunati di loro.

    A sostenerli in questo percorso di vita sono le associazioni Fraternamente e Mammalucco, che offrono loro uno spazio protetto in cui la sofferenza può trovare un senso con il progetto «L’arte che accarezza», avviato da Nadia Macrì, scrittrice, giornalista, di Taurianova, comune della Piana di Gioia Tauro. «Non è stato semplice riunirli - spiega - e spesso anche le famiglie faticano ad accettare un percorso che nasce dal dolore. Chi partecipa scopre un ambiente sereno e mai invasivo, in cui ogni emozione può trovare spazio senza essere soffocata. Un luogo che accoglie come una storia raccontata piano, quasi una fiaba, capace di catturare l’attenzione dei bambini.

    «Zazà il robottino felice», è stato il primo suo successo. Poi, «Pepè il topo intelligente» con l’obiettivo di trasmettere ai bambini il rispetto per l’ambiente e l’amicizia, attraverso la narrazione di episodi senza preclusioni, allontanando dalla loro mente le stranezze del nostro tempo e gli strani comportamenti degli umani. E adesso «Francesco, un cuore leggero» e «Natuzza, un cuore vicino», storie di santità con lo sguardo dei bambini. «Devono sentirsi compresi e non diversi dagli altri», insiste la scrittrice. L’idea è accompagnarli, con le cautele del caso, a comprendere che l’assenza dei loro geche nitori, a causa di gravissime patologie o morte improvvisa, non cancella il loro dolore, ma può renderlo più respirabile. «Ritrovare la fiducia prosegue Nadia Macrì - è un atteggiamento importante, così come fondamentale è vederli gioiosi insieme ad altri bambini più fortunati di loro li sostengono in questo percorso di crescita. È un successo straordinario scorgere come i bambini del gruppo si preoccupano di proteggersi tra loro perché significa che attraverso il gioco si è consolidato il gesto di un’amicizia che protegge chi sta vivendo le amarezze della vita».

    Il progetto «L’arte che accarezza» mette al centro una certezza: i bambini possono affrontare anche il dolore più grande, se non vengono lasciati da soli. «E in un tempo in cui le fragilità rischiano di essere invisibili, questo progetto ricorda che la solidarietà silenziosa può cambiare la traiettoria di una vita. È importante che questi bambini orfani si sentano compresi, imparino a prendersi cura di loro e ritrovino la fiducia», prosegue la scrittrice.

    «Tutti questi bambini hanno a casa qualcuno che li ascolta, li segue, li educa e li accompagna. Sono famiglie che attraversano un’assenza grande e che trovano in noi una complicità in quel dolore che condividiamo», conclude.

     

    Parkinson e lavoro: «La malattia non va nascosta»

    Ennio Trebino, ingegnere genovese in pensione, e la diagnosi ricevuta quando aveva solo 40 anni «Per paura di giocarmi la carriera non raccontavo il mio problema, ma ho sbagliato» Presidente dell’associazione in Liguria, ammonisce i giovani: «Vivete imparando il compromesso » 

    Di Chiara Daina

    Ennio Trebino, ingegnere in pensione, durante una passeggiata in montagna A 40 anni la diagnosi di Parkinson, che non gli ha impedito incarichi da top manager Dal 2025 presiede l’associazione ligure Parkinson

    «E adesso cosa sarà del mio futuro?». Aveva bisogno di rassicurazioni Ennio Trebino, quando a soli 40 anni un neurologo gli diagnosticò il Parkinson. Voleva capire se sarebbe riuscito ad affrontare il suo lavoro da manager, che lo portava tutte le settimane in viaggio per l’italia, a condividere i momenti con la famiglia, a dedicarsi al trekking, la sua grande passione. «Fino a quando sarò in grado di fare tutte queste cose normalmente?», chiese al medico. «La risposta fu brusca e disarmante. Nessuno lo sa, mi disse, lei continui a fare la sua vita, poi vedremo. In quell’istante sentii un buco nell’anima. Ma presi quelle parole alla lettera e non tirai mai i remi in barca. Né allora, né adesso, che ho 66 anni e i sintomi non posso più nasconderli».

    Trebino è un ingegnere genovese in pensione da sei anni. Nel 2025 è diventato presidente dell’associazione ligure Parkinson (circa 300 iscritti). «È la prima volta - confessa che mi racconto e lo faccio perché questa malattia colpisce tante persone anche in età giovane, che hanno il diritto di non interrompere i loro progetti». Rincomincia da qui: «Mi resi conto che non mi sarebbe servito a nulla vivere con la paura addosso, pensando a quando non ce l’avrei più fatta a sostenere fisicamente i ritmi di lavoro, a quando i movimenti sarebbero stati lenti e difficili, la voce debole, il volto contratto. Non mi rintanai in casa e puntai sempre alla carriera. Non devo rinunciare a un incarico oggi pensando che domani non sarò più prestante, pensai. Nel 2020, quando arrivò la diagnosi, facevo il direttore dei servizi idrici di Genova. Decisi di non parlare ai colleghi della malattia: l’ambito del lavoro è uno dei più vigliacchi e insidiosi, temevo di essere messo all’angolo».

    I sintomi non si notavano ancora. Dopo quattro anni si presentò l’offerta della mia vita: un posto da amministratore delegato per la società che si occupa dei servizi ambientali di Livorno, un’azienda da 500 dipendenti. Accettai senza esitare un attimo, sebbene mi toccasse fare avanti e indietro in macchina da Genova». Tace sul Parkinson, di nuovo: «Quando non ce la farò più, mi fermerò. Non voglio che decida qualcun altro al posto mio, se ho ancora le forze di raggiungere i risultati». Dal 2004 al 2020 non perde un colpo, nonostante i primi segni del Parkinson. Fatica a concentrarsi, piccoli irrigidimenti alle gambe e alle braccia negli ultimi mesi di carriera. «Un collega, un giorno, mi chiese come mai avessi rallentato il passo. Gli dissi la verità e ne parlai anche al capo del personale, che mi propose di anticipare la pensione. A quel punto capii che era giunta l’ora di ritirarmi».

    Dal lavoro, non dalle relazioni e dai suoi interessi. Anche qui, Trebino segue lo stesso principio: «Cercare l’ottimismo in ogni situazione. Se ci sono delle cose che ci piace fare, come coltivare l’orto, nonostante la malattia ci crei dei disagi, le faremo meno bene di prima, mettendoci più tempo, ma comunque le potremo fare». Il suo non è, sottolinea, «un messaggio buonista», ma «quasi egoista». Nel senso che «non si devono trasformare i problemi in dilemmi: o in montagna faccio le ferrate oppure non ci vado e resto sul divano. Si può sempre trovare un compromesso per goderci la vita, la malattia non è la fine del mondo». Lui si è messo in gioco: «Oggi faccio la maschera al teatro di Camogli, leggo molto, cammino in collina e vado a caccia di ristoranti con gli amici. Come associazione conclude - vorremmo entrare nelle scuole per spiegare ai ragazzi cos’è il Parkinson. Quando perdiamo l’equilibrio in strada rischiamo di essere scambiati per ubriachi. E poi dobbiamo combattere i pregiudizi sul posto di lavoro: non va nascosta la malattia, come ho fatto io, per paura di essere danneggiati».

    «Artigiano in Fiera? Un ponte di pace, diversità è ricchezza»

    Antonio Intiglietta presenta il prossimo evento Dal 29 maggio torna l’anteprima d’estate: arrivi da 50 Paesi, compresi i territori in guerraDi Elena Comelli @elencomelli

    Mille artigiani da oltre cinquanta Paesi del mondo convergono su Milano per portare una parola di pace, con la seconda edizione dell’anteprima d’estate dell’artigiano in Fiera, che va in scena a Fieramilano dal 29 maggio al 2 giugno.

    «Sarà un incontro fra culture diverse, religioni diverse e storie diverse, per gettare ponti fra le persone in un quadro di relazioni, di meraviglia e di scoperta, gli stessi valori che da sempre guidano il nostro impegno nel promuovere l’artigianato come espressione genuina di umanità, territorio e saper fare», commenta Antonio Intiglietta, presidente della manifestazione.

    «L’importante è riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri e scoprono la loro umanità, in questo caso attraverso il lavoro. Questo è l’atteggiamento che più ci corrisponde, perché la simpatia nasce in maniera naturale fra persone creative, che si scambiano le proprie esperienze, i propri talenti e le proprie tradizioni manuali. In questo modo s’instaura la stima per l’altro, anche nella sua diversità. La diversità non è più un difetto ma un arricchimento».

    Lo vedete nella vostra esperienza?

    «Certo, questa dinamica noi la vediamo con l’esperienza, perché la gente che viene da noi guarda la diversità con simpatia. Bisogna immaginare questi cinque giorni di incontro con il pubblico milanese come un luogo di pace. La pace nasce quando le persone s’incontrano e comunicano senza pretendere di piegare la volontà dell’altro. Nella nostra fiera si costruisce questo ponte, facendo vedere che la pace è possibile».

    «Anche la concorrenza, naturale fra artigiani, non è un conflitto ma è un “correre insieme”, come dice la parola stessa. La concorrenza non è una guerra, come spesso la vediamo, ma uno stimolo, una provocazione per migliorare confrontandosi con il lavoro degli altri. Il concorrente non è un nemico, ma uno che correndo insieme a me, mette in luce i miei pregi e difetti».

    Avete artigiani da tutto il mondo?

    «Sì, da noi vengono ormai dai cinque continenti, anche dai luoghi di guerra. Abbiamo 15 iraniani che sono riusciti a partire malgrado il conflitto in corso. Abbiamo israeliani e palestinesi. Abbiamo siriani, africani, asiatici, latinoamericani, molti dei quali da Paesi in preda a queste guerre che ormai dilagano in tutto il mondo. Sono persone che arrivano qui con il desiderio di creare qualcosa di positivo e di bello, per resistere alle incertezze sul futuro grazie al proprio lavoro».

    «L’anno scorso sono venuti all’anteprima d’estate 200 mila visitatori, è stato già un bellissimo risultato, ma la manifestazione era alla prima edizione e quindi ancora poco conosciuta. Quest’anno ne verranno senz’altro di più, noi siamo molto speranzosi, perché c’è una certa fidelizzazione. Come stanno crescendo i nostri artigiani, che quest’anno sono il 20% in più dell’anno scorso, crescerà sicuramente il nostro pubblico».

    «Certamente. L’esperienza proposta ai visitatori è un percorso tra continenti ma anche fra tutte le regioni italiane, da Nord a Sud dello stivale, tra tessuti e abiti leggeri, gioielli

    Forza del lavoro

    «È importante riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri»

    ispirati alla natura, creazioni artistiche luminose, soluzioni di design per la casa e l’outdoor, accessori per il viaggio e il tempo libero. Ci sarà anche un itinerario gastronomico che attraversa specialità regionali italiane e cucine dal mondo, ospitate nelle otto Piazze del Gusto tra i vari padiglioni».

    «Sono molto colpito dall’interesse sempre più marcato per i prodotti in sintonia con la natura, creazioni sostenibili all’insegna dei materiali naturali, cosmetici e alimenti biologici, che cercano di ridurre il più possibile l’impronta dell’umanità sul pianeta. Sono queste le creazioni che attraggono di più anche il favore del pubblico, che privilegia sempre più la sostenibilità nei suoi acquisti».

    ottima. iniziativa in occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, gli studenti della scuola Futura Istruzione e Formazione Professionale

     da   Cristian Adriano Porcino Ferrara In occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, gli studenti della scuola Futura Istru...