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10.4.26

UNO SKILIFT DEGLI ANNI CINQUANTA OGGI USATO COME TELEFERICA PER IL LATTE: È L'ULTIMO MODELLO FUNZIONANTE DI "SKI-KULI"

come riusare le vecchie strutture ho letto in google news quest articolo di https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/storie/ del 8 aprile 2026 . Esso  arla del progetto di Tommaso Novaro, un ventitreenne studente e dipendente della Leitner. Il progetto di Novaro mira a censire non solo gli impianti di risalita, ma anche tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento. La sua passione per lo sci va oltre la professione, fondendo lavoro, studio e tempo libero. Nell’articolo, Novaro condivide una delle sue scoperte più recenti.


                                di Samuele Doria


"Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento". È il progetto "sci che fu" di Tommaso Novaro, ventitreenne attualmente studente e dipendente della ditta Leitner. Ben oltre la professione, la sua è una vocazione che sposa lavoro, studio e tempo libero. Qui presenta una delle sue scoperte più recenti



Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto, di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.


Tommaso Novaro è un ventitreenne di Torino, che attualmente vive e lavora a Vipiteno, per l’azienda di impianti a fune Leitner. Nel frattempo, sta inoltre scrivendo una tesi in Estetica del paesaggio, proprio sugli impianti a fune. Il suo è molto più che un lavoro: è una passione e un campo di ricerca sterminato.
Al suo progetto di censimento di ricerca di tutte le località sciistiche abbandonate in Italia ha dedicato il sito web: Lo sci che fu, nel quale si legge: "Gli anni dello sci ‘campanilistico’ sono finiti, a peggiorare la situazione oltre al cambiamento del mondo del turismo e dello sci, ci si aggiungono pure i cambiamenti climaticidurante quest'epoca di transizione ecologica. Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento".
Facendo ricerca per la tesi sulla storia degli impianti a fune in Italia, Novaro è venuto a conoscenza dell’esistenza di un ultimo modello funzionante di "Ski-Kuli", un diffusissimo modello di skilift della Leitner utilizzato dai primi anni Cinquanta, una rarità che negli anni ha trovato un impiego insolito.
La cosa curiosa? Questo impianto non è solo l’unico Ski-Kuli funzionante, ma funziona anche in modo particolare: oggi è utilizzato come teleferica per il trasporto del latte. Siamo in Val Giovo, Alto Adige, dove questo vecchio skilift fa su e giù tutti i giorni, anche la domenica. Alle 9 porta il latte a valle e poi la teleferica risale verso le 11. Si tratta di una teleferica che riutilizza 2 sostegni, stazione motrice e sospensioni con morsetti dei traini Sge.





"La cosa interessante - per Tommaso Novaro che studia questi impianti - è proprio che in origine quella struttura era uno skilift: il portale, i pali, così come la stazione motrice, appartengono al primo modello di skilift prodotto dalla Leitner di Vipiteno".
Seguendone le tracce, il giovane appassionato ha scoperto che originariamente l’impianto si trovava a Corvara, nella località "Pralongià", dove fu inizialmente costruito come skilift. Era uno dei primi modelli di quel tipo. "Dal 1963 al 1974, poi, acquistato dal proprietario dell’Hotel Sonklarhof, lo skilift finì in Val Ridanna, sotto la chiesa di Santa Maddalena. Ma ci vollero ancora tre anni prima che finisse in Val Giovo.
Come è finito lì? "Nel 1974 venne dismesso, perché è stata aperta la sciovia Gasse, che esiste ancora oggi. In quegli anni c’erano molte idee di espansione turistica nella valle: si progettavano nuovi impianti più lunghi e si sognava molto. Alla fine però l’impianto sotto Santa Maddalena fu chiuso e sostituito".
Soltanto nel 1977, l’impianto venne acquistato da alcuni contadini e riposizionato in Val Giovo come teleferica per il latte.
"Anche il sistema di trasporto è interessante - continua Novaro - utilizzano un grande barile che viene trascinato dal maso fino alla teleferica tramite un sistema di corde. Poi viene sollevato con un paranco e agganciato alla linea. È una soluzione semplice ma molto ingegnosa".
"Questo è, in sostanza, quello che sono riuscito a ricostruire", conclude. Tanta dedizione nella ricerca non può che meravigliare da un ragazzo tanto giovane, e la sua curiosità è contagiosa. "A quando risalgono i primi skilift della ditta?" chiediamo allora.
"Da quello che risulta nei documenti interni, il primo skilift Leitner risale al 1952, ed era a Passo Giovo. Tuttavia, impianti a fune erano stati realizzati anche prima, già tra il 1946 e il 1947, anche se non ancora propriamente come Leitner. Uno dei primi impianti in assoluto era a Malga Zirago, sopra Vipiteno. Il modello di skilift a cui appartiene anche quello della teleferica di cui parlavamo è uno dei primi prodotti: una sorta di ‘prima serie’, chiamata Ski-Kuli appunto".
Aziende votate all’evoluzione tecnologica, come la Leitner, non sempre prestano al passato l’attenzione che merita, eppure con i loro prodotti hanno contribuito a plasmare generazioni di sciatori e in generale a dare al paesaggio alpino la sua conformazione attuale.





"Secondo me è fondamentale. Più passa il tempo, più diventa difficile ricostruire la storia di questi impianti. Può essere un valore aggiunto sia dal punto di vista culturale sia economico. Un museo aziendale funzionerebbe molto bene, soprattutto in un contesto come il Tirolo. Inoltre, valorizzare l’eredità aziendale è importante anche per il marketing".
Gran parte del lavoro di ricerca di Tommaso Novaro si concentra anche sugli impianti abbandonati, e qui la questione diventa ancor più complessa. Ogni anno, Legambiente tenta di fare un censimento degli impianti in disuso o abbandonati con il report Nevediversa, che già ci dà un’idea di quanto ormai facciano parte dello scenario montano della penisola. "Tuttavia - svela l’appassionato cercatore di impianti - sono talmente tanti che molti di questi rimangono fuori dai report. A trovarli tutti non basterebbe una vita".
Ma cosa farne poi di queste strutture cadute nell’abbandono? "Alcuni andrebbero demoliti, soprattutto quando non hanno più alcun valore né funzione. Anche se in genere le demolizioni sono incomplete e restano le fondamenta in cemento. Secondo me, più che conservare l’impianto in sé, bisogna valorizzarne la memoria. Ad esempio, si potrebbe lasciare un elemento simbolico, come una targa o delle immagini storiche. È una soluzione semplice ed economica. All’estero, soprattutto in Francia, c’è più attenzione a questo aspetto. In Italia ci sono pochi esempi, ma uno interessante è quello vicino a Carpegna, nelle Marche, dove una vecchia manovia è stata monumentalizzata".
Per quanto riguarda la ricerca sugli impianti abbandonati, il lavoro di ricerca è molto pratico. Per trovare gli impianti Novaro si serve di vere e proprie community di appassionati, forum online e discussioni pubbliche, cui unisce conoscenze personali e l’esplorazione diretta dei luoghi. "Io stesso sto cercando di creare una mappa degli impianti abbandonati, ma è difficilissimo tenerla aggiornata. Una volta individuato un impianto, vado sul posto, faccio foto e video e, soprattutto, cerco di parlare con chi lo ha visto funzionare. Il problema è che molte testimonianze stanno andando perdute".
Questa ricerca, negli anni, lo ha portato a viaggiare molto: oltre all’Italia, anche in Repubblica Ceca, Germania e Francia, visitando spesso impianti abbandonati. "In Italia conosco bene il Piemonte, il Trentino-Alto Adige e gli Appennini romagnoli. Mi piacerebbe esplorare di più il Centro e il Sud, soprattutto la zona del Gran Sasso, che secondo me è una delle più suggestive".






"Questo mondo degli impianti abbandonati è vastissimo e ancora poco conosciuto. Anche solo nella zona di Vipiteno, in un raggio di 15 km, un tempo c’erano circa quindici impianti, mentre oggi ne restano attivi solo quattro. È un ambito di ricerca ancora tutto da esplorare".

10.7.25

Ci sono luoghi sulla Terra dove il tempo sembra fermarsi e la notte diventa infinita: un viaggio dalle Svalbard a Tromsø, ., Trieste, un muro in spiaggia divide gli uomini dalle donne "Rappresenta la libertà di stare come vuoi"






Quanto dura la notte alle Svalbard?

La Notte Polare alle Svalbard è uno dei fenomeni naturali più intensi al mondo. Il buio vero e proprio, senza mai un barlume di luce solare, dura circa 80 giorni, mentre il crepuscolo polare estende la sensazione di oscurità per altri due mesi.
Il periodo di buio perenne è influenzato dalla latitudine estrema in cui si trovano le Svalbard, infatti oltre il 78° parallelo la notte arriva prima e dura più a lungo rispetto ad altre aree polari.
Tuttavia, ci sono altri luoghi nel mondo dove è sempre buio (o quasi) per molti giorni dell’anno. Scopriamo dove.
Cosa vedere a Longyearbyen, Svalbard
Longyearbyen offre escursioni in motoslitta, visite alle grotte di ghiaccio e la possibilità di avvistare l’aurora boreale, grazie alla posizione ottimale e alle numerose escursioni guidate disponibili. Si può visitare il Global Seed Vault, un archivio botanico mondiale. La città offre anche escursioni con cani da slitta, attività perfette per vivere appieno il paesaggio artico. Non mancano musei dedicati alla storia locale e alla vita nell’Artico, come lo Svalbard Museum e il North Pole Expedition Museum. O ancora, il Polaria Aquarium, l’Arctic Cathedral e prendere parte a un safari per vedere balene e renne.
Tutte le città dove è (quasi) sempre notte
Esistono diverse località nel mondo dove, durante l’inverno, il sole non sorge per periodi prolungati, creando un ambiente di oscurità continua. Si trovano tutte nelle regioni situate oltre il Circolo Polare Artico, dove l’inclinazione dell’asse terrestre impedisce al sole di emergere sopra l’orizzonte per settimane o mesi.
Queste città hanno sviluppato infrastrutture e abitudini per affrontare i lunghi periodi di oscurità, grazie alle quali sono diventate mete affascinanti per chi desidera sperimentare la notte polare e, in alcuni casi, ammirare fenomeni naturali come l’aurora boreale. Ecco le principali da visitare, e dove sperimentare la notte polare:
Utqiaġvik (Barrow), Alaska (USA)
La città più a nord degli Stati Uniti sperimenta circa 65 giorni di buio continuo: dall’ultima alba del 18 novembre fino al ritorno del sole il 23 gennaio.
Cosa vedere a Utqiaġvik
La città più a nord degli Stati Uniti, ideale per immergersi nella cultura Iñupiat e partecipare a festival tradizionali. È conosciuta per la sua cultura eschimese e offre uno sguardo autentico alla vita indigena. Qui si possono esplorare centri culturali locali e partecipare a tradizioni ancestrali. È anche un luogo eccellente per osservare la fauna artica, tra cui orsi polari e foche.

Kiruna, Svezia

Situata a 145 chilometri a nord del Circolo Polare Artico, Kiruna vive una notte polare che dura circa 28 giorni, durante i quali l’unica luce naturale è quella del crepuscolo.
Cosa vedere a Kiruna
Famosa per l’hotel di ghiaccio, Kiruna propone tour in slitta trainata da renne, visite alle miniere di ferro e osservazione dell’aurora boreale.

Tromsø, Norvegia

Questa città norvegese sperimenta la notte polare da fine novembre a metà gennaio, con circa due mesi senza che alcun raggio di sole filtri dall’orizzonte.
Cosa vedere a Tromsø
Conosciuta come la ‘Porta dell’Artico‘, Tromsø offre safari con cani da slitta, escursioni con le ciaspole e una vivace vita notturna.

Murmansk, Russia

La più grande città al mondo oltre il Circolo Polare Artico, Murmansk vive la notte polare da inizio dicembre a metà gennaio, con circa 40 giorni di buio continuo.
Cosa vedere a Murmansk
La più grande città al mondo oltre il Circolo Polare Artico, Murmansk offre musei sulla storia artica, escursioni in rompighiaccio e spettacoli culturali. Uno dei simboli è il famoso Monumento di Alyosha, dedicato alla resistenza sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale.

Come prepararsi al viaggio nella Notte Polare

Per visitare tutte le località più note dove per lunghi periodi dell’anno è sempre notte, occorre almeno una preparazione accurata, sia per il clima estremo che per le particolarità logistiche di questi posti così remoti.
Quando andare
Innanzitutto, è fondamentale scegliere il periodo dell’anno in cui viaggiare. Per chi vuole sperimentare la notte polare, il periodo ideale è tra novembre e gennaio, quando il sole non sorge sopra l’orizzonte in molte di queste località.
Come arrivare
È altrettanto importante prenotare i voli e gli alloggi con largo anticipo, poiché le soluzioni possono essere limitate e costose a causa dell’alta richiesta in certi periodi.
Come prepararsi e vestirsi
Il clima di queste destinazioni è caratterizzato da temperature molto basse, spesso inferiori ai -20 °C, perciò l’abbigliamento è fondamentale. Si consiglia un sistema a strati, iniziando con biancheria termica in lana o materiali tecnici, uno strato intermedio isolante come pile o piumini leggeri, e uno strato esterno antivento e impermeabile.
Guanti, cappelli, sciarpe e calzature robuste con isolamento termico sono indispensabili. Bisogna portare con sé delle maschere o scaldacollo per proteggere il viso da venti freddi e neve.
Preparazione logistica e culturale
Per visitare la maggior parte delle località artiche, come Longyearbyen o Utqiaġvik, è necessario organizzare escursioni con guide esperte, soprattutto per chi desidera avventurarsi fuori dai centri abitati.
In alcune regioni, come le Svalbard, è obbligatorio portare un’arma per la sicurezza contro gli orsi polari, ma i turisti possono evitare questa incombenza prenotando tour guidati.
È utile informarsi sulle tradizioni e sulla cultura locale: molti di questi luoghi hanno una lunga storia legata alla pesca, alla caccia o all’esplorazione polare, come Murmansk, che è un importante porto artico, o Tromsø, famosa per il suo osservatorio sull’ aurora boreale.
Consigli pratici
Infine, per adattarsi alla totale oscurità della notte polare, è consigliabile portare torce frontali o lampade portatili, utili per esplorazioni urbane e naturalistiche.
Gli esperti raccomandano di mantenere un ritmo regolare di sonno e attività, tutti consigli pratici per combattere la sensazione di disorientamento che può insorgere senza la luce naturale.
Per questi, e altri motivi, è opportuno pianificare le attività in anticipo: molte esperienze, come la caccia all’aurora boreale, il dog sledding o le crociere nei fiordi, richiedono prenotazioni con mesi di anticipo per garantire un posto.
Visitare questi territori è un’esperienza unica che consente di esplorare i limiti del mondo conosciuto e di scoprire fenomeni naturali spettacolari.


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 i nostri sovranisti      si lamentano  se glimislamici  o    altri religioni      separano  donne  e  uomini     ma  ignorano  o  fanno finta  d'ignorare      che  a  

"Rappresenta la libertà di stare come vuoi"




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Dolomiti, il contadino mette un tornello contro influencer e turisti: «Ingresso 5 euro, basta distruggere il sentiero per un selfie»





© Social (Facebook etc)

Un tornello a pagamento per accedere a uno dei sentieri più famosi delle Dolomiti. È l'iniziativa di protesta di un contadino della Val Gardena che ha installato la barriera (con ingresso di 5 euro) nel sentiero che porta al punto panoramico da cui si possono fotografare le damose vette dolomitiche di Odle. Il motivo? Lui, titolare dei terreni adiacenti al frequentatissimo cammino è costretto a pulire e riparare i danni che migliaia di turisti e influencer creano al loro passaggio calpestando il prato e lasciando rifiuti in giro.
L'iniziativa, partita sabato, è già stata bloccata dalla Provincia di Bolzano perché all'interno del Parco naturale Puez Odle. Ma non è l'unica: già qualche anno fa un altro contadino aveva messo un tornello per limitare l'assalto di turisti alla famosa chiesetta della val di Funes.
Ingresso di 5 euro per il sentiero panoramico

Il tornello a pagamento, come si vedono spesso nei bagni pubblici oppure stadi, è stato installato sabato. L'ingresso previsto era di 5 euro. Si trattrebbe comunque di una provocazione, una forma di protesta, e non di un modo per fare soldi.
Il nuovo caso è stato lanciato dal presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella, con un post sui social media: «Novità dalla Val Gardena adesso si paga anche il pedaggio sui sentieri. Uno dei sentieri più fotografati delle Dolomiti, invaso da tamarri, influencer, youtuber e instagrammer. Il risultato di una forma di turismo anche voluta politicamente».


I turisti in e-bike distruggono i prati

Anche Zanella punta il dito contro questo turismo 'mordi-clicca-fuggi'. «Sul Seceda la situazione è diventata insostenibile, è il caso», spiega. I turisti arrivano addirittura con le e-bike in quota per un selfie veloce con le famose Odle, scendendo lungo gli alpeggi le grosse ruote danneggiano però il prato che a quelle quote ricresce solo molto lentamente. Queste ferite in caso di forte piogge possono creare grossi problemi per la tenuta dei prati. «Il contadino evidentemente è stufo», aggiunge il presidente di Cai Alto Adige. Oltre il danno anche la beffa, insomma. «Per salire in funivia il turista paga 48 euro, poi spende una trentina di euro in malga, al contadino che deve pulire, come anche ai volontari che sistemano i sentieri non resta nulla», evidenza Zannella. «Dobbiamo assolutamente educare i turisti, così non si può andare avanti», aggiunge.

Maryna Korshun La ex bambina di Chernobyl che vive a Lanusei per amore di un figlio

Dopo  aver letto lo speciale  dell'inserto LA LETTURA del  corriere della sera    della scorsa settimana  (   trovate qui   sul  nostro ...