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31.5.26

La storia di Andrea Carbini: «Facevo il manager della Feltrinelli (e fondai Ubik), poi ho rinunciato alla carriera: adesso lavoro in edicola 16 ore al giorno»

corriere. della sera. 

«Aprire un'edicola mi è sembrato il modo migliore per abitare il reale in un mondo divenuto virtuale». Carbini era assistente di Romano Montroni, che per 38 anni aveva diretto le Librerie: «Mi cercò per tutta Milano con il taxi»
  

 il ritratto della gentilezza. A una bimba spiega come procurarsi le macchinine Hot Wheels: «No, piccola, mi spiace, non le tengo. Prova alla stazione del metrò». A un cliente dice: «Entra, prenditi il resto». Andrea Carbini ha appena venduto un’altra copia del Corriere della Sera e in questo momento non ha tempo per la cassa: deve stare fuori dal chiosco ad allineare sul bancone le pile di giornali. Vedere in azione questo edicolante milanese, all’angolo fra via Plinio e via Morgagni, allarga il cuore. Non c’è chi fatturi quanto lui. Si sveglia alle 4.30, alza la serranda alle 5.45, finisce alle 21, «quando va bene». Orario continuato, sette giorni su sette, 365 giorni l’anno: «Nelle sei festività in cui i quotidiani non escono, apro lo stesso, però arrivo alle 8.30». Nessuno che gli dia il cambio. Ferie mai.

Carbini potrebbe vendere ghiaccioli in Alaska. Ci riesce perché per una vita ha piazzato libri, articoli notoriamente meno richiesti di quotidiani e periodici, che già non se la passano bene. Era un apprezzato manager della Feltrinelli, con tanto di laurea in filosofia. Poi ha creato la catena Ubik, oggi arrivata a oltre 180 librerie. Di punto in bianco ha deciso di rinunciare alla carriera e di rilevare questa azienda che misura appena 6 metri per 3. È accaduto nel 2020 e non se n’è mai pentito. Davanti al suo baracchino, una ressa continua, con lui che elargisce affetto («salutami la mamma»), regala complimenti («ti vedo abbronzata, torni dalle vacanze?»), canzona gli indiscreti («uè, ma che ti frega se ho un buco nel maglione, sarai mica Armani?»). 

Che cos’è stato? Un colpo di testa?
«Per nulla. Tutto è nato da Quisco, dallo spagnolo quiosco, edicola. Doveva essere una catena in franchising. Una mia idea: edicole mobili per rimpiazzare quelle defunte. Iniziai con due motofurgoni Ape e alcuni collaboratori. Ma nel momento sbagliato: 19 dicembre 2019».

Subito dopo arrivò il Covid.
«Fu lo stesso entusiasmante. La gente mi aspettava dai balconi. Code infinite. Un signore mi chiese: “Fa anche il vaccino?”. Ma non trovai gli sponsor giusti per lanciare Quisco su scala nazionale. Così ripiegai su questa edicola fissa in zona corso Buenos Aires. Esiste dal 1926, sa?».

Perché lasciò una casa editrice?
«Se n’era andato Romano Montroni, l’uomo che per 38 anni ha diretto le librerie Feltrinelli. Fu lui ad assumermi. Dopo il colloquio, si perse il mio curriculum, come racconta nella sua autobiografia Libraio per caso, pubblicata da Marsilio. In taxi fece il giro di tutte le librerie cooperative universitarie di Milano, sino a rintracciarmi in quella dove la domenica veniva a fare acquisti anche Roberto Calasso, l’editore di Adelphi. Mi prese come suo assistente».

Uscito da Feltrinelli, fondò Ubik.
«Prim’ancora Fastbook. Ubik introdusse un principio molto evoluto: servire una catena di librerie attraverso un solo grossista. Le diedi il nome del romanzo distopico di Philip Dick. In realtà, avevo letto che secondo Umberto Eco un brand di successo doveva avere solo quattro lettere: Sony, Nike, Dior... Meglio ancora se con un grafema alieno. E quale più della “k”? La designer Daniela Rossi fece di meglio: rovesciò la “i”. Divenne un marchio inconfondibile».

Qual è il primo giornale che ha tenuto fra le mani da bambino?
«Il Corriere della Sera. In casa entrava solo quello. Mi ci appassionai a 14 anni, nel periodo segnato dallo scandalo della P2, quando, su pressione del presidente Sandro Pertini, a Franco Di Bella subentrò come direttore Alberto Cavallari».

Perché ha scelto un mestiere, l’edicolante, considerato in via di estinzione?
«Mi è sembrato il modo migliore per abitare il reale in un mondo divenuto virtuale. Il che significa vivere il freddo, il caldo, la pioggia, il vento. Abiti il reale se crei un rapporto con la comunità che ti circonda. Sto qui 16 ore al giorno, faccio una vita di strada. È una grande scuola. Per un giovane sarebbe più educativa del liceo. Toccare i giornali è fondamentale per la formazione di un essere umano».

D’inverno è riscaldato questo chiosco?
«No, e neppure rinfrescato d’estate. Gli sbalzi termici mi farebbero male».

Dev’essere un inferno a Ferragosto.
«Fu peggio quando ebbi una malattia molto seria. Venivo a lavorare lo stesso. Lì ho toccato con mano che cos’è la solidarietà. Una famiglia tutte le sere si presentava con un pasto caldo: non ne avevo bisogno, perché so cucinare da solo, ho la schiscetta. Però mi ha commosso. Non dimenticherò mai una persona che pregava per la mia guarigione. Ancora oggi tutti i giorni mi porta le brioche».

Quante testate ci sono qui dentro?
«Circa 500. Farcele stare è una fatica tremenda. Ogni mattina devo movimentare a forza di braccia metà edicola».

Soffrono di più i libri o i giornali?
«La stampa sta attraversando il deserto, insieme con le tv. L’editoria libraria lo ha già attraversato. Le vendite dei quotidiani sono in caduta libera, torneranno ai livelli anteriori al boom economico. Di conseguenza, la pubblicità migra verso il digitale, perché i lettori stanno lì, sulla Rete. L’algoritmo oggi è il pastore dell’essere, per usare un’espressione di Martin Heidegger: gli cedi i tuoi dati e lui ti viene a cercare per venderti qualcosa. Ovvio, alle aziende interessa di più un mezzo che targetizza, brutta parola».

Pure lei sta su Instagram e Facebook.
«Ci starò per poco. Ho voluto lasciare un suggerimento di vita ai giovani: facciamoci il c... ma almeno divertiamoci».

Leggo che ha arruolato un «content creator e creativo multidisciplinare».
«Macché arruolato! È Tudor Laurini, un blogger. Ha lo studio qui vicino. Lo chiamano Klaus. Mi faceva la posta da tempo per filmarmi. Mi tempestava di domande. Guarda che io non voglio comparire sui social, lo dissuadevo. Poi ho visto che le fanciulle lo riconoscevano per strada: Klaus di qui, Klaus di là. Alla fine ho ceduto. Intelligente e simpatico. Penso che ripeterò l’esperimento. Voglio spiegare ai ragazzi come si disegna un menabò e come si legge un giornale».

Per l’edicola c’è futuro?
«No, se la rendi un luogo passivo, dove accetti di smerciare gadget, snack, fiori. Dicono che in 20 anni i punti vendita siano scesi da 35.000 a 20.000. Secondo me, togliendo quelli che fungono da biglietterie per bus e ritiro di pacchi Amazon, sono molti meno. Ma per chi sa selezionare e creare un proprio pubblico, spazio ce ne sarà sempre, e tanto. Altrimenti perché mi farei arrivare persino il mensile francese Philosophie Magazine, che tra gli insegnanti va via come il pane?».

Ha una ricetta anche per noi scribi?
«I giornali d’inchiesta, che spiegano, che controllano il potere, che orientano, che aprono finestre sul mondo, che sanno fare sintesi, che dialogano con i lettori non moriranno mai. Voi però usate un linguaggio che non attrae i giovani. Loro hanno capito che per affrontare l’intelligenza artificiale hai bisogno di categorie logiche e filosofiche, sennò quella roba lì ti macina. Io sono mentalmente cambiato da quando faccio questo lavoro, adesso sono un uomo del tutto diverso».

Vogliamo parlare dei costi industriali di un giornale stampato in tipografia?
«Ha ragione, sono diventati insostenibili. Il Pdf, invece, lo stampo gratis dal mio pc. Ma questi sono anche i costi della democrazia. Che Paese saremmo senza le edicole? Glielo dico io: una selva di tribù che si accapigliano sul web. Uno dei motivi di deterioramento della politica è proprio la crisi della carta stampata».

Quanti clienti ha?
«Almeno 400 al giorno. Il sabato e la domenica possono arrivare a 1.500».

Li attira persino con la musica, sento.
«Nella colonna sonora del mio chiosco ci sono sempre Mozart e i Concerti brandeburghesi di Bach. Anche quelli per clavicembalo. Mi mettono gioia».

Le è capitato di non esporre, di tenere sotto il banco, una testata che disprezza?
«No. Detesto le censure ideologiche».

Molti suoi colleghi salvavano il bilancio mensile con i periodici hard, ma ora il porno arriva a domicilio con Internet.
«Schifezze qui non ne tengo, ho deciso a priori di rifiutarle. Pertanto, non so neppure se quei giornaletti escano ancora».

Mai pentito d’aver mollato Feltrinelli?
«No, ci mancherebbe altro. Lei si chiederà: ma chi te lo ha fatto fare?».

Mi legge nel pensiero.
«La curiosità. All’alba non vedo l’ora di venire qui, perché so che mi attende una scommessa e incontrerò tantissime persone interessanti. Serve una grande disciplina per affrontare una vita così».

Non ha paura della fauna notturna?
«No. Il bar qui accanto chiude alle 2, funge da deterrente».

Quando lavoravo a Milano, i giornali me li portava a casa un giovane edicolante di piazza Esquilino, che studiava ingegneria meccanica. All’alba del 4 gennaio 1999 fu ucciso nel suo chiosco.
«Ricordo. Lo scorso novembre ho subìto anch’io una rapina, però piccola».

Le ultime ferie quando sono state?
«Non lo ricordo, giuro. Tra Basilicata e Calabria, mi pare, dal lunedì al venerdì. Allora avevo dei collaboratori, me lo potevo permettere».

La salute non ne risente?
«Mi mantengo in forma con le flessioni dentro l’edicola, 100 al giorno».

Tempo per leggere gliene avanza?
«Un’ora e mezza la sera, prima di addormentarmi. Alle 23.30 crollo».

Un giorno avrà diritto alla pensione?
«Che cosa triste, la pensione, non voglio andarci. Ho tre figli da affiancare nelle loro avventure. Trasmetterò la mia testimonianza ai giovani, ma non rimarrò qui a vita. Il mio ciclo sta finendo».

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