Per giorni hanno provato a usarlo, a strumentalizzarlo, lo hanno sbandierato come l’”eroe italiano” che ferma a mani nude il criminale straniero.Poi arriva lui, Luca Signorelli, e ieri sera a PiazzaPulita per la prima volta ha parlato di quello che ha fatto ed è successo a Modena. E in meno di un minuto Signorelli ha letteralmente smontato e smentito una settimana di oscena propaganda razzista e xenofoba.Facendo NOMI E COGNOMI. “È inutile che il signor Ministro Salvini e l’onorevole Vannacci si mettano lì a dire: ‘Ah, qui è una questione di fanatismo religioso” IL Signorelli non ha usato frasi che inneggiavano a problemi religiosi, fanatismo, assolutamente. ”Quando l’ho fermato a terra urlava e basta. No, non è niente di tutto questo. Buttiamo dell'acqua su questo fuoco perché non porta da nessuna parte. Insieme a me c’erano ragazzi di altre nazionalità. L’unione fa la forza. C'è solo una nazionalità: l’Umanità."Il gesto è eroico il suo soprattutto. unìmile Infatti queste parole sono straordinarie.«Chi di dovere le prenda e le porti a casa.E grazie Luca per averlo detto ». ( Lorenzo Tosa )
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
Cerca nel blog
Visualizzazione post con etichetta fanatismo religioso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fanatismo religioso. Mostra tutti i post
22.5.26
C'è solo una #nazionalità: l’#Umanità." risposta. di #LucaSignorelli alla #lega ed #vanccci. che lo #strumentlizzano per il. suo. aiuto. nel. caso di #Modena
3.4.25
DIARIO DI BORDO N 113 ANNO Ⅲ Botte alle figlie "occidentali". Il consigliere sikh andava respinto., «Vittima di bullismo per il mio naso, con la rinoplastica ho trovato la forza di chiedere il divorzio: mio marito non mi meritava»
non concordo comletamente co l'articolo sotto riportato , ma è l'unico non a pagamento che ho trovato . Infatti c'è del razzismo e del classimo evidente quando : << Non dovevano nemmeno candidarlo, chi se ne frega dei voti che raccoglieva nella comunità indiana. Il punto è che a Brescia invece hanno eletto un consigliere comunale che professionalmente non aveva doti (guidava i muletti in magazzino, ha la terza media) ma in compenso ha valori culturali per noi deteriori, come si dice, irricevibili: uno che ora è accusato, piuttosto solidamente, di aver impedito alle figlie di vivere all'occidentale (accusa solitamente rivolta ai musulmani) e di averle perciò maltrattate, picchiate, recluse per evitare che conoscessero coetanei al di fuori della cerchia induista. [...] La conferma delle dimissioni di Balwinder Singh è giunta ieri mattina ma lascia un'ombra su una cultura religiosa ritenuta oppressiva per le donne al di là delle rivendicazioni di facciata della Comunità Sikh locale, la quale, ieri, come una comunità islamica
qualsiasi, ha parlato della volontà di «operare in armonia con le leggi e i valori di questa nazione ». Come a dire che gli appartenenti alla comunità indu in questo caso fossero dei criminali . E'vero innegabile che sempre secondo IL GIORNALE ‹‹ [...] Balwinder Singh, 49 anni, in Italia da 24 anni ma di madrelingua punjabi (una delle 22 lingua indiane, la parlano in 140 milioni) ed esteriormente è simile alla classica caricatura dei Sikh: barba lunga con punte aguzze e in testa un dastar, un turbante rosso come le vesti che indossa; almeno 30mila immigrati come lui vivono nella bassa bresciana e provengono quasi tutti dallo stato indiano del Panjab, al confine con il Pakistan. A Flero, sempre nella Bassa, c'è uno dei più grandi templi Sikh italiani. Balwinder Singh è stato eletto alle elezioni comunali del 2023 nella lista civica «Fabio Rolfi Sindaco», in quota al centrodestra, grazie ai voti della sua nutrita comunità. Il resto è cronaca. Venerdì pomeriggio si è presentato a Palazzo Loggia, a Brescia, e nessun consigliere ha notato che aveva un braccialetto elettronico legato alla caviglia: gliel'avevano legato il 21 marzo scorso dopo averlo indagato assieme alla moglie e averlo sottoposto al divieto di avvicinamento alle figlie, una maggiorenne e l'altra ancora minorenne. Botte, minacce, punizioni: questo pur di impedir loro di vivere all'occidentale, cioè normalmente. Secondo le indagini non potevano avere relazioni con italiani e non potevano depilarsi le ascelle e i baffetti, per la derisione dei compagni di scuola. Cose così. Non potevano neppure tagliarsi mai i capelli. Balwinder Singh (gli uomini Sikh portano tutti il cognome Singh, le donne Kaur) in precedenza a quanto pare aveva anche esaltato l'omicidio di Saman Abbas, la 13enne uccisa dai genitori in provincia di Reggio Emilia quattro anni fa: «Un'azione doverosa per preservare la reputazione», avrebbe detto all'incirca alle figlie.
qualsiasi, ha parlato della volontà di «operare in armonia con le leggi e i valori di questa nazione ». Come a dire che gli appartenenti alla comunità indu in questo caso fossero dei criminali . E'vero innegabile che sempre secondo IL GIORNALE ‹‹ [...] Balwinder Singh, 49 anni, in Italia da 24 anni ma di madrelingua punjabi (una delle 22 lingua indiane, la parlano in 140 milioni) ed esteriormente è simile alla classica caricatura dei Sikh: barba lunga con punte aguzze e in testa un dastar, un turbante rosso come le vesti che indossa; almeno 30mila immigrati come lui vivono nella bassa bresciana e provengono quasi tutti dallo stato indiano del Panjab, al confine con il Pakistan. A Flero, sempre nella Bassa, c'è uno dei più grandi templi Sikh italiani. Balwinder Singh è stato eletto alle elezioni comunali del 2023 nella lista civica «Fabio Rolfi Sindaco», in quota al centrodestra, grazie ai voti della sua nutrita comunità. Il resto è cronaca. Venerdì pomeriggio si è presentato a Palazzo Loggia, a Brescia, e nessun consigliere ha notato che aveva un braccialetto elettronico legato alla caviglia: gliel'avevano legato il 21 marzo scorso dopo averlo indagato assieme alla moglie e averlo sottoposto al divieto di avvicinamento alle figlie, una maggiorenne e l'altra ancora minorenne. Botte, minacce, punizioni: questo pur di impedir loro di vivere all'occidentale, cioè normalmente. Secondo le indagini non potevano avere relazioni con italiani e non potevano depilarsi le ascelle e i baffetti, per la derisione dei compagni di scuola. Cose così. Non potevano neppure tagliarsi mai i capelli. Balwinder Singh (gli uomini Sikh portano tutti il cognome Singh, le donne Kaur) in precedenza a quanto pare aveva anche esaltato l'omicidio di Saman Abbas, la 13enne uccisa dai genitori in provincia di Reggio Emilia quattro anni fa: «Un'azione doverosa per preservare la reputazione», avrebbe detto all'incirca alle figlie.
Non è finita, come detto. Per la stessa inchiesta era già scattato l'arresto del figlio maschio di famiglia, accusato di violenza sessuale sempre ai danni delle sorelle: la più grande delle quali ora convive con un ragazzo ed è stata la prima ad andarsene, la più piccola invece è in una struttura protetta (da fine novembre scorso) dopo aver raccontato la sua situazione a un'insegnante. Il resto è un balletto di dichiarazioni: il legale della famiglia parla di innocenza, il centrodestra ha preso le distanze (un po' tardive) e la sindaca Laura Castelletti ha detto qualche parola di buon senso, distinguendo le responsabilità personali da quelle politiche, e ponendo l'accento sulla tutela delle due ragazze.»
Quindi collaboriamo con la comunità Indu oltre che con quella Mussulmana per isolare i fanatici e i violenti
......
«Vittima di bullismo per il mio naso, con la rinoplastica ho trovato la forza di chiedere il divorzio: mio marito non mi meritava»
Anni di bullismo, prese in giro e giudizi. Il motivo? Il suo naso. Con il tempo, il tratto fisico è diventato la sua più grande insicurezza a livello estetico. Tutto ciò ha provocato in lei un senso di infelicità generale. Apparentemente per questi motivi Devyn Aiken, 30enne americana, ha deciso di sottoporsi adun intervento di chirurgia estetica per rifarsi il naso.
La rinoplastica
«Il mio naso non era mai stato “perfetto” secondo gli standard di bellezza che vedevo ovunque» ha raccontato la donna al tabloid britannico Mirror. Commenti e sconosciuti avevano lentamente scalfito la sua autostima, convincendola che un cambiamento fisico fosse la chiave per sentirsi finalmente accettata. Dopo anni di riflessioni, ha deciso di sottoporsi all’intervento, spinta dalla speranza che un naso più «armonioso» potesse migliorare il suo aspetto e la sua vita.
Il cambiamento dopo l'operazione
Dopo aver effettuato la rinoplastica, la 30enne è cambiata non solo a livello fisico, ma soprattutto interiormente. Una nuova consapevolezza l’ha portata a una riflessione profonda: la sua iniziale insicurezza non era mai stata davvero legata al naso, ma a una dipendenza dall’approvazione degli altri: «Ho capito che nessuna modifica esteriore poteva guarire ciò che provavo dentro. E quindi, dopo due anni di separazione da mio marito, ho trovato anche la forza per chiedere il divorzio. Ho capito che non mi meritava e di volermi concentratre solo su me stessa».
Il cambiamento dopo l'operazione
Dopo aver effettuato la rinoplastica, la 30enne è cambiata non solo a livello fisico, ma soprattutto interiormente. Una nuova consapevolezza l’ha portata a una riflessione profonda: la sua iniziale insicurezza non era mai stata davvero legata al naso, ma a una dipendenza dall’approvazione degli altri: «Ho capito che nessuna modifica esteriore poteva guarire ciò che provavo dentro. E quindi, dopo due anni di separazione da mio marito, ho trovato anche la forza per chiedere il divorzio. Ho capito che non mi meritava e di volermi concentratre solo su me stessa».
25.9.22
Uccise come Masha Amini o Rieducate alla sharia. Così vengono punite le iraniane accusate di "mal velo" e i pseudo influenzer che intervengono su tutto sono zitti
davanti a quello che sta succedendo in Iran mi chiedo ma i famosi o meglio i pseudo influenzer che intervengono su tutto e tutti stanno zitti ? Infatti
[...] Le ragazze iraniane che vengono in Italia del velo non ne vogliono sapere, e sono convinta che la maggior parte di quelle che lo indossa lo fa per le pressioni della famiglia". Ad assicurarcelo è Nazli, 28 anni. Nessun hijab, sulla sua testa c’è il cappellino di una nota squadra di baseball americana. È una millenials e ha uno smartphone in mano. "Per Masha c’è stata una buona mobilitazione anche in Italia, sui social tanti utenti hanno condiviso e denunciato l’accaduto, ma che fine hanno gli influencer?", si domanda. "È mancato il supporto delle persone influenti. Le donne che hanno un seguito sui social e che si sono esposte sono state poche. Non c’è stata quella adesione che abbiamo visto con il caso Floyd e il Black lives matter". Come mai? "È come se l’argomento non avesse appeal, sembra che il velo sia qualcosa di sacro e intoccabile e che se non sei musulmano non puoi permetterti di giudicarlo", risponde.[... ]
dal portale \ aggregatore https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/ fonte l'articolo : "Rieducate alla sharia". Così vengono punite le iraniane accusate di "mal velo" di Elena Barlozzari de IL Giornale - Ieri 21:36
Ed ecco la mia provocazione . Se si è vero che il velo islamico ( uso tale termine per differenzialo nonostante la comune origine da quello cristiano \ cattolico ) come lo definisce sempre l'articolo sopracitato e linkato nelle righe precedenti : << Non si può banalizzare né decontestualizzare. Non è uno slogan né un accessorio alla moda. Ci vuole cautela e l’Occidente non può usarlo come simbolo di libertà. Ce lo insegnano Masha Amini e le tante iraniane che in questi giorni stanno protestando nel suo nome e per la loro autodeterminazione. Chi il velo lo conosce e lo subisce, lo brucia. È quello che sta accadendo nelle piazze della Repubblica islamica dell'Iran: a Teheran, Mashhad, Tabriz, Rasht, Isfahan e Kish. Centinaia di hijab dati alle fiamme. La 22enne curda è stata percossa dalla polizia morale lo scorso venerdì. [...] >> perchè non chiedono pubblicamente che : le mogli dei capi di stato che che vanno in vaticano , le suore ed in certi paesi tradizionali del sud e delle isole anche al di fuori delle chiese o ai matrimoni la donna non sia velata o a testa coperta ? Concludo rispondendo cosi a miei utenti ed amici di destra che mi hanno classificato \ etichettato come filo islamico perchè vedo il velo o coprirsi i capelli come segno di libertà dico che si il coprirsi i capelli non è simbolo di libertà ma per alcune culture esso è un segn identitario \ tradizionale e come tale , se è spontaneo ed non obbligato imposto come in molti regimi teocratici come l'iran , va rispettato e compreso . qui sta la verà laicità di cui molti si fanno ipocritamente portatori e rappresentanti del vaslore della laicità
14.7.17
questi non sono credenti ma bestie e misogni Taglia tutte e cinque le dita della mano a sua moglie: “Le donne non devono studiare”
Questo post è dedicato a : chi non ha ma letto niente di me , o non ha mai letto le faq però si mette ad insuiltare definendomi filo islamico o peggio terrorista o loro amico ( che dal 2001 a quesata parte sta sostituendo l'insulto del secolo scorso , comunista ) solo perchè invitoala coesistenza tolleranza critica e non acritica di chi ha una fede o radici culturali diverse dalle mie
da news.fidelityhouse.eu/
Taglia tutte e cinque le dita della mano a sua moglie: “Le donne non devono studiare"
Studiare può essere una vera seccatura, quantomeno se prestiamo ascolto alle recriminazioni della maggior parte degli studenti del globo .

Certo la scuola può essere divertente sotto determinati aspetti, specialmente per quel che riguarda quello relativo alle relazioni sociali, ma quando si tratta di verifiche e compiti in classe…apriti cielo! Non che da adulti la situazione diventi poi molto più rosea poiché, anche durante percorsi di laurea che abbiamo scelto
e che ci piacciono, saremo costretti a confrontarci con materie o metodi di apprendimento che faticheremo in qualche modo ad assimilare. E’ normale e vale per (quasi) tutti, figuriamoci per coloro che hanno scelto un percorso di studi che non sono mai riusciti ad apprezzare solamente in virtù dello sbocco lavorativo! Ad ogni modo vi sono cose ben più gravi che essere “costretti” a studiare materie obbligatorie, come ad esempio l’essere costretti a non studiare. A non studiare affatto. Se l’essere umano è riuscito a passare dalle caverne ai grattacieli lo deve primariamente alla sua inventiva, alla sua capacità d’astrazione ed alla sua intelligenza, nonché alla trasmissione di nozioni da una generazione all’altra; lo stesso dicasi per l’eredità culturale e per gli studi sociologici ed antropologici, e tutte le varie connessioni biologiche e genetiche del caso. In altre parole, se lo studio non esistesse saremmo ancora all’età della pietra. Ed è ciò che alcuni fondamentalisti religiosi vogliono per le loro donne. Fra questi

v’è Rafiqul Islam, un 30enne originario degli Bangladesh ma trasferitosi negli Emirati Arabi Uniti, il quale è stato arrestato per avere commesso un crimine di una crudeltà semplicemente inaudita. La vittima è stata la 21enne Hawa Akhter,

e la sua colpa era semplicemente quella di voler studiare. Read more at http://news.fidelityhouse.eu/notizie-curiose/taglia-tutte-e-cinque-le-dita-della-mano-a-sua-moglie-le-donne-non-devono-studiare

Fra Rafiqul ed Hawa c’erano stati dei grandi attriti per via di questo motivo, cosa in realtà piuttosto frequente negli Emirati Arabi Uniti ed in Bangladesh, Paesi islamici nei quali la visione retrograda della donna-oggetto è ancora fortemente radicata a livello sociale. Ma la 21enne non avrebbe mai pensato che suo marito sarebbe stato capace di arrivare a farle seriamente del male, probabilmente traviata da un contesto in cui discussioni di quel genere sembrano del tutto comprensibili, nel quale una donna debba lottare con tutte le sue forze per il diritto allo studio. Così lui l’ha convinta a farsi legare e bendare spiegandole che “c’era una sorpresa per lei”; quindi ha preso il coltello.


Rafiqul ha preso la mano destra di sua moglie, oramai immobilizzata ed inerte, e le ha tagliato via una ad una tutte e cinque le dita. Quella era la sua punizione per avere insistito nel voler studiare, dal momento che – essendo Hawa destrorsa – utilizzava proprio quella mano per scrivere gli appunti. E non è tutto, poiché uno dei parenti di Rafiqul, in accordo con lo psicopatico, ha a quel punto raccolto le dita della ragazza e le ha gettate nella spazzatura, in maniera tale che i dottori non potessero essere in grado di riattaccargliele.
Rafiqul è stato poi arrestato dalla polizia del Bangladesh una volta tornato in patria, ed ora affronterà il carcere essendo stato ritenuto colpevole mutilazioni aggravate permanenti. Il 30enne ha raccontato agli agenti di aver commesso quel gesto per gelosia, poiché non poteva accettare che sua moglie potesse vantare un titolo di studio più alto del suo. Le autorità locali hanno rivelato che si tratta solo dell’ultimo di una lunga serie di casi di donne musulmane mutilate dai mariti per motivi analoghi (poco tempo prima un uomo aveva strappato via un occhio a sua moglie, “colpevole” di essersi iscritta alla Canadian University). In quanto ad Hawa, ora sta imparando a scrivere con la mano sinistra ed ha dichiarato di voler terminare gli studi universitari.
da news.fidelityhouse.eu/
Taglia tutte e cinque le dita della mano a sua moglie: “Le donne non devono studiare"
Studiare può essere una vera seccatura, quantomeno se prestiamo ascolto alle recriminazioni della maggior parte degli studenti del globo .

Certo la scuola può essere divertente sotto determinati aspetti, specialmente per quel che riguarda quello relativo alle relazioni sociali, ma quando si tratta di verifiche e compiti in classe…apriti cielo! Non che da adulti la situazione diventi poi molto più rosea poiché, anche durante percorsi di laurea che abbiamo scelto

v’è Rafiqul Islam, un 30enne originario degli Bangladesh ma trasferitosi negli Emirati Arabi Uniti, il quale è stato arrestato per avere commesso un crimine di una crudeltà semplicemente inaudita. La vittima è stata la 21enne Hawa Akhter,

e la sua colpa era semplicemente quella di voler studiare. Read more at http://news.fidelityhouse.eu/notizie-curiose/taglia-tutte-e-cinque-le-dita-della-mano-a-sua-moglie-le-donne-non-devono-studiare

Fra Rafiqul ed Hawa c’erano stati dei grandi attriti per via di questo motivo, cosa in realtà piuttosto frequente negli Emirati Arabi Uniti ed in Bangladesh, Paesi islamici nei quali la visione retrograda della donna-oggetto è ancora fortemente radicata a livello sociale. Ma la 21enne non avrebbe mai pensato che suo marito sarebbe stato capace di arrivare a farle seriamente del male, probabilmente traviata da un contesto in cui discussioni di quel genere sembrano del tutto comprensibili, nel quale una donna debba lottare con tutte le sue forze per il diritto allo studio. Così lui l’ha convinta a farsi legare e bendare spiegandole che “c’era una sorpresa per lei”; quindi ha preso il coltello.

Rafiqul ha preso la mano destra di sua moglie, oramai immobilizzata ed inerte, e le ha tagliato via una ad una tutte e cinque le dita. Quella era la sua punizione per avere insistito nel voler studiare, dal momento che – essendo Hawa destrorsa – utilizzava proprio quella mano per scrivere gli appunti. E non è tutto, poiché uno dei parenti di Rafiqul, in accordo con lo psicopatico, ha a quel punto raccolto le dita della ragazza e le ha gettate nella spazzatura, in maniera tale che i dottori non potessero essere in grado di riattaccargliele.
Rafiqul è stato poi arrestato dalla polizia del Bangladesh una volta tornato in patria, ed ora affronterà il carcere essendo stato ritenuto colpevole mutilazioni aggravate permanenti. Il 30enne ha raccontato agli agenti di aver commesso quel gesto per gelosia, poiché non poteva accettare che sua moglie potesse vantare un titolo di studio più alto del suo. Le autorità locali hanno rivelato che si tratta solo dell’ultimo di una lunga serie di casi di donne musulmane mutilate dai mariti per motivi analoghi (poco tempo prima un uomo aveva strappato via un occhio a sua moglie, “colpevole” di essersi iscritta alla Canadian University). In quanto ad Hawa, ora sta imparando a scrivere con la mano sinistra ed ha dichiarato di voler terminare gli studi universitari.
3.8.15
Bestemmia ( Alì e Shira sono stati barbaramente uccisi ) © Daniela Tuscano
Lui 18 mesi, lei 16 anni. La vita li aveva destinati a due fronti opposti sul medesimo lembo di terra, chiamatela Israele, Palestina o entrambi. Io ho sempre amato poco le rigide distinzioni, in questo momento poi non le sopporto.
Alì era un bimbo dolce e bellissimo, palestinese di Nablus.
Dal volto altrettanto bello dell’israeliana Shira l’infanzia stava dileguando, ma ancora resisteva, rosea e paciosa, soprattutto raggiante. Di quella completezza donata solo ai giovanissimi.
Chi l’ha assassinata invidiava quella felicità, ripete adesso la mamma. Se Alì fosse o no felice, lo ignoriamo. Lo ignorava pure lui, alla sua età l’interrogativo non si pone. Semplicemente si vive, la felicità è una cosa, le braccia materne, l’esitante austerità del padre, gli scintillii della piccola casa. I bambini piccoli non vedono bene, toccano, respirano. Sono “animali graziosi e benigni”. E per questo, a volte, il loro sguardo si vena d’una gravità inaspettata, misterica. Quasi percepissero il peso del mondo circostante.
Non c’è più Alì, l’hanno arso vivo mentre dormiva, gettando una bottiglia molotov nella sua cameretta. Volevano sterminare lui e la sua famiglia – e ci sono quasi riusciti – solo perché palestinesi. Non importava come si chiamassero, né cosa facessero. Uno valeva l’altro. Non dovevano esistere. E sui muri della casetta devastata hanno tracciato scritte deliranti: “vendetta” e “viva il Messia”. Gli emissari del “Messia” hanno bruciato un bambino.
Shira invece sfilava al Gay Pride di Gerusalemme. Felice, come sostiene la madre. Gaia. Si trovava lì per solidarietà coi suoi amici. L’hanno colpita i fendenti di Yishai Schlissel.( foto a destra ) Lo chiamano estremista ultraortodosso, non nuovo a simili attentati, eppure libero di circolare… e d’uccidere. L’informazione ormai sofisticatissima ci ha restituito quegli attimi atroci in tempo reale,
la sagoma nera e ottusamente sgangherata di Schlissel pronta a ghermire la folla col suo coltellaccio da macellaio.
Sì, è nero, quell’”ultraortodosso”. Nero come le bandiere di Isis/Daesh, suoi corrispettivi islamisti. E invece eccolo lì, tra i poliziotti che lo portano via, con alle spalle una bandiera ben diversa, un arcobaleno per lui intollerabile e folle. Yishai Schlissel, o l’ascetismo senza cuore. La superbia ossuta e, perciò, priva d’anima; quell’uomo è orrendo perché non più umano, forse pre-umano. Lo stadio obliquo dell’evoluzione.
I volti degli sterminatori di Alì rimangono, purtroppo, sconosciuti. Ma siamo certi somiglino molto a Schlissel. Possono essere giovani o anziani, uomini o donne. Belli o ripugnanti. Restano mostruosamente uguali, per quella stessa superbia, per la bestemmia di credersi iddii e dover punire e annientare chi trasgredisce la Legge (Alì, lo ripetiamo, l’ha trasgredita il giorno stesso che è venuto al mondo).
Il governo israeliano ha assicurato punizioni severe. Personalmente gli credo, ma non basta. Non più. Non intendo addentrarmi in analisi politiche, ma gli Schlissel e chi ha ridotto Alì in cenere sono il logico risultato d’un clima diffuso, d’un odio proclamato, insegnato, persino vantato da partiti vicinissimi a Netanyahu e di cui fanno ora le spese gli stessi israeliani. Il premier ha sostenuto di voler difendere le tradizioni democratiche d’Israele dai crimini degli “ultraortodossi”, ma una democrazia, per essere reale e matura, non può ignorare i pur problematici vicini e ostinarsi a negare il diritto a esistere del popolo palestinese. Alì non è stato certamente il primo bambino a perire in modo così tremendo, ma la notizia del suo martirio ha avuto un’eco mai ottenuta in precedenza e scosso l’opinione pubblica mondiale. Tralascio la desueta e ipocrita frase “almeno il suo sacrificio è servito a qualcosa”. Primo, perché Alì non intendeva sacrificarsi neppur lontanamente; secondo, perché i sacrifici non servono mai; “misericordia voglio e non sacrifici”, ammonisce la Bibbia.
Già, la Bibbia. Il Libro. La Legge poc’anzi ricordata. Se Alì ha perso la vita a causa d’un abominevole connubio tra politica, fanatismo religioso e razzismo, Shira è stata eliminata perché manifestava con gli omosessuali, anzi coi “sodomiti”, e i sodomiti, nella Bibbia (ma pure nel Corano e in altre confessioni), sono condannati.
La religione giustifica il gesto di Schlissel? No, naturalmente. Gliene ha offerto però il pretesto? Per molti, altrettanto naturalmente, sì. Per quei molti, con la religione occorrerebbe solo farla finita; dimenticando che, quanto agli omosessuali, il trattamento loro riservato da regimi atei, di nome e/o di fatto – Urss, Cuba, Nord Corea, per tacere, in passato, della Germania nazista… - non si è rivelato né più tollerante, né più misericordioso. Ed eccoci tornati al vocabolo originario, misericordia. Qualsiasi religione, se autentica, se incontaminata dal fondamentalismo e dal millenarismo, non mortifica l’umano; il suo messaggio è sollievo per tutti; Asia Bibi, dal suo calvario infinito, ci sta dimostrando, ed è solo l’ultimo caso, il potere liberante della religione. Non schiavitù, non odio e ignoranza, non condanna, non invidia dell’altrui felicità.
Sono consapevole dell’estrema povertà delle mie parole. Soluzioni, non ne possiedo. Le apologie, oltre che inopportune, in simili casi divengono strumentali. Non difendiamo idee, per quanto nobili. Ma persone. E per questo urge una serissima riflessione certamente degli studiosi (politologi, storici di ogni latitudine, sesso ecc.), ma anche e soprattutto dei credenti. Il dilagare della peste fondamentalista esige, da parte nostra, un rinnovato linguaggio ed esegesi dei testi, uno slancio più deciso verso il dialogo ecumenico e un ascolto sempre più partecipe di quell’”altro”, di quell’ospite, uomo e donna, che in realtà è il nostro specchio. Perché i muri, li abbiamo in primo luogo dentro, e v’imprigioniamo tutto, anche Dio, il quale invece è somma libertà e detesta formule preconfezionate. Perché i muri vanno sì abbattuti, ma non bruciati, e le persone non si riducono a cortei. Dietro quei cortei si odono voci, storie. Dietro quei muri si snodano vite semplici e irripetibili.
L’assassinio di Alì e Shira ha, quindi, un solo colpevole: non Dio, ma la superbia umana. Colei che riduce la religione a una nota, sempre la stessa, monotona, assillante, e la spaccia per Verità irrefragabile; colei che vuole il mondo nero, perché teme i colori; e non prende il largo, perché negligente. Colei che cerca pretesti alla sua insipienza.
© Daniela Tuscano
18.6.13
Genovese morto in Siria, Imam Pallavicini: ''Spirale ideologica in aumento''
Adesso dopo la morte di Giuliano D inizierà , m'auguro di no , la caccia all'islamico e nel considerarli tutti estremisti quando invece è vero il contrario .Infatti "Il fenomeno è in crescita ma cerchiamo di fare prevenzione perché alcuni ingenui idealisti possono essere oggetto del lavaggio del cervello di falsi maestri". come dice qua sotto l'inam Wahid di Milano, Yahya Sergio Yahe Pallavicini.
speriamo che non sia il primo visto che dall'italia ne sono partiti secondo questo articolo di repubblica. Quindi prima di parlare o scrivere .... informatevi grazie eviterete odio e proliferazione ulteriore di catti maestri
speriamo che non sia il primo visto che dall'italia ne sono partiti secondo questo articolo di repubblica. Quindi prima di parlare o scrivere .... informatevi grazie eviterete odio e proliferazione ulteriore di catti maestri
25.1.13
ma siamo impazziti ? Usa, proposta choc: "Carcere per chi abortisce dopo strupro"
Dopo un candidato repubblicano ha dichiarato a senato Usa ( con una frase d'altri empi e dis tampo medievale ) che : << una donna incinta dopo lo stupro è volere di Dio >> , il fondamentalismo religioso in America colpisce ancora . Leggendo la news sotto riportata mi viene da pensrae re che è evidentemente tale persona non ha subito ( e mi auguro che non la subisca perchè non si dovrebbe mai augurare ad una donna bella o brutta che sia una simile cosa ) o non sa cosa sia uno stupro
fonte ilfattoquotidiano online del 24\1\2013
Usa, carcere per donne che abortiscono dopo stupro: è “inquinamento delle prove”
La proposta di legge arriva da una deputata repubblicana del New Mexico: la vittima di una violenza carnale deve portare a termine l'eventuale gravidanza perché il feto possa essere utilizzato in sede di processo come prova del reato. Difficilmente il disegno passerà, ma l'asticella della decenza è stata di certo spostata qualche metro più in là
di Marco Quarantelli | 25 gennaio 2013
La donna che decide di abortire dopo essere stata stuprata commette il reato di “inquinamento delle prove” e va punita con una pena che può arrivare fino a tre anni di carcere. Finora gli attacchi più furiosi alla libertà di scelta e le dichiarazioni più sgradevoli su stupro e aborto
erano usciti da bocche maschili e repubblicane. La proposta di legge
presentata il 23 gennaio al Congresso del New Mexico, invece, porta la
firma di una donna, Cathrynn Brown, anche lei rigorosamente repubblicana, secondo cui la vittima di una violenza carnale deve portare a termine l’eventuale gravidanza perché il feto possa essere utilizzato in sede di processo
come prova del reato. La sistematica guerra alle donne e ai loro
diritti dichiarata negli Usa da una parte consistente del Grand old
party non conosce soste.
New Mexico, Stati Uniti, profondo sud. “L’inquinamento delle prove – si legge nella House Bill n. 206
presentata alla Camera dei Rappresentanti – includerà l’abortire o il
facilitare un aborto oppure il costringere qualcuno ad ottenere l’aborto
di un feto che sia il risultato di una penetrazione sessuale criminale o di un incesto,
con l’intento di distruggere le prova del crimine”. Firmato Cathrynn N.
Brown, signora di 60 anni dal rotondo faccione sorridente. L’interruzione di gravidanza verrebbe così considerata reato di terzo grado,
insieme a “omicidio volontario, furto, guida in stato di ebbrezza,
lesioni aggravate, sequestro a scopo di riscatto”, punibili con la
reclusione fino a tre anni. “Questa legge trasforma le vittime in criminali – ha spiegato all’Huffington Post Pat Davis, attivista di ProgressNow New Mexico – e le costringe a diventare incubatrici della prova per conto dello Stato”.
![]() |
| La repubblicana del New Mexico Cathrynn N.Brown |
Un testo controverso, che mette in discussione persino i fondamenti della teoria repubblicana in materia. “Se gli attivisti pro-life da sempre affermano che il feto è un ‘essere vivente’ fin dal momento del concepimento – fa notare Rick Ungar su Forbes
– ci si domanda perché la Brown ora suggerisca che il feto non è altro
che un ‘oggetto’ in grado di entrare in gioco in un processo come prova
di un reato. Una prospettiva offensiva sia per i pro-life che per i pro-choice“.
Senza contare poi il fatto che “in nessun caso la presenza di un feto
prova che è avvenuto uno stupro. Altrimenti se ne dovrebbe dedurre che
una donna che non è mai stata incinta di sicuro non è mai stata
stuprata”.
Negli Usa la chiamano la “guerra alle donne”,
un conflitto di trincea in cui, legge dopo legge, lo scopo è quello di
guadagnare un metro all’avversario: la libertà di scelta. Il mancato rinnovo del
Violence against women act, che dal 1994 garantiva tutele legali ed economiche alle vittime di violenza, è solo uno degli ultimi attacchi scagliati dal Grand old party. Tra il 2011 e il 2012 i repubblicani sono riusciti a far approvare
n 30 Stati 135 leggi che limitano il diritto sancito nel 1973 dalla Corte Suprema di interrompere una gravidanza. Persino l’ultimo candidato alla vicepresidenza, Paul Ryan, nel 2011 ha firmato un controverso progetto di legge, il No taxpayer funding for abortion act,
secondo cui, per accedere ai fondi federali previsti per le vittime, la
donna dovrebbe dimostrare di essere stata “violentata energicamente”.
Cofirmatario di quella legge era Todd Akin: deputato del Missouri, nell’ultima campagna elettorale
costui ha affermato che “in caso di stupro legittimo, il corpo della donna può fare in modo di evitare la gravidanza”. Il 24 ottobre toccava al candidato al Senato in Indiana, Richard Mourdock, esemplificare le idee deliranti del Gop in materia: se una donna subisce violenza e rimane incinta, disse in un dibattito, “lo ha voluto Dio”. Dichiarazioni che hanno danneggiato la corsa di Mitt Romney alla Casa Bianca, al punto da spingere John McCain, l’uomo che sfidò Obama nel 2008, a consigliare ai suoi di “lasciar perdere l’aborto”. Non è servito.
Difficilmente in un New Mexico in cui entrambe le Camere sono a maggioranza democratica, la proposta diventerà legge, ma l’asticella della decenza è stata di certo spostata qualche metro più in là. La Brown ha tentato di arginare le polemiche, spiegando che il suo scopo è quello di punire più severamente chi stupra e poi costringe la vittima all’aborto. Ma la toppa è stata peggiore del buco: il testo distingue chiaramente tra un primo soggetto (la donna) che decide di abortire e un secondo soggetto (il violentatore)
che “spinge o costringe qualcun’altro ad ottenere un aborto”. Il
problema è che entrambe le “condotte” sono considerate reato. “Servono
leggi più dure contro gli stupratori – ha detto la Brown, difendendo il
testo – con questa legge proteggeremo meglio le donne che vivono nel
nostro Stato”.
9.4.12
Le Lady Oscar d’Afghanistan e altre storie 28/03/2012 - Le donne afghane finiscono in carcere per adulterio e si devono travestire da uomini per vivere
Non riesco a commentare l'articolo qui sotto lo lascio a questa canzone dei Mcr
estratta dall'album Dopo il lungo inverno
la notizia è tratta da http://www.giornalettismo.com/
estratta dall'album Dopo il lungo inverno
la notizia è tratta da http://www.giornalettismo.com/
Il governo sostenuto dagli occidentali non è meno talebano di quello dei talebani e la condizione delle donne afghane è ancora quella di esseri umani di serie B.
| foto tratta dal sito dell'articolo |
I PROGRESSI - Ci sono stati alcuni miglioramenti nella condizione della donna da quando le truppe occidentali hanno invaso l’Afghanistan, ma a dieci anni di distanza dall’inizio dell’impresa le donne afghane vivono ancora in un medioevo maschilista, anche se alcune di loro oggi possono andare a scuola
INCARCERATE - Human Rights Watch denuncia proprio in questi giorni come più della metà delle donne detenute nelle carceri afghane sia stata condannata per adulterio o per essere fuggita dal marito. Reati che ovviamente non sono previsti per gli afghani e solo in questo paese sono considerati reati. Un clamoroso fallimento di uno dei motivi più pubblicizzati per l’invasione, che però non deve stupire.
I LIBERATORI - In Afghanistan non s’è visto nessuno di quelli che volevano liberare le donne afghane. Non gli uomini e nemmeno le donne, che non si sono mosse dalle loro case sicure in Occidente per andare ad aiutare le donne afghane nel loro difficile cammino d’emancipazione. E non si sono visti nemmeno i fini giuristi italiani che dovevano aiutare l’Afghanistan a darsi leggi e procedure compatibili con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e con il resto delle leggi internazionali che sono preposte a protezione della donna e al miglioramento della condizione femminile.
OGGETTI - Le giovani sono ancora date in sposa all’età di 12 anni o meno, il burka è ancora quasi obbligatorio e la legge protegge gli uomini che abusano delle donne punendo queste ultime persino se provano a fuggire dai loro aguzzini, che hanno potere di vita e di morte sulle femmine di famiglia come nemmeno in Arabia Saudita. Persino una blanda legge a protezione della donna, promulgata un paio d’anni fa, giace lettera morta perché tribunali e forse dell’ordine la ignorano.
STUPRATE DUE VOLTE - Anche la denuncia di uno stupro comporta la quasi automatica punizione della vittima e per questo non deve stupire che le denunce per stupro siano rarissime,visto che le autrici rischiano di subire altre violenze e torture per mano delle forze dell’ordine.
IDENTITA’ NEGATE - Pradigmatica anche la storia di una ex parlamentare donna come Azira Rafhat è travolta dal maschilismo imperante al punto da travestire una delle sue quattro figlie da maschio quando esce di casa, per evitare lo stigma sociale che accompagna le madri “incapaci” di dare alla luce un maschio.
TRADIZIONE LOCALE - Non certo un’idea originale, tanto che questi travestimenti hanno anche un nome, Bacha Posh e non sono infrequenti, perché un figlio maschio è un segno di prestigio ed onore, irrinunciabile per le famiglie di elevato standing sociale che non vogliano sentirsi dire di continuo che è triste che non abbiano dato alla luce un maschio. Ma può succedere anche alle figlie uniche, che non potrebbero andare in giro da sole con la loro identità femminile e in altri casi ancora. “Quando hai una buona posizione inAfghanistan e stai bene, le persone ti guardano in modo differente. Dicono che la tua vita è completa solo se hai un figlio maschio’, afferma la Rafhat. A fargli eco è il marito, Ezatullah Rafhat, convinto che avere un figlio maschio sia simbolo di prestigio e onore. “Chiunque veniva (a casa nostra, ndr) ci diceva: ‘Oh, ci spiace che non abbiate un figlio maschio’. Così ci è sembrata una buona idea mascherare nostra figlia, visto che anche lei lo voleva”, dice.
NON UN CASO ISOLATO – Ma quello della famiglia Rafhat non è un caso isolato inAfghanistan, dove in molti mercati si possono vedere ragazze abbigliate come maschi. Oltre a una motivazione sociale, dietro questa usanza vi sono anche ragioni economiche, in quanto un maschio puo’ lavorare piu’ facilmente in strada e sfamare la propria famiglia. Tra queste bambine che si presentano come maschi, di eta’ compresa tra i cinque e i 12 anni, ci sono venditrici di acqua e gomme da masticare. Ma questa condizione non dura per sempre e quando raggiungono i 17 o 18 anni tornano di nuovo femmine.
ELAHA – E’ il caso di Elaha, che per 20 anni ha vissuto come maschio a Mazar-e Sharif, nel nord dell’Afghanistan. Lo ha fatto perché la sua famiglia non aveva un figlio maschio e solo due anni fa ha riconquistato la sua identita’ femminile andando all’universita’, ma la riconversione non è stata semplice. “Quando ero piccola, i miei genitori mi hanno mascherato come un maschio perché non avevo un fratello. Fino a poco fa, come maschio, potevo uscire, giocare con gli altri e avere piu’ liberta”, racconta, sottolinenando cio’ che ora ha perso tornando donna. ‘Se i miei genitori mi costringeranno a sposarmi, compensero’ le sofferenze delle donne afghane e picchiero’ mio marito così forte che mi portera’ in tribunale tutti i giorni”, dice.
CHISSENEFREGA - Questa tradizione esiste da secoli in Afghanistan. Secondo Daud Rawish, sociologo a Kabul, potrebbe avere avuto inizio quando gli afghani iniziarono a combattere gli invasori e per questo le donne dovevano vestirsi come uomini. Ma Qazi Sayed Mohammad Sami, capo della Balkh Human Rights Commission, definisce questa usanza una violazione dei diritti umani. ‘Non possiamo modificare il sesso di qualcuno per un periodo. Non si puo’ cambiare una ragazza in un ragazzo per un breve tempo. E’ contro l’umanita”, afferma.
TRADIZIONE - Questa tradizione ha avuto effetti dannosi su alcune ragazze che sentono di aver perso memorie essenziali della propria infanzia e parte della loro identita’. Per altre, invece, e’ stata una esperienza positiva della liberta’ di cui, in quanto femmine, non avrebbero mai potuto godere.Una situazione intollerabile che invece è tollerata benissimo, perché una volta invaso l’Afghanistan l’interesse per la condizione delle donne afghane è evaporato all’istante, con una velocità tale da indurre molti a pensare che tante preoccupazioni per le donne afghane fossero solo ipocriti pretesti.
Leggi anche se hai stomaco forte :
Iscriviti a:
Post (Atom)
il senatore. di Fdi Mamia non riesce. a. girarsi dall'altra parte. quando. vede una coppia. che. gay. che. scambia. effusioni
Canzoni suggerite L'amore merita di Greta Manuzi, Roberta Pompa e Simonetta Spiri ‧ 2016 Il figlio del re di Piero Maras Neppure ...
-
ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
-
iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...
-
Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...




