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6.4.26

La speranza deve essere il motore del malato»





Se fossero destinati alla ricerca i 10 miliardi all anno (ogni anno )in piu' ( in piu!) che Giorgia si e impegnata a spendere in armi per servaggio a Trump , quanti malati di cancro potremmo salvare?  Idem.  come risponde. un mio. compaesano Meloniano 
Se fossero destinati alla ricerca i 20 miliardi all’anno [(ogni anno )in piu' ( in piu!)] di interessi sul debito che ci sono costati i Superbonus edilizi per il 4% spesso di non proprio non abbienti proprietari di ville, villette, castelli, quanti malati di cancro potremmo salvare…..
Invece “Giorgia” si è impegnata a spendere in armi, oltretutto per “servaggio a Trump” non per rendere l’Europa autonoma e indipendente e in grado quindi resistere ad un “criminale e fascista” amichetto di Trump…

«La speranza deve essere il motore del malato»

L’oncologo Giuseppe Curigliano: «Per prevenire oggi bisogna vivere più lentamente»

a Berlino, al congresso della European Society for Medical Oncology (Esmo), dove è stato eletto presidente

«Un malato non deve mai perdere la speranza. Mai. Sconfiggeremo il cancro e scopriremo il codice della vita. Ci vorranno cent’anni, ma già adesso abbiamo nuove cure». Parla Giuseppe Curigliano, presidente degli oncologi europei.

Giuseppe Curigliano, 58 anni a maggio, è il presidente degli oncologi europei, ordinario alla Statale e vicedirettore scientifico dell’ieo di Milano. Con lui il Corriere comincia una serie di interviste ai grandi medici, coloro che padroneggiano i segreti della longevità e della malattia, della vita e della morte.

Professor Curigliano, qual è il suo primo ricordo?

«Vivevo a Noranda, un centro siderurgico in Canada, pieno di italiani, polacchi, francesi che lavoravano come metalmeccanici. Tutti immigrati. Abitavamo in un seminterrato. Le finestre si alzavano spingendo verso l’alto. Quel giorno mi cadde la finestra sul braccio. Era il 1971. Mamma chiamò il pronto soccorso, arrivarono questi medici, verificarono che non mi fossi rotto nulla...».

Non sembra una scena della sanità italiana.

«In Canada i bambini hanno una grande importanza sociale. Vige lo ius soli. Per i canadesi è importante avere persone di prima generazione, nate lì».

Ma voi Curigliano siete calabresi.

«Calabresi di Monterosso, piccolo paese in provincia di Vibo. Generazioni di emigranti. Anche il padre di mio padre era emigrato in America. Quando feci un periodo di formazione a Harvard, mi chiesero di tenere una conferenza sulla mia ricerca. La prima slide che proiettai era la foto del nonno in uno studio fotografico di Boston, con il fucile in pugno».

Come si chiamava?

«Ovviamente Giuseppe, come me. Tornò dagli Usa a sessant’anni, con il gruzzolo per comprare un terreno e costruire la casa. Si sposò con Caterina, molto più giovane di lui. Mio padre Vincenzo nacque in Calabria. Ma alla fine degli anni 50 la vita era impossibile. Così partì per cercare lavoro in Canada, con mia madre Rosina. Sono cresciuto bilingue. Siamo tornati che avevo dieci anni».

Quando decise di fare il medico?

«Fin da bambino. Fu decisiva quell’esperienza al pronto soccorso: i camici, il trauma, lo stress, la guarigione. Giocavo al piccolo medico, cliccavi sull’organo e si accendeva la luce».

Laurea in medicina a Roma.

«Alla Cattolica che offriva borse di studi ed alloggio agli studenti meritevoli. Fu un’esperienza bellissima. La Roma a cavallo tra gli anni 80 e 90 era una città dinamica e tollerante, che migliorò ancora quando divennero sindaci Rutelli e Veltroni. Si parlava di tutto, e si sognava. La mia generazione ha sognato moltissimo».

Qual era il suo sogno?

«Aiutare i malati grazie a una conoscenza migliore del cancro, di cui non si sapeva quasi nulla. L’unica cura era la chemioterapia. Il mio professore di medicina interna, Gasbarrini, che ora ha due nipoti medici importanti, definiva l’oncologia la branca “ignorante” della medicina interna. L’unico vero oncologo era il chirurgo».

Così lei andò in America.

«A specializzarmi a Charleston, Sud Carolina, con Mariano La Via, italoamericano di origine napoletana, che si occupava di una tecnica nuova: la citofluorimetria».

Può tradurre?

«Un modo rivoluzionario di studiare le cellule tumorali. Fu

Il digiuno intermittente ha senso. L’AI è un grande alleato. Sarei obiettore di coscienza sull’eutanasia

una grande esperienza. Imparai il metodo scientifico: generare ipotesi, avere strumenti per confermarle, e traslarle nella pratica clinica».

Cioè?

«Fare in modo che la tua idea di laboratorio possa rispondere a un quesito clinico: di cosa ha bisogno il paziente? Come gestire, ad esempio, gli effetti collaterali di una terapia ormonale? Come trovare una soluzione ad un bisogno clinico? Come curare quando non esiste una terapia disponibile?».

Qual è la risposta esatta?

«Fare il meno possibile quando si può, ovvero il minimo indispensabile. Chirurgia conservativa o durata più breve per terapie mediche. Parlare ogni giorno con il paziente. Ascoltare la sua domanda di salute».

Nel 2003 Umberto Veronesi mi disse: «Nessun malato mi ha mai chiesto di morire. Tutti mi hanno sempre chiesto di guarire».

«Lo confermo in pieno. La prima domanda che fanno sempre è: cosa posso fare per sopravvivere?».

Ma quando non si può guarire, lei cosa risponde?

«Il paziente non deve mai perdere la speranza. Mai. Perché la speranza è il motore del malato. È ciò che gli consente di affrontare il percorso di cura».

Ripeto: ma quando non si può guarire?

«Bisogna fare tutto il possibile perché quella persona possa convivere con la malattia. Senza perdere mai la speranza che un giorno possa arrivare una scoperta scientifica che cambi la storia naturale di quella malattia».

Quando sarà quel giorno?

«Non lo so. Ma arriverà. Per tante altre malattie la risposta definitiva è arrivata. Se arrivasse anche per il cancro, diventeremmo quasi immortali. Scoprire la cura per il cancro potrebbe significare scoprire il codice della vita».

Perché?

«Perché, come diceva Oriana Fallaci, il cancro è un alieno che ti cresce nel corpo e vuole essere immortale».

Quando scopriremo la cura

definitiva?

«Temo non nei prossimi cento anni».

Allora continueremo a morire.

«Sempre meno. Perché molte nuove cure specifiche stanno nascendo».

Ci faccia un esempio.

«Con le tecnologie di oggi si può intercettare il cancro. Scoprirlo prima significa identificarlo in uno stadio precoce e guarirlo. Oggi utilizziamo la biopsia liquida, troviamo tracce del Dna tumorale nel sangue periferico. Oggi per vedere il tumore noi abbiamo la Tac, la Risonanza magnetica, la Pet con glucosio. Per la Pet inietti zucchero, la cellula tumorale se lo mangia, e si illumina. Ma lo zucchero è aspecifico, non riesce sempre ad identificare bene le cellule tumorali. Con le nuove tecnologie inietti peptìdi, piccoli frammenti di proteine che raggiungono selettivamente le cellule tumorali e le illuminano, ci permettono di capire dove sono. Si chiama diagnostica nucleare».

Fin qui la diagnostica. Ma la cura?

«Lo stesso peptìde che svela le cellule tumorali lo puoi caricare di più per ucciderle».

Come funziona?

«Il peptìde porta una piccola carica nucleare: sono piccole particelle che emettono radiazioni. È una cosa che avrà un grande futuro, già si usa per la prostata e i tumori neuro-endocrini, forme rare che colpiscono il polmone o il tratto gastrointestinale. Ed è una scoperta italiana, la si deve a un fisico nucleare torinese, Stefano Buono. Dicono che Steve Jobs sia venuto in Italia a chiedere una seconda opinione. Ora avremo l’accelerazione dell’intelligenza artificiale».

In che modo L’IA ci aiuterà? «Noi ragioniamo su tre dimensioni. L’analisi multidimensionale dell’ia elaborerà molti più dati e svilupperà algoritmi per conoscere meglio la malattia. Un’alleanza enorme».

Già la usate?

«Sì. Quando sequenziamo il genoma di un tumore, vengono fuori 70 o 80 mutazioni del Dna. Qual è la più importante? Qual è quella da bersagliare per prima? L’IA te lo dice. E ti suggerisce il farmaco».

Quali sono i suoi consigli per la prevenzione?

«Uno stile di vita sano. Più rallentato, meno stressante. Non a caso i più longevi sono nei paesini della Calabria e della Sardegna: ultracentenari che fanno sempre le stesse cose, sono metodici».

E poi?

«L’attività fisica. Almeno trenta minuti al giorno allungano la vita, riducono il rischio di tumori e il rischio cardiovascolare».

Perché?

«Perché il moto riduce lo stato infiammatorio del corpo e gli consente di recuperare il suo equilibrio. Stress, intossicazione alimentare, inquinamento ambientale sono tutti fattori di rischio. Poi servono gli screening».

Quali?

«Ricerca di sangue occulto nelle feci e colonscopia dopo i 50 anni. Per le donne, mammografia e Pap test ogni anno. Per gli uomini, visita urologica. Per grandi fumatori, Tac ad alta risoluzione, che scopre tu

mori ancora molto piccoli».

E i marker?

«Oggi ci sono marker che ti dicono se hai un tumore; domani ci saranno marker che ci segnalano un pericolo. La novità più interessante è la biopsia liquida: la ricerca del Dna di cellule tumorali nel sangue. Adesso serve a correggere la terapia per migliorare la possibilità di guarigione; in futuro ci permetterà di scoprire il cancro prima che si manifesti. Si chiama “interception”: intercetti la malattia».

E il cibo?

«È sbagliata l’idea che il cibo sia una cura. Certo, puoi usare vitamine, prodotti antiossidanti, ma devi farlo in modo scientifico, per ridurre gli effetti collaterali e farlo sempre nell’ambito di studi».

E per prevenire?

Veronesi ti guardava dritto negli occhi, ti faceva sentire importante e sapeva convincerti di poter cambiare il mondo

«Bisogna mangiare di meno. Penso che il digiuno intermittente abbia molto senso. Mio nonno saltava la cena, o mangiava molto poco e molto presto, ed è arrivato a quasi cento anni».

Perché funziona?

«Perché stimola il sistema immunitario e riduce l’infiammazione».

Cosa va evitato?

«Il fumo, eccedere con carni rosse, insaccati ed alcool».

Veronesi era vegetariano, ma un po’ di vino lo beveva.

«Anch’io lo bevo, ma non più di mezzo bicchiere a pasto. Al ristorante con mia moglie ordiniamo una bottiglia, ma non la beviamo mai tutta. Purtroppo l’alcol, in quantità importanti, è cancerogeno ed aumenta il rischio per i tumori del fegato e della mammella». I cibi da preferire? «Frutta, verdura. Una dieta ipocalorica, povera di calorie».

E il caffè?

«Quello si può bere. Anzi, due caffè al giorno abbassano il rischio ed accendono il cervello».

Il suo incontro con Veronesi

come andò?

«Dopo tre anni e mezzo negli Usa, tornai per fare il servizio militare a Cameri, in aeronautica. Stava nascendo l’ieo, l’istituto Europeo di Oncologia. Chiesi di fare un colloquio, c’erano due borse di studio disponibili. Così incontrai Veronesi, che per noi oncologi era una divinità in terra».

Cosa la colpì in lui?

«Che ti guardava sempre negli occhi. Non tanti hanno questa attenzione. Veronesi ti faceva sentire la persona più importante al mondo. Mi disse: “Tu devi venire a lavorare qui, nascerà un istituto nuovo, davvero internazionale”. E in effetti vennero primari da tutta Europa».

Chi arrivò?

«Dalla Francia Jean Yves Petit, uno dei migliori chirurgi plastici al mondo. Dall’irlanda Peter Boyle, il grande epidemiologo. Dalla Svizzera Aron Goldhirsch, ebreo nato in un campo di concentramento dove il padre era morto, apolide, cresciuto in Israele. Veronesi aveva questa capacità di convincerti che si poteva cambiare il mondo. Del resto a settant’anni aveva fondato un istituto, aveva cominciato una nuova vita».

Cosa pensa dell’eutanasia? «Credo che ogni paziente abbia il diritto di scegliere. Io sarei un obiettore di coscienza: se un paziente mi chiedesse di praticargli l’eutanasia, cercherei di fare di tutto per legarlo alla vita».

In che modo?

«Migliorando la sua condizione di vita. Alleviando il dolore fisico e la paura di morire. Serve quello che gli americani chiamano “human touch”. L’empatia. Dare sempre una speranza. Ci sono alcuni giovani oncologi che non vogliono vedere il paziente. Ma allora cosa fai il medico a fare? Non si può valutare tutto dalla cartella clinica. Non esiste solo la medicina scientifica, ma anche la medicina empatica».

Che ricordo ha di Oriana Fallaci?

«Una donna durissima. Piccolina, ma tutta d’un pezzo. Non amava vedere gente nella sua stanza: molti bussavano, per fare gli amiconi, ma lei aveva una malattia complessa, aveva gravi sintomi. Io ero l’ultimo arrivato. Lei ascoltava tanto, e amava anche raccontare: quando si tolse il velo davanti a Khomeini, quando si finse morta a Città del Messico sotto cumuli di cadaveri, e più prosaicamente quando Arafat sputacchiava mentre parlava. Quando la dimisero, le portavo le medicine a casa, aveva un appartamento nella parallela di via Solferino, si cercava di alleviarle le sue sofferenze. Era una personalità enorme: difficile tenerle testa».

Lei crede in Dio? «Sì».

Ha paura della morte?

«No. È soltanto l’inizio di una vita diversa».

Come immagina l’aldilà? «Un luogo dove potrò rincontrare tutte le persone che hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia vita: mio padre, mia madre, il professor Veronesi e il mio primario Aron Goldhirsch».



8.11.25

«Ho sconfitto il cancro grazie alla ricerca e alle cure sperimentali» L’esperienza di Giovanna Manca, vent’anni, nuorese, testimonial dell’Airc: «Vorrei aiutare chi vede tutto nero»

La lotta contro i.l cancro ed i tumori non ha etàe genere . Questa storia di oggi , una delle tante , lo dimostra . Essa è anche una risposta di come le cure sperimentali non sono solo dannose . Ma soprattuytto è , anzi dovrebbe essere , una risposta a chi vede nella sperimentazioni di cure ( vedi vaccino contro il covid ) solo un qualcosa di negativo . Ma ora basta parlare io . Eccovi la storia in questione  .
                                                Sara marci  unione sarda del 7\11\2025

 «Se oggi sono viva è grazie alla ricerca». La diagnosi a sei anni: quella spietata, che ti porta via la leggerezza dell'infanzia e ti ruba i sorrisi. Intanto iniziano le trasferte da Nuoro al Microcitemico di Cagliari e l'appuntamento con la chemio. I capelli vanno via, ciocca dopo ciocca, ma i risultati non arrivano e portano Giovanna Manca e i suoi genitori a bussare alle porte del Bambin Gesù di Roma.
La svolta nella Capitale è una terapia sperimentale. Funziona. Così come funziona il trapianto di midollo che lei, allora bambina, riceve dalla sua sorellina Sofia, di appena tre anni: «Se oggi posso raccontare la mia storia è grazie ai progressi della medicina, grazie all'Airc e ovviamente a mia sorella». Una testimonianza preziosa, a ridosso dal nuovo appuntamento della Fondazione italiana per la ricerca sul cancro, che dopo la tappa al Quirinale torna in piazza ed entra anche nelle scuole con i cioccolatini della ricerca. Ultimo evento del sessantesimo anniversario e occasione imperdibile per fare in modo che le storie di chi ce l'ha fatta diventino sempre di più.
«So che la mia storia può servire a tante famiglie che oggi affrontano ciò che ha vissuto la mia. Spero possa portare un po' di luce e speranza a chi vede tutto nero». C'è la forza e la consapevolezza della malattia sconfitta, nella voce e nel racconto di Giovanna, vent'anni, nuorese, iscritta al secondo anno di Scienze Politiche. La forza di chi ha sconfitto il cancro e scoperto il gusto più amaro della vita in un'età in cui si è forse troppo piccoli per capire ma probabilmente più forti per non pensare al peggio. «Ho iniziato a star male in prima elementare. Avevo sei anni ma ero sempre triste, stanca, con un colorito grigiastro. All'inizio i medici non capirono, parlarono prima di una cistite poi si arrivò alla diagnosi: leucemia linfoblastica acuta, in una forma per quei tempi molto rara. Il giorno dopo mamma e papà mi portarono al Microcitemico». Era il 2012, la chemio e le cure non danno i risultati sperati. I suoi genitori non si rassegnano: continuano a lottare e a cercar risposte. «Mamma scoprì grazie al sito dell'Airc che erano in corso alcune terapie sperimentali. Si mise in contatto con il professor Locatelli del Bambin Gesù, si prese a cuore il nostro caso. Iniziai le cure e poi mi sottoposero a trapianto di midollo che mi donò mia sorella Sofia, risultata compatibile al cento per cento. L'anno dopo, nel 2013, sono ufficialmente guarita e poco per volta mi sono ripresa la vita messa in pausa dal cancro». Dodici anni dopo è la testimonianza vivente che la ricerca è la cura, anche per il cancro.
Quella ricerca che riporta all'Airc, principale organizzazione non profit per la ricerca oncologica indipendente in Italia, e ai sei decenni in prima linea nel rendere le patologie oncologiche più curabili. Anche grazie alla vendita dei cioccolatini, che domani vedrà impegnati migliaia di volontari in centotrenta comuni sardi, con oltre centottanta piazze, quindici scuole e diciotto plessi, dove con una piccola donazione si potrà contribuire a sposare la nobile causa di chi quotidianamente si prodiga nel cercare risposte concrete per far correre la medicina più veloce della malattia che ancora spaventa e porta a 390mila e cento nuovi casi ogni anno. Con la percentuale d'incidenza più alta del tumore al seno, seguita da quello al colon-retto e al polmone. Altra ragione per sostenere la fondazione Airc, così come ha deciso di fare anche il mondo del calcio. Con la serie A che da oggi a domenica inviterà tifosi e appassionati a sostenere il lavoro dei ricercatori. E poi sarà la volta degli Azzurri, a fianco di Airc nelle sfide con Moldavia e Norvegia per accedere ai Mondiali. E nella partita della vita, fuori campo, contro il cancro.

17.6.25

La 14enne di Sala Consilina (Salerno), che era stata insultata dagli hater perché «senza capelli» e che aveva commosso anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è guarita

 
Un anno fa ha scoperto di avere una forma rara di cancro, quello di Wilms, che la colpisce al rene sinistro. Motivo per il quale deve abbandonare anche la scuola per poter seguire ai numerosi cicli di chemioterapia all'ospedale pediatrico Santobono di Napoli.
Perde i capelli, ma non il sorriso e la sua forza. Mentre è ricoverata racconta la sua esperienza con la malattia attraverso i social. Ma, paradossalmente, anziche' trovare sostegno da chi la segue, inizia a ricevere messaggi in forma anonima da parte degli haters quali ad esempio:"Sta pelata", "Non ti odio, ma lo sai che le persone sono tue amiche solo per il cancro di Wilms o cosa hai", "Spero che ci rimani in ospedale".
Lei risponde educatamente agli haters e d'accordo con la madre, rende pubblici questi vergognosi messaggi, ricevendo un'ondata di solidarietà ed i complimenti dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Asia ha una grande passione: suonare il piano. Con la sua musica allieta chi la ascolta e le invia un messaggio la stessa Maria De Filippi, come mostrato da Le Iene, che hanno dedicato alla ragazza più di un servizio.Ma la vittoria più grande Asia la ha quando finalmente guarisce dal cancro. «I'm cancer-free». Un messaggio stringato per annunciare al mondo che Asia ha vinto la sua lotta contro il cancro. La 14enne di Sala Consilina (Salerno), che era stata insultata dagli hater perché «senza capelli» e che aveva commosso anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è guarita dal tumore. E lo ha annunciato su Instagram, proprio la stessa piattaforma che aveva catalizzato l'odio su di lei, una ragazzina che voleva solo raccontare il suo percorso sui social.LA 14enne bullizzata e malata di tumore aveva ricevuto il messaggio di Maria De Filippi: «Non farti fermare dai deficienti».Dopo l'ultimo ciclo di chemioterapia all'ospedale Santobono di Napoli che l'aveva in cura, la malattia è finalmente in remissiva.I capelli sono ricresciuri, Asia ha anche un fidanzato ora. Ma quella bandana che nascondeva la testa pelata per colpa delle cure, continua a conservarla. «La tengo nel cassetto, mi ha accompagnato in tutto questo tempo. È stata con me nei momenti sia brutti che belli», ha detto la ragazza a Le Iene. «Ho fatto i controlli, non ci sono metastasi. E ho fatto post-annuncio su Instagram per dire a tutti che si può guarire e si deve lottare». Nonostante la cattiveria delle persone. 





I capelli sono ricresciuri, Asia ha anche un fidanzato ora. Ma quella bandana che nascondeva la testa pelata per colpa delle cure, continua a conservarla. «La tengo nel cassetto, mi ha accompagnato in tutto questo tempo. È stata con me nei momenti sia brutti che belli», ha detto la ragazza a Le Iene. «Ho fatto i controlli, non ci sono metastasi. E ho fatto post-annuncio su Instagram per dire a tutti che si può guarire e si deve lottare». Nonostante la cattiveria delle persone.Ad Asia ed a tutte le persone giovani o adulte che come lei stanno lottando contro una malattia, va oggi e sempre il nostro pensiero: non mollate mai. La vita è bella e vale la pena che sia vissuta.

27.5.25

DIARIO DI BORDO N 122 ANNO III Daniela Strazzullo uccisa dalla compagna, Vannacci: «Perché quando una donna uccide una donna non si parla di femminilità tossica?», il turismo macabro a Garlasco ., Le cicliste in rosa per il quarto anno percorreranno l’isola in lungo e largo, toccando le principali strutture sanitarie, per sostenere le donne che hanno affrontato la lotta contro il cancro ., e altre storie

 da leggo.it     tramite  https://www.msn.com/it

Daniela Strazzullo uccisa dalla compagna, Vannacci: «Perché quando una donna uccide una donna non si parla di femminilità tossica?»

Le parole di Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega e europarlamentare, tornano a far discutere. Questa volta lo fa con un post su Facebook, in cui, commentando la tragedia avvenuta il 23 maggio alla periferia est di Napoli - dove Ilaria Capezzuto ha ucciso la sua compagna Daniela Strazzullo prima di togliersi la vita - mette in discussione il concetto di “femminicidio” e propone un’inedita quanto discutibile categoria: la “femminilità tossica”.
DONNA UCCIDE COMPAGNA: FEMMINILITA' TOSSICA E MATRIARCATO.
Quando un uomo uccide una donna qualcuno lo vorrebbe chiamare femminicidio e si tira in ballo la mascolinità tossica e il patriarcato. Ma quando una donna uccide una donna a causa di una relazione sentimentale (per così dire) come mai nessuno fa paragoni e promuove l'espressione di FEMMINILITA' TOSSICA e il MATRIARCATO?
Quando io dico che una delle cause più accreditate di questo genere di crimini è l'aver educato dei giovani deboli e l'aver elevato la debolezza ad una virtù vengo confermato da queste purtroppo tragiche vicende.
no, spett Vanacci  ,perché il patriarcato è realtà, il matriarcato no. Il femminicidio è un omicidio figlio di una superiorità di genere maschile insita nella cultura e nella società. Quindi va da sé che non si possa parlare di femminilità tossica   e paragonarlo  al femminicidio.

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  corriere  della sera  

La Las Vegas della Lomellina dall'«acqua miracolosa» diventata «luogo del delitto»: quei tour dell'orrore a Garlasco come fu per Erba e Avetrana

di Giorgio Scianna

Prima dell'assassinio di Chiara Poggi Garlasco la conoscevano in pochi.

La cronaca nera ne ha trasformato completamente fisionomia e immaginario collettivo, tra curiosi, sciacalli, questuanti di selfie e personaggi in cerca di fama

 Se per un paese di meno di diecimila abitanti finire all’improvviso sotto i riflettori del circo mediatico per un fatto di sangue è un’ubriacatura dolorosa, ricaderci mani e piedi a distanza di diciott’anni è un trauma, il riaprirsi di una cicatrice che non si sa quando potrà rimarginarsi. E poi c’è il fastidio che il proprio mondo, tutto il proprio mondo, si liofilizzi in un’espressione: il luogo del delitto. È successo ad Avetrana, è successo a Erba. Nessuno vuole diventare — o peggio ancora ridiventare — una meta di horror tour. Garlasco prima del 13 agosto 2007, il giorno del delitto di Chiara Poggi, la conoscevano in pochi. Eppure non è mai stato un paese come un altro.Quando ero ragazzo lo chiamavamo la Las Vegas della Lomellina, un ossimoro bello e buono. La Lomellina significa risaie, pioppi e rane, un’area agricola piantata nel mezzo della pianura padana industriale, campagna vera, profonda che pare a mille miglia dalle grandi città. Eppure — anche se non ci sono le luci e i casinò del Nevada — la storica discoteca delle Rotonde è sempre stata lì, così come le piscine con i trampolini, le birrerie e i ristoranti.Insomma era — e un po’ lo è ancora — un cortocircuito tra mondo contadino e divertimentificio, tra pop e arcaico. A pochi chilometri da lì c’è il santuario della Madonna della Bozzola dove anni fa centinaia di persone accorrevano ogni settimana per seguire i riti di liberazione dal maligno e dalle maledizioni. Nel 2009 si è sparsa la voce che in una cascina lì vicino zampillasse una fonte miracolosa, così migliaia di persone hanno finito per paralizzare la strada provinciale con le loro taniche. Le voci incontrollate di guarigioni da malattie della pelle e dal fuoco di Sant’Antonio sono andate avanti finché non è intervenuta l’Asl dichiarando che le acque presentavano una concentrazione talmente alta di una sostanza erbicida da non essere nemmeno potabili. Bizzarrie finite nel cassetto dei ricordi e del folklore. Per lo più Garlasco è un posto tranquillo dove si è sempre vissuto bene. La cronaca nera adesso ha invaso tutto, l’unico fondale di Garlasco impresso nell’immaginario collettivo è quello delle villette di buona fattura ai lati delle strade che sono diventate luogo del delitto, fotogramma fisso alle spalle dei cronisti nei telegiornali nazionali e icone macabre dei social. Un destino strano per Garlasco, che credo abbia, come tutti i paesi intorno, una vocazione alla discrezione. La conosco quella gente — in un paese poco distante ci sono cresciuto e ora vivo a uno sputo da lì — si sente da queste parti l’aria della Lombardia che si infila nel Piemonte. A parte i protagonismi di qualche balordo, c’è poco gusto per i riflettori, c’è una tendenza piuttosto alla vita defilata, nascosta tra i pochi amici di sempre e le serate al pub quando si è ragazzi e un pendolarismo su Milano quando si diventa adulti, senza mai tagliare il cordone con il paese.Delle frasi in pubblico della madre di Chiara, anche nel momento del precipitare delle immagini, ricordo solo parole ispirate a una compostezza assoluta. A qualcuno potranno essere sembrate strane, per me era naturale, una compostezza naturale, imprescindibile anche nella tragedia. Ne conosco di donne così, e di uomini così, io stesso sono cresciuto impastato con quella pasta.Certo, questa discrezione della vita di una provincia piccolissima può essere una trappola, a volte: da ragazzi, ma anche da adulti, preferiamo vivere vizi e virtù nascostamente. Conoscere l’altro in provincia è forse più complicato — e in alcune province come la mia forse lo è ancora di più — sarà per quello che i migliori scrittori e i migliori registi imparentati col noir e col poliziesco ambientano spesso le loro storie in centri piccoli. Questo non c’entra niente con le indagini di questo caso, c’entra con la difficoltà di afferrare le storie che vivono a queste latitudini.L’altro giorno il corso di Pavia era intasato da un gran numero di curiosi davanti al Tribunale: c’era Fabrizio Corona che faceva le sue rivelazioni, c’erano le tv… Non so quanto andrà avanti tutto questo. Sarà una mia impressione, ma oggi mi sembra che il centro della questione e della chiacchiera non sia più tanto nella lotta tra le fazioni di innocentisti e colpevolisti rispetto alle persone coinvolte.Quello che sconvolge è vedere un film già visto con i giornalisti appostati ancora in quelle tre strade del paese mentre le nuove ipotesi investigative rilanciate dai media sembrano non avere confini. C’è costernazione per una parola fine che non arriva mai.C’è, più di ogni altra cosa, urgenza di sapere che giustizia è stata fatta, qualsiasi questa giustizia sia. È innegabile che intorno a noi sia scoppiata una fiammata di curiosità, tanto improvvisa quanto forse fragile, come capita a ogni fuoco che si riaccende dalla brace dopo troppo tempo.Ma alla fine c’è l’augurio di tutti di arrivare a una verità inconfutabile, e forse l’augurio di qualcuno di trovare solo un po’ di pace.


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  fonti  www. unionesarda.it ,https://www.logudorolive.it/

Pink Flamingos, sport e solidarietà con il giro della Sardegna in bicicletta

Partenza domani alle 8.30 dall’Ospedale Businco di Cagliari, arrivo sabato 31 a Molentargius



Le cicliste in rosa per il quarto anno percorreranno l’isola in lungo e largo, toccando le principali strutture sanitarie, per sostenere le donne che hanno affrontato la lotta contro il cancro.Sport e solidarietà, con tanta voglia di sano agonismo e di godersi tante splendide cartoline di Sardegna. Alla prima edizione del 2022 sono partite in 8, ma domani saranno 18 le cicliste che, alle ore 8.30, si ritroveranno davanti all’Ospedale Oncologico Businco di Cagliari per dar inizio al nuovo Tour, pronte ad accogliere lungo il percorso altre cicliste che hanno affrontato e superato un tumore o vogliono prevenire la malattia.Come si legge in un comunicato stampa, la manifestazione ciclistica a tappe organizzata dalla ASD Flamingos’s Roads ha tre forti e ambiziosi obiettivi:


1) Convincere tutte le donne che sebbene l’incontro con il cancro sia un trauma, è sempre possibile andare avanti e riprendersi pienamente, anche e soprattutto salendo in bicicletta, che si rivela un mezzo potentissimo per combattere questa terribile malattia. Pedalare sotto il sole e lungo le meravigliose strade panoramiche della nostra amata Sardegna, aiuta a contrastare la depressione e l’ansia, favorisce il recupero fisico e psicologico, migliora la qualità della vita e regala una meravigliosa sensazione di benessere;
2) Stimolare tutte le donne che, fortunatamente, la malattia non l’hanno vissuta, alla prevenzione, invitandole a seguire un’alimentazione sana e a praticare una regolare attività sportiva, in particolare il ciclismo. Pedalare permette di mantenere un peso corporeo sano,riduce i fattori di rischio per lo sviluppo di diverse tipologie di cancro, in particolare stimola il sistema immunitario, aumentando la produzione di globuli bianchi e anticorpi che aiutano a combattere le cellule tumorali; inoltre, l’attività favorisce la riduzione dei livelli di estrogeni, ormone coinvolto nello sviluppo di alcuni tumori, come quelli al seno e all’utero;
3) Incoraggiare nuove donazioni e contributi per acquistare un terzo casco refrigerante (macchinario di ultima generazione in grado di impedire la caduta dei capelli durante la chemioterapia) da donare ad un’altra struttura oncologica sarda dopo quelli già regalati all’Ospedale di Alghero (Tour del 2023) e di Lanusei (Tour 2024).

Le tappe – Domenica 25 maggio è in programma la Cagliari-Oristano di 103 km (si toccherà anche il Centro Oncologico dell’Ospedale di San Gavino Monreale).

Lunedì 26 maggio sarà la volta della Oristano-Alghero di 110 km. Sarà l'appuntamento più impegnativo della settimana perché dopo aver superato le pianure del Sinis, le cicliste affronteranno la lunga salita verso Cuglieri per poi tornare al mare di Bosa e quindi percorrere la strada litoranea con i numerosi e ripidi saliscendi fino ad Alghero.

Martedì 27 maggio poi c’è la giornata ciclistica programmata in due semitappe: la prima sarà relativamente facile e pianeggiante (Alghero-Sassari di 36 km), ma dopo i previsti incontri con le Autorità cittadine e sanitarie, di vorrà proseguire nel primissimo pomeriggio per altri 64 km ben più impegnativi che porteranno all’Ospedale di Ozieri.

Mercoledì 28 maggio c’è la Ozieri-Olbia di 70 km. Giovedì 29 maggio la Olbia-Nuoro di 108 km ha come spauracchio finale la salita finale della “Solitudine”.

Venerdì 30 maggio sarà la volta della Nuoro-Lanusei, 70 km: una tappa relativamente breve che prevede però il superamento del punto più alto dell’intera settimana, i 1.062 metri della Galleria di Correboi, tra i monti del Gennargentu.

Sabato 31 maggio è in programma l’ultima tappa, la più lunga: Lanusei-Cagliari di ben 137 km. Si dovrà affrontare la salita di Campu Omu per poi scendere verso il mare di Flumini da dove, negli ultimi quindici chilometri sul Lungomare Poetto, si potrà finalmente iniziare a vivere la soddisfazione di aver portato a termine un’impresa vissuta in un'intensa settimana di pedalate e solidarietà.
LA FINALITA’. Condividere traguardi, stimolare nuove modalità di vita quotidiana, accrescere il valore dell’attività sportiva all’aria aperta. E ancora: essere d’esempio per le altre donne vittime della malattia. Sono questi i capisaldi del progetto “Pink Flamingos”. Durante la sette giorni sarà attiva anche una raccolta fondi per l’acquisto di un ecografo portatile che possa essere trasportato nelle varie parti dell’isola. Le donazioni potranno essere fatte con bonifico bancario intestato a ASD Flamingo’s Roads APS – IBAN: IT12F0103004800000003400350 – con causale: “Pink Flamingos”. 
Il “gemellaggio” – «Sarà il quarto anno di un ideale gemellaggio tra noi e gli ospedali oncologici presenti nel territori», evidenzia Cristina Concas, presidente/ciclista della ASD Flamingo’s Roads. «Con la nostra avventura vorremmo unirli idealmente in un viaggio che dal capoluogo toccherà tutte le strutture di riferimento dell'Isola». «Arriveremo a Molentargius, tra il rosa dei fenicotteri, dove gli splendidi volatili hanno trovato la sicurezza di una casa e di ambiente ideale per la loro esistenza. Un po' come il cammino di chi è riuscito, a fatica e con grande forza d’animo, a sconfiggere il cancro».I patrocini – L’iniziativa gode del patrocinio della Presidenza della Regione Sardegna, della Città Metropolitana di Cagliari e di tutti i Comuni coinvolti. Per informazioni: 349/448.9700, pinkflamingosbike@gmail.com


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repubblica 

Aggredita con il coltello  Mustafa la salva dall’ex  “Urlava, voleva ammazzarla”

Ho sentito le sue grida mentre ero a lavoro. Urlava e chiedeva aiuto. Così sono corso da lei per salvarla». Un agguato in mezzo a un parcheggio a Prato che rischiava di essere l’ennesimo femminicidio se non fosse stato per l’intervento coraggioso di Mustafa, egiziano di 25 anni, e di altri due ventenninordafricani, un ragazzo e una ragazza, accorsi per liberare una professoressa di 52 anni dalla morsa feroce del suo ex compagno, 35 anni e residente a Pistoia, che stava tentando di soffocarla. «Lui ha cercato di ammazzarla: le voleva mettere un sacchetto attorno alla testa e l’ha picchiata: aveva il volto insanguinato quando sono arrivato» racconta ancora Mustafa, «in Italia da tredici anni, prima a Livorno e ora, da due anni, a Prato» dove lavora come dipendente di un autolavaggio in un distributore di benzina. Era lì, accanto ai rulli rotanti e alle auto in coda, quando martedì mattina, pochi minuti dopo le 9, ha sentito le grida della professoressa. Si è fiondato da lei. E non è indietreggiato neppure quando l’uomo ha brandito una lama. Poco dopo sono arrivati anche gli altri due giovani: «Aveva un coltello — aggiunge il venticinquenne — ma non ho avuto paura: in quella situazione, quello che ho fatto assieme agli altri due ragazzi è stato normale. Per fortuna siamo riusciti a liberarla, lei dopo ci ha ringraziato». Quella mattina la donna, mentre si spostava in auto, aveva notato di essere seguita dall’ex compagno. Sperando di essere al sicuro, si è fermata nel parcheggio di un centro commerciale cittadino. Ma l’uomo ha accostato, è sceso dalla macchina, ha iniziato a colpirla con un bastone e poi ha tentato di soffocarla con un sacchetto di nylon fino all’arrivo dei tre giovani che lo hanno costretto alla fuga. Più tardi è stato rintracciato al pronto soccorso di Pistoia, dopo essersi inflitto da solo alcune ferite. Il trentacinquenne, ha raccontato la donna, si sarebbe scagliato con rabbia contro di lei dopo l’ennesimo rifiuto di riallacciare la relazione. «Il coraggioso intervento dei tre cittadini stranieri, rivelatosi decisivo per salvare la vittima — sottolinea Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato — costituisce un’icastica rappresentazione di integrazione con la comunità italiana». La docente, che ha riportato dieci giorni di prognosi, ha spiegato che la furia dell’uomo non si sarebbe fermata «fino alle estreme consegu

enze». L’aggressore è stato arrestato per atti persecutori e lesioni personali aggravate .

Ennesima dimostrazione che la bontà e la cattiveria non hanno etnia, ma albergano nell’animo umano di qualunque razza o colore. Sarebbe ora sfatare la falsa retorica che gli immigrati, specie quelli di colore, siano tutti criminali. Ringraziamo Mustafa e i colleghi qui con lui hanno evitatoquesta ennesima tragedia.

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Maryna Korshun La ex bambina di Chernobyl che vive a Lanusei per amore di un figlio

Dopo  aver letto lo speciale  dell'inserto LA LETTURA del  corriere della sera    della scorsa settimana  (   trovate qui   sul  nostro ...