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6.3.26

Oksana, figlia di Chernobyl e altre storie . Più forti dei limiti: le atlete da tenere d’occhio alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026



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Oksana Masters, dal disastro di Chernobyl alla caccia alla 20ª medaglia alle Paralimpiadi. E al matrimonio dopo i Giochi

corriere  della sera  4\3\2026

                                           di Maria Strada













La statunitense Oksana Masters è uno dei volti più noti nel mondo paralimpico sia ai Giochi estivi che in quelli invernali. Nata nel 1989 — tre anni dopo il disastro nucleare di Chernobyl — nell'Ucraina occidentale come Oksana Bondarchuk, a causa delle radiazioni aveva diversi problemi congeniti come tibie fragili e inadatte a sostenerla, una gamba più lunga dell'altra, un solo rene, le dita palmate e senza pollici, e la polidattilia — presenza di dita in eccesso — in ciascun piede.Questo, e la miseria, spinsero i suoi genitori ad affidarla a un orfanotrofio ucraino dove comunque le condizioni erano di indigenza totale. All'età di sette anni, quando era alta appena come un normale bambino di tre anni a causa della malnutrizione, fu adottata da Gay Masters, una professoressa americana di logopedia, non sposata e senza figli biologici. La sua nuova vita a Louisville, Kentucky, non è però stata semplice: prima dei 13 anni anni si è reso infatti necessario amputarle entrambe le gambe.

Questo però non le ha impedito di avere una carriera sportiva a dir poco brillante, a cominciare dai successi nel canottaggio a Londra 2012 insieme a Rob Jones, ex marine che aveva perso le gambe in Afghanistan. A quel punto, però, il destino ha fatto sì che la schiena le impedisse di continuare a remare. Ma non di fare sport, perché dopo soli due anni era di scena a Sochi, ma nello sci di fondo ( un argento nel nordico 12 km e un bronzo nella 5), trovando poi due ori, due argenti e un bronzo a Pyeongchang 2018. Anche per questo nel 2020 è stata eletta atleta paralimpica dell'anno, aggiudicandosi il premio Laureus, poi ci sono stati i trionfi anche a Pechino: a Milano Cortina parteciperà alla sua ottava edizione delle Paralimpiadi tra estate e inverno, con un palmarès incredibile. Ha già vinto, infatti, ben 19 medaglie in quattro discipline: sci di fondo, biathlon, ciclismo e canottaggio.Quattordici di queste, tra cui tre ori, arrivano nelle edizioni sulla neve.Eppure il percorso verso Milano Cortina è stato particolarmente difficile per lei: diversi ricoveri ospedalieri le hanno fatto perdere 103 giorni di allenamento. All'inizio della stagione ha subito anche il 28° intervento chirurgico della sua vita alla mano destra, quella che usa per sparare nel biathlon, ma non si è lasciata fermare. E a Lago di Tesero, con come guida Aaron Pike — che sposerà alla fine dei Giochi — sarà tra le grandi protagoniste e cercherà altre medaglie.


Oksana Masters nel 2022 (Fred Lee/Getty Images)

La  sua  storia  come    quelle  che  leggerete  sotto   fanno     si  che 
I Giochi Paralimpici rappresentano molto più di un evento sportivo. Sono una celebrazione del talento, dell’inclusività e della forza interiore. In Italia, il movimento paralimpico sta crescendo, anche grazie al sostegno di scuole, enti sportivi e media che iniziano a raccontare queste storie con il giusto tono: non come “miracoli”, ma come percorsi reali fatti di fatica, sudore, cadute e ripartenze.
C’è  dovunque   uno spazio, al confine tra determinazione e sogno, dove le barriere si spezzano e i limiti diventano orizzonti: è lì che si muove lo spirito olimpico   ed   in particolare  quello  paralimpico. Dietro ogni medaglia, dietro ogni traguardo tagliato con le lacrime agli occhi e i muscoli tesi dallo sforzo, c’è una storia. Una storia di riscatto. Di coraggio. Di rinascita.
Come    fa  notare << Storie di riscatto paralimpico: quando lo sport cambia la vita >>  di   Aspettando Milano Cortina 2026 esso  ha  un Il potere trasformativo .  Infatti lo  sport paralimpico non è semplicemente competizione. È un atto di affermazione personale, una forma di resistenza. Per molti atleti, rappresenta la via per ritrovare sé stessi dopo un trauma, una malattia, o una condizione che la società tende ancora a vedere come limite.In discipline come lo sci alpino paralimpico, il para ice hockey o il biathlon paralimpico, si vedono atleti che non solo gareggiano, ma sfidano un’intera narrazione culturale. Dimostrano che il corpo può adattarsi, reinventarsi, e che la forza più potente risiede nella mente.Ecco     alcune  storie   tratte    ,  vedere  sito  grafia   inizio  post   ,  dal  web 

    Oksana, figlia di Chernobyl, rinata negli Stati Uniti passando fra orfanotrofi, violenze e operazioni. E poi Declan, che in clinica da bambino comincia a giocare a hockey poco dopo l’amputazione delle gambe, nate con malformazioni. E il Team Aigner, cinque fra fratelli e sorelle, che messi insieme sarebbero entrati fra le prime dieci nazioni del medagliere tanto hanno vinto. Ancora Jesper, al quale non è importato nascere con la spina bifida, via con pallamano o calcio o atletica, prima di diventare il più forte del mondo fra gli sciatori sitting, quelli che usano il guscio sotto il quale c’è uno sci. Ci sono loro, ma quante storie ci sarebbero da raccontare fra le stelle che brilleranno a Milano, Cortina e Tesero nei prossimi giorni, anche fra chi magari non vincerà. Come Ralf Etienne, otto ore appeso a testa in giù dal quarto piano dopo il terremoto che distrusse vite ed edifici ad Haiti nel 2010 e nel quale perse una gamba. Prima gli studi negli States e poi la scoperta dello sci.


DUE MONDI—
Due mondi Oksana Masters, dita palmate su ogni mano e senza il pollice, sei quelle nei piedi, gamba sinistra più corta, entrambe senza tibia, senza un rene e una parte dello stomaco, è la donna dei due mondi, Giochi estivi e invernali. La mamma era rimasta esposta alle radiazioni, lei è ora l’atleta più vincente dei 655 ai Giochi: sette Paralimpiadi con 19 medaglie, 9 delle quali d’oro, fra sci nordico e biathlon in quelle invernali (dove è l’atleta paralimpica statunitense più decorata di tutti i tempi e la prima a vincere 7 medaglie in una sola edizione, a Pechino 2022) e canottaggio e ciclismo in quelle estive (a Tokyo e Parigi, ha vinto 4 medaglie d’oro, in ogni gara alla quale ha partecipato con l’handbike). Si è qualificata fra infortuni e interventi chirurgici: "Possono anche segnare il percorso, ma non voglio siano la fine".
LEGGENDE
Declan Farmer è alla sua quarta Paralimpiade, è uno dei giocatori più forti nella storia del para ice hockey e il giocatore oggi dominante a livello internazionale. Con lui, gli Stati Uniti sono diventati la squadra più forte di tutti i tempi. Con la maglia a stelle e strisce ha vinto tre medaglie d’oro paralimpiche e cinque titoli mondiali. È nato con emimelia fibulare bilaterale e le sue gambe non si sono sviluppate correttamente, gli sono state amputate quando era molto piccolo. C’è poi la famiglia Aigner, che a Pechino 2022 ha dominato il medagliere quasi fosse una nazione: quattro fra fratelli e sorelle, giunti dalla fattoria di famiglia alle piste cinesi, hanno vinto quattro medaglie d’oro, due d’argento e di bronzo. Orgoglio d’Austria, forma una delle squadre più forti dello sci alpino per atleti con disabilità visiva. Hanno fatto la storia: Johannes, avversario principale di Giacomo Bertagnolli, Barbara e Veronika, guidata dall’altra sorella Elisabeth, che avranno davanti le nostre Chiara Mazzel e Martina Vozza, sono uniti nella vita e nello sport.
QUEL FORMAGGIO
Jesper Saltvik Pedersen, nato il 23 agosto 1999 a Haugesund, in Norvegia, è considerato una delle stelle assolute dello sci alpino. Ha riscritto libri di record e vittorie. Nato con spina bifida, malformazione del midollo spinale che gli ha causato paralisi dalla vita in giù, è cresciuto in una famiglia amante della montagna e dello sport. Spesso ha trovate originali: nel 2021, per sensibilizzare sull’uguaglianza, ha messo all’asta cinque chili di formaggio ricevuti come premio in Coppa del Mondo per attirare l’attenzione sulle enormi disparità di compenso tra atleti con e senza disabilità.

Sofia, la campionessa dello snowboard

Sofia, 28 anni, ha perso la gamba destra in un incidente stradale. Dopo mesi di fisioterapia e depressione, è salita su una tavola da snowboard per la prima volta. Oggi è tra le favorite per Milano Cortina 2026 nella categoria snowboard paralimpico. “All’inizio pensavo di non avere più un futuro”, ha raccontato. “Poi ho capito che avevo solo bisogno di cambiare prospettiva”.

Ahmed e lo sci di fondo

Ahmed è arrivato in Italia come rifugiato. Dopo aver perso l’uso delle gambe per una mina antiuomo, è stato accolto da un’associazione sportiva. Ha scoperto lo sci di fondo paralimpico e oggi si allena sulle piste della Val di Fiemme, pronto a rappresentare un nuovo paese con orgoglio.

Luca e il riscatto del team

Luca, nato con una malformazione agli arti inferiori, è uno dei pilastri del para ice hockey italiano. A 16 anni era emarginato, senza sport né amici. Oggi, all’età di 30, è una bandiera nazionale. “Non mi interessa la pietà. Voglio rispetto. E sul ghiaccio me lo prendo”.


Oltre  alle   storie      prima     citate   , tra centinaia di sciatori e sciatrici, biatleti e biatlete, fondisti e fondiste, le storie notevoli, e meritevoli di essere conosciute, non mancano: tra atleti plurimedagliati (qualcuno in più sport, non solo invernali), famiglie vincenti e matrimoni imminenti. Tra loro c’è Giacomo Bertagnolli, che già il primo giorno potrebbe vincere la sua prima (e non per forza ultima) medaglia di Milano Cortina: lui potreste conoscerlo perché a fine febbraio è stato a Sanremo insieme alla sua guida Andrea Ravelli.

Giacomo Bertagnolli e Andrea Ravelli
Bertagnolli ha 27 anni e otto medaglie paralimpiche, tra cui quattro ori, oltre 70 podi in Coppa del Mondo e 16 medaglie ai Mondiali. Ipovedente dalla nascita, gareggerà con Ravelli – che lo precederà lungo le discese dandogli con la voce indicazioni sulla pista – in tutte le specialità dello sci alpino. Nato nel 1992 ed ex sciatore della Nazionale, Ravelli è atleta guida dal 2019. Bertagnolli ha vinto medaglie in ogni specialità di sci alpino, dallo slalom speciale (la più tecnica) alla discesa libera (quella con le velocità più elevate). La sua prima gara sarà la discesa libera di sabato 7 marzo. Se ne riparlerà e ne riparleremo, anche nella newsletter Doposcì, ma intanto è un nome da conoscere.



Giacomo Bertagnolli e Andrea Ravelli nel 2022 (AP Photo/Andy Wong)

I futuri coniugi Masters-Pike
Gli statunitensi Oksana Masters e Aaron Pike sono una coppia molto sportiva: 39 anni lui e 36 lei, alle Paralimpiadi di Milano Cortina saranno nelle gare sitting – da seduti – di sci di fondo e biathlon. Ma hanno entrambi partecipato anche alle Paralimpiadi estive e ad alcune tra le più importanti maratone al mondo, compresa New York.
Masters è nata a Khmelnitsky – in Ucraina, a circa 400 chilometri da Chernobyl, sede dell’incidente nucleare del 1986 – ed è cresciuta prima in un orfanotrofio e poi negli Stati Uniti. Entrambe le gambe le furono amputate da sopra il ginocchio quando era ragazza; ha gareggiato nel canottaggio e nel paraciclismo. Arriva alle Paralimpiadi invernali dopo una stagione complicata, con infortuni e operazioni (nella sua vita ne ha avute quasi 30 alla mano destra, che usa per sparare nel biathlon).
Pike è in sedia a rotelle da quando a 13 anni fu colpito accidentalmente da un cacciatore. Lei ha 19 medaglie paralimpiche, estive e invernali, e decine di migliaia di follower su Instagram, dove a proposito della sua altezza scrive: «A volte è un metro e settanta, altre un metro e venti; dipende dai giorni»; lui per ora nessuna medaglia, e pure meno follower. Finite le gare, si sposeranno a Milano.



Oksana Masters il 5 marzo a Tesero (Buda Mendes/Getty Images)

Oleksandra Kononova
Atleta ucraina di 35 anni, sarà in gara in sei eventi di due sport, il biathlon e lo sci di fondo, con l’obiettivo di vincere il suo sesto oro olimpico. Orfana e cresciuta dalla nonna, Kononova gareggia con un solo bastoncino a causa di un problema al braccio destro, cosa che rende parecchio più faticosa la sciata. Vinse i suoi primi tre ori paralimpici nel 2010, a 19 anni, e fu scelta come atleta ucraina dell’anno. Dopodiché ha avuto diversi infortuni. Sia nel fondo che nel biathlon sarà in gara contro atlete in molti casi ben più giovani di lei.
Andrew Kurka
Uno dei 70 atleti in gara per gli Stati Uniti, più di un decimo rispetto a quelli totali. Kurka ha 34 anni e sarà in gara nello sci alpino nella categoria sitting, in cui si gareggia seduti su un monoscì, cioè uno sci unico e largo, quasi una tavola da snowboard, con una seduta ammortizzata. Nel 2018 vinse un oro nella discesa libera; nel 2022 arrivò quarto dopo una brutta caduta in prova in cui si fratturò un braccio, un dito e il naso. Già nel 2014, peraltro, aveva saltato le Paralimpiadi a causa di una caduta prima dell’evento. Originario dell’Alaska, dove ancora vive, è un tipo interessante, spigliato e piuttosto attivo su Instagram.

Andrew Kurka nel 2022 (Christian Petersen/Getty Images)

Johannes e Veronika Aigner
Sono fratello e sorella, austriaci: lui ha 20 anni e lei 23; entrambi ipovedenti. Gareggiano nello sci alpino e lui sarà in gara contro Bertagnolli in tutte le specialità. Nel 2022, alle Paralimpiadi di Pechino, in gara c’erano anche Barbara, sorella gemella di Johannes, ed Elisabeth, come guida di Veronika. Insieme arrivarono a nove medaglie, di cui quattro d’oro. Prima ancora un’altra sorella, Irmgard, era stata guida. Da buoni austriaci, gli Aigner arrivano da una famiglia di sciatori. La disabilità visiva di tre di loro, legata alla cataratta, è la stessa della madre.
Barbara non gareggerà a Milano Cortina perché si è ritirata, Elisabeth avrebbe voluto esserci ma si è infortunata a febbraio durante una gara. Come è talvolta il caso nelle categorie vision impaired, Veronika avrà due diverse guide: una per le specialità tecniche e una per quelle veloci.



Le principali storie da seguire ai Giochi Paralimpici di Milano Cortina 2026 I padroni di casa di Beijing 2022 riusciranno a mantenere lo slancio?

L'Austria e la Norvegia sono le nazioni di maggior successo ai Giochi Paralimpici Invernali in termini di medaglie: l'Austria è in testa alla classifica generale con 345 medaglie, mentre la Norvegia detiene il primato per numero di medaglie d'oro con 140. Ma è stata un'altra nazione a prendersi la scena nell'ultima edizione dei Giochi.
Da tempo potenza dei Giochi Paralimpici Estivi, la Repubblica Popolare di Cina ha vinto la sua prima medaglia ai Giochi Paralimpici Invernali a PyeongChang 2018: l'oro nel wheelchair curling alla sua quinta partecipazione ai Giochi Invernali.
Il conteggio è salito a ben 61 medaglie a Beijing 2022 grazie ai significativi investimenti del governo in vista dei Giochi in casa. La Repubblica Popolare di Cina ha conquistato il primo posto nel medagliere, ottenendo medaglie in tutti e sei gli sport: 18 ori, 20 argenti e 23 bronzi.
Milano Cortina 2026 dimostrerà se la Repubbica Popolare di Cina sarà in grado di mantenere questo dominio e consolidare il suo status di protagonista dei Giochi Paralimpici Invernali.



La sciatrice alpina Paralimpica cinese Zhang Mengqiu è stata una delle star sportive e di stile più in vista dei Giochi Paralimpici casalinghi, con cinque medaglie e un nuovo taglio di capelli per ogni podio....Leggi di più
Oksana Masters punta alla ventesima medaglia Paralimpica prima del matrimonio con il collega Aaron Pike
La statunitense Oksana Masters è uno dei volti più noti nel mondo Paralimpico, sia nei Giochi estivi che in quelli invernali.
La 36enne ha partecipato a sette edizioni dei Giochi Paralimpici, conquistando 19 medaglie in quattro discipline: sci di fondo Paralimpico, biathlon Paralimpico, ciclismo Paralimpico e canottaggio Paralimpico. Quattordici di queste medaglie sono state conquistate nelle discipline invernali, tra cui tre ori a Beijing 2022.
Il percorso verso la sua ottava partecipazione ai Giochi Paralimpici è stato difficile per Masters. Diversi ricoveri ospedalieri le hanno fatto perdere 103 giorni di allenamento nella stagione 2024-25, il che significa che ha avuto solo 16 giorni sulla neve prima della sua prima competizione. Un intervento chirurgico alla mano destra - il 28° della sua vita - all'inizio della stagione Paralimpica è stato un altro grave contrattempo, soprattutto perché questa è la mano che Masters usa per sparare nel biathlon Paralimpico.
Già la Paralimpica invernale più decorata di tutti i tempi degli Stati Uniti, Masters cercherà di aumentare il suo record di medaglie sulla pista di Tesero, con il fidanzato Aaron Pike al suo fianco.
Pike, anch'egli atleta Paralimpico invernale ed estivo, punta a vincere la sua prima medaglia Paralimpica a Milano Cortina 2026, con il matrimonio della coppia che avrà luogo subito dopo i Giochi. per   il  video  Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026: le storie principali, gli atleti e le atlete da tenere d'occhio (olympics.com)
Esclusiva con Oksana Masters: “È tutta una questione mentale”

Dopo aver portato a 19 il numero delle medaglie Paralimpiche conquistate nella sua carriera a Parigi 2024, Oksana Masters ha raccontato in esclusiva a Olympics.com come lo sport l'abbia aiutata a guarire dopo aver vissuto esperienze traumatiche da bambina in un orfanotrofio ucraino. Ora desidera essere fonte di ispirazione per i bambini e le bambine che hanno subito traumi che hanno cambiato la loro vita.

I fratelli Aigner riempiranno nuovamente la bacheca dei trofei di famiglia?

Mentre Masters e Pike sperano di ricevere qualche regalo di nozze anticipato sul podio di Milano Cortina 2026, i fratelli Aigner cercheranno di rendere orgogliosi i loro genitori.

I fratelli austriaci, atleti Paralimpici di sci alpino, hanno collezionato un totale di nove medaglie, di cui quattro d'oro, al loro debutto Paralimpico a Beijing 2022.
Veronika Aigner, che ha sciato con la sorella Elisabeth come guida, ha vinto l'oro nello slalom gigante e nello slalom nella categoria ipovedenti. La sorella minore Barbara l'ha affiancata sul podio con l'argento nello slalom e il bronzo nello slalom gigante, mentre il fratello gemello di Barbara, Johannes, ha concluso con medaglie in tutte e cinque le gare, tra cui l'oro nella discesa libera e nello slalom gigante.
Petra e Christian Aigner erano al National Alpine Ski Centre quattro anni fa per tifare i loro quattro figli e questa volta sono pronti a festeggiare ancora, visto il continuo successo dei fratelli ai Campionati del mondo di sci alpino Paralimpico e alle tappe di Coppa del mondo.

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Veronika and Elisabeth Aigner won gold medals in giant slalom and slalom at Beijing 2022, to take the Aigner family tally to nine overall.

Canada e Stati Uniti pronti a sfidarsi per l'oro nel Para ice hockey nella terza finale Paralimpica consecutiva

I Giochi Olimpici del 2026 si sono conclusi con una straordinaria partita di hockey su ghiaccio che ha visto Canada e Stati Uniti affrontarsi nella finale Olimpica maschile per la prima volta in 16 anni. Mentre gli Stati Uniti hanno avuto la meglio ai Giochi Olimpici, la celebre rivalità avrà il suo prossimo capitolo ai Giochi Paralimpici, dove le teste di serie USA e Canada sembrano destinate a contendersi nuovamente l'oro.
Il Team USA punta a vincere il suo quinto titolo consecutivo e il sesto in totale a Milano Cortina 2026, con il tre volte Campione e uno dei marcatori più prolifici della squadra, Declan Farmer, nel roster.
Il Canada è arrivato secondo dietro agli Stati Uniti nelle ultime due edizioni dei Giochi, PyeongChang 2018 e Beijing 2022, ma ha ricevuto una grande iniezione di fiducia battendo i suoi rivali di lunga data in casa propria ai Campionati del mondo di Para ice hockey 2024.
Gli Stati Uniti hanno riconquistato il titolo nel maggio 2025, ma il ghiaccio italiano potrebbe essere proprio quella fortuna in più di cui il Canada ha bisogno. I canadesi hanno vinto la loro ultima e, finora, unica medaglia d'oro Paralimpica l'ultima volta che l'Italia ha ospitato i Giochi Paralimpici, a Torino 2006.
La squadra di Para ice hockey della Cechia è un'altra storia interessante da seguire.
Si è classificata terza nelle ultime tre edizioni dei Campionati del mondo, ma è stata meno fortunata sul palcoscenico Paralimpico, finendo quinta o sesta nelle sue quattro partecipazioni. Milano Cortina 2026 sarà l'edizione in cui la Cechia conquisterà finalmente la sua prima medaglia Paralimpica?




USA and Canada have met in the last two Para ice hockey finals at the Paralympics with USA taking gold both times.
Chi vincerà il torneo inaugurale di doppio misto nel wheelchair curling?
Il wheelchair curling ha fatto il suo debutto come sport Paralimpico a Torino 2006, quindi è giusto che, a distanza di 20 anni, l'evento doppio misto venga introdotto nel programma di Milano Cortina 2026.
La squadra mista è composta da quattro giocatori, più un sostituto, mentre la squadra di doppio misto è composta da un uomo e una donna.
La Repubblica di Corea è in testa alla classifica del doppio misto alla vigilia del debutto Paralimpico di questa disciplina, ma la squadra giapponese non è molto indietro. Sarà una di queste due a vincere la medaglia d'oro?



La Repubblica Popolare di Cina ha vinto i tornei di wheelchair curling nelle ultime due edizioni dei Giochi Paralimpici e continua a dominare la classifica a squadre miste, ma nella gara di doppio misto non c'è un chiaro favorito per la medaglia d'oro....Leggi di più
Il Team USA riconquisterà il dominio nello snowboard Paralmpico o i padroni di casa interromperanno la sua marcia trionfale?
Gli atleti statunitensi hanno conquistato il podio maschile quando lo snowboard Paralmpico ha fatto il suo debutto ai Giochi Paralimpici di Sochi 2014, con Amy Purdy che ha aggiunto un'altra medaglia - un bronzo - per gli Stati Uniti nella gara femminile. Il Paese è stato rappresentato anche su nove dei dieci podi di snowboard Paralmpico a PyeongChang 2018.
Ma le cose sono cambiate a Beijing 2022, dove il numero di medaglie statunitensi è sceso a quattro su 24 e Brenna Huckaby è stata l'unica a riuscire a vincere l'oro.
A Milano Cortina 2026 gli Stati Uniti cercheranno di riconquistare il loro antico dominio in questo sport con diversi veterani in rosa, tra cui Huckaby e il tre volte medaglia Paralimpica Mike Schultz.
Ma il ritorno al vertice potrebbe essere difficile.
Ora, oltre agli snowboarder Paralimpici cinesi, che hanno vinto 10 medaglie ai Giochi di Beijing 2022 in casa, gli Stati Uniti dovranno anche difendersi dagli attuali padroni di casa dell'Italia. Con il due volte Olimpico e per la prima volta Paralimpico Emanuel Perathoner al timone, la squadra italiana di snowboard Paralimpico dovrebbe essere una vera forza sulle piste di casa, con i suoi rider che cercheranno di tornare alla ribalta dopo il digiuno di medaglie di quattro anni fa.




Dopo due partecipazioni ai Giochi Olimpici, Emanuel Perathoner si prepara a fare il suo debutto ai Giochi Paralimpici sulla neve di casa.

21.2.26

Achille Polonara, «Ero guarito e arrivò la leucemia: in quel momento pensai al suicidio, fu mia moglie Erika a fermarmi Ce l’ho fatta, ma non sono un eroe»


(foto Foddai/ Ciamillocastoria)
Ovazione Achille Polonara, 34 anni, nel palazzetto di Sassari risponde al saluto dei suoi tifosi

Achille Polonara, la prima domanda è d’obbligo. Come sta? «Sto bene. Naturalmente questi mesi mi hanno un po’ segnato. Capisci varie cose. Per esempio, che tantissime persone mi sono state vicine».

Essere Achille Polonara oggi non è facilissimo. Hai tutto, una moglie innamorata, due figli tenerissimi. Sei un cestista di talento, Virtus Bologna, Nazionale. Poi, a nemmeno 34 anni, ti becchi due sfondamenti da paura. Un tumore al testicolo, chemio e rapida ripresa. Torni in campo tra gli applausi e dopo un paio di mesi quella che nasce come una banale febbriciattola diventa una leucemia mieloide acuta. Trapianto di midollo, cure sperimentali a Valencia, un coma di cinque giorni, una trombosi.

Oggi Achi può sorridere, spera che il peggio sia passato e accarezza il sogno di tornare sul parquet. Volendo, è tesserato per la Dinamo Sassari. «Ma in questo momento vedo il basket non come una professione ma come un divertimento. E vorrei tornare a divertirmi».

Si sente pronto?

«Mi manca un’operazione». In che senso?

«Lunedì mi chiudono un foro nel cuore con uno strumento chiamato ombrellino».

Questa ci mancava.

«Sì, ma dopo quello che ho passato è una passeggiata di salute».

I tifosi la aspettano.

«Ho visto cose molto belle, gli striscioni dei giocatori di Baskonia, Zalgiris, Fenerbahçe, di diverse squadre italiane. Gli applausi dei tifosi, anche avversari. In tanti mi fermano per strada per sapere come sto, e questo affetto mi fa molto piacere».


A Sassari lo speaker l’ha chiamata «guerriero».«Sì, ma vorrei precisare una cosa. Ci tengo».

Prego.

«Per molte persone sembra che io abbia fatto chissà cosa, ma se tu mi chiedi che cosa ho fatto, in realtà sono andato in coma e mi sono risvegliato. Non ci vedo nulla di eroico».

Il coma è stato il momento più drammatico della sua,

chiamiamola così, avventura?

«Decisamente. Mi stavano togliendo un sondino per rimandarmi a casa dall’ospedale, ho cominciato a tossire convulsamente, ad agitarmi. Ho perso conoscenza da solo, nessun coma farmacologico».

C’è quella telefonata, poi mandata in onda, di sua moglie Erika a Nicolò Devitiis, vostro amico e conduttore delle Iene, che con voce tremante diceva «Ciao Nico’, Achille ieri è andato in coma. Ci sono poche speranze».

«Diciamo che ho fatto preoccupare un po’ di gente...». Ricorda qualcosa?

«In quei cinque giorni sono venuti a trovarmi in tanti, ma io sentivo solo mia moglie».

La voce di sua moglie e una canzone, pare.

«Sì. Questa domenica di Olly, una canzone che ascoltavo in ospedale quando stavo da solo e mi faceva commuovere. Quando Erika l’ha messa ho cominciato a piangere. Allora lei giustamente mi diceva “però se devi piangere la tolgo...” ma io mi innervosivo perché volevo che continuasse a metterla, mi agitavo, si alzavano i valori e le macchine a cui ero attaccato suonavano».

Poi finalmente il risveglio.

«È come se fossi stato chiuso in un aereo per cinque giorni e avessi sempre dormito. Poi ci ho messo un po’ di giorni per rimettere a posto i mattoni della casa. Svalvolavo un po’, non mi ricordavo quand’era nata mia figlia...».

Ripartiamo dall’inizio. Come si sente un atleta di 34 anni, campione di basket?

«Invincibile. In vita mia non ho mai avuto nulla di nulla, nemmeno un intervento».

E come è cambiato tutto? «Con un controllo antidoping di routine».

Pensava di essere positivo?

«Avevo già fatto un controllo durante i Mondiali nelle Filippine: tutto ok. Questa volta invece ricevo ai primi di ottobre una mail dalla Procura federale antidoping in cui mi dicono che ho i valori di questo HCG troppo alti e devo dimostrare se provengono dal mio corpo o da un corpo estraneo. Ho pensato: avrò usato creme che non dovevo usare?».

Lei non sospettava nulla?

«Io ho controllato su internet perché ricordavo che i valori dell’hcg riguardavano le donne incinte. Allora scrivo: “HCG sugli atleti” e mi esce il caso di Acerbi. Tumore al testicolo. Facendo due più due, combaciava tutto».

E a quel punto?

«Mi è crollato il mondo addosso. La parola “tumore” fa paura. Subito la associ a un’altra parola: “morte”. Il secondo pensiero è stato: “ho chiuso con il basket”. Quando però mi è stato detto che facendo le cure necessarie avrei avuto il 3 per cento di possibilità di recidiva mi sono rasserenato. Ho affrontato la chemio, ho sopportato le nausee».

È guarito. Ed è tornato in campo, senza capelli.

«E l’ho patito tantissimo. Per assurdo, tutti mi dicevano “stai affrontando una cosa delicata, che te ne frega se perdi i capelli?”. Ma per me che non mi ero mai visto con i capelli corti era un problemone».

Superato anche questo, i capelli sono ricresciuti. E Polonara era tornato a essere un giocatore importante.

«Sì, i dottori erano stupiti di una ripresa tanto veloce».

Ma dopo un paio di mesi è ricomparsa la febbre...

«La serie playoff contro Venezia. Il giorno prima di gara 3 mi ammalo e non dico niente, volevo giocare a tutti i costi. Gioco, sto malissimo, e dopo la partita mi misuro la febbre: 38.7. Salto un paio di partite, rientro ma gioco pochissimo. Nella semifinale con Milano mi sento debole, ho ancora la febbre e la sera prima di gara 3 in hotel chiamo il doc. Lui mi visita e dice: Achi, tu domani te ne torni a Bologna a fare un paio di esami».

Ed è arrivata la notizia?

«Non subito. Pensavano fosse mononucleosi. Poi mi facevano firmare fogli sull’hiv, e io mi chiedevo “ma che stanno cercando?”. Andavo in paranoia: avevo fatto un tatuaggio un mese prima, sarà mica quello? Fino a che, un mercoledì, l’ematologo mi dice: ci resta l’esame del midollo, avremo l’esito fra tre o quattro giorni. Ok, dico. E invece lo stesso pomeriggio sono entrati nella mia stanza cinque medici. Sembravano in difficoltà. La prima cosa che mi hanno detto è stata “non ci sono buone notizie”».

Leucemia mieloide acuta.

«Ho capito solo che era qualcosa di molto più grave di quello che avevo già passato».

E come ha reagito?

«Ho pensato: basta, ora mi butto dalla finestra dell’ospedale e la faccio finita. Per fortuna c’era Erika lì: devi resistere per la famiglia, per i bambini. Ma mi sono sentito spalle al muro con dieci bestioni che ti tengono fermo. Volevo scomparire. Poi però ho pensato: non è giusto che i miei figli crescano senza un padre, o che pensino che papà non ci abbia almeno provato».

Oggi però è qui. I capelli stanno ricrescendo di nuovo, sua moglie è qui con Vitoria e Achille junior. Ci sono tre cagnolini che le saltellano intorno. E lei ha ricominciato ad allenarsi. Ne ha fatta di strada.

«Tanta, e come persona sono ottimista. Ma è chiaro che tutto questo mi spaventa».

Si sente come se avesse una spada di Damocle che le pende sulla testa?

«Preferisco non pensarci».

Si sente di fare progetti a lungo termine?

«Non ne ho mai fatti nella mia vita, ancora meno mi sentirei di farne ora. Preferisco scegliere obiettivi più vicini».

Il primo qual è?

«Non avere la recidiva».

Quanto è cambiato dopo queste esperienze?

«In qualcosa sono cambiato di sicuro».

In che cosa?

«Prima ero molto credente, adesso non lo sono più. Prima non c’era sera che non pregassi. Adesso onestamente non ci riesco. Nonostante gli amici mi dicano “dai, sei stato miracolato, forse da lassù qualcuno ti ha aiutato”. Ma è lo stesso qualcuno che mi ha fatto ammalare? Perché proprio a me? Io che ho sempre pregato...».

Il video di lei che torna a casa dall’ospedale, abbracciato da moglie e figli, è diventato virale oltre che commovente.

«Ogni tanto anche i social fanno cose buone...».

Lo rivede mai?

«Sì, mi capita di rivederlo. E lo confesso, ogni volta mi metto a piangere».

Achille Polonara: sono tornato ad allenarmi e a divertirmi con il basket. Prima ero molto credente, non lo sono più

13.2.26

Perché Sighel ha tagliato il traguardo di spalle nell’esultanza più arrogante delle Olimpiadi., La straordinaria rinascita di Samer Tawk: dal volo di 14 metri nel vuoto e 9 operazioni, alle Olimpiadi







L'immagine di Pietro Sighel che taglia il traguardo della Milano Ice Skating Arena girato di spalle, agitando le braccia come fossero ali, cercando con lo sguardo gli avversari ormai rassegnati, è splendidamente sfacciata ma dietro quell'esultanza "più arrogante di sempre" (è stato il titolo di Sports Illustrated) non c'era alcuna mancanza di rispetto. Lo ha ammesso lo stesso atleta chiarendo di essersi abbandonato a quel gesto solo "per far gasare un po' il pubblico" e non certo per sbeffeggiare gli avversari a pochi istanti dalla conquista dell'oro con l'Italia nello short track staffetta mista. Il canadese William Dandjinou, che pure sventola gli arti per esprimere gioia dopo un grande successo, è andato controcorrente e ammesso di aver apprezzato il comportamento dell'azzurro. Gli ha dato il giusto peso umano e sportivo, sospendendo ogni giudizio. Chi non prova quelle emozioni, non può capirlo. E non si può spiegare. "È ciò di cui abbiamo bisogno nel nostro sport. Sono felicissimo per la squadra italiana. Vincere in casa dev'essere davvero speciale per loro, è davvero meritato", le parole del nord-americano che si è accontentato dell'argento.




Perché Sighel ha tagliato il traguardo di spalle nell’esultanza “più arrogante” delle Olimpiadi
Sighel taglia il traguardo di spalle: "Ma non era una mancanza di rispetto"

L'Italia ha dominato la finale per il metallo più prezioso forte delle prestazioni eccellenti anche di Elisa Confortola, Arianna Fontana (ha spezzato anche la maledizione del portabandiera) e Thomas Nadalini ma a prendersi la scena è stato il loro compagno di team per quella postura che è entrata già nella storia dei Giochi Invernali. Un gesto istintivo e calcolato allo stesso tempo, che racconta talento, personalità e quella sana "follia" che ti scoppia dentro quando realizzi di aver compiuto un'impresa straordinaria. E che nessuno può strapparti di mano la medaglia tanto agognata. Non uno sgarbo ma un ringraziamento, sia pure a tinte forti.
"È stato tutto molto emozionante – le parole di Sighel a fine gara -. Ho esultato in quel modo perché volevo far gasare un po' il pubblico che ci aveva aiutato tantissimo col suo sostegno. Quando siamo in testa alla gara i nostri tifosi ci hanno dato una bella spinta, ecco perché ho voluto dedicare oro qualcosa di speciale. Era un modo per omaggiarli". E se gli altri se la prendono perché non capiscono? La risposta di Sighel è laconica: "Fa lo stesso… l'importante è che abbiamo vinto oggi".
L'oro, il pubblico e quella scelta all'ultimo metro: cosa c’è dietro l'esultanza di Sighel

La vittoria ottenuta oggi ha scandito la terza medaglia olimpica e il primo oro per Sighel, dopo aver vinto il bronzo nella staffetta maschile e l'argento nella staffetta mista ai Giochi di Pechino 2022. È stata un'esplosione di gioia irrefrenabile per aver finalmente ottenuto il risultato più ambito. E ci stava pensando da un po' a come avrebbe festeggiato…




Perché Sighel ha tagliato il traguardo di spalle nell’esultanza “più arrogante” delle Olimpiadi

"Avevo pensato un po' di tempo fa a una cosa del genere – ha aggiunto l'azzurro – e credo che oggi era il momento giusto per mostrarlo. Ovviamente, devi anche trovarti nelle condizioni giuste per farlo… tante volte nello short track si arriva al traguardo sul filo dei centimetri e un'esultanza simile non te la puoi permettere. Abbiamo fatto una gara perfetta".

La straordinaria rinascita di Samer Tawk: dal volo di 14 metri nel vuoto e 9 operazioni, alle Olimpiadi











La storia che si cela dietro alla presenza di Samer Tawk, sciatore di fondo e portabandiera del Libano, ha qualcosa di semplicemente straordinario. Perché il campione libanese sette anni si ritrovava in fin di vita, con una carriera stroncata da una paurosa caduta in un crepaccio per un volo di 14 metri che gli provocò fratture multiple alle gambe e alle braccia. Tawk ha dovuto subire ben 9 operazioni chirurgiche per poter tornare a camminare: di ritornare a sciare, i medici avevano escluso ogni possibilità. Invece, sette anni più tardi, Tawk non solo è tornato sugli sci ma si è anche qualificato a Milano Cortina, chiudendo nel modo migliore un cerchio magico di una storia incredibile.
Il dramma di Tawk, la caduta nel vuoto e il corpo fratturato: 9 interventi per tornare a camminare
Il dramma si è consumato nel 2019 quando Samer Tawk ha subito una caduta di 14 metri da una parete rocciosa mentre sciava, riportando gravissime fratture multiple a tutti e quattro gli arti. Sopravvissuto miracolosamente, l'atleta libanese ha poi dovuto sottoporsi a ripetute operazioni per ricostruire pian piano il proprio corpo: nove interventi chirurgici che lo avevano ridotto nel corso del tempo a perdere ben 17 chilogrammi di muscoli. Impossibile pensare che sarebbe potuto tornare un giorno a riposizionarsi sugli sci, il rischio reale era che non avrebbe anche potuto più semplicemente camminare.
Il miracolo sportivo di Tawk: una storia di resilienza nel segno di Lindesy Vonn
Invece, il miracolo. Olimpico. E a 27 anni, Samer Tawk è riuscito a riprendersi il proprio sogno sportivo nel modo migliore, diventando anche portabandiera del proprio paese. "Ero giovane e stupido, mi sono ritrovato a sciare laddove non avrei mai dovuto essere… All'inizio mi chiedevo se sarei semplicemente sopravvissuto" ha raccontato più volte rivivendo quel drammatico episodio. "Poi se quelle operazioni mi avrebbero lasciato una disabilità… Ho persino pensato a dover affrontare le Paralimpiadi" ha confidato Tawk oggi perfettamente ristabilito. Ma come è riuscito? Attraverso un percorso enorme di sofferenza, sacrifici e resilienza con un mito fisso nella testa: Lindsey Vonn la campionessa americana da sempre dichiarata sua fonte di ispirazione
Subito dopo la tragedia del 2019 i medici furono tutti unanimi nel confermare che una completa guarigione sarebbe stata quasi impossibile. Tawk rimase ricoverato per tre lunghi mesi, un periodo in cui – immobile sul lettino – iniziò a recuperare soprattutto sul fronte delle energie mentali: ogni giorno ripercorreva mentalmente tracciati e percorsi che lo avevano fino a quel momento che nel 2018 lo aveva portato ad essere il primo libanese a qualificarsi alle Olimpiadi invernali, partecipando ai Giochi di Pyeongchang.
Tawk ce la fa, è a Milano Cortina: portabandiera e qualificazione per la 10km
Poi, la lunghissima sfida al destino, provando e riprovando a risalire sugli sci dopo un anno dall'incidente: 10 metri, 30, 50. Nulla per chi aveva gareggiato e vinto su distanze ben più grandi, sui 15 km. Eppure, Tawk è riuscito a crederci riconquistando il proprio posto. Il primo traguardo fu Pechino 2022 dove però non riuscì ad arrivare: pur avendo recuperato sorprendentemente i dolori alle gambe dopo ore sugli sci erano ancora insopportabili. Perdendo alle qualificazioni e mancando i Giochi. Ma trovando quelle di Milano Cortina dove venerdì 12 febbraio ha partecipato alla 10km di fondo, chiudendo al 105° posto. Che è valso per lui più di una medaglia d'oro.

20.1.26

La rinascita dell’ingegnere di Nuoro: nel 2000 fu travolto da un’auto a Sassari, ora è campione di nuoto paralimpico Dal coma dopo l’incidente al record, la rinascita di Francesco Delpiano

la nuova  20\1\2026

Nuoro
 Terribile: «Guastu». Fa davvero male, questa parola. Detta in sardo non significa “semplicemente” guasto, significa “storpio”, “storpio per sempre”. Francesco Delpiano ha un nodo alla gola quando pensa
al padre Tonino che ha dovuto inghiottire la violenza di questo termine tante volte riferito a suo figlio. Francesco era appena uscito dal coma, lottava per vivere nell’inverno del 2000, mentre il babbo era pure costretto a masticare il peso delle parole. «Anche se si salva, suo figlio resterà storpio» si sentiva ripetere. Invece no, la storia è finita diversamente: Francesco pedde mala, così dicono a Nuoro per definire chi ha pellaccia e tempra da vendere, ce l’ha fatta. Ha vinto. È rinato. È persino diventato campione recordman di nuoto.

Cos’era successo?

«Un incidente. Un brutale incidente. A Sassari. Un giovedì, il 17 febbraio del 2000, alle ore 17. Chissà perché il 17 nella cultura occidentale è foriero di sfortuna e disgrazia. Boom! Un’auto mi ha centrato in pieno, ho preso il volo, ho rimbalzato sulla strada, sono finito trenta metri più in là. Poi il buio totale».


Francesco Delpiano, nuorese classe 1967, aveva 33 anni e un futuro luminoso. «A tutto pensavo, fuorché alla morte» dice. Era il più giovane ingegnere italiano, allora, a cui era stata affidata la realizzazione di una grande opera pubblica: la costruzione della metropolitana di Sassari.


Un dramma. Il buio. Un tuffo nell’ignoto...

«Quando tutto sembra fermarsi, è la vita stessa a indicarti la direzione. Può trascinarti giù, a volte condurti a toccare il fondo. Ma quel viaggio può farti scoprire le esperienze più grandi e sconosciute e stupirti di tanta bellezza, come quella nascosta negli abissi di un oceano». Delpiano legge un passo del suo libro autobiografico “Tutto il mare che ho nel cuore”. Venticinque anni dopo l’incidente, ha deciso di raccontare la sua storia.

Perché?


«Perché tanti, per motivi diversi, possono sprofondare nel buio che sembra senza uscita. La mia storia racconta che non sempre il destino che sembra già scritto non possa essere cambiato!».

Ma lei dove ha trovato la forza per risalire dagli abissi, per tornare alla luce?

«Piano piano ho capito che non potevo ritrovare le forze in un approccio di tipo razionale. Ciò che stavo vivendo era straordinariamente drammatico, era enorme, avevo perso tutto. Avevo perso il lavoro, la fidanzata, la casa, la macchina, in qualche modo avevo perso le relazioni, gli amici, i parenti, i luoghi, gli spazi, le visioni, i sogni, per cui intorno c’erano soltanto macerie. Ho iniziato a vivere giorno dopo giorno mettendo il meglio di me stesso e abbandonandomi alla fede, scoprendo passo dopo passo che il Cielo mi avrebbe aiutato».

◗Francesco Delpiano con Nicola Riva e Fabio Pisacane


Come ne è uscito?

«Ho smesso di domandarmi “perché?”. Mi sono aggrappato alle mie risorse: dovevo accettare di vivere quell’esperienza, drammatico e nauseabonda. Era come se fossi sprofondato in un pozzo pieno di liquami. Non avrei potuto reggere a lungo, per cui ho deciso, come un apneista, di andare ancora più giù, di toccare il fondo. Se devo affogare, affogo, pensavo. A quel punto capisci che devi scegliere: soccombere o risalire e vivere».

Qual è stato il momento più difficile in assoluto?


«Faccio fatica a identificare un momento più difficile di altri... » riflette Francesco Delpiano. Occhi neri, carichi di gioia, sguardo empatico, sorriso complice.

Dal 2012 lavora come counselor coach e motivatore, tiene conferenze e seminari esperenziali. È stato ricercatore universitario, è diventato manager di grandi aziende multinazionali. È salito sul podio delle Paralimpiadi, recordman del nuoto con i colori della nazionale azzurra. Nell’estate del 2017, mentre era in vacanza nella sua amata Sardegna, ha persino salvato un turista in difficoltà nel mare agitato davanti all’isola di Tavolara.


«Ecco: sì, il momento più difficile in assoluto è stato quando sono finito a Parma» riprende fiato.

In che senso? Parma?

«Sono andato a Parma per una visita da mio cugino Paolo, medico fisiatra, un viaggio della speranza, grazie a mia sorella Antonella. Da lì ho iniziato un peregrinaggio per svariati ospedali italiani ed esteri. Parma è diventata la mia nuova città».

Dall’Atene sarda all’Atene d’Italia. È in Emilia-Romagna che Francesco Delpiano ha ritrovato la sua forza. Nonostante il continuo calvario da un ospedale all’altro durato oltre quattro anni, per via di una rarissima patologia neuromuscolare con cui convive tuttora, è Parma che gli ha indicato la strada per la vita.

◗Francesco Delpiano con Aldo Maria Morace e Sandro Veronesi


«Eppure, è proprio a Parma che ho vissuto il momento più drammatico. A distanza di sei, sette mesi dal mio arrivo, lo scenario clinico si complicava sempre di più, le indagini diagnostiche erano pessime. Tutto sembrava perduto. Il verdetto inappellabile: purtroppo è successo, non c'è nulla da fare. Questo mi dicevano». Invece no, Francesco e i medici hanno costruito il miracolo anche perché il figlio di mastru Tonino Delpiano non era disposto né a morire né a lasciarsi andare. Ha scelto di vivere. «Trasformare il proprio destino è possibile!». Come lui stesso ripete spesso: «Da disabile a “divabile”». Ossia: «Divinamente abile».

26.12.25

riflessione natalizia di Luigi ettore nicola Scano

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Fra i tanti messaggi di whatsapp uno dei più belli che mi sia arrivato e ha messo indiscussione ( ne ripalermo con l'anno nuovo non voglio tediarvi con la mia ansia ) il giro di boia dei 50 anni , e questo qui che di un parente alla lontana ( nipote di una sorella di mio nonno paterno ) . Ma ora basta parlare io e veniamo al suo post

 


Ascoltando una canzone, mi è tornata in mente la celebre frase: 'Siamo uomini o caporali?'. È una scelta difficile, soprattutto se manca il coraggio o la forza di credere. Ma è meglio essere umani, con i nostri difetti e pregi, o fingere di essere ciò che non siamo? Io credo che sia necessario avere il coraggio di essere se stessi, nella semplice verità. Non c'è vittoria più grande che lottare per amore senza chiedere nulla in cambio. La strada per conoscere noi stessi è ancora lunga, ma la vita è unica e merita di essere vissuta credendo nei propri ideali. Non guardiamo solo con gli occhi, ma impariamo a vedere con il cuore. Il mio augurio è che tu possa trovare la Fede, quella forza che ci fa credere in ciò che sappiamo essere vero, anche quando è invisibile allo sguardo. Non guardiamo solo con gli occhi, ma impariamo a vedere con il cuore. Il mio augurio è che tu possa trovare la Fede, quella forza che ci fa credere in ciò che sappiamo essere vero, anche quando è invisibile allo sguardo.
Non guardiamo solo con gli occhi, ma impariamo a vedere con il cuore. Il mio augurio è che tu possa trovare la Fede, quella forza che ci fa credere in ciò che sappiamo essere vero, anche quando è invisibile allo sguardo. Buon Natale 🎄🎁💫

23.11.25

Il mondo “travessu” di un musicista con un paese intorno Pierpaolo Vacca, dal gruppo folk alle stelle di Time in Jazz E Da hostess ad artigiana: «Così sono rinata»ed altre eccellenze sarde

 unione  sarda  23\11\2025




Il paese resta ad aspettarti. Sa che prima o poi tornerai. O forse non sei mai andato via. A Ovodda ci sono giorni in cui fare festa è l’unica cosa che conta. Carnevale, Mehuris de Lissìa. C’è un ragazzetto che suona, tutto intorno a lui si muove al suono del ballo. Pierpaolo Vacca, 33 anni, è cresciuto con l’organetto in mano e il paese intorno. Il centro di un mondo musicale meticcio, in cui mescolare folk, elettronica, il suono della terra e i sospiri elettrici dell’altrove. Senza etichette, in una parola travessu : «Vuol dire ribaltare, e rimescolare ma inteso anche come controcorrente e bastian contrario. Partire dalle sonorità del mio paese, rimescolarle e ribaltarle creando una musica che stia di traverso tra quella tradizionale e la sperimentazione».
Presente e futuro
Ballo sardo, la poesia di un ritmo concentrico. Il nipote di Beppe Cuga, insigne suonatore di launeddas, è cresciuto, è diventato un alchimista di colori. «Sicuramente mi piace prendere spunto da ciò che mi circonda e da quello che vivo. Da lì nasce la mia ricerca: mettere in dialogo melodie e suggestioni del passato con quelle del presente e futuro, anche con l’elettronica. È un modo per creare qualcosa di nuovo, ma che abbia radici».
Dalle serate con il gruppo folk a Time in Jazz, restando quel ragazzo in piazza con l’organetto. «La mia educazione musicale è stata libera, con un approccio allo strumento sempre gioioso e spontaneo. Cerco di trasmettere la stessa libertà anche ai miei nipoti, stimolandoli a esplorare e a lasciarsi guidare dalla curiosità e dal piacere di suonare».
Il paese festival
Qualche anno fa Pierpaolo Vacca, con un gruppo di amici, ha creato “Sonala”, il festival con un paese intorno. «La risposta della comunità che ci segue, ci invoglia a continuare ad andare avanti e a cercare di costruire qualcosa di solido che continui nel tempo a seminare bellezza anche nei nostri piccoli paesi». Partire, girare il mondo. Suonare sotto le stelle del jazz come ai piedi di una quercia, a Santu Predu. Tornare in bidda tra gli ungrones dell’anima.
«Il legame con Ovodda è forte e viscerale. Credo che nei nostri paesi ci sia una qualità di vita invidiabile e che vivere in un piccolo paese se tutti scegliamo di essere cittadini attivi all’interno di una comunità, possa solo essere un grande privilegio». Ai piedi del monte Orohole fare baldoria è una disciplina sportiva praticata fin da bambini. Pierpaolo guarda avanti. «Ci sono nuovi progetti discografici all’orizzonte e collaborazioni che mi entusiasmano».
Incontro felice
Paolo Fresu è stato più di un incontro, qualcosa di magnetico. Lo spettacolo Tango Macondo ha girato l’Italia, Fresu ha prodotto il suo disco Travessu. «È stimolante ed è un grande privilegio lavorare a fianco a Paolo e al suo staff, che con esperienza e professionalità mi insegnano qualcosa di nuovo». Nel suo tessere trame, di suoni impilati come fogli di pane ‘e fressa , sovrapposti, elettrificati, le melodie restano sarde, il suono riconoscibile, un marchio per pochi. Il teatro è un giardino da esplorare. «Mi piace farmi ispirare dalle suggestioni che solo il teatro sa regalare. È un altro modo di suonare, ogni movimento e ogni suono cambia il significato del racconto. Cerco di lavorare sulle ambientazioni e trovare la dimensione per la narrazione». Con Paolo Floris porta in giro Restituzione, nato da un laboratorio in carcere. In questo tempo è impegnato con Sara Sguotti nello spettacolo Dedica, dialogo in uno spazio fisico. Poi tutto all’improvviso si muove in un ballo. C’è un uomo che suona e un paese intorno.





La mattina Giulia Aramu alza la serranda del suo laboratorio nel centro storico di Sestu. E quel gesto, per lei che ha girato il mondo, è un po’ spiccare il volo: 43 anni, due vite, due anime. Prima assistente di volo, poi artigiana di pelli e stoffe. Tutto in un nome: Anima Pellegrina.
Il racconto
«Non ho scelto questo lavoro, è lui che ha scelto me». Perché questa è una storia di viaggi, di caduta e rinascita. «Non ho nonne che cucivano, non sono figlia di sarti. Invece fin da bambina sognavo di viaggiare. Così ho deciso presto di fare l’assistente di volo». E decisamente non ama ciò che è facile: «Io sono di qui e ho dovuto cambiare città, studiare tanto. Ma ogni giorno potevo vedere un posto diverso. Sembrava tutto un bellissimo sogno, ho lavorato per varie compagnie, l’ultima Air Italy».
Il licenziamento
E il sogno s’interrompe un giorno, bruscamente. Air Italy è fallita nel 2020. E tanti dipendenti hanno perso le ali. «Ho provato tanta delusione, anche perché ci era voluto molto studio per arrivare fin lì. Ma non volevo cadere nel buio, ho cercato qualcosa di nuovo. Mi sono iscritta ai corsi regionali ed è nato un amore. Prima col cucito, stoffa, gonna. Poi col corso di pelletteria. Dopo qualche tempo ho aperto il laboratorio, anche grazie al supporto di mio marito Carlo nella parte burocratica».
La rinascita
Il nome d’arte «l’ho scelto perché anche tra le quattro mura del mio laboratorio, resto una viaggiatrice. E i clienti portano in giro le mie creazioni, mi mandano le foto, e mi sembra un po’ di viaggiare con loro». Come artigiana sa spaziare: «Lavoro pelli, stoffe, faccio tutto, da bracciali, a buste, a valigette». Indica due cartelle: «Queste le ho fatte con una tecnica che ho appena studiato. Cerco di imparare sempre qualcosa. A volte combino stoffa e pelle. O decoro le mie creazioni. Ho solo una regola: usare materiali unicamente naturali, niente plastiche. E uso anche gli scarti, niente sprechi». La parte più difficile? «Quando sminuiscono il lavoro d’artigiano, o ti chiedono sconti”. La più bella? «Quando mi scelgono».
Artigiana per amore
E questo lavoro l’ha portata a riflettere: «Mi ha insegnato a fermare il tempo. Prima andavo sempre di corsa. Qui se vai veloce fai male. Ti aiuta a riconnetterti con te stessa. Ho imparato a non cadere davanti a un errore. Se sbagli devi ricominciare da capo». Un obiettivo per il futuro? «Far conoscere l’artigianato. È speciale, meraviglioso».



prendessero i dellinquenti veri e non chi si cura producendosi la cannabis . Il caso di Mario olianas 10 anni di processi sempre assolto

Mario Olianas, affetto da una grave patologia cronica, ha coltivato cannabis nel suo giardino per uso terapeutico. Olianas ha già ottenuto t...