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21.2.26

Achille Polonara, «Ero guarito e arrivò la leucemia: in quel momento pensai al suicidio, fu mia moglie Erika a fermarmi Ce l’ho fatta, ma non sono un eroe»


(foto Foddai/ Ciamillocastoria)
Ovazione Achille Polonara, 34 anni, nel palazzetto di Sassari risponde al saluto dei suoi tifosi

Achille Polonara, la prima domanda è d’obbligo. Come sta? «Sto bene. Naturalmente questi mesi mi hanno un po’ segnato. Capisci varie cose. Per esempio, che tantissime persone mi sono state vicine».

Essere Achille Polonara oggi non è facilissimo. Hai tutto, una moglie innamorata, due figli tenerissimi. Sei un cestista di talento, Virtus Bologna, Nazionale. Poi, a nemmeno 34 anni, ti becchi due sfondamenti da paura. Un tumore al testicolo, chemio e rapida ripresa. Torni in campo tra gli applausi e dopo un paio di mesi quella che nasce come una banale febbriciattola diventa una leucemia mieloide acuta. Trapianto di midollo, cure sperimentali a Valencia, un coma di cinque giorni, una trombosi.

Oggi Achi può sorridere, spera che il peggio sia passato e accarezza il sogno di tornare sul parquet. Volendo, è tesserato per la Dinamo Sassari. «Ma in questo momento vedo il basket non come una professione ma come un divertimento. E vorrei tornare a divertirmi».

Si sente pronto?

«Mi manca un’operazione». In che senso?

«Lunedì mi chiudono un foro nel cuore con uno strumento chiamato ombrellino».

Questa ci mancava.

«Sì, ma dopo quello che ho passato è una passeggiata di salute».

I tifosi la aspettano.

«Ho visto cose molto belle, gli striscioni dei giocatori di Baskonia, Zalgiris, Fenerbahçe, di diverse squadre italiane. Gli applausi dei tifosi, anche avversari. In tanti mi fermano per strada per sapere come sto, e questo affetto mi fa molto piacere».


A Sassari lo speaker l’ha chiamata «guerriero».«Sì, ma vorrei precisare una cosa. Ci tengo».

Prego.

«Per molte persone sembra che io abbia fatto chissà cosa, ma se tu mi chiedi che cosa ho fatto, in realtà sono andato in coma e mi sono risvegliato. Non ci vedo nulla di eroico».

Il coma è stato il momento più drammatico della sua,

chiamiamola così, avventura?

«Decisamente. Mi stavano togliendo un sondino per rimandarmi a casa dall’ospedale, ho cominciato a tossire convulsamente, ad agitarmi. Ho perso conoscenza da solo, nessun coma farmacologico».

C’è quella telefonata, poi mandata in onda, di sua moglie Erika a Nicolò Devitiis, vostro amico e conduttore delle Iene, che con voce tremante diceva «Ciao Nico’, Achille ieri è andato in coma. Ci sono poche speranze».

«Diciamo che ho fatto preoccupare un po’ di gente...». Ricorda qualcosa?

«In quei cinque giorni sono venuti a trovarmi in tanti, ma io sentivo solo mia moglie».

La voce di sua moglie e una canzone, pare.

«Sì. Questa domenica di Olly, una canzone che ascoltavo in ospedale quando stavo da solo e mi faceva commuovere. Quando Erika l’ha messa ho cominciato a piangere. Allora lei giustamente mi diceva “però se devi piangere la tolgo...” ma io mi innervosivo perché volevo che continuasse a metterla, mi agitavo, si alzavano i valori e le macchine a cui ero attaccato suonavano».

Poi finalmente il risveglio.

«È come se fossi stato chiuso in un aereo per cinque giorni e avessi sempre dormito. Poi ci ho messo un po’ di giorni per rimettere a posto i mattoni della casa. Svalvolavo un po’, non mi ricordavo quand’era nata mia figlia...».

Ripartiamo dall’inizio. Come si sente un atleta di 34 anni, campione di basket?

«Invincibile. In vita mia non ho mai avuto nulla di nulla, nemmeno un intervento».

E come è cambiato tutto? «Con un controllo antidoping di routine».

Pensava di essere positivo?

«Avevo già fatto un controllo durante i Mondiali nelle Filippine: tutto ok. Questa volta invece ricevo ai primi di ottobre una mail dalla Procura federale antidoping in cui mi dicono che ho i valori di questo HCG troppo alti e devo dimostrare se provengono dal mio corpo o da un corpo estraneo. Ho pensato: avrò usato creme che non dovevo usare?».

Lei non sospettava nulla?

«Io ho controllato su internet perché ricordavo che i valori dell’hcg riguardavano le donne incinte. Allora scrivo: “HCG sugli atleti” e mi esce il caso di Acerbi. Tumore al testicolo. Facendo due più due, combaciava tutto».

E a quel punto?

«Mi è crollato il mondo addosso. La parola “tumore” fa paura. Subito la associ a un’altra parola: “morte”. Il secondo pensiero è stato: “ho chiuso con il basket”. Quando però mi è stato detto che facendo le cure necessarie avrei avuto il 3 per cento di possibilità di recidiva mi sono rasserenato. Ho affrontato la chemio, ho sopportato le nausee».

È guarito. Ed è tornato in campo, senza capelli.

«E l’ho patito tantissimo. Per assurdo, tutti mi dicevano “stai affrontando una cosa delicata, che te ne frega se perdi i capelli?”. Ma per me che non mi ero mai visto con i capelli corti era un problemone».

Superato anche questo, i capelli sono ricresciuti. E Polonara era tornato a essere un giocatore importante.

«Sì, i dottori erano stupiti di una ripresa tanto veloce».

Ma dopo un paio di mesi è ricomparsa la febbre...

«La serie playoff contro Venezia. Il giorno prima di gara 3 mi ammalo e non dico niente, volevo giocare a tutti i costi. Gioco, sto malissimo, e dopo la partita mi misuro la febbre: 38.7. Salto un paio di partite, rientro ma gioco pochissimo. Nella semifinale con Milano mi sento debole, ho ancora la febbre e la sera prima di gara 3 in hotel chiamo il doc. Lui mi visita e dice: Achi, tu domani te ne torni a Bologna a fare un paio di esami».

Ed è arrivata la notizia?

«Non subito. Pensavano fosse mononucleosi. Poi mi facevano firmare fogli sull’hiv, e io mi chiedevo “ma che stanno cercando?”. Andavo in paranoia: avevo fatto un tatuaggio un mese prima, sarà mica quello? Fino a che, un mercoledì, l’ematologo mi dice: ci resta l’esame del midollo, avremo l’esito fra tre o quattro giorni. Ok, dico. E invece lo stesso pomeriggio sono entrati nella mia stanza cinque medici. Sembravano in difficoltà. La prima cosa che mi hanno detto è stata “non ci sono buone notizie”».

Leucemia mieloide acuta.

«Ho capito solo che era qualcosa di molto più grave di quello che avevo già passato».

E come ha reagito?

«Ho pensato: basta, ora mi butto dalla finestra dell’ospedale e la faccio finita. Per fortuna c’era Erika lì: devi resistere per la famiglia, per i bambini. Ma mi sono sentito spalle al muro con dieci bestioni che ti tengono fermo. Volevo scomparire. Poi però ho pensato: non è giusto che i miei figli crescano senza un padre, o che pensino che papà non ci abbia almeno provato».

Oggi però è qui. I capelli stanno ricrescendo di nuovo, sua moglie è qui con Vitoria e Achille junior. Ci sono tre cagnolini che le saltellano intorno. E lei ha ricominciato ad allenarsi. Ne ha fatta di strada.

«Tanta, e come persona sono ottimista. Ma è chiaro che tutto questo mi spaventa».

Si sente come se avesse una spada di Damocle che le pende sulla testa?

«Preferisco non pensarci».

Si sente di fare progetti a lungo termine?

«Non ne ho mai fatti nella mia vita, ancora meno mi sentirei di farne ora. Preferisco scegliere obiettivi più vicini».

Il primo qual è?

«Non avere la recidiva».

Quanto è cambiato dopo queste esperienze?

«In qualcosa sono cambiato di sicuro».

In che cosa?

«Prima ero molto credente, adesso non lo sono più. Prima non c’era sera che non pregassi. Adesso onestamente non ci riesco. Nonostante gli amici mi dicano “dai, sei stato miracolato, forse da lassù qualcuno ti ha aiutato”. Ma è lo stesso qualcuno che mi ha fatto ammalare? Perché proprio a me? Io che ho sempre pregato...».

Il video di lei che torna a casa dall’ospedale, abbracciato da moglie e figli, è diventato virale oltre che commovente.

«Ogni tanto anche i social fanno cose buone...».

Lo rivede mai?

«Sì, mi capita di rivederlo. E lo confesso, ogni volta mi metto a piangere».

Achille Polonara: sono tornato ad allenarmi e a divertirmi con il basket. Prima ero molto credente, non lo sono più

12.3.20

noi che ci lamentiamo della quarantena per corona virus impariamo dai malati di leucemia e altre malattie che la vivono tutti i giorni

ecco  una  storia   proveniente   dal mio paese


da https://www.galluraoggi.it/tempio-pausania/ d'oggi  


                                         L’appello di un giovane di Tempio.

Un giovane di Tempio lancia un accorato appello invitando a rimanere a casa al fine di tutelare chi, come lui, è più fragile di fronte alla minaccia del virus e il suo appello si diffonde subito sul social.
Era il 9 marzo, quando si invitava tutti a rimanere a casa contro il coronavirus, limitando gli spostamenti non necessari. È in questo momento di assoluta confusione, in cui molte persone rifiutavano di accettare le limitazioni, che irrompe l’appello di un giovane ragazzo di Tempio, per sensibilizzare la comunità a rimanere a casa per tutelare chi, come lui, è più fragile di fronte alla minaccia del coronavirus.
Racconta la sua malattia: la leucemia, scoperta il 13 maggio 2019, i cicli di chemioterapia e le difese immunitarie azzerate e i tanti ricoveri.
“Son rimasto ricoverato in una stanza di 20 metri quadri – racconta – con un altro coinquilino per più di 50 giorni, non potevo vedere più di due persone alla volta, in orari di visite molto ridotti, altroché quarantena”.
“Questi ricoveri di 30 giorni ciascuno sono durati da maggio a novembre, con 10 o 15 giorni di dimissione tra un ricovero e l’altro, ovviamente – continua – anche questi giorni da passare in modo molto riservato evitando luoghi affollati.”
Arriva poi il racconto del ricovero a Cagliari per il trapianto di midollo osseo, iniziato il 4 novembre: “Quaranta lunghi giorni dentro una stanza, dove potevo ricevere visite dietro un vetro spesso e parlando attraverso un citofono e una cornetta. Quarantena mi sembra riduttivo, direi isolamento – continua –. Evito i luoghi affollati da 10 mesi, mi lavo le mani ogni volta che tocco qualcosa di sporco, non bacio sulle labbra la mia ragazza da 10 mesi”.
Infine, dopo il racconto, l’appello: “Fatelo per quelli come me, salvaguardate i nostri sforzi, se sono sopravvissuto io, un ragazzo di 20 anni, dentro una stanza di 20 metri quadri per 10 mesi, riuscite voi a rimanere rinchiusi per 15 giorni dentro la vostra comoda e confortevole casetta? Non fatelo per voi, fatelo per noi”.

Lo so che  è dura     perchè  siamo disabituati   ma  facciamolo  per  entrambi

19.7.17

Non fecero curare la figlia malata di leucemia: «Processate i genitori»

E' vero anch'io  sono   per le cure  alternative  , ma  fin quando    esse  non sono scientificamente   provate  allora    acetto la medicina  ufficiale  .  E cosi avrei fatto al loro posto . Un'altra  soluizione  sarebbe  stata ,  ed  è  la  più comprensibile  ed  accettabile  ,  quella di proporgli   (  cosa  che mi sembra      non sia stata  fatta  )   le due  scelte e poi assecondare  le    sue scelte , non  imporgli solo una pseudo teoria . Quindi  mi chedo   se  se tua figlia\o    ti  chiede d'essere gettata dalla finestra cosa fai la getti o tenti farle cambiare idea ?

Ecco  per  chi  avesse  perso " le  puntate  precedenti  "   della storia    un  sunto




Padova. Non fecero curare la figlia poi morta di leucemia, accusati di omicidio colposoEleonora è morta di leucemia lo scorso 29 agosto. Aveva 18 anni. I genitori, Lino Bottaro e Rita Benini, seguaci del metodo Hamer, sono ora accusati di omicidio colposo per non aver curato la figlia, con l'aggravante della previsione dell'evento (a cura di Cinzia Lucchelli) 

da  http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/07/19/


Non fecero curare la figlia malata di leucemia: «Processate i genitori»
Eleonora Bottaro, morì a 18 anni: mamma e papà che rifiutarono la chemio indagati per omicidio. «Ho fatto solo la volontà di mia figlia». Il giudice decide il prossimo 10 ottobre
                                                       di Carlo Bellotto

PADOVA. «Ho fatto la volontà di mia figlia». Si ferma a questo commento Lino Bottaro, il fotografo di Bagnoli di Sopra all’indomani della richiesta di rinvio a giudizio per lui e per sua moglie, Rita Benini con l’accusa di omicidio colposo con l’aggravante della previsione dell’evento. Ossia la morte della loro figlia Eleonora, studentessa di 18 anni, morta il 29 agosto scorso per una leucemia non curata con il metodo tradizionale.



 Non fecero curare la figlia poi morta di leucemia, accusati di omicidio colposoEleonora è morta di leucemia lo scorso 29 agosto. Aveva 18 anni. I genitori, Lino Bottaro e Rita Benini, seguaci del metodo Hamer, sono ora accusati di omicidio colposo per non aver curato la figlia, con l'aggravante della previsione dell'evento
Il procuratore aggiunto Valeria Sanzari punta il dito contro i genitori della ragazza per averle impedito di sottoporsi alla chemioterapia, puntando su metodi alternativi di cura: «Creando in loro figlia, una falsa rappresentazione della realtà, sul fatto che la chemioterapia sarebbe stata inutile e dannosa, nonostante tutti i medici interpellati gli avessero riferito che la ragazza sarebbe andata incontro a morte certa senza cicli di cura convenzionale».
Il magistrato chiede il processo, scrivendo che la ragazza veniva sottoposta a cure di vitamina C, rifiutando ogni altra terapia. I genitori facevano affidamento alla cura di Hamer. Ora deciderà il gip Mariella Fino il prossimo 10 ottobre se mandare a processo i genitori per omicidio colposo. Dalle indagini della procura, nonostante i primi sintomi della malattia comparsero nel dicembre 2015, la prima visita medica venne effettuata solo a febbraio del 2016. In questo periodo le uniche cure furono cortisone e agopuntura. Per la famiglia e il loro difensore la ragazza scelse di sua spontanea volontà di rifiutare la chemio e quello che si vuole ora è solo un processo politico.
A suo tempo, il Tribunale dei Minori aveva agito togliendo ai familiari la patria potestà e affidando la giovane a un tutore, il professore di Medicina legale Paolo Benciolini. Dopo il decesso della ragazza, il professor Giuseppe Basso, direttore dell’Oncoematologia Pediatrica si era espresso così: «La chemioterapia aveva un'altissima probabilità di salvare la vita a Eleonora. Era una leucemia da trattare, con possibilità di guarire. All’esordio della malattia Eleonora presentava un buon numero di globuli bianchi e la sua risposta al cortisone era ottima. Aveva davanti a sé due anni di terapia, un periodo sicuramente importante, il nostro centro ha alle spalle almeno un migliaio di pazienti guariti». Ma la leucemia linfoblastica acuta non le ha lasciato scampo. Per la procura ci fu «Il pervicace rifiuto della chemioterapia proposta dall'ospedale di Schiavonia e dall'Oncoematologia pediatrica e il trasferimento nella struttura sanitaria svizzera, dove Eleonora era considerata in grado di esprimere una valida volontà terapeutica (anche a 17 anni)».


13.10.13

Sardegna Malata di leucemia, i medici le avevano sconsigliato la gravidanza ma ha dato alla luce un figlio sanoIl miracolo di mamma Rosanna«Volevo farlo nascere a tutti i costi, anche sacrificando la mia vita»

fintamente  apro sul giornale  leggo una bella notizia  
 da  l'unione  sarda del  13\10\2013
Sul volto il sorriso che solo una mamma può avere. Gli occhi azzurri sono due lampioni accesi puntati su un bimbo «voluto a tutti costi». Le mani accarezzano quel batuffolo di appena sette mesi, che di star fermo non ne vuol proprio sapere. I capelli corti hanno un taglio naturale, una crescita scolpita dalla chemioterapia. Rosanna Zedda (  foto sotto  )  è felice. «Sono una miracolata, il mio Tommaso è un miracolo». Ammalarsi di leucemia quando si aspetta un bimbo è una doppia botta difficile da affrontare. È diffidente, l'angoscia ha lasciato il segno. La tempesta di sentimenti che l'hanno accompagnata nella gravidanza non sono stati ancora assimilati. Rosanna, 38 anni
racconta la sua storia concentrata in pochi mesi. IL CROLLO DEL MONDO Due gravidanze andate storte. Il terzo tentativo, il più importante, deve cancellare il passato. Rosanna smette di fumare, segue alla lettera le disposizioni dei ginecologi del San Giovanni di Dio. Fa le analisi, le ecografie, rispetta la dieta. Vuol essere una brava madre. Per non correre rischi decide anche di non aiutare più il marito Stefano Ortu nella sua attività di agente di commercio. Non basta. Un giorno arrivano la febbre e i dolori. «Mi hanno ricoverata all'Ospedale Civile per alcune analisi. Il mondo mi è crollato addosso quando mio marito si è presentato nella mia stanza. Hai un problema al sangue , mi aveva detto, senza pronunciare quella parola maledetta: leucemia. Quando l'ho sentita mi sono sentita scoppiare. Paura, rabbia. Perché proprio a me, mi sono chiesta mille volte. Cosa ho fatto di male». Per curare il cancro del sangue i medici del San Giovanni e del Binaghi prospettano un'interruzione della gravidanza. «Di aborto non ne ho neanche voluto sentir parlare. Con la morte del mio bambino sarei morta anch'io. Avevo solo un obiettivo: farlo nascere. A tutti i costi, anche sacrificando la mia vita».
LA SFIDA E LA MISSIONE Rosanna non ha mai avuto dubbi. «Dovevo portare a termine la gravidanza». Quali sono stati i momenti più duri? «Devo confessare che quando mi hanno ricoverato al Binaghi ho attraversato un periodo disastroso. Passavo le giornate guardando gli uccellini che volavano tra gli alberi del parco dell'ospedale. Pregavo, mi affidavo alla fede. La chemioterapia era una bomba, e il futuro pieno di incognite. Per guarire devo aspettare il trapianto del midollo che mi donerà mio fratello». I pensieri vengono sopraffatti dagli eventi e dalle cure amorevoli di medici e infermieri. Rosanna fa due cicli di chemioterapia. La terapia dà i suoi frutti e finalmente arriva in sala operatoria per il parto cesareo. «Quando ho sentito Tommaso piangere per la prima volta è stato il momento più bello della mia vita. Ero felice, avevo portato a termine la mia missione». I momenti bui non erano finiti. «Sono stata con lui per dieci giorni, poi un nuovo colpo. Dopo il trapianto di midollo ho passato un mese chiusa in una camera sterile. Potevo vederlo solo attraverso un vetro. Ora voglio solo godermi mio figlio e mio marito. Tutto è finito grazie anche ai medici del San Giovanni e del Binaghi che ogni sera continuano a mandarci messaggi di buonanotte».

Il gioco  vale  candela nonostante i disagi , infatti  , sempre  seconda  l'unione   ,Dopo il parto ha visto il suo bimbo da un vetro
Lo studio di Gian Benedetto Melis, al primo piano del vecchio Ospedale Civile è in pieno caos da trasloco. Non lo ammetterà mai, ma la vicenda del bimbo nato sano da una madre malata di leucemia e sottoposta a cure chemioterapiche durante la gravidanza è una vicenda che va oltre la professione di direttore della clinica di Ostetricia e ginecologia. Un rapporto forte. Tanto che medici e infermieri del Binaghi e del San Giovanni di Dio sono diventati buoni amici della coppia di genitori. «Alla 32ª settimana scatta l'ora X. La donna era pronta per il trapianto e il piccolo era abbastanza maturo da evitare complicazioni polmonari», spiega Gian Benedetto Melis. «La signora viene condotta in sala parto. Difficilmente avrebbe sopportato un travaglio naturale, per questo decidiamo di sottoporla a un taglio cesareo. Il bimbo prematuro viene ricoverato in Terapia intensiva neonatale della Clinica Macciotta». Qui inizia uno dei periodi più difficili per la neo mamma. «Stare col piccolo per la donna è davvero pericoloso: il rischio infezioni è altissimo». I medici le concedono dieci giorni per assaporare il gusto di quel piccolo voluto con tutte le forze e poi la ricoverano nuovamente al Binaghi, dove poteva vedere il bene più importante della sua vita solo attraverso un vetro. «È stato un momento psicologicamente infernale per la signora, assalita da mille spettri sul futuro suo e del bambino».Un mese di calvario, ma alla fine la doppia sfida ha i suoi due vincitori. Mamma e figlio sono diventati il simbolo della volontà e della voglia di vivere.
Andrea Artizzu

paraolimpiadi invernali belle emozioni ma poca copertura mediatica

Stamattina guardando il televideo alla pagina dello sport per vedere gli orari delle gare e mi sono solo apparse notizie delle medaglie ital...