«Da bidello a prof nello stesso liceo Che emozione ritrovarmi in cattedra»
Bologna, il 30enne ora insegna Latino e Greco. «Ero in graduatoria, ho atteso due anni»
Corriere della Sera
Di Federica Nannetti
Insegnante Francesco Morleo, 30 anni, è nato a Erchie, nel Brindisino. Ha studiato a Bologna, dove per i prossimi 3 mesi insegnerà Greco e Latino come supplente al liceo Minghetti
Il futuro l’ha sempre visto nella scuola, nonostante le difficoltà (messe in conto) di una vita da precario: anni di studi universitari classici, concorsi, tentativi di percorsi abilitanti all’insegnamento, graduatorie, idoneità, messe a disposizione. E pur di rimanere nell’ambiente, di fare esperienza e di entrare in qualche modo in contatto con i ragazzi, ha scelto di iniziare intanto come collaboratore scolastico, quello che un tempo si chiamava bidello. È in questa veste che da settembre Francesco Morleo, 31 anni ancora da compiere e originario di Erchie, nel Brindisino, è arrivato al liceo classico Minghetti di Bologna; poi, all’inizio di questa settimana, una notizia ormai impensabile a questo punto dell’anno: lo scorrimento in graduatoria e la supplenza in greco e latino,
I nclasse Mi sono agitato più nella preparazione della prima lezione che una volta in aula davanti agli alunni
all’interno dello stesso liceo, di una delle storiche docenti della scuola, in distaccamento per la vincita di un bando dell’università di Bologna per un incarico a termine.
Professor Morleo, si sarebbe mai aspettato una cattedra a tre mesi e poco più dalla fine dell’anno?
«È successo tutto in così pochi giorni che è stato difficile elaborare la notizia, anche emotivamente, ma non si può di certo nascondere la tanta emozione. E nemmeno la curiosità per quello che sarà a tutti gli effetti il primo incarico, che aspettavo da quasi tre anni».
Cosa ha provato a entrare la prima volta in classe, in veste di professore e non più di collaboratore scolastico?
«Sono stato quasi più agitato nella preparazione della prima lezione che poi una volta in classe. Con gli studenti mi sono semplicemente aperto, anche umanamente, abbiamo fatto un giro di presentazioni e abbiamo ripreso con Cicerone. È stata una bella soddisfazione. Ora insegnerò in una prima e in due seconde liceo».
Ci saranno poi anche i normali timori di classi proprie, di colleghi già conosciuti ma in un rapporto diverso, nonché nella relazione con le famiglie.
«Certo, credo sia parte del gioco. Ho notato per ora molta disponibilità da parte dei colleghi, che già mi conoscevano. È una situazione peculiare, strana, che mette anche un po’ in luce le storture del sistema scuola».
Ecco, a proposito, è sempre più difficile districarsi tra concorsi e graduatorie e il posto di ruolo resta quasi un miraggio.
«Vero. Dopo la laurea ho partecipato al concorso Pnrr 1, dove sono risultato idoneo ma non vincitore. Ho poi provato i percorsi abilitanti — ormai fondamentali, per non dire obbligatori, sia per sperare di farcela prima o poi sia per passare in prima fascia — ma molto costosi. Negli anni sono poi cambiate tante volte le regole e le procedure: anche per questo, a un certo punto, ho optato per il collaboratore scolastico. Non è facile entrare nel mondo della scuola ed è difficile vedere un futuro stabile: ho l’impressione che stia diventando sempre più escludente e accessibile solo a chi può permettersi un elevato investimento economico, non a chi è davvero meritevole. E anche il sistema di punteggio delle graduatorie ha dei controsensi: spesso faccio il paragone con i locali che cercano camerieri con esperienza, ma se non ci sono opportunità, sarà impossibile iniziare e andare avanti. Per fortuna ora maturerò un po’ di punteggio».
Il mondo della scuola A causa dei costosi percorsi abilitanti ormai è accessibile più a chi ha soldi che a chi ha merito
Cosa le piacerebbe lasciare ai suoi studenti?
«Ci tengo a essere all’altezza e a trasmettere loro qualcosa di positivo, soprattutto la mia passione per i classici. Mi piacerebbe potessero ricordarlo come un periodo di ricchezza, di crescita».
E il futuro?
«Intanto arriverò alla fine dell’anno scolastico. Non è da escludere che l’anno prossimo sia di nuovo collaboratore scolastico. Concorsi e percorsi abilitanti attuali fanno fatica a dare una prospettiva a chi inizia il percorso e a chi vorrebbe provarci».
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Thomas, Guenda e la cura genica «Un raffreddore poteva ucciderci oggi viviamo come tutti i ragazzi»
Corriere della Sera
Carlotta Lombardo
Felici Thomas e Guenda, 18 e 14 anni, con i loro genitori oggi e quando erano più piccoli
«Come sto? Come ogni altro ragazzo della mia età, quindi bene! Prima mi ammalavo sempre, dovevo stare chiuso in casa e ogni settimana fare le punture sapendo che, prima o poi, potevano smettere di funzionare. La terapia genica ha salvato la mia vita ma anche quella di mia sorella, malata come me di Ada-scid. Ora andiamo a scuola e facciamo sport. Io vado in palestra e a calcio e Guenda a equitazione e possiamo frequentare gli amici senza aver paura di prenderci qualcosa».
Un mondo «normale e bellissimo» che a Thomas, 18 anni, e alla sorellina Guenda, 14, è stato restituito da una cura innovativa nata nel 2016 dalla ricerca Telethon nell’istituto San Raffaele-tiget di Milano dove, a oggi, sono stati curati 51 bambini da tutto il mondo affetti da questa rarissima forma di immunodeficienza e che, in Italia, colpisce un bambino su 375mila rendendoli talmente fragili da poter essere uccisi da un semplice raffreddore, o una banale infezione.
Strimvelis, questo il nome della terapia genica per i «bambini bolla», dal 2023 è prodotta e distribuita nell’unione Europea da Fondazione Telethon: per scongiurarne il ritiro dal mercato e continuare a garantirne la continuità di accesso ai pazienti. Una cura sicura e gratuita (è rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale), la cui efficacia è stata confermata ieri, alla vigilia della Giornata delle Malattie Rare e a dieci anni dalla sua prima approvazione, dall’agenzia Europea per i Medicinali. «Alcuni pazienti hanno accesso al trapianto da donatore sano, compatibile, ma quando questo non c’è la terapia genica può essere un’opzione terapeutica valida. L’ema non solo ha ribadito il rapporto beneficio-rischio favorevole di questa cura, ma ha raccomandato il rinnovo dell’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco con validità illimitata — spiega Alessandro Aiuti, vicedirettore dell’istituto San Raffaele Telethon per la terapia genica (Sr-tiget) —. Gli studi dimostrano che nei pazienti trattati con Strimvelis la sopravvivenza è al 100% e che continuano ad avere un sistema immunitario in grado di difenderli dalle infezioni».
Una sola infusione per correggere il difetto del sangue, permettendo ai «bambini bolla», costretti al chiuso di una stanza, di riprendere gioco, scuola, sport. Come è successo a Thomas e Guenda.
«Thomas fino ai tre anni non aveva sintomi ma con l’asilo ha cominciato ad ammalarsi di continuo — ricorda la mamma, Elisa Cannizzaro, che vive con il papà dei ragazzi non lontano da Roma, a Castelnuovo di Porto —. Mi ero illusa che non fosse niente di grave ma dopo l’ennesima crisi e il ricovero all’umberto I è arrivata la diagnosi». Un giorno che Elisa non dimenticherà mai. «Era un lunedì mattina. Thommy aveva sei anni, Guenda 10 giorni. Ad accoglierci, in ospedale, sei medici, tutti insieme. Ho capito subito che era una cosa seria. Dopo poco è arrivata la seconda botta con Guenda».
Trattandosi di una malattia genetica ereditaria i medici effettuano infatti i test per l’ada-scid alla piccola, confermando anche per lei la malattia. «Per il trapianto di midollo non eravamo compatibili e per tanti anni i nostri figli hanno ricevuto la terapia enzimatica sostitutiva. Inizialmente in ospedale — sei ore di flebo due volte alla settimana — poi a casa con una iniezione settimanale. Poi, finalmente, la salvezza. Telethon ci ha ridato un futuro e il calore di una seconda famiglia».
stavo chiudendo tale post quando ho letto qu,es articolo su il fatto quodiano d'oggi
Malattie rare Con lo screening neonatale si salvano molte vite
Il Fatto Quotidiano
VIVIANA ROSATI
Un ospedale pediatricoControllo alla nascita
Caro direttore
nella Giornata mondiale delle malattie rare, che si svolge il 28 febbraio, vorrei parlarvi delle leucodistrofie. Queste sono un gruppo di malattie genetiche neurodegenerative rarissime che colpiscono principalmente i bambini. Esse causano una progressiva distruzione della mielina, la sostanza protettiva che circonda i nervi, portando a una rapida perdita delle funzioni motorie e sensoriali, spesso con conseguenze fatali in assenza di trattamenti precoci.
Una malattia rara rimane tale finché non colpisce tuo figlio, mio figlio Davide è stato un malato di leucodistrofia e ora non c'è più. Per questo motivo sono entrata in questo mondo, un mondo a parte.
Per due forme particolarmente gravi di leucodistrofia, la Ald e la Mld, esiste ormai una terapia genica che funziona solo quando il bambino non presenta ancora i sintomi.
Quando esiste una cura, non effettuare lo screening equivale a perdere volontariamente l'occasione di salvare una vita. Lo screening neonatale, quindi, salva le vite dei bambini.
In Europa il ritardo nella diagnosi è preoccupante.
In Italia lo screening neonatale per la Mld è attivo solo in tre regioni: Lombardia, Toscana, Puglia. La speranza di vita e di salute non può essere legata alla geografia, alla fortuna di nascere nella regione giusta. Chiedo con forza che lo screening sia esteso a tutto il territorio nazionale.
Vi ringrazio per l'attenzione e vi chiedo di sostenere me e la nostra associazione, Ela Italia, in questa battaglia di umanità. Salviamo vite.