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5.3.26

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata LXXIV LA PREVENZIONE È LA PRIMA ARMA CONTRO LA VIOLENZA + FEMMINICIDI E INCAPACITÀ DI ACCETTARE LA PAROLA “NO”





La prevenzione è fondamentale  ed  a  volte  un unica  arma   per combattere la violenza,  soprattutto  quella   con acido , poiché non solo riduce il numero di incidenti, ma contribuisce anche a creare un ambiente più sicuro e rispettoso. È un approccio che  dovrebbe  
coinvolgere la comunità, la scuola, la sanità e le istituzioni, e richiede un impegno collettivo per affrontare le cause profonde della violenza e promuovere un cambiamento strutturale. La prevenzione è un'azione continua e necessaria per garantire un futuro più sicuro e rispettoso per tutti.

Infatti  come  dice  Antonio   Bianco      sull'ultimo n  del settimanale  Giallo


Ci sono alcuni tipi di minacce che non lasciano nemmeno il tempo di reagire, anche se segnano per sempre.Gli sfregi con l’acido, di cui troppo spesso sentiamo parlare,appartengono a questa categoria estrema. Non servono a immobilizzare ma a cancellare. Il volto diventa il bersaglio perché si tratta di identità, riconoscimento, relazione. È come se si consumasse una violenza che vuole trasformare la persona in un ricordo doloroso di sé. All’interno di un corso di autodifesa personale, parlarne è una questione delicata ma necessaria, non per alimentare la paura, ma per sviluppare consapevolezza. La prima arma è la prevenzione.Gli aggressori con acido raramente agiscono in modo casuale: nella maggior parte dei casi esiste una storia precedente, fa"a di minacce, ossessioni, controllo, rifiuti non accettati. Imparare a riconoscere i segnali di un’escalation che passa per appostamenti, pedinamenti, presenza insistente nei luoghi abituali è già una forma di protezione. C’è poi un aspetto pratico. L’acido viene quasi sempre trasportato in contenitori come bottigliette, bicchieri,flaconi. Nei contesti a rischio, mantenere una distanza di sicurezza da chi mostra oggetti in mano, prestare attenzione ai movimenti improvvisi e proteggere istintivamente il volto con gli avambracci possono ridurre la superficie esposta. Non è una garanzia, ma può fare la differenza. L’autodifesa però non è solo gesto fisico, ma anche un comportamento quotidiano: variare i percorsi, non sottovalutare le minacce, condividere le proprie preoccupazioni e anche denunciare, se è necessario. La sottovalutazione è il terreno su cui la violenza cresce. Infine, un principio fondamentale da cui non si dovrebbe mai prescindere: la responsabilità non è mai della vittima. Prepararsi non significa vivere nella paura, ma riconoscere il proprio diri"o alla sicurezza. L’autodifesa è prima di tu"o questo: affermare che il proprio corpo, il proprio volto, la propria vita non sono territorio di conquista per nessuno

proprio   mentre   finivo   di    copiare  ed  incollare   l'articolo  di  Antonio  bianco  , mi capita  all'occhio  un   interessante botta  e  risposta  tra  un  lettore  e la  direttrice  di Giallo 


Cara Albina,

diversi studiosi hanno mostrato che la violenza familiare e i femminicidi non si spiegano soltanto con disturbi individuali. Il professor Francesco Cecere, psicologo giuridico-forense, evidenzia come il femminicidio sia l’atto estremo di relazioni basate sul potere e sulla sopraffazione, dove la fragilità dei legami e l’incapacità di gestire la gelosia hanno un ruolo decisivo. La professoressa Georgia Zara dell’Università di Torino ha documentato come isolamento, assenza di reti di sostegno  e difficoltà di elaborare la fine di una relazione siano fattori psicosociali che favoriscono comportamenti impulsivi e distruttivi. La mancanza di affetto naturale e di legami
autentici – amicizia, amore, sincero attaccamento – rende le persone più fragili e vulnerabili. Quando la cultura  dell’affettività si indebolisce, aumentano i comportamenti distruttivi: non perché l’essere umano peggiori, ma perché si deteriorano le condizioni che sostengono la salute
mentale e relazionale. È proprio questa crisi dell’affettività che merita attenzione, accanto alle cause cliniche, se  vogliamo comprendere davvero la radice di certe tragedie familiari.

                       Giuseppe Di Biasi (mail)




RISPONDE IL DIRETTORE

Carissimo Giuseppe,
il tema è talmente complesso che non si può generalizzare né sintetizzare in poche righe. Sta di
fatto che non mi pare che la violenza familiare e i femminicidi siano un fenomeno recente. Anzi. Esisteva, e forse ancora di più, ai tempi dei nostri nonni e dei nostri  bisnonni. Direi che esiste da quando si è iniziato a pensare che la donna sia nata da una costola di Adamo. Sicuramente
oggi si innestano problemi nuovi: l’incapacità di accettare che la vita non è sempre rose e !ori, che esiste il dolore, la perdita, il lutto, che si devono accettare i no. Viviamo in un
mondo che ci vuole sempre felici, vincenti e su di giri, e quando un uomo si vede lasciato, si sente ferito nel profondo. Cosa penserà la gente di me? Che ho fallito, che sono un perdente. A questo si aggiunge il fatto che per quanto se ne dica, il ruolo della donna è ancora spesso considerato “ancillare”. Hai sentito a Sanremo quel giornalista dire: “A casa mia comanda mia moglie”?
Ecco, angeli del focolare. Ci è stato dato questo ruolo ed è ancora molto difficile scrollarcelo di
dosso. Aggiungi questo al senso di “perdente”:non solo vengo lasciato, ma vengo lasciato da
una donna, un essere fragile, sulla quale non sono riuscito a mantenere il controllo. Doppio
insopportabile fallimento. Per riaffermare se stessi, allora si uccide. Ma quanto ancora
ci sarebbe da dire su un tema così vasto





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