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24.3.26

Marco Boarino: «Basta con Olimpiadi e Paralimpiadi, l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione»

sulla rassegna mattutina di google leggo sul. quotidiano. https://www.editorialedomani.it/sport/. del. 23\3\2026. questa. interessante. 
INTERVISTA DI. ANTONELLA BELLUTTI. AL REGISTA DELLA CERIMONIA DEI GIOCHI PARALIMPICI. : Marco Boarino: «Basta con Olimpiadi e Paralimpiadi, l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione»

Ora da profano in ambito socio antropologico ma con. esperienza. con una mia parente (figlia di una cugina di mia madre) e figli d'amici che hanno la sindrome di down ed. in particolare i post. e le iniziative della. giurista ed avvocata 
Morena Manfreda  con figlio. autistico e specializzata. in ambito legale. su. tali. problemi.   Oltre. i miei problemi uditivi e visivi. 
Ecco. che. secondo me la. proposta. di Marco Boraino è un ottima cosa .
Infatti il regista della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina parla della necessità che atleti olimpici e paralimpici debbano avere un unico palcoscenico, un’unica manifestazione, un’unica Olimpiade: «Il mio tentativo, insieme ad Alfredo Accatino e Adriano Martella, è stato quello di affrontare la materia con una serietà millimetrica, proprio per evitare che la cerimonia paralimpica venisse percepita come un evento “collaterale” o, peggio, minore».
Marco Boarino bacia il braccio di Federica Cesarini (Foto Mariachiara Panone/Risk 4 sport)
Marco Boarino bacia il braccio di Federica Cesarini (Foto Mariachiara Panone/Risk 4 sport)

Infatti :  << Anche un monumento scolpito e costruito nella pietra può cambiare. E dà speranza che, prima o poi, una trasformazione attraversi pure l’immobile e immutabile governance sportiva. L’Arena di Verona, da anfiteatro di giochi violenti a tempio della bellezza, ospitando la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi e di apertura delle Paralimpiadi, prodotta da Filmmaster, ha aggiunto un nuovo capitolo alla sua evoluzione millenaria: si è fatta ponte che unisce ciò che la politica sportiva tiene ancora diviso. Dopo aver denunciato l’anacronismo di una separazione netta tra i due eventi, una distinzione che si riflette nel prestigio mediatico e, brutalmente, nella disparità economica dei premi, ci siamo chiesti quale fosse il rapporto dell’arte con il concetto di inclusione nello sport. A risponderci è Marco Boarino, regista della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina. abituato ai grandi formati internazionali, dalle Universiadi di Napoli alla chiusura dei Campionati europei di calcio 2024 a Berlino. >> Questo giornale  e fra quelli    che giustamente sostengono  la visione per cui, atleti\e olimpici e paralimpici debbano avere un unico palcoscenico, un’unica manifestazione, un’unica Olimpiade.

 Qual è la sua visione, da artista, che ha dovuto “mettere in scena” la para-cerimonia di apertura? Sottoscrivo pienamente la vostra provocazione. A titolo totalmente personale, credo che il vero obiettivo culturale dovrebbe essere l’abolizione della distinzione. Finché esisteranno due eventi, verrà tollerato un doppio trattamento. La separazione, che vuole mantenere una replica dei Giochi dedicata alle persone con disabilità, consolida la struttura organizzativa e mentale che categorizza e legittima trattamenti e investimenti differenti. Il mio tentativo, insieme ad Alfredo Accatino e Adriano Martella, è stato quello di affrontare la materia con una serietà millimetrica, proprio per evitare che la cerimonia paralimpica venisse percepita come un evento “collaterale” o, peggio, minore. Abbiamo voluto che l’impatto tecnico, visivo e scenografico fosse qualitativamente identico a quello di qualsiasi grande produzione olimpica. Ma la sfida non è stata ed è solo estetica, bensì politica. La cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, il magone della guerra e il peso politico delle assenze Nelle scorse settimane abbiamo criticato l’abuso del termine “inclusione”, spesso ridotto a una concessione benevola della “norma” verso la “diversità”.  Lei sembra voler andare oltre questo concetto. “L’inclusione”, per come viene spesso intesa, è un principio fragile e un po’ pericoloso, perché presuppone una categoria maggiore che ha facoltà di accogliere una categoria minore. Io preferisco parlare di “accessibilità universale” e di “approccio per persone”. Nel progettare la cerimonia per l’Arena di Verona, abbiamo lavorato su un concetto espresso con lucidità da Claudio Arrigoni: la disabilità non è una mancanza intrinseca dell’individuo, ma una condizione di sbilanciamento tra la persona e l’ambiente circostante. Se azzeriamo le barriere architettoniche e mentali, la discriminazione scompare. Uno spazio non deve essere pensato “anche” per le persone con disabilità, deve essere pensato per tutti. Un gradino è un ostacolo per chiunque abbia una limitazione motoria, ma se lo spazio è fluido fin dal principio, il concetto di diversità decade. La duplicazione di Olimpiadi e Paralimpiadi: quando non si sa come includere, si separa 

Come si traduce questa visione in una regia che coinvolge centinaia di performer? Evitando i cliché. Per troppo tempo la narrazione sulla disabilità è oscillata tra la pietà e il “superomismo”: l’idea del disabile che compie imprese impossibili nonostante tutto. Gli atleti e gli artisti con cui abbiamo lavorato ci hanno chiesto una cosa sola: essere considerati atleti e danzatori. Punto. Per questo abbiamo costruito un cast paritario: un terzo di professionisti internazionali, un terzo di studenti delle accademie e un terzo di performer con disabilità. Non ci sono stati “atti” separati o diverse categorie; abbiamo creato una comunità artistica che abitasse lo spazio in modo armonico dall’inizio alla fine. Abbiamo coinvolto artisti come la danzatrice sorda Carmen Diodato e la violoncellista con distrofia muscolare, Valentina Irlando, non come “casi umani”, ma come eccellenze del loro campo. Persino l’Inno d’Italia è stato tradotto in lingua dei segni in diretta e non per servizio accessorio, ma perché fosse parte integrante della performance coreografica. Lei ha collaborato con nomi importanti della ricerca contemporanea, come Yoann Bourgeois e Chiara Bersani. 

Che ruolo ha avuto la loro estetica nel progetto? Yoann Bourgeois lavora da sempre sui limiti della fisica e della gravità, temi che si sposano perfettamente con l’idea di un corpo che sfida l’ambiente. Chiara Bersani, invece, è stata molto più di una coreografa o performer; è stata una consulente preziosa che ci ha aiutato a navigare il mondo della disabilità con profondità artistica. Insieme abbiamo immaginato un mondo dove corpi diversi si muovono liberamente. Questa “comunità di umani” nasce attorno a un atto generativo che ha trasformato l’Arena: non ha voluto rappresentare una semplice immagine rassicurante ma l’evidenza di una possibilità di convivenza che dovrebbe essere la norma. Le Paralimpiadi più politiche di sempre. E dopo Milano-Cortina tocca ai Giochi degli Usa Spesso i grandi eventi sono accusati di essere “bolle di sapone” effimere. 

Quale impatto spera che abbia lasciato questa cerimonia?                                                    Le mie “bolle di sapone”, quando scoppiano, spero lascino un residuo culturale e sociale. Penso al lavoro fatto per L’Aquila capitale della cultura 2026: lì l’obiettivo era consolidare una comunità martoriata, non nascondendo le ferite del terremoto ma trattandole come un germoglio per il presente. Con le Paralimpiadi il discorso è simile. Non serve urlare o usare la retorica per prendere una posizione determinata; lo si può fare con la gentilezza. Credo fermamente che la gentilezza, unita a una visione tecnica rigorosa, sia uno strumento politico potentissimo. Se la stampa internazionale oggi non parla solo della bellezza visiva, ma della profondità della tematica affrontata, allora abbiamo vinto una battaglia culturale.                                   [ .... ]                                                                                                                        

Resta però il nodo della politica sportiva. Come si spiega  allora che, lo sport, laboratorio del limite e celebrato dall’arte nella sua massima maturità, resti ancorato al bisogno di separazione?   la.   risposta la dà   nella bella  intervista lo stesso Marco  sempre  al ILDomani  << Il mondo olimpico è diventato un apparato mastodontico così imponente da rischiare di tradire la sua vocazione originaria. Oggi, paradossalmente, sono le Paralimpiadi a custodire l’essenza più radicale dello sport, in cui la competizione non cancella l’umanità. Ed è inaccettabile che continuino a essere confinate in calendari separati, con risorse e riconoscimenti minori. Con la nostra cerimonia abbiamo voluto affermare una posizione netta: l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione, perché non è un gesto di benevolenza, è un diritto politico. L’arte apre varchi, scardina gerarchie, mostra ciò che dovrebbe essere ovvio. Questo è il seme che abbiamo piantato, affinché dalla prossima Olimpiade non ci siano più compartimenti stagni e separazioni da “includere” ma un’unica comunità sportiva che riconosce pari dignità, pari visibilità e pari valore a tutte le persone che la abitano. L’ideologia dell’inclusione è una moda: le Paralimpiadi e l’uguaglianza generalizzata >>.                                                                                                               



concludo con quanto dice l'amico e viaggiatore come me Sandro Demuru in “ Verità nel fuoco” in formato PDF direttamente online: https://drive.google.com/.../1IvR7H-w6A9Nrf5dr2D6.../view...

 I migliori Artisti di qualsiasi genere non sono i figli di papà o di mammà, no, sono quelli che erano e sono nascosti in un Garage, o nelle loro stanze, case o magazzini ,o nelle strade, nei bar, perché l'essere creativo e poi diventare artista, non consistesolo nello studio in se stesso, ma serve pure la concentrazione, l'ispirazione presa da un qualsiasi cosa. Quanta gente laureata c'è ma non è è artista ne creativa, a differenza di quanta gente c'è senza titolo di studio che creano, anzi hanno una creatività impressionante. Ora mai tutti vogliono essere artisti o fare gli artisti , maessere creativo comporta un lavoro molto particolare, significa partorire una qualsiasi opera , sentirla dentro nel profondo del cuore, e non pensare a fare questosolo ed esclusivamente per scopo di lucro, del mero denaro e basta, questo è sinonimo di mercenari.

2.12.25

riposta alla domanda di mia nipote : cosa è l'Identità ? una frontiera mobile: tra protezione e apertura

Canzoni  suggerite \   colonna  sonora  
Sweet dreams  - Eurythimcs
Walk don't run - Sur faris 
La    tuas  libertà -  Frncesco Guccini ⁕
 
La  nostra identita   è  circostritta    da precisi  confini  . Comprendere   cosa  si colloca   al di fuori  d'essa   è  un esercizio   certo  non semplice ma  utile . 




Un atto     di chiarezza   utile   per  capire  meglio    chi siamo e  cosa  vogliamo   lavorando ,  a seconda  dei casi ,  per   sottrazione o  aggiunta  Serve  coraggio ed  è   uno sporco lavoro   ma  necessario    per   allenarci  nella  vita di tutti  i  giorni
ad   avere o L'altro  mantenere  il bicchiere  mezzo pieno e  mezzo vuoto   . Ora mia  nipote  e  l'altro mio  IO \ Grillo Parlante   mi    potrebbero     chiedere    quali  sarebbero    questi  confini   ?  . La  prima  risposta  che   mi  viene   in mente    è   che  dipende  da come intendiamo l'identità  se  qualcosa  di Chiuso o Aperto  verso l'esterno  .  Ma poi  ,  coerentemente    con i percorso   fatto   sia  con  il  blog   e non solo in  tutti  questi ani  mi  accorgo   che   i confini della nostra identità m almeno  per  me ,  non sono muri o  prigioni  , ma soglie. i proteggono e ci espongono, ci separano e ci uniscono. Ogni incontro  \  scontro  ridisegna la mappa di chi siamo Ogni incontro ridisegna la mappa di chi siamo, come onde  del mare che cancellano e riscrivono la sabbia.Infatti  essi    possono essere  :

  • Biologici: il corpo come primo limite, ciò che ci distingue fisicamente dagli altri.
  • Psicologici: la coscienza, la memoria, il senso di continuità che ci fa dire “io”.
  • Sociale: i ruoli, le appartenenze, le lingue e i simboli che ci collocano in comunità.
  • Culturale: tradizioni, valori e storie che ci plasmano e ci differenziano.
  • Digitale: oggi la nostra identità si estende nei profili online, negli avatar, nelle tracce che lasciamo.


Sta a noi essendo : « un uomo\uno fra milioni\e come gli altri ho il peso della vitae la mia strada\lungo le stagioni \ può essere breve, \ ma può essere infinità [... ] » *  decidere   se   Sono porosi: ci apriamo agli altri,assorbiamo influenze, cambiamo.Sono difensivi: servono a proteggere la nostra unicità e intimità.Sono creativi: nel loro movimento nascono nuove forme di sé, nuove possibilità di espressione.Uso una  📖 una metafora : Immagina l’identità come una carta geografica incompleta: i confini non sono tracciati una volta per tutte, ma vengono ridisegnati ogni volta che incontriamo qualcuno, che viviamo un’esperienza, che raccontiamo la nostra storia.Quindi    come  ho detto   I confini dell’identità sono un tema che si muove tra filosofia, psicologia e cultura. Non sono linee nette, ma piuttosto zone di tensione e di dialogo. Possiamo pensarli come frontiere mobili, continuamente ridefinite dalle relazioni, dalle memorie e dalle narrazioni che ci attraversano.Un  qualcosa    che    non è un’entità fissa, ma un processo di negoziazione continua.
I confini servono a difendere la nostra unicità, ma sono anche permeabili: attraverso relazioni, linguaggi e memorie si trasformano.
La società digitale ha reso questi confini ancora più fluidi: avatar, profili e tracce online ampliano e complicano il nostro senso di sé.
La tensione etica sta nel bilanciare apertura e protezione: quanto lasciamo entrare, quanto difendiamo, quanto reinventiamo.
Pensare l’identità come “soglia” ci permette di superare la logica del muro e di abbracciare la creatività del cambiamento.

23.9.25

Cosa significa davvero confine? della dott. Chiara Cleopatra

dalla  dott. Chiara   Cleopatra 

  Cosa significa davvero confine?
Quando parliamo di relazioni, la parola “confine” fa spesso paura.
Può evocare distanza, freddezza, rifiuto. Eppure, la ricerca psicologica ci ricorda che i confini sono il
tessuto invisibile che rende possibile la vicinanza autentica.
Senza confini, rischiamo la fusione: ci perdiamo nei bisogni e nelle emozioni dell’altro, fino a non distinguere più chi siamo.
Con confini troppo rigidi, al contrario, ci isoliamo e lasciamo fuori l’altro, per paura di soffrire.
John Bowlby, con la sua teoria dell’attaccamento, mostrava già come la sicurezza affettiva nasca dalla possibilità di esplorare e allo stesso tempo tornare a una “base sicura”. In fondo, i confini servono proprio a questo: a creare uno spazio in cui sentiamo di poter essere noi stessi, senza doverci annullare o difendere.
Ti faccio una domanda:
quante volte nella tua vita hai detto “sì” quando dentro di te volevi dire “no”?
Ogni volta che accade, perdiamo un pezzo di autenticità.
Ogni volta che impariamo a rispettarci, invece, il nostro confine diventa più chiaro, e la relazione più sana.
✨ Ricorda: i confini non dividono. Custodiscono.
📌
Condividi questo post con una persona a cui vuoi ricordare che amare non significa perdersi, ma restare interi.


per approfondire

20.6.25

L’assurdita delle frontiere di Pacmogda Clémentine

Con  sottofondo la strofa : <<[....]  il terreno su cui ogni giorno camminiamo noi non lo possediamo lo occupiamo e non è italiano africano è un dono che è stato fatto ad ogni essere umano i confini le barriere le bandiere sono giunti dopo aiutando l'odio la guerra e il razzismo a fare il loro gioco il terreno su cui ogni giorno camminiamo noi non lo possediamo lo occupiamo e non è italiano africano è un dono che è stato fatto ad ogni essere umano i confini le barriere le bandiere sono giunti dopo aiutando l'odio la guerra e il razzismo a fare il loro gioco [....]  » ( come ua pietra scalciata  - articolo 31 )
Leggo  quylesto  post di   Pacmogda Clémentine
Questo è il pilastro di cemento che separa il Ghana dalla Costa d'Avorio nella città di confine di Badukrom.


Questi due ragazzi si stringono la mano; uno è in Costa d'Avorio e l'altro in Ghana.La casa che vedete dall'altra parte è stata costruita da un uomo che vuole vivere in entrambi i Paesi.La gallina che vedete è del Ghana, in viaggio per andare a trovare il suo fidanzato in Costa d'Avorio.
🤣🤣🤣🤣😂
(preso sul profilo di EI-BB)

10.10.24

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco dal settimanale giallo 3 puntata

puntate  precedenti   
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2024/09/manuale-di-autodifesa-i-consigli.html


 Ho  ricevuto molte  critiche    e    smail  sorridenti      al post  in  cui   avevo  riportato  le  prime  due  putate ( vedere   url  sopra )  di un corso  di  auto  difesa  .  Purtroppo  l'unica  risposta    è andare  avanti e continuare  .  Infatti   in mancanza   di  una politica  seria   che   combatte  tale  fenomeno  ormai divenuto emergenza , siamo purtroppo   al 3  femminicidio  in due setttmane ,  le elzioni  di autodifesa   proposte dal settmanale  gialllo   e    da me  riportate   sono  l'unico  mezzo  per  contrastare o  ridurre    tale  problematica  .
Ma  ora  basta  polemiche  veniamo  alla terza  puntata 

                          LA VIOLENZA DI CHI VIVE VICINO  A NOI È QUELLA PIÙ DANNOSA 

Come vi abbiamo spiegato, i confini rappresentano i limiti che poniamo a noi stessi e agli altri. Non èsempre facile difenderli, soprattutto quando, per il rapporto che ci lega a una persona, abbiamo paura di offenderla. Potremmo sperimentare paura del rifiuto, timore del confronto con l’altro, che potrebbe  sfociare in un conflitto. Finiamo così per accettare situazioni che non ci fanno sentire a nostro agio. Ecco perché è importante porsi domande cruciali: vi capita di rispondere alle emergenze altrui come se fossero le vostre? Dite dei sì che non vorreste veramente dire? Condividete informazioni e fatti personali, senza riuscire a gestire l’invadenza, oppure rinunciate a priori a esprimere i vostri bisogni e a essere ascoltati? Se le vostre risposte sono affermative, è arrivato il momento di mettere a fuoco il vostro con!ne personale per cominciare a difenderlo. Prima di tutto ricordate che stabilire un confine non è “da maleducati”, perché può essere fatto in  modo rispettso. I vantaggi sono grandi: si  guadagna in sicurezza e benessere, si coltiva la sensazione di integrità personale e una più solida consapevolezza del proprio valore, che non va mai persa di vista. Migliora anche la qualità del rapporto, inoltre. Assecondando e  accontentando sempre l’altro, pensiamo erroneamente di non creare problemi e quindi  di rafforzare un’amicizia. Eppure non può far stare bene il fatto di sacri!care sistematicamente i propri bisogni personali per soddisfare quelli altrui. Ci si sente in balia degli altri e ci porta a provare rabbia, finendo alla lunga per logorare un rapporto invece di salvaguardarlo. Esplicitare i propri bisogni e i propri limiti favorisce invece l’instaurarsi di un rapporto franco, autentico, alla pari e basato sul rispetto reciproco. Fate caso a come vi sentite. Le emozioni negative sono sempre il campanello d’allarme di qualcosa che non va per il verso giusto. Rabbia, frustrazione, paura, abbattimento: se ci sono, vanno accolte per cercare di capire da cosa derivano. Ascoltate voi stessi, prima di qualunque altra cosa. 

 le  Le storie che trovate   su  Giallo  Cronaca  vera      oltre  sulle    cronache    dei giornali   e  telegiornali ,   e  sulle  trasmissioni  apposite     dedicate     ai  fatti  di cronaca  lo insegnano: non si 
reagisce a una rapina. Mai. Perché il rapinatore è al  95%  più abile e ancora più nervoso di voi. Quindi se vi fermano per chiedervi il portafogli o un gioiello, fate quello che vi chiedono e basta.E' quello che dic e  anche   Manuel Spadaccini maestroi di KMA  scuola  di  tecniche di difesa personale    ( un’eccellenza italiana per i corsi di Difesa Personale ed è stata scelta per integrare la formazione alla difesa personale nell’Arma dei Carabinieri, nella Polizia di Stato e in molte Polizie Locali.
E’ attiva inoltre nel training del personale impiegato nella protezione di diplomatici dell’ONU, Agenzie di Sicurezza private, Compagnie Aeree ed ovviamente forma anche civili. professionale  )  



È frustrante, sì, ma meglio arrabbiati che morti. La settimana scorsa ( ne ho parlato anch'io sul blog ) un
ragazzo ha difeso una giovane donna ed è morto. Non ne vale la pena: i soldi tornano, la vita no.

5.3.14

Questo è l'8 marzo , non rinchiudersi in una pizzeria o spogliarelli maschili (Il treno delle mosche e le donne della speranza )

 ti potrebbe interessare





Canzoni consigliate  .
Fra le  tante  canzoni sui treni  , che  vanno   oltre  le  ovvie   e  scontate  in un post  simile   (ma non per questo belle  ed  intense)  ,  La locomotiva  di Guccini  e  treni  a  vapore -cielo   d'irlanda  di   Fiorella  Mannoia        ho trovate queste  :





Come specificato nellle primissime righe del mio post precedente ( trovate come sempre l'url sopra all'inizio del post ) su come vedo l'8 marzo ecco cosa intendo per storie di donne . 
Mentre incomincio  a  fare  cut&paste   dell'articolo  di    http://www.eticamente.net/ (   da  qui più  precisamente   )  mi ritorna  in mente   queste due    canzoni  la  prima  è di  un famoso  caffè è  lo spot  del  1981  


la  seconda   trovata  per  caso   anni   fa  mentre  cercavo   , non ricordo  per  quale motivo   ,  qualcosa   sul   rapporto tra    tra  la beat  generation  con   :  il   vagabondaggio  e treni .   E  riscoperta  mentre cercavo   qualche  canzone  adatta  per  questo post



Ma  ora  basta  . parlare io  , lasciamo  la parola  all'articolo

Sono le donne chiamate “Las Patronas“ che danno un filo di speranza, ogni giorno, alle 400mila persone che ogni anno attraversano il confine che divide il Messico dall’America, 8000 km tra boschi, rocce e deserto, fino al Rio Grande.Sono nicaraguensi, salvadoreñi, guatemaltechi, hondureñi che ogni giorno corrono affianco ad un treno, salgono in corsa, si sporgono, rischiano di rimanere amputati, fulminati o peggio: rischiano di morire.Ma quando passano per Veracruz hanno un pasto gratis, senza poterlo scegliere, senza poter decidere cosa mangiare ma ringraziando queste donne che ogni giorno sfidano “il treno della morte”, “il treno delle mosche”, “la bestia”, “il divoramigranti” che passa a 40 km orari e loro sono li, vicine, a volte troppo vicine… 


E non si aspettano niente in cambio, non vengono pagate, non vengono ringraziate ma sanno di essere l’unica speranza per questi migranti.I passeggeri soffrono la fame e le madrine del treno sono le uniche che danno loro un briciolo di speranza.Braccia alzate cibo che passa di mano, senza un errore, mai nulla avanza… E il giorno dopo si ricomincia.


Un tratto di strada dove le mani si incrociano velocemente in segno di speranza, dove gli sguardi si sfiorano velocemente in un grazie silenzioso nel frastuono del treno che inesorabile avanza veloce senza rallentare.
Nel video documentario di Nieves Prieto Tassier e Fernando López Castillo intitolato‘El tren de las moscas’




 (Il treno delle mosche) si vede questo passaggio di “testimone”, si vede il lavoro delle madrine, si vede la sofferenza dietro la speranza.Un cortometraggio che ha vinto il premio per il miglior corto politico al Film Festival Round

[Fonte dati www.repubblica.it ]


P.s
il video  è stato  salvato    tramite  donwloadhelper  (  estensione di mozzilla firex  fox  )   senza  nessun fine  di lucro  Ma  solo per  conservare la  memoria  di  tali  storie  che andranno perdute se nel caso  il canale  youtube  di Helios Cordero  (  https://www.youtube.com/user/caindenod   ) dovesse  essere  chiuso  o  i video rimosso  . I diritti sono  quindi  del quotidiano elpais.

11.8.12

finito o infinito , confini o non confini ?


ogni tanto capita  d'essere davanti ad  una scelta  e non saper decidere  o fermarsi   a  farlo   ed  è quello che  sto affrontando  in questo periodo    specie dopo questo post preso  dal blog  dell'attrice   valentina nappi    riportato   qualche tempo fa  anche  da noi 







Ogni terremoto ha una sua storia il caso di Apice

Dalla pagina fb quello che non sapevi https://www.facebook.com/share/17Vo7o2aQ5/ 21 agosto 1962. Una scossa di magnitudo 6,0 devasta Apice, ...