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2.3.26

La mia vita sui treni



da ilpost.it di Marianna Aprile



«Chi viaggia su rotaie in questo paese si muove nello spazio quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Se sei fortunato e hai più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono
Chiunque abbia l’abitudine o la necessità di viaggiare molto in treno sa che per salire a bordo oltre al biglietto serve una buona dose di ironia. Cioè di quella capacità di mettere tra noi e quel che ci capita una distanza sufficiente a potere almeno provare a sorridere degli imprevisti. Non è facilissimo, l’ironia – come il coraggio della più abusata delle citazioni manzoniane – se non ce l’hai non puoi mica dartela. E quanta ce n’è voluta per leggere – sorridendo invece che smadonnando – il titolo della copertina del numero di gennaio de Le Frecce, il giornale di Trenitalia, su cui campeggiano Toni Servillo e il titolo “Il tempo dell’attesa”. In un fulmineo uno-due, torna alla mente la domanda tormentone de La grazia di Paolo Sorrentino: «Di chi sono i nostri giorni?» che finalmente ha una risposta: di Trenitalia.
Ecco, i treni servono a questo, ad allenarsi a un approccio ironico all’assurdo, all’intoppo inatteso (sia mai torni utile anche in caso di disgrazia), facendo lo sforzo di surfare sulla gamma di reazioni istintive che determina nell’umano medio: fastidio, ira, rancore.
Chi viaggia in treno in questo paese ha un vantaggio, perché lo spazio tra banchina e rotaie è quello quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Lo sai da prima di comprare il biglietto che sarà difficile vada tutto liscio, che il treno faccia davvero il treno e cioè parta all’ora X e arrivi a quella Y, dopo un tot di fermate predefinite.
Per i più duri di comprendonio, Trenitalia ha scelto “Disco Inferno” come colonna sonora della sua campagna pubblicitaria televisiva; sarò in malafede io, ma a me pare un «poi non dite che non vi avevamo avvertiti». Vuoi mettere la tenerezza dell’ambizioso “Don’t Stop Me Now” scelto da Italo? Questo per dire che se sali a bordo lo sai già come probabilmente andrà a finire, anche se non sai ancora esattamente perché. Nella sospensione tra certezza dell’imprevisto e incertezza sulla sua natura alla fine impari a viverci, e a trasformare quello che ruota attorno a ogni viaggio in un’occasione di conoscenza e crescita personale (si sente l’Oṃ che recito mentre lo scrivo?).


Sembra un discorso campato in aria ed è invece estremamente pragmatico. Vi faccio pure degli esempi, ma prima forse dovrei descriverla, questa scuola di vita su rotaie, raccontarne le regole scritte e non. Provo a fare un quadro, benché non possa che essere parziale e soggettivo.
Dunque, quando finalmente riesci a partire sai che in qualsiasi momento potresti fermarti: «per controllo tecnico alla linea aerea», perché si «aspetta l’autorizzazione» (cioè siamo partiti senza?), per «presenza sui binari di animali», per «presenza di persone non autorizzate sui binari » (ma perché, ci sono persone che invece sono autorizzate a stare sui binari mentre passano i treni?); «indebita presenza di estranei sui binari» (se invece fossero stati conosciuti gli saremmo passati sopra per evitare ritardi?). Forse si spera che la confusione sulle cause faccia premio sull’incazzatura per il ritardo.


L’imprevisto è così frequente che quando tutto va liscio è un problema. Dopo qualche migliaio di treni presi pendolarando negli ultimi vent’anni tra Milano e Roma (e tra queste e decine di altre città), ho elaborato questa teoria: nel compilare gli orari ferroviari, i gestori ritoccano per eccesso i tempi di percorrenza reali, per provare ad ammortizzare ritardi che danno per scontati.
E così se, per un fortuito caso, il treno parte in orario, viaggia sereno e arriva in anticipo nei pressi della stazione di destinazione, è costretto a fermarsi, che mica entri ed esci dalle stazioni quando vuoi. E tu sei lì, dal finestrino vedi già il tornello in fondo al tunnel, ma devi comunque aspettare. Nel frattempo, però, sul treno ti annunciano che siamo arrivati «in anticipo» alla stazione di. Un eccesso di zelo o una formalizzazione utile per le statistiche sui ritardi, vai a sapere. Il risultato non cambia: se prendi un treno devi allenarti ad aspettare anche quando sei già arrivato. Rileggete: non sembra un insegnamento zen?
È come se la prima delle leggi non scritte fosse che è necessario che tu scenda a destinazione portando via con te un motivo di fastidio persino se è andato tutto liscio. Persino se stavolta il tuo treno non è dovuto tornare indietro (celo); la tua carrozza non è stata evacuata perché si è riempita di un fumo di cui peraltro nessuno ti svela la provenienza (celo); il convoglio non si è fermato perché è vecchio e la salita per Frascati non riesce più a farla (celo); l’aria condizionata ha funzionato (celo) e persino la presa della corrente (celo); non ti hanno trasbordato su un altro treno in una stazione di fortuna in mezzo al nulla padano (celo); hai incontrato a bordo l’uomo della tua vita (manca).
Persino se, in piena pandemia da Covid-19, il fantomatico «tracciamento degli infetti» ideato per provare a contenere il contagio ha funzionato. Nel mio caso è andata così: fine luglio 2020; dopo mesi di lockdown imposto e un surplus di prudenziale e ipocondriaca reclusione autoinflitta, decido di accettare un invito a In Onda, ai tempi condotta dal socio Luca Telese e David Parenzo. Quindi prendo coraggio e mi riapproprio del familiare tragitto casa-metropolitana-Stazione Centrale-treno-Stazione Termini-Taxi-studi di La7. E, dopo la puntata, ritorno sui miei passi, pardon, sulle mie rotaie, verso Milano. Tutto liscio. Non solo: i treni in quei mesi sono vuoti e sfrecciano tra città che lo sono altrettanto. Per dire, nel viaggio di ritorno sono la sola passeggera della carrozza, oltre a un signore che viaggia qualche fila dietro di me.
Tutto così piacevole che decreto ricominciata la mia vita, anche quella sociale. E infatti il giorno dopo invito a cena due cari amici molto anziani. Ci disponiamo sul terrazzo, a distanza, stiamo per aggredire la prima teglia di lasagna post-lockdown quando squilla il telefono. Ministero della Salute. Il gentile signore dall’altro capo della telefonata lavora lì e mi informa che ha avuto il mio numero da La7, cui è arrivato su indicazione di Trenitalia (il mio a/r per Roma lo avevano comprato loro). Mi dice che il signore che ha viaggiato nella mia stessa carrozza è ricoverato in ospedale col Covid e che avendo viaggiato con lui, benché a distanza, devo entrare in quarantena. Metto giù, guardo i miei anziani ospiti e penso: potrei averli infettati, potrei ucciderli. Panico, lasagne nella teglia, saluti frettolosi e inizio di una nuova reclusione.
Non ho sintomi, non ho niente. Sto bene (anche meglio quando, passati tre-quattro giorni, i miei due commensali mi rassicurano che pure loro). Lo dico sempre più meccanicamente anche alla gentile signora della Asl che mi chiama un paio di volte al giorno per chiedermi se ho febbre, se sento i sapori, se è tutto ok. E se sono in casa: no, sì, sì e sì, rispondo.
Lei mi crede, ma la polizia locale – anche loro chiamano, con meno frequenza – evidentemente no. E così dopo l’ennesima telefonata «Signora tutto ok?», «Sì», «Dove si trova?», «E dove? A casa…», «Ok, arrivederci», metto giù e sento suonare il citofono. È la polizia locale che vuole sincerarsi che non abbia mentito e a casa ci sia davvero. Tanta solerzia mi rassicura, ma siccome ho molto tempo da riempire mi ritrovo comunque a fare un livoroso elenco di tutte le occasioni in cui avrei voluto fossero altrettanto solerti e invece.
Dopo una settimana in perfetta salute (quantomeno fisica) provo a trattare: ma veramente devo rimanere qui dentro un’altra settimana nonostante stia benissimo? (Ho sempre amato le domande retoriche). Niente da fare. Mi rassegno. La settimana passa, con lei il Ferragosto in cui – leggo dai giornali – l’Italia prova a riprendersi un po’ di normalità (tentativo fallito, dopo il 15 agosto esplodono cluster di contagi praticamente attorno a ogni discoteca del Paese) e io l’ho passato in casa in una Milano deserta e con una temperatura percepita di seimila gradi. Tutto perché su un treno le cose hanno funzionato.
Quando viaggi in treno scopri anche che il famoso monito che invita a fare attenzione ai desideri perché potrebbero realizzarsi può declinarsi in concretissime rotture di scatole. Passi il tuo tempo ad augurarti che il tuo non sia in ritardo e ti capita di dover imparare che i treni possono non solo non esserlo ma anche partire prima dell’orario che compare sul tuo biglietto.
Quando accade, di solito si viene avvisati con un sms, che però può essere anche lui in ritardo. Io, peraltro, gli sms del gestore dei treni che prendo più di frequente non li leggo neanche più, da quando ho notato che sembrano scritti da uno di quei figli che devono dare una brutta notizia ai genitori, stesso livello di edulcorazione. Tu magari sei su un Frecciarossa che ha accumulato già mezz’ora in più rispetto alla tabella di marcia e l’sms ti comunica che potresti viaggiare con un ritardo di venti minuti. Cose così. Bugie bianche. Le peggiori.
E a proposito di ritardi, una menzione meritano i messaggi sonori che li annunciano a bordo, tutti impostati sull’allusione a una causa esterna, localizzata in uno spazio immaginario e indefinito, comunque lontano a sufficienza dalla responsabilità del gestore: si è in ritardo «per presenza di altro materiale sui binari», per «ritardo al treno precedente», «guasto alla linea», «lavori programmati» (ma se sono programmati perché non me lo hai detto prima della partenza?).
Tempo fa mi ci ero appassionata come a un nuovo genere letterario e ho scoperto che dal 2004 in Trenitalia esiste il MAS, che sta per Manuale Annunci Sonori, un librino che spiega al personale di ogni stazione i criteri per comporli caso per caso. È sul sito di Trenitalia e ci si possono passare ore sopra. Ho scoperto anche che quello in vigore oggi è l’aggiornamento del 2018, il quarto MAS (stilato niente meno che con la collaborazione dell’Accademia della Crusca), e già scalpito all’idea di cosa dovranno inventarsi al decimo aggiornamento. Ammesso che per allora l’assonanza con la Decima sarà ancora un problema.


Clicca per comporre il tuo annuncio sonoro

Dopo aver collezionato decine di cose così, ci sta che arrivi (almeno tu) a disporti a un viaggio in treno entrando in una modalità doppia e complementare.
La prima: modalità “cucciolo nella jungla”, quello stato di allerta perenne che ha il pregio di renderti più vigile rispetto a quel che ti succede attorno. Perché ormai sai che ogni cosa può essere il segnale di un accadimento imminente che dovrai elaborare velocemente per portare a destinazione la pelle. O salvare almeno l’umore.
La seconda: modalità “cosa vuole comunicarmi l’Universo?”.
La prima ha il vantaggio di farti sviluppare, anno dopo anno, trucchetti di sopravvivenza sempre più specifici. Per esempio, impari che se sei su un regionale dovrai scegliere un vagone non troppo affollato (se c’è) ma neanche troppo poco (altrimenti sei troppo vulnerabile); metterti vicina ad altre donne ma non troppo lontana da uomini che di rassicurante abbiano almeno l’aria. Dovrai prevedere l’eventualità di addormentarti, quindi sarà meglio che sistemi da subito tutto perché sia difficile da portare via, per evitare di risvegliarti senza borsa, telefono o altro. Negli anni, sono diventata una fenomenale intrecciatrice di tracolle: se qualcuno prova a tirar via un pezzetto del bagaglio, si trascina dietro tutto il resto. A quel punto secondo i miei piani dovrei svegliarmi.
Ancora: se viaggi su tratte che sai essere frequentate da gente che potresti conoscere e che potrebbe quindi coinvolgerti in conversazioni che – ammettiamolo una volta per tutte – a nessuno piace davvero fare in treno, inizi a portare con te mascherina e occhiali da sole, combinato disposto perfetto per non essere riconoscibile, quindi costretta a socializzare.
La seconda modalità ti porta a interpretare tutto quello che succede a bordo come una sorta di I-Ching, un messaggio esistenziale da decrittare. Una volta, dopo aver notato che mentre entravo nella carrozza e prendevo posto era partita la suoneria di un passeggero con De André e «Quei giorni perduti a rincorrere il ventooo», ho passato tutto il viaggio a provare a calcolare quanti dei 365 giorni di un anno trascorro in media chiusa in una carrozza. Arrivata a destinazione avevo concluso che se li avessi spesi diversamente, in questi anni, avrei finalmente preso la seconda laurea che sogno da sempre.
Un’altra volta, nel pieno di uno di quei pantani esistenzialprofessionalsentimentali che puntellano la vita un po’ di tutti noi, mi è capitato un interminabile Milano-Roma con accanto una che raccontava a quella seduta di fronte che aveva mollato tutto, aveva venduto la casa e deciso che avrebbe solo viaggiato finché i soldi non fossero finiti. Solo a quel punto si sarebbe messa a cercare un altro modo per sostentarsi. Ammetto di averla considerata un’ipotesi percorribile per il solo fatto di aver interpretato la presenza della globetrotter in downshifting accanto a me come un segnale che l’Universo ci teneva proprio a recapitarmi. Un po’ me ne vergogno, in effetti.
Sui treni si impara molto, su di sé e sugli altri. Per esempio, che avere le gambe corte non è sempre uno svantaggio, visto lo spazio vitale che il sadico progettista ha previsto per ciascun passeggero. Ma se sei seduta di fronte a uno più alto di te, rimedi una lezione supplementare: gli altri si prendono lo spazio che tu non occupi, anche se quello spazio è tuo. E che quindi lo spazio che ti spetta lo devi difendere, anche se lì per lì non ti serve. Ti servirà. Lezione buona per tutto, dai rapporti di lavoro e amicizia alle relazioni.
Impari anche che si può diventare insensatamente intransigenti su cose di cui in realtà non ci importa nulla. Prendete la carrozza silenzio dei treni ad alta velocità, quelle in cui è obbligatorio parlare solo bisbigliando, silenziare il telefono e smetterla di guardare video su Tik Tok senza auricolari. Nonostante io sia contraria alle chiacchiere de visu e al telefono fatte in treno e corra il rischio di scegliere la banda armata ogni volta che qualcuno videochiama o guarda video senza auricolari, la carrozza silenzio mi irrita.
Quella vetrofania sui finestrini, con l’omino che porta severo l’indice alle labbra per intimarti di non fiatare, la vivo proprio come una inopportuna interferenza con la mia libertà. Però mi capita spesso di doverci viaggiare, nelle carrozze silenzio, perché si sa che la legge di Murphy dà il meglio di sé su rotaia. E quando sono lì, mi trasformo nella sosia di quella vetrofania e mi esibisco in occhiatacce a chiunque risponda al telefono, richieste di abbassare la voce a quelli che si raccontano la vita e altri modi per rendermi simpatica al prossimo. È come se dovessi far scontare agli altri il fastidio che provo io a viaggiare lì.
C’è sicuramente un altro insegnamento zen in tutto questo ma ancora non ho capito bene quale sia. E comunque, carrozza silenzio un piffero: tra annunci in italiano e in inglese, passaggi del personale, del controllore e di gente che «aspetta, aspetta, esco dalla carrozza e ti dico» alla fine è sempre una gran cagnara.
Dai viaggi in treno ti arrivano anche lezioni gratis di fisica, o quasi. Per esempio, capisci finalmente cosa si intenda quando si parla di relatività del tempo: la tratta Roma-Firenze di un treno ad alta velocità dura esattamente quanto quella Firenze-Milano, ma la percepisci lunga almeno il doppio, mai capito perché. Impari anche che cinquanta minuti di ritardo sono pochi. Anzi, troppo pochi, perché i rimborsi (parziali, peraltro) scattano dopo sessanta, indipendentemente dal tempo di percorrenza inizialmente previsto per il tuo viaggio. Cioè se dovevi metterci un’ora e ce ne hai messe due, vale come quando dovevi mettercene tre e ce ne hai messe quattro.
Un aumento del 100% del tempo di percorrenza vale come un aumento del 33%, un raddoppio quanto un allungamento di un terzo. Non ha senso, ma tant’è. Se sei fortunato e il tuo treno ha più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono.
La prima volta che mi è successo ho visualizzato i frattali e mi sono detta che finalmente avevo trovato qualcuno (o meglio qualcosa) che era riuscito a farmeli capire. Ammetto che ero agevolmente arrivata comunque in discrete condizioni a cinquant’anni senza averli capiti, ma comunque, presa dall’entusiasmo, ho postato sui social questa intuizione che faceva di me la prima teorica del nesso tra i corsi e i rimborsi storici d’ispirazione vichiana e la fisica. Non che sognassi per questo il Nobel come Donald, ma neanche mi sarei aspettata che nelle ore successive mi arrivassero un certo numero di lezioni gratuite sulla differenza tra frattali e ricorsività, al termine delle quali ho capitolato: ok, avete ragione voi, la storiella sulle scatole cinesi dei rimborsi spiega la ricorsività e non i frattali; ora però restituitemi alla mia ignoranza.
O agli amici della carrozza bar, la mia ancora di salvezza. Non solo per le piadine, che mi concedo di mangiare solo lì (il ritardo dei treni può essere – anche – un alibi perfetto per infrangere la dieta), ma perché nove volte su dieci ci trovi persone che ti svoltano l’umore. Che magari ti vedono stanca e inversa e ti versano un bicchiere di vino senza che tu glielo abbia chiesto. O chiedono un consiglio su una questione personale come se ti conoscessero da tempo.
Qualche viaggio fa ho aiutato la barista a scegliere quale fosse il tono di verde più adatto al vestito che voleva farsi fare per la festa che intende dare per i suoi cinquant’anni. La sua collega le diceva di lasciarmi stare, perché «li fai tra due anni, cominci ad ammorba’ la gente da mo?», ma lei difendeva quel nostro dialogo complice («Sai quanto ci vuole a scegliere un vestito?»), proseguito finché non me ne sono andata con la mia piadina, sorridendo. E chiedendomi se quell’eccesso di programmazione per la festa non fosse una sorta di malattia professionale che sviluppa chi lavora in treno. Un rapporto alterato col tempo e la progettualità che porta a calcolare ogni cosa, anche un vestito nuovo, in largo anticipo, dando per scontato che ci saranno ritardi, estranei in sartoria, altri materiali sulla gruccia che ritarderanno la consegna del vestito. Per la cronaca, tra i tre verdi tra cui bisognava scegliere (sul fatto che dovesse essere verde non c’erano dubbi: «Una non se lo mette mai, se non lo metti per i 50 anni non lo metti più») alla fine abbiamo votato il verde acqua quasi all’unanimità (cioè io e lei, perché la collega non era convinta). «Però di stoffa leggera leggera, che è più elegante», abbiamo concordato, stavolta tutte e tre.
Disclaimer: quello che avete letto potrebbe sembrarvi un racconto bislacco e sconclusionato. Forse dipende dal fatto che non avete delle rotaie sotto la sedia. Consiglio quindi di salvare l’articolo e riaprirlo al prossimo viaggio. Sono certa che vi sembrerà improvvisamente avere senso.

30.10.25

chi lo dice che i fantasmi siano solo per hallowen cioè 31ottobre -2 novembre


fonti   https://www.sportoutdoor24.it/viaggi/   e  wikipedia.it  e    la   copilot   

Il gotico non è solo un’epoca artistica: è un modo di guardare la realtà. Ombre, guglie, simboli e misteri che si intrecciano con la luce. Insomma, c’è un motivo per cui sempre più turisti cercano il luoghi gotici, dark e misteriosi in Italia per esperienze fuori dell’ordinario. L’Italia è famosa per il Rinascimento, ma nasconde ovunque una bellezza gotica profonda e viscerale, dai chiostri delle cattedrali del Nord ai borghi di montagna dove ancora si raccontano storie di fantasmi.I luoghi in Italia dove il gotico è un sentimento Dalle cripte sotterranee ai campanili che sfidano le nuvole, il gotico in Italia non è solo architettura: è un modo di sentire. È la ricerca di ciò che sfugge alla luce, il desiderio di scoprire la bellezza che si nasconde nell’ombra. Un invito a viaggiare con occhi diversi — e magari, ogni tanto, a lasciarsi spaventare. In senso buono.ecco una rassegna \ un viaggio tra i luoghi gotici più suggestivi da visitare in Italia.
Castello di Montebello - EMILIA ROMAGNA - Lungo la via che unisce Rimini, Bologna e Parma, si incontra una rete di manieri carichi di leggende. Il Castello di Montebello, vicino a Torriana, è famoso per il fantasma di Azzurrina, una bambina scomparsa nel 1375 e che, secondo i racconti, riappare ogni cinque anni.




 Santuario di San Bernardino alle Ossa - LOMBARDIA - A Milano, pochi lo conoscono, uno spettacolo di teschi e scheletri.





Chiesa della Gran Madre - TORINO
Secondo una tradizione infondata, la chiesa sorgerebbe sul luogo ove, nell'antichità, si trovava un tempio dedicato alla dea egizia Iside, conosciuta anche come "Grande Madre".Secondo le cronache storiche narrate dal Cibrario, nel corso dell'Ottocento davanti alla chiesa venivano esposti i cadaveri dei mendicanti o degli sconosciuti in attesa di riconoscimento; essi venivano precedentemente esposti di fronte al Palazzo Reale.Una delle due statue ai lati della scalinata, quella di sinistra, rappresenta una donna che tiene nella mano destra un libro aperto e con la sinistra leva un calice. Per gli amanti dell'esoterismo tale statua, rappresentante ufficialmente la Fede, non sarebbe altro che la stessa Madonna, con in mano il Santo Graal, e indicherebbe un punto che dovrebbe portare al ritrovamento del prezioso calice, il che indurrebbe a pensare che la leggendaria reliquia si trovi proprio in questa città.



Triora - LIGURIA - Oggi conserva ancora il suo aspetto medievale, fatto di vicoli stretti e pietre scure, e ospita un Museo della Stregoneria che racconta superstizioni e credenze popolari.



Catacombe dei Cappuccini - PALERMO, SICILIA - Migliaia di mummie — tra frati, nobili e bambini — sono esposte in silenzio.







San Galgano - Accanto, nella cappella di Montesiepi, è custodita una spada conficcata nella roccia, che secondo la leggenda apparteneva a un cavaliere diventato eremita.  Essa   è situata tra Siena e Massa Marittima, è descritta come una delle immagini più iconiche del gotico in Italia. La sua struttura è senza tetto, aperta al cielo, e questo dettaglio non è solo architettonico: diventa metafora visiva di una spiritualità che si fonde con la natura, della ricerca di luce attraverso le rovine.
🗡️ Accanto all’abbazia, nella cappella di Montesiepi, si trova la celebre spada nella roccia, che secondo la leggenda fu conficcata da Galgano Guidotti, un cavaliere che rinunciò alla vita mondana per diventare eremita. Questo gesto è carico di valore simbolico: la spada non è solo un’arma, ma un atto di pace, una rinuncia al potere e alla violenza.
 Nel contesto della pagina di https://www.sportoutdoor24.it/viaggi/  da  cui ho  preso  la  galleria  fotografica  e  parte  delle   informazioni    , San Galgano rappresenta:Un punto di convergenza tra leggenda e spiritualità.
Un esempio di come il gotico italiano sia esperienza emotiva, fatta di ombre, misteri e bellezza che sfugge alla luce.
Un invito a viaggiare con occhi diversi, cercando il sublime nell’incompiuto, il sacro nel silenzio.


Palazzo Ducale - VENEZIA, VENETO - Il gotico veneziano è unico al mondo: raffinato, scintillante e inquietante allo stesso tempo.


per  finire     buona  livella  a  tutti \e 



 

 buona livella ops due novembre

27.6.25

Trend Fashion Tatreez, il ricamo tradizionale che custodisce la storia della Palestina: quando la resistenza passa da ago e filo. Dalle sue radici ai collezionismo

Ieri  ad  Aggius   come annunciato nel post precedente ho partecipato  a Frequenze per G4z4    e  ho visto   questi due film : 
The Embroiderers \Le ricamatrici di Maeve Brennan  e Gaza Fights For Freedom" di Abby Martin .  Mi ha colpito molto il primo film / corto metraggio di cui trovate  sotto  due video con i sottotitoli   in inglese  e   con  sottotitoli   in italiano .
 Prima  di lasciarvi ai video e  agli articoli    che ho trovato in rete per approfondire le mie curiosita sull'argomento vorrei  dire  alcune   cose  .
 Non sapevo  o  quanto meno non  immaginavo  che    anche   ago e  filo     fossero un potente strumento di resistenza culturale insieme a un'antichissima tecnica di ricamo - mantiene viva la memoria e l'identità palestinese, oltre la distruzione e la diaspora, e ci consegna un messaggio importante. Nonostante  stia  come  sembra  testimoniare  il secondo articolo  diventando moda  . Ma   nonostante  tutto   esso  è  «  [....] Rinomato per la sua complessità, il tatreez è l’arte di ricamare a mano motivi a punto croce con fili dai colori vivaci sugli abiti. Molto diffuso nella società palestinese, esprime un patrimonio di conoscenze e abilità che si caratterizzano come una «pratica sociale e intergenerazionale», spiega l’Unesco, che il 15 dicembre scorso ha incluso l’arte del ricamo palestinese nel Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Con tale riconoscimento l’Unesco cerca di dare maggiore visibilità e di tutelare i vari elementi del patrimonio culturale del genere umano che possono essere minacciati.
Simbolo dei legami familiari
Tradizionalmente le donne palestinesi si riuniscono nelle case dell’una o dell’altra per ricamare e cucire insieme, spesso accompagnate dalle figlie. Questa abilità manuale (ma non solo), che simboleggia i legami familiari, si trasmette essenzialmente di generazione in generazione. Oggigiorno le donne possono anche incontrarsi nei centri sociali, dove hanno anche modo di commercializzare i loro lavori. [...]   da : Il ricamo palestinese è patrimonio dell’Umanità   di Terrasanta.net ».  

Ma  ora  bado alle  ciancie  a  voi   i video   e  gi articoli   in questione   buona   visione   e lettura 



 Per chi non mastica bene l'inglese ecco la versione con sottotitoli in italiano



insieme a un'antichissima tecnica di ricamo - mantiene viva la memoria e l'identità palestinese, oltre la distruzione e la diaspora, e ci consegna un messaggio importante. Nonostante   stia  come  sembra  testimonia  il secondo articolo  diventando moda  .


Di Maha Abu Shusheh THIS WEEK IN PALESTINE 

All’inizio, il ricamo sugli indumenti veniva utilizzato per adornare gli abiti dell’élite dominante e delle figure religiose di alto rango e incorporava metalli come l’oro e l’argento nella seta e in altri tessuti per imprimere e abbellire gli indumenti. Con il tempo, il ricamo si è diffuso nei villaggi grazie alle religiose che hanno formato ragazze economicamente svantaggiate nel ricamo per creare abiti per figure religiose. Successivamente, le ragazze trasferirono queste pratiche nei loro villaggi. Questa transizione ha permesso più libertà alla forma d’arte di fiorire, diventando in seguito una pratica popolare che era distinguibile in base alla cultura, alla comprensione della natura e alle credenze di ogni villaggio. Il ricamo è diventato una pratica continua e sostenibile che collega gli abitanti del villaggio con l’eredità, le pratiche, le storie trovate sui simboli e motivi dell’epoca. Le donne palestinesi dei villaggi e delle comunità beduine hanno portato avanti questa tradizione, sviluppandola ulteriormente e permettendole di evolversi nel corso degli anni, utilizzando tessuti di seta, lino e cotone per creare i loro capi. Queste donne erano generalmente note per indossare una vasta gamma di indumenti, da abiti pesantemente ricamati (indossati ai matrimoni e in occasioni speciali) agli abiti di tutti i giorni leggermente ricamati. Tutti sono stati decorati con una miriade di tecniche di ricamo, in particolare il punto croce e il rivestimento di Betlemme.      Questi punti si sono uniti in uno spettro di colori vivace e ampio che sono stati combinati con tecniche altamente qualificate per creare capolavori colorati in diversi tagli, riflettendo la bellezza e la modestia del villaggio e delle sue donne.

La parte posteriore di un abito di Al-Ramleh che condivide elementi con gli abiti dei villaggi di Yibna, Bashit e Al-Basheer, spopolati nel 1948.               I primi campioni di abiti palestinesi ricamati risalgono al diciannovesimo secolo. Prima di allora, abbiamo solo una descrizione di questi pezzi basata sulle osservazioni dei viaggiatori. Solo pochi orientalisti e viaggiatori avevano descritto l’abbigliamento palestinese in relazione al loro interesse religioso per la Terra Santa, dove il loro disprezzo e disdegno per la popolazione locale era evidente attraverso la loro descrizione della popolazione locale “primitiva”.
Gli indumenti ricamati palestinesi sono conservati nelle collezioni di John Whiting, la Church Missionary Society (CMS), Rolla Foley, Dar Al-Tifl Al-Arabi, Widad Kawar, il Museo di Israele e il Museo della cultura beduina.

Missionari, orientalisti e viaggiatori acquistavano ricami per interessi religiosi oltre che economici. Per alcuni la priorità era collezionare ricami, per altri vendere gli articoli in Europa e negli Stati Uniti per sponsorizzare i loro progetti in Palestina. Questi pezzi ricamati sono entrati a far parte delle collezioni di individui o chiese e alla fine sono finiti nelle collezioni dei musei etnografici nel ventesimo secolo, formando la base delle collezioni museali di abiti tradizionali palestinesi.

The John Whiting Collection: in qualità di manager del negozio American Colony nella Città Vecchia di Gerusalemme, John Whiting parlava correntemente l’arabo e conosceva bene le tradizioni locali. Era anche molto appassionato di acquistare abiti tradizionali palestinesi dai vari villaggi che ha visitato. La sua collezione comprendeva alcuni pezzi che risalgono al 1840 Quando John Whiting morì negli Stati Uniti nel 1951, la sua collezione fu inizialmente passata a sua moglie e in seguito finì al Museum of International Folk Art di Santa Fe. La sua collezione di 26 pezzi è diventata il fulcro della collezione del museo di abiti tradizionali palestinesi, che è stata successivamente integrata dal sostegno di Widad Kawar che è stato in grado di colmare le lacune nella Collezione Whiting.

Il pannello posteriore di un abito di Ni’lin, un villaggio a ovest di Ramallah.

Collezione della Church Missionary Society (CMS): Sheila Weir ha collaborato con il British Museum nella selezione di una collezione di abiti tradizionali palestinesi dalla Collezione CMS che era stata portata dalla Palestina. Tra il 1967 e il 1968, Weir ha condotto un’indagine attraverso la Palestina storica per documentare la Collezione CMS, per apprendere il vocabolario del ricamo e i nomi di elementi, motivi e punti e per identificare le caratteristiche distintive dei pezzi in base al loro luogo di origine .ra il 1969 e il 1970, Sheila Weir ha ampliato la sua indagine per includere la Giordania e i campi profughi palestinesi e ha acquisito un gran numero di pezzi che le donne nei campi profughi avevano conservato dopo la Nakba e la Naksa . Weir ha anche acquisito telai da Al-Majdal da aggiungere alla collezione etnografica in espansione del British Museum. A ciò è seguita l’istituzione del Museum of Mankind a Londra che ha avviato le sue attività con una mostra sulla tessitura in Palestina e sugli abiti tradizionali palestinesi.

La manica di un abito di Ramallah che è eccezionale perché è stata ricamata con un rivestimento in stile Betlemme.

The Rolla Foley Collection: Rolla Foley è stato un insegnante di musica americano che dal 1938 al 1946 ha lavorato presso la Friends School di Ramallah, dove è stato responsabile del programma musicale in Palestina, Libano, Giordania orientale e Siria. Ha pubblicato diversi libri sulla musica in inglese, francese, arabo e armeno e ha fondato un festival di musica folcloristica che comprendeva il suo interesse per la produzione culturale e artistica locale, in particolare il ricamo. Durante il suo soggiorno in Palestina, Foley collezionò ricami palestinesi, dipinti e ceramiche prima di tornare negli Stati Uniti nel 1946.
Foley tornò in Palestina nel 1952 per completare la sua ricerca di dottorato sulla musica folcloristica palestinese, dove si trovò di fronte al fatto che i suoi amici di Yafa erano diventati rifugiati a Ramallah dopo la Nakba.. Avevano perso le loro case e la maggior parte dei loro beni. Foley ha riconosciuto che a causa degli sfollamenti forzati, il ricamo palestinese era minacciato di cancellazione, quindi ha avviato una collezione diversificata che includeva abiti, giacche e cuscini ricamati. All’inizio degli anni ’60 fondò anche un piccolo museo a Oakland, Illinois, ma a causa della sua prematura scomparsa nel 1970 il museo fu chiuso. La sua collezione passò ad Hanan e Farah Munayer, con una descrizione dettagliata di ogni pezzo, inclusa la storia del pezzo stesso, la data di acquisizione, il nome del proprietario e il villaggio da cui aveva avuto origine. Questa accurata documentazione ha permesso di tramandare questo patrimonio alle generazioni future e ha fornito preziose informazioni sui pezzi della collezione.
All’inizio degli anni ’30, i collezionisti palestinesi iniziarono a creare le proprie collezioni di ricami nel tentativo di preservare questo patrimonio e garantirne la continuità per le generazioni future. È importante menzionare qui due raccolte principali.
Collezione Dar Al-Tifl Al-Arabi: Hind Al-Husseini iniziò a collezionare abiti palestinesi come parte della Collezione Dar Al-Tifl Al-Arabi negli anni ’30, per poi ampliare la collezione dopo la Nakba del 1948 . La sua risposta è derivata dalla sua convinzione nell’importanza di salvaguardare il patrimonio palestinese dall’essere spazzato via di fronte all’occupazione. Questo è stato in aggiunta al suo lavoro filantropico, dove ha fornito alloggi ai bambini rifugiati nella sua fondazione, Dar Al-Tifl Al-Arabi. Dopo la Naksa del 1967 , la Collezione Dar Al-Tifl Al-Arabi si espanse ulteriormente per includere la collezione di ricami del Museo di arte popolare palestinese.

La manica del vestito di Al-Ramleh.

La collezione Widad Kawar: qualche tempo dopo, Widad Kawar ha iniziato un viaggio che ora l’ha portata ad acquisire migliaia di pezzi dalla Palestina, dalla Giordania e da altre parti del mondo arabo. Ha iniziato la sua collezione con un abito affascinante del villaggio di Aboud e oggi possiede una collezione che ha viaggiato per il mondo portando il messaggio della Palestina. Widad Kawar ha anche fondato il Tiraz Center ad Amman, in Giordania, per mostrare la sua collezione speciale di abiti palestinesi in un ambiente interattivo ed educativo. Ha anche contribuito notevolmente alla produzione di libri e materiali di valore inestimabile per documentare e preservare questo patrimonio. La sua collezione e i suoi sforzi hanno ispirato e incoraggiato la creazione di diverse collezioni individuali e organizzative.Altre collezioni di ricami palestinesi sono detenute da istituzioni palestinesi, tra cui la Birzeit University e il Museo Palestinese, e da individui palestinesi che cercano di preservare e documentare l’eredità e la storia palestinese.
Ci sono anche collezioni di abiti e gioielli ricamati palestinesi, tra molti altri oggetti palestinesi, che si trovano oggi nei musei e nelle collezioni private israeliane. Nel 1948 Israele cancellò dalla mappa più di 400 villaggi palestinesi e trasferì le loro popolazioni nei paesi vicini. I collezionisti israeliani hanno successivamente accumulato un gran numero di costumi e strumenti tradizionali palestinesi nel tentativo di trovare un collegamento tra questi oggetti e la presunta storia israeliana nella regione.

Il retro di un abito di Hebron con elementi tipici anche degli abiti di Al-Faluja, Iraq al-Manshiyya e Beit Jibrin, villaggi spopolati nel 1948.

Parallelamente agli sforzi in corso dello stato israeliano per cancellare la Palestina e i palestinesi dalla mappa e dalla memoria, i musei israeliani hanno paradossalmente raccolto abiti e strumenti tradizionali palestinesi in modo implacabile nel corso degli anni. I seguenti sono alcuni esempi.
The Israel Museum: il museo è stato fondato nel 1965, quando il ricercatore e curatore antropologico Ziva Amir era responsabile della raccolta in massa di abiti tradizionali palestinesi. Amir ha approfittato dell’estrema vulnerabilità dei palestinesi dell’epoca e ha sfruttato questa situazione per acquisire ricami palestinesi dai rifugiati palestinesi impoveriti. Amir ha pubblicato diversi libri e articoli sull’argomento, concentrandosi sulla traccia dell’Antico Testamento attraverso questi pezzi raccolti, senza menzionare nemmeno la Palestina oi palestinesi.

Pannello laterale di un abito Ramallah bianco di rumi (lino) dei primi del Novecento.

Il Museo della cultura beduina: la collezione del museo risale alla sua istituzione nel mandato britannico della Palestina nel 1938. Documenta la vita dei beduini ad Al-Naqab e comprende una vasta gamma di pezzi che includono vestiti, strumenti, tende, tappeti e tessuti intrecciati
Questa storia e la realtà odierna sottolineano l’importanza di sviluppare ed espandere le collezioni di ricami di proprietà palestinese. Oltre a salvaguardare una forma d’arte tradizionale palestinese che è stata violentemente interrotta a causa della Nakba e dell’occupazione in corso, queste collezioni possono anche preservare una parte essenziale del nostro patrimonio immateriale. Le storie che raccontano non comprendono solo gli indumenti stessi, ma anche il modo di vivere che sono stati progettati ad arte per accogliere. Di fronte alla brutale macchina dell’occupazione, preservare e celebrare la nostra identità culturale è fondamentale per garantire la continuità della nostra cultura per le generazioni a venire.Visualizza PDF

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Il tatreez è più di una semplice decorazione. È un modo di raccontare storie, preservare il patrimonio culturale ed esprimere la nostra identità». Mi spiega Yasmeen Mjalli fondatrice e direttrice creativa di Nöl Collective, brand di abbigliamento basato a Ramallah, in Cisgiordania. «Ogni punto ha un significato, ogni motivo racconta la storia familiare, l’identità regionale o eventi significativi nella vita di chi lo indossa».

Una camicia di Nöl Collective ricamata a mano con la tecnica del tatreez. Courtesy of Yasmeen MjalliNöl Collective.

Una camicia di Nöl Collective ricamata a mano con la tecnica del tatreez. Courtesy of Yasmeen Mjalli/Nöl Collective.

Una gonna di Nöl Collective ricamata a mano con la tecnica del tatreez. Courtesy of Yasmeen MjalliNöl Collective.

Una gonna di Nöl Collective ricamata a mano con la tecnica del tatreez. Courtesy of Yasmeen Mjalli/Nöl Collective.

Una felpa di Nöl Collective ricamata a mano con la tecnica del tatreez. Courtesy of Yasmeen MjalliNöl Collective.

Una felpa di Nöl Collective ricamata a mano con la tecnica del tatreez. Courtesy of Yasmeen Mjalli/Nöl Collective.


Abeer Dajani, fondatrice di Taqa Clothing aggiunge: «La parola tatreez (تطريز) significa "abbellimento" in arabo. Ma oltre a essere una decorazione, è sempre stato un modo per le donne palestinesi di esprimere la propria identità, le esperienze e il patrimonio regionale attraverso motivi e disegni. Storicamente, è stato un linguaggio a sé: alcuni punti e colori potevano raccontare da dove veniva la donna che il indossava, il suo stato civile e persino la sua storia personale».
Praticata da oltre 3.000 anni, questa forma di ricamo tradizionale viene trasmessa di generazione in generazione, da madre a figlia, in Palestina così come nelle comunità di emigranti palestinesi in tutto il mondo. Sebbene la sua origine risalga alle zone rurali, oggi la tradizione di cucire e indossare abiti ricamati è diffusa sia nei villaggi che nelle città, e i diversi motivi rappresentano le diverse regioni della Palestina storica.


Il thobe abito tradizionale palestinese ricamato con trateez nell'interpretazione contemporanea di Taqa Clothing....

Il thobe, abito tradizionale palestinese ricamato con trateez, nell'interpretazione contemporanea di Taqa Clothing. Courtesy of Abeer Dajani/Taqa Clothing.


«Molti motivi tradizionali del tatreez rappresentano elementi della terra - fiori, alberi, animali -simboli del paesaggio unico della Palestina – mi spiega ancora Mjalli di Nöl Collective - Alcuni motivi rappresentano piante specifiche come i rami di ulivo, i fiori selvatici o i melograni, che hanno un significato culturale significativo, mentre altri raffigurano elementi della vita palestinese legati alla terra, come la kefiah o la famosa Cupola della Roccia. Questi motivi non sono semplicemente belli, sono una forma di resistenza, un modo per mantenere viva la memoria di una terra e della sua biodiversità di fronte alla diaspora, all'occupazione e alla distruzione»
Dichiarato nel 2021 dall’UNESCO patrimonio culturale immateriale e intellettuale dell’umanità, il tatreez è simbolo di resistenza culturale. Mantenere viva quest’arte significa preservare una parte fondamentale dell’identità e della cultura palestinese, in un momento in cui le radici culturali rischiano di essere cancellate. «Il tatreez offre un modo per archiviare e conservare ciò che sta per essere cancellato - continua Mjalli - Preserva le storie della terra, storie che non possono essere distrutte da bulldozer o da confini. Tessendo questi motivi nei nostri design, stiamo attivamente proteggendo la memoria di un paesaggio che potrebbe presto essere dimenticato dal mondo, ma che vivrà sempre nei nostri fili».



Un capo di Nöl Collective realizzato con la tecnica di tessitura majdalawi. Courtesy of Yasmeen MjalliNol Collective.

Un capo di Nöl Collective realizzato con la tecnica di tessitura majdalawi. Courtesy of Yasmeen Mjalli/Nol Collective.

 
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Un tessitore che Nöl Collective ha aiutato a evacuare in Egitto. Courtesy of Yasmeen MjalliNöl Collective.

Un tessitore che Nöl Collective ha aiutato a evacuare in Egitto. Courtesy of Yasmeen Mjalli/Nöl Collective


l thobe, ampio abito tradizionale indossato dalle donne palestinesi, è il capo di abbigliamento più comunemente ricamato. Ma sono diversi i designer che integrano il tatreez in creazioni dal design contemporaneo, producendo abbigliamento e accessori in grado di parlare anche al resto del mondo. Questo è particolarmente evidente nel lavoro di Yasmeen Mjalli che mixa le tradizioni della sua terra di origine con una visione contemporanea e internazionale della moda.
Nata negli Stati Uniti da genitori palestinesi emigrati, la giovane designer è tornata in Cisgiordania dopo la laurea in North Carolina e nel 2017 ha fondato Nöl Collective a Ramallah. Mjalli integra nel suo lavoro tecniche indigene, come la tintura dei tessuti con coloranti naturali derivati da piante locali, radici e insetti, l’utilizzo di metodi tradizionali di tessitura come il majdalawi, e il coinvolgimento di una rete di artigiani locali per ricamare a mano gli abiti, creando una combinazione unica di silhouette e tagli contemporanei e decori tradizionali palestinesi.


Una gonna di Taqa Clothing decorata con ricamo tatreez. Courtesy of Abeer DajaniTaqa Clothing.

Una gonna di Taqa Clothing decorata con ricamo tatreez. Courtesy of Abeer Dajani/Taqa Clothing.



Lo stesso fa Abeer Dajani con Taqa Clothing, seppure lontana dalla sua terra, tra Sidney, in Australia, e Riyad, in Arabia Saudita. Dopo aver studiato modellistica per abbigliamento femminile all'Istituto di Moda Burgo di Amman, in Giordania, con l'obiettivo principale di avviare una linea di moda ispirata al patrimonio palestinese, nel 2017 Dajani ha fondato Taqa, che lei stessa definisce un'esplorazione dell'arte indossabile, pezzi che raccontano storie, cultura e identità, rimanendo moderni e versatili.
«La moda è uno strumento potente di rappresentazione. Pensate alla kefiah, è diventato un simbolo globale di resistenza, identità e solidarietà. Allo stesso modo, il tatreez non è solo ricamo, è storia indossabile. Ogni punto porta con sé una narrazione, una connessione con il passato e un senso di appartenenza. Indossando questi pezzi, le persone si connettono a una storia più grande di loro. Vedo tutto ciò come parte di un cambiamento più ampio: le persone stanno rivendicando le arti indigene, valorizzando l'artigianato rispetto alla produzione di massa e trovando modi per esprimere la loro identità attraverso la moda».
La storia di queste e delle tante altre designer, tessitrici, ricamatrici palestinesi, che fanno della moda un mezzo di preservazione della storia, si colloca in un movimento globale che sta coinvolgendo il mondo della moda: non solo l'artigianalità (e la sostenibilità) di ciò che indossiamo comincia ad acquisire importanza, ma anche le mani che lo creano hanno rilevanza, così come la storia che si cela dietro a ogni capo e accessorio. Soltanto così la moda diventa energia creativa, forza propulsiva che sospinge verso il futuro. Nonostante le guerre, nonostante tutto.
«La creatività è una forma di resistenza, un modo di affrontare e persino di guarire - sono le parole di Yasmeen Mjalli - è una risposta al dolore, un modo per reclamare bellezza e dignità in uno spazio dove sono costantemente minacciate. Per me, essere creativa in questo contesto significa onorare il passato e il presente, ma anche immaginare un futuro, un futuro in cui i palestinesi possano vedere le possibilità di una vita più luminosa e libera. È una miscela di cuore spezzato e speranza, e il lavoro porta con sé quel peso emotivo. È un promemoria che anche nei momenti più bui, c'è ancora spazio per la creazione, per l'espressione e per reclamare la nostra narrazione».

26.6.25

Il sindaco prende in gestione il rifugio e salva il paese di Trassilico un antico borgo in provincia di Lucca. ., Dimentica Santorini: in Italia c’è una città identica che costa la metà

  fonti  msn.it  e  Esquire Italia 



https://it.wikipedia.org/wiki/Trassilico

Dal campo alla tavola in pochi minuti. Al rifugio “La Mestà” le patate – dissotterrate dagli orti della zona e modellate una ad una, si trasformano in gustosi gnocchi. Così i fagioli giallorini, la farina di granturco ottofile servita con il baccalà, il coniglio cucinato alla cacciatora (da queste parti dicono in umido), la caciotta della Garfagnana cotto al forno. Franca offre agli avventori le paste fritte, Gleb, un russo arrivato da pochi anni, porta il formaggio di capra. Ai funghi pensa Modesto Mancini, esperto micologo, che ha casa a 50 metri dal rifugio. Basilio Cinquini, detto Enciclopedia, cuoco in pensione, intrattiene i clienti con aneddoti su piatti e paese. E a servire a tavola, pensa… il sindaco.
È una bella storia di resilienza quella che viene da Trassilico, antico borgo della lucchesia. Alla sommità del paese – 720 metri sul livello del mare – i ruderi di una rocca con vista mozzafiato su due panie (la Pania della Croce e la Pania Secca) e sul monte Forato, dal cui foro, nei giorni intorno a San Martino e alla Candelora, si vede scendere il sole al tramonto, spettacolo nello spettacolo.
«Quella rocca – ricostruiscono Pietro Rocchi e Italo Pierotti, due storici del paese – esisteva già ai tempi dei longobardi, poi fu presidiata dai lucchesi, infine dagli estensi di Modena». Fu smembrata e molti dei suoi pezzi furono venduti, anche ai paesani.
Nella rocca abitavano il castellano, gli armigeri e il notaro. A due passi, nella «casa del capitano» – nel 1661 – nacque lo scienziato Antonio Vallisneri, figlio del podestà Lorenzo.. Ed è intitolata proprio a Vallisneri la via principale che taglia il borgo. Oggi i residenti a Trassilico sono 72. Erano assai di più, nel 1947, quando fu declassato da sede di comune a semplice frazione prima di Fabbriche di Vallico e poi di Gallicano.
La frazione ha quattro chiese (la parrocchiale è intitolata ai santi Pietro e Paolo e, secondo la tradizione, è delle cento chiese costruite dalla contessa Matilde di Canossa). Ma il prete – don Fiorenzo Toti, pievano di Gallicano - qui celebra una sola volta al mese, delegando per le altre domeniche il diacono o un lettore.
L’ultima campanella alla scuola elementare ha suonato nel 1983. Lo può testimoniare l’ultima maestra del paese, Sandra Rebechi.
Nonni tanti, bambini pochi. Il fiocco rosa più recente risale a due anni fa, quando nacque Luna, figlia di una coppia italo-austriaca. Suo fratello, Noah, è del 2021. Prima di loro: Geremia, ha già nove anni, Emili nove, suo fratello Valerio undici. Quando, dodici anni fa, nacque Tommaso, Mario Mastromarino, un imprenditore pisano che a Trassilico ha la seconda casa, piantò un leccio beneaugurante.
Sotto un arco di una casa abbandonata, troviamo l’immagine di sant’Anna. La vecchia proprietaria, non restando incinta, aveva chiesto la grazia: ottenutala, fece mettere l'effigie in modo che tutte le donne desiderose di maternità o partorienti potessero visitarla.
L’ufficio postale ha chiuso nel 2001. Uno degli ultimi portalettere, Canzio Galanti, dopo la pensione si è dedicato alla falegnameria. Ha fatto le porte per mezzo borgo. Ora ha 95 anni.
A Trassilico c’erano una macelleria, una pensione con ristorante, un paio di negozi di generi alimentari. Tutti chiusi. Anche Natale Rebechi ne teneva uno sotto casa. A luglio Natale festeggerà 101 anni.
L’unico luogo pubblico rimasto è il rifugio “La Mestà”. Il nome richiama un’antica nicchia contenente una Maestà che si trovava sulle mura del castello, dov’è oggi la chiesa di San Rocco. Quattro camere per un totale di 8 posti letto (con un bagno in comune), un ristorante ed un bar. La sua gestione fu presa, anni fa, da Andrea Trolese, venuto con la moglie da Desenzano sul Garda a bordo della loro Panda: e subito rimasto «folgorato» da questo paese. Prese casa. Costituì una cooperativa. Cominciò a produrre vino e marmellate. Poi Trolese ha avuto una nuova opportunità di lavoro: è volato a Dubai e, per il rifugio, le cose si sono messe male.
Il socio Luca Emilio ha chiesto aiuto all’associazione paesana. Insieme hanno bussato alla porta del sindaco di Gallicano, David Saisi, sempre attento alle esigenze della frazione. «Sapevano che prima di fare il sindaco gestivo una casa vacanze e un ristorante – racconta ad Avvenire –. Mi hanno chiesto di entrare nella cooperativa, che altrimenti avrebbe potuto chiudere. Non ho saputo dire di no». Fuori dagli impegni istituzionali, ecco allora il primo cittadino salire su fino alla frazione, infilarsi nel rifugio, raccogliere prenotazioni, preparare le camere. E, all’occorrenza, servire il caffè, portare i piatti a tavola, pulire il locale. Curiosità e sorpresa tra gli avventori: «Non è da tutti farsi servire dal sindaco».
«La Mestà» ha ripreso vita. I trassilichini respirano. «Nessuna intenzione di mollare» dicono Stefano Franchi presidente dell’associazione paesana e la sua vice Manuela Bonetti. Che invitano tutti già da adesso alla prossima festa patronale di san Pietro e Paolo il 29 di giugno. E alla XX edizione della sagra del pane e il biroldo, salume tipico della lucchesia, in programma ad agosto a cavallo della festa dell’Assunta.

Dimentica Santorini: in Italia c’è una città identica che costa la metà

La Grecia è da sempre uno dei sogni estivi per eccellenza: casette bianche a picco sul mare, cupole blu che si stagliano contro il cielo e tramonti infuocati da guardare con un bicchiere di vino in mano. Santorini, in particolare, incanta ogni anno migliaia di viaggiatori con il suo fascino da cartolina. Ma non è tutto oro quello che luccica: raggiungerla non è sempre semplice, soprattutto durante l’alta stagione. I voli diretti scarseggiano o hanno prezzi esorbitanti, e una volta arrivati bisogna fare i conti con un costo della vita non proprio amichevole. Ristoranti, hotel, noleggi: tutto tende ad avere tariffe da destinazione vip.



Ma se ti dicessimo che esiste una località italiana che le somiglia incredibilmente, dove è possibile spendere la metà? Una città dove il bianco abbagliante delle case si mescola al blu del cielo, i vicoli profumano di fiori e cucina mediterranea, e la vista regala scorci che non hanno nulla da invidiare alle isole Cicladi. Una meta perfetta per chi cerca l’atmosfera di Santorini senza dover prendere un volo internazionale, fare scali o rinunciare a metà del budget in una sola settimana. No, non è un sogno: è molto più vicino di quanto pensi.
Sembra una piccola isola greca ma è un bellissimo angolo d’Italia
La “Santorini italiana” esiste davvero, e si trova nel cuore della Puglia: è Ostuni, la splendida “Città Bianca” che si erge su tre colli affacciati sulla Valle d’Itria e sul mare Adriatico. A renderla così simile all’iconica isola greca sono proprio le sue case, interamente tinte di calce bianca, che riflettono la luce del sole e creano un effetto quasi abbagliante, soprattutto al tramonto. I vicoli stretti e sinuosi, le scalinate e le terrazze con vista sul blu del cielo e del mare: tutto ricorda le atmosfere delle Cicladi, ma con un’anima autenticamente italiana.stuni non è solo bella da vedere: è anche una meta accessibile. I voli per la Puglia sono generalmente più economici, e una volta arrivati si può scegliere tra b&b caratteristici, masserie immerse negli ulivi e appartamenti con vista a prezzi decisamente più contenuti rispetto a quelli di Santorini. Per non parlare dei treni che, soprattutto per chi risiede lungo la costa adriatica, consentono di raggiungere la città senza problemi. In breve: Ostuni è la scelta perfetta per chi sogna una vacanza mediterranea da sogno, ma senza spendere una fortuna. E magari, sorseggiando un bicchiere di Primitivo al tramonto, ti verrà da chiederti: ma davvero non siamo in Grecia?

esiste un altra italia il caso di Alicudi che salva i migranti alla deriva in mare

 da Lorenzo  tosa   Ieri è successo qualcosa che ci riconcilia col mondo e ci ricorda che il Paese reale spesso è molto migliore di quello c...