Corriere della Sera
21 apr 2026
Di Francesco Battistini
«Insieme» a Srebrenica Le coltivazioni di lamponi, frutti di vita dopo la guerra
La cooperativa nata dall’idea di due sopravvissuti: ora esporta in tutta Europa Dieci soci, 500 famiglie mantenute e il nome italiano: «Voi ci avete aiutato»
Il giorno in cui sterminò ottomila bosgnacchi a Srebrenica, era il 1995, le immagini ripresero il generale serbo Ratko Mladic mentre accarezzava la testa bionda d’un bambino e gli offriva un succo di frutta. Sorrideva, il criminale, e molti pensarono ci fosse da fidarsi: «Chi vuole andarsene», prometteva Mladic, «sarà trasportato. Grandi e piccoli, giovani e vecchi, non abbiate paura, prendetevela calma. Lasciate andare prima le donne e i bambini... Nessuno vi farà del male» (come andò, si sa: il comandante marcisce all’ergastolo, condannato per genocidio, e dopo trent’anni non s’è ancora riusciti a identificare migliaia di corpi). Il giorno in cui arrivarono sui luoghi del massacro, era il 2001, Rada Zarkovic e Skender Hot guardarono tutt’intorno le coltivazioni di lamponi. E videro com’era rimasta verde tutta la valle: c’era ancora vita, in fondo a tanta morte. Assaggiarono un po’ della frutta rossa che nessuno aveva mai smesso di coltivare, nemmeno durante la guerra. Sorrisero. Era buonissima. E capirono che da quella terra stava rispuntando il seme della speranza. Srebrenica poteva reagire al suo destino, nero e inevitabile, d’essere solo il sinonimo d’una gigantesca foiba o d’una fossa ardeatina: «Se si può fare qui», si dissero Rada e Skender, «si può fare dappertutto».
Li riconoscerete dai frutti. Erano frutti rosso sangue, si sono trasformati nell’oro rosso di Srebrenica. Lamponi di pace. Crescono che è una meraviglia, da venticinque anni, annaffiati da un’idea semplice: c’era qualcosa di più tradizionale dei lamponi, più facile da raccogliere e meno difficile da vendere? Nel dopoguerra della Bosnia, i succhi di frutta sono diventati il lavoro, la riscossa, il futuro di cinquecento famiglie, e mica solo musulmane. Dal 2003, Rada e Skender hanno messo insieme una decina di soci, quasi tutte donne bosgnacche, e per nome scelto proprio la parola italiana «Insieme», perché i primi aiuti umanitari erano arrivati dal nostro Paese.