Anzi che riscrivere o aggiornare sul post stesso come faccio di solito ho deciso di scrivere un post nuovo viste le alte visualizzazioni del post " incriminato " . Scusandomi con l'interessata qual'ora avesse letto, direttamente o dopo segnalazione, il mio precedente post che sono pronto a rimuovere su eventuale richiesta degli interessati
dal corriere della sera https://www.corriere.it/sport/olimpiadi-invernali/ d'oggi
la sezione ad hoc del Tas istituita per i Giochi di Milano Cortina ha stabilito «di non avere giurisdizione per esaminare il ricorso presentato dalla biatleta altoatesina Rebecca Passler» contro Nado Italia, Wada, Fisi, Cio, Ibu e Coni. È quanto si legge in una nota del Tribunale Arbitrale Sportivo di Losanna. L’azzurra era risultata positiva al letrozolo in un test effettuato fuori dalle competizioni lo scorso 26 gennaio e il cui esito era stato reso noto il 2 febbraio, comportando l’esclusione dai Giochi Invernali. Il presidente della federazione Flavio Roda interviene da Casa Italia a Livigno sulla decisione «di non decidere» del Tas sul caso di doping dell’atleta altoatesina: «È un caso di contaminazione, il fatto di non decidere e di non entrare nel merito lascia un po’ di amaro in bocca — ha detto Roda —. Dispiace per l’atleta che ha un avvenire, è stata trattata in maniera esagerata. Chi infrange le regole va punito, ma in questo caso sono al fianco dell’atleta».
"Alex Schwazer è un grande marciatore ma anche un ragazzo che lo sport non ha fatto crescere. È stato un campione solitario, lasciato a se stesso da gente che di lui apprezzava soprattutto i muscoli." (Vincenzo Cerami)
Giuliana Salce, felice, in una foto scattata a casa sua
Per me ha significato vivere con il peso di dover essere costretta a dimostrare ogni volta di essere ancora la numero uno, vincere una gara e dopo dieci minuti pensare già a quella successiva, fare il record del mondo e sapere di doverlo battere. Quando indossavo la maglia della Nazionale, sentivo di avere lo Stivale sulle spalle. Ero oppressa dal senso di responsabilità, dal giudizio degli altri. Ho iniziato a gareggiare da bambina e mi sono presto ammalata di bulimia e anoressia. Eppure nessuno si è mai accorto di nulla.Giuliana, cosa significa per un atleta essere il più forte di tutti?
Tanto allenamento fisico, nessuno mentale?
Il problema di molti atleti è proprio questo: a forza di allenarti diventi una macchina da guerra, un robot, e spesso chi ti sta intorno si dimentica che sei un essere umano. Nessuno si accorge, o vuole accorgersi, della tristezza, della malinconia che hai negli occhi. Così finisce che tutto il malessere che accumuli inizi a sfogarlo nel mondo più sbagliato, nel mio caso prima nel water, poi facendomi di Epo.
Nel 1988 Giuliana Salce dice addio alla marcia. Una decisione maturata in seguito al salto truccato diGiovanni Evangelisti ai Mondiali di atletica di Roma dell'anno prima quando si scoprì che la misurazione del salto che gli aveva regalato la medaglia di bronzo era stata truccata da alcuni giudici. Insieme ad altri atleti, la Salce aveva sottoscritto un documento pubblico con cui prendeva le distanze da tutti gli illeciti sportivi, compreso il doping. Convinta che qualcuno l'avrebbe fatta desistere dalla sua intenzione, decise di non gareggiare più fino a quando le cose non fossero cambiate. “Invece smisero pure di salutarmi. Per la Federazione ero diventata il diavolo”.
Nel 1999, a 44 anni, Giuliana Salce riceve dalla Federciclismo la proposta di provare con la bicicletta. Nel giugno dello stesso anno corre la sua prima gara nella categoria over 30. Ad agosto è sesta ai campionati europei. Nel 2001 un dirigente della Federazione le comunica che nelle sue analisi c'è qualcosa che non va: è troppo anemica e rischia di ammalarsi. La soluzione? Doparsi.
E' a questo punto che avviene il suo incontro con l'Epo?
Sì. Io non ho nessuna scusante, perché a 46 anni, ancor più che a 20, devi avere la forza di dire di no. Ma io posso testimoniare che nessun atleta, per conto suo, decide un bel giorno di iniziare a doparsi. No, c'è sempre qualcuno che goccia dopo goccia ti mette nella testa che se tu “ti curi” – perché nessuno ti dice che ti devi dopare – sicuramente starai meglio e le salite ti peseranno di meno finché, a un certo punto, anch'io ho trovato quasi normale dire di sì.
Per quanto tempo ha assunto Epo?
Per 4 mesi, quelli che mi separavano dai mondiali di master che si svolgevano in Austria. Tenevo la sostanza in frigo, avvolta nell'alluminio e nascosta nella scatola del tubetto della pasta di acciughe, dove nessuno, mi dicevano, sarebbe andato a vedere. Mi sono fatta tutti i giorni, un giorno di Epo e un giorno di Gh, l'ormone della crescita. Dopo un mese le mie gambe erano cambiate, le salite non mi pesavano più.
Chi le forniva l'Epo?
So che ci sono persone che vanno su internet e fanno acquisti, io non c'ho mai nemmeno provato. Le sostanze le ho avute da un dirigente della Federazione ciclistica italiana. Una dose me la diede lui stesso nel suo ufficio, un'altra me la fece recapitare da un altro atleta corredata da una ricetta in codice. Funzionava così.
Quand'è che ha deciso di smettere?
Dopo la gara. Quando ho capito che per rimanere in quell'ambiente avrei dovuto continuare con quella roba. Allora ho preso la bicicletta e l'ho buttata sul prato.
E ha raccontato tutto.
Sì, nel 2003 con un'autodenuncia anonima al Nas di Padova. L'anno dopo pubblicamente.
Cosa l'ha spinta a farlo?
Il suicidio di Marco Pantani. Una fulminata. Era febbraio, ricordo che ho preso mio figlio, che allora aveva 16 anni, e gli ho detto: la madre che ti ha sempre proibito di drogarti, di bere, è quella che per 4 mesi si è dopata. Adesso ho deciso di denunciare tutto. Ma sappi che ci renderanno la vita difficile. Stai con me? E lui mi ha abbracciato.
E' stato davvero così? Le hanno reso la vita difficile?
Difficile? Impossibile. Tutto quello che ho raccontato ha trovato riscontro nelle intercettazioni telefoniche e da allora mi è stata fatta di nuovo terra bruciata intorno. Nessuno mi ha più fatto lavorare nemmeno in palestra. Mi sono ritrovata a vivere con 200 euro e la pensione di mia madre. Ho chiesto aiuto alla Federazione di atletica e quello che mi hanno offerto è stato di andare ad attaccare i manifesti del Golden Gala sul litorale romano. Mi sono messa a fare le pulizie, oggi faccio la spazzina, l'operatrice ecologica all'Ama.
Che effetto le fa oggi la vicenda di Alex Schwazer?
Se si trattasse di mio figlio pretenderei che mi dicesse “chi” ce l'ha portato, e dopo averlo saputo pretenderei che lui stesso dicesse al mondo “chi”, perché fino a quando avremo paura di denunciare “chi”, “chi” continuerà sempre a fare danni. Perché io avevo 46 anni, ma ci sono ragazzini di 15 anni che si dopano e che non sono assolutamente in grado di dire di no, come non ce l'ho fatta io alla mia età.
Non crede che, al di là della gravità della colpa di cui si è macchiato, sia pericoloso sottoporre a una gogna tanto severa una persona che, come Schwazer, si sta dimostrando psicologicamente ed emotivamente così fragile?
Ho molta tristezza, io non sono una psicologa, ma gli occhi di Alex mi ricordano tanto quelli di Pantani, e i miei di quando stavo male. Io a un certo punto sono stata davvero a un passo dal baratro. E se sono qui oggi devo ringraziare solo mio figlio.
I media sono tutti concentrati solo sulla morte di Morosini
( me ne sono già occupato precedentemente qui e qui )
mentre si parla poco o quasi niente della morte di un altro grand e del calcio morto per gli effetti collaterali delle porcherie che gli davano medici e allenatori ( salvo i giornali sportivi ovviamen te ) in breve e relegato nelle pagine più interne senza neppure un breve stralcio in prima forse perchè troppo scomodo e riapre vecchie ferite archiviate oltre a far perdere ulteriormente alla santa maria del pallone " ( parafrasi della canzone dei Modena city ramblres vedere url per video e testo ) dando cosi ulteriore ragione e conferma a quelli che i media definivano cassandre e utopisti per poi come le pecore ( salvo eccezioni come report di rai3 che ne parlarono in tempi non sospetti ) dire si sapeva , come Petrini e Zeman
fonte leggo.it di lunedi 16\4\2012O
LUCCA
Lutto nel mondo del calcio. È morto questa mattina nell'ospedale di Lucca Carlo Petrini, ex attaccante della Roma. Aveva 64 anni. Cresciuto nelle giovanili del Genoa, vestì anche la maglia del Milan nel 1968-1969, del Torino ('69 a '71), con cui vinse la Coppa Italia 1970-1971. Petrini arrivò nella Roma di Nils Liedholm nella stagione 1975-1976.
Petrini, affetto da un grave glaucoma che lo aveva reso quasi cieco, nel 2000 pubblicò la sua autobiografia, intitolata Nel fango del dio pallone, in cui denunciava la pratica del doping che negli anni '60 e '70 era dilagante. Lui stesso confessò di esservi ricorso più volte, con la complicità dei medici delle squadre in cui aveva giocato.
Gli stessi medici che lo hanno curato negli ultimi anni pensano che la sua malattia fosse stata causata proprio dai farmaci dopanti assunti. L'ex calciatore, oltre al doping, denunciò anche gli altri 'vizi' del calcio italiano, denuncia quanto mai attuale oggi, perché riguardava le partite decise in anticipo dalle società, i pagamenti in nero e altre 'bassezze'.
SCRISSE ANCHE UN LIBRO SU BERGAMINI Petrini, che nella sua carriera ha giocato anche nel Catanzaro dal 1972 al 1974, dopo avere smesso col calcio ha scritto anche «Il calciatore suicidato». Per scrivere il volume, Pertrini indagò in prima persona sulla morte del calciatore del Cosenza Donato Denis Bergamini, travolto da un camion il 18 novembre 1989 sulla statale 106 a Roseto Capo Spulico (Cosenza).
Petrini sostenne che la morte del calciatore era avvenuta per mano della criminalità locale, nonostante la magistratura avesse chiuso la pratica attribuendo la morte di Bergamini ad un suicidio. Una tesi quest'ultima, messa in dubbio dalla Procura di Castrovillari che su richiesta dei familiari di Bergamini ha riaperto l'inchiesta ipotizzando che il calciatore sia stato ucciso