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17.3.26

francobolli di Milano: «Mia figlia non è interessata. Dopo 120 anni di storia, andiamo in Grecia»







Al compleanno, chiude: «Soffro ma vedo all’orizzonte un’isoletta greca con mia moglie Vanna: il 2 giugno compio 77 anni e 55 di lavoro, mia figlia non è interessata, abbassiamo la cler. Pensiamo alla spiaggia e a starcene insieme noi due per un mese, abbiamo diritto ai tempi per la coppia e al riposo !». Non è uno dalle nostalgie facili Oscar Sanguinetti, negozio storico di filatelia in via Solari a Milano. Fondato nel 1906 dal nonno Renato e suo fratello Amleto, passato poi al padre Orlando, e dal 1971 a lui: se si toglie Bolaffi - che pero è di matrice torinese e a Milano, in via Manzoni, è arrivato solo negli anni Sessanta - quello di Sanguinetti è l’ultimo grande negozio  storico di filatelia milanese.
Un giorno si presentò in negozio l’imperatore d’Etiopia in persona, Hailé Selassié. «Cercava francobolli per ricostruire, attraverso la filatelia, la storia dell’occupazione italiana del suo Paese». Spesso compariva il fumettista Sergio Bonelli, il padre di Tex Willer. «Entrava vestito da cow boy, col texano a tesa larga in testa, quando ero bambino». Oppure il Nobel Dario Fo, che rovistava tra le rarità con curiosità da collezionista«In casa nostra si parlava solo di francobolli», racconta Oscar. Sorride. La figlia non prenderà il testimone. Accade spesso nelle botteghe storiche: una generazione custodisce, quella dopo sceglie altro. Dentro il negozio, ora, entrano una decina di clienti al giorno. «Una volta erano quattro volte tanto». La filatelia vive di dettagli, di pazienza, di lente d’ingrandimento. «La gente prende in mano un francobollo, lo guarda, lo studia. È la passione per la minuzia. Prima c’erano le cartoline, si vedevano ovunque. Oggi è roba per fissati come me».
Tra le specialità della casa ci sono i francobolli cinesi. Paradosso della storia: proprio la propaganda li ha trasformati in oggetti preziosi. «Mao Tse-Tung li faceva bruciare nelle piazze perché li considerava un giochetto da americani. Così quelli sopravvissuti sono diventati rarissimi. I collezionisti cinesi arrivavano da noi a grappoli». E sul banco passano anche altre piccole meraviglie. Sanguinetti tira fuori una scatola di figurine Liebig, nate nel 1872 per pubblicizzare il dado da brodo. Piccoli capolavori stampati con dodici passaggi di colore. «Alcune serie superano i diecimila euro. Non scambierei mai la mia collezione segreta, neanche con il Penny Black».
E poi c’è la leggenda della filatelia italiana: il Gronchi Rosa. Il francobollo emesso nel 1961 per celebrare il viaggio del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in Sud America. La mappa del Perù stampata con confini sbagliati scatena una protesta diplomatica. Le Poste ritirano il francobollo nel giro di poche ore e lo sostituiscono con una versione corretta. Tre giorni bastano a trasformarlo in mito: «da 205 lire, è schizzato a 5000». È la magia dei francobolli, dice Sanguinetti. «Un piccolo rettangolo di carta che racconta politica, geografia, storia».
La saga della famiglia inizia nel 1906 in via San Giovanni in Conca, una strada oggi scomparsa vicino a Missori. Il nonno Renato negli anni Venti pubblica uno dei primi bollettini filatelici italiani, con una copertina firmata dal celebre illustratore Achille Beltrame. Poi la guerra. Il negozio distrutto, le collezioni disperse. Si salva una sola valigetta di francobolli affidata a un amico collezionista. Da quella valigetta riparte tutto. Negli anni arrivano nuovi cataloghi, nuovi clienti, nuove sedi.
Oggi Milano corre veloce e la filatelia resta una passione per pochi. Il negozio rimane pieno di cassetti, album, storie minuscole. Ora si vende tutto, e fra meno di tre mesi si spengono le luci. Chi colleziona storie lo sa: ogni francobollo è una finestra sul mondo. Quando chiude una bottega così, è come una lettera che non parte più, o partirà altrove.

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