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7.1.26

Olimipiadi invernali 2026

   come ho raccontato le olimpiadi e le paraolimpiadi del 2024 anche quest'anno proverò a raccontare le storie delle olimpiadi invernali che A partire dalla XVII edizione più precisamente dal 1994 i Giochi olimpici invernali sono sfalsati di due anni rispetto ai Giochi olimpici estivi.
Quest'anno I XXV Giochi Olimpici Invernali si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026. La cerimonia di apertura avrà luogo allo stadio di San Siro a Milano, mentre la cerimonia di chiusura si svolgerà a Cortina d'Ampezzo.Le gare si svolgeranno in diverse città, tra cui Milano, Cortina d'Ampezzo, Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, e Tesero. Questa edizione segna una novità, poiché è la prima volta che due città ospitano i Giochi invernali insieme.Saranno disputate 16 discipline olimpiche e 6 discipline paralimpiche, con oltre 3.500 atleti


provenienti da più di 90 nazioni. Tra le discipline olimpiche ci saranno sci alpino, biathlon, snowboard, hockey su ghiaccio, e per la prima volta, lo sci alpinismo.Questa edizione delle Olimpiadi Invernali non solo celebra lo sport, ma promuove anche valori di inclusione, sostenibilità e benessere, riflettendo la cultura italiana contemporanea. Sarà un evento memorabile che unirà diverse regioni e città del nord Italia in un'unica celebrazione.Essi si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026. La cerimonia di apertura avrà luogo allo stadio di San Siro a Milano, mentre la cerimonia di chiusura si svolgerà a Cortina d'Ampezzo.Località: Le gare si svolgeranno in diverse città, tra cui Milano, Cortina d'Ampezzo, Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, e Tesero. Questa edizione segna una novità, poiché è la prima volta che due città ospitano i Giochi invernali insieme.Saranno disputate 16 discipline olimpiche e 6 discipline paralimpiche, con oltre 3.500 atleti provenienti da più di 90 nazioni. Tra le discipline olimpiche ci saranno sci alpino, biathlon, snowboard, hockey su ghiaccio, e per la prima volta, lo sci alpinismoQuesta edizione delle Olimpiadi Invernali non solo celebra lo sport, ma promuove anche valori di inclusione, sostenibilità e benessere, riflettendo la cultura italiana contemporanea. Sarà un evento memorabile che unirà diverse regioni e città del nord Italia in un'unica celebrazione.

5.1.26

La scelta di Virginia Jacquemod: «A 17 anni sono partita per il Ghana. Oggi vivo in barca e salvo il mare dalle plastiche»






  da la nuova sardegna 4\1\2026  

Navigare da sola lungo le coste del Mediterraneo, spesso fuori stagione, fermandosi porto dopo porto per incontrare pescatori, cooperative e istituzioni. È questa la scelta radicale di Virginia Jacquemod, 26 anni, torinese, che ha trasformato la navigazione solitaria in uno strumento di tutela ambientale. Vive a bordo di Phileas, una barca a vela di dieci metri in alluminio diventata laboratorio galleggiante, e dedica la sua vita a un obiettivo preciso: impedire che le reti da pesca a fine vita finiscano in mare, dove
continuano a pescare e a disperdersi in microplastiche.
Dopo un’esperienza decisiva in Ghana a soli 17 anni e una formazione in Antropologia sociale e sviluppo a Londra, Virginia ha scelto di lasciare la terraferma e una traiettoria convenzionale. Oggi è project leader di Vox Maris, progetto della BioDesign Foundation già attivo in Veneto e in Sicilia.
Ora è approdata in Sardegna: da marzo partirà il nuovo tour di sensibilizzazione che punta a coinvolgere l’intera regione e a dimostrare che il modello può diventare europeo.

Virginia, partiamo dall’inizio: come nasce la sua vita in barca e l’incontro con Phileas?



«La mia storia su Phileas inizia nella primavera-estate del 2024. Conoscevo questa barca da più di un anno, era ferma in cantiere a Fiumicino. A un certo punto è stato chiaro che avremmo dovuto continuare a esistere insieme. L’ho acquistata con l’aiuto fondamentale di mia madre, che è la prima sostenitrice di tutti i miei sogni. Dopo un lungo periodo di lavori siamo partite. Poi è arrivata la chiamata dalla Sicilia, per prendere in mano un importante progetto di tutela ambientale, e ho girato la prua a sud. Ho navigato tutta l’isola, comprese le isole minori, e ora Phileas ed io siamo arrivate finalmente anche in Sardegna».


Facciamo un passo indietro: il Ghana è stato uno spartiacque nella sua vita. Perché?


«Il Ghana mi ha aperto gli occhi su un problema che in realtà esiste ovunque. Ad Accra l’inquinamento era così evidente, così invasivo, che non potevi ignorarlo. Il mare raccoglie tutto quello che viene lasciato a terra: sacchi, plastiche, rifiuti. Lì ho capito che ci siamo abituati a vivere nello sporco, come se la nostra casa finisse alla porta di casa. Invece la nostra casa è anche fuori, è il pianeta. Quando te ne rendi conto, non puoi più far finta di niente: devi agire».


Quando ha capito che il mare poteva diventare il suo strumento di cambiamento?

«Il mare è lo strumento che mi permette di tenere insieme due parti fondamentali di me: l’impegno sociale e qualità della vita. La barca non è solo un mezzo, è uno stile di vita che mi consente di generare impatto senza rinunciare al mio equilibrio. Durante il Covid ho fatto la traversata atlantica e lì ho capito che questa dimensione mi apparteneva. Il mare è anche molto comunicativo: insegna, mette alla prova, obbliga all’ascolto».


L’incontro con la BioDesign Foundation è stato decisivo. Cosa vi unisce?

«Mi sono ritrovata completamente nella filosofia della fondazione, ispirata al pensiero del designer Luigi Colani. L’idea è che le soluzioni ai problemi esistano già in natura: bisogna saperle osservare. BioDesign lavora per risolvere i problemi all’origine, non per “ripulire la superficie”. Il progetto al quale lavoro - Vox Maris - nasce proprio così: come soluzione strutturale e definitiva al problema delle reti da pesca a fine vita».

Perché rappresentano un’emergenza ambientale così grave?


«Le reti sono rifiuti speciali, costosi da smaltire e difficili da riciclare. Spesso vengono abbandonate o disperse in mare. Una volta sui fondali continuano a pescare - il cosiddetto ghost fishing - distruggono gli ecosistemi e col tempo si disgregano in microplastiche. Quelle microplastiche entrano nella catena alimentare. Le mangiamo, le beviamo, le respiriamo. Recuperare una rete dal fondale costa enormemente più che prevenirne l’abbandono.

Vox Maris nasce proprio per questo: prevenire è molto meglio che curare». In cosa consiste concretamente Vox Maris?



«Creiamo un’infrastruttura che permetta ai pescatori di conferire le reti a fine vita direttamente in porto, differenziandole per materiale, proprio come facciamo con i rifiuti domestici. Così diventano riciclabili. Il progetto è partito da Chioggia, dove dal 2021 sono state raccolte circa mille tonnellate di reti. In Sicilia abbiamo applicato per la prima volta il modello su scala regionale. Ora la Sardegna è la sfida più ambiziosa».

Cosa rende la Sardegna un passaggio chiave?


«Qui vogliamo dimostrare che il progetto può essere implementato anche dall’alto, con il supporto diretto della Regione. Il “modello Sardegna” potrà diventare un modello nazionale ed europeo e presenteremo un progetto al Ministero dell’Ambiente e alla Comunità Europea per renderlo strutturale a livello internazionale. Il varo è previsto in marzo da Olbia. Io comunque continuerò a fare porto per porto: il valore aggiunto è il contatto diretto con i pescatori, la formazione sul campo, la relazione di fiducia».


Quanto conta il suo vivere in barca in questo dialogo con i pescatori?


«Conta moltissimo. Arrivare in giacca e cravatta non funziona. Arrivare navigando, ormeggiarsi accanto alle loro barche, dare una mano, crea empatia. Non ti vedono come un’intrusa ma come una collaboratrice. Phileas è stata fondamentale in questo».

Che messaggio vuole lanciare alle istituzioni e ai giovani che vogliono vivere di mare?

«Alle istituzioni dico che la chiave è la rete: integrare il lavoro dal basso con il supporto dall’alto. Solo così si risolvono davvero i problemi. Ai giovani dico: provate. Buttatevi. Il mare va rispettato, ma è un maestro incredibile. Vale la pena provarci».

E tra dieci anni, dove si vede?
«Non lo so, e va bene così. So solo che continuerò a ideare, creare e generare impatto. Forse su una barca più grande, forse ancora per il mare. Ma sempre seguendo una rotta che abbia senso».

Incuriosito    ho cercato altre  fonti    è ho      trovato  questi   due   articoli      il primo     di      https://innovamarina.com/en/blog/  che  riropongo  in entrambe   le  lingue  


Virginia-Jacquemod-

“I choose and embrace non-conventionality” VJ

Self-sufficient and self-determined, 25-year-old Virginia Jacquemod is currently sailing a tour of the fishing ports of Italy, where amongst other initiatives, she plans to help set up municipal recycling collection services for end-of-life plastic fishing nets.

Virginia Jacquemod's strong sense of circularity was shaped by her father's emphasis on responsible resource use at home and her subsequent travels abroad. She spent a year in Ghana on a school exchange and remembers feeling alarmed by the lack of waste management and level of plastic pollution. Bathing in the sea, she recalls the disturbing sensation of plastic wrapping around her legs, an experience that sowed the first seeds towards combatting marine debris.




Upon her return to Italy, she took over a 9m sailing boat based in Venice, charging rent to cover costs. Progressive short trips from the marina enabled her to gradually build up expertise, before accompanying a tenant friend of hers on a month-long voyage to Southern Italy. Her first offshore voyage had a profound impact and ignited a desire for an Atlantic crossing. In the Cape Verdes she was first thwarted by a last-minute change of plans and then fortunate to join a small crew onboard a 32’ boat sailing to Brazil. A Caribbean season was next, working as a deckhand, crewing on racing boats Southern Italy

Back in Europe and drawn to the buzz of then Volvo Ocean Race scene in Alicante, Virginia found herself chatting to Roberto Guerini, founder of the BioDesign Foundation. A shared road-trip back to Italy cemented a solid working relationship and expansive plans that saw the foundation take on 10 employees over subsequent months.

The BioDesign Foundation & VOX MARIS

The BioDesign Foundation is a non-profit organisation based in St. Gallen, Switzerland, with national associations in Germany, Italy, Spain and recently also US, Pensacola, Florida. It manages the intellectual and material inheritance of Luigi Colani, a renowned designer and shape scientist, and creator of over 6000 inventions, prototypes, and visions. Renowned for his organic designs and aerodynamic vision, Luigi Colani pioneered BioDesign, a philosophy comprising 90% inspiration from nature and 10% Colani’s transformation, advocating for harmony between humanity, technology, and nature. The BioDesign Foundation aims to repurpose Colani's work to promote research and implement holistic solutions for the protection of biodiversity and the natural environment.

The Foundation believes that by through collaborative action we can transform environmental challenges into solutions. Entitled VOX MARIS (“voice of the sea”), a set of three projects is focussed on minimising the negative impacts on ocean health; including tackling the issue of how to manage end-of-life fishing gear, tonnes of which, primarily plastic, is lost or discarded in the oceans annually, posing a significant threat to marine life and ecosystems. This “ghost gear” continues to trap and kill marine animals, damage habitats, and harming the fishing industry and coastal economies.

Ghost Fishing Gear

Composed of long-lasting synthetic materials, lost fishing gear fragments into microplastics, entering the food chain and contaminating the environment. This pervasive issue demands urgent action to prevent further damage and mitigate the existing impact.

According to the WWF: “It’s estimated that ghost gear makes up at least 10% of marine litter. This roughly translates to between 500,000 and 1 million tons of fishing gear abandoned in the ocean each year.” WWF states that “preventing fishing gear loss is the top priority” including the need to design policies and regulations designed to prevent gear loss, and “establish adequate and innovative end-of-life fishing gear disposal and recycling options”.

VOX MARIS aims to mitigate this problem by establishing a robust infrastructure for the collection and responsible disposal of end-of-life fishing gear. A successful pilot project in Chioggia, preventing the disposal of over 810,000 kg of fishing gear, demonstrates the potential to significantly reduce marine pollution by scaling this model across the 272 Italian fishing harbours and beyond.

Phileas

Perceiving the need to take the VOX MARIS project to national level, Virginia sought investment to purchase an aluminium 10m sailing boat with which, under the banner of the BioDesign Foundation and the “Phileas” initiative, will travel to the fishing harbours around Italy’s 7500km of coastline aiming to establish collection infrastructure for end-of-life fishing gear in every facility.  A comprehensive, circular economy perspective includes conducting workshops and training on ethical fishing practices, whilst also promoting waste-to-resource processes for the recycled nets.

Being a solo sailor has helped earn her the trust of local fishing communities, aiding the project's progress. Virginia finds they see her as a fellow seafarer, sharing their daily experience. This authenticity fosters easy communication, encouraging the exchange of stories and identification of pressing challenges. Her journey, therefore, offers a compelling platform to explore the complex and evolving landscape of fishing culture, its diverse trajectories, and the contrasting lived experiences of its practitioners.

Thrilled to undertake the mission - and with no shortage of friends and family who want to get in some “boat therapy” and help out on board, she has an exciting future ahead.






Virginia-Jacquemod-

"Scelgo e abbraccio la non convenzionalità" VJ

Autosufficiente e autodeterminata, Virginia Jacquemod, 25 anni, sta attualmente navigando in un tour nei porti di pesca italiani, dove, tra le altre iniziative, intende contribuire a istituire servizi municipali di raccolta del riciclo per le reti da pesca in plastica in fine vita.

Il forte senso della circolarità di Virginia Jacquemod fu plasmato dall'enfasi del padre sull'uso responsabile delle risorse in patria e dai suoi successivi viaggi all'estero. Ha trascorso un anno in Ghana per uno scambio scolastico e ricorda di essersi sentita allarmata dalla mancanza di gestione dei rifiuti e dal livello di inquinamento da plastica. Bagnandosi nel mare, ricorda la sensazione inquietante della plastica che le si stringeva intorno alle gambe, un'esperienza che seminò i primi semi per combattere i detriti marini.

Al suo ritorno in Italia, prese il controllo di una barca a vela di 9 metri con base a Venezia, applicando un affitto per coprire i costi. Brevi viaggi progressivi dal porto turistico le permisero di acquisire gradualmente competenze, prima di accompagnare un suo amico inquilino in un viaggio di un mese verso il sud Italia. Il suo primo viaggio offshore ebbe un impatto profondo e accese il desiderio di una traversata atlantica. Nel Capo Verde fu prima ostacolata da un cambio di piano dell'ultimo minuto e poi fortunata a unirsi a un piccolo equipaggio a bordo di una barca da 32 piedi diretta in Brasile. Seguì una stagione caraibica, lavorando come navetta e equipaggiando barche da regata nel sud Italia

Tornata in Europa e attratta dal fermento della scena della Volvo Ocean Race ad Alicante, Virginia si è ritrovata a chiacchierare con Roberto Guerini, fondatore della BioDesign Foundation. Un viaggio condiviso di ritorno in Italia ha consolidato un solido rapporto di lavoro e piani ampi che hanno visto la fondazione assumere 10 dipendenti nei mesi successivi.

La BioDesign Foundation & VOX MARIS

La BioDesign Foundation è un'organizzazione no-profit con sede a St. Gallen, in Svizzera, con associazioni nazionali in Germania, Italia, Spagna e recentemente anche negli Stati Uniti, a Pensacola, Florida. Gestisce l'eredità intellettuale e materiale di Luigi Colani, rinomato designer e scienziato delle modelle, creatore di oltre 6000 invenzioni, prototipi e visioni. Rinomato per i suoi design organici e la visione aerodinamica, Luigi Colani ha aperto il via BioDesign, una filosofia che comprende il 90% ispirazione dalla natura e il 10% la trasformazione di Colani, che promuove l'armonia tra umanità, tecnologia e natura. La BioDesign Foundation mira a riutilizzare il lavoro di Colani per promuovere la ricerca e implementare soluzioni olistiche per la protezione della biodiversità e dell'ambiente naturale.

La Fondazione crede che, attraverso l'azione collaborativa, possiamo trasformare le sfide ambientali in soluzioni. Intitolato VOX MARIS ("voce del mare"), una serie di tre progetti si concentra sulla minimizzazione degli impatti negativi sulla salute degli oceani; Incluso l'affrontare la questione di come gestire le attrezzature da pesca in fine vita, tonnellate delle quali, principalmente plastiche, vengono perse o abbandonate negli oceani ogni anno, rappresentando una minaccia significativa per la vita marina e gli ecosistemi. Questo "ghost gear" continua a catturare e uccidere animali marini, danneggiare gli habitat e danneggiare l'industria della pesca e le economie costiere.

Attrezzatura da pesca fantasma

Composta da materiali sintetici di lunga durata, frammenti di attrezzi da pesca persi in microplastiche, che entrano nella catena alimentare e contaminano l'ambiente. Questo problema diffuso richiede un'azione urgente per prevenire ulteriori danni e mitigare l'impatto esistente.

Secondo il WWF: "Si stima che l'equipaggiamento fantasma costituisca almeno il 10% dei rifiuti marini. Questo si traduce approssimativamente in tra 500.000 e 1 milione di tonnellate di attrezzature da pesca abbandonate in mare ogni anno." WWF afferma che "prevenire la perdita di attrezzi da pesca è la massima priorità", inclusa la necessità di progettare politiche e regolamenti volti a prevenire la perdita di attrezzature, e di "stabilire opzioni adeguate e innovative per lo smaltimento e il riciclo degli attrezzi da pesca a fine vita".

VOX MARIS mira a mitigare questo problema stabilendo un'infrastruttura solida per la raccolta e lo smaltimento responsabile degli attrezzi da pesca in fine vita. Un progetto pilota di successo a Chioggia, che ha impedito lo smaltimento di oltre 810.000 kg di attrezzature da pesca, dimostra il potenziale di ridurre significativamente l'inquinamento marino scalando questo modello sui 272 porti pescherecci italiani e oltre.

Phileas

Ritenendo la necessità di portare il progetto VOX MARIS a livello nazionale, la Virginia ha cercato investimenti per acquistare una barca a vela in alluminio da 10 m con la quale, sotto la bandiera della BioDesign Foundation e dell'iniziativa "Phileas", si recherà nei porti pescherecci lungo i 7500 km di costa italiana, con l'obiettivo di stabilire infrastrutture di raccolta per attrezzature da pesca in fine vita in ogni struttura. Una prospettiva completa e di economia circolare include la conduzione di workshop e corsi di formazione sulle pratiche etiche della pesca, promuovendo al contempo i processi di trasformazione dei rifiuti nelle reti riciclate.

Essere un marinaio solitario le ha permesso di guadagnarsi la fiducia delle comunità di pescatori locali, favorendo il progresso del progetto. Virginia scopre che la vedono come una compagna marinaia, condividendo la loro esperienza quotidiana. Questa autenticità favorisce una comunicazione facile, favorendo lo scambio di storie e l'identificazione delle sfide più urgenti. Il suo percorso, quindi, offre una piattaforma coinvolgente per esplorare il complesso e in evoluzione del panorama della cultura della pesca, le sue diverse traiettorie e le contrastanti esperienze vissute dei suoi praticanti.

Entusiasta di intraprendere la missione - e con non mancano amici e familiari che vogliono partecipare a una "terapia in barca" e aiutare a bordo, ha un futuro entusiasmante davanti a sé.








l'ultimo   da   a https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/
1 ottobre 2025
di Chiara Sandrucci

La storia (incredibile ma vera) di Virginia Jacquemod, da Torino all’Atlantico: la ragazza che trasforma le reti da pesca in un progetto per l’Europa



Studiava al liceo classico quando ha accettato di partire nove mesi per il Ghana, destinazione insolita per il quarto anno all’estero. Una scelta al buio, per puro caso, di un progetto pilota tra i programmi di mobilità scolastica proposti dall’associazione Intercultura. La torinese Virginia Jacquemod, 26 anni, oggi vive in barca a vela e si occupa di progetti per preservare la biodiversità, come lo smaltimento delle reti da pesca contro l’inquinamento da micro plastiche, con la fondazione svizzera BioDesign Foundation. Ma la consapevolezza del problema ha iniziato a formarsi dieci anni fa, in quei giorni africani in cui andava a nuotare nell’oceano Atlantico.
I sacchi neri in acqua
«Molte volte mi è capitato di uscire dall’acqua spaventata, con il fiatone e l’ansia per queste buste immense, sacchi neri, plastiche di diversa natura che si attaccavano alle gambe e mi intrappolavano», racconta Virginia, che ricorda anche quei «fiumi di plastica quando c’erano le piogge, in gran parte formati dalle “sachets”, le bustine di acqua da mezzo litro che tutti buttano in strada». Oltre a imparare un «inglese ghanese» molto particolare, ha maturato la consapevolezza che l’inquinamento, così eclatante e visibile in Ghana, non fosse accettabile da nessuna parte nel mondo. Ne ha conservato il ricordo «così come l’intenzione di voler risolvere il problema».
Il ritorno a Torino
Quando poi è rientrata a Torino ha frequentato il quinto anno del liceo dopo aver dato gli esami di recupero previsti in caso di anno all’estero (nella pagella ghanese una delle materie era «lavoro con il cuoio») ed è ripartita per la triennale di Antropologia sociale e studio dello sviluppo alla Soas (School of Oriental and African Studies) dell’Università di Londra. «Dall’anno all’estero si torna scombussolati, io ero un’altra persona, prova ne sia che ballavo anche in una maniera diversa rispetto a quando ero partita e ho cavalcato quell’onda», testimonia Virginia che a suo modo incarna i valori di Intercultura, oggi presente in 60 paesi con l’idea di trasformare l’anno all’estero «non tanto in un’occasione di apprendimento linguistico, quanto soprattutto in un’opportunità di crescita personale e costruzione di ponti tra mondi diversi».
L'associazione Intercultura
In queste settimane sono in partenza 50 studenti da Torino per le destinazioni più varie, dagli Stati Uniti alla Cina, mentre il 10 novembre si chiudono le iscrizioni per partire il prossimo anno. Giovedì scorso al Sermig di Torino, 200 persone hanno partecipato all’aperitivo e al concerto a cura dell’ensemble «Chitarre della pace» per festeggiare i 70 anni dell’associazione di volontariato che ha portato finora circa 2 mila studenti torinesi all’estero, 55 mila italiani. Negli ultimi 30 anni, due terzi di loro sono potuti partire grazie alle borse di studio parziali o totali messe a disposizione da enti e aziende partner. Ma lo scambio culturale presuppone di uscire dalla zona di confort, non è sempre facile e non lo è stato nemmeno per Virginia. «Compilando il fascicolo, avevo indicato Paesi caldi fuori dall’Europa, la mia prima scelta era il Sudafrica. Un giorno mi chiamano chiedendomi se fossi interessata a fare un anno in Ghana, avevo tempo fino alla mattina dopo alle 10 per rispondere. Mia mamma era contraria, pensava che l’Africa comportasse un rischio elevato, tanto che ho accettato dichiarando che mi stavo assumendo tutte le responsabilità».
«Mezza ghanese»
Nei primi tre mesi ha fatto tanta fatica, con relativo «choc culturale» e allucinazioni dovute al farmaco anti malaria. Eppure non voleva tornare a casa e si è convinta che avrebbe comunque potuto stare bene. A quel punto era già «mezza ghanese», si è spostata in un’altra famiglia a Dansoman ed è rimasta fino alla fine. Un percorso di vita iniziato da quel primo viaggio nel mondo e proseguito per mare. «All’Università ho trovato alcune delle risposte ai paradossi che avevo osservato in Ghana, inquinamento compreso, ma cercavo anche soluzioni concrete».
La traversata atlantica
Quando è arrivato il Covid ha deciso di tagliare i ponti ed è partita per una traversata dell’Atlantico in barca a vela, andata fino ai Caraibi e ritorno. Una sorta di anno sabbatico che l’ha portata alla decisione di vivere sulla piccola barca di famiglia, di base a Venezia, lavorando per il porto. Di nuovo il caso l’ha chiamata ad Alicante, in Spagna, in occasione della partenza di una importante regata. Ed è lì che ha incontrato la BioDesign Foundation, una fondazione che si occupa di «soluzioni concrete ai problemi ecologici globali» ispirata al lavoro del visionario designer Luigi Colani. Da un anno vive e lavora su «Phileas», una barca acquistata e sistemata per sé («con il sostegno di mia madre che, malgrado mi avesse sconsigliato l’Africa, crede nei miei sogni ed è la mia prima promoter») da dove si occupa del progetto «Vox Maris – Zero reti in mare» per impedire la dispersione delle reti da pesca in mare. Una vita itinerante. Lo scorso novembre è partita da Marina di Carrara ed è arrivata in Sicilia nel nuovo anno, navigando da sola lungo tutta la costa tirrenica fuori stagione. Ogni porto dell’isola ha ospitato la barca per la presentazione del progetto e ad ottobre si effettuerà la prima raccolta di tutte le reti durante il fermo della pesca.
Il progetto sulle reti
«Ora la barca è già in Sardegna per portare lo stesso progetto anche lì: come Fondazione creiamo i centri di raccolta e la relativa filiera perché le reti vengano smaltite. Essendo formate da 4 plastiche diverse, bisogna insegnare ai pescatori e agli enti coinvolti a separare i materiali usando un sensore perché possano essere riciclati dalle poche aziende specializzate che hanno gli impianti per gestire e triturare questi rifiuti speciali». Le reti sono costose da conferire in discarica (dai 300 a 700 euro a tonnellata, a carico del pescatore) e così vengono spesso immagazzinate in depositi vari o «disperse» in mare. «Noi abbiamo sollevato il problema e trovato una soluzione, ora il progetto pilota in Sicilia verrà implementato su scala regionale in Sardegna. Quando sarà terminato anche qui, realizzeremo un documentario da presentare ai ministeri e all’Unione europea perché il sistema venga adottato su scala sistemica». Poi però Virginia passerà ad altro. Sta già pensando di allevare coccinelle, da usare al posto dei pesticidi contro i parassiti.

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Non  sono  diabetico ne  pratico per   motivi  di  salite e  fisici   sport  agonistici  ed  intensi  come  il suo ,  capisco   e reputo  tale  cosa  ingiusta, la   vicenda   di   Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico [ foto  a  destra  ] che  non  può  gareggiare   alle olimpiadi   e   a i modiali   acesso   roiservato   esclussivamente  o  quasi  agli atleti  appartenti  agli ordini  militari   ,  avendo io  il  favismo  : (...) è una condizione genetica che colpisce principalmente i globuli rossi, causata da una carenza di un enzima chiamato G6PD ( glucosio-6-fosfato deidrogenasi ). Questo enzima è fondamentale per proteggere i globuli rossi dal danno ossidativo, e quando manca o è difettoso, i globuli rossi diventano vulnerabili. Di solito, una crisi emolitica (cioè la distruzione dei globuli rossi) si verifica quando una persona con favismo entra in contatto con determinati trigger, come le fave, alcuni farmaci [  tra  cui  l'asprina  ]  o infezioni.Dal punto di vista genetico, il favismo è legato al cromosoma X, il che significa che tende a colpire maggiormente gli uomini, che possiedono un solo cromosoma X. Le donne, avendo due cromosomi X, sono solitamente portatrici sane, anche se in rari casi possono manifestare i sintomi.
( ... ) da https://istitutosalute.com/ : « Favismo: Cos’è, Cause e Cosa non Mangiare » Ora non sono  un medico  ne  tanto  meno  un  specialista  su tali argomenti   ma  posso dire  che   la  sua e   la  mia   posono essere  usate    come  discriminazione  . Infatti   io  non ho potuto   fare  il militare  e quindi  volendo la  carriera  militare   .  Ed  è  proprio   di questo che   tratta la   storia d'oggi 
 
da  https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/  4   gennaio  2026 

Non può ancora vivere di sport per una legge scritta durante il fascismo, che esclude le persone con diabete dai gruppi sportivi militari. Una norma mai aggiornata che, di fatto, impedisce anche ad atlete di livello internazionale di avere le stesse opportunità economiche dei colleghi. È uno dei paradossi con cui convive Anna Arnaudo, 25 anni, mezzofondista della nazionale italiana di atletica leggera, specialista delle lunghe distanze, due record di categoria all’attivo (10 mila metri e mezza maratona) e una carriera sportiva costruita a forza di chilometri e risultati.Arnaudo è anche una delle circa 150 inserite nel programma dual career del Politecnico. Nata a Cuneo nel 2000, tesserata per il CUS Torino, corre fino a 170 chilometri a settimana e, allo stesso tempo, fa ricerca: laureata con lode in Ingegneria informatica, oggi è dottoranda in Intelligenza artificiale applicata all’Ingegneria del software. Nel suo palmarès vanta piazzamenti internazionali di rilievo: undicesima agli Europei di corsa in montagna 2018, decima agli Europei dei 3000 metri su pista e nona ai Mondiali di corsa in montagna 2019. Nel 2021 ha vinto quattro titoli italiani e conquistato l’argento europeo nei 10 mila metri.

Anna, partiamo dall’inizio. Come nasce la corsa?
«Ho iniziato quasi per caso nel 2015. Frequentavo un istituto tecnico e avevo bisogno di una via di fuga. Non avevo grandi ambizioni, poi ho capito che correre era il mio mondo».

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Anna Arnaudo, 25 anni, in gara e il giorno della laurea


E lo studio non è mai stato messo da parte.
«No, ho sempre continuato. Mi sono laureata nei tempi, con lode, e ora sto facendo il dottorato».

È stato difficile mettere insieme tutto?
«Il primo semestre me lo ricordo come impegnativo, poi con il Covid ho potuto sfruttare le lezioni registrate e sono entrata nel programma dual career. È stato fondamentale».

Quando è stato d'aiuto?
«In due momenti chiave. Dovevo sostenere l’ultimo esame della triennale ma ero in Algeria per una gara: ho scritto al professore e ho potuto spostare l’appello. Lo stesso è successo prima della laurea magistrale, avevo gli Europei e una consegna importante. Non ho mai abusato delle facilitazioni, ho sempre cercato equilibrio. Sono molto organizzata, cerco di non perdere tempo e di essere essenziale».

Sport e studio si aiutano a vicenda?
«Sì. La pausa dallo studio è l’allenamento e viceversa. Dopo aver corso, il cervello è più libero per studiare. Dopo la soddisfazione di un esame passato corro meglio».

Ci sono stati momenti complicati?
«Tanti. Non è facile. A volte lo sport è stato penalizzato dallo studio e alcune gare sono andate male perché ero stanca. Ma ho imparato a non mollare: fallire fa parte del percorso, nelle gare come all’università».

Oggi potrebbe vivere di atletica?
«Nella mia situazione è complicato. Ho il diabete mellito di tipo 1 e una legge del 1932 esclude le persone diabetiche dai gruppi sportivi militari. Io non posso entrarci e quindi avere uno stipendio come gli altri. È una discriminazione che stiamo cercando di superare, siamo stati anche in Senato».

Che tipo di sostegno economico ha allora?
«Le trasferte con la nazionale sono coperte, c’è il supporto della Federazione e del CUS Torino e della Federazione delle Società Diabetologiche che sostiene gli atleti diabetici».

Viaggia molto: come studia in giro per il mondo?
«Mi porto sempre i libri. Ho imparato a studiare ovunque: in Patagonia, ai raduni a Tirrenia, d’estate a Sestriere».

Come la vedono i colleghi?
«Con molta stima. Avevo paura di essere etichettata come “quella che fa anche altro”. Invece il mio impegno è apprezzato».

E il futuro? Ricerca o atletica?
«Non saprei scegliere. Ora direi entrambe le cose, ho sempre avuto il piacere di farle insieme. Voglio continuare il dottorato, provare una carriera accademica e andare avanti con gli allenamenti per la maratona».


 

 

Epifania A Betlemme arrivano i Magi, simbolo cristiano contro tutte le “distinzioni di razza”

 Era il giorno di Natale del 1943, durante la Seconda guerra mondiale. Nella cattedrale dello Spirito Santo di Istanbul, il delegato apostolico Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, denunciò l’antisemitismo nazista nella sua omelia, presente l’ambasciatore del Terzo Reich in Turchia, Franz von Papen.
Disse Roncalli: “A Betlemme cominciano a sparire le distinzioni: se ci sono preferenze sono per i piccoli, per i poveri, per i reietti: la democrazia in azione, non secondo le rabbiose pretenzioni dei figli del secolo, ma secondo il buono spirito nuovo che tutti accoglie in una sola famiglia, senza distinzioni di razza, di lingua, di interessi. Le piccole braccia di Gesù Bambino egualmente aperte verso i pastori ed i
Magi sono le stesse che dalla croce gridano a tutti il rispetto della vera eguaglianza o fraternità universale”. Questo episodio della biografia di Roncalli apre un capitolo del saggio di Antonio Musarra, che insegna Storia medievale alla Sapienza di Roma: I Magi e la Stella. Viaggio a Betlemme (il Mulino, 327 pagine, 30 euro).
Lo storico spiega poi che, nell’antica prassi della Chiesa, i pastori della Natività designavano gli ebrei e i Magi, appunto, rappresentavano popoli diversi, senza alcuna discriminazione. Oggi la festa dell’epifania evoca l’arrivo dei Re Magi alla Grotta di Betlemme e nella tradizione cristiana i Magi sono tre: i primi re pagani, se non astrologi o o maghi, che portarono in dono al Bambino appena nato oro, incenso e mirra. La tradizione indica anche i loro nomi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Compaiono in un solo racconto evangelico, quello di Matteo, e la loro esistenza rimane un rebus storico. In ogni caso la narrazione sui Magi si è arricchita nei secoli di vari significati allegorici: “simbolo delle tre ‘razze primigenie’ della terra” (dai tre figli di Noè); simbolo “dei tre continenti, dei tre stati del mondo (i sacerdoti, i guerrieri, i produttori)), dei momenti dell’esistenza umana (la giovinezza, la maturità, la vecchiaia)” e altro ancora.DAL VANGELO di Matteo: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: ‘Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo’”. Il libro di Musarra è uno splendido reportage da Betlemme, accuratissimo non solo dal punto di vista storico, laddove si prova davvero la sensazione di “trovarsi al centro del mondo”. E ancora: “Al di là delle improbabili rappresentazioni presepiali di casa nostra, ciò che ci si aspetta di trovare corrisponde a ciò che si trova: un luogo mistico, carico di secoli”.La palestinese Betlemme città di David e poi della nascita di Gesù: oggi ha ventimila abitanti e assomiglia a una città del Sud degli anni cinquanta. Ci sono meno di dieci chilometri tra la Porta di Giaffa della Città Vecchia di Gerusalemme e la Basilica della Natività di Betlemme. E ogni metro racchiude secoli di storia e religione: il reportage di Musarra emoziona e fa viaggiare chi lo legge.

Infatti  secondo   ,  da  cui   ho  tratto l'immagine  sopra  a    a  sinistra ,L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort


I Re Magi

Il cantastorie arrivò sul far della sera.
Non fece annunci, non chiamò nessuno.
Si sedette, accordò lo strumento
e cominciò piano.
I bambini si avvicinarono per primi.
Gli adulti rimasero un po’ indietro,
come si fa quando non si è sicuri
di avere ancora tempo per le storie.
«Questa», disse il cantastorie,
«è la storia di un lungo viaggio.»
Raccontò di uomini venuti da lontano.
Non disse che erano re,
disse solo che erano studiosi che passavano le notti a scrutare il cielo,
ed è così che capirono che qualcosa di grande stava per accadere.
Disse che una notte videro una luce
e capirono che non potevano ignorarla.
Non perché sapessero tutto,
ma perché sentivano che quella luce
li stava aspettando.
I bambini ascoltavano in silenzio.
Agli adulti tremò qualcosa dentro
quando il cantastorie disse
che i Magi portarono doni
non per dovere,
ma per gratitudine.
Perché quando incontri qualcosa di vero
non arrivi mai a mani vuote.
Raccontò che trovarono un bambino povero,
inermi anche loro davanti a quella semplicità.
E che capirono, in quel momento,
che la grandezza non fa rumore
e non chiede di essere difesa.
«E poi», disse il cantastorie,
«tornarono a casa per un’altra strada.»
Non spiegò perché.
Non ce n’era bisogno.
Quando smise di suonare,
i bambini fecero domande.
Gli adulti restarono in silenzio.
Perché avevano capito
che quella storia non parlava solo del passato.
E l’Epifania è proprio questo:
una luce che ti viene incontro,
ti cambia piano,
e ti insegna a tornare
diverso da come sei partito.



3.1.26

Non toccate chi ha più di 50 anni

Lo  so    che  manca  quasi  un mese   ai mie 50  anni  .   Ma  non riesco a  smettere   di  pensarci e  fare iconto  alla  rovescia   . Se prima ero , come potete notare dal post originale che avevo scritto prima di vedere queto video che descive alla perfezione la mia generazione la quale Non si preoccupava il body shaming, la presa in giro, il militare. Affrontavamo tutto a testa alta, senza paura: le guardie, le prese in giro dei professori. Se ti fermavano controsenso invece della multa il poliziotto ti dava uno scappellotto. Altro che airbag, esp, aria condizionata. Erano altri tempi ma che tempi.




Alla fine sono arrivati, i miei temuti 50 anni. Temuti perché è sempre tempo di bilanci, tirare le somme (  come  fa   , proprio come  un  mio  incubo fatto di recente   , il  protagonistas  di questo    second video )  , insomma ci si guada indietro. Sono nato tra l'inverno è la primavera o meglio Il 28 febbraio era chiamato “VI Kalendas Martias” (cioè sesto giorno prima delle Calende di marzo, contando inclusivamente, come facevano i latini ).
 

 

 ho conosciuto i computer a cassette, i primi cellulari , i magianastri , i cd , i flopdisch , le passeggiate al corso, gli appuntamenti dati sotto i portici e le chiamate con i gettoni e poi a scheda dalle cabine telefoniche a casa degli amici o a casa .FGli ultimi sprazzi della vita contadina degli stazzi . Quando ero piccolo vedevo mio padre come uno che non stava al passo sulla musica, che mi diceva si negli anni miei facevamo questo e quello, mi ero ripromesso di non cadere in questa trappola nostalgica e malinconica, ma eccomi qua, nostalgico e malinconico, che ascolto musica dei miei genitori e spesso sprofondo in radio tipo "dimensione suono soft"... Arrivati a questo punto non escludo che tra qualche anno mi venga il desiderio di fare l'orto o cose così. Vi potrei dire che ho vissuto anni bellissimi in periodi bellissimi, ma non è proprio così, ho vissuto anni tostissimi, alla ricerca di me stesso, con l'ansia di non sentirmi mai realizzato, da non goermi neppure l'estate perchè er semrpre rimandato a settembre , cercando qualcosa che mi facesse stare meglio, o che potesse placare la mia insoddisfazione. Ricerco una crescita personale, questa è stata la mia costante negli ultimi 10 anni( e ancora lo sarà perchè la vita è sempre in continua discussione , forse a tentoni, forse in modo sbagliato ma cerco sempre di crescere e migliorarmi, forse è l'unica realtà che posso affermare con serenità. Per questo motivo ho lasciato indietro persone alle quali ho voluto veramente bene, non scrivo mai e non ho più neanche l'interesse di essere letto, compreso o compatito, scrivo per me e per chiarirmi su chi sono e da dove arrivo. In questo percorso dove ho conosciuto tante gente, sappiate che vi porto tutti nel cuore anche chi per un errore o per altro, mi ha ferito; siete riusciti a rendermi più forte ogni volta di più, e per questo a modo mio vi sono grato ♥️ in ogni caso vi falia un rajiu, ma vi sono grato. Beh andiamo avanti e vediamo di rendere questi 50 memorabili, per scrivere un post migliore per i 60. Grazie.

GIANNI, PAOLO, CHIARA. E GLI ALTRI di © Daniela Tuscano

Se c'è qualche speranza, e c'è, in questo mondo, si deve a loro. Una speranza che non cancella il dolore, né lo spiega; e tuttavia resta speranza, anzi, certezza, perché quel dolore lo attraversa, lo fa proprio, e in quel momento lo supera. Gl'impedisce, cioè, di avere l'ultima parola.
Gianni, Paolo e altri di cui ancora non conosciamo i nomi, che forse non conosceremo mai; ma sappiamo esistere; Gianni e Paolo, che li rappresentano tutti, sono lì, un giovanissimo e un uomo adulto, per qualche
ora, forse per qualche giorno, poi li dimenticheremo. E invece dovremmo sempre tenerli a mente.
Hanno salvato quanti più ragazzi potevano dal rogo di Capodanno a #cransmontana. Hanno visto, hanno agito. In nome della vita: non più della loro, né di quella altrui: la vita è vita, senza aggettivi, senza possesso. Gianni, Paolo e, prima ancora, #aymaneeddafali, #paolofoglia, #lorenzopianazza; ma anche #ahmedelahmed e #mohammedmassat, il poliziotto musulmano che la stessa notte di Cras-Montana, ma molto più lontano, ad #aleppo, ha fermato un terrorista dell'#Isis che voleva colpire i #cristiani, rimanendo ucciso. Situazioni diverse? Semmai, diversamente eguali; d'una eguaglianza che completa, e ogni volta sorprende, perché dietro ha una storia irripetibile e concreta.
Gianni, Paolo, Aymane, Paolo, Lorenzo, Ahmed, Mohammed e gli altri: senza trascurare la solerzia della #protezionecivile e gli aiuti provenienti dall'estero (#israele ha messo a disposizione un team di specialisti) dovremmo ripeterli continuamente, questi nomi, come un salmo. Senza spiegarli, ché qualsiasi chiosa li impoverirebbe.
#chiaracostanzo non ce l'ha fatta. Aveva sedici anni, era italiana, milanese. Le amiche la ricordano come una ragazza gioiosa, che studiava danza classica. Noi la conosciamo adesso, nelle immagini dei media dove appare meravigliosamente bella, ed è lei, ora, l'icona di quell'entusiasmo innocente che il fuoco ha spento. L'altro volto che assieme alla speranza non dobbiamo dimenticare. E preghiamo per #achillebarosi, milanese anch'egli, disperso. Portava al collo una Madonnina.


© Daniela Tuscano

2.1.26

si ritorna alla vità normale o quasi le feste sono finite . primo post del 2026

Rieccoci  le  feste  di natale  sono  quasi finite manca  l'epifania   anzi meglio volate   e quindi si  ritorna  alla  vita  normale  .  Infatti  il livello  di art  puzzule  di easybrain   mi  sono  ricordato     che devo  prenotare  l'appuntamento  dal barbiere   possiamo e  alle  nostre  attività  e    come  dice  il  video     sotto   ritornare alla  normalità   e uscire    dall'ipocrisia  natalizia  e  ritornare  a \ riprenderci a



   Ecovi  alcune  storie  (   chi  le   avesse   già  lette  sui  miei  social  ,  può    saltare  il  post )   


Bimba fa cadere la sorella, all’ospedale scoprono che le ha salvato la vita: “È stato un incidente d’amore”Una caduta accidentale in casa ha portato alla scoperta di una lesione congenita mai rilevata dai controlli. La madre documenta ora sui social il percorso terapeutico e i progressi della figlia dopo la diagnosi.Breaking news e storie del giorno nel tuo feed Google. Segui Fanpage.it.

A cura di Niccolò De Rosa


Nell'ultimo giorno dell'estate 2024, in un piccolo appartamento del Colorado, una famiglia ha vissuto un episodio destinato a trasformarsi in una storia di salvezza. A raccontarlo è Jewel, una mamma di 27 anni che da qualche tempo sui social condivide il percorso terapeutico della sua secondogenita, dopo che un incidente domestico, involontariamente provocato dalla sorella maggiore, ha svelato una minaccia nascosta che rischiava di metterne in pericolo la vita.
L'incidente e la scoperta inattesa
Il fatto risale al 20 settembre di più di un anno fa. La piccola di appena quattro mesi è adagiata sul tappetino. Jewel si è allontanata per togliere il bucato dall'asciugatrice, appena pochi passi più in là. La sorella maggiore, Harper, inginocchiata accanto alla neonata, prova a sollevarla per tenerla in braccio. Un gesto ingenuo e colmo d'affetto, ma le piccole dita perdono la presa, facendo cadere la bimba da un'altezza di circa trenta centimetri e provocandole un colpo alla testa.Dopo il panico e lacrime, la famiglia corre al pronto soccorso, dove però gli esami sono rassicuranti. Nè la risonanza, né la radiografia rilevano traumi significativi. Un bel sollievo per Jewel, anche perché la storia della bambina è stata travagliata fin dall'inizio. La gravidanza era infatti stata molto difficile e si era conclusa con un parto cesareo d'urgenza alla 37esima settimana perché la piccola aveva mantenuto la posizione podalica.

Prima delle dimissioni dal reparto però, un semplice esame di routine mostra livelli di ossigeno pericolosamente bassi, tanto da spingere i medici a ricoverare la bambina in terapia intensiva pediatrica. Segue quindi una settimana di ricovero, poi mesi di ingressi e uscite dall’ospedale. Ogni raffreddore degenerava in polmonite, ogni respiro era una sfida per quel corpicino. Solo nel marzo 2025, dopo una risonanza cerebrale più approfondita, arriva la verità: durante la gestazione la figlia aveva subito un ictus in utero, una lesione che nessun controllo prenatale aveva rivelato. Una vita da impostare da capo  La diagnosi mette la bambina e la sua famiglia davanti a un futuro complesso, fatto di  limitazioni fisiche, controlli medici continui e un lungo e faticoso cammino di riabilitazione. La precocità della scoperta ha però anche un aspetto decisamente positivo. I medici sostengono infatti che, senza quella diagnosi, la bimba non sarebbe sopravvissuta. "Se non avessimo portato la nostra bambina apparentemente sana al pronto soccorso quella fatidica notte, l'avremmo persa", scrive su TikTok Jewel, che oggi definisce l'episodio un "incidente d'amore". Perché da quell'eccesso di affetto tragico – e allo stesso provvidenziale – che provocò la caduta della piccina è nata la possibilità di un domani diverso.Jewel ha iniziato a raccontare tutto sui social, cercando una comunità che comprendesse la loro storia. Quel racconto è diventato un simbolo: migliaia di persone seguono la piccola nei suoi progressi, trasformando la paura in sostegno, la fragilità in forza condivisa. E oggi quella sorella che quel giorno pianse e chiese scusa a chiunque incontrasse, viene chiamata  da tutti "l'eroina che ha salvato la sorellina".


 concludo   con  un0  altra di quelle  storie   di cui avremo   fatto  a meno    ma    che  fa  arrabiare   e rendere    logico e  chiaro del  perchè      i giovani  che  lasciano l'italia  sono  di  più   di quelli che   vengono e  fuggono quI   dal sud  del mondo 




Un'iniziativa che dovrebbe farci riflettere: il governo britannico ha introdotto linee guida obbligatorie per le scuole secondarie per combattere la diffusione della cultura incel e della misoginia online.I numeri parlano chiaro: oltre la metà degli studenti tra gli 11 e i 19 anni ha sentito commenti misogini solo nell'ultima settimana. Un dato che definisce il fenomeno come "a scala epidemica". Cosa prevede il programma? Gli studenti riceveranno educazione sui collegamenti tra pornografia, stereotipi di genere e odio verso le donne. Uno degli elementi chiave è l'introduzione di modelli maschili positivi, per aiutare i ragazzi a distinguere tra comportamenti sani e le narrative tossiche che circolano nella cosiddetta manosfera. Parallelamente, il governo ha aggiornato le linee guida per i corsi di educazione sessuale e affettiva, che ora includono lezioni per contrastare la misoginia e il crescente appeal di influencer controversi. Un approccio da cui tutti i sistemi educativi potrebbero trarre ispirazione.E da noi? L'Italia è pronta ad affrontare questa sfida con la stessa determinazione? La cittadinanza, stando alle ultime ricerche, è più che pronta: è la politica a nascondersi dietro un muro di inaccettabile ipocrisia.
















24.12.25

STANCO NATAL e NATALE DEI POVERI

Cari amici    vicini e  lontani   . Ecco  giunti alla  vigilia      e  a  chiderci      come ogni   anno  . A che serve una festività rossa sul calendario? A non andare al lavoro pur essendo pagati, per i cinici. A tenere liberi i credenti, che devono fare il “tagliando” alla propria fede, visto che per la maggior parte le festività sono religiose, pensa la Chiesa. E a ricordare che, in fondo, una fede i credenti ce l’hanno, pur se male in arnese. Premesso che questi Caffè sono scorretti e non c’è un ufficio reclami, esagerare sarebbe
sbagliato. Perché c’era, ora meno, un’altra ragione per cui la festa, per quanto sempre più “commerciale”, sia osservata: è l’unico giorno dell’anno in cui è difficile sfuggire al dovere di riunirsi alla famiglia. In molti casi, poi, mette assieme diverse famiglie, o quella allargata. Certo, Benjamin Netanyahu, detto Bibi (in ebraico בנימין נתניהו‎) continiuano i.n maniera diretta o indiretta a massacrare e far massacrare da coloni sionisti i palestinesi e Putin continua a bombardare gli ucraini e il contrasto con le ingozzate al cenone, talvolta degne di un reparto di gastroenterologia, è lacerante. Ma è giusto festeggiare, anche per i non credenti: ci si riunisce comunque intorno alla stessa tavola, cosa che dovrebbero fare anche le coppie separate che hanno figli, evitando di torturarli con i turni: «Cenone con mamma e pranzo del 25 con papà». E sì, ci stanno pure il cugino antipatico e il nonno catarroso: è famiglia. Per una sera, al diavolo guerre, tg e slogan pubblicitari. E' Natale .  Ma  non per     questo    dimentiucare     chi soffre

  da  unione      sarda  del  24\12\2025 


Giuseppe, 74 anni, vive in un giaciglio di fortuna sotto l’Asse mediano di scorrimento, di fronte all’ex Motel dell’Agip, all’uscita da Cagliari. «Siete arrivati, posso avere un tè caldo?», dice ai volontari della Croce Rossa di Cagliari che, ogni notte, arrivano a portargli pasti caldi, bevande e alimenti. Carmen e Stefano, neanche trentenni, un passato di tossicodipendenza e prostituzione, vivono, hanno trovato rifugio sotto un ponte in via Po. Bruno, poco più che cinquantenne, dopo aver perso il lavoro è finito a vivere in strada: adesso la sua casa è un materasso poggiato su due piazze di cartone, il suo tetto è la vecchia scala mobile del mercato di San Benedetto (chiuso per ristrutturazione). «Non dormo da tre giorni, con la pioggia è impossibile», racconta.
Invisibili
Poche storie, invisibili, ai margini delle strade della città, oscurate dalle luci natalizie. Ma quelle di Giuseppe, Carmen, Bruno non sono storie isolate di vite sfortunate. C’è quella di Pierluigi, nelle gallerie Ormus, o Marino, in viale Marconi. I senza fissa dimora nel capoluogo assistiti dai volontari dell’Unità di strada della Croce Rossa di Cagliari sono un vero e proprio esercito silenzioso che continua a crescere: 55 persone vivono al freddo in strada. Esistenze precarie, vite riscaldate anche a Natale dai volontari della Croce Rossa. «Ogni sera, fino a mezzanotte, usciamo con la scusa di portare un pasto caldo, ma l’obiettivo principale è quello di fare con loro una chiacchierata, capire come stanno, scherzare con loro, se possibile, portarli per un attimo fuori dalla condizione di vulnerabilità in cui si trovano», dice Alessandro Montis, referente dell’Unità di strada della Croce rossa di Cagliari.
Il giro
Il servizio dell’Unità di strada viene garantito tutti i giorni, Vigilia, Natale, Santo Stefano e Capodanno compresi, da una decina d’anni grazie all’accordo con l’assessorato comunale alle Politiche sociali, ma è da vent’anni che i volontari girano la notte a portare un po’ di conforto alle persone senza fissa dimora. Nei giorni di festa, come ogni notte, si comincia verso le 19. L’appuntamento è nella sede della Croce Rossa, in viale Merello. Da qui i volontari dell’unità di strada partono per distribuire la cena e conforto: la notte di Natale è una come tutte le altre dell’anno per i volontari. Solo il menù è una festa, e questo cambia per gli assistiti. «Per Natale un pasto diverso, lasagne, cotoletta impanata, panettone o pandoro», spiega Luisa Pellerano, delegata obiettivo inclusione sociale della Cri di Cagliari.
Le vite
Tutti i volontari dell’unità di strada della Croce Rossa di Cagliari conoscono e chiamano per nome i senzatetto, per restituire loro un’identità che altrimenti si perderebbe fra cartoni, roulotte, tende e ricordi del passato. Spesso si tratta anche di persone che prima avevano uno “status”: «Ho fatto per tanti anni il muratore, ero capo cantiere e pure bravo», racconta Giuseppe, da 30 anni in strada. «Mi è sempre piaciuto lavorare, poi le cose sono andate male e sono finito così». Cosa desidera per Natale? «Solo una casa, un letto dover poter dormire al caldo e un bagno dove fare una doccia con l’acqua calda tutte le mattine».
Nella vita dei senza fissa dimora i giorni di festa sono uguali a tutti gli altri: sempre in strada. Perché chi vive in strada è sempre un ex qualcosa, un impiegato, un operaio, un marito, finito senza un tetto per le avversità della vita. «Vivevo con i miei genitori in affitto in via Monti, poi sono morti ed è cominciato il calvario», racconta Bruno. «Ho trascorso dieci mesi in ospedale per una broncopolmonite. Chiedo solo un posto per dormire, per mangiare mi arrangio». Che regalo vorrebbe per Natale? La risposta è sempre la stessa. «Un posto dove poter dormire e lavarmi», risponde Bruno. Perché in roulotte vivono i più fortunati. Chi non ha un mezzo, proprio come Bruno, dorme all’addiaccio.
Il servizio dei volontari della Croce rosse finisce a mezzanotte. Piove ancora, i volontari consegnano gli ultimi pasti e regali.

22.12.25

fedeli all'arma da quattro generazioni continua la tradizione della famiglia contini

   credevo      fosse  uno stereotipo   ironizzato   da  checco zalone   in un  suo film     . Invece    .... 

   nuova  sardegna   22\12\2025



17.12.25

Per 33 anni 'ostaggio' dell’Italia dove è nata e cresciuta, ora è finalmente apolide: il decreto del Viminaleente apolide: il decreto del Viminale ., Sputa la foglia che gli era finita in bocca per il vento, 86enne riceve una multa di 285 euro per abbandono di rifiuti



ecco dopo la precedente ecco altre due storie d'assurde






 decreto del Viminale

(Adnkronos) – E’ arrivato un provvedimento che fa giustizia in una storia che si trascinava da troppi anni. A Suada Hadzovic, trentatré anni vissuti tutti in Italia fin dalla nascita, un decreto del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno ha riconosciuto lo status di apolide. Una conquista, quella attestata nel documento che porta la data del 9 dicembre in possesso dell’Adnkronos, che la libera da una condizione di surreale costrizione, di fatto ostaggio del Paese in cui è nata e cresciuta perché impossibilitata ad avere un documento, il passaporto o anche solo la carta d’identità valida per l’espatrio. La storia di Suada era stata denunciata dall’agenzia di stampa più di un anno fa, a novembre 2024, evidenziando le conseguenze grottesche di un ‘buco’ di legislazione in cui è finita per la sola ‘colpa’ di un percorso di vita difficile, complicato ulteriormente dal cortocircuito di una burocrazia che ha prodotto un evidente paradosso. Oggi, il provvedimento amministrativo che le restituisce la libertà.
Suada Hadzovic nasce ad Albano laziale il 21 ottobre 1992, da due genitori stranieri di origini slave ma anche loro nati in Italia. Il padre, nato il 10 ottobre 1975 sempre ad Albano laziale e di nazionalità serba, muore il 16 ottobre del 2000, quando Suada ha 8 anni. La madre, sempre di nazionalità serba e nata a Torino il 29 luglio del 1975, decide alla morte del padre di affidare Suada a una casa famiglia, la Comunità 21 marzo di Terracina. Da questo momento, entra in gioco come tutrice legale un assistente sociale. Quando ha 14 anni, Suada viene trasferita in un’altra casa famiglia, la Comunità Domus Bernadette, a Roma.
Al compimento del diciottesimo anno di età, in base alla legge 91 del 5 febbraio del 92, Suada avrebbe avuto il diritto di diventare cittadina italiana presentando una semplice dichiarazione di volontà all’Ufficio di Stato Civile del comune di Roma. Il problema è che il Comune di Roma non manda la relativa comunicazione nei sei mesi precedenti, come avrebbe dovuto fare in base all’art. 33 della legge 98/2013, e la tutrice legale non informa Suada di questa possibilità. La conseguenza è che al compimento del diciannovesimo anno di età la ragazza perde il diritto alla cittadinanza. Nel 2010 Suada ottiene il suo primo permesso di soggiorno in cui viene erroneamente indicata la cittadinanza serba, deducendola evidentemente dalle origini dei genitori. E qui c’è l’altro snodo chiave della vicenda. Perché la Serbia, come risulta dalla comunicazione ufficiale dell’Ambasciata serba in Italia, dichiara esplicitamente che Suada Hadzovic non è cittadina serba. Del resto, non ha mai messo piede in Serbia ed è vissuta in Italia fin dalla sua nascita.
Nel corso degli anni, Suada e i legali ai quali si è rivolta tentano diverse strade, incluse la richiesta di cittadinanza per residenza e la richiesta dello status di apolide. Ma tutte le istanze si infrangono su sentenze di Tribunale che non indicano mai una soluzione al problema. “Fatto sta che mi ritrovo a 32 anni prigioniera di un Paese, in cui sono nata e in cui vivo da sempre, che non mi riconosce come cittadina e che sostiene io sia cittadina di un altro Stato in cui non ho mai messo piede”, sintetizzava con amarezza un fa, in attesa di rivolgersi al prossimo legale e di fare l’ennesimo tentativo per uscire dalla sua condizione di ostaggio. Diventata adulta, con un compagno e un figlio italiani, rimane senza nazionalità e senza cittadinanza, priva di passaporto e con una carta d’identità che continua a recitare la dicitura ‘non valida per l’espatrio’. Da oggi, però, lo status di apolide libera Suada Hadzovic dalla sua condizione e le restituisce, finalmente, il diritto a muoversi anche fuori dall’Italia. (Di Fabio Insenga)

cronaca webinfo@adnkronos.com (Web Info)


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Sputa la foglia che gli era finita in bocca per il vento, 86enne riceve una multa di 285 euro per abbandono di rifiuti



(Foto: Facebook)© Social (Facebook etc)

(Foto: Facebook) Sputa la foglia che gli era finita in bocca per il vento, 86enne riceve una multa di 285 euro per abbandono di rifiuti© Social (Facebook etc)
Si era seduto su una panchina, gli è finita una foglia in bocca a causa del vento, l'ha sputata per strada e ha ricevuto una multa di 285 euro per abbandono di rifiuti. È la disavventura di un uom di 86 anni, RoyMarsh, fermato da due agenti che hanno visto il gesto. Accade a Skegness, in Inghilterra«Inutile e sproporzionato»
L'anziano ha denunciato alla BBC l'accaduto, definendolo «inutile e sproporzionato». La sanzione, dopo un ricorso, da 285 euro (circa 250 sterline, ndr) sarebbe dovuta essere ridotta a 170 euro (150 sterline), ma l'86enne ha dovuto comunque pagare l'intero importo.
Secondo il consigliere della contea Adrian Findley, si tratta di uno dei tanti casi in cui gli agenti hanno calcato la mano laddove non ce n'era il bisogno. Il consiglio distrettuale di Eat Lindsey ha dichiarato alla BBC che gli agenti avrebbero fermato solo chi è stato visto «commettere reati ambientali».

MA IN CHE PAESE VIVIAMO? I DELINQUENTI SONO A PIEDE LIBERO E CHI DENUNCIA IL RACKET È COSTRETTO A FALLIRE STORIA DI MAURIZIO DI STEFANO, 59ENNE COSTRETTO A CHIUDERE IL RISTORANTE A BOLOGNA DOPO CHE LO STATO RIVUOLE INDIETRO I 150MILA EURO CHE GLI AVEVA DATO PER RICOMINCIARE FUORI DALLA SICILIA.

 da  dagospia  del  17\12\2025

MA IN CHE PAESE VIVIAMO? I DELINQUENTI SONO A PIEDE LIBERO E CHI DENUNCIA IL RACKET È COSTRETTO A FALLIRE -
 LEGGERETE LA STORIA DI MAURIZIO DI STEFANO, 59ENNE COSTRETTO A CHIUDERE IL RISTORANTE A BOLOGNA DOPO CHE LO STATO RIVUOLE INDIETRO I 150MILA EURO CHE GLI AVEVA DATO PER RICOMINCIARE FUORI DALLA SICILIA. IL MOTIVO? "I MAFIOSI CHE MI IMPONEVANO IL PIZZO A CATANIA SONO STATI CONDANNATI PER USURA AGGRAVATA E NON PER ESTORSIONE. SONO VITTIMA DELLO STATO PER DUE VOLTE: PRIMA MI HA PORTATO A ESEMPIO PER QUANTI NON SI PIEGANO AL RACKET, ORA LO STESSO STATO MI TRATTA COME UN BANDITO…” 

Estratto dell’articolo di Alfio Sciacca per il "Corriere della Sera"

 

maurizio di stefano 3

Dieci giorni fa ha chiuso per sempre il suo ristorante a Bologna.

Si chiamava «Liccu», che sta per goloso ed era un rifugio dove gustare tutte le specialità della rosticceria e della pasticceria siciliana. Ma era anche il segno tangibile di una storia di riscatto. Il titolare, Maurizio Di Stefano, 59 anni, aveva infatti avviato l’attività con i fondi per le vittime di estorsione. 

Circa 150 mila euro che ora lo Stato vuole indietro. «L’Agenzia delle Entrate mi ha notificato una cartella esattoriale per lo stesso importo». Perché? «La motivazione è che i mafiosi che mi imponevano il pizzo sono stati condannati per usura aggravata e non per estorsione ».

 

maurizio di stefano 1

Di Stefano ha provato ad opporsi, ma ha dovuto fare i conti con un’altra faccia dello Stato: la lentezza della giustizia. «La prima udienza del ricorso in sede civile è stata fissata per gennaio 2027 —racconta—. L’opposizione non sospende la cartella e quindi ora devo pagare, poi si vede. Ma io non ho dove prenderli 150 mila euro. Se non pago mi viene pignorato tutto, anche il conto corrente. Non mi resta che chiudere, vendere il ristorare e provare a racimolare i soldi per pagare la cartella». 

Tanta la rabbia. «Prima lo Stato mi ha portato ad esempio per quanti si piegano al racket, ora lo stesso Stato mi tratta come un bandito e ruba il futuro mio e della mia famiglia. In Italia si dicono tante belle parole, ma poi la realtà è questa e te la sbattono in faccia senza tanti scrupoli. Mi sento tradito due volte».

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 La storia di Maurizio Di Stefano comincia oltre 20 anni.

In Sicilia era la stagione della rivolta dei commercianti contro la mafia del «pizzo». E lui fu uno dei protagonisti. All’epoca viveva a Catania dove gestiva due librerie: una all’interno dell’aeroporto, l’altra in centro città. Attività che, come tante in quegli anni, finirono nel mirino della mafia. In particolare della temuta famiglia Nizza […] Gli imponevano di pagare 800 euro al mese di «pizzo». Più l’obbligo di accettare e scambiare un giro di assegni strani che erano anche una forma di usura. Fino a quando Di Stefano non decise di ribellarsi, denunciando e facendo arrestare alcuni dei suoi aguzzini.

 

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«[…] Nel 2018 decisi di chiudere con la Sicilia e di ripartire con una nuova attività qui a Bologna». Di Stefano aveva ripreso in mano la sua vita. Tutto sembrava filare liscio. «L’attività in questi anni è andata benissimo —spiega —. Il locale era sempre pieno.

Pensavo di essermi lasciato per sempre il passato alle spalle. E invece all’improvviso lo Stato si è rifatto vivo trattandomi come un lestofante».

 

Oltre alla rabbia c’è anche tanta amarezza. «A suo tempo erano in tanti che mi davano coraggio e mi dicevano che avrei potuto contare sul loro aiuto. Sono spariti tutti. […]».

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 Di Stefano sostiene che il processo ai suoi estorsori non sarebbe mai cominciato. «Sono andati avanti con il processo per usura — spiega — mentre quello per estorsione non si è mai capito che fine abbia fatto». Non gli resta che fare i conti con la solitudine.

[…]

la vergogna non deve essere la fine di una storia.A volte è solo il punto da cui qualcuno trova la forza di ricominciare.Monica Lewinsky

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