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3.6.26

medici attivi. anche. in. vacanza . il caso. di ilaria Valentini e Riccardo Marchetto, che. salvano. una. vita. durante un volo. per il Marocco

da. Lorenzo Tosa.


 Loro sono Ilaria Valentini e Riccardo Marchetto, due infermieri vicentini dell’Ulss 8 Berica, nonché marito e moglie, e quello che hanno fatto merita di essere raccontato e, perché no, pure premiato. Erano in partenza per le vacanze per il Marocco, in volo da Bergamo a Marrakech. Pochi minuti prima dell’atterraggio, un bambino si è sentito male, colpito da un grave arresto respiratorio per un’ostruzione delle vie aeree in seguito a un episodio di convulsioni febbrili.Di fronte alla richiesta dell’equipaggio di assistenza sanitaria, Ilaria e Riccardo sono intervenuti immediatamente, trovandosi di fronte a un bambino molto piccolo, cianotico e incapace di respirare.I due infermieri hanno cominciato allora le manovre di emergenza: prima la disostruzione e subito dopo la rianimazione pediatrica. Il tutto con la difficoltà ulteriore della lingua, privi delle dotazioni mediche necessarie, di mascherine facciali, ossigeno inutilizzabile e defibrillatore solo in modalità adulti.La coppia non si è lasciata scoraggiare e ha praticato comunque tutte le manovre necessarie, tra ventilazioni e massaggio cardiaco. Lo hanno fatto per due volte, fino a quando il bambino non ha ripreso a respirare.In pratica, gli hanno salvato la vita, mentre si trovavano in vacanza, senza quasi strumentazione, solo con la propria esperienza e una buona dose di sangue freddo, ottenendo il plauso pubblico dell’Ordine degli Infermieri di Vicenza che riassume tutto:“Il loro è stato un esempio autentico di competenza, responsabilità e umanità”.Competenza, responsabilità e umanità. Tutto insieme. Queste sono le storie che meritano di essere raccontate e fatte conoscere. E mi auguro che il Presidente della Repubblica Mattarella li inviti presto al Quirinale per premiarli ufficialmente. Sono sicuro che sarà così.È il minimo per dir loro grazie a nome di un Paese intero

2.6.26

provocazione referendum. 2. giugno 1946. - 2. giugno 2026

 


Ripensavo al fatto (piuttosto drammatico, è vero) che al celebre Referendum,nell'indipendentistissima Sardegna -in controtendenza rispetto al resto d'Italia- vinse la Monarchia. Infatti su oltre 560.000 sardi votanti, la scelta Monarchica prevalse nettamente con il 60,93% delle preferenze, mentre la Repubblica si fermò a un più modesto 39,07%.Ora, se per una volta riuscissimo a trarre qualche vantaggio dall'essere una Regione a Statuto Speciale, io proporrei di sentire al volo quel fustacchione di Emanuele Filiberto e ripristinare la Monarchia (come dal Popolo Sardo espressamente richiesto in sede referendaria) rendendoci così finalmente e definitivamente indipendenti dall'odiata Repubblica Italiana.UNICO METODO FUNZIONANTE! Carta a nostro favore: facciamo ancora la Cavalcata Sarda perché non abbiamo mai smesso di strizzare l'occhio ai cari vecchi Savoia. Condividi se hai un cuore monarchico


Per. approfondire
del referendum in sardegna. fonti

25.5.26

Dalla nostalgia all’arte: quattro opere donate alla città natale La giovane ed emergente artista contemporanea Valentina murtas ha realizzato una collezione di quattro tempere su tela


L'arte e la nostalgia sono due concetti da sempre legati in un abbraccio indissolubile. La nostalgia, intesa come il desiderio doloroso di tornare a un tempo passato o a un luogo perduto, è stata per secoli il motore creativo di innumerevoli capolavori, agendo come una risorsa potente per comprendere la nostra identità e il nostro vissuto.  Infatti Secondo IA MODE
L'Arte come Archiviazione del Tempo
Fin dalle sue origini, l'arte ha cercato di fermare l'attimo, rendendo eterno ciò che per sua natura è destinato a svanire:
Memoria emotiva: L'arte visiva, la letteratura e la musica riescono a evocare ricordi ed emozioni profonde, trasformando il passato in un'esperienza tangibile.
Catarsi e riflessione: Opere come quelle di grandi pensatori e poeti (da Leopardi a Proust) utilizzano la nostalgia come lente per esplorare l'animo umano, dando un senso alla nostra finitezzaInfatti.
Il legame tra nostalgia e arte è profondo: la nostalgia non è solo un sentimento, ma un potente motore creativo che trasforma il rimpianto in bellezza immortaleEcco come questo sentimento si trasforma in espressione artistica:
Il Significato PsicologicoRifugio emotivo: L'arte canalizza il dolore del passato in forme visive o sonore confortanti.
Idealizzazione: Il ricordo viene filtrato, eliminando i lati negativi per creare un'estetica perfetta.
Ricerca d'identità: Gli artisti esplorano le proprie radici per capire il presente. [1, 2]
La Nostalgia nella Storia dell'ArteRomanticismo: Movimento fondato sulla malinconia, sul brivido del passato e sulle rovine antiche.
Preraffaelliti: Pittori ottocenteschi che rifiutavano la modernità industriale per tornare alla purezza medievale.
Surrealismo: De Chirico e Magritte dipingono piazze vuote e atmosfere sospese che evocano ricordi d'infanzia.
Forme d'Arte ContemporaneeFotografia analogica: La grana della pellicola e i colori caldi creano un'estetica del ricordo immediata.
Musica Vaporwave: Genere che rallenta e remixa brani degli anni '80 e '90, creando un passato artificiale.
Cinema: Registi come Wes Anderson o Quentin Tarantino usano palette di colori e costumi rétro per evocare epoche precise. 

 Tale. rapporto.   è. confermato. da. questa. storia. 


da la  nuova. sardegna. online  del. 18 maggio 2026

Dalla nostalgia all’arte: quattro opere donate alla città natale
La giovane ed emergente artista contemporanea Valentina murtas ha realizzato una collezione di quattro tempere su tela

Oristano 
Un gesto d’amore per la sua città trasformato in arte contemporanea. La giovane artista oristanese Valentina Murtas ha donato quattro sue opere dedicate alla Sardegna e all’identità del territorio: tre al Comune e una alla Pro loco cittadina. La consegna è avvenuta questa mattina, lunedì 18 maggio, a Palazzo Campus Colonna, dove il sindaco Massimiliano Sanna ha ricevuto le opere destinate al Comune, mentre la presidente della Pro loco Ilaria Canu ha ricevuto il quadro donato all’associazione cittadina.



Valentina Murtas, 24 anni, ha raccontato attraverso il progetto artistico “Pintadu a tie” il legame con la propria terra dopo un periodo trascorso lontano dalla Sardegna. Un’esperienza che, spiega l’artista, le ha permesso di «guardare Oristano con uno sguardo nuovo, trasformando nostalgia, memoria e appartenenza in linee e colori». La collezione comprende quattro tempere su tela ispirate a simboli identitari della città e della cultura sarda. Al Comune sono state donate “Su Componidori”, “Sa Janna” – dedicata alla Torre di San Cristoforo – e “Sa Sorti”, con la rappresentazione della stella a otto punte. Alla Pro loco è andata invece “Elianora”, opera dedicata alla giudicessa Eleonora d’Arborea. «L’obiettivo del progetto è promuovere e far conoscere la Sardegna e Oristano al di fuori dell’isola» spiega l’artista, che attraverso il sito personale punta a creare una sorta di museo virtuale capace di raccontare emozioni, immagini e identità del territorio. (cat.co.)
che conferma. come L'arte e la nostalgia sono ,due concetti da sempre legati in un abbraccio indissolubile. La nostalgia, intesa come il desiderio doloroso di tornare a un tempo passato o a un luogo perduto, è stata per secoli il motore creativo di innumerevoli capolavori, agendo come una risorsa potente per comprendere la nostra identità e il nostro vissuto.L'Arte come Archiviazione del Tempo Fin dalle sue origini, l'arte ha cercato di fermare l'attimo, rendendo eterno ciò che per sua natura è destinato a svanire:Memoria emotiva: L'arte visiva, la letteratura e la musica riescono a evocare ricordi ed emozioni profonde, trasformando il passato in un'esperienza tangibile.Catarsi e riflessione: Opere come quelle di grandi pensatori e poeti (da Leopardi a Proust) utilizzano la nostalgia come lente per esplorare l'animo umano, dando un senso alla nostra finitezza

diario di. bordo. n 143 anno V sassari giuseppe. 36 anni autistico ed. il lavoro in pizzeria ., le vele di. roberto ziranu dell'artigiano prendono il volo con il trofeo dell'America's Cup 2026 .,Bosa un antica. palazzina. di famigliadi Maria piu cossu . adattata. acasa. per. nomadi. digitali

fonte. la nuova sardegna 25 e 24.maggio


23.5.26

Le edicole che chiudono: stiamo perdendo più di un chiosco !

ogni tanto. un po'. di nostalgia. canaglia c'è ed è un piangersi addosso ma non solo

da 


Annalisa Lo Monaco



Dietro la scomparsa di questi piccoli presidi culturali si nasconde un cambiamento più profondo nel modo in cui ci informiamo, pensiamo e parliamo.
Leggere un articolo di giornale, quello vero, con un inizio, uno sviluppo e una conclusione, richiede un tipo di attenzione che stiamo disimparando. Non è solo questione di "informarsi meglio": è un esercizio cognitivo.
Seguire un ragionamento articolato, collegare cause ed effetti, trattenere informazioni mentre se ne acquisiscono di nuove, allena la memoria e la capacità di pensiero critico.
Quando ci limitiamo ai titoli, il cervello smette di fare questo lavoro. E come un muscolo che non si usa, si indebolisce.
C'è un altro effetto, meno discusso: l'impoverimento del linguaggio. I giornali, anche se non sempre e non tutti, usano un italiano più ricco, più strutturato di quello dei post e dei messaggi. Sinonimi, frasi articolate, costruzioni complesse che, non leggendo più smettiamo di usare.
Il risultato? Parliamo e scriviamo in modo più povero per mancanza di alternative. Il vocabolario si restringe, e con esso la capacità di esprimere pensieri articolati. Perché se non hai le parole per un concetto, farai fatica anche a pensarlo.
Non è questione di età, sarebbe facile puntare il dito contro i giovani "sempre attaccati al telefono", ma anche chi è cresciuto con i giornali cartacei ha, nel tempo, abbandonato l'abitudine alla lettura approfondita, sedotto dalla comodità dei social.
La differenza è che i più giovani non hanno mai sviluppato l'abitudine alla lettura di un intero articolo perché il contesto in cui sono cresciuti non la richiedeva né la consigliava.
Cosa possiamo fare:
Non si tratta di demonizzare il digitale o rimpiangere un passato, si tratta di riconoscere cosa stiamo perdendo e decidere se vogliamo recuperarlo.
Qualche spunto:
* Abboniamoci a una testata, leggiamola e commentiamo gli artt con amici e familiari.
* Regaliamo abbonamenti a riviste ai più giovani. Sarà un modo per aprire finestre su mondi che non cercherebbero da soli.
* Sostieniamo le edicole rimaste, sono importanti tanto quanto le librerie.
* Ritagliamoci momenti di lettura senza distrazioni con il telefono in un'altra stanza e silenziato!
E ricordiamo che un’edicola che chiude annuncia che un certo mondo fatto di curiosità e approfondimento sta sparendo e con loro un pezzo della nostra storia!
Ma comprare il quotidiano, sedermi al bar per un caffè, sfogliare pagine fruscianti, leggere tutti i titoli e poi con calma i vari articoli, resterà sempre per me un piacere irrinunciabile!

Padre e figlio dall’America in cattedra nella stessa scuola: il figlio è di ruolo, il padre precario a 63 anni. “Con oltre 30 anni di insegnamento finirò così”

 fonte  https://www.orizzontescuola.it/


Per David Somers II e David Somers III la scuola, quest’anno, è diventata anche un luogo di famiglia. Padre e figlio, 63 e 35 anni, si sono ritrovati per la prima volta a insegnare nello stesso liceo, al Convitto nazionale di Cagliari, condividendo classi, corridoi, consigli e scrutini. Una coincidenza rara, raccontata dai due docenti a Orizzonte Scuola, che ha intrecciato vita privata e lavoro quotidiano.Per il padre, dopo una lunga carriera trascorsa tra diversi istituti del Sud Sardegna, “è stata una bella esperienza stare insieme, condividere le stesse classi, ritrovarci a fare gli scrutini e i consigli di classe insieme”. Il figlio, invece, è arrivato nella scuola cagliaritana già da docente di ruolo. Ed è proprio questo il punto che dà alla storia un secondo livello di lettura: nella stessa famiglia, nello stesso istituto, convivono stabilità e precariato.

Dagli Stati Uniti alla Sardegna

La storia dei Somers parte da lontano. La famiglia ha origini americane, viene dall’Ohio e Kentucky, il padre si è trasferito poi da adolescente in Arizona. Il figlio è nato a Baltimora. Poi la Sardegna, la scuola, l’insegnamento. Dal 1992 David Somers II lavora nelle aule italiane, passando per numerosi istituti fino all’arrivo a Cagliari.Oltre 34 anni di esperienza non gli hanno però garantito il ruolo. Il figlio, al contrario, lo ha ottenuto a 32 anni. Una differenza che non sembra creare distanza tra i due, ma che rende evidente il peso di un sistema in cui i percorsi possono procedere in modo molto diverso anche quando competenze e storia professionale sono solide.

David Somers III insegna scienze naturali in inglese, il padre conversazione; al liceo classico europeo, invece, entrambi insegnano anche diritto ed economia in inglese. Le loro giornate, quest’anno, si sono incrociate spesso: non solo in famiglia, ma anche nella vita ordinaria della scuola.Il confronto, però, non si è limitato alla condivisione degli stessi spazi. Il figlio, racconta, chiede spesso un parere al padre, approfittando della sua esperienza e del suo sguardo costruito in oltre 30 anni di insegnamento. In quel dialogo quotidiano, il rapporto familiare diventa anche scambio professionale.

Il concorso mancato durante il Covid

Il passaggio più amaro risale al periodo della pandemia. Padre e figlio decidono di partecipare a un concorso da svolgere nel Lazio. Una scelta impegnativa, tra viaggio, spese e distanza, ma entrambi accettano le condizioni. Poi arriva un caso Covid a scuola e David Somers II finisce in quarantena. Non può presentarsi alla prova.Per lui, quella resta l’occasione mancata. Il figlio, invece, partecipa al concorso e ottiene il ruolo. Da quel momento le loro strade professionali prendono due direzioni diverse: una stabilizzata, l’altra ancora appesa alle graduatorie e alle nomine annuali.“È una vergogna che con oltre trent’anni di esperienza non abbia il ruolo e debba probabilmente finire la carriera da precario”, dice il padre a Orizzonte Scuola. La sua non è solo delusione personale. È anche rabbia verso un meccanismo che, a suo giudizio, non riconosce fino in fondo gli anni trascorsi in classe. “Sono arrabbiato col sistema”, aggiunge.

L’incertezza che torna ogni estate

Il punteggio in graduatoria è alto, ma non basta. Quest’anno la cattedra ottenuta è stata di sole dieci ore. Poi, con la fine di giugno, ricomincerà l’attesa: sapere se arriverà una nuova nomina, dove, con quante ore, in quale scuola.Per chi vive il precariato scolastico da molti anni, l’estate non è soltanto una pausa tra un anno e l’altro. È il momento in cui tutto torna provvisorio. Somers padre lo descrive come una ruota che riparte ogni volta, legata alle procedure e all’algoritmo delle assegnazioni. Dopo una vita di insegnamento, la sede dell’anno successivo resta ancora una domanda aperta. Il figlio guarda alla propria esperienza con gratitudine. “Mi ritengo fortunato ad avere avuto il ruolo”, dice, aggiungendo che servono anche perseveranza e continuità. L’arrivo nel liceo cagliaritano, per lui, è stato un approdo importante: “È una bella scuola”.Per il padre, invece, lo stesso anno ha avuto un significato doppio. Da una parte la gioia di insegnare accanto al figlio, di vederlo crescere dentro la professione e di condividere con lui momenti normalmente riservati ai colleghi. Dall’altra, la consapevolezza che quella cattedra resta ancora temporanea, nonostante più di tre decenni trascorsi nella scuola.

20.5.26

«Sono un poeta mar­xi­sta e lotto per Porto Mar­ghera Mio figlio impren­di­tore? Non l’ho indot­tri­nato» Fer­ruc­cio Bru­gnaro, papà del sin­daco uscente di Vene­zia «Zan­zotto mi apprez­zava, sono pub­bli­cato anche all’estero»

 

corriere della sera. 
Dal nostro inviato a Vene­zia Andrea Pasqua­letto
20 ma 2026


Nello studio Ferruccio Brugnaro,
90 anni il prossimo 19 agosto, padre del sindaco di Venezia Luigi, ha lavorato come operaio a Porto Marghera. Sopra, la copertina di una delle sue raccolte di poesie che include uno scritto di Andrea Zanzotto

Novant’anni por­tati splen­di­da­mente, cami­cia a qua­dri colo­rati, l’aria del vec­chio com­bat­tente, Fer­ruc­cio Bru­gnaro ci guida in que­sta sua casa tap­pez­zata di libri. Sulla parete spunta la foto gigante di Sal­va­dor Allende, il pre­si­dente mar­xi­sta del Cile che rifiutò fino alla morte la resa al golpe mili­tare di Pino­chet: «Grande»; più in là un poster rosso della Wor­king Class e nel cor­ri­doio, a vigi­lare su tutto, lui: Che Gue­vara con il mani­fe­sto della resi­stenza, «...ci sono uomini che lot­tano tutta la vita, essi sono gli impre­scin­di­bili». E Bru­gnaro fa sì con la testa.

In fami­glia Sopra, Fer­ruc­cio Bru­gnaro con suo figlio Luigi, sin­daco di Vene­zia, e la moglie Maria, venuta a man­care lo scorso novem­bre. A destra, il poeta nella sua casa di Spi­nea, a Vene­zia

Sem­pre sulla brec­cia.

«Sono più pre­oc­cu­pato oggi del 1943 quando vedevo le bombe cadere come corian­doli. C’è qual­cosa di più nega­tivo. Il mondo bru­cia e i gover­nanti sono avidi di domi­nio. È come se ci fosse stato un arre­tra­mento della sto­ria umana. L’egoi­smo e la sopraf­fa­zione stanno pren­dendo il soprav­vento sulla fra­ter­nità e il mondo sem­bra andare verso l’auto­di­stru­zione. Trump dice cose paz­ze­sche... Sulla guerra l’avevo scritto molti anni fa come la penso».

Cioè?

Si alza, esce dal salot­tino e torna con una spe­cie di papiro: «Dob­biamo met­terci con­tro sem­pre... la guerra mas­sa­cra noi ope­rai, noi popolo, col­pi­sce noi soprat­tutto... è con­tro di noi sfrut­tati, donne, gente sem­plice, è la festa dei domi­na­tori, non chia­ma­teci più a que­sta festa...». La firma è la sua.

Fer­ruc­cio Bru­gnaro è un poeta ribelle, famoso a Vene­zia per le lotte ope­raie di Porto Mar­ghera dove è stato una colonna del sin­da­cato fino alla pen­sione. Un sim­bolo del pro­le­ta­riato, un uomo libero, un’anima inquieta. Iniziò distri­buendo volan­tini dopo averli cari­cati di versi potenti, imme­diati, anche rudi. («Fur­fanti, ladri di vite, avete ammaz­zato e ammaz­zate ancora... infame silen­zio»). Negli anni è diven­tato un autore rico­no­sciuto a livello inter­na­zio­nale. I suoi testi cir­co­lano nelle rivi­ste di mezzo mondo, dagli Stati Uniti alla Cina. In Ita­lia sono stati rilan­ciati da Andrea Zan­zotto, in Ame­rica da Jack Hir­sch­man vicino alla beat gene­ra­tion. Ma Bru­gnaro non è solo un poeta. È anche il padre di Luigi, il sin­daco di Vene­zia in sca­denza di man­dato che da impren­di­tore ha fon­dato Umana, 1.500 dipen­denti, fra i lea­der in Ita­lia nella «som­mi­ni­stra­zione di lavoro».

Padre e figlio, l’ope­raio e l’impren­di­tore, il sin­da­ca­li­sta che ha sem­pre com­bat­tuto la schia­vitù del lavoro e chi il lavoro l’ha creato nella forma meno gra­dita al sin­da­cato. Fer­ruc­cio è stato poi una ban­diera della difesa ambien­tale di Porto Mar­ghera e Luigi è ora accu­sato di aver ten­tato di ven­dere un’area inqui­nata pro­prio da quelle parti, fra terra e laguna. Sono accuse per lui molto dolo­rose.

Ma par­tiamo dal poeta, dove nasce la sua rab­bia?

«Nasce dalla povertà che ho visto, dalle sof­fe­renze dei con­ta­dini, dei mez­za­dri, da una ter­ri­bile fab­brica di chiodi a Porto Mar­ghera dove facevo i turni e vedevo che le per­sone diven­ta­vano niente. Nasce dai mal­trat­ta­menti delle donne che lavo­ra­vano nelle vasche bol­lenti di zinco, dai com­pa­gni del Petrol­chi­mico dove ero andato a lavo­rare pen­sando a un salto di qua­lità nella grande indu­stria e invece era­vamo ancor più espo­sti a qual­siasi veleno. Una notte ho detto basta e ho fer­mato il sistema di ven­ti­la­zione che por­tava den­tro i fumi delle cimi­niere. “Ora ti licen­ziano”, dice­vano gli altri. Mi sospe­sero per tre giorni e da lì ini­ziai la mia lotta lunga una vita».

E la poe­sia?

«Noi ave­vamo dif­fi­coltà a far valere le nostre ragioni per­ché non era­vamo all’altezza del con­fronto con la classe padro­nale, lau­reata, scal­tra, pre­pa­rata. Noi no, noi ave­vamo solo la forza della ragione che però non sape­vamo tra­durre in parole. E così comin­ciai a scri­vere. Ma la prosa e i rac­conti non attec­chi­vano. Ci voleva uno stru­mento più agile, più scarno, più spo­glio e imme­diato: la poe­sia. E come forma di dif­fu­sione scelsi quella del volan­tino ciclo­sti­la­bile. Era­vamo 2 mila alla Mon­te­fi­bre ma rap­pre­sen­tavo anche i 40 mila chi­mici di Mar­ghera. E poi ho ini­ziato a distri­buire anche a Milano, Torino, Brin­disi, in Sici­lia e in Sar­de­gna. E pure all’estero. Aspetta che ti fac­cio vedere».

Va nello stu­dio e sta­volta torna con un libretto di poe­sie e una rivi­sta pub­bli­cate da edi­tori indi­pen­denti fran­cesi che rilan­ciano i suoi versi d’urto.

La fab­brica come la guerra? «Ci sono delle affi­nità: la tra­sfor­ma­zione degli uomini in cose, la degra­da­zione del- l’anima, la tiran­nia sul corpo, le mac­chine, le intos­si­ca­zioni, l’amianto... Io dico che in que- sto nostro mondo manca soprat­tutto una cosa».

Cosa?

«La donna. È molto più avan­zata dell’uomo. Alla fine del ’900 fre­quen­tavo biblio­te­che, bar e piazze dove le donne par­la­vano di cose che non ho mai sen­tito dire all’uomo. Loro hanno una schiet­tezza, una comu­ni­ca­tiva, un equi­li­brio... sono una mera­vi­glia della natura. L’uomo è invece egoi­sta e pre­tende cose assurde dalla donna. Noi saremmo già andati a sbat­tere senza di loro che sono il freno rego­la­tore dell’uma­nità. La donna è il miglior mezzo di comu­ni­ca­zione che esi­sta sulla terra. Ho scritto un pic­colo sag­gio pren­dendo spunto da mia moglie Maria: Ritratto di donna. Ma ci sono tante Marie in giro, por­tate a rin­ne­gare sé stesse per il maschio».

La più grande gioia?

«Pro­prio l’amore di Maria che è durato una vita. Maria era il soste­gno, la dispo­ni­bi­lità, la com­pren­sione, non ave- va mai nulla con­tro nes­suno e cer­cava sem­pre il posi­tivo nelle per­sone. Per tanti anni ha inse­gnato ai bam­bini e anche a me. Un rife­ri­mento costante, un baluardo. Lo era lei ma lo è la donna in gene­rale».

Il dolore?

«La morte di Maria che se n’è andata sei mesi fa. Mi manca tanto, mi ha lasciato una situa­zione dura da supe­rare per me. Lei era molto ener­gica, molto dina­mica, molto pre­sente».

Che rap­porto aveva con il «mae­stro» Andrea Zan­zotto?

«Lui ha capito subito la mia poe­sia. Posso rac­con­tare un epi­so­dio: nel 1963 pre­sento “Il gelo dell’acciaio” ad Alte Cec- cato, per un pre­mio che aveva Zan­zotto fra i giu­rati. Vince un certo Alba­nese, impo­sto da chi finan­ziava il pre­mio. Assi­sto a una disputa fra Zan­zotto e gli altri giu­rati: diceva “guar­date che qui c’è una novità, da una parte l’acciaio oggi rap­pre­senta una cosa for­mi­da­bile, può essere di enorme pro­gresso, i grat­ta­cieli, i ponti; dall’altra è l’auto­di­stru­zione, gli alti­forni, i lavo­ra­tori...”. Aveva messo per­fet­ta­mente a fuoco tutto, ecce­zio­nale. Lui aveva il dono della sin­tesi ed era intel­li­gen­tis­simo».

Cosa è rima­sto del Petrol­chi­mico?

«Tante morti e tante malat­tie».

Come rac­con­te­rebbe oggi Porto Mar­ghera in un volan­tino?

«Porto Mar­ghera ha dato una rispo­sta a tanta povertà ma a un prezzo altis­simo in ter­mini di salute e non è ancora finita. È stato la spe­ranza di uscire da un mondo di fango e di deso­la­zione. Sarebbe andata diver­sa­mente se la classe padro­nale non avesse avuto la fretta del pro­fitto e dell’accu­mulo. Per il futuro mi auguro che chi si tro­verà a gestire quelle aree tenga conto del pas­sato».

Suo figlio Luigi, sin­daco di Vene­zia, è pro­prie­ta­rio di una di que­ste aree, i Pili, ed è finito sotto inchie­sta per aver ten­tato di ven­derla. Un’area inqui­nata, come la vede?

«Pre­messa, io amo molto la natura: i fiumi, la laguna, i prati, le piante, gli ani­mali. E sono par­ti­co­lar­mente sen­si­bile ai rifiuti tos­sici e all’inqui­na­mento. Mi ha fatto molto male que­sta sto­ria per­ché ha toc­cato l’one­stà di mio figlio che invece ha dato tutto per la sua città. Io penso che ci sia die­tro una grande mon­ta­tura dovuta al fatto che Luigi ha avuto con­tatti con que­sto impren­di­tore orien­tale con il quale però mica ha con­cluso niente. Spero che la vicenda venga chia­rita al più pre­sto per­ché lui ci sof­fre da morire. Penso che un giorno lo rim­pian­ge­ranno».

Al di là delle vicende penali lei ha sem­pre lot­tato con­tro i padroni del vapore e Luigi è un padrone del vapore.

«Maria ed io abbiamo cre­sciuto i nostri figli (oltre a Luigi, pri­mo­ge­nito, c’è Gabriele, ndr) nella mas­sima libertà e senza alcun indot­tri­na­mento. E abbiamo sem­pre rispet­tato que­sta loro libertà».

E rispetto a Umana che nasce come società di lavoro tem­po­ra­neo?

«Sono sem­pre stato con­tro que­ste forme di lavoro che non danno molte tutele. Ma c’è una legge che le con­sente e Luigi l’ha appli­cata. Non ha inven­tato niente da que­sto punto di vista».

Cosa pensa della legge?

«Era meglio che non la faces­sero».

Lei potrebbe per­met­tersi una casa più comoda. Per­ché resta qui?

«I miei figli vor­reb­bero che andassi da loro ma in que­sto appar­ta­mento, dove hanno abi­tato anche Luigi e Gabriele, ho i miei spazi, i miei libri, i miei tempi. Posso riflet­tere. Noi abbiamo sem­pre vis­suto molto libe­ra­mente e i ragazzi hanno ini­ziato ad andare in giro da gio­va­nis­simi. In ogni caso li vedo spesso, anche per­ché ho sei nipoti. Gabriele è in pen­sione e ora fa il pit­tore».

Il sin­daco legge le sue poe­sie?

«Le legge eccome e ne discu­tiamo. Dice che sono dure ma capi­sce da dove arri­vano».

A chi dà il voto?

«Io sono mar­xi­sta-leni­ni­sta e ho sem­pre votato comu­ni­sta. Adesso non saprei, è diven­tato un pro­blema».

Luigi ha gui­dato una giunta di cen­tro­de­stra, lo votava?

«Scusi ma ora devo pro­prio andare».

19.5.26

diario di bordo \ buone. notizie n 1 anno I , Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra ., LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI , Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso ed altre. storie

 

  • Corriere della Sera
  • Di Marta Serafini

  • Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra «Cibo e speranza per il Libano»

    L’imprenditrice impegnata nella ong World Central Kitchen di José Andrés Dall’inizio della nuova emergenza distribuiti 1,7 milioni di pasti agli sfollati

    Aline Kamakian (col cappellino) con il team della ong World Central Kitchen e i pasti preparati per gli sfollati libanesi. La chef, con doppia laurea in Finanza e marketing, è considerata la migliore interprete della tradizione culinaria armena

    C’è un momento, nelle crisi, in cui il cibo smette di essere una faccenda domestica e diventa un presidio essenziale. Succede anche in Libano, dove la guerra e gli spostamenti forzati si innestano su una fragilità economica e sociale che dura da anni, aggravandola. Ma ogni tanto accade in guerra: bellezza e cura riescono a vincere su macerie e morte. È qui che entra in scena Chef Aline Kamakian: nella dimensione dell’emergenza, cucinare non significa soltanto preparare pasti, ma garantire continuità, un ordine minimo, una forma concreta di sopravvivenza quotidiana.

    Kamakian, cuoca, imprenditrice e figura molto nota della gastronomia libanesearmena, ha trasformato una competenza privata in una risposta pubblica. Scrittrice oltre che chef, ha contribuito a rendere la cucina armena una presenza riconoscibile nel racconto gastronomico di Beirut, soprattutto attraverso i suoi ristoranti Mayrig e Batchig, indirizzi molto noti in città. Il suo lavoro nasce anche dalla memoria trasmessa in famiglia: ricette, gesti, tavole intese come luogo di identità e resistenza.

    Oggi è impegnata con World Central Kitchen, la ong fondata dallo chef José Andrés e specializzata nella distribuzione di pasti nelle aree colpite da guerre, catastrofi naturali e crisi umanitarie. Il modello dell’organizzazione è noto: attivare ristoranti, cucine, volontari e reti territoriali locali per portare cibo in tempi rapidi, adattando la risposta alle condizioni reali del territorio.

    In Libano questo sistema si è tradotto in un intervento su larga scala. Secondo World Central Kitchen, dall’inizio della nuova fase dell’emergenza, il 2 marzo, l’organizzazione ha distribuito oltre 1,7 milioni di pasti alle famiglie sfollate. In una fase precedente dell’intervento, aveva già superato quota 200 mila pasti in dieci giorni, per poi arrivare a oltre un milione di pasti e a più di 25 mila pasti caldi al giorno in diverse aree del Paese, da Beirut alla Bekaa, da Baalbek a Sidone.


    Aline Kamakian al lavoro con World Central Kitchen

    I numeri, però, da soli non restituiscono il quadro. «La dimensione del bisogno delle famiglie sfollate dal conflitto è enorme», osserva. E aggiunge: «Il nostro compito è fare in modo che i pasti continuino ad arrivare ogni giorno».

    Il Libano affrontava già prima del conflitto un deterioramento profondo delle condizioni di vita. La nuova emergenza si inserisce in questo contesto e lo rende ancora più instabile. Anche l’integrated Food Security Phase Classification segnala per il Paese un quadro grave sul fronte della sicurezza alimentare, legato alla combinazione di crisi economica, sfollamenti e accesso più difficile ai beni essenziali. «Le cifre ufficiali probabilmente non raccontano tutta la portata degli sfollamenti», spiega Kamakian, ricordando che molte persone trovano riparo presso parenti o amici, oppure si spostano senza entrare nei canali formali di registrazione. «La mia preoccupazione più grande, adesso, è quanto durerà questo conflitto», dice. In questo quadro, il lavoro di World Central Kitchen non consiste soltanto nel distribuire cibo, ma nel costruire una rete di risposta che tenga insieme velocità e radicamento locale.

    Chef Aline non parla di «beneficiari», ma di persone che arrivano stremate, spesso dopo viaggi lunghi, con bambini piccoli, sacchetti in mano e nessuna certezza sulla notte successiva. Racconta di famiglie costrette a impiegare anche dodici ore per percorrere tragitti che normalmente richiederebbero poco più di un’ora, tra strade danneggiate e villaggi che si svuotano.

    Non è la prima volta che accade. Già dopo l’esplosione al porto di Beirut, nel 2020, Kamakian era stata in prima linea. Quel giorno si trovava nel suo ristorante Mayrig, gravemente danneggiato dall’esplosione, mentre l’altro locale, Batchig, veniva trasformato in una base operativa per preparare pasti. Ferita anche lei, si mise subito al lavoro nei soccorsi e poi nella cucina d’emergenza. La cucina come forma di infrastruttura civile. È anche questo che José Andrés ha intuito fondando World Central Kitchen: uno chef, davanti a una catastrofe, non deve limitarsi a raccogliere fondi o a testimoniare solidarietà, ma può organizzare una risposta concreta, veloce, radicata nel territorio. Kamakian, in Libano, incarna questa idea. Conosce il Paese, le sue fragilità, la geografia materiale e sentimentale dei suoi quartieri. Non promette salvezza. Garantisce presenza. E non dimentica che la vita deve andare avanti. Racconta di una donna in fuga verso una zona più sicura che ha partorito in auto prima di arrivare in ospedale. «In mezzo a tutto quello che sta accadendo, ti trovi improvvisamente davanti a una nuova vita che nasce. È un momento che ti resta dentro. Ti ricorda che esistono ancora umanità e speranza».


    Questa è buona LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI


    Questa è buona come un sogno che si realizza. C’è stato un tempo che Omar Kamata, 44 anni, ha vissuto da apprendista elettricista. Imparava e cantava, con una voce potente che non potevi non notare. Un giorno un ex cantante di lirica di passaggio davanti al suo cantiere rimase incantato dalle capacità vocali di quel ragazzo. «Fu lui che mi spinse a studiare canto», racconta oggi Omar che è trevigiano di nascita e veronese di adozione. «Da lì è iniziato il mio percorso. Mi sono diplomato al Conservatorio a Vicenza nel 2004 e ho iniziato la professione». Una carriera luminosa da baritono sui palcoscenici di tutto il mondo. Arricchita dall’empatia e dalla riconoscenza verso la vita che si sono trasformate in progetti per persone meno fortunate di lui, come ha raccontato Christian Gaole sul nostro Corriere di Verona. Uno di quei progetti è dedicato al benessere psicofisico verso canto e musica rivolto ai ragazzi con fragilità psichiche e fisiche. E poi la collaborazione con la Casa di Cura Santa Giuliana. Per non dimenticare mai che dal bene nasce bene.

    Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso

    La malattia agli occhi da piccolo, i primi scatti a Catania, poi i reportage e l’impegno in tutto il mondo Il ricordo di Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia: «Il lavoro e la militanza attiva sono per me inscindibili» La scoperta che «si può vedere con tutti

    Giovanni Caruso, 77 anni, di Catania, fotografo e fotoreporter nella sua abitazione, ha perso del tutto la vista nel 2003

    È seduto in controluce nel suo studio. Alle spalle, fuori dalla finestra, la chioma di un ficus gigante. «La mia ispirazione per le prime foto da cieco» sorride Giovanni Caruso, fotografo catanese e attivista, che negli ultimi cinquant’anni ha raccontato la storia di Catania, e non solo. Tra lotta alla mafia, colletti bianchi, volontariato, militanti. E periferie del mondo. Da Catania a Lima, dalla Sicilia al Sud America.

    Ai suoi piedi è accovacciato il suo fedele cane guida, Jazz. E sulla maglia ha la spilletta de I Siciliani, testata fondata negli anni Ottanta da Giuseppe Fava, che «per me è il direttore, al presente, anche se la mafia l’ha ucciso quarant’anni fa». Classe 1950, tra le mani tiene la sua fidata Nikon. E continua a battersi per i diritti umani e la legalità. In prima fila per documentare cortei e manifestazioni, con gli inconfondibili occhiali scuri, piccoli e rotondi, a proteggere la sua cecità.

    La vista gliel’ha portata via un’uveite di origine reumatica, malattia degenerativa che attacca il nervo ottico, con cui convive sin da bambino. Così come con la passione per la fotografia, «scoperta a 14 anni istintivamente, quando mio papà mi ha regalato una mini Comet» racconta. «Era un giornalista e in estate, finita la scuola, andavo con lui e il suo fotografo a fare i servizi, negli stessi anni in cui cominciava a comparire la malattia». Poi, l’incontro casuale con il suo maestro, la prima Reflex Minolta 202, la camera oscura, il banco ottico, mentre la passione per la fotografia cresce, e pure la malattia. «Ma io volevo fare il fotografo e non mi sono abbattuto, non mi sono arreso nonostante i miei fossero contrari per una comprensibile preoccupazione. Per risposta, nello stanzino della mia grande casa paterna, mi sono fatto una camera oscura!» ride.

    Testardo e determinato, Giovanni Caruso apre la sua agenzia fotografica giornalistica, collabora con L’europeo, fino all’incontro con Giuseppe Fava. Dopo il suo omicidio nel 1984 «mi venne una certa repulsione per la cronaca nera, mi avevano ammazzato il direttore, ero molto arrabbiato». Si dedica, quindi, ai grandi reportage sociali in Sud America tra Perù, Argentina, Paraguay, ma anche in Messico e Chiapas, in Medio Oriente con il treno per la pace in Kurdistan. «Per me fotografia e militanza sono sempre stati inscindibili e imprescindibili» chiosa. E lo sono ancora, anche nella cecità.

    «Ho fatto le mie ultime fotografie nel Natale del 2003, poi è arrivato il buio e ho chiuso la macchina fotografica in una cassapanca». Dove rimane, finché sua moglie Elena non gli legge Tommaso e il fotografo cieco di Gesualdo Bufalino. «Un libro bellissimo, che non conoscevo. Per fortuna ho una grande compagna che mi sostiene moltissimo» sorride Giovanni. Che ricomincia a fare qualche scatto in digitale, «più per tenere la macchina fotografica in mano e ricordami chi ero».

    È stato poi Costantino Ruiz, fotografo e reporter spagnolo, nel 2020 in piena pandemia, a «spingermi a usare con più attenzione gli altri sensi, il tatto in particolare, per tornare a fotografare. All’inizio il mio bastone, la mia pipa, il tavolo, la gatta, finché non ho ritirato fuori le mie macchine fotografiche analogiche». A guidarlo, la memoria dell’esperienza tecnica. Il calore dei raggi del sole sul corpo, «che mi dice da dove viene la luce». E ancora una volta le mani, per toccare. «Quando dico le mani che vedono, è reale questa cosa».

    E la sta insegnando ad Alessio, un ragazzino di 14 anni cieco dalla nascita, appena conosciuto a Catania alla mostra «Di luce e di vita. I due tempi di Giovanni Caruso» a cura di Marco Pirrello e Nancy D’arrigo. Intanto Caruso lavora a un nuovo progetto, La panchina. «Ogni panchina è un piccolo centro sociale, una storia», per le strade che il fotografo esplora con il bastone bianco con la «cianciana» (campanella) e Jazz al suo fianco. «Adesso fotografo solo in bianco e nero, piccole storie raccontate in poche immagini o addirittura in una sola che io non vedrò mai, ma penso che in ognuna ci sia almeno una storia mia, interiore. È un mistero anche per me».

    In Aspromonte l’arte «accarezza» gli orfani contro il dolore

    Il progetto di Nadia Macrì con le associazioni Fraternamente e Mammalucco

    Alcune delle volontarie dell’associazione Fraternamente durante un evento

    Sono tanti gli orfani in terra di Aspromonte. E tante sono anche le loro storie. C’è chi ha perso la mamma, chi il papà e chi entrambi i genitori: Gaetano, Piergiorgio, Patrick, Christopher, Luigi, Emma, Lara, Giorgia, Benedetta, Giulia e tanti altri. Fragili, a volte smarriti, hanno così tanto orgoglio che colmano il vuoto con una carezza, paradossalmente da riservare agli altri, più fortunati di loro.

    A sostenerli in questo percorso di vita sono le associazioni Fraternamente e Mammalucco, che offrono loro uno spazio protetto in cui la sofferenza può trovare un senso con il progetto «L’arte che accarezza», avviato da Nadia Macrì, scrittrice, giornalista, di Taurianova, comune della Piana di Gioia Tauro. «Non è stato semplice riunirli - spiega - e spesso anche le famiglie faticano ad accettare un percorso che nasce dal dolore. Chi partecipa scopre un ambiente sereno e mai invasivo, in cui ogni emozione può trovare spazio senza essere soffocata. Un luogo che accoglie come una storia raccontata piano, quasi una fiaba, capace di catturare l’attenzione dei bambini.

    «Zazà il robottino felice», è stato il primo suo successo. Poi, «Pepè il topo intelligente» con l’obiettivo di trasmettere ai bambini il rispetto per l’ambiente e l’amicizia, attraverso la narrazione di episodi senza preclusioni, allontanando dalla loro mente le stranezze del nostro tempo e gli strani comportamenti degli umani. E adesso «Francesco, un cuore leggero» e «Natuzza, un cuore vicino», storie di santità con lo sguardo dei bambini. «Devono sentirsi compresi e non diversi dagli altri», insiste la scrittrice. L’idea è accompagnarli, con le cautele del caso, a comprendere che l’assenza dei loro geche nitori, a causa di gravissime patologie o morte improvvisa, non cancella il loro dolore, ma può renderlo più respirabile. «Ritrovare la fiducia prosegue Nadia Macrì - è un atteggiamento importante, così come fondamentale è vederli gioiosi insieme ad altri bambini più fortunati di loro li sostengono in questo percorso di crescita. È un successo straordinario scorgere come i bambini del gruppo si preoccupano di proteggersi tra loro perché significa che attraverso il gioco si è consolidato il gesto di un’amicizia che protegge chi sta vivendo le amarezze della vita».

    Il progetto «L’arte che accarezza» mette al centro una certezza: i bambini possono affrontare anche il dolore più grande, se non vengono lasciati da soli. «E in un tempo in cui le fragilità rischiano di essere invisibili, questo progetto ricorda che la solidarietà silenziosa può cambiare la traiettoria di una vita. È importante che questi bambini orfani si sentano compresi, imparino a prendersi cura di loro e ritrovino la fiducia», prosegue la scrittrice.

    «Tutti questi bambini hanno a casa qualcuno che li ascolta, li segue, li educa e li accompagna. Sono famiglie che attraversano un’assenza grande e che trovano in noi una complicità in quel dolore che condividiamo», conclude.

     

    Parkinson e lavoro: «La malattia non va nascosta»

    Ennio Trebino, ingegnere genovese in pensione, e la diagnosi ricevuta quando aveva solo 40 anni «Per paura di giocarmi la carriera non raccontavo il mio problema, ma ho sbagliato» Presidente dell’associazione in Liguria, ammonisce i giovani: «Vivete imparando il compromesso » 

    Di Chiara Daina

    Ennio Trebino, ingegnere in pensione, durante una passeggiata in montagna A 40 anni la diagnosi di Parkinson, che non gli ha impedito incarichi da top manager Dal 2025 presiede l’associazione ligure Parkinson

    «E adesso cosa sarà del mio futuro?». Aveva bisogno di rassicurazioni Ennio Trebino, quando a soli 40 anni un neurologo gli diagnosticò il Parkinson. Voleva capire se sarebbe riuscito ad affrontare il suo lavoro da manager, che lo portava tutte le settimane in viaggio per l’italia, a condividere i momenti con la famiglia, a dedicarsi al trekking, la sua grande passione. «Fino a quando sarò in grado di fare tutte queste cose normalmente?», chiese al medico. «La risposta fu brusca e disarmante. Nessuno lo sa, mi disse, lei continui a fare la sua vita, poi vedremo. In quell’istante sentii un buco nell’anima. Ma presi quelle parole alla lettera e non tirai mai i remi in barca. Né allora, né adesso, che ho 66 anni e i sintomi non posso più nasconderli».

    Trebino è un ingegnere genovese in pensione da sei anni. Nel 2025 è diventato presidente dell’associazione ligure Parkinson (circa 300 iscritti). «È la prima volta - confessa che mi racconto e lo faccio perché questa malattia colpisce tante persone anche in età giovane, che hanno il diritto di non interrompere i loro progetti». Rincomincia da qui: «Mi resi conto che non mi sarebbe servito a nulla vivere con la paura addosso, pensando a quando non ce l’avrei più fatta a sostenere fisicamente i ritmi di lavoro, a quando i movimenti sarebbero stati lenti e difficili, la voce debole, il volto contratto. Non mi rintanai in casa e puntai sempre alla carriera. Non devo rinunciare a un incarico oggi pensando che domani non sarò più prestante, pensai. Nel 2020, quando arrivò la diagnosi, facevo il direttore dei servizi idrici di Genova. Decisi di non parlare ai colleghi della malattia: l’ambito del lavoro è uno dei più vigliacchi e insidiosi, temevo di essere messo all’angolo».

    I sintomi non si notavano ancora. Dopo quattro anni si presentò l’offerta della mia vita: un posto da amministratore delegato per la società che si occupa dei servizi ambientali di Livorno, un’azienda da 500 dipendenti. Accettai senza esitare un attimo, sebbene mi toccasse fare avanti e indietro in macchina da Genova». Tace sul Parkinson, di nuovo: «Quando non ce la farò più, mi fermerò. Non voglio che decida qualcun altro al posto mio, se ho ancora le forze di raggiungere i risultati». Dal 2004 al 2020 non perde un colpo, nonostante i primi segni del Parkinson. Fatica a concentrarsi, piccoli irrigidimenti alle gambe e alle braccia negli ultimi mesi di carriera. «Un collega, un giorno, mi chiese come mai avessi rallentato il passo. Gli dissi la verità e ne parlai anche al capo del personale, che mi propose di anticipare la pensione. A quel punto capii che era giunta l’ora di ritirarmi».

    Dal lavoro, non dalle relazioni e dai suoi interessi. Anche qui, Trebino segue lo stesso principio: «Cercare l’ottimismo in ogni situazione. Se ci sono delle cose che ci piace fare, come coltivare l’orto, nonostante la malattia ci crei dei disagi, le faremo meno bene di prima, mettendoci più tempo, ma comunque le potremo fare». Il suo non è, sottolinea, «un messaggio buonista», ma «quasi egoista». Nel senso che «non si devono trasformare i problemi in dilemmi: o in montagna faccio le ferrate oppure non ci vado e resto sul divano. Si può sempre trovare un compromesso per goderci la vita, la malattia non è la fine del mondo». Lui si è messo in gioco: «Oggi faccio la maschera al teatro di Camogli, leggo molto, cammino in collina e vado a caccia di ristoranti con gli amici. Come associazione conclude - vorremmo entrare nelle scuole per spiegare ai ragazzi cos’è il Parkinson. Quando perdiamo l’equilibrio in strada rischiamo di essere scambiati per ubriachi. E poi dobbiamo combattere i pregiudizi sul posto di lavoro: non va nascosta la malattia, come ho fatto io, per paura di essere danneggiati».

    «Artigiano in Fiera? Un ponte di pace, diversità è ricchezza»

    Antonio Intiglietta presenta il prossimo evento Dal 29 maggio torna l’anteprima d’estate: arrivi da 50 Paesi, compresi i territori in guerraDi Elena Comelli @elencomelli

    Mille artigiani da oltre cinquanta Paesi del mondo convergono su Milano per portare una parola di pace, con la seconda edizione dell’anteprima d’estate dell’artigiano in Fiera, che va in scena a Fieramilano dal 29 maggio al 2 giugno.

    «Sarà un incontro fra culture diverse, religioni diverse e storie diverse, per gettare ponti fra le persone in un quadro di relazioni, di meraviglia e di scoperta, gli stessi valori che da sempre guidano il nostro impegno nel promuovere l’artigianato come espressione genuina di umanità, territorio e saper fare», commenta Antonio Intiglietta, presidente della manifestazione.

    «L’importante è riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri e scoprono la loro umanità, in questo caso attraverso il lavoro. Questo è l’atteggiamento che più ci corrisponde, perché la simpatia nasce in maniera naturale fra persone creative, che si scambiano le proprie esperienze, i propri talenti e le proprie tradizioni manuali. In questo modo s’instaura la stima per l’altro, anche nella sua diversità. La diversità non è più un difetto ma un arricchimento».

    Lo vedete nella vostra esperienza?

    «Certo, questa dinamica noi la vediamo con l’esperienza, perché la gente che viene da noi guarda la diversità con simpatia. Bisogna immaginare questi cinque giorni di incontro con il pubblico milanese come un luogo di pace. La pace nasce quando le persone s’incontrano e comunicano senza pretendere di piegare la volontà dell’altro. Nella nostra fiera si costruisce questo ponte, facendo vedere che la pace è possibile».

    «Anche la concorrenza, naturale fra artigiani, non è un conflitto ma è un “correre insieme”, come dice la parola stessa. La concorrenza non è una guerra, come spesso la vediamo, ma uno stimolo, una provocazione per migliorare confrontandosi con il lavoro degli altri. Il concorrente non è un nemico, ma uno che correndo insieme a me, mette in luce i miei pregi e difetti».

    Avete artigiani da tutto il mondo?

    «Sì, da noi vengono ormai dai cinque continenti, anche dai luoghi di guerra. Abbiamo 15 iraniani che sono riusciti a partire malgrado il conflitto in corso. Abbiamo israeliani e palestinesi. Abbiamo siriani, africani, asiatici, latinoamericani, molti dei quali da Paesi in preda a queste guerre che ormai dilagano in tutto il mondo. Sono persone che arrivano qui con il desiderio di creare qualcosa di positivo e di bello, per resistere alle incertezze sul futuro grazie al proprio lavoro».

    «L’anno scorso sono venuti all’anteprima d’estate 200 mila visitatori, è stato già un bellissimo risultato, ma la manifestazione era alla prima edizione e quindi ancora poco conosciuta. Quest’anno ne verranno senz’altro di più, noi siamo molto speranzosi, perché c’è una certa fidelizzazione. Come stanno crescendo i nostri artigiani, che quest’anno sono il 20% in più dell’anno scorso, crescerà sicuramente il nostro pubblico».

    «Certamente. L’esperienza proposta ai visitatori è un percorso tra continenti ma anche fra tutte le regioni italiane, da Nord a Sud dello stivale, tra tessuti e abiti leggeri, gioielli

    Forza del lavoro

    «È importante riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri»

    ispirati alla natura, creazioni artistiche luminose, soluzioni di design per la casa e l’outdoor, accessori per il viaggio e il tempo libero. Ci sarà anche un itinerario gastronomico che attraversa specialità regionali italiane e cucine dal mondo, ospitate nelle otto Piazze del Gusto tra i vari padiglioni».

    «Sono molto colpito dall’interesse sempre più marcato per i prodotti in sintonia con la natura, creazioni sostenibili all’insegna dei materiali naturali, cosmetici e alimenti biologici, che cercano di ridurre il più possibile l’impronta dell’umanità sul pianeta. Sono queste le creazioni che attraggono di più anche il favore del pubblico, che privilegia sempre più la sostenibilità nei suoi acquisti».

    il senatore. di Fdi Mamia non riesce. a. girarsi dall'altra parte. quando. vede una coppia. che. gay. che. scambia. effusioni

    Canzoni suggerite  L'amore merita     di Greta Manuzi, Roberta Pompa e Simonetta Spiri ‧ 2016 Il figlio del re   di Piero Maras Neppure ...