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6.4.26

Fuga dei cervelli al contrario. La storia di Lucas, da Boston a Padova per cercare vita nello spazio

 repubblica. online. 

L’astronomo 25enne ha pubblicato uno studio sugli esopianeti abitabili. “Cosa mi piace di più dell’Italia? I mezzi pubblici. Se vi stupite non conoscete quelli americani”

Fuga dei cervelli al contrario. La storia di Lucas, da Boston a Padova per cercare vita nello spazio

Lucas Lawrence, 25 anni, da Boston, con i suoi colleghi astrofisici ha individuato i 45 pianeti più adatti alla vita aliena. Nel frattempo ha scelto anche l’università più adatta per proseguire i suoi studi. Dopo la laurea triennale alla Cornell University, nello stato di New York, si è infatti iscritto alla magistrale in Astrofisica e Cosmologia dell’università di Padova, dove sta mettendo le basi per diventare uno scienziato di professione.                                                                                                   Mentre lo studio sugli esopianeti abitabili è appena uscito sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, Lawrence ha iniziato ad adattarsi agli esami orali del sistema italiano: “Se non si sta attenti si rischia di fare una scorpacciata dell’intero programma negli ultimi giorni”. E alla domanda su cosa gli piaccia di più dell’Italia dà una risposta sorprendente: “I mezzi pubblici”.

Ma come i mezzi pubblici?

“Lo so, voi vi lamentate perché sono sempre in ritardo, ma non conoscete quelli americani. A eccezione di poche zone fortunate da noi si è costretti a prendere sempre la macchina. Di Padova adoro la possibilità di muoversi a piedi. Si può raggiungere tutto con una piacevole camminata. Per visitare le altre città basta salire su un treno. La mia attività preferita, al di fuori dello studio, è proprio lo scoprire il Paese”.

Come mai ha scelto di studiare in Italia?

“Gli Stati Uniti sono stati a lungo uno dei Paesi migliori per fare scienza, con abbondanza di fondi e di opportunità. Oggi però non è più così. Con i tagli alla ricerca la carriera di un giovane scienziato è diventata piena di punti interrogativi. Così ho deciso di partire per studiare all’estero. È stata una scelta difficile, perché ancora non ho imparato l’italiano e devo adattarmi a un sistema di insegnamento del tutto diverso. Ma sono soddisfatto, lo shock è stato inferiore ai miei timori. Sono arrivato lo scorso settembre, resterò per i due anni della magistrale e nel frattempo studio la lingua. Non vedo l’ora di impararla”.

Come fa a seguire le lezioni?

“Sono in inglese. Il corso di Astrofisica e Cosmologia è frequentato da molti stranieri. Non sono nemmeno l’unico americano”.

Come mai ha scelto Padova?

“Ci ha insegnato Galileo. Nel mio settore scientifico gode di un’ottima reputazione e a differenza di molte altre università in giro per il mondo posso permettermela dal punto di vista economico”.

Qual è il suo campo di studi esattamente?

“Gli esopianeti sono quei pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal nostro Sole. I primi sono stati scoperti mentre ero ragazzino, cominciavo ad appassionarmi di scienza e passavo forse troppo tempo su internet. Sono affascinanti perché li immaginiamo abitati dagli alieni. Non è così, o almeno non abbiamo ancora fatto scoperte in questo senso. Nel nostro studio però abbiamo individuato i 45 esopianeti con le condizioni più adatte alla vita”.

Quali sono queste condizioni?

“Ce ne sono tante, ad esempio la presenza di un’atmosfera, e la sua composizione. La più importante però è la possibilità che possa esistere acqua liquida sulla superficie. Dipende molto da quanta radiazione il pianeta riceve dalla sua stella. Se il pianeta è troppo vicino la temperatura è alta e fa evaporare l’acqua. Se è troppo lontano l’acqua si congela. Esiste una zona intermedia in cui la distanza è quella giusta. Noi abbiamo elencato 45 pianeti dove concentrare le ricerche”.

I pianeti del sistema solare di Trappist. Credit: NASA/JPL-Caltech
I pianeti del sistema solare di Trappist. Credit: NASA/JPL-Caltech 

Ci potremmo arrivare?

“Non ci punterei del denaro, almeno non nel corso della mia vita. Parliamo di centinaia di anni luce. Possiamo però escogitare dei metodi per ottenere buone informazioni sulle caratteristiche di questi pianeti”.

Restando sul tema scommesse, punterebbe sul fatto che troveremo vita al di fuori della Terra?

“Su questo sono moderatamente ottimista. Osservando sempre meglio gli esopianeti potremmo individuare delle cosiddette “biofirme”, ovvero caratteristiche che indicano la presenza di vita. Non saranno però, è quel che credo, delle firme chiare ed evidenti. Immagino un lungo dibattito sulla loro origine, se legata davvero ad altri esseri viventi oppure no”.

Qual è il suo esopianeta preferito?

“Kepler-452 b perché riceve più o meno la stessa quantità di energia che la Terra riceve dal Sole e il sistema Trappist, perché più pianeti di quel sistema solare ricadono nella zona abitabile”.

Li ha mai sognati?

“Sì certo, non ricordo bene tutte le caratteristiche, ma c’erano stelle di diversi colori, cieli viola, foreste rosse”.

Illustrazione artistica di un pianeta che orbita una stella rossa. Credit: Gillis Lowry
Illustrazione artistica di un pianeta che orbita una stella rossa. Credit: Gillis Lowry 

A 25 anni uno studente della magistrale di solito non pubblica su riviste così importanti. È contento?

“Ho avuto un’occasione alla Cornell e mi sono unito al gruppo di ricercatori che si occupava di esopianeti. Negli Stati Uniti è più facile pubblicare da studenti. Allo stesso tempo c’è anche molta pressione per farlo, soprattutto se si vuole intraprendere una carriera nella scienza. In Italia ci si concentra di più sullo studio, almeno fino agli anni del dottorato”.

Diceva che il sistema di studio italiano non le è congeniale?

“Devo imparare ad adattarmi. Negli Stati Uniti ci si iscrive a un corso universitario, si seguono le lezioni, si svolgono i compiti assegnati ogni volta e poi si affronta un test, che in genere consiste in una serie di domande cui rispondere per iscritto in un tempo limitato. È più facile restare al passo con il programma, e l’unico esame orale che ho dovuto affrontare alla Cornell non è stato fra i migliori. In Italia bisogna imparare a gestire il proprio tempo per non arrivare agli ultimi giorni con l’intero programma da digerire. All’inizio per noi americani non è affatto facile”. 

5.4.26

lo stato italiano si dice sovranista però degli italiani uccisi all'estero non gli ne frega niente. Negati i contributi pubblici per opere che si siano distinte per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale”al documentario su Regeni:


E' di questi giorni  la notizia che Il documentario che indaga sull’omicidio del ricercatore Giulio Regeni in Egitto e sulla lotta per svelare la verità sulla sua morte è stato escluso dai finanziamenti della commissione del ministero della Cultura, che assegna contributi a opere che si distinguono per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale”. Questa decisione è stata ampiamente criticata e molti chiedono che venga revocata. Infatti leggo su repubblica



Il documentario sul ricercatore assassinato in Egitto e sulla battaglia per la verità sulla sua morte non ha ricevuto un euro dalla commissione del ministero della Cultura per opere che si siano distinte per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale”

                                         di Carlo Bonini











Il documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo, Nastro d’argento della legalità, non merita dunque uno solo dei 14 milioni di euro di “contributi selettivi” distribuiti dai quindici esperti della commissione del ministero della Cultura alle opere cinematografiche e documentaristiche che si siano segnalate per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale italiana”. E dobbiamo dunque intendere che alla rappresentazione della storia di questo giovane ricercatore italiano, sequestrato, torturato, assassinato e vilipeso dagli apparati di sicurezza del regime militare egiziano facciano difetto sia l’uno (“l’interesse artistico e culturale”), che l’altro (“l’identità nazionale italiana”).



Regeni, 10 anni dalla scomparsa. Mattarella: “Vita ignobilmente spezzata, luce sulle responsabilità”
25 Gennaio 2026



Dobbiamo insomma prendere atto che ci sbagliavamo nel pensare che l’ottusità ideologica con cui la destra di governo ha maneggiato in questi anni il tema del sostegno all’industria culturale cinematografica del nostro Paese avesse già espresso il peggio di sé. Si poteva e si è fatto di più. Si è ritenuto, evidentemente, che la storia di Giulio Regeni e la battaglia di giustizia e verità sulle responsabilità della sua morte, la loro rappresentazione, non siano patrimonio e memoria condivisa dell’intero Paese, ma di una sua parte. Non un atto di sovranità politica e di testimonianza civile. Ma, evidentemente, un capitolo di deteriore narrazione sinistrorsa da cui purificare l’arte cinematografica e documentaristica nazionale.



L’INTERVISTA
Paola e Claudio Regeni: “Dieci anni senza Giulio, ma siamo rimasti umani e lui fa ancora cose”di Giuliano Foschini
25 Gennaio 2026



È un’offesa alla memoria di Giulio Regeni, all’Italia di cui è stato cittadino, alle 76 università che quel documentario proietteranno nelle loro aule magne. Che qualcuno tra i sovranisti di casa nostra recuperi un briciolo di decenza per scusarsene di fronte “alla nazione” e cancellare la scelta sciagurata di quella commissione.

chi. lo ha detto che per essere importante devi avere un premio o un onorificenza il caso di Giuseppe Levi che. ebbe non ebbe nessun titolo. ma. tre. allievi da premio nobel





















IN BREVE 



                                                                                              



Giuseppe Levi. (Trieste, 14 ottobre 1872 – Torino, 3 febbraio 1965) è stato uno scienziato, medico e anatomista italiano. È ricordato anche per essere stato insegnante dei tre premi Nobel Rita Levi-Montalcini 1986, Renato Dulbecco 1975 e Salvatore Luria.1969 Legandosi alla famiglia Tanzi, fu parente di diverse importanti personalità del Novecento italiano: sua figlia è la scrittrice Natalia Ginzburg, suo fratello è il critico teatrale Cesare Levi, la sorella di sua moglie era Drusilla Tanzi - moglie di Eugenio Montale.Lui stesso non vinse mai il Nobel, e nel 1938 le leggi razziali lo cacciarono dall'università





  da.  
Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "CoamcpapHoи Quelche Quel Quelchenonsapevi® che non sapevi® Giuseppe Levi, Torino: un solo professore, tre allievi Nobel in Medicina. Lui non ne vinse mai uno. Uno di quegli allievi era la studentessa a cui aveva detto che non aveva talento."
Ha detto a una sua studentessa che non aveva talento per la ricerca. Quella studentessa si chiama Rita Levi-Montalcini, e nel 1986 vinse il Nobel per la Medicina.Il professore si chiamava Giuseppe Levi. Anatomista, torinese d'adozione, nato a Trieste nel 1872. Un tipo burbero, esigente, famoso per rendere le ore in laboratorio un'esperienza al limite dell'insostenibile.Eppure l'Università di Torino, sotto la sua guida, diventò qualcosa che non si è più ripetuto nella storia della medicina mondiale.Da quel laboratorio passarono tre studenti. Tre. Tutti e tre vinsero il Nobel per la Medicina in anni diversi: Salvador Luria nel 1969, Renato Dulbecco nel 1975, Rita Levi-Montalcini nel 1986. Nessun altro professore nella storia ha mai fatto altrettanto.                                                                Aspetta.                                                                                                                                                               Lui invece — il professore che li aveva formati, che aveva costruito quella scuola pezzo per pezzo, che era stato il primo in Italia a lavorare sulle culture cellulari già negli anni '10 — non vinse mai il Nobel. Non una candidatura ufficiale, non un riconoscimento equivalente. Niente.E poi arriva il 1938. Le leggi razziali fasciste lo cacciano dall'Università di Torino. Ebreo, socialista, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti: Levi era il bersaglio perfetto del regime. Mentre i suoi tre allievi costruivano le carriere che li avrebbero portati a Stoccolma, lui sopravviveva in semi-clandestinità a Torino. Tornò alla cattedra solo nel 1945, dopo la Liberazione.Spoiler: era anche il padre di Natalia Ginzburg. La casa dei Levi a Torino era un crocevia di intellettuali, scrittori, scienziati. Un laboratorio di idee che andava ben oltre l'anatomia.Ma il dato che non si riesce a metabolizzare è questo: tre Nobel formati dallo stesso uomo, nella stessa università, nella stessa città. Una concentrazione di genio che non appartiene alla statistica — appartiene alla storia.L'uomo che disse a Rita Levi-Montalcini che non aveva talento per la ricerca aveva già intuito, a modo suo, quanto quella ragazza fosse capace di sorprendere.

1.4.26

L’odio non è solo quello che si urla di © Cristian.A. Porcino Ferrara alias. ilfilosofoimpertinente



Io non avrei saputo scriverlo meglio.


Ho provato a offrire il mio contributo a chi, a livello nazionale, dice di combattere le discriminazioni. Il risultato? Silenzi e visualizzazioni senza risposta. Dietro questa facciata da paladini dei diritti si nasconde spesso una mera strategia di branding. È paradossale pretendere di cambiare il mondo quando si ignora l’ABC della coerenza: l’ascolto e il dialogo con chi vive il territorio.
Spesso si nasconde dietro parole apparentemente innocue, si normalizza nei gesti quotidiani e nelle relazioni.
È da questa inquietudine che nasce il mio ultimo libro Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio.
Ho scelto deliberatamente di non fare i nomi di queste associazioni e di questi progetti di ispirazione cristiana: non intendo regalare loro, nemmeno indirettamente, una pubblicità che non meritano.
Ed è proprio questo che mi ha spinto a riflettere ancora di più: non possiamo combattere l’odio se prima non impariamo ad ascoltare davvero. Per rispondere all’odio non bisogna necessariamente percorrere la via del politicamente corretto e assecondarne gli eccessi. Esiste una terza via, quella che punta sull’empatia.
In Italia, se non si appartiene a circoletti e cerchi magici si è esclusi da tutto, per definizione, con tanti saluti all’apertura e all’inclusione tanto sbandierate.
Questo libro nasce per provocare domande, per mettere in discussione certezze e per ricordare che la lotta al pregiudizio non può esistere senza educazione, responsabilità e coraggio culturale.
Se credete che oggi sia necessario fermarsi a pensare, a capire e a costruire un modo diverso di stare insieme, vi invito a leggere questo libro.

31.3.26

Ogni terremoto ha una sua storia il caso di Apice

Dalla pagina fb quel che non sapevi 




21 agosto 1962. Una scossa di magnitudo 6,0 devasta Apice, piccolo borgo in provincia di Benevento.Le autorità firmano l'ordinanza: sgombero totale, immediato, obbligatorio. Il paese è pericolante. Non si torna indietro. I 7.500 abitanti di Apice leggono l'ordinanza.                                                                       E rimangono                                                                                                                                                Non per un giorno, non per una settimana. Per diciotto anni interi, queste persone continuano a vivere tra le case sbrecciate, i muri incrinati, le chiese con le volte spaccate. Riparano quello che possono con le proprie mani. Coltivano gli orti. Tengono aperti i negozi.                                                                            Lo Stato dice di andarsene. Loro dicono no.                                                                                         Spoiler: ci vorrà qualcosa di molto peggio per farli muovere.                                                                       Il 23 novembre 1980, il terremoto dell'Irpinia — magnitudo 6,9, uno dei più devastanti del secondo Novecento italiano — torna su quello che restava di Apice e finisce il lavoro che il '62 aveva cominciato. Questa volta non c'è niente da riparare. Questa volta si va. Gli abitanti abbandonano il paese. In fretta, con quello che hanno.                                                                                                                                      E lì, Apice si ferma.  Non viene demolita. Non viene restaurata. Non viene trasformata in resort o in set fotografico. Rimane esattamente com'era nel momento dell'abbandono: strade intatte, chiese aperte sul vuoto, mobili e oggetti personali ancora al loro posto tra le macerie. La vegetazione cresce lenta attraverso i muri, le finestre, i pavimenti.l FAI — Fondo Ambiente Italiano — ha inserito Apice Vecchia tra i Luoghi del Cuore, e oggi la chiama esplicitamente la Pompei del Novecento.Non è un'esagerazione.A Pompei ci ha pensato il Vesuvio, in un pomeriggio del 79 d.C.Ad Apice ci hanno pensato due terremoti, diciotto anni di disobbedienza civile silenziosa, e una comunità che non riusciva — o non voleva — immaginare di esistere altrove.

In breve:

Nel 1962 un terremoto di magnitudo 6,0 colpisce Apice (BN) e le autorità ordinano lo sgombero immediato.I 7.500 abitanti ignorano l'ordinanza e restano per 18 anni, vivendo tra case danneggiate e macerie.Solo il terremoto dell'Irpinia del 1980 (magnitudo 6,9) li costringe ad andarsene definitivamente. Oggi Apice Vecchia è un borgo fantasma congelato nel tempo, tutelato dal FAI.

Erika con la sindrome di Down da dieci anni maestra d'asilo e d'inclusione






  da Elena Lucchini 





 
La sindrome di Down non è un limite.Erika, la ragazza ritratta in questa foto, ne è una testimonianza autentica.
La sua è una storia preziosa. Non è soltanto il racconto di un inserimento lavorativo riuscito o di un percorso formativo affrontato con impegno e dedizione. È la storia di un talento che ha trovato il terreno giusto per esprimersi e diventare un valore per l’intera comunità.
Da oltre dieci anni Erika fa parte del team dei docenti, ma il suo contributo va ben oltre questo. Abita la scuola con una sensibilità rara, con quella naturale empatia che le consente di raggiungere ciò che le parole a volte non riescono a esprimere.
Con i bambini, soprattutto con i più fragili, Erika costruisce relazioni vere, fatte di fiducia, ascolto e comprensione profonda. Ed è proprio questa capacità a renderla un punto di riferimento prezioso: ha saputo trasformare la propria unicità in una straordinaria risorsa, capace di aprire un accesso speciale al mondo interiore dei più piccoli. In un tempo in cui troppo spesso la disabilità viene ancora guardata attraverso il filtro del limite, la sua presenza ci invita a cambiare sguardo. Ci ricorda che la diversità, quando è accolta e valorizzata, può diventare una forza concreta, capace di generare bene e di fare la differenza, anche grazie al lavoro di un’intera comunità.Grazie Erika, perché con il tuo esempio dimostri ogni giorno che l’inclusione non è una parola astratta, ma un gesto quotidiano. La tua mano tesa, il tuo sguardo accogliente e il tuo grande cuore rendono la scuola un posto migliore per tutti.










30.3.26

«Gli animali che mangiano bene stanno meglio e vivono più a lungo» La nutrizionista Alessandra Usai si occupa di alimentazione per cani e gatti «Preparo diete su misura perché il loro benessere deve partire dalla ciotola»




Vive da solo in montagna da 20 anni (a 1 ora a piedi dalla civiltà)

la storia che trovate nel post  d'oggi   conferma quest  articolo

editorialedomani  del 30\3\2026



Ha avuto una vita piena. Lavorava, correva, costruiva, faceva.Poi, a un certo punto, ha capito una cosa semplice: aveva bisogno di natura, di montagna, di lentezza. Fausto vive da oltre vent’anni in montagna ad 1 ora a piedi dalla civiltà.




Lontano dalla città e da quella corsa continua che per molti è normale. Niente televisione, niente computer, solo il necessario. In questo video entriamo nella sua quotidianità: una vita fatta di orto, legna, lavori manuali, silenzio e tempo. Una casa costruita e trasformata con le proprie mani, terrazze recuperate, terra coltivata, gesti ripetuti che diventano ritmo. Quando scende in città, dopo poche ore sente già il bisogno di tornare su. Perché lì, tra il bosco e le terrazze, ha trovato qualcosa che altrove non aveva mai trovato: una forma di equilibrio. Forse la felicità.

29.3.26

CONTRO LA LOGICA XENOFOBA DELLO STRANIERO di EMILIANO MORRONE

 Una  riflessione  questa  di Emiliano  che si può e  si dovrebbe  estendere a livello nazionale

Buone Palme a tutti. Cari politici sangiovannesi, fate come volete per le prossime elezioni comunali e litigate pure a oltranza. Fatti vostri. 
Anche voi, tifosi di una parte e dell'altra, dateci sotto con attenzione, concentrazione, ritmo e vitalità.
Conducete pure la vostra guerra di Piero, ma finitela con la logica dello straniero, perché è puramente xenofoba. Mia madre era una straniera, secondo questa logica, anche perché nata a Mogadiscio. Ma
ha dato una mano a San Giovanni in Fiore, come tanti altri docenti forestieri. E forestiero era Gino Piccioto, forestiero era Paolo Cinanni, forestiero era Gianni Vattimo, forestieri erano, per esempio, i Ventrici, i Caridà, i Zaffino e i Sibio. Stranieri, oggi formalmente italiani, sono molti concittadini (e amici) provenienti dal Marocco, dall'Albania, dalla Romania e dalla Cina, perfettamente integrati, che contribuiscono senza dubbio alla crescita collettiva. Straniero ma oriundo sarebbe pure il professore Paolo De Marco, anche se pochi ricordano che fu lui, con la sua scienza e generosità, a sostenere per primo i diritti degli Invisibili. 
Politici e rispettivi ultrà, usate perciò argomenti di politica e non argomenti discriminatori, che con la Calabria non c'entrano alcunché. Visto, tra l'altro, che nella tragedia di Steccato di Cutro noi calabresi abbiamo dato una lezione di umanità e civiltà, alla politica e al mondo. O l'abbiamo dimenticato?


27.3.26

Volevo un altro figlio": così Nicoletta ha sfidato il Parkinson a 35 anni ed è diventata bionica

Da news Google 


 Parkinson è difficile, è come vivere con una zavorra". Il tempo si deforma: "Il mio invecchiamento è più veloce, non è che invecchio sette anni ogni anno come i cani (ride ndr), ma sicuramente è più avanzato rispetto alle persone sane".


Una consapevolezza che non diventa però resa.     Il cervello bionico.                                          Oggi definisce la sua condizione con una parola che contiene ironia e precisione insieme: "La vivo come la storia di una donna bionica, ho un cervello che chiamo bionico, perché grazie a quell’impianto ricevo impulsi elettrici, una tecnologia che mi consente di funzionare come una persona quasi normale". Quel 'quasi' resta, ma non è più il centro.                                                                 Non cedere.                                                             il suo racconto si chiude su una linea sottile, lontana da ogni retorica. "È una vita, si può fare, è una gioia ogni momento che ho con i miei figli, bisogna cercare di non cedere alla tentazione di autocommiserarsi". Una frase che non suona come un insegnamento, ma come un esercizio quotidiano: "Vedere quello che abbiamo e fare quello che possiamo con le forze che abbiamo ogni giorno". La storia di Nicoletta non è una storia di guarigione, ma è una storia di scelta, ogni giorno e questo è quello che colpisce ancora di più.



Il Telaio Invisibile Ritrovare la struttura dopo le feste, tessendo la giornata un filo alla volta.

Il "telaio invisibile" rappresenta la struttura quotidiana che si perde durante il caos delle feste. Ritrovarla richiede un approc...