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28.1.26

Effetto tifo Spalti pieni e un’identità forte quando la comunità fa sauadra con il calcio e con il basket . identità non solo ultras quindi

N..b  scusate  se   ho estratto   dal pdf   solo  il primo articolo   e  riporto gli altri due    sotto  forma di  png   gli altri  due    articoli  sempre  della  nuova  sardegna  del 27\1\2026

una  partita del
Calangianus

C'è un momento preciso, nei piccoli paesi,in cui capisci che lo sport non è solo sport. Succede quando la domenica pomeriggio diventa più importante del resto della settimana, quando il campo (di calcio o di basket, poco importa) prende il posto della piazza, del bar, delle “vasche” che non si fanno più.Succede quando una squadra diventa un pretesto nobile per stare insieme. E allora capisci che lì, in quel rettangolo di gioco, batte il cuore della comunità. A Calangianus, per esempio, la partita non è mai solo la partita. È un rito civile.Quattrocento persone sugli spalti, si riconoscono, si prendono in giro, discutono, ridono. Operai e industriali, allevatori ed ex presidenti, giovani e signore sempre più presenti. Anche gente che con il calcio non aveva nulla a che spartire. Il tifo non è anonimato: è identità. In un paese che perde abitanti, lo stadio resta uno degli ultimi avamposti dove la comunità si guarda in faccia. Ma Calangianus non è una eccezione.A Tonara, quando tutto sembrava finito, sei donne hanno fatto una cosa che nei piccoli centri pesa più di mille convegni: si sono assunte una responsabilità collettiva. Non sapevano nulla di calcio, non si conoscevano nemmeno tra loro. Eppure hanno salvato una squadra e, senza proclami, hanno ridato al paese un motivo per ritrovarsi,discutere, tifare. In un mondo che dice sempre “non si può”, loro hanno detto “proviamoci”. E il paese ha risposto.A Campanedda il calcio non è una passione: è un presidio. È il modo in cui una borgata di poco più di mille abitanti si riconosce,si ritrova e si racconta. In nove anni i rossoblù sono saliti dalla Seconda Categoria alla Promozione senza padrini né capitali esterni,ma con una comunità compatta alle spalle e una tifoseria che è già appartenenza,I Fizzos de Sa Nurra. 300 spettatori fissi; un campo che ha preso il posto della piazza; una scuola calcio che riempie i pomeriggi dei bambini. Qui la squadra è davvero una famiglia allargata. E poi c'è Sennori, che  per la sua squadra di basket perde la testa. Il palazzetto soldout, la domenica cambia umore a seconda del risultato, il senso di appartenenza che passa dal parquet alle strade. Anche lì, lo sport non riempie solo un tabellino: riempie un vuoto. Queste storie, messe insieme, raccontano una verità semplice e po-tentissima: nei piccoli cen tri lo sport supplisce a ciò che manca. Dove non c'è più la piazza, c'è una tribuna. Dove non c'è più aggregazione spontanea, c'è un tifo organizzato eppure autentico. Dove lo Stato arretra e i servizi si assottigliano, un pallone e un canestro tengono insiemele persone.  Onorare la maglia vuol dire onorare il paese, la sua storia, il presente fragile e ostinato. Lo sport, qui, non è evasione: è resistenza quotidiana. È orgoglio. È comunità che, almeno per 90 minuti, o per 40, si ricorda di essere tale.


Infatti  



26.1.26

La scelta più brutta. Giampaolo Cassita

Ero indeciso se scrivere del suicidio    dei genitori dell'ultimo femminicidia   o stare ad zitto e lasciare che l'oblio lo coprisse . Ecco che stavo cercando le parole ma l'emozioni createmi dalla lettura  di questo post di Giampaolo Cassitta mi hanno anticipato . 

                                                        La scelta più brutta


Non reggere il dolore, la vergogna, camminare sui binari della disperazione. Non riuscire a soppesare i gesti, non avere la forza di convivere con un figlio assassino, femminicida. Essere genitori e decidere di farla finita. Impiccarsi entrambi. Impiccarsi insieme, con una corda che segnala l’abisso infinito tra una vita destinata al silenzio, al dover essere additati, segnalati, riconosciuti, e una morte che cancella, che lava, come un simulacro maledetto, le colpe di un figlio che non può essere neppure nominato.

Quanta forza c’è voluta per questo gesto? E quanta debolezza? Com’è difficile, sempre, costruire analisi, insultarli in quanto genitori e quindi colpevoli di aver messo al mondo un assassino. Come se fosse tutto facile, lineare, come se quella lavagna fosse divisa da una sola linea: buoni e cattivi.

E allora ditemi voi: da che parte mettiamo i genitori di Claudio Carlomagno, l’uomo arrestato per il femminicidio della moglie Federica Torzullo? In quale girone dei dannati dovrebbero finire Pasquale Carlomagno e Maria Messineo, colpevoli di troppa debolezza o di troppa forza, di troppa disperazione e di poca voglia di continuare una vita comunque segnata, maledetta, conclusa?

Oltre al silenzio, ci vorrebbe un momento lungo di riflessione per tutti coloro che, davanti a una tastiera, continuano a vomitare sentenze. Quelle corde che hanno reciso il collo di due innocenti dovrebbero trasportarci in un silenzio lungo, definitivo e definito.

Non è una tragedia, ma la tragedia. La morte cercata per sfuggire a una vita bastarda, a un figlio. Niente da aggiungere, vi prego

24.1.26

nonostalgia degli anni 80 il Militare

foto simbolo in quannto  sono del 1976  e  non nel 1968

Più  mi  avvicino ai 50 ( mancano 35    giorni )   mi  viene  la nostaglia  degli anni 80\90  . Soprattutto   in cose    che    per  motivi di salute  all'epoca  i   fabici     cioè  chi   ha  

Il favismo è la carenza o la riduzione della funzione di un enzima (sostanza in grado di accelerare e facilitare le reazioni chimiche dell’organismo) chiamato glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD).Il favismo è il più comune difetto enzimatico umano, presente in oltre 500 milioni di persone nel mondo e 400 mila in Italia.La riduzione o il malfunzionamento dell’enzima (enzimopenia G6PD o deficit di G6PD) comporta il rischio, in determinate condizioni, di comparsa di una anemia acuta non immune: ovvero la distruzione improvvisa dei globuli rossi. Il G6PD, infatti, è contenuto per la maggior parte all’interno di queste cellule del sangue.

  erano esclusi dal servizio militare   .  E  quindo l'unico ricordo   che  ho  in merito è  quello  della  visita  di Leva a  Cagliari   . Una  delle prime volte      che  uscivo  oltre  i  40 km  da  solo  e per più giorni  .Ad  alimentare tale  nostalgia   oltre  i  ricordi diretti  ( la visita  di leva  con la golidardiia e il nonnismo temperato dei militari che dovevano assisterci ) indiretti  (  chi l'ha  fatto    e  chi lo ha evitato,  chi  ha  subito il nonnonismo \   il bullismo    duro )   ci  pensano   gli account    e  i  gruppi social  .  In questo     caso quelllo   di  ( da  me  recentemente     intervistato  a prosito di  Paninari   per   il  nostro  blog  ) 

 Dedicato a chi prese quel treno per rientrare dopo la prima "Licenza breve" ⏰ se non ricordo male il cosiddetto "Trentasei" che stava per un giorno e mezzo di libertà C’è un momento per chi ha svolto il servizio militare di leva in cui il tempo sembra fermarsi 😐 non è durante le marce... né sotto il peso dello zaino... ma in quei silenzi improvvisi 🧐 la branda la sera o il rumore lontano dei passi nel
corridoio 💌 piuttosto che una lettera riletta troppe volte 🥺La leva non è stato solo imparare cos'è la disciplina e gli ordini scanditi 🫡 la Leva è stata soprattutto l'attesa... ⏳ quella di tornare a casa e di rivedere un volto familiare  in divisa si impara presto che la forza non è non avere paura 😱 ma andare avanti nonostante quella paura 😰 la paura di non essere all’altezza o di perdersi e di cambiare senza accorgersene...Molti hanno conosciuto un’angoscia silenziosa che è difficile da spiegare a chi non c’era 😉 un nodo allo stomaco al momento dell’alzabandiera seguito da un senso di vuoto la domenica pomeriggio quando il tempo libero non bastava a colmare la distanza da casa 🏠 eppure in mezzo a tutto questo nascevano legami strani e profondi 🤝 amicizie fatte di sguardi e di sigarette condivise 🙆 di risate improvvise che servivano a non crollare 🙇Il servizio di leva ha tolto qualcosa senza dubbio 🤔 mesi di libertà e spensieratezza 😊 ma ha anche lasciato un segno sottile e indelebile perchè ha insegnato che la fragilità non è una colpa e che dentro ogni uniforme batte un cuore che sente soffre e spera 🙄Quando tutto finisce e si torna civili resta una strana malinconia 😢 non per la vita militare in sé  ma per la persona che si è stati in quel tempo sospeso 🕰️ un ragazzo costretto a crescere in fretta e  che ha imparato a resistere 💪 forse è proprio questo il lascito più profondo di quell'anno 🤔 quindi non il ricordo delle armi o degli ordini 😐 bensì la consapevolezza di aver attraversato la paura e di esserne usciti in silenzio un po’ più uomini 🤨Trasmettere queste sensazioni oggi non è semplice... non si può spiegare a chi è nato con le videochiamate e le connessioni 🌎 dove tutto è più sempilce e sembra più vicino... l'attesa del Gettone che cade e la chiamata di quei pochi minuti per ascoltare una voce familiare sono ormai solo un lontano ricordo... dove la realtà era totalmente differente da quella odierna 📞





20.1.26

La rinascita dell’ingegnere di Nuoro: nel 2000 fu travolto da un’auto a Sassari, ora è campione di nuoto paralimpico Dal coma dopo l’incidente al record, la rinascita di Francesco Delpiano

la nuova  20\1\2026

Nuoro
 Terribile: «Guastu». Fa davvero male, questa parola. Detta in sardo non significa “semplicemente” guasto, significa “storpio”, “storpio per sempre”. Francesco Delpiano ha un nodo alla gola quando pensa
al padre Tonino che ha dovuto inghiottire la violenza di questo termine tante volte riferito a suo figlio. Francesco era appena uscito dal coma, lottava per vivere nell’inverno del 2000, mentre il babbo era pure costretto a masticare il peso delle parole. «Anche se si salva, suo figlio resterà storpio» si sentiva ripetere. Invece no, la storia è finita diversamente: Francesco pedde mala, così dicono a Nuoro per definire chi ha pellaccia e tempra da vendere, ce l’ha fatta. Ha vinto. È rinato. È persino diventato campione recordman di nuoto.

Cos’era successo?

«Un incidente. Un brutale incidente. A Sassari. Un giovedì, il 17 febbraio del 2000, alle ore 17. Chissà perché il 17 nella cultura occidentale è foriero di sfortuna e disgrazia. Boom! Un’auto mi ha centrato in pieno, ho preso il volo, ho rimbalzato sulla strada, sono finito trenta metri più in là. Poi il buio totale».


Francesco Delpiano, nuorese classe 1967, aveva 33 anni e un futuro luminoso. «A tutto pensavo, fuorché alla morte» dice. Era il più giovane ingegnere italiano, allora, a cui era stata affidata la realizzazione di una grande opera pubblica: la costruzione della metropolitana di Sassari.


Un dramma. Il buio. Un tuffo nell’ignoto...

«Quando tutto sembra fermarsi, è la vita stessa a indicarti la direzione. Può trascinarti giù, a volte condurti a toccare il fondo. Ma quel viaggio può farti scoprire le esperienze più grandi e sconosciute e stupirti di tanta bellezza, come quella nascosta negli abissi di un oceano». Delpiano legge un passo del suo libro autobiografico “Tutto il mare che ho nel cuore”. Venticinque anni dopo l’incidente, ha deciso di raccontare la sua storia.

Perché?


«Perché tanti, per motivi diversi, possono sprofondare nel buio che sembra senza uscita. La mia storia racconta che non sempre il destino che sembra già scritto non possa essere cambiato!».

Ma lei dove ha trovato la forza per risalire dagli abissi, per tornare alla luce?

«Piano piano ho capito che non potevo ritrovare le forze in un approccio di tipo razionale. Ciò che stavo vivendo era straordinariamente drammatico, era enorme, avevo perso tutto. Avevo perso il lavoro, la fidanzata, la casa, la macchina, in qualche modo avevo perso le relazioni, gli amici, i parenti, i luoghi, gli spazi, le visioni, i sogni, per cui intorno c’erano soltanto macerie. Ho iniziato a vivere giorno dopo giorno mettendo il meglio di me stesso e abbandonandomi alla fede, scoprendo passo dopo passo che il Cielo mi avrebbe aiutato».

◗Francesco Delpiano con Nicola Riva e Fabio Pisacane


Come ne è uscito?

«Ho smesso di domandarmi “perché?”. Mi sono aggrappato alle mie risorse: dovevo accettare di vivere quell’esperienza, drammatico e nauseabonda. Era come se fossi sprofondato in un pozzo pieno di liquami. Non avrei potuto reggere a lungo, per cui ho deciso, come un apneista, di andare ancora più giù, di toccare il fondo. Se devo affogare, affogo, pensavo. A quel punto capisci che devi scegliere: soccombere o risalire e vivere».

Qual è stato il momento più difficile in assoluto?


«Faccio fatica a identificare un momento più difficile di altri... » riflette Francesco Delpiano. Occhi neri, carichi di gioia, sguardo empatico, sorriso complice.

Dal 2012 lavora come counselor coach e motivatore, tiene conferenze e seminari esperenziali. È stato ricercatore universitario, è diventato manager di grandi aziende multinazionali. È salito sul podio delle Paralimpiadi, recordman del nuoto con i colori della nazionale azzurra. Nell’estate del 2017, mentre era in vacanza nella sua amata Sardegna, ha persino salvato un turista in difficoltà nel mare agitato davanti all’isola di Tavolara.


«Ecco: sì, il momento più difficile in assoluto è stato quando sono finito a Parma» riprende fiato.

In che senso? Parma?

«Sono andato a Parma per una visita da mio cugino Paolo, medico fisiatra, un viaggio della speranza, grazie a mia sorella Antonella. Da lì ho iniziato un peregrinaggio per svariati ospedali italiani ed esteri. Parma è diventata la mia nuova città».

Dall’Atene sarda all’Atene d’Italia. È in Emilia-Romagna che Francesco Delpiano ha ritrovato la sua forza. Nonostante il continuo calvario da un ospedale all’altro durato oltre quattro anni, per via di una rarissima patologia neuromuscolare con cui convive tuttora, è Parma che gli ha indicato la strada per la vita.

◗Francesco Delpiano con Aldo Maria Morace e Sandro Veronesi


«Eppure, è proprio a Parma che ho vissuto il momento più drammatico. A distanza di sei, sette mesi dal mio arrivo, lo scenario clinico si complicava sempre di più, le indagini diagnostiche erano pessime. Tutto sembrava perduto. Il verdetto inappellabile: purtroppo è successo, non c'è nulla da fare. Questo mi dicevano». Invece no, Francesco e i medici hanno costruito il miracolo anche perché il figlio di mastru Tonino Delpiano non era disposto né a morire né a lasciarsi andare. Ha scelto di vivere. «Trasformare il proprio destino è possibile!». Come lui stesso ripete spesso: «Da disabile a “divabile”». Ossia: «Divinamente abile».

Chi è Oscar Garavani, il nipote di Valentino che ha detto no alle scorciatoie

 finalmente   una  notizia    in cui gli eredi  di  vip     non  cercano scorciatoie    o litigano almeno  per  ora  bramosamente   per eredità 

Il Giornale tramite msn.it

Portare il cognome Garavani non è mai stato semplice. Oscar Garavani, 60 anni, pronipote di Valentino Garavani, scomparso ieri il 19 gennaio 2026 a 93 anni, ha costruito il proprio percorso nel mondo della moda muovendosi sempre sul filo sottile tra un’eredità ingombrante e il desiderio di
affermarsi in modo indipendente. Oggi il suo nome è legato a un progetto imprenditoriale nel settore degli accessori, nato dopo una lunga carriera vissuta sotto i riflettori.
Un legame di famiglia con la storia dell’haute couture
Il nonno di Oscar era il fratello di Valentino, lo stilista di Voghera che ha dominato l’alta moda internazionale per oltre mezzo secolo. Nato e cresciuto a Roma, Oscar entra in contatto con l’universo fashion fin da giovanissimo, respirando un ambiente in cui stile ed eleganza erano parte del quotidiano, senza però trasformarsi automaticamente in una corsia preferenziale.
L’esordio sulle passerelle
La carriera prende forma molto presto. A soli 16 anni Oscar viene notato per un aspetto fuori dal comune, 1 metro e 85 di altezza, capelli biondi lunghi, lineamenti marcati e occhi verde giada. Un fisico che lo porta rapidamente sulle passerelle internazionali dei grandi stilisti. Sfilerà per Giorgio Armani, Gianni Versace, Gianfranco Ferré e anche per lo zio Valentino.
Nonostante il cognome, Oscar ha sempre rivendicato la propria autonomia. In diverse occasioni ha raccontato di aver scelto il lavoro di modello per la libertà che offriva, viaggi, indipendenza economica e la possibilità di costruire qualcosa da solo. “Non ho mai cercato scorciatoie perché mi chiamavo Garavani”, ha ricordato. “Volevo trovare la mia strada”.
La svolta manageriale
Con il tempo, la passerella smette di essere il centro del suo mondo. Oscar decide di cambiare ruolo e passa dall’altra parte del sistema moda, fondando a New York un’agenzia di modelle e modelli con sede sulla Fifth Avenue. Un’esperienza che segna l’inizio del suo profilo imprenditoriale e che lo allontana dalle luci dei riflettori senza farlo uscire dal circuito fashion.
La collezione di accessori
Il ritorno alla dimensione creativa avviene alcuni anni dopo. Dal 2013 Oscar Garavani inizia a disegnare borse e accessori, affidandosi inizialmente a piccoli laboratori artigianali italiani. Le prime collezioni trovano spazio soprattutto all’estero, tra Russia, Medio Oriente ed Emirati Arabi, lontano dal clamore del mercato italiano.
L’ingresso nella pelletteria industriale
Il progetto cresce e si struttura nel 2020, quando Oscar acquisisce il 50% della Pelletteria Modigliani, storica azienda campana specializzata nella produzione per grandi marchi internazionali. Un’operazione che gli consente di rafforzare la filiera produttiva e di sviluppare linee di borse a suo nome.
Il lavoro con Sonia Musumeci
Accanto a lui c’è la compagna Sonia Musumeci, già attiva nel settore con il marchio Sofymekler. Insieme disegnano collezioni che uniscono artigianalità e visione contemporanea, consolidando un progetto che punta più sulla qualità e sulla coerenza che sulla forza del cognome.
Oltre Valentino, senza rinnegare le originia
La storia di Oscar Garavani è quella di un uomo che ha attraversato la moda in tutte le sue forme, modello, manager, imprenditore e designer. Sempre con una linea guida chiara, non chiedere favori, nemmeno allo zio più celebre della couture mondiale. Un percorso costruito nel tempo, passo dopo passo, per dimostrare che anche all’ombra di un mito si può trovare una luce propria.

18.1.26

Violenza ostetrica, Giorgia: “Costretta ad andare in bagno con la porta aperta mentre un portantino mi fissava”

da fanpage trami.te msn.it
"Mi sono sentita completamente sola. Ero in travaglio, avevo contrazioni fortissime e ho cominciato a urlare. Avevo cercato fino ad allora di controllarmi, di non disturbare, ma non ce la facevo più. Ho sentito che da fuori dicevano ‘questa è matta'. Un’ostetrica è entrata e mi ha rimproverata, dicendomi di stare zitta, di calmarmi. Quello che ho ricevuto è stato un trattamento disumanizzante". Negli anni abbiamo raccolto varie storie di violenza ostetrica. L'esperienza di Giorgia rientra tra queste. Suo figlio ha un anno e mezzo, ma anche se è passato del tempo il ricordo di quei giorni è ancora vivido. Così come quello delle manovre invasive per le quali non ha ricevuto comunicazione né le è stato chiesto il permesso, e il trattamento umiliante ricevuto nel momento del travaglio. Non solo: in un momento in cui Giorgia era nel bagno della sala parto, ha visto che un portantino la fissava attraverso la porta aperta, tra il totale disinteresse del personale sanitario. Un atto vissuto come una forte violenza, di cui ancora oggi fatica a parlare.
L'inizio del travaglio
"Avevo iniziato già nel pomeriggio a sentire delle contrazioni. Ho provato a dormirci la notte, anche se con difficoltà. La mattina mi sono resa conto che erano abbastanza ravvicinate, circa ogni tre minuti. Non mi sono allarmata, ma dato che ho capito che il travaglio stava per cominciare, mi sono recata comunque al pronto soccorso". Giorgia è arrivata in ospedale intorno alle 11 del mattino: è stata visitata e le hanno fatto, come da prassi, un tracciato. "Avevo contrazioni forti e frequenti ma ancora irregolari – spiega -. Così mi hanno detto di aspettare in sala d'attesa per un secondo tracciato. Mi hanno però fatta stare in una sala separata da sola, senza nessuno". Ed è qui che Giorgia ha cominciato a preoccuparsi. "Mi sono sentita molto sola, anche perché ero preoccupata. Nessuno mi stava accanto e avevo difficoltà a stare in piedi perché avevo un forte dolore alla gamba sinistra a causa di una sciatalgia emersa nell’ultimo periodo della gravidanza. Avevo difficoltà perfino ad arrivare al bagno. E ovviamente non avevano fatto restare il mio compagno con me. È stato molto invalidante, perché ho aspettato lì, non so esattamente quanto tempo: per me sembrava interminabile, magari un’ora e mezza, due ore, tre ore, non lo ricordo con precisione".
"Mi hanno scollato le membrane senza chiedermelo"
"Nel frattempo cercavo di resistere assumendo posizioni bizzarre, aggrappandomi alle sedie. Ero completamente sola. Poi mi rivisitano, fanno il secondo tracciato e anche la visita ginecologica. Durante la visita mi dicono che, nonostante le contrazioni forti, è ancora tutto chiuso. Questo l’ho capito solo dopo, perché sul momento non mi avevano informata di nulla: non sapevo leggere il tracciato, non sapevo niente. Sono una persona piuttosto timorosa, quindi ho deciso di affidarmi completamente ai medici. Ed è a quel punto che mi fanno una manovra di scollamento delle membrane, senza dirmelo. Non me l’hanno comunicato e non risulta nemmeno sulla cartella clinica. È stata una visita molto invasiva e mi ha fatto male. Dopo ho avuto anche una piccola perdita di liquido, ma mi dissero che era impossibile che succedesse qualcosa, quindi mi sono tranquillizzata". Procedure come lo scollamento delle membrane dovrebbero essere comunicate alle donne. Spesso invece non viene fatto: una decisione arbitraria che viene vissuta spesso con violenza, e che tratta il corpo delle donne come fosse un oggetto, negando autodeterminazione, consenso e dignità.
Giorgia: "Mi sono sentita sola e abbandonata"
Dopo lo scollamento delle membrane, le contrazioni di Giorgia diventano più forti. "La ginecologa mi ha spiegato che, anche se irregolari, erano molto forti, e che il travaglio vero e proprio stava per iniziare. Verso le 17 mi hanno quindi sistemata in una stanza dove c'era anche un'altra ragazza in fase di induzione". Tempo un'oretta e sono iniziate per Giorgia contrazioni molto forti e ravvicinate: il dolore provato però, era effettivamente troppo forte rispetto a delle ‘normali' contrazioni. Il motivo lo ha scoperto poco dopo: il bambino, infatti, era in posizione occipito-posteriore, e il suo sarebbe stato quindi un parto distocico. Si tratta di un parto molto complesso e doloroso per la posizione del feto, e che nella quasi totalità dei casi porta a parti operativi o d'urgenza. "È una cosa che ho scoperto dopo. Nessuno prima di allora mi aveva informata, non so nemmeno se alle ecografie precedenti se ne erano accorti. Soffrivo moltissimo, il dolore era davvero forte e le contrazioni erano troppo lunghe. Sono stata in questo stato per circa otto ore, in totale solitudine. Le ostetriche passavano raramente, i miei familiari potevano entrare solo durante l'orario delle visite. Pensavo di morire. A un certo punto è arrivata un'ostetrica che mi ha fatto mettere in una posizione, in seguito alla quale mi si sono rotte le acque: Il liquido era melmoso, tendente al nero. Nonostante questo, mi hanno detto ancora di aspettare e mi hanno lasciato nuovamente sola".
Le offese e le umiliazioni
"Mi hanno comunicato che ero a tre centimetri di dilatazione e che avrei potuto fare l’epidurale, ma avrei dovuto aspettare perché la sala parto non era disponibile. Ero stremata, sotto shock. A un certo punto ho iniziato a gridare. Avevo cercato fino ad allora di controllarmi, di non disturbare, ma non ce la facevo più. Ho sentito che da fuori dicevano ‘questa è matta'. Un’ostetrica è entrata e mi ha rimprovera, dicendomi di stare zitta, di calmarmi". E continua: "Nel frattempo, durante il turno pomeridiano, un’ostetrica più gentile mi ha consigliato di fare una doccia bollente per rilassare l’utero. Io non volevo, anche perché non riuscivo a stare in piedi e il bagno era in condizioni pessime, davvero insalubri, era sporchissimo e pieno di muffa. Ero davvero a disagio, non volevo entrare lì dentro".
Dopo diverso tempo, Giorgia è stata portata in sala parto, dove le è stata fatta l'epidurale. "Mi hanno rimproverato perché non riuscivo a stare ferma, nel frattempo continuavo a perdere liquido. Dopo l’epidurale mi somministrano un farmaco per rallentare le contrazioni, perché avevo un’ipertonia uterina grave. Ma, come prima, nessuno mi aveva informata di nulla".
Con l'epidurale, Giorgia è riuscita un po' a dormire. "Dopo un po' mi sono svegliata con un fortissimo stimolo a spingere: non erano contrazioni, era proprio il bambino che spingeva per uscire. L’ostetrica non mi credeva. Mi hanno obbligato ad andare in bagno con la porta aperta, perché non si poteva staccare il tracciato. In quel momento era entrato un portantino uomo, che ha cominciato a fissarmi con insistenza. L’ho vissuta come una violenza, e nessuno ha detto nulla".
"Dolore inumano, mi sono sentita abbandonata"
Quando i medici si sono resi conto che il bambino era in una posizione anomala, sono intervenuti. "Senza informarmi, hanno iniziato una manovra di rotazione interna. Nessuno mi ha spiegato i rischi, nessuno mi ha chiesto il consenso. Ho percepito questo come una forte violenza, mi ha traumatizzato: non so se è un caso ma mio figlio, per il primo mese, non si è mai fatto toccare la testa. Durante la manovra si è verificato un prolasso di cordone e una bradicardia a 55. A quel punto siamo corsi in sala operatoria per un cesareo d’urgenza. Io ho implorato di essere addormentata. Mi sono svegliata dopo due ore. Il bambino, fortunatamente, è nato sano".
Le cose però, non finiscono lì. "Dopo il parto ho sviluppato un’infezione grave. Febbre alta, PCR a 146. Sono stata ricoverata in ospedale quasi due settimane, con difficoltà continue, scarsa assistenza, umiliazioni, mancanza di cure adeguate, fino a episodi di aggressione verbale da parte del personale. Sono uscita dall’ospedale profondamente traumatizzata. La cosa peggiore resta l’essere stata lasciata sola, senza informazioni, senza consenso, in un dolore inumano. Mi sono sentita abbandonata".

13.1.26

Di lui non si è parlato sui giornali. Non era un caso da prima pagina. Non rientrava nelle storie che fanno rumore .eppure Giovanni Putelli aveva 39 anni. è morto a #CransMontana

 Di lui non si è parlato sui giornali.Non era un caso da prima pagina.Non rientrava nelle storie che fanno rumore.Eppure era un padre di due bambini piccoli.E questo dovrebbe bastare a fermarci il respiro.💔
Se n’è andato in mezzo ai più giovani, lui che giovane non lo era più.Ed è forse proprio qui che il dolore diventa più acuto.Giovanni Putelli aveva 39 anni.Un’età in cui la vita non è più una corsa leggera, ma una somma di responsabilità.Un’età in cui ogni scelta pesa il doppio, perché dietro non c’è solo te stesso, ma due figli di 3 e 5 anni che ti aspettano e danno un senso a ogni giorno.Si trovava a Crans-Montana per lavoro.Tre anni prima aveva fatto una scelta difficile: lasciare tutto e
ripartire altrove.
Senza annunci, senza scene.Solo la volontà concreta di costruire qualcosa di stabile, di esserci davvero.Quella sera non era nemmeno in servizio.Era il suo giorno libero.Un momento qualunque, come tanti, in un posto qualunque.Poi qualcosa si rompe.Le fiamme.Il fumo che invade.Il panico che corre più veloce delle persone.Giovanni si trovava al piano superiore, al bar.Avrebbe potuto restare lì.Avrebbe potuto pensare solo a salvarsi.Ma non lo ha fatto.È sceso.Per aiutare.Per non lasciare indietro nessuno.Forse qualcuno si è salvato anche grazie a lui.Lui no.Non c’è nulla di spettacolare in questa storia.Nessuna telecamera accesa.Nessun applauso.Solo un uomo che, nel momento più pericoloso, ha scelto di non voltarsi.Mentre tutto succedeva, sua sorella lo cercava.Ovunque.Messaggi, appelli, attese cariche di speranza.Poi il vuoto.Quel vuoto che arriva quando le risposte fanno troppo male per essere dette.Il fratello Angelo ha scritto:«Grazie per l’affetto e la vicinanza che ci avete donato».Parole semplici.Quelle che restano quando il dolore è troppo grande per essere spiegato.Giovanni non era più un ragazzo.Era un papà.Era un fratello.Era un uomo che stava provando a costruire un domani.Ed è morto come spesso muoiono le persone migliori:mentre facevano qualcosa per qualcun altro, senza sapere se sarebbero tornate indietro.Restano due bambini troppo piccoli per capire.Resterà il ricordo di un padre che non ha avuto paura di fare un passo avanti.Resterà una scelta che parla più di mille parole.E resta una domanda che pesa:quante persone comuni compiono gesti straordinari senza che il mondo faccia in tempo a dirgli grazie?


11.1.26

Da bullizzato a decoratore: «Quando l’arte diventa salvezza» – la storia del riscatto di Daniele Arminu dopo il buio: «Voglio portare la mia esperienza a scuola»

 Olbia C’è stato un momento in cui Daniele ha rischiato di perdere una mano
. La sinistra, la sua mano forte, perché è mancino. È lì che la sua vita cambia direzione, anche se alle spalle c’erano già anni di sofferenza, di silenzi e di ferite profonde che oggi lui chiama con il loro nome: bullismo, isolamento, depressione. Daniele Arminu ha 45 anni, è originario di Pattada e oggi lavora in tutta la Sardegna, soprattutto in Gallura,

 come decoratore. Trasforma pareti, mobili e ambienti rendendoli pezzi unici, attraverso una tecnica decorativo-pittorica personale, costruita nel tempo. Ma prima di arrivare fin qui ha attraversato un lungo periodo in cui non riusciva a stare nel mondo, né con gli altri né con se
stesso. Da bambino, e poi da ragazzo, Daniele era molto sensibile, sveglio, intuitivo. Aveva anche una forte
 passione per il disegno, che però non riuscirà a coltivare. Proprio quella sensibilità, lo rende un bersaglio. Racconta di scherni continui, di violenza psicologica, ma anche di episodi di violenza fisica subiti sia alle elementari che alle medie, in un’epoca in cui di bullismo si parlava poco e spesso veniva minimizzato. «Ti fanno sentire diverso – racconta –. E quando succede ogni giorno, finisci per crederci».
Daniele non ne parla in famiglia. Si chiude, prova ad affrontare tutto da solo. È anche per questo che, finite le scuole medie, non prosegue gli studi: è troppo giù, troppo spento, nonostante le sue capacità intellettuali. «Non ce l’avrei fatta», racconta oggi con lucidità. Entra presto nel mondo del lavoro. Fa il manovale, il muratore, lavora in cantiere. Ma anche lì le difficoltà non spariscono. Anzi. Il suo modo di essere, la tensione che si porta dentro, la fatica di stare in mezzo agli altri diventano motivo di richiami, scontri, incomprensioni. «Ero nervoso, sempre sul filo – racconta –. Non perché non avessi voglia di lavorare, ma perché mi sentivo costantemente sotto giudizio. Quelle stesse ferite nate a scuola continuavano a riemergere, proiettandosi sul lavoro e sulla mia vita. È in quegli anni che prende forma una depressione silenziosa. Ogni cosa che facevo la vedevo negativa. Non riuscivo più a credere in me». Nel suo percorso ci sono stati anche i farmaci. Daniele ne parla con rispetto: «So che per tante persone sono un aiuto. Non per me. Mi avevano spento e li ho interrotti. La svolta è arrivata da un lavoro profondo sulla testa, sulla consapevolezza. Dovevo capire cosa stavo vivendo e perché».Il punto più buio arriva dopo un litigio in cantiere. Daniele rientra a casa, la testa “va in tilt” e in un attimo succede l’irreparabile: «Ho dato un pugno contro una vetrata e ho rischiato di perdere la mano sinistra, lesionata in maniera gravissima». Seguono ospedali, interventi complessi, una riabilitazione lunga e dolorosa. Viene operato inizialmente a Ozieri, dove subisce più interventi nel tentativo di recuperare la funzionalità della mano. Ma il percorso è difficile e i risultati non sono quelli sperati: la mano non risponde, il dolore aumenta, la sensibilità diminuisce. A un certo punto alcuni suoi parenti lo convincono a tentare un’altra strada e ad andare nel Nord Italia. È a Varese che Daniele incontra due professori che prendono a cuore il suo caso: Giorgio Pilato e Mario Cherubino. Uno degli interventi dura tredici ore e mezzo. E al termine, il professor Cherubino gli dirà: “Sei stato davvero un bell’impegno”. Daniele oggi li ringrazia: «Grazie a loro ha potuto recuperare pienamente l’uso della mano sinistra, tanto da poter lavorare e a creare». È in quel tempo sospeso che avviene un’altra svolta, forse la più silenziosa ma decisiva. Daniele comincia a passare intere giornate in biblioteca. Legge, studia, recupera ciò che aveva lasciato indietro. È uno studio libero, autodidatta, ma profondo. Ed è lì che riemerge quella passione infantile mai coltivata: il disegno, l’arte, la visione. Si avvicina agli artisti che sente più vicini: Raffaello, Michelangelo, Leonardo, e soprattutto Caravaggio, «per quel modo di vedere già l’opera dentro la materia. L’arte diventa prima rifugio, poi linguaggio, infine lavoro».

9.1.26

L'ascolto del carnefice.

Stavo  per     scrivere  io  la  recensione     del  film  ma  l'amico  Giampaolo Cassitta    mai ha 

anticipato  .  L'unica  cosa che  mi sento d'aggiungere  prima  di lasciarvi al  post   di Giampaolo     è che esso è un  film :   bello ,  profondo ,  utile  e       con un ottimo  cast  .

Norimberga non è un film storico. È, piuttosto, un pretesto potente per raccontare un’altra storia, molto più interessante: il rapporto tra detenuto e operatore e, più in profondità, il rapporto tra il male e la sua analisi.Il film si regge quasi interamente su due figure. Da un lato Hermann Göring, ex secondo in comando di Hitler, imputato a Norimberga per crimini atroci. Dall’altro Douglas Kelley, psichiatra dell’esercito americano incaricato di valutarne la personalità. La cornice storica resta sullo sfondo, ben descritta, accattivante, solida: un ottimo prodotto cinematografico. Ma il cuore è altrove, in quel rapporto che lentamente si costruisce tra i due uomini.


 


Quel rapporto mi ha inevitabilmente riportato al mio mestiere, a quella strana alchimia che si crea tra detenuto e operatore. Un equilibrio instabile, un approccio duale che si insinua tra il desiderio di sapere, di comprendere, di analizzare, e la forza dirompente – talvolta caricaturale – della messa in scena, della parte che il detenuto interpreta. È un gioco sottile, quotidiano, fatto di avvicinamenti e distanze, di ascolto e di prudenza.
C’è una scena, bellissima, in cui Göring chiede a Kelley se tra loro sia nata un’amicizia. Lo psichiatra risponde di sì, ma con esitazione. Sa che il tentativo manipolatorio del carnefice non ha funzionato, e infatti sarà proprio Kelley a fornire le indicazioni decisive per intervenire contro il gerarca nazista. In quel passaggio mi sono ritrovato profondamente, perché in carcere questo meccanismo è una pratica costante, un modus operandi che si rinnova ogni giorno nel rapporto tra detenuto e operatore del trattamento.
Ricordo un episodio preciso. Un detenuto politico, affiliato alle Brigate Rosse, dopo una serie di incontri intensi, nei quali avevamo toccato nodi importanti della sua storia e della sua ideologia, mi chiese improvvisamente: “Ma lei, da che parte sta?”. Risposi senza esitazioni: “Dalla parte dello Stato”. Era l’unica risposta possibile.
Per questo Norimberga dovrebbe essere proiettato nelle scuole di formazione dei funzionari giuridico-pedagogici, i vecchi educatori penitenziari, e analizzato scena per scena. A partire dall’apparente incomunicabilità tra Göring e Kelley, passando per quel gioco di complicità che umanizza il personaggio – e umanizzare senza contesto è sempre un rischio enorme – fino alla fase finale, in cui Kelley torna a essere pienamente l’operatore e si colloca, senza ambiguità, dalla parte dello Stato.
I nazisti sono stati dalla parte sbagliata della storia. Hanno commesso atrocità indicibili, in particolare contro il popolo ebraico. Così come sono dalla parte sbagliata della storia un brigatista, un mafioso, un sequestratore di persona, un violentatore, un femminicida. Cambiano le forme, non la sostanza del male.
Avere il coraggio di ascoltare Caino è un mestiere complesso: affascinante e pericoloso, terribile e necessario. Ma occorre tenere fermo un punto essenziale. Per quanto possa essere seducente l’abisso del male, non deve mai travolgerti. Può solo servirti per comprenderlo, per arginarlo, per raccontarlo, per indicare strade che impediscano la sua riproduzione.
Questo è stato, per me, Norimberga: un duello serrato tra il male assoluto e la necessità di sapere.

7.1.26

Olimipiadi invernali 2026

   come ho raccontato le olimpiadi e le paraolimpiadi del 2024 anche quest'anno proverò a raccontare le storie delle olimpiadi invernali che A partire dalla XVII edizione più precisamente dal 1994 i Giochi olimpici invernali sono sfalsati di due anni rispetto ai Giochi olimpici estivi.
Quest'anno I XXV Giochi Olimpici Invernali si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026. La cerimonia di apertura avrà luogo allo stadio di San Siro a Milano, mentre la cerimonia di chiusura si svolgerà a Cortina d'Ampezzo.Le gare si svolgeranno in diverse città, tra cui Milano, Cortina d'Ampezzo, Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, e Tesero. Questa edizione segna una novità, poiché è la prima volta che due città ospitano i Giochi invernali insieme.Saranno disputate 16 discipline olimpiche e 6 discipline paralimpiche, con oltre 3.500 atleti


provenienti da più di 90 nazioni. Tra le discipline olimpiche ci saranno sci alpino, biathlon, snowboard, hockey su ghiaccio, e per la prima volta, lo sci alpinismo.Questa edizione delle Olimpiadi Invernali non solo celebra lo sport, ma promuove anche valori di inclusione, sostenibilità e benessere, riflettendo la cultura italiana contemporanea. Sarà un evento memorabile che unirà diverse regioni e città del nord Italia in un'unica celebrazione.Essi si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026. La cerimonia di apertura avrà luogo allo stadio di San Siro a Milano, mentre la cerimonia di chiusura si svolgerà a Cortina d'Ampezzo.Località: Le gare si svolgeranno in diverse città, tra cui Milano, Cortina d'Ampezzo, Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, e Tesero. Questa edizione segna una novità, poiché è la prima volta che due città ospitano i Giochi invernali insieme.Saranno disputate 16 discipline olimpiche e 6 discipline paralimpiche, con oltre 3.500 atleti provenienti da più di 90 nazioni. Tra le discipline olimpiche ci saranno sci alpino, biathlon, snowboard, hockey su ghiaccio, e per la prima volta, lo sci alpinismoQuesta edizione delle Olimpiadi Invernali non solo celebra lo sport, ma promuove anche valori di inclusione, sostenibilità e benessere, riflettendo la cultura italiana contemporanea. Sarà un evento memorabile che unirà diverse regioni e città del nord Italia in un'unica celebrazione.

5.1.26

La scelta di Virginia Jacquemod: «A 17 anni sono partita per il Ghana. Oggi vivo in barca e salvo il mare dalle plastiche»






  da la nuova sardegna 4\1\2026  

Navigare da sola lungo le coste del Mediterraneo, spesso fuori stagione, fermandosi porto dopo porto per incontrare pescatori, cooperative e istituzioni. È questa la scelta radicale di Virginia Jacquemod, 26 anni, torinese, che ha trasformato la navigazione solitaria in uno strumento di tutela ambientale. Vive a bordo di Phileas, una barca a vela di dieci metri in alluminio diventata laboratorio galleggiante, e dedica la sua vita a un obiettivo preciso: impedire che le reti da pesca a fine vita finiscano in mare, dove
continuano a pescare e a disperdersi in microplastiche.
Dopo un’esperienza decisiva in Ghana a soli 17 anni e una formazione in Antropologia sociale e sviluppo a Londra, Virginia ha scelto di lasciare la terraferma e una traiettoria convenzionale. Oggi è project leader di Vox Maris, progetto della BioDesign Foundation già attivo in Veneto e in Sicilia.
Ora è approdata in Sardegna: da marzo partirà il nuovo tour di sensibilizzazione che punta a coinvolgere l’intera regione e a dimostrare che il modello può diventare europeo.

Virginia, partiamo dall’inizio: come nasce la sua vita in barca e l’incontro con Phileas?



«La mia storia su Phileas inizia nella primavera-estate del 2024. Conoscevo questa barca da più di un anno, era ferma in cantiere a Fiumicino. A un certo punto è stato chiaro che avremmo dovuto continuare a esistere insieme. L’ho acquistata con l’aiuto fondamentale di mia madre, che è la prima sostenitrice di tutti i miei sogni. Dopo un lungo periodo di lavori siamo partite. Poi è arrivata la chiamata dalla Sicilia, per prendere in mano un importante progetto di tutela ambientale, e ho girato la prua a sud. Ho navigato tutta l’isola, comprese le isole minori, e ora Phileas ed io siamo arrivate finalmente anche in Sardegna».


Facciamo un passo indietro: il Ghana è stato uno spartiacque nella sua vita. Perché?


«Il Ghana mi ha aperto gli occhi su un problema che in realtà esiste ovunque. Ad Accra l’inquinamento era così evidente, così invasivo, che non potevi ignorarlo. Il mare raccoglie tutto quello che viene lasciato a terra: sacchi, plastiche, rifiuti. Lì ho capito che ci siamo abituati a vivere nello sporco, come se la nostra casa finisse alla porta di casa. Invece la nostra casa è anche fuori, è il pianeta. Quando te ne rendi conto, non puoi più far finta di niente: devi agire».


Quando ha capito che il mare poteva diventare il suo strumento di cambiamento?

«Il mare è lo strumento che mi permette di tenere insieme due parti fondamentali di me: l’impegno sociale e qualità della vita. La barca non è solo un mezzo, è uno stile di vita che mi consente di generare impatto senza rinunciare al mio equilibrio. Durante il Covid ho fatto la traversata atlantica e lì ho capito che questa dimensione mi apparteneva. Il mare è anche molto comunicativo: insegna, mette alla prova, obbliga all’ascolto».


L’incontro con la BioDesign Foundation è stato decisivo. Cosa vi unisce?

«Mi sono ritrovata completamente nella filosofia della fondazione, ispirata al pensiero del designer Luigi Colani. L’idea è che le soluzioni ai problemi esistano già in natura: bisogna saperle osservare. BioDesign lavora per risolvere i problemi all’origine, non per “ripulire la superficie”. Il progetto al quale lavoro - Vox Maris - nasce proprio così: come soluzione strutturale e definitiva al problema delle reti da pesca a fine vita».

Perché rappresentano un’emergenza ambientale così grave?


«Le reti sono rifiuti speciali, costosi da smaltire e difficili da riciclare. Spesso vengono abbandonate o disperse in mare. Una volta sui fondali continuano a pescare - il cosiddetto ghost fishing - distruggono gli ecosistemi e col tempo si disgregano in microplastiche. Quelle microplastiche entrano nella catena alimentare. Le mangiamo, le beviamo, le respiriamo. Recuperare una rete dal fondale costa enormemente più che prevenirne l’abbandono.

Vox Maris nasce proprio per questo: prevenire è molto meglio che curare». In cosa consiste concretamente Vox Maris?



«Creiamo un’infrastruttura che permetta ai pescatori di conferire le reti a fine vita direttamente in porto, differenziandole per materiale, proprio come facciamo con i rifiuti domestici. Così diventano riciclabili. Il progetto è partito da Chioggia, dove dal 2021 sono state raccolte circa mille tonnellate di reti. In Sicilia abbiamo applicato per la prima volta il modello su scala regionale. Ora la Sardegna è la sfida più ambiziosa».

Cosa rende la Sardegna un passaggio chiave?


«Qui vogliamo dimostrare che il progetto può essere implementato anche dall’alto, con il supporto diretto della Regione. Il “modello Sardegna” potrà diventare un modello nazionale ed europeo e presenteremo un progetto al Ministero dell’Ambiente e alla Comunità Europea per renderlo strutturale a livello internazionale. Il varo è previsto in marzo da Olbia. Io comunque continuerò a fare porto per porto: il valore aggiunto è il contatto diretto con i pescatori, la formazione sul campo, la relazione di fiducia».


Quanto conta il suo vivere in barca in questo dialogo con i pescatori?


«Conta moltissimo. Arrivare in giacca e cravatta non funziona. Arrivare navigando, ormeggiarsi accanto alle loro barche, dare una mano, crea empatia. Non ti vedono come un’intrusa ma come una collaboratrice. Phileas è stata fondamentale in questo».

Che messaggio vuole lanciare alle istituzioni e ai giovani che vogliono vivere di mare?

«Alle istituzioni dico che la chiave è la rete: integrare il lavoro dal basso con il supporto dall’alto. Solo così si risolvono davvero i problemi. Ai giovani dico: provate. Buttatevi. Il mare va rispettato, ma è un maestro incredibile. Vale la pena provarci».

E tra dieci anni, dove si vede?
«Non lo so, e va bene così. So solo che continuerò a ideare, creare e generare impatto. Forse su una barca più grande, forse ancora per il mare. Ma sempre seguendo una rotta che abbia senso».

Incuriosito    ho cercato altre  fonti    è ho      trovato  questi   due   articoli      il primo     di      https://innovamarina.com/en/blog/  che  riropongo  in entrambe   le  lingue  


Virginia-Jacquemod-

“I choose and embrace non-conventionality” VJ

Self-sufficient and self-determined, 25-year-old Virginia Jacquemod is currently sailing a tour of the fishing ports of Italy, where amongst other initiatives, she plans to help set up municipal recycling collection services for end-of-life plastic fishing nets.

Virginia Jacquemod's strong sense of circularity was shaped by her father's emphasis on responsible resource use at home and her subsequent travels abroad. She spent a year in Ghana on a school exchange and remembers feeling alarmed by the lack of waste management and level of plastic pollution. Bathing in the sea, she recalls the disturbing sensation of plastic wrapping around her legs, an experience that sowed the first seeds towards combatting marine debris.




Upon her return to Italy, she took over a 9m sailing boat based in Venice, charging rent to cover costs. Progressive short trips from the marina enabled her to gradually build up expertise, before accompanying a tenant friend of hers on a month-long voyage to Southern Italy. Her first offshore voyage had a profound impact and ignited a desire for an Atlantic crossing. In the Cape Verdes she was first thwarted by a last-minute change of plans and then fortunate to join a small crew onboard a 32’ boat sailing to Brazil. A Caribbean season was next, working as a deckhand, crewing on racing boats Southern Italy

Back in Europe and drawn to the buzz of then Volvo Ocean Race scene in Alicante, Virginia found herself chatting to Roberto Guerini, founder of the BioDesign Foundation. A shared road-trip back to Italy cemented a solid working relationship and expansive plans that saw the foundation take on 10 employees over subsequent months.

The BioDesign Foundation & VOX MARIS

The BioDesign Foundation is a non-profit organisation based in St. Gallen, Switzerland, with national associations in Germany, Italy, Spain and recently also US, Pensacola, Florida. It manages the intellectual and material inheritance of Luigi Colani, a renowned designer and shape scientist, and creator of over 6000 inventions, prototypes, and visions. Renowned for his organic designs and aerodynamic vision, Luigi Colani pioneered BioDesign, a philosophy comprising 90% inspiration from nature and 10% Colani’s transformation, advocating for harmony between humanity, technology, and nature. The BioDesign Foundation aims to repurpose Colani's work to promote research and implement holistic solutions for the protection of biodiversity and the natural environment.

The Foundation believes that by through collaborative action we can transform environmental challenges into solutions. Entitled VOX MARIS (“voice of the sea”), a set of three projects is focussed on minimising the negative impacts on ocean health; including tackling the issue of how to manage end-of-life fishing gear, tonnes of which, primarily plastic, is lost or discarded in the oceans annually, posing a significant threat to marine life and ecosystems. This “ghost gear” continues to trap and kill marine animals, damage habitats, and harming the fishing industry and coastal economies.

Ghost Fishing Gear

Composed of long-lasting synthetic materials, lost fishing gear fragments into microplastics, entering the food chain and contaminating the environment. This pervasive issue demands urgent action to prevent further damage and mitigate the existing impact.

According to the WWF: “It’s estimated that ghost gear makes up at least 10% of marine litter. This roughly translates to between 500,000 and 1 million tons of fishing gear abandoned in the ocean each year.” WWF states that “preventing fishing gear loss is the top priority” including the need to design policies and regulations designed to prevent gear loss, and “establish adequate and innovative end-of-life fishing gear disposal and recycling options”.

VOX MARIS aims to mitigate this problem by establishing a robust infrastructure for the collection and responsible disposal of end-of-life fishing gear. A successful pilot project in Chioggia, preventing the disposal of over 810,000 kg of fishing gear, demonstrates the potential to significantly reduce marine pollution by scaling this model across the 272 Italian fishing harbours and beyond.

Phileas

Perceiving the need to take the VOX MARIS project to national level, Virginia sought investment to purchase an aluminium 10m sailing boat with which, under the banner of the BioDesign Foundation and the “Phileas” initiative, will travel to the fishing harbours around Italy’s 7500km of coastline aiming to establish collection infrastructure for end-of-life fishing gear in every facility.  A comprehensive, circular economy perspective includes conducting workshops and training on ethical fishing practices, whilst also promoting waste-to-resource processes for the recycled nets.

Being a solo sailor has helped earn her the trust of local fishing communities, aiding the project's progress. Virginia finds they see her as a fellow seafarer, sharing their daily experience. This authenticity fosters easy communication, encouraging the exchange of stories and identification of pressing challenges. Her journey, therefore, offers a compelling platform to explore the complex and evolving landscape of fishing culture, its diverse trajectories, and the contrasting lived experiences of its practitioners.

Thrilled to undertake the mission - and with no shortage of friends and family who want to get in some “boat therapy” and help out on board, she has an exciting future ahead.






Virginia-Jacquemod-

"Scelgo e abbraccio la non convenzionalità" VJ

Autosufficiente e autodeterminata, Virginia Jacquemod, 25 anni, sta attualmente navigando in un tour nei porti di pesca italiani, dove, tra le altre iniziative, intende contribuire a istituire servizi municipali di raccolta del riciclo per le reti da pesca in plastica in fine vita.

Il forte senso della circolarità di Virginia Jacquemod fu plasmato dall'enfasi del padre sull'uso responsabile delle risorse in patria e dai suoi successivi viaggi all'estero. Ha trascorso un anno in Ghana per uno scambio scolastico e ricorda di essersi sentita allarmata dalla mancanza di gestione dei rifiuti e dal livello di inquinamento da plastica. Bagnandosi nel mare, ricorda la sensazione inquietante della plastica che le si stringeva intorno alle gambe, un'esperienza che seminò i primi semi per combattere i detriti marini.

Al suo ritorno in Italia, prese il controllo di una barca a vela di 9 metri con base a Venezia, applicando un affitto per coprire i costi. Brevi viaggi progressivi dal porto turistico le permisero di acquisire gradualmente competenze, prima di accompagnare un suo amico inquilino in un viaggio di un mese verso il sud Italia. Il suo primo viaggio offshore ebbe un impatto profondo e accese il desiderio di una traversata atlantica. Nel Capo Verde fu prima ostacolata da un cambio di piano dell'ultimo minuto e poi fortunata a unirsi a un piccolo equipaggio a bordo di una barca da 32 piedi diretta in Brasile. Seguì una stagione caraibica, lavorando come navetta e equipaggiando barche da regata nel sud Italia

Tornata in Europa e attratta dal fermento della scena della Volvo Ocean Race ad Alicante, Virginia si è ritrovata a chiacchierare con Roberto Guerini, fondatore della BioDesign Foundation. Un viaggio condiviso di ritorno in Italia ha consolidato un solido rapporto di lavoro e piani ampi che hanno visto la fondazione assumere 10 dipendenti nei mesi successivi.

La BioDesign Foundation & VOX MARIS

La BioDesign Foundation è un'organizzazione no-profit con sede a St. Gallen, in Svizzera, con associazioni nazionali in Germania, Italia, Spagna e recentemente anche negli Stati Uniti, a Pensacola, Florida. Gestisce l'eredità intellettuale e materiale di Luigi Colani, rinomato designer e scienziato delle modelle, creatore di oltre 6000 invenzioni, prototipi e visioni. Rinomato per i suoi design organici e la visione aerodinamica, Luigi Colani ha aperto il via BioDesign, una filosofia che comprende il 90% ispirazione dalla natura e il 10% la trasformazione di Colani, che promuove l'armonia tra umanità, tecnologia e natura. La BioDesign Foundation mira a riutilizzare il lavoro di Colani per promuovere la ricerca e implementare soluzioni olistiche per la protezione della biodiversità e dell'ambiente naturale.

La Fondazione crede che, attraverso l'azione collaborativa, possiamo trasformare le sfide ambientali in soluzioni. Intitolato VOX MARIS ("voce del mare"), una serie di tre progetti si concentra sulla minimizzazione degli impatti negativi sulla salute degli oceani; Incluso l'affrontare la questione di come gestire le attrezzature da pesca in fine vita, tonnellate delle quali, principalmente plastiche, vengono perse o abbandonate negli oceani ogni anno, rappresentando una minaccia significativa per la vita marina e gli ecosistemi. Questo "ghost gear" continua a catturare e uccidere animali marini, danneggiare gli habitat e danneggiare l'industria della pesca e le economie costiere.

Attrezzatura da pesca fantasma

Composta da materiali sintetici di lunga durata, frammenti di attrezzi da pesca persi in microplastiche, che entrano nella catena alimentare e contaminano l'ambiente. Questo problema diffuso richiede un'azione urgente per prevenire ulteriori danni e mitigare l'impatto esistente.

Secondo il WWF: "Si stima che l'equipaggiamento fantasma costituisca almeno il 10% dei rifiuti marini. Questo si traduce approssimativamente in tra 500.000 e 1 milione di tonnellate di attrezzature da pesca abbandonate in mare ogni anno." WWF afferma che "prevenire la perdita di attrezzi da pesca è la massima priorità", inclusa la necessità di progettare politiche e regolamenti volti a prevenire la perdita di attrezzature, e di "stabilire opzioni adeguate e innovative per lo smaltimento e il riciclo degli attrezzi da pesca a fine vita".

VOX MARIS mira a mitigare questo problema stabilendo un'infrastruttura solida per la raccolta e lo smaltimento responsabile degli attrezzi da pesca in fine vita. Un progetto pilota di successo a Chioggia, che ha impedito lo smaltimento di oltre 810.000 kg di attrezzature da pesca, dimostra il potenziale di ridurre significativamente l'inquinamento marino scalando questo modello sui 272 porti pescherecci italiani e oltre.

Phileas

Ritenendo la necessità di portare il progetto VOX MARIS a livello nazionale, la Virginia ha cercato investimenti per acquistare una barca a vela in alluminio da 10 m con la quale, sotto la bandiera della BioDesign Foundation e dell'iniziativa "Phileas", si recherà nei porti pescherecci lungo i 7500 km di costa italiana, con l'obiettivo di stabilire infrastrutture di raccolta per attrezzature da pesca in fine vita in ogni struttura. Una prospettiva completa e di economia circolare include la conduzione di workshop e corsi di formazione sulle pratiche etiche della pesca, promuovendo al contempo i processi di trasformazione dei rifiuti nelle reti riciclate.

Essere un marinaio solitario le ha permesso di guadagnarsi la fiducia delle comunità di pescatori locali, favorendo il progresso del progetto. Virginia scopre che la vedono come una compagna marinaia, condividendo la loro esperienza quotidiana. Questa autenticità favorisce una comunicazione facile, favorendo lo scambio di storie e l'identificazione delle sfide più urgenti. Il suo percorso, quindi, offre una piattaforma coinvolgente per esplorare il complesso e in evoluzione del panorama della cultura della pesca, le sue diverse traiettorie e le contrastanti esperienze vissute dei suoi praticanti.

Entusiasta di intraprendere la missione - e con non mancano amici e familiari che vogliono partecipare a una "terapia in barca" e aiutare a bordo, ha un futuro entusiasmante davanti a sé.








l'ultimo   da   a https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/
1 ottobre 2025
di Chiara Sandrucci

La storia (incredibile ma vera) di Virginia Jacquemod, da Torino all’Atlantico: la ragazza che trasforma le reti da pesca in un progetto per l’Europa



Studiava al liceo classico quando ha accettato di partire nove mesi per il Ghana, destinazione insolita per il quarto anno all’estero. Una scelta al buio, per puro caso, di un progetto pilota tra i programmi di mobilità scolastica proposti dall’associazione Intercultura. La torinese Virginia Jacquemod, 26 anni, oggi vive in barca a vela e si occupa di progetti per preservare la biodiversità, come lo smaltimento delle reti da pesca contro l’inquinamento da micro plastiche, con la fondazione svizzera BioDesign Foundation. Ma la consapevolezza del problema ha iniziato a formarsi dieci anni fa, in quei giorni africani in cui andava a nuotare nell’oceano Atlantico.
I sacchi neri in acqua
«Molte volte mi è capitato di uscire dall’acqua spaventata, con il fiatone e l’ansia per queste buste immense, sacchi neri, plastiche di diversa natura che si attaccavano alle gambe e mi intrappolavano», racconta Virginia, che ricorda anche quei «fiumi di plastica quando c’erano le piogge, in gran parte formati dalle “sachets”, le bustine di acqua da mezzo litro che tutti buttano in strada». Oltre a imparare un «inglese ghanese» molto particolare, ha maturato la consapevolezza che l’inquinamento, così eclatante e visibile in Ghana, non fosse accettabile da nessuna parte nel mondo. Ne ha conservato il ricordo «così come l’intenzione di voler risolvere il problema».
Il ritorno a Torino
Quando poi è rientrata a Torino ha frequentato il quinto anno del liceo dopo aver dato gli esami di recupero previsti in caso di anno all’estero (nella pagella ghanese una delle materie era «lavoro con il cuoio») ed è ripartita per la triennale di Antropologia sociale e studio dello sviluppo alla Soas (School of Oriental and African Studies) dell’Università di Londra. «Dall’anno all’estero si torna scombussolati, io ero un’altra persona, prova ne sia che ballavo anche in una maniera diversa rispetto a quando ero partita e ho cavalcato quell’onda», testimonia Virginia che a suo modo incarna i valori di Intercultura, oggi presente in 60 paesi con l’idea di trasformare l’anno all’estero «non tanto in un’occasione di apprendimento linguistico, quanto soprattutto in un’opportunità di crescita personale e costruzione di ponti tra mondi diversi».
L'associazione Intercultura
In queste settimane sono in partenza 50 studenti da Torino per le destinazioni più varie, dagli Stati Uniti alla Cina, mentre il 10 novembre si chiudono le iscrizioni per partire il prossimo anno. Giovedì scorso al Sermig di Torino, 200 persone hanno partecipato all’aperitivo e al concerto a cura dell’ensemble «Chitarre della pace» per festeggiare i 70 anni dell’associazione di volontariato che ha portato finora circa 2 mila studenti torinesi all’estero, 55 mila italiani. Negli ultimi 30 anni, due terzi di loro sono potuti partire grazie alle borse di studio parziali o totali messe a disposizione da enti e aziende partner. Ma lo scambio culturale presuppone di uscire dalla zona di confort, non è sempre facile e non lo è stato nemmeno per Virginia. «Compilando il fascicolo, avevo indicato Paesi caldi fuori dall’Europa, la mia prima scelta era il Sudafrica. Un giorno mi chiamano chiedendomi se fossi interessata a fare un anno in Ghana, avevo tempo fino alla mattina dopo alle 10 per rispondere. Mia mamma era contraria, pensava che l’Africa comportasse un rischio elevato, tanto che ho accettato dichiarando che mi stavo assumendo tutte le responsabilità».
«Mezza ghanese»
Nei primi tre mesi ha fatto tanta fatica, con relativo «choc culturale» e allucinazioni dovute al farmaco anti malaria. Eppure non voleva tornare a casa e si è convinta che avrebbe comunque potuto stare bene. A quel punto era già «mezza ghanese», si è spostata in un’altra famiglia a Dansoman ed è rimasta fino alla fine. Un percorso di vita iniziato da quel primo viaggio nel mondo e proseguito per mare. «All’Università ho trovato alcune delle risposte ai paradossi che avevo osservato in Ghana, inquinamento compreso, ma cercavo anche soluzioni concrete».
La traversata atlantica
Quando è arrivato il Covid ha deciso di tagliare i ponti ed è partita per una traversata dell’Atlantico in barca a vela, andata fino ai Caraibi e ritorno. Una sorta di anno sabbatico che l’ha portata alla decisione di vivere sulla piccola barca di famiglia, di base a Venezia, lavorando per il porto. Di nuovo il caso l’ha chiamata ad Alicante, in Spagna, in occasione della partenza di una importante regata. Ed è lì che ha incontrato la BioDesign Foundation, una fondazione che si occupa di «soluzioni concrete ai problemi ecologici globali» ispirata al lavoro del visionario designer Luigi Colani. Da un anno vive e lavora su «Phileas», una barca acquistata e sistemata per sé («con il sostegno di mia madre che, malgrado mi avesse sconsigliato l’Africa, crede nei miei sogni ed è la mia prima promoter») da dove si occupa del progetto «Vox Maris – Zero reti in mare» per impedire la dispersione delle reti da pesca in mare. Una vita itinerante. Lo scorso novembre è partita da Marina di Carrara ed è arrivata in Sicilia nel nuovo anno, navigando da sola lungo tutta la costa tirrenica fuori stagione. Ogni porto dell’isola ha ospitato la barca per la presentazione del progetto e ad ottobre si effettuerà la prima raccolta di tutte le reti durante il fermo della pesca.
Il progetto sulle reti
«Ora la barca è già in Sardegna per portare lo stesso progetto anche lì: come Fondazione creiamo i centri di raccolta e la relativa filiera perché le reti vengano smaltite. Essendo formate da 4 plastiche diverse, bisogna insegnare ai pescatori e agli enti coinvolti a separare i materiali usando un sensore perché possano essere riciclati dalle poche aziende specializzate che hanno gli impianti per gestire e triturare questi rifiuti speciali». Le reti sono costose da conferire in discarica (dai 300 a 700 euro a tonnellata, a carico del pescatore) e così vengono spesso immagazzinate in depositi vari o «disperse» in mare. «Noi abbiamo sollevato il problema e trovato una soluzione, ora il progetto pilota in Sicilia verrà implementato su scala regionale in Sardegna. Quando sarà terminato anche qui, realizzeremo un documentario da presentare ai ministeri e all’Unione europea perché il sistema venga adottato su scala sistemica». Poi però Virginia passerà ad altro. Sta già pensando di allevare coccinelle, da usare al posto dei pesticidi contro i parassiti.