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5.1.26

La scelta di Virginia Jacquemod: «A 17 anni sono partita per il Ghana. Oggi vivo in barca e salvo il mare dalle plastiche»






  da la nuova sardegna 4\1\2026  

Navigare da sola lungo le coste del Mediterraneo, spesso fuori stagione, fermandosi porto dopo porto per incontrare pescatori, cooperative e istituzioni. È questa la scelta radicale di Virginia Jacquemod, 26 anni, torinese, che ha trasformato la navigazione solitaria in uno strumento di tutela ambientale. Vive a bordo di Phileas, una barca a vela di dieci metri in alluminio diventata laboratorio galleggiante, e dedica la sua vita a un obiettivo preciso: impedire che le reti da pesca a fine vita finiscano in mare, dove
continuano a pescare e a disperdersi in microplastiche.
Dopo un’esperienza decisiva in Ghana a soli 17 anni e una formazione in Antropologia sociale e sviluppo a Londra, Virginia ha scelto di lasciare la terraferma e una traiettoria convenzionale. Oggi è project leader di Vox Maris, progetto della BioDesign Foundation già attivo in Veneto e in Sicilia.
Ora è approdata in Sardegna: da marzo partirà il nuovo tour di sensibilizzazione che punta a coinvolgere l’intera regione e a dimostrare che il modello può diventare europeo.

Virginia, partiamo dall’inizio: come nasce la sua vita in barca e l’incontro con Phileas?



«La mia storia su Phileas inizia nella primavera-estate del 2024. Conoscevo questa barca da più di un anno, era ferma in cantiere a Fiumicino. A un certo punto è stato chiaro che avremmo dovuto continuare a esistere insieme. L’ho acquistata con l’aiuto fondamentale di mia madre, che è la prima sostenitrice di tutti i miei sogni. Dopo un lungo periodo di lavori siamo partite. Poi è arrivata la chiamata dalla Sicilia, per prendere in mano un importante progetto di tutela ambientale, e ho girato la prua a sud. Ho navigato tutta l’isola, comprese le isole minori, e ora Phileas ed io siamo arrivate finalmente anche in Sardegna».


Facciamo un passo indietro: il Ghana è stato uno spartiacque nella sua vita. Perché?


«Il Ghana mi ha aperto gli occhi su un problema che in realtà esiste ovunque. Ad Accra l’inquinamento era così evidente, così invasivo, che non potevi ignorarlo. Il mare raccoglie tutto quello che viene lasciato a terra: sacchi, plastiche, rifiuti. Lì ho capito che ci siamo abituati a vivere nello sporco, come se la nostra casa finisse alla porta di casa. Invece la nostra casa è anche fuori, è il pianeta. Quando te ne rendi conto, non puoi più far finta di niente: devi agire».


Quando ha capito che il mare poteva diventare il suo strumento di cambiamento?

«Il mare è lo strumento che mi permette di tenere insieme due parti fondamentali di me: l’impegno sociale e qualità della vita. La barca non è solo un mezzo, è uno stile di vita che mi consente di generare impatto senza rinunciare al mio equilibrio. Durante il Covid ho fatto la traversata atlantica e lì ho capito che questa dimensione mi apparteneva. Il mare è anche molto comunicativo: insegna, mette alla prova, obbliga all’ascolto».


L’incontro con la BioDesign Foundation è stato decisivo. Cosa vi unisce?

«Mi sono ritrovata completamente nella filosofia della fondazione, ispirata al pensiero del designer Luigi Colani. L’idea è che le soluzioni ai problemi esistano già in natura: bisogna saperle osservare. BioDesign lavora per risolvere i problemi all’origine, non per “ripulire la superficie”. Il progetto al quale lavoro - Vox Maris - nasce proprio così: come soluzione strutturale e definitiva al problema delle reti da pesca a fine vita».

Perché rappresentano un’emergenza ambientale così grave?


«Le reti sono rifiuti speciali, costosi da smaltire e difficili da riciclare. Spesso vengono abbandonate o disperse in mare. Una volta sui fondali continuano a pescare - il cosiddetto ghost fishing - distruggono gli ecosistemi e col tempo si disgregano in microplastiche. Quelle microplastiche entrano nella catena alimentare. Le mangiamo, le beviamo, le respiriamo. Recuperare una rete dal fondale costa enormemente più che prevenirne l’abbandono.

Vox Maris nasce proprio per questo: prevenire è molto meglio che curare». In cosa consiste concretamente Vox Maris?



«Creiamo un’infrastruttura che permetta ai pescatori di conferire le reti a fine vita direttamente in porto, differenziandole per materiale, proprio come facciamo con i rifiuti domestici. Così diventano riciclabili. Il progetto è partito da Chioggia, dove dal 2021 sono state raccolte circa mille tonnellate di reti. In Sicilia abbiamo applicato per la prima volta il modello su scala regionale. Ora la Sardegna è la sfida più ambiziosa».

Cosa rende la Sardegna un passaggio chiave?


«Qui vogliamo dimostrare che il progetto può essere implementato anche dall’alto, con il supporto diretto della Regione. Il “modello Sardegna” potrà diventare un modello nazionale ed europeo e presenteremo un progetto al Ministero dell’Ambiente e alla Comunità Europea per renderlo strutturale a livello internazionale. Il varo è previsto in marzo da Olbia. Io comunque continuerò a fare porto per porto: il valore aggiunto è il contatto diretto con i pescatori, la formazione sul campo, la relazione di fiducia».


Quanto conta il suo vivere in barca in questo dialogo con i pescatori?


«Conta moltissimo. Arrivare in giacca e cravatta non funziona. Arrivare navigando, ormeggiarsi accanto alle loro barche, dare una mano, crea empatia. Non ti vedono come un’intrusa ma come una collaboratrice. Phileas è stata fondamentale in questo».

Che messaggio vuole lanciare alle istituzioni e ai giovani che vogliono vivere di mare?

«Alle istituzioni dico che la chiave è la rete: integrare il lavoro dal basso con il supporto dall’alto. Solo così si risolvono davvero i problemi. Ai giovani dico: provate. Buttatevi. Il mare va rispettato, ma è un maestro incredibile. Vale la pena provarci».

E tra dieci anni, dove si vede?
«Non lo so, e va bene così. So solo che continuerò a ideare, creare e generare impatto. Forse su una barca più grande, forse ancora per il mare. Ma sempre seguendo una rotta che abbia senso».

Incuriosito    ho cercato altre  fonti    è ho      trovato  questi   due   articoli      il primo     di      https://innovamarina.com/en/blog/  che  riropongo  in entrambe   le  lingue  


Virginia-Jacquemod-

“I choose and embrace non-conventionality” VJ

Self-sufficient and self-determined, 25-year-old Virginia Jacquemod is currently sailing a tour of the fishing ports of Italy, where amongst other initiatives, she plans to help set up municipal recycling collection services for end-of-life plastic fishing nets.

Virginia Jacquemod's strong sense of circularity was shaped by her father's emphasis on responsible resource use at home and her subsequent travels abroad. She spent a year in Ghana on a school exchange and remembers feeling alarmed by the lack of waste management and level of plastic pollution. Bathing in the sea, she recalls the disturbing sensation of plastic wrapping around her legs, an experience that sowed the first seeds towards combatting marine debris.




Upon her return to Italy, she took over a 9m sailing boat based in Venice, charging rent to cover costs. Progressive short trips from the marina enabled her to gradually build up expertise, before accompanying a tenant friend of hers on a month-long voyage to Southern Italy. Her first offshore voyage had a profound impact and ignited a desire for an Atlantic crossing. In the Cape Verdes she was first thwarted by a last-minute change of plans and then fortunate to join a small crew onboard a 32’ boat sailing to Brazil. A Caribbean season was next, working as a deckhand, crewing on racing boats Southern Italy

Back in Europe and drawn to the buzz of then Volvo Ocean Race scene in Alicante, Virginia found herself chatting to Roberto Guerini, founder of the BioDesign Foundation. A shared road-trip back to Italy cemented a solid working relationship and expansive plans that saw the foundation take on 10 employees over subsequent months.

The BioDesign Foundation & VOX MARIS

The BioDesign Foundation is a non-profit organisation based in St. Gallen, Switzerland, with national associations in Germany, Italy, Spain and recently also US, Pensacola, Florida. It manages the intellectual and material inheritance of Luigi Colani, a renowned designer and shape scientist, and creator of over 6000 inventions, prototypes, and visions. Renowned for his organic designs and aerodynamic vision, Luigi Colani pioneered BioDesign, a philosophy comprising 90% inspiration from nature and 10% Colani’s transformation, advocating for harmony between humanity, technology, and nature. The BioDesign Foundation aims to repurpose Colani's work to promote research and implement holistic solutions for the protection of biodiversity and the natural environment.

The Foundation believes that by through collaborative action we can transform environmental challenges into solutions. Entitled VOX MARIS (“voice of the sea”), a set of three projects is focussed on minimising the negative impacts on ocean health; including tackling the issue of how to manage end-of-life fishing gear, tonnes of which, primarily plastic, is lost or discarded in the oceans annually, posing a significant threat to marine life and ecosystems. This “ghost gear” continues to trap and kill marine animals, damage habitats, and harming the fishing industry and coastal economies.

Ghost Fishing Gear

Composed of long-lasting synthetic materials, lost fishing gear fragments into microplastics, entering the food chain and contaminating the environment. This pervasive issue demands urgent action to prevent further damage and mitigate the existing impact.

According to the WWF: “It’s estimated that ghost gear makes up at least 10% of marine litter. This roughly translates to between 500,000 and 1 million tons of fishing gear abandoned in the ocean each year.” WWF states that “preventing fishing gear loss is the top priority” including the need to design policies and regulations designed to prevent gear loss, and “establish adequate and innovative end-of-life fishing gear disposal and recycling options”.

VOX MARIS aims to mitigate this problem by establishing a robust infrastructure for the collection and responsible disposal of end-of-life fishing gear. A successful pilot project in Chioggia, preventing the disposal of over 810,000 kg of fishing gear, demonstrates the potential to significantly reduce marine pollution by scaling this model across the 272 Italian fishing harbours and beyond.

Phileas

Perceiving the need to take the VOX MARIS project to national level, Virginia sought investment to purchase an aluminium 10m sailing boat with which, under the banner of the BioDesign Foundation and the “Phileas” initiative, will travel to the fishing harbours around Italy’s 7500km of coastline aiming to establish collection infrastructure for end-of-life fishing gear in every facility.  A comprehensive, circular economy perspective includes conducting workshops and training on ethical fishing practices, whilst also promoting waste-to-resource processes for the recycled nets.

Being a solo sailor has helped earn her the trust of local fishing communities, aiding the project's progress. Virginia finds they see her as a fellow seafarer, sharing their daily experience. This authenticity fosters easy communication, encouraging the exchange of stories and identification of pressing challenges. Her journey, therefore, offers a compelling platform to explore the complex and evolving landscape of fishing culture, its diverse trajectories, and the contrasting lived experiences of its practitioners.

Thrilled to undertake the mission - and with no shortage of friends and family who want to get in some “boat therapy” and help out on board, she has an exciting future ahead.






Virginia-Jacquemod-

"Scelgo e abbraccio la non convenzionalità" VJ

Autosufficiente e autodeterminata, Virginia Jacquemod, 25 anni, sta attualmente navigando in un tour nei porti di pesca italiani, dove, tra le altre iniziative, intende contribuire a istituire servizi municipali di raccolta del riciclo per le reti da pesca in plastica in fine vita.

Il forte senso della circolarità di Virginia Jacquemod fu plasmato dall'enfasi del padre sull'uso responsabile delle risorse in patria e dai suoi successivi viaggi all'estero. Ha trascorso un anno in Ghana per uno scambio scolastico e ricorda di essersi sentita allarmata dalla mancanza di gestione dei rifiuti e dal livello di inquinamento da plastica. Bagnandosi nel mare, ricorda la sensazione inquietante della plastica che le si stringeva intorno alle gambe, un'esperienza che seminò i primi semi per combattere i detriti marini.

Al suo ritorno in Italia, prese il controllo di una barca a vela di 9 metri con base a Venezia, applicando un affitto per coprire i costi. Brevi viaggi progressivi dal porto turistico le permisero di acquisire gradualmente competenze, prima di accompagnare un suo amico inquilino in un viaggio di un mese verso il sud Italia. Il suo primo viaggio offshore ebbe un impatto profondo e accese il desiderio di una traversata atlantica. Nel Capo Verde fu prima ostacolata da un cambio di piano dell'ultimo minuto e poi fortunata a unirsi a un piccolo equipaggio a bordo di una barca da 32 piedi diretta in Brasile. Seguì una stagione caraibica, lavorando come navetta e equipaggiando barche da regata nel sud Italia

Tornata in Europa e attratta dal fermento della scena della Volvo Ocean Race ad Alicante, Virginia si è ritrovata a chiacchierare con Roberto Guerini, fondatore della BioDesign Foundation. Un viaggio condiviso di ritorno in Italia ha consolidato un solido rapporto di lavoro e piani ampi che hanno visto la fondazione assumere 10 dipendenti nei mesi successivi.

La BioDesign Foundation & VOX MARIS

La BioDesign Foundation è un'organizzazione no-profit con sede a St. Gallen, in Svizzera, con associazioni nazionali in Germania, Italia, Spagna e recentemente anche negli Stati Uniti, a Pensacola, Florida. Gestisce l'eredità intellettuale e materiale di Luigi Colani, rinomato designer e scienziato delle modelle, creatore di oltre 6000 invenzioni, prototipi e visioni. Rinomato per i suoi design organici e la visione aerodinamica, Luigi Colani ha aperto il via BioDesign, una filosofia che comprende il 90% ispirazione dalla natura e il 10% la trasformazione di Colani, che promuove l'armonia tra umanità, tecnologia e natura. La BioDesign Foundation mira a riutilizzare il lavoro di Colani per promuovere la ricerca e implementare soluzioni olistiche per la protezione della biodiversità e dell'ambiente naturale.

La Fondazione crede che, attraverso l'azione collaborativa, possiamo trasformare le sfide ambientali in soluzioni. Intitolato VOX MARIS ("voce del mare"), una serie di tre progetti si concentra sulla minimizzazione degli impatti negativi sulla salute degli oceani; Incluso l'affrontare la questione di come gestire le attrezzature da pesca in fine vita, tonnellate delle quali, principalmente plastiche, vengono perse o abbandonate negli oceani ogni anno, rappresentando una minaccia significativa per la vita marina e gli ecosistemi. Questo "ghost gear" continua a catturare e uccidere animali marini, danneggiare gli habitat e danneggiare l'industria della pesca e le economie costiere.

Attrezzatura da pesca fantasma

Composta da materiali sintetici di lunga durata, frammenti di attrezzi da pesca persi in microplastiche, che entrano nella catena alimentare e contaminano l'ambiente. Questo problema diffuso richiede un'azione urgente per prevenire ulteriori danni e mitigare l'impatto esistente.

Secondo il WWF: "Si stima che l'equipaggiamento fantasma costituisca almeno il 10% dei rifiuti marini. Questo si traduce approssimativamente in tra 500.000 e 1 milione di tonnellate di attrezzature da pesca abbandonate in mare ogni anno." WWF afferma che "prevenire la perdita di attrezzi da pesca è la massima priorità", inclusa la necessità di progettare politiche e regolamenti volti a prevenire la perdita di attrezzature, e di "stabilire opzioni adeguate e innovative per lo smaltimento e il riciclo degli attrezzi da pesca a fine vita".

VOX MARIS mira a mitigare questo problema stabilendo un'infrastruttura solida per la raccolta e lo smaltimento responsabile degli attrezzi da pesca in fine vita. Un progetto pilota di successo a Chioggia, che ha impedito lo smaltimento di oltre 810.000 kg di attrezzature da pesca, dimostra il potenziale di ridurre significativamente l'inquinamento marino scalando questo modello sui 272 porti pescherecci italiani e oltre.

Phileas

Ritenendo la necessità di portare il progetto VOX MARIS a livello nazionale, la Virginia ha cercato investimenti per acquistare una barca a vela in alluminio da 10 m con la quale, sotto la bandiera della BioDesign Foundation e dell'iniziativa "Phileas", si recherà nei porti pescherecci lungo i 7500 km di costa italiana, con l'obiettivo di stabilire infrastrutture di raccolta per attrezzature da pesca in fine vita in ogni struttura. Una prospettiva completa e di economia circolare include la conduzione di workshop e corsi di formazione sulle pratiche etiche della pesca, promuovendo al contempo i processi di trasformazione dei rifiuti nelle reti riciclate.

Essere un marinaio solitario le ha permesso di guadagnarsi la fiducia delle comunità di pescatori locali, favorendo il progresso del progetto. Virginia scopre che la vedono come una compagna marinaia, condividendo la loro esperienza quotidiana. Questa autenticità favorisce una comunicazione facile, favorendo lo scambio di storie e l'identificazione delle sfide più urgenti. Il suo percorso, quindi, offre una piattaforma coinvolgente per esplorare il complesso e in evoluzione del panorama della cultura della pesca, le sue diverse traiettorie e le contrastanti esperienze vissute dei suoi praticanti.

Entusiasta di intraprendere la missione - e con non mancano amici e familiari che vogliono partecipare a una "terapia in barca" e aiutare a bordo, ha un futuro entusiasmante davanti a sé.








l'ultimo   da   a https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/
1 ottobre 2025
di Chiara Sandrucci

La storia (incredibile ma vera) di Virginia Jacquemod, da Torino all’Atlantico: la ragazza che trasforma le reti da pesca in un progetto per l’Europa



Studiava al liceo classico quando ha accettato di partire nove mesi per il Ghana, destinazione insolita per il quarto anno all’estero. Una scelta al buio, per puro caso, di un progetto pilota tra i programmi di mobilità scolastica proposti dall’associazione Intercultura. La torinese Virginia Jacquemod, 26 anni, oggi vive in barca a vela e si occupa di progetti per preservare la biodiversità, come lo smaltimento delle reti da pesca contro l’inquinamento da micro plastiche, con la fondazione svizzera BioDesign Foundation. Ma la consapevolezza del problema ha iniziato a formarsi dieci anni fa, in quei giorni africani in cui andava a nuotare nell’oceano Atlantico.
I sacchi neri in acqua
«Molte volte mi è capitato di uscire dall’acqua spaventata, con il fiatone e l’ansia per queste buste immense, sacchi neri, plastiche di diversa natura che si attaccavano alle gambe e mi intrappolavano», racconta Virginia, che ricorda anche quei «fiumi di plastica quando c’erano le piogge, in gran parte formati dalle “sachets”, le bustine di acqua da mezzo litro che tutti buttano in strada». Oltre a imparare un «inglese ghanese» molto particolare, ha maturato la consapevolezza che l’inquinamento, così eclatante e visibile in Ghana, non fosse accettabile da nessuna parte nel mondo. Ne ha conservato il ricordo «così come l’intenzione di voler risolvere il problema».
Il ritorno a Torino
Quando poi è rientrata a Torino ha frequentato il quinto anno del liceo dopo aver dato gli esami di recupero previsti in caso di anno all’estero (nella pagella ghanese una delle materie era «lavoro con il cuoio») ed è ripartita per la triennale di Antropologia sociale e studio dello sviluppo alla Soas (School of Oriental and African Studies) dell’Università di Londra. «Dall’anno all’estero si torna scombussolati, io ero un’altra persona, prova ne sia che ballavo anche in una maniera diversa rispetto a quando ero partita e ho cavalcato quell’onda», testimonia Virginia che a suo modo incarna i valori di Intercultura, oggi presente in 60 paesi con l’idea di trasformare l’anno all’estero «non tanto in un’occasione di apprendimento linguistico, quanto soprattutto in un’opportunità di crescita personale e costruzione di ponti tra mondi diversi».
L'associazione Intercultura
In queste settimane sono in partenza 50 studenti da Torino per le destinazioni più varie, dagli Stati Uniti alla Cina, mentre il 10 novembre si chiudono le iscrizioni per partire il prossimo anno. Giovedì scorso al Sermig di Torino, 200 persone hanno partecipato all’aperitivo e al concerto a cura dell’ensemble «Chitarre della pace» per festeggiare i 70 anni dell’associazione di volontariato che ha portato finora circa 2 mila studenti torinesi all’estero, 55 mila italiani. Negli ultimi 30 anni, due terzi di loro sono potuti partire grazie alle borse di studio parziali o totali messe a disposizione da enti e aziende partner. Ma lo scambio culturale presuppone di uscire dalla zona di confort, non è sempre facile e non lo è stato nemmeno per Virginia. «Compilando il fascicolo, avevo indicato Paesi caldi fuori dall’Europa, la mia prima scelta era il Sudafrica. Un giorno mi chiamano chiedendomi se fossi interessata a fare un anno in Ghana, avevo tempo fino alla mattina dopo alle 10 per rispondere. Mia mamma era contraria, pensava che l’Africa comportasse un rischio elevato, tanto che ho accettato dichiarando che mi stavo assumendo tutte le responsabilità».
«Mezza ghanese»
Nei primi tre mesi ha fatto tanta fatica, con relativo «choc culturale» e allucinazioni dovute al farmaco anti malaria. Eppure non voleva tornare a casa e si è convinta che avrebbe comunque potuto stare bene. A quel punto era già «mezza ghanese», si è spostata in un’altra famiglia a Dansoman ed è rimasta fino alla fine. Un percorso di vita iniziato da quel primo viaggio nel mondo e proseguito per mare. «All’Università ho trovato alcune delle risposte ai paradossi che avevo osservato in Ghana, inquinamento compreso, ma cercavo anche soluzioni concrete».
La traversata atlantica
Quando è arrivato il Covid ha deciso di tagliare i ponti ed è partita per una traversata dell’Atlantico in barca a vela, andata fino ai Caraibi e ritorno. Una sorta di anno sabbatico che l’ha portata alla decisione di vivere sulla piccola barca di famiglia, di base a Venezia, lavorando per il porto. Di nuovo il caso l’ha chiamata ad Alicante, in Spagna, in occasione della partenza di una importante regata. Ed è lì che ha incontrato la BioDesign Foundation, una fondazione che si occupa di «soluzioni concrete ai problemi ecologici globali» ispirata al lavoro del visionario designer Luigi Colani. Da un anno vive e lavora su «Phileas», una barca acquistata e sistemata per sé («con il sostegno di mia madre che, malgrado mi avesse sconsigliato l’Africa, crede nei miei sogni ed è la mia prima promoter») da dove si occupa del progetto «Vox Maris – Zero reti in mare» per impedire la dispersione delle reti da pesca in mare. Una vita itinerante. Lo scorso novembre è partita da Marina di Carrara ed è arrivata in Sicilia nel nuovo anno, navigando da sola lungo tutta la costa tirrenica fuori stagione. Ogni porto dell’isola ha ospitato la barca per la presentazione del progetto e ad ottobre si effettuerà la prima raccolta di tutte le reti durante il fermo della pesca.
Il progetto sulle reti
«Ora la barca è già in Sardegna per portare lo stesso progetto anche lì: come Fondazione creiamo i centri di raccolta e la relativa filiera perché le reti vengano smaltite. Essendo formate da 4 plastiche diverse, bisogna insegnare ai pescatori e agli enti coinvolti a separare i materiali usando un sensore perché possano essere riciclati dalle poche aziende specializzate che hanno gli impianti per gestire e triturare questi rifiuti speciali». Le reti sono costose da conferire in discarica (dai 300 a 700 euro a tonnellata, a carico del pescatore) e così vengono spesso immagazzinate in depositi vari o «disperse» in mare. «Noi abbiamo sollevato il problema e trovato una soluzione, ora il progetto pilota in Sicilia verrà implementato su scala regionale in Sardegna. Quando sarà terminato anche qui, realizzeremo un documentario da presentare ai ministeri e all’Unione europea perché il sistema venga adottato su scala sistemica». Poi però Virginia passerà ad altro. Sta già pensando di allevare coccinelle, da usare al posto dei pesticidi contro i parassiti.

26.11.21

Agostino, il poeta-pescatore che ha imparato il mestiere per fuggire da un'infanzia difficile ed altre storie

 


“Il mare, il vento e le reti da pesca sono la mia famiglia. Ringrazio gli anziani che mi hanno aiutato a trovare la libertà” Cavallino Treporti – Ci sono uomini che, nella loro semplicità, capiscono il vero senso della vita e la affrontano ogni giorno a muso duro.


Di Agostino  Cavestro  ammiro la profonda conoscenza del mare, delle correnti, delle maree, del tempo che cambia imperturbabile quando sei in mezzo alle onde e devi affrontare una tempesta. È un uomo che ama il suo lavoro. Un lavoro duro che richiede fatica e che lui riesce a vivere con passione, scrivendo poesie per il suo mare.La sua è una vocazione, è il suo modo personale di dare un senso alla vita. Agostino Cavestro è un poeta-pescatore. 





Lo puoi trovare in un bar di Cavallino Treporti e farti raccontare del suo pescato, oppure lo puoi trovare in laguna, immerso nell’acqua in qualsiasi stagione intento a pescare le vongole. A me ha raccontato della sua vita difficile, costruita a suon di rinunce e sofferenze.
Agostino non conosce la sua famiglia di origine, perché, appena nato, è stato abbandonato sull’isola di Pellestrina. 
 “Sono cresciuto in un orfanotrofio – racconta – con suore e preti. Ero piccolissimo e le violenze continue erano castighi. Scappavo dall’asilo e mi nascondevo sotto la prua delle barche da pesca: è lì che ho cominciato ad amare il mestiere di pescatore”.” Gli anziani pescatori dell’isola, vista la mia grande passione per il mare, mi hanno trasmesso tutte le loro conoscenze. Con tempo, il mare è diventata la mia vera famiglia, la mia vera casa, mi dà lavoro e mi  permette di vivere in libertà”.





 Ha imparato ad ascoltare gli anziani in silenzio, a riparare reti di qualsiasi tipo, a pescare con umiltà e rispetto nei confronti di chi gli insegnava le tecniche. 
“Oggi, la mia famiglia è il mare. Il vento e la salsedine, tutto è famiglia”, dice.E io amo la semplicità con cui si esprime. Oggi Agostino ha più di 60 anni, vive da solo in una casa popolare di Cavallino Treporti, scrive poesie e racconti di mare.
Gli piace  trascorrere i pomeriggi raccontando della sua vita. Io guardo il suo mondo in silenzio, attraverso l’obiettivo della mia macchina fotografica.



 Scattando, le emozioni mi arrivano più forti e mi invitano a fermare il tempo e comunicare le sensazioni di questi momenti unici irripetibili.


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Teresa Soardi, il suo volontariato in America Latina per dipingere volti, paesaggi e popoli
Con la sua arte ha rappresentato la quotidianità e l’anima di tante persone in opere sacre esposte in chiese, case e luoghi di accoglienza

                                     Linda Scuizzato


Montemezzo (Vicenza) – Per arrivare nella contrada di campagna dove vive Teresa Soardi si guida attraverso una vallata bellissima che porta a Montemezzo, in provincia di Vicenza.  La casa della pittrice si trova esattamente di fronte al suo studio, un vecchio fienile ristrutturato con il soffitto alto di legno e una vetrata luminosa perfetta per dipingere. Teresa Soardi è nata a Vicenza 90 anni fa e la intervisto alcuni giorni prima del suo compleanno. 

La sua passione per la pittura è iniziata da ragazzina, ricorda sorridendo: “Ogni pezzo di carta era mio!”. Alla fine della guerra, suo padre ha deciso di farle prendere lezioni nello studio della famosa pittrice Mina Anselmi, per capire se la sua fosse realmente una passione profonda e duratura. Teresa si è entusiasmata e ha continuato a dipingere, diplomandosi in arte a Venezia e tornando poi a Vincenza per insegnare educazione artistica alle scuole medie.

Nel tempo libero ha continuato a dipingere sul cavalletto e a sperimentare diverse tecniche di pittura.  Nel 1967, suo fratello, un frate missionario, è stato mandato in Patagonia, nell’isoletta di Porto Aguirre, nell’arcipelago di “Las Huichas”, e Teresa ha deciso di prendere un anno di aspettativa dalla scuola per andare a fare volontariato e conoscere il Sud America. Dopo il primo anno, ha prolungato la sua permanenza fino al 1969, lasciando qualcosa di sé alle persone del luogo: la sua pittura e i suoi dipinti in cambio dell’esperienza nell’isola

Come primo lavoro, le è stato chiesto di rappresentare la storia sacra della salvezza in una chiesetta di legno. Aiutata dai bambini del paese, ha dipinto lo sfondo di verde, l’unico colore presente nell’isola e quello utilizzato per dipingere le barche. In seguito, il vescovo le ha commissionato un dipinto a Puerto Ayse’n s, sulla terraferma. Nel 1969 Teresa è tornata a insegnare in Italia, ma il segno lasciato dal Sud America, che lei definisce la sua “seconda patria”,  l’ha tenuta legata a quei luoghi, che ha continuato a visitare durante le vacanze estive.In Ecuador, Nicaragua, Perù e Brasile, ha continuato a dipingere, su commissione, opere sacre che oggi sono esposte sulle pareti delle cappelle, in chiese e case delle comunità sudamericane.

Nel 1995 Teresa è tornata in Patagonia, dove le è stato chiesto di dipingere nella cattedrale della capitale un’opera di 10×10, a forma di triangolo, con al centro un Cristo di legno, attaccato alla croce ma con le braccia alzate. E’ stato il lavoro più grande che abbia mai realizzato, assistita da un pittore locale appassionato di cavalli, che, onorato dall’essere stato al suo fianco al termine della collaborazione, le ha regalato il disegno di un cavallo su un pezzo di legno. Spesso i tre mesi di visto turistico non erano abbastanza per terminare le opere e alcuni dipinti venivano terminati l’anno successivo.  

Fra le opere di arte sacra di Teresa Soardi ci sono ritratti di persone reali, incontrate nei luoghi in cui ha vissuto. In uno dei dipinti del Cristo risorto, il volto di Cristo è proprio quello di un abitante del luogo. Teresa ricorda di aver aspettato che non ci fosse nessuno in giro per dipingerlo, ma una bambina del paese, arrivando di corsa per ammirare l’opera, se ne è accorta subito: “E’ uno di noi!,” ha detto, riconoscendo il volto del noto abitante.

“Cerco di adattare la mia pittura al posto in cui mi trovo e alle persone che lo vivono”, spiega la pittrice vicentina.

Per 

Teresa Soardi, la pittura non è solo ricerca artistica ma anche documentazione del sociale, denuncia politica, un modo per dare voce a mondi isolati e realtà poco conosciute, ma ricche di storia, dignità e profondità. Le sue opere sono testimonianza del lavoro nei campi, della resilienza e della forza delle donne con il volto segnato dalle rughe, nei loro occhi puliti e vivi. Donne dignitose alle quali la vita non ha regalato nulla, vittime di ingiustizie che prendono vita sulle tele e sono documento storico di quegli anni.
Nelle opere di Teresa Soardi si riconosce anche un ordine architettonico. “Mi ha sempre affascinata l’architettura e mi viene naturale dipingere seguendo delle linee guida e la prospettiva corretta”, spiega. “Mi sarebbe piaciuto studiare architettura, ma non volevo lavorare nello studio di qualcun altro. Quando ero giovane, una donna architetto faticava a trovare lavoro e quindi la pittura ha preso il sopravvento”. 

Lo studio di Teresa Soardi a Vicenza è un trionfo di tele, ritratti, mondi, colori e stili diversi: vi sono, infatti, sia opere del periodo sudamericano, sia dipinti che ritraggono le località venete e le montagne dell’altopiano dei Sette Comuni. Tra i numerosi dipinti, ne noto uno con gli alberi ammassati sul dorso della montagna dopo la tempesta Vaia il 26 ottobre 2018; un altro con le colline vicentine e i dintorni, e il più recente, che celebra i 500 anni dal giro del mondo del navigatore vicentino Antonio Pigafetta. Un dipinto ancora fermo sul cavalletto perché, in tempo di Covid, non è possibile presentarlo con un evento pubblico. Quando arriva il momento di salutarci, Teresa, mi saluta mostrandomi il ricordo del suo ultimo viaggio in Patagonia, nel 2012.Quando le chiedo in quale paese vorrebbe tornare subito, risponde sorridendo: “Tutti!”. 

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Giovanbattista Fiorese e il sogno di “Kroitzabeg”, l’azienda agricola che parla cimbro
Uva “bacò”, bacche di ginepro e aglio orsino per sfornare pane e dolci secondo la tradizione di famiglia

                          Linda Scuizzato

storiedichi-marostica-kroitzabeg-aziendaagricola-cimbroPer raggiungere la mia meta prendo la strada che da Vicenza sale verso le colline, dopo il paese di Marostica: un panorama di ulivi e vallate si allunga dolcemente verso Lusiana, passando per la frazione di Crosara, che lascio alle mie spalle.

Sulla destra un cartello segnala l’azienda “Kroitzabeg e Le marmellate di Rosi”, entrambe attività gestite da Giovanbattista Fiorese, con la collaborazione della mamma, Rosella Frigo (“Rosi”). Oltrepassando un’antica contrada, e incrociando il cammino di alcuni caprioli fra un tornante e l’altro,  raggiungo la loro casa di famiglia, che domina un panorama mozzafiato sulle colline.

Mi accoglie prima di tutti Amos, uno staffordshire bull terrier nero, che salta sul sedile della mia auto scodinzolando non appena apro la porta. Giovanbattista lo segue, vestito nel suo abito tradizionale cimbro, che indossa generalmente quando partecipa ai mercatini tradizionali e medievali, abbinandolo a un cappello di paglia realizzato con i fastughi del grano vernisso, ossia la lavorazione tipica della paglia di Crosara che ha caratterizzato il territorio sin dalla fine del 1600.

Giovanbattista Fiorese, per tutti “Gioby”, ha 24 anni e, sin da bambino,  coltiva una grande passione per la farina e per gli impasti, dolci e salati. Prima di iscriversi alla scuola alberghiera, innamorato del disegno e la scultura, ha tentato la strada del liceo artistico, ma si è reso conto ben presto che voleva dedicare la sua vita alla cucina, unendo arte e fornelli, ed esprimendo così al meglio la sua creatività.Ha frequentato la scuola alberghiera a Tonezza del Cimone, proseguendo con un’esperienza di tre mesi negli Stati Uniti, al servizio di una pasticceria francese. Ha lavorato, inoltre, in una panetteria di Asiago e successivamente, per quattro anni, in una pasticceria a Conco.

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La sua attuale azienda agricola “Kroitzabeg”, che significa “Crosara” in cimbro, è nata un anno fa, verso la fine del 2020, proprio nella casa dove Giovanbattista è cresciuto con la sua famiglia. Con la mamma, la sorella e il padre, scomparso qualche anno fa.“Il legame con la nostra terra e con gli insegnamenti di mio padre è molto forte, così come lo sono le tradizioni del mio paese di nascita, Roana, dove la cultura cimbra è ancora molto sentita, racconta. “Ho deciso di valorizzarla e farla conoscere attraverso la mia attività”.

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La frazione vicentina di Crosara, che anticamente faceva parte della Federazione dei Sette Comuni, è diventata comune autonomo per la tradizionale lavorazione della paglia e, nel 1938, è stata inglobata nel comune di Marostica.
Giovanbattista Fiorese lavora in un laboratorio annesso alla storica casa di famiglia. È una bellissima casa con panorama mozzafiato sui colli di Marostica, circondata da 6,5 ettari di terreno tra orti, frutteti, piantagioni e boschi di castagni. Il laboratorio, che inizialmente era dedicato alla sola produzione di marmellate della madre Rosy, è stato ingrandito e attrezzato ulteriormente per poter produrre pane e dolci. Tutte le erbe e i frutti utilizzati nelle sue ricette provengono dai suoi terreni, alcune, come le ortiche, vengono raccolte nei boschi circostanti.
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storiedichi-marostica-kroitzabeg-aziendaagricola-cimbroQuello che rende unico il sapore delle sue creazioni sono gli ingredienti: per la produzione di pane e dolci utilizza farine antiche biologiche di sua produzione, a basso contenuto di glutine, per ricette particolari attinge a farine di grani antichi di un mulino di sua fiducia.

L’acqua arriva invece da un’antica fonte di una contrada vicina, a cui si accede attraverso il bosco in cinque minuti di passeggiata. Le diverse erbe e gli ingredienti aggiunti al pane e ai dolci vengono prodotti con metodi naturali nel suo terreno in base al susseguirsi delle stagioni. A breve, per esempio, verrà sfornato il pane alla castagne, un inno all’autunno.

Ho la fortuna di assistere alla preparazione e alla cottura del pane con le bacche di ginepro, l’aglio “orsino” – così chiamato perché è il primo pasto dell’orso quando esce dal letargo – le ortiche, famose per le loro caratteristiche curative, e l’uva bacò. Quest’ultima, dal 2019, è entrata a far parte del patrimonio Slow Food, l’associazione che si impegna per la difesa della biodiversità e dei diritti dei popoli alla sovranità alimentare, battendosi contro l’omologazione dei sapori, l’agricoltura di massa e  le manipolazioni genetiche.“Quando, nel 2002, siamo venuti ad abitare a Crosara, un contadino, conoscente di mio padre, ha piantato alcuni butti recuperati da piante madri antiche di uva bacò  nel terreno di famiglia”, racconta Giovanbattista Fiorese. Con la pazienza, la costanza del lavoro e l’amore per la terra, prima del padre e poi di Giovanbattista stesso, l’uva è cresciuta e, da una sola pianta, ne sono nate altre cinquanta, che si trovano sulla parte più alta del terreno in pendenza, una si scorge sotto uno dei ciliegi centenari. “Lavorare la terra è dura, ma farlo, dà anche grande soddisfazione”, mi racconta “Gioby”. I prodotti dell’azienda agricola “Kroitzabeg” si possono trovare in sede a Crosara, al panificio di Roana “Vacca strada”, ad Asiago da “Annette”, a Bassano alla “Quinta essenza” oltre che ai mercatini – tra i più famosi “Made in Malga”, “Formaggi in Villa”, “Pomopero” ed eventi eno-gastronomici legati al territorio.Mentre intervisto e fotografo, il profumo di pane invade il laboratorio, e ho la fortuna di assaggiare il pane di uva bacò appena sfornato, di colore rosato per il mosto, e con il disegno della foglia di vite.

Prima di andare non posso non scattare due ritratti a Amos, seduto composto esattamente sotto il tavolo con le pagnotte appena sfornate, in attesa di qualche briciola.Una frase mi è rimasta impressa delle parole di Giovanbattista: Prima di andare devi scoprire le tue radici, prima di andare via devi sapere da dove vieni. Sono certa che le sue creazioni culinarie andranno lontano, ad addolcire i palati di molti buongustai.

La curiosità

Lo stemma dell’azienda agricola “Kroitzabeg” include l’albero ritratto nei letti in ferro battuto (per rappresentare la famiglia), il braccio di un cavaliere che afferra un’ascia (per rappresentare il lavoro), e la pianta di canapa (una pianta forte e curativa). A sinistra, invece, ci sono tre castagne, che nella simbologia Araldica rappresentano valori nascosti.

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