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13.2.26

Le Olimpiadi invernali ci ricordano che non siamo tutti uguali (e che qualcuno deve sempre perdere) ma emozionano sempre

un fondo di verità .Ma come ho detto precedentemente anche in una forma a mettà tra illusione ed utopia ed un po' di evasione onirica esse ti emozionano e ti stupiscono

  da   https://www.vita.it/idee/


Le Olimpiadi invernali ci ricordano che non siamo tutti uguali (e che qualcuno deve sempre perdere)

Un giorno sulla neve costa almeno 100 euro a persona tra viaggio, attrezzature, accesso alle piste e altro: quante famiglie possono permetterselo? Quanti bambini e ragazzi guarderanno i loro eroi, in questi giorni, ben sapendo che praticano sport per loro inaccessibili? Quanti genitori dovranno confrontarsi, ancora una volta, con la “differenza”?

di Riccarda Zezza




Ègrande festa, a Milano e non solo, per queste Olimpiadi. E sì, qualche volta è giusto anche festeggiare, e lo sport ha il merito di unire Paesi diversi in momenti specifici – le date fanno nel tempo quello che i luoghi fanno nello spazio: diventano dei simboli – ricordandoci che siamo tutti “uguali”.
Ma lo siamo davvero? Il primo pensiero va proprio agli sport di queste Olimpiadi, di cui il più “comune” è lo sci. Un giorno sulla neve costa almeno 100 euro a persona tra viaggio, attrezzature, accesso alle piste e altro: quante famiglie possono permetterselo? Quanti bambini e ragazzi guarderanno i loro eroi, in questi giorni, ben sapendo che praticano sport per loro inaccessibili? Quanti genitori dovranno confrontarsi, ancora una volta, con la “differenza”?

Non sono una fan del calcio, ma la narrazione di questo sport così popolare ha un pregio: per giocare a calcio basta un pallone. Possono farlo tutti, e infatti molti calciatori talentuosi vengono dalla povertà: l’accessibilità di questo sport è stata per loro leva di riscatto sociale – e quanti bambini con la maglietta di Messi si vedono anche oggi nei Paesi più poveri, liberi di sognare perché, per quanto lontano, si tratta di un sogno “possibile”?
Sappiamo bene che anche lo sport, per quanto di origini nobili, alla fine è un business – altrimenti non funzionerebbe così bene – e in quanto tale mette insieme intrattenimento e soldi (tra 5,3 miliardi e 6,1 miliardi complessivi di euro di impatto economico sulla economia italiana e dei territori ospitanti), tanto che l’antropologo e filosofo francese Jean-Marie Brohm lo ha definito «la vetrina più spettacolare della società globalizzata delle merci», e quindi a sua volta, semplicemente «una merce». Ma forse, nella sua efficacia simbolica, è anche l’occasione per farsi alcune domande.
La prima riguarda appunto la sua accessibilità e la sua forza nel reiterare delle distanze tra chi può e chi no, dandole ormai per scontate. A questa si aggiunge l’impressione che, ancora una volta, tre settimane di festa sportiva funzioneranno da “oppio dei popoli”, mettendoci tranquilli e distratti nel ruolo di spettatori gaudenti. Un ruolo che sembra calzarci bene, come ha scritto nel 1987 il noto linguista Noam Chomsky «una delle funzioni che cose come lo sport professionistico svolgono nella nostra società – e in altre – è offrire uno spazio in cui deviare l’attenzione delle persone da ciò che conta davvero, così che chi detiene il potere possa occuparsi delle questioni importanti senza interferenze da parte del pubblico». Panem et circenses: non ci siamo inventati niente di nuovo.
Ma è l’ultima riflessione quella che mi preme di più, perché oggi forse è più urgente che mai. Perché lo sport ci sembra un simbolo così potente? Di che cosa è simbolo? Lo ha spiegato bene Michele Serra su La Repubblica di sabato 7 febbraio: lo sport traduce in modo “indolore” le dinamiche della guerra. Soddisfa quindi l’istinto primordiale umano dell’attacco, della competizione, della lotta per la vittoria, e lo fa senza che nessuno si faccia male.
Lo sport, quindi, come una “guerra buona”? O, come lo ha definito George Orwell nel 1945, “una guerra senza gli spari”, che è il massimo a cui possiamo aspirare? Lo stesso Trump, nel 2016, si è lamentato che le regole della Lega Nazionale di Calcio stavano diventando troppo “soft”, riflettendo la debolezza del popolo americano: dove stava finendo il sano spirito bellico? D’altronde è qui che sta la base biologica del successo dell’arena sportiva: nell’attivare le stesse premialità ormonali di un combattimento, nel portarci a tifare come se in campo ci fossimo noi, nel farci sentire “eroi per un giorno”. E va bene così: magari potesse davvero sostituirsi alle guerre! Ma il modello che continua a proporci, come la guerra e come la politica, è ancora e sempre quello di un gioco a somma zero. Ci ricorda incessantemente che, perché qualcuno vinca, qualcun altro deve per forza perdere. Ma è davvero sempre così: è questo l’unico paradigma destinato a intrattenerci e ad accenderci, nel futuro come nel passato?
Se, come specie, avessimo avuto il gioco a somma zero come unico modello di riferimento, ci saremmo estinti da tempo: la realtà è che l’umanità è sempre sopravvissuta soprattutto grazie alle sue capacità di cura e relazioni sociali, che sono attività puramente collaborative, ovvero “non a somma zero”.
Mentre, attraverso lo sport, celebriamo l’istinto che ci ha tenuti in vita attraverso la caccia e la fuga, è troppo chiedere di iniziare a riconoscere e a festeggiare anche quest’altro istinto umano di sopravvivenza, che altrettanto e forse di più del primo ci ha consentito di prosperare? Sarebbe possibile, insomma, immaginare di scendere un giorno tutti in campo a giocare delle “Olimpiadi della Cura”: in cui possono tutti, ma proprio tutti, non solo partecipare, ma addirittura vincere?
Nella foto LaPresse la caduta di Dominick Paris alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 – gara di superG maschile

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