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10.2.26

Milano-Cortina 2026, le Olimpiadi invernali più inclusive di sempre Record di atleti dichiaratamente LGBTQ+ ai Giochi invernali: dalle piste all’hockey su ghiaccio, storie, medaglie e coming out raccontano come lo sport stia cambiando volto

IO DONNA  

per anni lo sport invernale è stato raccontato come un mondo silenzioso, quasi austero: montagne, ghiaccio, concentrazione, poche parole. Un ambiente dove la prestazione contava più di tutto e la vita

privata restava fuori, possibilmente invisibile. Ora, però, Milano-Cortina 2026 promette di incrinare definitivamente quella vecchia immagine. Secondo il monitoraggio di Outsports, testata internazionale che da tempo segue il rapporto tra sport e comunità LGBTQ+, ai prossimi Giochi parteciperanno 44 atleti apertamente dichiarati. È il numero più alto mai registrato in un’Olimpiade invernale.


 

Milano-Cortina 2026, i Giochi invernali più arcobaleno di sempre

Il confronto con il passato racconta meglio di qualunque slogan quanto stiano cambiando le cose: nel 2014 erano sette, quattro anni dopo quindici, nel 2022 trentasei. Oggi, nel 2026, si sfiora quasi il triplo rispetto a dodici anni fa, un incremento che non può essere ignorato, trattandosi non di una moda, ma di un vero e proprio segnale culturale: sempre più sportivi scelgono di vivere e gareggiare, mostrando che talento e identità personale possono coesistere senza compromessi. Una trasformazione che viene rappresentata perfettamente dalla Pride House, aperta a Milano, in zona Porta Venezia, uno spazio di incontro e confronto pensato per celebrare il legame tra sport e diritti civili, dove atleti, appassionati e comunità potranno dialogare, condividere esperienze e rafforzare il messaggio di inclusione.
Il confronto con il passato racconta meglio di qualunque slogan quanto stiano cambiando le cose: nel 2014 erano sette, quattro anni dopo quindici, nel 2022 trentasei. Oggi, nel 2026, si sfiora quasi il triplo rispetto a dodici anni fa, un incremento che non può essere ignorato, trattandosi non di una moda, ma di un vero e proprio segnale culturale: sempre più sportivi scelgono di vivere e gareggiare, mostrando che talento e identità personale possono coesistere senza compromessi. Una trasformazione che viene rappresentata perfettamente dalla Pride House, aperta a Milano, in zona Porta Venezia, uno spazio di incontro e confronto pensato per celebrare il legame tra sport e diritti civili, dove atleti, appassionati e comunità potranno dialogare, condividere esperienze e rafforzare il messaggio di inclusione.



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Lgbtq+ alle Olimpiadi, storie che pesano quanto le medaglie
Questa crescita non si traduce soltanto in numeri. Dietro ci sono biografie, relazioni, scelte personali fatte spesso dopo anni di silenzio. C’è chi ha affidato il coming out a un post sui social, come l’austriaca Lara Wolf, specialista del freestyle tra salti e acrobazie, oggi sposata e fresca di medaglia mondiale. C’è chi gareggerà contro la propria moglie: la belga Kim Meylemans e la brasiliana Nicole Silveira, entrambe nello skeleton, la disciplina in cui si scende a tutta velocità sdraiate su una slitta. Si sono conosciute nel circuito internazionale e si ritroveranno avversarie sullo stesso tracciato olimpico.
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Canada e Usa guidano la svolta della visibilità

Il Canada e gli Stati Uniti, storicamente più avanti sul tema della visibilità, portano delegazioni particolarmente numerose. Tra i canadesi spiccano la biatleta Shilo Rousseau, impegnata nell’attivismo per l’inclusione, e il danzatore su ghiaccio Paul Poirier. Ma è l’hockey femminile a concentrare più nomi: Emily Clark, Jaime Bourbonnais, Erin Ambrose, Emerance Maschmeyer, Brianne Jenner, Laura Stacey e Marie-Philip Poulin, molte con già medaglie olimpiche al collo e famiglie costruite proprio dentro il mondo dello sport. Gli Stati Uniti portano un gruppo eterogeneo: le hockeiste Cayla Barnes, Alex Carpenter e Hilary Knight, la velocista Brittany Bowe, la sciatrice alpina Breezy Johnson, la snowboarder Maddy Schaffrick, il pattinatore Conor McDermott-Mostowy e Amber Glenn, prima pattinatrice apertamente LGBTQIA+ in gara ai Giochi invernali.




Sono 44 gli sportivi apertamente LGBTQ+ in gara. Nella foto Filippo Ambrosini l’unico azzurro che si è dichiarato apertamente (Getty Images)
Tra icone affermate e prime volte storiche

L’Italia arcobaleno è Filippo Ambrosini, pattinatore artistico di Asiago, finora l’unico olimpionico azzurro apertamente gay. Dal Regno Unito arrivano il curler scozzese Bruce Mouat, tra i favoriti, il danzatore Lewis Gibson, il freestyler Gus Kenworthy, da anni una delle icone LGBTQ+ dello sport mondiale, e la sciatrice Makayla Gerken Schofield. La Repubblica Ceca schiera le hockeiste Krystina Kaltounkova e Aneta Ledlov, oltre alla leggendaria pattinatrice di velocità Martina Sablikova, sette medaglie olimpiche in carriera. La Svizzera conta Laura Zimmermann. Infine la Svezia, dove la presenza più simbolica è quella di Elis Lundholm, sciatore freestyle transgender destinato a diventare il primo atleta dichiaratamente trans nella storia delle Olimpiadi invernali. Con lui anche Sandra Naeslund e l’hockeista Anna Kjellbin.





Anche l’Europa amplia la mappa dell’inclusione

Anche la Finlandia presenta un gruppo compatto di hockeiste dichiarate: Sanni Ahola, Laura Zimmermann, Michelle Karvinen, Anni Keisala, Ida Kuoppala, Viivi Vainikka e Ronja Savolainen. Tra loro ci sono coppie che attraversano persino i confini nazionali. Sul fronte francese il volto più noto è quello elegante di Guillaume Cizeron, campione olimpico nella danza su ghiaccio, che da anni rivendica il diritto di essere ricordato prima di tutto per i risultati sportivi. Con lui Kevin Aymoz, attento anche ai temi della salute mentale. Nell’hockey compaiono Chloe Aurard-Bushee e Lore Baudrit. La Germania è rappresentata dalla giovane hockeista Nina Jobst-Smith.







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Lgbtq+ alle Olimpiadi, il ghiaccio si scioglie anche fuori dalle piste

Le Olimpiadi, si sa, non sono mai soltanto sport, ma sono piuttosto una fotografia del tempo in cui si svolgono. È proprio per questo che, se fino a pochi anni fa fare coming out poteva significare perdere sponsor o spazio in squadra, oggi sempre più atleti raccontano la propria vita senza sussurri. Non perché sia diventato facile, ma perché il silenzio pesa di più. E così, i Giochi di Milano-Cortina potrebbero non passare alla storia solo per il medagliere, ma potrebbero essere ricordati come l’edizione in cui il ghiaccio si è sciolto un po’ anche fuori dalle piste: meno armadi chiusi, più storie alla luce del sole. Del resto, alla fine, anche questo è spirito olimpico.

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