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19.3.26

La bella storia di Pietro Ragaglia di Bitti, che rinuncia al posto fisso per gestire ad Olbia l’azienda di famiglia. Un mestiere che oggi insegna a suo figlio Diego di tre anni…

Oggi san Giuseppe e festa del papa voglio riprendere un post dell'anno scorso dal portale.  https://www.cronachedallasardegna.it/
di Maria  vittoria  Detotto  dell'anno scorso la bellissima storia di Pietro Ragaglia di Bitti, che rinuncia al posto fisso per gestire ad Olbia l’azienda di famiglia. Un mestiere che oggi insegna a suo figlio Diego di tre anniNel giorno della festa del papà mi faceva piacere raccontarvi una bella storia, quella del 30enne bittese Pietro Ragaglia, papà del piccolo Diego, tre anni, laureato ad Oristano in tecnologie alimentari, che ha rinunciato conclusi gli studi al posto fisso per fare il lavoro che più lo appassiona: il pastore.
Ragaglia appartiene ad una famiglia che da generazioni lavora nell’ambito agropastorale e gestisce un’azienda agricola di famiglia, l’Azienda Caresi, situata nella omonima località olbiese. Pietro ha iniziato a lavorare per gioco a cinque anni, quando andava a mungere ed a lavorare in campagna con il padre Giulio.
Oggi fa lo stesso con suo figlio Diego, tre anni a breve, grande amante della campagna, degli animali e di tutto quello che fa il babbo. Ogni fine settimana, quando non è impegnato alla scuola materna, lo va a trovare con sua mamma Chiara in azienda e se non può andare, quando la sera rientra babbo Pietro dal lavoro, vuole che gli racconti tutto ciò che ha fatto.





Tutto questo praticamente da quando è nato. Diego apprezza moltissimo il pecorino semi stagionato, il suo preferito tra i formaggi che il padre Pietro produce e quando va a trovarlo nel loro caseificio ad Olbia, ne vuole sempre un pezzo ed aiuta il padre a farlo: “Diego è un buongustaio”, dice Pietro, “mio figlio ama tutti i formaggi, ma quello è il suo preferito. Qui produciamo formaggi di pecora, pecorini, stracchino di pecora, mozzarelle, brie di pecora”.
Quale è la sua giornata tipo . 
Mi sveglio ogni mattina alle cinque e vado a mungere con mio padre. Sistemo il bestiame, torno in caseificio ad Olbia, lavoro lì sino all’ora di pranzo. Rientro a casa per pranzo ed alle due e trenta torno in campagna sino alle 19. Non ho mai un giorno libero”.
Che ne pensa sua moglie di questo?La famiglia di mia moglie non è di tradizione pastorale e lei non conosceva questo stile di vita. A volte è difficile capire il mio stile di vita, che è comunque impegno tutto l’anno ed ogni tanto mi organizzo con mio padre per avere almeno un giorno libero, per trascorrere una giornata intera fuori con la mia famiglia. Altre volte i miei amici mi invitano agli spuntini e magari subito dopo l’ora di pranzo devo andarmene per tornare in campagna. Ma la cosa non mi pesa”.

Pietro, una vita fatta di sacrifici, una bella famiglia che intende allargare.

Oggi è la festa del papà: suo figlio stamattina Le ha già dato il regalo? Sicuramente le porterà qualcosa, immagino. dico a Pietro. “Sicuramente sì, nei giorni scorsi ho visto che ha voluto una mia foto, vedremo oggi cosa ha combinato, sono curioso di vedere la sorpresa quando torno a casa”, conclude Pietro.

Che dire? Auguri a Pietro. al piccolo Diego ed a questa bellissima famiglia che rappresenta una giovane famiglia sarda di persone oneste e lavoratrici.

Foto: Pietro Ragaglia e Pietro con il piccolo Diego in azienda.

                                                   
                 Maria Vittoria Dettoto
 Una scelta coraghiosa la sua quella di 
Rinunciare a un lavoro fisso . Tale  scelta può essere  difficile e personale, ma ci sono diverse ragioni per cui qualcuno potrebbe decidere di farlo. Ecco alcune delle motivazioni più comuni:

- Libertà e flessibilità: lasciare un lavoro fisso può significare avere più tempo e libertà per perseguire altre passioni o progetti personali.
- Opportunità di crescita: alcune persone potrebbero vedere l'opportunità di gestire l'azienda di famiglia o avviare una propria attività come una chance di crescita professionale e personale.
- Miglior qualità della vita: la stabilità economica non è l'unico fattore che contribuisce alla felicità. Alcune persone potrebbero trovare che un lavoro fisso non sia compatibile con la loro vita familiare o personale.
- Insoddisfazione lavorativa: alcune persone potrebbero sentirsi insoddisfatte del loro lavoro attuale e decidere di lasciare per trovare qualcosa di più gratificante.
Nel caso di Pietro Ragaglia,  è evidente che abbia scelto di gestire l'azienda di famiglia e trasmettere le proprie conoscenze al figlio, il che potrebbe essere una scelta dettata dall'amore per la famiglia e dal desiderio di preservare l'eredità familiare.


18.3.24

padri di Daniela Tuscano

 Oggi si commemorano le vittime del #covid19. La ricorrenza è nazionale, ma nessuno la simboleggia meglio di Jihad, il giovane #palestinese che ogni giorno si arrampicava sulla parete dell'ospedale

dov'era ricoverata sua madre Rasma Salama, per poterla vegliare da lontano. In molti siamo stati Jihad, o avremmo voluto esserlo. Molti hanno salutato i propri cari solo dietro un vetro. Altri non hanno avuto nemmeno questa possibilità. Da allora sono trascorsi quattro anni. Rasma nel frattempo è deceduta, di Jihad abbiamo perso le tracce, ma la #Palestina sanguina più che mai; e il mondo intero trema sotto l'incubo di una #guerra, la #pandemia più devastante di tutte.Il «vaccino» in verità ci sarebbe. È il vaccino del #figlio, di chi sa di essere amato e a sua volta ama. Non esiste altro rimedio per le infermità che incontriamo o ci procuriamo.







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Oggi è anche una pagina cittadina, milanese, grigia Da #annidipiombo. Quegli anni non erano formidabili, ma #faustoejaio sì. Figli per sempre, rossi, #comunisti. Soprattutto, rossi di garofano, come il petalo allegato al necrologio di una mia amica dell'epoca. Un garofano di 46 anni accompagnato da una grafia adolescenziale, perché chi muore come Fausto e Jaio, per mano di #neofascisti (quelli veri) che controllavano il mercato della #droga, può essere solo giovanissimo. A Fausto e Jaio faceva male il mondo, avevano sogni, volevano liberare i loro coetanei dalla tossicodipendenza. Impresa impossibile, da folli; un «gioco da ragazzi»! Formidabili quegli anni? No. Formidabile, assurda la giovinezza, che una volta era tanta e affollata.

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Dai figli ai #padri. È morto il #19marzo, giorno di #sangiuseppe, e si chiamava Giuseppe. Era padre come #giuseppedinazareth, «putativo». #donpeppediana pensava a tutti i suoi «figli». Parlava con la sua presenza, col suo stare a #casaldiprincipe. Lo chiamavano «prete #anticamorra», ma era un prete che faceva il prete. Anch'egli aveva sogni, come i vecchi e i bambini del profeta #Gioele. Anch'egli fu tolto di mezzo «con ingiusta sentenza ». Ma senza questi padri - e questi figli - «sconfitti», l'umanità sarebbe scomparsa da un pezzo. Forse, non sarebbe mai esistita.

19.3.17

L’amara “festa” del papà di chi cerca il corpo del proprio figlio Il disperato appello del padre di Stefano Masala e la sua rabbia all’udienza per l’imputato accusato di avere ucciso il giovane di Nule

a  chi mi accusa  di  riportare  solo o per la maggior parte   storie    del nord  est   ecco una  storia   sarda  

 la  nuova sardegna del 19\3\2017
 da la  nuova  sardegna 

L’amara “festa” del papà di chi cerca il corpo del proprio figlio
Il disperato appello del padre di Stefano Masala e la sua rabbia all’udienza per l’imputato accusato di avere ucciso il giovane di Nule

di Gianni Bazzoni





marco masala

Si può stare in silenzio, lontano da tutti. Sbattere ogni cosa che ti capita per le mani e considerarsi devastato in maniera così violenta da sentire troppo fragili le fondamenta umane. Oppure si può decidere di non contenere la rabbia, di non fermarsi e parlare sempre. Anzi, di urlare il nome del proprio figlio, reclamare giustizia in ogni posto, anche nelle aule dei Tribunali dove periodicamente passano coloro che possono sapere qualcosa e - con la loro testimonianza - restituire a un padre almeno il diritto di dare sepoltura a quel figlio che nessuno sa più dove sia.
Marco Masala, padre di Stefano, il giovane di Nule scomparso nel nulla il 7 maggio del 2015, ormai ha deciso di andare avanti così. Puntando il dito e urlando, lanciando sfide a chi - secondo lui - non ha detto la verità e può chiarire il mistero che lega la sparizione di Stefano all’omicidio di Gianluca Monni, il 19enne ammazzato a Orune. Due vite cancellate in un vortice di follia che è impossibile persino raccontare perché la trama è un buco nero. E le sentenze ancora non ci sono.
É rimasto solo Marco Masala dopo la morte della moglie, la signora Carmela, che ha atteso fino all’ultimo istante il ritorno di Stefano a casa. Oggi è la festa del papà, ma per chi ha perso un figlio è un giorno triste. Ancora di più per chi, come Marco, non sa neppure dove si trovino i resti di Stefano. E anche nel giorno della festa dei babbi, ha diritto di urlare con la forza che ancora gli resta.
«Ditemi dov’è mio figlio», l’ha detto e ripetuto senza abbassare lo sguardo, con il coraggio e la fierezza di chi porta nel cuore e nella mente il sorriso di quel ragazzo buono, indifeso, incapace di intuire il benchè minimo pericolo.
La morte di un figlio è la prova più dura che un genitore possa essere chiamato ad affrontare nella sua vita, un padre e una madre non si aspettano di sopravvivere ai propri figli, e quando succede mancano le parole per dirlo, si perde la dimensione di se stessi, ci si muove persi nel nulla, quasi senza nome. Marco Masala oggi non festeggia il 19 marzo perché tutto si è fermato a quella notte del 7 maggio, quando Stefano è uscito sorridente come sempre, ingenuo e felice. E non è più tornato. In tanti in questi lunghi mesi hanno chiesto “che cosa possiamo fare?”, senza avere risposta. Perché il conforto, gli abbracci e la solidarietà sono atti che possono aiutare quando è possibile condividere il proprio dolore per una storia che è finita. Invece la vicenda
di Stefano è ancora aperta, una ferita profonda che fa troppo male, e questo padre - oggi più degli altri giorni - ha il diritto di urlare con tutta la rabbia che si porta dentro: «Dite dov’è mio figlio». Chi lo sa parli, che sia un figlio o un padre poco importa. Gli altri stiano in silenzio.

Ogni terremoto ha una sua storia il caso di Apice

Dalla pagina fb quello che non sapevi https://www.facebook.com/share/17Vo7o2aQ5/ 21 agosto 1962. Una scossa di magnitudo 6,0 devasta Apice, ...