Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta discriminazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta discriminazioni. Mostra tutti i post

5.1.26

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Non  sono  diabetico ne  pratico per   motivi  di  salite e  fisici   sport  agonistici  ed  intensi  come  il suo ,  capisco   e reputo  tale  cosa  ingiusta, la   vicenda   di   Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico [ foto  a  destra  ] che  non  può  gareggiare   alle olimpiadi   e   a i modiali   acesso   roiservato   esclussivamente  o  quasi  agli atleti  appartenti  agli ordini  militari   ,  avendo io  il  favismo  : (...) è una condizione genetica che colpisce principalmente i globuli rossi, causata da una carenza di un enzima chiamato G6PD ( glucosio-6-fosfato deidrogenasi ). Questo enzima è fondamentale per proteggere i globuli rossi dal danno ossidativo, e quando manca o è difettoso, i globuli rossi diventano vulnerabili. Di solito, una crisi emolitica (cioè la distruzione dei globuli rossi) si verifica quando una persona con favismo entra in contatto con determinati trigger, come le fave, alcuni farmaci [  tra  cui  l'asprina  ]  o infezioni.Dal punto di vista genetico, il favismo è legato al cromosoma X, il che significa che tende a colpire maggiormente gli uomini, che possiedono un solo cromosoma X. Le donne, avendo due cromosomi X, sono solitamente portatrici sane, anche se in rari casi possono manifestare i sintomi.
( ... ) da https://istitutosalute.com/ : « Favismo: Cos’è, Cause e Cosa non Mangiare » Ora non sono  un medico  ne  tanto  meno  un  specialista  su tali argomenti   ma  posso dire  che   la  sua e   la  mia   posono essere  usate    come  discriminazione  . Infatti   io  non ho potuto   fare  il militare  e quindi  volendo la  carriera  militare   .  Ed  è  proprio   di questo che   tratta la   storia d'oggi 
 
da  https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/  4   gennaio  2026 

Non può ancora vivere di sport per una legge scritta durante il fascismo, che esclude le persone con diabete dai gruppi sportivi militari. Una norma mai aggiornata che, di fatto, impedisce anche ad atlete di livello internazionale di avere le stesse opportunità economiche dei colleghi. È uno dei paradossi con cui convive Anna Arnaudo, 25 anni, mezzofondista della nazionale italiana di atletica leggera, specialista delle lunghe distanze, due record di categoria all’attivo (10 mila metri e mezza maratona) e una carriera sportiva costruita a forza di chilometri e risultati.Arnaudo è anche una delle circa 150 inserite nel programma dual career del Politecnico. Nata a Cuneo nel 2000, tesserata per il CUS Torino, corre fino a 170 chilometri a settimana e, allo stesso tempo, fa ricerca: laureata con lode in Ingegneria informatica, oggi è dottoranda in Intelligenza artificiale applicata all’Ingegneria del software. Nel suo palmarès vanta piazzamenti internazionali di rilievo: undicesima agli Europei di corsa in montagna 2018, decima agli Europei dei 3000 metri su pista e nona ai Mondiali di corsa in montagna 2019. Nel 2021 ha vinto quattro titoli italiani e conquistato l’argento europeo nei 10 mila metri.

Anna, partiamo dall’inizio. Come nasce la corsa?
«Ho iniziato quasi per caso nel 2015. Frequentavo un istituto tecnico e avevo bisogno di una via di fuga. Non avevo grandi ambizioni, poi ho capito che correre era il mio mondo».

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Anna Arnaudo, 25 anni, in gara e il giorno della laurea


E lo studio non è mai stato messo da parte.
«No, ho sempre continuato. Mi sono laureata nei tempi, con lode, e ora sto facendo il dottorato».

È stato difficile mettere insieme tutto?
«Il primo semestre me lo ricordo come impegnativo, poi con il Covid ho potuto sfruttare le lezioni registrate e sono entrata nel programma dual career. È stato fondamentale».

Quando è stato d'aiuto?
«In due momenti chiave. Dovevo sostenere l’ultimo esame della triennale ma ero in Algeria per una gara: ho scritto al professore e ho potuto spostare l’appello. Lo stesso è successo prima della laurea magistrale, avevo gli Europei e una consegna importante. Non ho mai abusato delle facilitazioni, ho sempre cercato equilibrio. Sono molto organizzata, cerco di non perdere tempo e di essere essenziale».

Sport e studio si aiutano a vicenda?
«Sì. La pausa dallo studio è l’allenamento e viceversa. Dopo aver corso, il cervello è più libero per studiare. Dopo la soddisfazione di un esame passato corro meglio».

Ci sono stati momenti complicati?
«Tanti. Non è facile. A volte lo sport è stato penalizzato dallo studio e alcune gare sono andate male perché ero stanca. Ma ho imparato a non mollare: fallire fa parte del percorso, nelle gare come all’università».

Oggi potrebbe vivere di atletica?
«Nella mia situazione è complicato. Ho il diabete mellito di tipo 1 e una legge del 1932 esclude le persone diabetiche dai gruppi sportivi militari. Io non posso entrarci e quindi avere uno stipendio come gli altri. È una discriminazione che stiamo cercando di superare, siamo stati anche in Senato».

Che tipo di sostegno economico ha allora?
«Le trasferte con la nazionale sono coperte, c’è il supporto della Federazione e del CUS Torino e della Federazione delle Società Diabetologiche che sostiene gli atleti diabetici».

Viaggia molto: come studia in giro per il mondo?
«Mi porto sempre i libri. Ho imparato a studiare ovunque: in Patagonia, ai raduni a Tirrenia, d’estate a Sestriere».

Come la vedono i colleghi?
«Con molta stima. Avevo paura di essere etichettata come “quella che fa anche altro”. Invece il mio impegno è apprezzato».

E il futuro? Ricerca o atletica?
«Non saprei scegliere. Ora direi entrambe le cose, ho sempre avuto il piacere di farle insieme. Voglio continuare il dottorato, provare una carriera accademica e andare avanti con gli allenamenti per la maratona».


 

 

6.6.25

Nuoro, docente con la sclerosi multipla confinata in biblioteca Insegnamento negato alla primaria, trasferimento dopo un anno in classe: «Inabile alla sorveglianza attiva

leggo  sull'unione  sarda  d'ieri  ,  di cui riporto l'articolo sotto ,  dell'assurda    vicenda     di questa maestra .  La vicenda    si commenta  da   sola  . Ma   mi  viene da   chiedermi  come mai il ministro del lavoro  e  dell'istruzione  non   mandano  ispettori  nella  scuola in questione  ?

unione  sarda  del  5\6\2025 

Nuoro, docente con la sclerosi multipla confinata in bibliotecaInsegnamento negato alla primaria, trasferimento dopo un anno in classe: «Inabile alla sorveglianza attiva»



Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp



Insegnanti o vigilanti? È la domanda che scuote il mondo della scuola dopo il caso di una docente di scuola primaria di Nuoro, affetta da sclerosi multipla e costretta a muoversi con deambulatore e carrozzina. Dopo aver insegnato per tutto l’anno, è stata dichiarata inidonea alla sorveglianza attiva (non all’insegnamento) dalla commissione medico-collegiale dell’Inps. Il risultato? Allontanata dalla classe, trasferita in biblioteca con un aggravio di ore settimanali – da 24 a 36 – in quella che pare una misura punitiva. Una decisione che non solo la esclude dall’insegnamento, ma, sottolinea lei, «lede il diritto al lavoro, alla cura e alla dignità». La docente, preparata, amata dagli alunni, è costretta a difendersi non dalla malattia ma da un sistema che, di fronte alle difficoltà, si mostra più pronto a escludere che a includere.


L’associazione

A sostenerla l’Aism (Associazione sclerosi multipla), che ha deciso di affiancare l’insegnante. «Il suo caso – dice Liliana Meini – rappresenta una grave limitazione alla dignità della persona e del lavoratore. Oggi (ieri ndr) si è rivolta alla nostra associazione per una consulenza». L’insegnante non si è mai sottratta al suo lavoro. Nonostante la malattia ha sempre insegnato con dedizione. Anche quest’anno ha coperto supplenze, portato avanti progetti didattici, accompagnato i suoi alunni fino alla fine dell’anno. Eppure, il 5 marzo è stata convocata per una visita fiscale, fissata a maggio. Una settimana fa la doccia fredda: la commissione la giudica inidonea “alla vigilanza attiva”. «Se davvero ero inidonea, perché mi hanno fatto insegnare tutto l’anno? E perché ora mi spediscono in biblioteca facendomi lavorare di più?».

PUBBLICITÀ


Vogliono solo sorveglianti



ADCerchi una polizza auto? Con Allianz Direct è facile essere smart.Allianz Direct



ADConto Sella StartIl conto corrente ideale per te: semplice, funzionale e a soli 1,5 euro/mese.Banca Sella




ADPromo 10€ Giga e Minuti300 Giga ora a 10€ e minuti illimitati inclusi. Solo online!TIM




Il verbale parla di “inidoneità alla vigilanza attiva”. Ma cosa significa, concretamente, “vigilanza attiva”? Lei lo contesta: «In aula garantivo la presenza, la relazione educativa, la didattica. Quella che era una storia di scuola inclusiva si sta trasformando nel suo contrario. Vogliono sorveglianti, non insegnanti». La sua carrozzina le consente di muoversi in aula. Parla con lucidità e fermezza: «Mi sono sempre battuta per l’inclusione, per i bambini con disabilità, per una scuola che accolga tutti. Ma ora mi ritrovo esclusa proprio io. La scuola è comunità, non solo controllo. E se la società vuole essere inclusiva, deve cominciare da chi educa». Oggi è costretta a difendere un diritto: quello a lavorare. E non per sé. Perché così, pezzo dopo pezzo l’insegnamento, sarà off limits per chiunque è in carrozzella e non può «vigilare attivamente».

Fabio Ledda

8.3.25

in italia non ci sono le discriminazioni Lgbtq e dei nuovi italiani , ma anche quella verso i disabili . "Mio figlio è disabile non ci affittano casa" Da Bergamo la denuncia di Francesca, madre di 4 figli di cui uno disabile

Francesca Carulli, 39 anni, è una madre separata che vive ad Albino, in provincia di Bergamo, con i suoi quattro figli. Il più piccolo, Denis, ha nove anni e soffre di tetraparesi spastica, una condizione che lo costringe a muoversi in carrozzina. La sua vita quotidiana è un continuo affrontare sfide, ma la più grande riguarda la casa in cui vive: un appartamento pieno di barriere architettoniche che non è adatto a lui. Ogni giorno, Francesca è costretta a sollevare il figlio in braccio per affrontare tre rampe di scale, un'impresa che le causa dolori continui alla schiena e le toglie le forze.

Le difficoltà di trovare una casa accessibile
Da due anni, come racconta a Il Giorno, Francesca sta cercando un nuovo alloggio, uno che sia senza barriere architettoniche e che permetta a Denis di muoversi liberamente. Tuttavia, la ricerca si è rivelata un incubo. Ogni volta che contatta un'agenzia immobiliare o un proprietario, la risposta è la stessa:«Non affittiamo a famiglie con persone disabili». Nonostante Francesca possa permettersi di pagare un affitto di 600-700 euro al mese, la discriminazione continua. «Ho rcevuto almeno 40 no. Mi considerano poco affidabile, come se un bambino disabile fosse un peso che non riuscirò mai a sopportare», racconta con amarezza. La situazione è ancora più frustrante quando si considera che gli appartamenti da lei visitati sono del tutto inadatti alle esigenze di Denis, ma anche la possibilità di accedere a soluzioni di edilizia pubblica sembra un miraggio. In alcune città, come Milano, solo il 2,5% delle case popolari è privo di barriere, e Francesca si è già rivolta agli enti locali, ma senza risultati. «Mi è stato detto che dovrei
rivolgermi ai Servizi Sociali, ma sono ancora qui, senza una soluzione», spiega. Nonostante le difficoltà economiche e fisiche, Francesca non si dà per vinta.


 
dalla   sua  pagina  facebook  



Ma la sua vita è un eterno via-vai: ogni giorno deve accompagnare Denis a scuola e tornare a prenderlo, spesso interrompendo il lavoro. Purtroppo, la sua vita è segnata da orari incompatibili con un'occupazione, e l'assistenza scolastica per suo figlio non è sufficiente. «Se Denis avesse l'assistenza adeguata per tutte le ore di scuola, potrei lavorare con maggiore serenità», afferma. Francesca racconta anche di aver incontrato altre mamme nella stessa situazione, alcune delle quali hanno addirittura nascosto la disabilità dei loro figli per ottenere una casa in affitto. Questo è un chiaro segno di quanto il pregiudizio e la discriminazione siano radicati nella società, rendendo la vita ancora più difficile per chi si trova a dover affrontare disabilità e solitudine.

14.11.24

Belluno, coppia di Tel Aviv rifiutata da un hotel: «Israeliani responsabili di genocidio, non sono ospiti graditi»

l'accaduto
«Buon giorno, vi informiamo che gli israeliani, in quanto responsabili di genocidio, non sono ospiti graditi nella notra struttura. Pertanto, se vorrette cancellare la prenotazione, saremo lieti di garantila gratuitamente». Il testo è il contenuto di un Whatsapp spedito dal
titolare dell'Hotel Garnì Ongaro di Selva di Cadore a una coppia di Tel Aviv, che, attraverso Booking, aveva prenotato e pagato due notti nell'albergo bellunese nei primi giorni di novembre. Il messaggio di Patrick Ongaro ha raggiunto la coppia alla vigilia della partenza del volo per l'Italia. In un secondo momento, fatto su cui non c'è però conferma diretta, albergatore e clienti si sarebbero risentiti via telefono e l'invito a rinunciare all'ospitalità concordata si sarebbe strasformato in un, se possibile, più perentorio: «Non fatevi vedere qui...». 

 cosa  ne  penso  

Mai confondere i popoli con i loro governanti e con gli errori degli Stati. Ciò vale per gli israeliani come per i palestinesi .lo dico da critico del governo israeliano e  di , ovviamente  senza  generalizzare  ,   di   alcuni israeliani  i cosidetto coloni  . Per  il resto sono cosi  triste   che non so che  altro ire  ,  se  non   che    questi atti  di discriminazioni  svegliano  l'orgoglio e la  dignità di quella  parte del  popolo israeliano ch  vuole  la pace  e  la  convivenza  \  cosesitenza    con  il popolo ebraico . 

18.9.24

Cosa ci insegna la vicenda della scuola primaria dove i genitori hanno tolto i figli perché “c’erano troppi indiani”

   Non riuscendo  a     trovare le  parole  addatte   per  descrivere  tale   gesto  imbelle  e  discriminatorio   riporto   le parole  di  Saverio Tommasi   pubbblicate su  

fanpage.it 
• 6 ora/e • 4 min di lettura





Se stai cercando un modo per compromettere il futuro ai tuoi figli, ti do un’idea: fai come a Fondi, in provincia di Latina, dove i genitori di una classe prima della scuola primaria – in blocco – non stanno mandando i bambini e le bambine a scuola perché in classe ci sarebbero troppi immigrati. Hanno così chiesto il trasferimento in un’altra scuola, alla ricerca di purezza e colori candidi. Sono dodici famiglie italiane su dodici. In classe rimangono così solo nove bambini, tutti di origine indiana. La colpa per cui sono stati condannati alla solitudine, è che non sono italiani. O semplicemente, non hanno la pelle colore rosa pallido. Non so come altro dirlo. ‘Noi non siamo razzisti, sono loro che sono indiani’. Potremmo sintetizzare così questa storia, dove nessuno ha il coraggio di definirsi razzista, ci mancherebbe altro. “Fondi è una città accogliente”, precisa subito il sindaco, anche se nessuno ha tirato in ballo la città, che semplicemente localizza la vicenda. “I nostri figli non cresceranno in una classe ghetto, resteranno a casa fino a quando non sarà trovata una soluzione”, dicono i genitori italiani. La soluzione è complicata perché il problema sono proprio loro: i genitori che non si accorgono della loro immagine riflessa nello specchio, e non capiscono cosa stanno proiettando sui loro figli e le loro figlie. La scuola italiana ha tanti problemi, ma fra questi non figura il colore della pelle delle studentesse. Ho deciso di scrivere una lettera direttamente a loro, ai più piccoli di questa storia, che ancora non sanno leggere ma che fra qualche anno, forse, riprenderanno in mano questa vicenda e si faranno a modo loro un’idea. 

Cara bambina, caro bambino. 
Tutte le persone nascono diverse. Se non fosse così ti confonderemmo con Mario, Liam o Noemi. Ti chiameresti Moussa, invece hai il tuo nome e il nome è personale, lo dice anche la parola. E poi hai un cognome se non bastasse il tuo nome; e Moussa ha il suo, e quando vi presentate potete stupirvi entrambi e ripetere il nome dell’altra persona ad alta voce, per capire se lo avete pronunciato bene. Pensa che palle (scusa il termine volgare), un mondo dove nessuno avesse più bisogno di chiedere “come ti chiami?” perché tutti si chiamano allo stesso modo. Mi annoio soltanto a pensarci. E poi pensa che disdetta, se fossimo tutti uguali e un amico ti incontrasse per strada: non ti riconoscerebbe perché tutte le persone avrebbero la stessa faccia, se nascessimo identici; lui non saprebbe chi sei perché saresti uguale a lui, una copia invece che un originale. Invece è così bello essere se stessi, perché ogni persona è unica. Tu sei unico e Reyansh è unico. Invece lo stesso nome, lo stesso naso, lo stesso colore della pelle, perfino magari gli stessi gusti. Non sarebbe divertente. Ordineresti un gelato limone e fragola ma quei due gusti sarebbero già finiti, perché tutti in gelateria chiederebbero limone e fragola, sarebbero i gusti preferiti dal mondo intero, magari anche da te, a cui invece oggi non piacciono. E così tu quel giorno rimarresti senza limone e fragola, e i gelatai sarebbero sommersi di gelato al cioccolato e alla crema, che nessuno ordinerebbe più. A proposito: a te piace il gelato al cioccolato? Sarebbe un disastro, se fossimo tutti uguali. Ci innamoreremmo soltanto di noi stessi e saremmo così egoisti, a volere bene solo a noi stessi; l’amore invece è un’altra cosa. L’amore è accoglienza, condivisione. Amore è sentire l’altra persona vicina, è sentire dolore quando lei prova dolore, come se dessero un pizzicotto a te, quando invece lo hanno dato a lei. Amore è fare i salterelli di gioia perché l’altra persona è felice. Ti spuntano le ali ai piedi quando condividi la gioia del volo, anche se non sei tu a condurre lo stormo. Non è sempre facile, cara bambina, caro bambino. La vita è meravigliosa ma non tutti lo sanno, non tutte le persone ci arrivano vive, alla vita. Qualcuno pianta paletti al posto di divellerli, l’umanità non è tutto questo spasso, sai? Ma se fossimo tutti uguali, sarebbe l’incubo più grande. Nella nostra diversità, entriamo nella vita con fortune diverse, altalenanti. A te, nel primo anno di scuola primaria, nella prima vera finestra spalancata sul mondo, ti hanno privato di nove incontri. Hanno tirato giù la tapparella. Ti hanno coperto il sole con una mano. Avresti potuto conoscere delle bambine e dei bambini come te ma diversi da te. Per un pregiudizio ti è stato impedito, i tuoi genitori ti hanno tolto da quella classe e da quella scuola. Mi dispiace per questi incontri a cui i tuoi genitori ti hanno sottratto. Ora vorrei abbracciarti e dirti che tutto va bene, anche se non va tutto bene. Vorrei abbracciare anche quelle nove bambine e bambini, mettervi insieme, comprarvi una ludoteca apposta per giocare, senza barriere. Non si può fare, però voi potete fare qualcosa di più utile: studiare e praticare l’amicizia a casaccio, secondo sentimento e non secondo colore.Troverai altre persone nella tua vita, potrete rifarvi, potrete prendere il sopravvento rispetto agli eventi a cui vi hanno obbligato quando eravate più piccoli. E potrete parlarne ai vostri genitori, di quanto è figo l’atto dell’incontro. Potrete cambiare il mondo, niente di meno che questo. Le mie parole finali, in questa lettera, le rivolgo alle nove famiglie di origine indiana, ritenute ceppo da cui allontanarsi. Scusateci, non siamo tutti così.

27.3.24

Pontedera, studente confessa di essere gay: i genitori lo cacciano da casa, lo ospita un prof


da  leggo.it    e   da  Il Tirreno  del  24\3\2024


«Figli gay qui non li vogliamo». Proprio quando aveva trovato il coraggio di confidarsi a cuore aperto con la famiglia, un ragazzo di 18 anni si è visto chiudere le porte in faccia da mamma e papà a causa del suo orientamento sessuale. La confessione avrebbe innescato una serie di incomprensioni tra il figlio e i genitori culminate nella richiesta di
lasciare la casa di 
Pisa dove viveva.
Ospitato dal prof
Rimasto senza una casa e senza soldi, il giovane la cui storia è raccontata oggi su Repubblica, ha vagato alla ricerca di un rifugio temporaneo, appoggiandosi alla generosità di conoscenti. La svolta è arrivata grazie al supporto ricevuto da uno sportello locale contro le discriminazioni e dall'incredibile solidarietà di alcuni professori della sua scuola. Uno di questi docenti, dimostrando un'empatia e un supporto concreti, ha offerto al ragazzo una stanza nella propria abitazione, consentendogli così di continuare gli studi fino al conseguimento della maturità. 
La frattura con la famiglia
«Mi hanno detto di andarmene perché tra i figli non andavo bene» ha raccontato il giovane agli operatori dello sportello Voice di Pontedera ripercorrendo la profonda frattura con la famiglia e le incomprensioni, in particolare con la mamma e la sorella. Una rottura che sia gli operatori sia l'insegnante hanno provato a risanare coinvolgendo gli assistenti socialiani, ma neanche questo sforzo ha portato ai risultati sperati.  
Il supporto
Emiliano Accardi, coordinatore di Voice, ha evidenziato l'importanza del gesto del docente che ha ospitato il ragazzo: «È stato un gesto non scontato e importante. Il nostro centro intanto continua a offrire il servizio psicologico. Abbiamo un gruppo di esperti, anche per gli aiuti legali e per questioni inerenti il lavoro». Questa storia non è un caso isolato, ma rappresenta una delle tante situazioni difficili affrontate da giovani che si trovano a navigare i pregiudizi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Voice, insieme ad altre realtà associative, svolge un ruolo cruciale nell'offrire supporto e orientamento non solo ai giovani in difficoltà, ma anche alle loro famiglie. «Sono venuti alcuni genitori perché il loro figlio ha chiesto di avviare un percorso di transizione di genere e avevano bisogno di strumenti per capire come affrontare al meglio questa fase», aggiunge Accardi, sottolineando l'importanza di un impegno collettivo nella promozione dei diritti e nella sensibilizzazione culturale contro ogni forma di discriminazione.

-----


 Ha solo 18 anni ed è rimasto in città perché un suo insegnante si è offerto di ospitarlo fino alla Maturità


PONTEDERA. Ha confessato la sua omossesualità e la sua famiglia l’ha cacciato di casa. Gli hanno sbattuto la porta in faccia. «Niente figli gay, vattene», hanno detto. Ha solo 18 anni, fra pochi mesi dovrà sostenere l’esame di maturità. È rimasto in città perché un suo insegnante si è offerto di ospitarlo fino al diploma. «Da quando ho fatto coming out come
transgender durante una riunione di lavoro mi è arrivata la lettera di licenziamento. Qualche giorno dopo, nonostante l’azienda stia continuando ad assumere. Nessun collega dice niente», si sfoga un altro ragazzo. «Nostro figlio non vuole indossare il grembiulino blu, vuole quello rosa. Siamo in difficoltà. Non sappiamo come comportarci», raccontano due genitori. Queste sono solo alcune delle voci che rivelano l’omotransfobia nascosta nei luoghi di lavoro, nelle pareti domestiche e anche in altri contesti come la scuola.
Sos diritti
Storie di disagio, esclusione, mobbing, silenzi. Dove la discriminazione sommerge la vita reale delle persone, giovanissime e meno giovani, nelle loro relazioni familiari e di vicinato, negli ambienti che frequentano o dai quali vengono allontanate o precluse. Un micro-mondo in cui l’orientamento sessuale o l’identità di genere diventa, a prescindere dalle capacità del lavoratore, dalla necessità dell’istruzione, dal bisogno di affetto, un ostacolo, spesso un bersaglio. E questi episodi succedono. Chi ne è vittima si sente isolato e se ne vergogna. Chi invece vorrebbe essergli di appoggio è confuso, non sa come muoversi e come comportarsi.
Team di aiuto
Ecco perché avere a Pontedera un centro di riferimento che accoglie i ragazzi in difficoltà, rifiutati dalle famiglie, allontanati dai datori di lavoro o dagli amici perché gay, trans, lesbiche, è importante. Per le persone Lgbt+ ma pure per i loro genitori, i colleghi, i compagni di banco e i loro insegnanti, la porta del centro Voice è sempre aperta. Nato nell’ottobre 2022, il progetto, che ha il parternariato del Comune e dell’Unione Valdera, promosso da Arci Valdera, è finanziato dall’Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali ed è gestito da avvocati, psicologi, assistenti sociali, educatori e mediatori linguistici. Una squadra di esperti che, al Poliedro, in piazza Berlinguer, offre ascolto, informazione, sostegno legale e psicologico e si batte contro il bullismo, le minacce, le criticità che sorgono dalle discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. «In questi mesi – dice il coordinatore del servizio Emiliano Accardi – abbiamo accolto e appoggiato 24 persone che sono arrivati da noi, a volte sotto l’anonimato, altre direttamente, con dubbi e incertezze durante un percorso legato alla transessualità, alla loro identità di genere. Abbiamo sostenuto tre famiglie alle prese con problemi e dubbi, dopo che il figlio aveva dichiarato la propria omosessualità. Altrettanti i casi di consulenza lavorativa, una decina per quella legale e otto per quella psicologica». Ci sono ferite lunghe da sanare, rifiuti che non si dimenticano ma che si può cercare di superare e nodi complicati da sciogliere. «Fra questi, quello che capita più di frequente è la questione che riguarda in che modo spiegare di essere gay. Una ragazzina – continua Accardi – è stata intercettata tramite chat, poi sostenuta e messa in contatto con i servizi sociali perché voleva suicidarsi. Era in depressione, né lei né la madre erano riuscite a parlare con il padre perché avevano paura della sua reazione».cardi
Sistema di protezione
Allo sportello invece, uno dei pochi in Toscana e l’unico in provincia di Pisa, che riceve le segnalazioni anche da tutta la zona del Valdarno, gli obiettivi che si vogliono perseguire sono quelli legati alla valorizzazione delle differenze, al rispetto e alla prevenzione di gravi situazioni. «Ci impegniamo – aggiunge Maria Grazia Rossi dell’Arci Valdera, con delega alle pari opportunità e alle politiche di genere – per tutelare la libertà di espressione e per creare una società dove c’è spazio per tutti. Il centro vuol dar voce, proprio come dice il nome, alle vittime di odio e intolleranza. L’idea è quella di lavorare in rete con il territorio perché spesso le problematiche sono proprio culturali. Nel senso che la discriminazione passa dalla non conoscenza. Quando però riusciamo a coinvolgere con i laboratori che proponiamo nelle scuole, tanto per fare un esempio, le classi e gli amici scatta un sistema di difesa, vicinanza e protezione spontaneo che rispecchia nel micro cosmo quello che potrebbe riproporsi nella quotidianità».

8.3.23

A QUALI DONNE FATE GLI AUGURI ? - Saverio Tommasi

 di  cosa  stiamo parlando   

c





La metà del Paese fa gli auguri alle Donne ma poi le lesbiche no. Le immigrate no. Le musulmane ancora meno. Le madri con l’eterologa no. Le figlie delle coppie gay no.

La metà del Paese fa gli auguri alle Donne e poi se una donna guadagna meno è perché ha il ciclo, se dice “mi piace fare i pomp*ni” è una tro*a, e se è una donna trans la chiamano “il trans” perché un tempo aveva il pisello (o ce l'ha ancora) e se lo merita.
Parliamoci chiaro: voi, che siete la metà del Paese sulle cui gambe corrono le discriminazioni, il migliore augurio che potete fare alle donne, è quello che non v’incontrino mai.

3.7.22

la dura vita degli italiani senza cittadinanza «Ho preso 100 alla Maturità ma non ho la cittadinanza»

  da  Avvenire  
Paolo Ferrario - Ieri 19:36

Quando è arrivata dal Pakistan, nove anni fa, non capiva una parola d’italiano. Oggi cita Dante a memoria, questa settimana si è diplomata con 100/100 al Liceo scientifico delle scienze applicate paritario “Malpighi” di Bologna e ora vuole iscriversi a Matematica. Per capire di che cosa parliamo quando parliamo di Ius scholae, sarebbe utile ascoltare storie come questa di Ayesha Amin, 19 anni, che in Italia ha fatto la quinta elementare, tutte le medie e le superiori, ma la cittadinanza non ce l’ha ancora. Un’assenza che pesa sulla vita di questa giovane donna, che non immagina nemmeno il proprio futuro lontano dal nostro Paese.


© Fornito da Avvenire«Ho preso 100 alla Maturità ma non ho la cittadinanza»


«Ho scoperto la mia identità come persona – scrive Ayesha in un tema – e le esperienze che hanno segnato la mia vita hanno avuto luogo in Italia, quindi in contatto con le persone italiane. Di conseguenza, riesco a raccontare solo in italiano le esperienze che ho più a cuore, mentre sento una grandissima incapacità di raccontare di me nella mia lingua madre, perché sento di non avere il vocabolario adatto».Di famiglia molto povera, Ayesha arriva in Italia a 10 anni, con la madre e i due fratelli maggiori, per ricongiungersi al padre che, con lo zio, da qualche tempo gestiva un ristorante a Bologna. La malattia prima e la morte dell’uomo poi, lasciano la famiglia senza una fonte di reddito e con il rischio concreto di essere rimpatriata. «Eravamo talmente poveri che vivevamo da alcuni parenti in case diverse, dove c’era posto», ricorda la giovane.
La svolta nella sua vita accade all’open day del Malpighi. «Ho visto questa scuola bellissima e mi sono informata per iscrivermi», ricorda Ayesha. Non sapeva che, in Italia, la libertà di scegliere una scuola paritaria è subordinata alla possibilità di permettersi la retta. Soldi che, ovviamente, la famiglia non aveva. Ma la passione con cui aveva espresso questo suo desiderio alla rettrice Elena Ugolini, è riuscita a superare anche questo ostacolo: una borsa di studio della Fondazione Campari arriva a coprire tutte le spese, non soltanto della retta, ma anche dei libri e del trasporto da casa a scuola. Una donazione sulla fiducia che la ragazza ha ripagato alla grande, attraverso un percorso scolastico che la propria docente di riferimento, Federica Mazzoni, non esita a definire «più che eccellente». Frutto di tanta fatica ma, soprattutto, fondato sulla convinzione che la giovane Ayesha si è messa in testa fin dai primi tempi in Italia: «Se volevo stare qua, se volevo studiare, dovevo imparare l’italiano». Lingua che in casa nessuno conosceva, a parte il padre e di cui ora, sempre a detta della prof, ha una padronanza migliore di tanti compagni nati in Italia.
«A scuola – racconta Ayesha – ho trovato dei maestri veri che mi hanno fatto appassionare allo studio. In quegli anni ho letto di tutto, da Dante a Primo Levi e ho imparato ad amare la lingua italiana, che ormai sento mia: è una parte essenziale della mia vita». «Negli anni del liceo – scrive ancora nel tema la studentessa – ho coltivato tante amicizie e ho scoperto che la lingua mette in relazione con le persone e permette di scoprire una parte di sé stessi».Ma conoscere i nostri grandi autori non le è bastato per vedersi riconoscere quella cittadinanza che la farebbe sentire italiana a tutti gli effetti, come lei del resto già si sente ed è percepita dai suoi amici. Con i quali, però, non ha potuto condividere l’ultima esperienza liceale: il viaggio di istruzione in Germania. Al momento di partire, ha scoperto che sulla sua carta d’identità c’è scritto «Non valida per l’espatrio». Per lei è stato un colpo al cuore. Un tradimento da parte del Paese in cui vive e nel quale si è più che integrata, risultando tra i migliori studenti della propria scuola. Ma, evidentemente, nemmeno un 100 alla Maturità è sufficiente per ottenere una cittadinanza che Ayesha e tanti come lei, aspettano ormai da troppo tempo.

Posso capire non si vuole 
Ius soli (in lingua latina «diritto del suolo») è un'espressione giuridica che indica l'acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.[1][2][3][4] Si contrappone allo ius sanguinis (o «diritto del sangue»), che indica invece la trasmissione alla prole della cittadinanza del genitore, sulla base pertanto della discendenza e non del luogo di nascita.[1][3][4]Quasi tutti i paesi del continente americano applicano lo ius soli in modo automatico e senza condizioni. Tra questi gli Stati Uniti, il Canada e quasi tutta l'America latina.[5] Alcuni paesi europei (Francia, Germania, Irlanda e Regno Unito) concedono altresì la cittadinanza ius soli, sebbene con alcune condizioni.  segue Ius soli - Wikipedia

perchè non sai se quelle persone hano intenzione di rimanere fisse qui per poi andarsene altrove oppure ritornare nella loro terra d'origine come fece un parente di mia madre che ando in argentina per ptersi pagare la casa e poi raggiunta la cifra rientrò in paese   e non parti più   fino alla morte  . 
Ma lo Ius  scholae ( qui magiori informazioni mi sembra   sia   un buon compromesso  ifatti anche la Polverini  ( centro  destra  )    e la  chiesa  




si sono dette d'accordo

27.4.21

Il "Robinson Crusoe" italiano Mauro Morandi ha annunciato che dopo 32 anni lascerà l'isola di Budelli, dell’arcipelago sardo de La Maddalena ed altre storie

 Il "Robinson Crusoe" italiano Mauro Morandi ha annunciato che dopo 32 anni lascerà l'isola di Budelli, dell’arcipelago sardo de La Maddalena, di cui era l’unico abitante dal 1989. Il guardiano dell'isola famosa per la sua spiaggia rosa ha deciso di lasciare dopo l'ennesimo avviso di sfratto delle autorità del Parco nazionale dell'Arcipelago di La Maddalena.

A cura di Francesco Cofano Foto e video di Mauro Morandi e Ulf L ü deke


 



La famiglia negata, l'odissea delle coppie arcobaleno per accedere alla fecondazione eterologa

 La famiglia negata, l'odissea delle coppie arcobaleno per accedere alla fecondazione eterologa Il caso della giocatrice delle Juventus femminile Lina Hurtig, che ha annunciato di aspettare dalla moglie Lisa un bambino concepito con fecondazione eterologa in Svezia, fa riflettere sulla situazione in Italia: dove invece le tecniche di procreazione medicalmente assistita sono vietate per le coppie omosessuali. La fecondazione eterologa (ovvero con donatore uomo o donna, a differenza dell'omologa che avviene con i gameti della coppia), era stata vietata dalla legge 40 del 2004, decisione poi ribaltata dalla Corte Costituzionale che l'ha ammessa dal 2014, ma solo per le coppie eterosessuali. E avviene ancora per larga parte nel privato, perché poche Regioni da allora si sono adeguate e la offrono nelle strutture pubbliche. Le coppie arcobaleno, dunque? Sono ancora costrette ad andare all'estero, con costi che tra terapie e viaggi arrivano a decine di migliaia di euro. E con diritti negati ai figli che alla nascita vedono riconosciuto solo il genitore biologico.



 A raccontare la loro storia sono Francesca Vecchioni, attivista e Presidente di Diversity, figlia del cantautore Roberto e madre di due gemelle avute con l'ex compagna Alessandra, e Chiara Foglietta, consigliera del comune di Torino, prima in Italia ad aver forzato la legge ottenendo nel 2018 che l'anagrafe riconoscesse anche la madre ‘sociale’, non biologica, del figlio. Insieme a loro il dottor Maggiorino Barbero, direttore del dipartimento materno infantile asl Asti, centro pma ospedale di Asti. Non esistono dati completi circa il numero di coppie omogenitoriali che hanno sfruttato la fecondazione eterologa. Gli unici riferimenti a disposizione sono quelli che emergono dall'Associazione Famiglie Arcobaleno, che peraltro ha lanciato una petizione su ALL OUT chiedendo alle camere di legiferare al più presto per il riconoscimento dei figli delle famiglie omogenitoriali. Secondo quanto emerge tra gli iscritti dell'Associazione - circa 2000 famiglie - il 70 per cento è composto da coppie di due donne, che verosimilmente hanno fatto ricorso all'eterologa all'estero. Solo il 30 per cento dei bambini di queste famiglie ha avuto riconoscimenti. di Giulia Destefanis e Antonio Nasso (Il video di Lina Hurtig è tratto dal canale Youtube della Juventus)

21.4.21

La violenza sulle donne non è solo femminicidio


Tutte le fonti storiche affermano che in quasi tutte le società tradizionali le donne furono discriminate; la loro istruzione fu limitata all’apprendimento di abilità domestiche, non ebbero accesso a nessuna posizione di potere. Il matrimonio fu quasi sempre considerato un mezzo necessario per garantire alla donna sostegno e protezione. Una donna sposata solitamente assumeva lo status del marito e andava a vivere con la famiglia di lui: in caso di maltrattamenti o di mancato mantenimento aveva scarse possibilità di rivalersi. Nel diritto romano, che influenzò il successivo diritto occidentale, marito e moglie erano ad esempio considerati un’unità, nel senso che la moglie era un vero e proprio “possesso del marito”; in quanto tale, la donna non godeva del controllo giuridico né della sua persona, né dei suoi figli, né delle sue terre, né dei suoi soldi. Le eccezioni dell’antica Babilonia e dell’antico Egitto, dove le donne godettero dei diritti di proprietà, e a Sparta amministravano di fatto l’economia, furono dunque fenomeni isolati; solo durante il Medioevo in alcuni paesi europei le donne poterono entrare a far parte delle corporazioni delle arti e dei mestieri. Nella seguente era industriale donne e bambini lavoravano anche per dodici ore di seguito nelle fabbriche con paghe nettamente inferiori ai loro colleghi maschi. Infine, nel novecento, la donna sembra aver definitivamente aver raggiunto l’uomo, grazie al diritto di voto e col raggiungimento dei titoli più ambiti e dei lavori di solito riservati all’uomo (come ad esempio la carriera militare). Tuttavia anche nel ventunesimo secolo esiste ancora una forma di violenza sulle donne: quella fisica, economica e psicologica e sessuale. Per analizzare questa nuova violenza molti enti pubblici hanno svolto ricerche, soprattutto per osservare l’espansione di questo fenomeno.
Moltissime donne hanno subito diversi tipi di violenza. In moltissimi casi (oltre l’88%) la violenza viene definita “domestica”, in quanto inflitta da partner o da ex partner (l’82%) oppure da parenti, nel 6,4% dei casi. Amici e conoscenti sono autori della violenza nel 4,5% delle occasioni, mentre il restante 7,1% ha come protagonisti sconosciuti.
Per quanto riguarda la violenza sessuale, non c'è dubbio che la stessa abbia nella vittima ha un profondo impatto sulla salute fisica e mentale, causando molte patologie croniche e quadri psichiatrici anche rilevanti in chi ha subito un’aggressione fisica o sessuale, nell’infanzia o nell’età adulta. L’imposizione di un rapporto sessuale non consenziente, può essere fonte di gratificazione sessuale per il responsabile, sebbene l’obiettivo nascosto sia spesso la manifestazione di potere e di dominio sulla vittima nonchè fonte di umiliazione. La legge stabilisce la scadenza per una denuncia di reato in sei mesi, dopo i quali il reato non è perseguibile. Se la vittima presenta querela nei tempi stabiliti (sei mesi dal reato) il reato può comunque andare in prescrizione, regolata da art. 157 c.p. (15 anni).
Premesso tutto ciò, mi chiedo perché ancor oggi chi ha subito una violenza sessuale non venga presa in giusta considerazione, c'è sempre un sentore nell'aria fatto di se, ma, se avesse.... che non fanno altro che perpetuare nella vittima un ulteriore abuso. Esiste anche chi si chiede il perché un donna non denunci subito di aver subito una violenza sessuale, i motivi sono tanti, vergogna, la paura, la sensazione di non essere ascoltata. Ogni donna che subisce una violenza sessuale deve elaborare la cosa, come se fosse un lutto, perché quella violenza ha decretato la morte dell'anima; ci sono le donne che in breve tempo riescono a trovare la forza di denunciare, altre anno bisogno di mesi, anni, spesso si sentono “merce avariata”, c'è anche chi non sarà mai capace di farlo tendendo dentro di se questo terribile dolore. Quindi quando sento o leggo di uomini che giocano sulla fragilità delle vittime per farsi scudo ed uscire indenni da questo terribile reato dico loro e a tutti i famigliari che difendono i loro congiunti anche di fronte all'evidenza di vergognarsi, che non possono essere considerati uomini.

11.5.20

I genitori arcobaleno in lotta per i diritti "Lo Stato discrimina i nostri bambini"A quattro anni dalle unioni civili madri e padri omosessuali denunciano: "Respinti nei tribunali, ostaggi della burocrazia. Ora chiediamo certezze"

si può anche essere  contrari , ma  perchè  si deve  discriminare  che  vive  in maniera  diversa  ? costringere alla clandestinità un amore  .  Oppure  peggio   fare  come prima del divorzio ,   quando  eri costretto  a stare  insieme   per mantenere  l'apparenza  e  poi  in segreto  avere  un altra  famiglia  ? 

Ecco perchè  do ragione  alle famiglie  arcobaleno    di cui  si parla  ,  e  come queste  ci  ne  sono diverse  ,    in questo articolo di Maria Novella De Luca  su repubblica  d'oggi   11.5.2020  


                                                
«Il nostro secondo figlio nascerà tra due settimane ma anche per lui, come per Niccolò, sarò una mamma invisibile, una mamma clandestina per lo Stato italiano. Eppure Aretha e io questi bambini li abbiamo "concepiti" insieme, sono frutto del nostro amore, anche se le gravidanze le ha portate avanti lei. Il nostro comune, in Toscana, ha rifiutato di mettere il mio nome sull’atto di nascita, ci ha respinte. Ora siamo in causa per farci riconoscere entrambe come madri. Per le nostre famiglie spesso non resta che la via giudiziaria ».
Sono amare le parole di Valentina Zoi, mamma insieme ad Aretha di Niccolò, sei anni e di un altro bimbo in arrivo. Racconta, a quattro anni dall’approvazione della legge sulle unioni civili nel maggio 2016, un panorama, oggi, di conquiste interrotte, di passi indietro, come se un grande freddo fosse sceso sui diritti Lgbt. «In questi giorni di lockdown chiunque avesse una famiglia "non regolare" ha sentito sulla propria pelle la discriminazione. Niente congedi, il rischio di essere fermata con Niccolò e non poter dimostrare di avere un legame con lui». Una burocrazia antistorica, il contrario della vita vissuta. «Noi abbiamo scelto la trasparenza — spiega Valentina — raccontare sempre com’ è nato nostro figlio. Vuol dire fare quasi un coming out quotidiano, ma grazie a questa verità Niccolò è perfettamente integrato». Ma la restaurazione è in atto. Famiglie dove uno dei genitori è "clandestino" per lo Stato, sentenze della Cassazione che hanno bocciato a ripetizione certificati di nascita omogenitoriali, certificati dove è necessario dichiararsi "padre e madre", a cominciare dalla carta d’identità elettronica, decreto voluto da Salvini. (E soltanto pochi giorni fa le famiglie arcobaleno sono riuscite ad accedere ai congedi previsti per il Covid19. IL sistema informatico dell’Inps non riconosceva, come "famiglia", due codici fiscali dello stesso sesso).Gianfranco Goretti, papà di Lia e Andrea insieme a Tommaso Giartosio, è il presidente di Famiglie Arcobaleno.

 «Le unioni civili sono state un traguardo enorme per l’Italia, ma la legge ha lasciato fuori i bambini, bocciando la stepchild adoption. Oggi le nostre vite e quelle dei nostri figli e figlie sono appese alle decisioni dei tribunali, di un sindaco o di un ufficiale di stato civile. C’è bisogno di una legge che riconosca le nostre famiglie una volta per tutte».
Larissa Zoni, mamma insieme a Monica Pistoia di Susanna, sei anni, racconta l’incredibile prassi di dover dichiarare il falso quando nasce un bambino con fecondazione assistita. «Il giorno del parto ho dovuto firmare un modulo in cui affermavo che Susanna era nata dall’unione naturale con un

 uomo…». «Viviamo a Pisa, in un comune leghista, sappiamo che la nostra richiesta non sarebbe mai stata accolta. La cosa assurda è che se fosse nata a Livorno, a pochi chilometri di distanza, il nome di Monica sarebbe stato aggiunto al certificato di nascita di Susanna».
Succede infatti che alcuni tribunali, Roma ad esempio, emettano sentenze favorevoli alla "stepchild" adoption. E altri tribunali, Milano, ad esempio, invece no. Comuni codove i bimbi con genitori dello stesso sesso vengono riconosciuti alla come figli di entrambi e altri no. Dice Larissa: «La società ha le porte spalancate,, lo Stato ci ostacola. Monica si occupa di Susanna per molte più ore al giorno di me, eppure non può avere un congedo, non può firmare i moduli scolastici, non potrebbe assistere nostra figlia in ospedale. E se a me accadesse qualcosa Monica potrebbe, per assurdo, essere esclusa dalla vita di Susanna. Credo che per noi, a questo punto, l’unica strada sia quella dell’adozione. Una strada lunga, difficile ma purtroppo l’unica possibile». E questa è stata infatti la scelta di Stefania Leggio che ha già fatto tutto l’iter a Roma per poter adottare Nora, 5 anni, partorita da sua moglie Simona Nicosia. «E’ un compromesso, è abbastanza assurdo dover adottare una figlia che è già mia figlia. Ma è ci è sembrata l’unica scelta certa, oggi l’aria è cambiata. E almeno Nora sarà tutelata».
Ci sono, però, per fortuna, anche storie che raccontano un’altra Italia. Giuseppe Cutino, Ivano Iaia e la loro meravigliosa figlia Bianca, nata un anno fa negli Stati Uniti con gestazione di supporto. Giuseppe e Ivano hanno alle spalle uno storia d’amore lunga 18 anni, e una unione civile festeggiata nel 2018. Racconta con emozione Giuseppe: «Forse oggi Palermo è una zona franca di libertà. Il sindaco Orlando da anni trascrive gli atti di nascita con due padri e due madri di bambini nati all’estero, o riconosce comunque i piccoli nati in Italia da coppie dello stesso sesso. Non abbiamo avuto nessun problema, anzi è una festa che dura ancora. Sembrava che tutti aspettassero Bianca. Su tutti i suoi documenti ci sono i nostri due cognomi, lo abbiamo voluto anche come atto politico ». Un tassello, «che può contribuire a cambiare il mondo». «Saremo sempre grati alla portatrice americana che ci ha fatto il dono di Bianca. I nostri figli sono parte della società italiana, possibile che lo Stato si ostini a discriminarli?».
In attesa di adozione. Stefania Leggio, Simona Nicosia e la piccola Nora. "Adotterò mia figlia, è un compromesso ma ci dà sicurezza"

1.11.19

I bambini disertano la scuola per un giorno per protestare contro la presenza di una compagna disabile. Il caso riguarda una scuola primaria di Cornegliano Laudense (Lodi)



di cosa stiamo parlando


BAMBINI CONTRO COMPAGNA DISABILE/ Senza fatica e attenzione la realtà ci sfugge
In casi come questo, è facile indignarsi per il sordo interesse di chi è più fortunato. Invece è meglio ragionare, per capire le cause di tanto distacco.





LaPresse



I bambini disertano la scuola per un giorno per protestare contro la presenza di una compagna disabile. Il caso riguarda una scuola primaria di Cornegliano Laudense (Lodi) nella quale i genitori hanno preso una decisione senza mezzi termini per contrastare il rischio che i figli venissero penalizzati nell’apprendimento scolastico. La presenza di una bambina con particolari difficoltà, a loro giudizio, avrebbe infatti comportato disagio e rallentato l’attività didattica.
Non è mancata la reazione del Collegio dei Docenti che in un comunicato ribadisce “con forza e determinazione che l’idea dell’inclusione, oggi più che mai, è parte integrante e fondante del corredo genetico di questa istituzione scolastica” e sottolinea il principio irrinunciabile di una “scuola aperta a tutti” secondo l’articolo 34 della Costituzione.
Difficile commentare la notizia senza sfoderare argomentazioni scontate che finirebbero per suggerire una separazione manichea: da una parte l’ottusa insensibilità di genitori indubbiamente da criticare e dall’altra l’illuminata difesa di diritti irrinunciabili propugnata dalla comunità scolastica da difendere a spada tratta.
In realtà le .... continua qui

Io non avrei saputo scrivere di meglio su tale problema . Un articolo illuminante e critico contro tali 💩🗣️🤬😡😖😠🤮 di genitori . Mi verrebbe d'augurargli la legge del contrappasso cioè a capitasse a loro o ai loro figli o nipoti quello che loro stanno facendo a lui e a quella famiglia . Soprattutto a quello pecora che dice sì è poi invece di sforzarsi per mettere in pratica quanto detto cosa fa ?! Appoggia quelle 💩 degli altri genitori e delle loro futili paure

Quando i valori non fanno più notizia

Viviamo in un tempo strano. Un tempo in cui tutti parlano, ma pochi ascoltano. In cui tutto è veloce, immediato, usa e getta. Anche le perso...