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3.3.26

Il padre gli disse "Niente laurea, niente rugby". Ora Maro Itoje lotta contro il razzismo, mette in discussione vecchie tradizioni, e sabato sfiderà l’Italia al Sei Nazioni






"Non puoi allenarti come Tarzan e vivere come Mick Jagger": Itoje, dottore, poeta e capitano inglese
Il padre gli disse "Niente laurea, niente rugby". Ora lui lotta contro il razzismo, mette in discussione vecchie tradizioni, e sabato sfiderà l’Italia al Sei Nazioni
Francesco Palma
2 marzo - 12:12 





Maro Itoje è uno che ci mette la faccia. Sempre. Lo fa quando l’Inghilterra, di cui è capitano, da favorita del Sei Nazioni finisce a lottare per non arrivare ultima. Lo fa quando bisogna parlare di razzismo, di politica, di temi davvero importanti (“Non sono solo un rugbista, quella è solo una parte di me”). Lo fa anche a costo di mettersi contro i tifosi, di mettere in discussione tradizioni storiche del tifo e del rugby inglese. Itoje non è mai stato come gli altri, ma allo stesso tempo non ha mai voluto distinguersi per forza, per necessità: è semplicemente questo. Da un anno è il capitano dell’Inghilterra che sfiderà l’Italia sabato, è un giocatore simbolo della Nazionale (esordio nel 2016 a 21 anni) e un elemento fondamentale in campo, con le sue braccia da piovra e i suoi 2 metri per 115 kg che non gli impediscono però di essere elastico e dinamico. Ma è anche un simbolo della lotta al razzismo (“anche dopo aver esordito andavo in alcuni supermercati e mi scambiavano per un dipendente, e questo succede a molti neri. E per i neri la strada è sempre più insidiosa”), un amante della cultura, appassionato di quadri e di poesia, e un uomo che porta avanti le sue idee a testa alta e a schiena dritta. In campo e fuori.

27.2.26

in attesa dei giochi paraolimpici di milano cortina 2026 LE OLIMPIADI DEL BENE storie di "Giusti nello Sport" a Milano Cortina 2026

 Queste olimpiadi invernali un tosacana per la mia convalescenza mi sono servite a passare il tempo . Esse mi hanno emoziionato e fatto sognare ma anche incazzare certe decisioni arbitrali in certi incidenti per esempio  quelli   incidenti che hanno coinvolto Pietro Sighel nelle tre gare individuali di pattinaggio di velocità alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 e il doppiopesismo del CIo si certi casi  ,  l'uso propagandistico di trump e affini ) Ma tutto sommato nonostante siano per il 90 % un  circo  ( ormai è consuetudine purtroppo  vedere la    scelta  sull'olimpiade  del centenario (  1996    )   fra  Atalanta (  sede  della  coca Cola  )  e  Atene  (  sede   originaria delle  olimpiadi   )   sono state ricche di strorie ed aneddoti ,, orgoglio  sfide con se stessi ed i propri limiti fisici ( brignone e tabanelli ) .Ora mentre  aspetto quelle paraolimpiche faccio un bilancio  di queste appena trascorse . Infatti  Il  post       si  potrebbe    intitolare per   dare  un senso  di  continuità  e  di aggiunta  alle  storie    già   raccontate  precedentemente, cosa  rimarrà  di queste  olimpiadi   parte  II   visto  che avevo   pubblicato  il  post  : <<  cosa  rimarrà  di questi  olimpiadi >> . Ma  poi  ho  scelto  quello che  leggete  sopra   .  preso a  prestito  insieme  alle  storie     da    Le Olimpiadi del Bene - storie di "Giusti nello Sport" a Milano Cortina 2026   di  (gariwo.net)

Dopo tre settimane di emozioni, gare indimenticabili e uno spirito di festa che ha pervaso tutta l’Italia, domenica 22 febbraio è ufficialmente calato il sipario sui Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 (in attesa dell’inizio dei Giochi Paralimpici, in programma dal 6 al 15 marzo 2026).

I mesi che avevano preceduto l’inizio delle Olimpiadi sono stati caratterizzati – come spesso capita in concomitanza delle grandi manifestazioni internazionali – da polemiche e discussioni, dovute ai legittimi dubbi derivanti dall’impatto finanziario e ambientale dei Giochi (per costruire la pista di bob di Cortina sono stati abbattuti 500 larici secolari e disboscati quasi 20mila metri quadrati di foresta). Nonostante ciò, sono state delle Olimpiadi molto partecipate e, per certi aspetti, indimenticabili, non solo da un punto di vista meramente sportivo.

Per quasi un mese Milano e le altre località di gara si sono trasformate nel “centro del mondo”, con decine di migliaia di sportivi, addetti ai lavori e appassionati che hanno raggiunto il Nord Italia per partecipare alla festa olimpica. Sono stati anche dei Giochi particolarmente felici per la delegazione azzurra, che ha riscritto la storia conquistando ben 30 medaglie, di cui 10 del metallo più pregiato

Ma soprattutto sono state delle Olimpiadi che – come spesso accade – ci hanno insegnato molto, sia dentro che fuori dal campo di gara. Lo scopo di questo breve articolo è quindi di provare a raccogliere le storie sportive esemplari che hanno caratterizzato Milano Cortina 2026 e che si vanno a inserire a tutti gli effetti nella campagna “Giusti nello Sport” che Fondazione Gariwo promuove da oltre un anno.

L’umiltà di Hector e Stjernesund

Queste Olimpiadi passeranno alla storia come le Olimpiadi di Federica Brignone. La stella dello sci azzurro ha infatti conquistato, contro ogni più roseo pronostico, due medaglie d’oro nello sci alpino (nello specifico nel super-g e nel gigante femminile).

Un’impresa che passerà agli annali visto che la campionessa valdostana aveva patito, neanche un anno fa, un terribile infortunio che, secondo gli stessi medici che l’avevano operata, avrebbe potuto seriamente mettere fine alla sua carriera. La caduta, la lunga riabilitazione, le ore trascorse in palestra quando la neve sembrava ormai un ricordo lontano: tutto lasciava presagire un ritorno graduale, prudente, forse incompleto.

E invece Federica non si è data per vinta. Ha trasformato la fragilità in forza, la paura in concentrazione, il dolore in disciplina. Ha lottato come una tigre (animale che non a caso capeggia sul suo casco) contro il tempo e contro i propri limiti e a soli dieci mesi da quella terribile caduta è riuscita a sbaragliare tutte le altre atlete, riscrivendo il suo destino sportivo e la storia dello sport italiano.

La vicenda che siamo qui a raccontare, però, è legata alla commovente reazione che hanno avuto le sue avversarie Sara Hector e Thea Louise Stjernesund pochi istanti dopo che Federica ha tagliato il traguardo della seconda manche del gigante femminile, conquistando il suo secondo oro olimpico in pochi giorni.

Le due atlete – svedese la prima, norvegese la seconda – hanno infatti compiuto un gesto di grande umiltà e stima: si sono inginocchiate ai piedi della campionessa azzurra, riconoscendo il suo enorme talento e la sua meritata vittoria. Può sembrare un gesto banale, ma non lo è affatto. Hector e Stjernesund sono delle campionesse assolute della disciplina e, al pari di Federica e di tutte le altre atlete in gara, fin dall’infanzia si allenano e gareggiano con il desiderio di trionfare nella competizione più importante di tutte: le Olimpiadi.

È logico che provassero un po’ di rabbia per non aver vinto la gara e che magari stessero ancora pensando a qualche errore commesso durante le due manche; nonostante ciò, hanno messo da parte l’orgoglio e l’agonismo, lasciandosi andare a un gesto silenzioso ma che vale più di mille parole. È così che si comportano i “Giusti nello Sport”, e le due atlete scandinave hanno dimostrato di aver compreso fino in fondo lo spirito olimpico e i valori più profondi della sana competizione.

Xu Mengtao e Xindi Wang, un oro condiviso come gli Zátopek

Il 24 luglio 1952, durante le Olimpiadi estive di Helsinki, successe un fatto più unico che raro: Emil Zátopek e Dana Zátopková, compagni di squadra ma soprattutto di vita, vinsero a distanza di pochi minuti due medaglie d’oro per la Cecoslovacchia. Emil, la “locomotiva umana”, trionfò nei 5000 metri piani, conquistando il terzo oro di un’Olimpiade memorabile; Dana, invece, vinse la gara femminile di lancio del giavellotto, iscrivendo il suo nome nell’Olimpo sportivo.

Com’è noto, i coniugi Zátopek non furono solamente due tra i più talentuosi e vincenti atleti del Novecento, ma soprattutto due veri “Giusti nello Sport”. Nel 1968 firmarono il Manifesto delle 2.000 parole, ideato da Alexander Dubček per promuovere in Cecoslovacchia un “socialismo dal volto umano” e pagarono a caro prezzo il loro gesto: il primo venne costretto a lavorare nelle miniere di uranio, la seconda perse il suo ruolo di allenatrice. In questo modo, i due più grandi atleti del paese, che non ritirarono mai la loro firma al Manifestovennero condannati alla morte civile e privati dei loro onori.

A distanza di oltre settant’anni, Milano Cortina ha vissuto una scena che, pur in un contesto diverso, richiama quella straordinaria coincidenza tra amore e vittoria. Xu Mengtao, leggenda cinese dello sci freestyle, ha conquistato il suo secondo oro olimpico consecutivo dopo quello di Pechino 2022, confermandosi atleta simbolo della disciplina. Poco tempo dopo, quasi in un ideale passaggio di testimone familiare, anche suo marito Wang Xindi ha centrato il successo più importante della sua carriera vincendo l'oro sulla neve olimpica di Livigno. Ma non solo: Xu e Wang hanno anche conquistato insieme un bronzo nella gara a squadre.

Non sappiamo se un giorno avranno il coraggio – come fecero Emil e Dana Zátopek in opposizione alle interferenze sovietiche a Praga – di esporsi pubblicamente contro le violazioni dei diritti umani nella Cina di Xi Jinping. Non è questo, oggi, il punto. Quello che resta è la forza simbolica di una storia che intreccia amore e sport: due atleti uniti nella vita che, a poca distanza temporale, conquistano entrambi l’oro olimpico. È un’immagine potente, quasi fuori dal tempo, che riporta alla mente Helsinki 1952. Come per gli Zátopek, anche qui la vittoria non è soltanto un fatto individuale, ma diventa un racconto condiviso, un abbraccio che sale sul gradino più alto del podio.

Una volata per l’amicizia

Non tutte le pagine più belle di queste Olimpiadi sono state scritte scritte da atleti usciti vittoriosi. In una gara maschile di biathlon, quando ormai le medaglie erano già state assegnate, tre atleti hanno deciso di trasformare gli ultimi metri in un piccolo manifesto di sportività. Lo statunitense Campbell Wright, l’azzurro Nicola Romanin e il francese Fabien Claude si sono aspettati all’inizio dell’ultimo rettilineo della gara, rallentando quanto bastava per ricompattarsi, e hanno lanciato una volata finale spalla a spalla, tagliando il traguardo praticamente insieme.

Non c’era in palio una medaglia, né un titolo. C’era però qualcosa di altrettanto prezioso: il rispetto reciproco. In uno sport di fatica estrema, dove ogni secondo viene difeso con ostinazione, scegliere di condividere l’ultimo tratto di gara è un gesto controcorrente. È la dimostrazione che la competizione non esclude la fraternità e che anche scegliere consapevolmente di arrivare qualche secondo dopo gli altri, peggiorando in questo modo la propria performance sportiva, può trasformarsi in un grande gesto degno della migliore tradizione olimpica.

Vladyslav Heraskevych, la medaglia d'oro invisibile

Non sono mancate, tuttavia, pagine dolorose. Tra queste, la vicenda di Vladyslav Heraskevych, ventisettenne campione ucraino di skeleton. Non ha vinto una medaglia olimpica e non ha potuto nemmeno figurare nella classifica della sua gara, perché è stato squalificato. Eppure, paradossalmente, ha vinto la gara più importante della sua vita: quella dei “Giusti dello Sport”, come ha ricordato il presidente di Fondazione Gariwo Gabriele Nissim in questo suo editoriale

Senza compiere alcun gesto eclatante di ribellione, senza pronunciare accuse, senza nemmeno nominare esplicitamente la Russia di Putin che quattro anni fa ha lanciato una “operazione militare speciale” contro il suo paese, Heraskevych ha deciso di ricordare gli atleti ucraini morti in guerra. Lo ha fatto nel modo più semplice e più potente: indossando un casco con i loro volti impressi sopra. Tra quei volti c’erano quello di Karina Bakhur, giovane campionessa di kickboxing morta dopo un bombardamento, e quello di Olexsandr Peleshenko, sollevatore olimpico caduto al fronte.

Heraskevych sapeva che quel gesto avrebbe potuto violare la Rule 50 della Carta Olimpica, che vieta manifestazioni politiche sul campo di gara. Sapeva che avrebbe rischiato la squalifica, ma lo ha fatto lo stesso. Tra la gara sportiva e quella della coscienza, ha scelto la seconda. Ha perso la prima, ma ha conquistato una vittoria morale che nessuna classifica potrà mai registrare.

Le Olimpiadi sono nate come tregua tra le guerre, come sospensione simbolica dei conflitti nel nome della pace. Milano Cortina 2026 ci ha ricordato che questo ideale è fragile e che la neutralità, talvolta, rischia di trasformarsi in silenzio. Ma ci ha anche mostrato che esistono atleti disposti a pagare un prezzo personale pur di non dimenticare.


Un arcobaleno di bandiere alla cerimonia di chiusura

È stata di un apprendista carpentiere di diciassette anni, John Ian Wing, l’idea di far sfilare alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Melbourne del 1956 tutti gli atleti assieme in un’unica lunga serpentina, simbolo di unità e pace.

Alla cerimonia di chiusura di Verona, il Comitato Olimpico ha scelto di replicare la proposta del giovane australiano. Atleti di diversi paesi, lingue e religioni hanno sfilato lungo il palcoscenico dell’Arena, creando un microcosmo caleidoscopico, rappresentazione trasparente dell’idea di un mondo unito.

Una “parata della pace”, in netto contrasto con la sfilata nazionalistica della cerimonia di apertura di San Siro, che ha trovato poi sublimazione nelle giornate di gare con le premiazioni, gli inni e le bandiere issate sui pennoni.

Alla cerimonia di chiusura abbiamo visto atleti di diverse nazioni stringersi in abbracci che sono antidoti a divisioni e confini, giovani medagliati marciare a testa alta a fianco di compagni di squadra arrivati in basso alla classifica e poi sorrisi, un mare di sorrisi di atleti che vedono nello sport uno strumento per annullare le distanze tra persone e farci sentire parte della stessa umanità.

L'eredità ideale delle "Olimpiadi del Bene" (aspettando le Paralimpiadi)

Quando si spegne la fiamma olimpica, ciò che resta non è soltanto il conto delle medaglie o l’eco degli inni nazionali. Resta, soprattutto, la qualità dei gesti. I Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 si chiudono così: con un bilancio sportivo straordinario per l’Italia, ma anche con un patrimonio morale che va ben oltre il podio.

Resta l’umiltà di chi, come Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, ha scelto di inginocchiarsi davanti al talento di un’avversaria, ricordandoci che la grandezza non si misura solo nella vittoria ma nel riconoscimento sincero del merito altrui. Resta l’abbraccio ideale tra Xu Mengtao e Wang Xindi, un oro condiviso che riporta alla memoria la forza simbolica di Emil Zátopek e Dana Zátopková: lo sport come storia comune, come destino che si intreccia, come vittoria che non appartiene mai a uno solo. Resta la volata fraterna di Campbell Wright, Nicola Romanin e Fabien Claude, che hanno trasformato un arrivo senza medaglie in un manifesto di amicizia. E resta, soprattutto, il casco silenzioso di Vladyslav Heraskevych: una medaglia invisibile, conquistata scegliendo la coscienza prima della classifica.

Milano Cortina ci ha ricordato che l’Olimpiade è uno specchio: riflette le nostre contraddizioni, le nostre polemiche, i nostri limiti. Ma riflette anche ciò che di più alto sappiamo esprimere. In un tempo in cui l’agonismo rischia di diventare ossessione e la neutralità indifferenza, questi Giochi hanno mostrato che si può competere senza disumanizzare, vincere senza umiliare, imparare a perdere con educazione e sincera ammirazione per i vincitori.

Forse è questo il risultato più autentico: aver dato un volto concreto alla campagna “Giusti nello Sport”. Ma non finisce qui: adesso tutta la nostra attenzione va ai Giochi Paralimpici che inizieranno a breve, eredità morale e ideale di due medici visionari e giusti: Antonio Maglio e Ludwig Guttmann.

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20.1.26

La rinascita dell’ingegnere di Nuoro: nel 2000 fu travolto da un’auto a Sassari, ora è campione di nuoto paralimpico Dal coma dopo l’incidente al record, la rinascita di Francesco Delpiano

la nuova  20\1\2026

Nuoro
 Terribile: «Guastu». Fa davvero male, questa parola. Detta in sardo non significa “semplicemente” guasto, significa “storpio”, “storpio per sempre”. Francesco Delpiano ha un nodo alla gola quando pensa
al padre Tonino che ha dovuto inghiottire la violenza di questo termine tante volte riferito a suo figlio. Francesco era appena uscito dal coma, lottava per vivere nell’inverno del 2000, mentre il babbo era pure costretto a masticare il peso delle parole. «Anche se si salva, suo figlio resterà storpio» si sentiva ripetere. Invece no, la storia è finita diversamente: Francesco pedde mala, così dicono a Nuoro per definire chi ha pellaccia e tempra da vendere, ce l’ha fatta. Ha vinto. È rinato. È persino diventato campione recordman di nuoto.

Cos’era successo?

«Un incidente. Un brutale incidente. A Sassari. Un giovedì, il 17 febbraio del 2000, alle ore 17. Chissà perché il 17 nella cultura occidentale è foriero di sfortuna e disgrazia. Boom! Un’auto mi ha centrato in pieno, ho preso il volo, ho rimbalzato sulla strada, sono finito trenta metri più in là. Poi il buio totale».


Francesco Delpiano, nuorese classe 1967, aveva 33 anni e un futuro luminoso. «A tutto pensavo, fuorché alla morte» dice. Era il più giovane ingegnere italiano, allora, a cui era stata affidata la realizzazione di una grande opera pubblica: la costruzione della metropolitana di Sassari.


Un dramma. Il buio. Un tuffo nell’ignoto...

«Quando tutto sembra fermarsi, è la vita stessa a indicarti la direzione. Può trascinarti giù, a volte condurti a toccare il fondo. Ma quel viaggio può farti scoprire le esperienze più grandi e sconosciute e stupirti di tanta bellezza, come quella nascosta negli abissi di un oceano». Delpiano legge un passo del suo libro autobiografico “Tutto il mare che ho nel cuore”. Venticinque anni dopo l’incidente, ha deciso di raccontare la sua storia.

Perché?


«Perché tanti, per motivi diversi, possono sprofondare nel buio che sembra senza uscita. La mia storia racconta che non sempre il destino che sembra già scritto non possa essere cambiato!».

Ma lei dove ha trovato la forza per risalire dagli abissi, per tornare alla luce?

«Piano piano ho capito che non potevo ritrovare le forze in un approccio di tipo razionale. Ciò che stavo vivendo era straordinariamente drammatico, era enorme, avevo perso tutto. Avevo perso il lavoro, la fidanzata, la casa, la macchina, in qualche modo avevo perso le relazioni, gli amici, i parenti, i luoghi, gli spazi, le visioni, i sogni, per cui intorno c’erano soltanto macerie. Ho iniziato a vivere giorno dopo giorno mettendo il meglio di me stesso e abbandonandomi alla fede, scoprendo passo dopo passo che il Cielo mi avrebbe aiutato».

◗Francesco Delpiano con Nicola Riva e Fabio Pisacane


Come ne è uscito?

«Ho smesso di domandarmi “perché?”. Mi sono aggrappato alle mie risorse: dovevo accettare di vivere quell’esperienza, drammatico e nauseabonda. Era come se fossi sprofondato in un pozzo pieno di liquami. Non avrei potuto reggere a lungo, per cui ho deciso, come un apneista, di andare ancora più giù, di toccare il fondo. Se devo affogare, affogo, pensavo. A quel punto capisci che devi scegliere: soccombere o risalire e vivere».

Qual è stato il momento più difficile in assoluto?


«Faccio fatica a identificare un momento più difficile di altri... » riflette Francesco Delpiano. Occhi neri, carichi di gioia, sguardo empatico, sorriso complice.

Dal 2012 lavora come counselor coach e motivatore, tiene conferenze e seminari esperenziali. È stato ricercatore universitario, è diventato manager di grandi aziende multinazionali. È salito sul podio delle Paralimpiadi, recordman del nuoto con i colori della nazionale azzurra. Nell’estate del 2017, mentre era in vacanza nella sua amata Sardegna, ha persino salvato un turista in difficoltà nel mare agitato davanti all’isola di Tavolara.


«Ecco: sì, il momento più difficile in assoluto è stato quando sono finito a Parma» riprende fiato.

In che senso? Parma?

«Sono andato a Parma per una visita da mio cugino Paolo, medico fisiatra, un viaggio della speranza, grazie a mia sorella Antonella. Da lì ho iniziato un peregrinaggio per svariati ospedali italiani ed esteri. Parma è diventata la mia nuova città».

Dall’Atene sarda all’Atene d’Italia. È in Emilia-Romagna che Francesco Delpiano ha ritrovato la sua forza. Nonostante il continuo calvario da un ospedale all’altro durato oltre quattro anni, per via di una rarissima patologia neuromuscolare con cui convive tuttora, è Parma che gli ha indicato la strada per la vita.

◗Francesco Delpiano con Aldo Maria Morace e Sandro Veronesi


«Eppure, è proprio a Parma che ho vissuto il momento più drammatico. A distanza di sei, sette mesi dal mio arrivo, lo scenario clinico si complicava sempre di più, le indagini diagnostiche erano pessime. Tutto sembrava perduto. Il verdetto inappellabile: purtroppo è successo, non c'è nulla da fare. Questo mi dicevano». Invece no, Francesco e i medici hanno costruito il miracolo anche perché il figlio di mastru Tonino Delpiano non era disposto né a morire né a lasciarsi andare. Ha scelto di vivere. «Trasformare il proprio destino è possibile!». Come lui stesso ripete spesso: «Da disabile a “divabile”». Ossia: «Divinamente abile».

5.1.26

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Non  sono  diabetico ne  pratico per   motivi  di  salite e  fisici   sport  agonistici  ed  intensi  come  il suo ,  capisco   e reputo  tale  cosa  ingiusta, la   vicenda   di   Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico [ foto  a  destra  ] che  non  può  gareggiare   alle olimpiadi   e   a i modiali   acesso   roiservato   esclussivamente  o  quasi  agli atleti  appartenti  agli ordini  militari   ,  avendo io  il  favismo  : (...) è una condizione genetica che colpisce principalmente i globuli rossi, causata da una carenza di un enzima chiamato G6PD ( glucosio-6-fosfato deidrogenasi ). Questo enzima è fondamentale per proteggere i globuli rossi dal danno ossidativo, e quando manca o è difettoso, i globuli rossi diventano vulnerabili. Di solito, una crisi emolitica (cioè la distruzione dei globuli rossi) si verifica quando una persona con favismo entra in contatto con determinati trigger, come le fave, alcuni farmaci [  tra  cui  l'asprina  ]  o infezioni.Dal punto di vista genetico, il favismo è legato al cromosoma X, il che significa che tende a colpire maggiormente gli uomini, che possiedono un solo cromosoma X. Le donne, avendo due cromosomi X, sono solitamente portatrici sane, anche se in rari casi possono manifestare i sintomi.
( ... ) da https://istitutosalute.com/ : « Favismo: Cos’è, Cause e Cosa non Mangiare » Ora non sono  un medico  ne  tanto  meno  un  specialista  su tali argomenti   ma  posso dire  che   la  sua e   la  mia   posono essere  usate    come  discriminazione  . Infatti   io  non ho potuto   fare  il militare  e quindi  volendo la  carriera  militare   .  Ed  è  proprio   di questo che   tratta la   storia d'oggi 
 
da  https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/  4   gennaio  2026 

Non può ancora vivere di sport per una legge scritta durante il fascismo, che esclude le persone con diabete dai gruppi sportivi militari. Una norma mai aggiornata che, di fatto, impedisce anche ad atlete di livello internazionale di avere le stesse opportunità economiche dei colleghi. È uno dei paradossi con cui convive Anna Arnaudo, 25 anni, mezzofondista della nazionale italiana di atletica leggera, specialista delle lunghe distanze, due record di categoria all’attivo (10 mila metri e mezza maratona) e una carriera sportiva costruita a forza di chilometri e risultati.Arnaudo è anche una delle circa 150 inserite nel programma dual career del Politecnico. Nata a Cuneo nel 2000, tesserata per il CUS Torino, corre fino a 170 chilometri a settimana e, allo stesso tempo, fa ricerca: laureata con lode in Ingegneria informatica, oggi è dottoranda in Intelligenza artificiale applicata all’Ingegneria del software. Nel suo palmarès vanta piazzamenti internazionali di rilievo: undicesima agli Europei di corsa in montagna 2018, decima agli Europei dei 3000 metri su pista e nona ai Mondiali di corsa in montagna 2019. Nel 2021 ha vinto quattro titoli italiani e conquistato l’argento europeo nei 10 mila metri.

Anna, partiamo dall’inizio. Come nasce la corsa?
«Ho iniziato quasi per caso nel 2015. Frequentavo un istituto tecnico e avevo bisogno di una via di fuga. Non avevo grandi ambizioni, poi ho capito che correre era il mio mondo».

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Anna Arnaudo, 25 anni, in gara e il giorno della laurea


E lo studio non è mai stato messo da parte.
«No, ho sempre continuato. Mi sono laureata nei tempi, con lode, e ora sto facendo il dottorato».

È stato difficile mettere insieme tutto?
«Il primo semestre me lo ricordo come impegnativo, poi con il Covid ho potuto sfruttare le lezioni registrate e sono entrata nel programma dual career. È stato fondamentale».

Quando è stato d'aiuto?
«In due momenti chiave. Dovevo sostenere l’ultimo esame della triennale ma ero in Algeria per una gara: ho scritto al professore e ho potuto spostare l’appello. Lo stesso è successo prima della laurea magistrale, avevo gli Europei e una consegna importante. Non ho mai abusato delle facilitazioni, ho sempre cercato equilibrio. Sono molto organizzata, cerco di non perdere tempo e di essere essenziale».

Sport e studio si aiutano a vicenda?
«Sì. La pausa dallo studio è l’allenamento e viceversa. Dopo aver corso, il cervello è più libero per studiare. Dopo la soddisfazione di un esame passato corro meglio».

Ci sono stati momenti complicati?
«Tanti. Non è facile. A volte lo sport è stato penalizzato dallo studio e alcune gare sono andate male perché ero stanca. Ma ho imparato a non mollare: fallire fa parte del percorso, nelle gare come all’università».

Oggi potrebbe vivere di atletica?
«Nella mia situazione è complicato. Ho il diabete mellito di tipo 1 e una legge del 1932 esclude le persone diabetiche dai gruppi sportivi militari. Io non posso entrarci e quindi avere uno stipendio come gli altri. È una discriminazione che stiamo cercando di superare, siamo stati anche in Senato».

Che tipo di sostegno economico ha allora?
«Le trasferte con la nazionale sono coperte, c’è il supporto della Federazione e del CUS Torino e della Federazione delle Società Diabetologiche che sostiene gli atleti diabetici».

Viaggia molto: come studia in giro per il mondo?
«Mi porto sempre i libri. Ho imparato a studiare ovunque: in Patagonia, ai raduni a Tirrenia, d’estate a Sestriere».

Come la vedono i colleghi?
«Con molta stima. Avevo paura di essere etichettata come “quella che fa anche altro”. Invece il mio impegno è apprezzato».

E il futuro? Ricerca o atletica?
«Non saprei scegliere. Ora direi entrambe le cose, ho sempre avuto il piacere di farle insieme. Voglio continuare il dottorato, provare una carriera accademica e andare avanti con gli allenamenti per la maratona».


 

 

7.12.25

Luigi Natale Il poeta della difesa: «I miei versi per la sarda mater» Dopo aver calcato i campi di calcio, Sergio Atzeni e Mario Luzi gli hanno cambiato la vita: «Scrivo per capire»

da unione sarda 7\12\2025



Da Virdis e Zola a Mario Luzi il passo può essere molto breve: la poesia, che si scriva su un libro o la si manifesti in campo con il pallone tra i piedi, è sempre una forma d’arte che dà emozione. E chi è stato un difensore tenace ma anche molto elegante in campo, oggi sale sul palco di Guasila, dove è stato premiato durante il Festival dell’Altrove, oppure su quello di PordenoneLegge (la città friulana che lo ha accolto) per recitare con la stessa classe e raffinatezza versi che vengono dall’anima, dal suo io più intimo e che raccontano la provenienza, «il vissuto e la sarda mater».
Scrivere
Luigi Natale, classe 1957, ex calciatore professionista, originario di Orotelli, ha superato il timore che imponeva uno status altezzoso agli “dei di Eupalla", così Brera definiva i giocatori, per avere piena coscienza della sua arte, del suo voler scrivere appunto «per capire». I silenzi da vero barbaricino colpirono Mario Luzi, uno dei grandi del Novecento: «Gli piaceva molto questo passare anche ore senza una parola che contraddistingueva i nostri incontri, a Firenze», racconta oggi Natale. L’ardire di consegnare qualche testo scritto a Luzi ha regalato all’ex calciatore l’ingresso nella cerchia del poeta e anche il coraggio di rendere la poesia un modo di comunicare con il resto del
pianeta, dopo anni trascorsi prima a dare calci a un pallone e poi a osservare coloro che arrivavano al “football” con l’idea di costruire una carriera. «Per alcuni decenni sono stato lontano da quel mondo, non ho visto una partita, fino a riavvicinarmi quando il Pordenone è andato in B e grazie anche alla conoscenza e all’amicizia con Andrea Carnevale», racconta.
La carriera
Tornando indietro, si rivedono i campi polverosi di Orotelli e l’arrivo a Nuoro, non ancora maggiorenne, in una squadra che militava nell’allora Serie D semiprofessionistica, con un presidente, Fulvio Bonaccorsi, e molti calciatori che hanno fatto la storia della società verdazzurra. «Nel 1972 nelle giovanili trovai allenatori come Genesio Sogus, Zomeddu Mele, Ottorino Cusma, poi due anni più tardi la prima squadra con Mingioni, Chicco Piras, i fratelli Picconi, Solinas, Motti, Napoli, Di Bernardo, Virdis e Gentile», ricorda. Il Quadrivio si riempiva, «5-6000 persone ogni domenica», una festa. E quel giovane che era stato convocato in Nazionale Under 18 («non mi rendevo conto di cosa volesse dire, rientravo a Nuoro e andavo a giocare al torneo dei Bar a Ottana, finché non me lo disse anche Gigi Riva: “Sei stato in Nazionale”») approda poi al Cagliari nella squadra che vince il campionato di B, con Marchetti, Gigi Piras, Casagrande.
Il girovagare per l’Italia a quel punto diventa quasi normale: Mantova, Livorno, Torres, ancora Nuorese e poi Rende. Per poi stabilirsi a Pordenone dove l’amore incontrato un’estate in Sardegna diventa «la sposa» con cui condividere anche la passione per la letteratura, emersa peraltro già in tenera età: «La maestra Lia Zoppi, dopo aver letto un mio pensierino in prima elementare, rimase colpita e anni più tardi mi rivelò che aveva capito questa mia attitudine».
L’incontro
Poi però c’è stata un’altra spinta decisiva: «Chi mi ha convinto a scrivere e a farlo senza timore è stato un grande tifoso rossoblù che io ho incontrato proprio quando militavo nel Cagliari e a cui, quasi di nascosto, feci vedere i miei scritti: si chiamava Sergio Atzeni». Così la classe del libero che portava la palla fuori dall’area si è trasformata in versi che edizione dopo edizione (Ospite del tempo, 1998; Il telaio dell’ombra, 2001, con Prologo di Mario Luzi; Orizzonti sottili, 2005; L’orlo del mondo, 2012; Il mare che aspetta, 2018; La terra del miele, racconti di Sardegna ed altri mari, 2014 e Neve vento sassi, 2024, per citarne alcuni) parlano della sua terra, del suo vissuto e «dell’amore per la vita, alla ricerca della bellezza. La poesia sfida la banalità e il pensiero unico. L’arte è prossima e vicina alla natura umana», bisogna farla emergere. I grandi poeti della nostra epoca diventano esempi per chi vuole con la poesia «custodire ciò che ci rende umani», amare la vita e imparare a conoscerla attraverso la scrittura. Fino a raccontare la sua arte sul palco di PordenoneLegge o del Festival dell’Altrove di Guasila. Non alza più una coppa, ma declama un verso, elevando le parole al dio della poesia Apollo, prima che i ricordi del Quadrivio e del Sant’Elia prendano di nuovo il sopravvento.





28.10.25

Riyad Idrissi: da Sadali a Cagliari con amore, dedica il gol contro il Verona ai genitori

da https://www.cronachedallasardegna.it/
27\10\2025

Foto: Cagliari calcio
 Riyad Idrissi, vent’anni ieri ha segnato il suo primo gol in serie A con la maglia del Cagliari contro il Verona e lo ha dedicato ai suoi genitori, che per lui hanno fatto tanti sacrifici. Come altri non avrebbero fatto dice.Riyad è di origini marocchine, nato e cresciuto a Sadali e formatosi calcisticamente nelle giovanili del Cagliari calcio, ruolo difensore.Dopo una stagione in serie B nel Modena, esordisce in prima squadra nella partita di Coppa Italia contro la Virtus Entella il 16 agosto 2025 e nel campionato di serie A il 24 agosto contro la Fiorentina.Ieri Fabio Pisacane lo mette in campo titolare dall’inizio della partita e lui ricambia la fiducia del mister segnando la sua prima rete in serie A, che da il via alla rimonta rossoblù contro il Verona al Bentegodi, poi conclusa da Felici.Idrissi gioca sia nella Nazionale U21 italiana che nella Nazionale marocchina. Lo scorso mese ha giocato con gli Azzurri contro il Montenegro e la Macedonia del Nord, portando a casa due ottime prestazioni personali.Amante della Sardegna e dei culurgiones fatti in casa che quando torna a Sadali pare non gli fanno mai mancare, Idrissi rappresenta al meglio il futuro del calcio isolano, fatto di passione, lavoro e sacrificio.Applausi e continua così Riyad.


Maria Vittoria Dettoto

16.9.25

Battocletti vita forte da https://www.dols.it/ di daniela tuscano




C’è stato un momento in cui ho pensato potesse addirittura mangiarsi Beatrice Chebet, come ha fatto con le altre due avversarie Tsegay e Ngetich. Ma se per ora la campionessa keniana rimane imprendibile, sono sicura che in quei pochi istanti in cui la nostra Nadia Battocletti, «StraordiNadia» com’è ormai nota, è giunta quasi a sfiorarla, il brivido l’ha sentito. Chebet ha allungato il passo e chi s’è visto s’è visto ma Nadia l’ha costretta a farlo, non le ha concesso una vittoria «tranquilla».





Nadia è un riscatto. Sarebbe stata splendida pure da quarta con quella falcata precisa, asciutta ma armoniosa, tenace con grazia, da vera trentina. Invece, negli ultimi duecento metri, è balzata, anzi, sbalzata fuori come un bronzo del Cellini e ugualmente bizzarra, impietosa nella sua imprevedibilità, tutta nervi e ossa e muscoli, cuore & cervello. Ma anche consolazione, perché il suo scatto è una parabola della vita. Fino all’ultimo hai la possibilità di cambiare risultato.
Di scontato non c’è nulla, ogni minuto ha un senso. Lei, che è forte, lo è sempre stata, sorprende poiché sa essere fragile. La sua corsa ha qualcosa di sacrale nell’irrompere di un’energia finitima, che non è mai sprazzo o improvvisazione, ma frutto di lavoro silenzioso, invisibile al mondo, eppure continuo. Grazie, Nadia, non solo per l’immensa performance ma per questa parabola sulla vita che hai scritto con le tue gambe, il tuo corpo, la tua testa in un pomeriggio di fine estate, sul nastro arancione di Tokyo.




15.9.25

Dietro la splendida medaglia di bronzo alla Maratona ai Mondiali di Tokyo c’è una storia che merita di essere raccontata.È quella di Illias Aouani

da Lorenzo Tosa

 Dietro la splendida medaglia di bronzo alla Maratona ai Mondiali di Tokyo c’è una storia che merita di essere raccontata. È quella di Illias Aouani, italiano, italianissimo, lui che in Marocco è vissuto appena due dei suoi 30 anni da compiere tra qualche giorno. Commoventi le parole con cui ha raccontato la sua impresa, che arriva davvero dal basso, dalle difficoltà, dalle periferie, dalla dignità di una famiglia umile,
di lavoratori. “È uno di quei momenti che si sognano per tutta la vita. A chi mi dirà che non sono italiano, non me ne frega nulla. Questo bronzo arriva dal nulla, dalle case popolari di Ponte Lambro, a Milano e spero che la mia storia sia di ispirazione per tutti: quando ci credi abbastanza, i sogni si possono realizzare. Mio padre sta per andare a lavorare in cantiere e sarà fiero di me. In questa medaglia c’è di tutto: momenti di sconforto, lacrime versate in macchina da solo, ma ce l’ho fatta”. In tanti avrebbero molto da imparare da questo grande atleta.

Infatti secondo l'unione Sarda del 


15 settembre 2025 alle 08:01aggiornato il 15 settembre 2025 alle 08:06

Mondiali di atletica, l’azzurro Aouani bronzo nella maratona: «Medaglia arrivata dalle case popolari»
Quarto podio per l'Italia a Tokyo. A fine gara: «Quando ci credi abbastanza i sogni si possono realizzare >>


Ancora una medaglia, la quarta, per l'Italia ai Mondiali di Tokyo.
Nella maratona Iliass Aouani si prende il bronzo con il tempo di 2h09:53 
Vince il tanzaniano Alphonce Simbu al fotofinish con una volata mozzafiato, in rimonta sul tedesco Amanal Petros. 
«È uno di quei momenti che si sognano per tutta la vita», dice felice l’azzurro, «Sono stato folle da sognare in grande. Una medaglia che mi rende orgoglioso ma non appaga la mia fame. Sono grato per chi ha creduto in me, felice di alzare il tricolore e di aver reso felici tante persone: la mia famiglia, il coach Massimo Magnani e tutto lo staff che mi segue»,  aggiunge il maratoneta nato in Marocco e trasferitosi in Italia a due anni.
«Al quindicesimo chilometro affioravano voci della mia parte oscura che mi vuole far mollare, però le ho messe subito a tacere»,  ha raccontato. 
Intorno a metà gara, «a uno spugnaggio, ho perso una delle due lenti a contatto ma mi sono detto che me ne poteva bastare una. Sono entrato nello stadio ed è stato bellissimo, puntavo all'oro, ma gli altri stati più bravi di me. L'anno scorso ho vissuto la delusione di non essere stato convocato per le Olimpiadi, gli ultimi due mesi sono stati molto complicati anche per qualche infortunio». «Questo bronzo»,  conclude, «arriva dal nulla, dalle case popolari di Ponte Lambro, e spero che la mia storia sia di ispirazione per tutti: quando ci credi abbastanza, i sogni si possono realizzare. Mio padre sta per andare a lavorare in cantiere e sarà fiero di me. In questa medaglia c'è di tutto: momenti di delusione in cui volevo mollare, lacrime versate in macchina da solo, ma ce l'ho fatta». 





14.9.25

Corsa, fatica e record di maratone . Silvia Cancedda, 48enne di Carbonia«Ho iniziato a 40 anni, quante emozioni sulle strade di Sidney e New York»

 unione  sarda  14\9\2025


La sveglia, quasi ogni mattina, è alle 6. È attesa da almeno venti chilometri di corsa. Che ci sia pioggia o vento, afa o gelo, prima di calarsi nei panni dell’assicuratrice, mestiere che le dà da vivere, indossa quelli della maratoneta, passione che le nutre lo spirito. E che, benché non più ragazzina, l’ha proiettata nell’olimpo dilettantistico di una disciplina tanto antica quanto carica di suggestione: Silvia Cancedda, 48enne di Carbonia, è la prima atleta sarda ad aver conquistato il riconoscimento speciale: aver disputato le sette più importanti maratone al mondo. In Italia sono solo 28 donne ad aver raggiunto questo risultato.
L’ultima impresa
Pochi giorni fa ha corso la maratona di Sidney. In precedenza ha preso parte, giungendo sempre al nastro finale grosso modo dopo quattro ore di fatica estenuante, a quelle di New York, Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago. E al traguardo, ad attenderla, c’è sempre stata la bandiera dei quattro mori sventolata dal marito Danilo Pes. In sostanza ne ha corso una all’anno, dato che questa avventura atletica è iniziata con l’impresa di New York quando di anni ne aveva 40. Da allora, segue una filosofia: «Il tempo per me non conta: contano le emozioni che ti danno gli spettatori, gli scenari urbani che si attraversano, l’intimità del pensieri con cui si fanno i conti nelle lunghe ore della competizione».
Gli allenamenti
Levataccia all’alba, Silvia Cancedda si allena in prevalenza in città, negli impianti o sulla ciclabile che porta a San Giovanni Suergiu. II suo rapporto col lo sport non è stato immediato: «Ho iniziato attorno ai 20 anni con nuoto e corsa, poi attorno ai 40 la folgorazione per questa disciplina che è un lungo viaggio: inizia durante la preparazione atletica, che in sostanza si può considerare come la vera maratona, e finisce il giorno della gara per poi ripartire quando mi pongo nuovi obiettivi».
Le nuove sfide
Silvia Cancedda non si accontenta perché il limite delle sette maratone più rinomate al mondo potrebbe essere superato: «Si ipotizza a livello internazionale di includerne altre due, se la forma e la salute mi accompagnano ci sarò». Delle sette imprese, due le sono rimaste impresse: «L’ultima a Sidney – rivela – corsa dopo che per giorni ho dovuto fare i conti con la febbre ma ormai indietro non si tornava, e la prima sei anni fa a New York perché è stato l’esordio, è stata la più dura e per il fascino di quella metropoli».Silvia Cancedda non si è limitata a conservare per se stessa questa passione: ha fatto proselitismo: «Batti e ribatti ho convinto alcuni amici a lanciarsi in questa avventura e partiranno per la prossima maratona di New York: un altro pezzo di Sulcis alla conquista dell’America».

9.9.25

Cavani salva la vita alla figlia di un giornalista: manda i soldi in una scatola e paga l’operazione

da fanpage tramite msn.it 



A volte il calcio riesce a regalare storie che vanno ben oltre i gol e i trofei. È quello che è accaduto nei giorni scorsi quando Edinson Cavani, il “Matador” che ha fatto sognare tanti tifosi, si è trasformato in un vero e proprio eroe fuori dal campo. Non con una prodezza sportiva, ma con un gesto di generosità che ha letteralmente salvato la vita a una bambina.
L'ex attaccante di Palermo, Napoli, PSG e Manchester United, che attualmente veste la casacca del Boca Juniors, ha pagato l’operazione al cervello della figlia di un giornalista e le ha salvato la vita: Cavani ha inviato i soldi in contanti in una scatola e grazie a questo intervento i medici hanno potuto operare la ragazzina.
Cavani salva la vita alla figlia di un giornalista
La protagonista di questa vicenda è Ema, figlia del giornalista uruguaiano Rafa Cotelo. La bambina convive fin da piccolissima con una grave malattia cerebrale simile all’idrocefalia, che l’ha già costretta a più interventi: quando le sue condizioni sono peggiorate, la famiglia non ha avuto scelta ed è partita di corsa per Buenos Aires, dove in passato la bambina era già stata operata. Una corsa contro il tempo, segnata dall’angoscia dei genitori e dalla speranza che i medici potessero ancora una volta fare il miracolo.
Arrivati in ospedale, i dottori hanno confermato la necessità di intervenire subito. Ma proprio nel momento più drammatico è comparso un ostacolo assurdo e ingiusto: per dare il via all’operazione serviva il pagamento immediato e in contanti. Cotelo si è trovato davanti a un muro insormontabile. Non c’era tempo, non c’era modo. La vita di sua figlia rischiava di restare sospesa in un limbo burocratico.





Cavani salva la vita alla figlia di un giornalista: manda i soldi in una scatola e paga l’operazione
È qui che entra in scena Cavani. Cotelo, disperato, lo ha contattato chiedendo aiuto. E Cavani non ha esitato un istante. Da lontano, senza clamore, ha trovato la soluzione. Ha incaricato un amico, gestore di una tanguería a Buenos Aires, di portare all’ospedale il denaro necessario. Poco dopo, un uomo si è presentato con una scatola piena di contanti. Ha guardato negli occhi il giornalista e gli ha detto soltanto: "Me l’ha mandato Edi". Tre parole semplici, ma cariche di speranza.
Grazie a quei soldi i medici hanno potuto operare immediatamente la bambina. L’intervento è stato delicatissimo e il chirurgo, appena uscito dalla sala, ha detto al padre: “Starà bene tra tre o quattro ore”. Solo in seguito ha confessato quanto fosse grave la situazione: “Signore, come avrei potuto dirle la verità in quel momento?”. Senza quel tempestivo intervento, senza quel gesto di Cavani, il destino di Ema sarebbe stato molto diverso.
"Me l’ha mandato Edi": la scatola piena di contanti consegnata a Cotelo
La storia è stata raccontata con emozione dallo stesso Cotelo in televisione, al programma ‘Polifonía' condotto da Alejandro Fantino: il giornalista ha ringraziato pubblicamente Cavani che ha dimostrato di avere un cuore enorme, agendo in silenzio e senza farsi pubblicità.
Quello che colpisce di più in questa vicenda è la discrezione. Cavani avrebbe potuto limitarsi a una donazione ufficiale, magari pubblica, con tanto di fotografie. E invece ha scelto la via più umana, quasi clandestina, come se non fosse nulla di straordinario. Ma straordinario lo è, eccome. Perché mentre tanti parlano di solidarietà, lui l’ha messa in pratica in silenzio, restituendo a una bambina e alla sua famiglia la speranza di un futuro.
Edinson Cavani, che tanti tifosi ricordano per i suoi gol spettacolari, verrà ricordato anche per questo: non solo come il Matador del campo, ma come l’uomo che, con una scatola di soldi e un gesto semplice, ha dimostrato che la grandezza non si misura soltanto con i trofei.

5.9.25

Quando un episodio di cronaca provoca grande indignazione e sentimenti vari, guardatevi bene dal seguire la vulgata ed apettate l'evolversi degli eventi . il caso del portiere picchoiato da un genitore della squadra avversaria






ha ragione il mio contatto

Ovviamente se prima il capro espiatorio era il padre aggressore, ora lo diventerà il ragazzo aggredito che però è a sua volta aggressore.
Dal che si deducono due cose:
a) quando si parla di aggressore e aggredito occorre sempre guardare all'intera catena causale (ogni riferimento è puramente voluto);
b) è sempre preferibile resistere all'impulso di sparare sentenze, e comunque non partecipare in nessun caso a quell'orrido rito collettivo che è la lapidazione.
Come dice saggiamente Alcinoo ad Ulisse "meglio avere in tutto misura".


Ecco quindi     che quando un episodio di cronaca provoca grande indignazione e sentimenti vari, guardatevi bene dal seguire la vulgata ed apettate l'evolversi degli eventi . Avete presente la storia del portiere selvaggiamente picchiato da un genitore, che ha ricevuto la solidarietà di tutti e pure di Dino Zoff ?
Ecco. Non giustifico il papà,  lo si condanni  va punito giustamente ( punire per educare come il caso di  Ma giustamente  anche   il portiere s'è beccato un anno di squalifica per aver picchiato un avversario. Quindi solidarietà, ma non è uno stinco di santo: "Ha innescato una rissa e ha colpito con manate e pugni il fianco e la schiena di un giocatore avversario, steso sul terreno di gioco". Qui il problema, e lo ripeterò allo sfinimento, è banalmente culturale: gli allenatori, l'ambiente, i dirigenti devono insegnare ai ragazzini che se osano protestare con l'arbitro non vedranno il campo per settimane e se sfiorano un avversario verranno cacciati dalla squadra. Lo sport deve educare, non far vincere i campionati  o altre  compertizioni  sportive  a
 genitori esaltati e dirigenti affamati. perchè

 

La vera vittoria non è battere l’avversario, ma diventare una versione migliore di te stesso dopo ogni caduta.

prendessero i dellinquenti veri e non chi si cura producendosi la cannabis . Il caso di Mario olianas 10 anni di processi sempre assolto

Mario Olianas, affetto da una grave patologia cronica, ha coltivato cannabis nel suo giardino per uso terapeutico. Olianas ha già ottenuto t...