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25.3.26

Cholitas Escaladoras «Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta» .,Antonio Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi., ed altre storie

 

Cholitas Escaladoras

«Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta»

Un gruppo di Cholitas Escaladoras, donne di origine Aymara che scalano le montagne con la caratteristica gonna «pollera»: tra le loro conquiste ll’huayna Potosí (6.088 m), l’illimani (6.438 m) e l’aconcagua (6.961 m), la più alta del Sud America

Dora Magueño Gonzales sfida i pregiudizi guidando alpiniste a seimila metri La gonna della tradizione, i ramponi, il coraggio: un documentario le racconta

Sfidare perfino il buon senso, per un nobile motivo. «Tutte le guide ci ripetevano: non potete salire in cima con la pollera, rischiate di inciampare con i ramponi». La pollera è la gonna, ampia e colorata, che indossavano le donne indigene della Bolivia, diventata un simbolo contro le discriminazioni etniche, sociali e di genere. «Abbiamo deciso di ribellarci, dimostrare che anche noi donne potevamo arrivare fino in vetta e abbiamo deciso di farlo indossando i nostri abiti tradizionali» rivendica con orgoglio Dora Magueño Gonzales. Così nel 2015 ha guidato un gruppo di donne di etnia Aymara sullo Huayna Potosì, 6.088 metri sopra La Paz. Un primato che è entrato nella storia dell’alpinismo non per il risultato sportivo ma per la conquista di un traguardo forse più alto, quello contro i pregiudizi e le cattive consuetudini. Da allora non si sono più fermate. Hanno scelto di chiamarsi «Cholitas Escaladoras», perché cholita era in origine il dispregiativo con cui venivano chiamate le donne meticce, e invece è diventato motivo di vanto e di lotta.

Dora è adesso venuta in Italia per presentare Ascensio, il documentario sulla loro storia prodotto da Scarpa e da Gore-tex, che le hanno scelte come ambasciatrici di «inclusione, sostenibilità e rispetto della natura». Accanto alla figlia Lia (anche lei scalatrice sin da quella prima ascesa), ripercorre la sua vita: l’infanzia di orfana a La Paz («Non ho conosciuto né mio padre né mia madre»), i tre fratelli a cui ha dovuto badare («Bisognava dar loro da mangiare, abbiamo sofferto tanto, mancava tutto»), il sogno di sposarsi per trovare tranquillità economica («Però mia nonna mi aveva avvertito, la tua vita finirà quando diventerai moglie perché dovrai pensare solo a tuo marito»). A 16 anni sposa Agustin, una guida

in montagna, e inizia a fare la cuoca in un rifugio a Campo Alto, 5.300 metri, il punto dal quale partono le spedizioni verso il Potosì. «Non avevo fatto nessun corso, mi sentivo impreparata», ricorda Dora.
«Arrivavano scalatori da tutto il mondo, temevo che mi avrebbero chiesto piatti particolari che io non avrei saputo cucinare. Io sapevo fare solo la zuppa», prosegue Dora. È proprio la zuppa invece a darle fiducia nei propri mezzi: «Tutti mi dicevano che era buonissima, che arrivavano disidratati e stavano meglio. Ho capito che potevo essere all’altezza». Gli uomini però salivano, e lei e le altre restavano al campo base. «Guardavo la cima e sognavo di andare anche io. Chiedevo a mio marito e alle altre guide, tutti mi rispondevano allo stesso modo: le donne non possono salire».

La figlia Lia annuisce e prosegue: «Io sono cresciuta in montagna, ho iniziato a sciare sulle piste del Chacaltaya (le più alte al mondo prima che chiudessero per lo scioglimento del ghiaccio, ndr). Ho sempre pensato che prima o poi sarei salita in vetta, ma non sapevo quando». L’occasione si presenta il 6 dicembre 2015. «Un fotografo ci dice che se avessimo trovato il coraggio era pronto a seguirci». Dora coinvolge la figlia e altre donne, tutte portatrici o cuoche come lei. «Partiamo in undici, mio marito si convince e ci fa da guida» prosegue Dora. Salgono come hanno sempre immaginato, con le polleras e gli aguayos, gli scialli colorati a mo’ di zaini. «All’inizio - ammette Lia non avevamo l’attrezzatura adeguata. I caschi ce li hanno prestati, non c’erano scarponi adatti ai nostri piedi piccoli, indossavamo stivaloni di plastica, io camminavo come un robot. Ricordo che faceva molto freddo, in compenso avevamo tanta forza». Aggiunge Dora: «Scalare per la prima volta è stata un’emozione fortissima. Mi è venuta voglia di piangere».

Non è stato un punto d’arrivo, ma di partenza. Sono salite su tutte le principali vette della Bolivia, hanno conquistano anche l’aconcagua (6.967 metri), la più alta del Sudamerica, e l’anno scorso sono state anche sul Monte Bianco. «Adesso - dice Dora - ho 60 anni ma mi sento ancora giovane. Mi piacerebbe scalare tante altre montagne. Un sogno è l’everest, ma non so se lo faremo perché si scontra con i nostri principi. Abbiamo un fortissimo rispetto della natura, non vogliamo né inquinarla né contaminarla». Prima di ogni salita invocano la protezione delle Achachilitas, le divinità delle vette, e bruciano foglie di coca, tabacco, cannella, copale e anche del glitter «per rendere il fuoco più bello». «Se non salirò sull’everest - confessa Dora mi piacerebbe almeno vederlo da lontano. Soprattutto vorrei che i miei nipoti e le nuove generazioni continuassero sulla strada che abbiamo tracciato noi». La figlia Lia assicura: «Anche se è la più anziana è sempre la più motivata e la più resistente nel gruppo. A volte qualcuna rinuncia, lei va sempre avanti».

La forza non sta nelle gambe ma nella volontà. «A tutte le donne - conclude - ripeto che non devono farsi sconfiggere o lasciarsi maltrattare, devono perseverare per realizzare i loro sogni, così come ho fatto io. Dobbiamo lottare, perché noi donne siamo coraggiose, molto coraggiose. E possiamo ottenere tutto quello che vogliamo».


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Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi

Ora anche gli allievi della formazione fiorentina diventano «insegnanti solidali» nelle periferie Il contributo del celebre direttore, il mutuo scambio di conoscenza nei quartieri Piagge e Sorgane Il racconto di Pietro: «Il primo corso gratuito a 8 anni,

Un gruppo di giovani musicisti dell’orchestra di Fiesole al quartiere Le Piagge (foto di Marco Borrelli)

L’overture del progetto (pedagogico e inclusivo) inizierà con la bacchetta di Sir Antonio Pappano. Concerto numero 1 di Brahms, Sinfonia numero 5 di Šostakovi e un seminario di studi che il grande direttore d’orchestra dedicherà ai «ragazzi» dell’orchestra Giovanile Italiana, (con sede a Fiesole), una tra le più straordinarie iniziative musicali rivolte ai giovani talenti. Dopodiché accadrà per la prima volta qualcosa di sublime. Un’armonia molto particolare che trasformerà i concertisti, anche loro studenti, in insegnanti solidali che si prenderanno cura di bambini e ragazzi svantaggiati. Con i loro strumenti, raggiungeranno il quartiere periferico delle Piagge a Firenze per iniziare un corso di lezioni musicali. E si partirà proprio dall’insegnamento di Pappano e dalla sua visione della musica, facendo ascoltare ai discenti i capolavori della musica classica e raccontando loro, strumento alla mano, che cosa significa entrare nel mondo delle vibrazioni di Brahms e Shostakovich.

Sarà anche un’occasione per mettere in pratica il metodo che l’antico pedagogista svizzero Johann Heinrich Pestalozzi chiamò «mutuo insegnamento». Perché se i musicisti della Giovanile sveleranno ai compagni delle Piagge i segreti delle note, questi ultimi racconteranno loro (con gesti e parole) cosa significa amare la musica e avere la possibilità di studiarla senza aggravi economici.

Da anni infatti i docenti della Scuola di Musica di Fiesole, un’istituzione di eccellenza fondata dal violista Piero Farulli, uniscono ai normali studi di perfezionamento di livello universitario che si svolgono nella bellissima villa medicea sulla collina panoramica di Fiesole corsi solidali

Inclusione

C’è pure il coro: ragazzi sordi cantano con altri studenti indossando guanti bianchi

nei quartieri svantaggiati di Firenze.

«Alle Piagge, all’isolotto, a Sorgane e alle Cure - spiega Anna Maria Meo, la sovrintendente della scuola fiesolana - ogni anno si organizzano corsi gratuiti e molto frequentati. E ci sono molti esempi di ragazzi che dimostrano talento e possono ambire a diventare professori d’orchestra. Le lezioni sono dedicate a minori dai 9 ai 14 anni e sono molto seguite. A fine corso si esibiscono in concerti, durante la Festa della musica nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Ma è la prima volta che i nostri studenti “tradizionali” si trasformano in insegnanti. E sono convinta, grazie anche agli stimoli che avranno con il maestro Pappano, che daranno il meglio di loro stessi e avranno anche un grande arricchimento».

Ruben Have, violinista, padre danese e madre fiorentina, sarà uno degli studentidocenti. «Andrò a questa iniziativa con un quartetto d’archi dell’orchestra giovanile conferma Ruben con entusiasmo - e insieme cercheremo di trasmettere a questi ragazzi non solo le emozioni ma la ricchezza della nostra disciplina. E racconteremo anche la nostra esperienza con il grande direttore Antonio Pappano. Speriamo di contribuire anche in questo modo a far nascere talenti».

Già, i talenti. Pietro Gandolfo, 19 anni, è uno degli esempi di come la gratuità e la presenza di scuole di musica nei quartieri può creare ottimi musicisti. «Avevo 8 anni quando ho iniziato a frequentare i corsi gratuiti alle Piagge - racconta - ed è stata una scoperta continua. Ho capito che era la mia strada. Adesso dopo aver vinto una borsa di studio mi sto laureando in violoncello e ho un sogno grandioso: suonare in un’orchestra che però per scaramanzia non svelo».

Nel quartiere delle Cure i corsi gratuiti dei docenti di Fiesole (ma chissà, anche qui potrebbero arrivare gli studenti) sono dedicati ai ragazzi con disabilità. Ci sono anche studenti sordi. Imparano la musica non soltanto con il solfeggio, apprendendo i valori e il ritmo delle crome e delle biscrome, ma anche con le vibrazioni. «Abbiamo organizzato un coro . I ragazzi sordi - conferma Anna Maria Meo - cantano con altri studenti indossando guanti bianchi. Sono straordinari».

Pappano arriverà a Firenze il 19 maggio e sino a domenica 24 dirigerà l’orchestra Giovanile (si esibirà anche il direttore della scuola, il famoso pianista tedesco Alexander Lonquich). Sul podio negli anni sono succeduti Muti, Abbado, Gatti, Mehta, Sinopoli e Giulini.


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«Lo sport mi ha ripulito, ora corro contro la droga»

Alejandro Metzger durante la Ironman 2024 a Cervia

Alejandro Metzger e la scoperta della corsa per uscire dalla coca e salvare la famiglia Il Cavana Run Club e l’impegno per aiutare gli altri a capire che smettere è possibile «Eravamo dieci, oggi siamo mille per una vita sana». In settembre la sfida di Ironman

Un chilometro e mezzo di corsa: sudore, fatica, malessere. Lo sforzo lo piega. Ma in fondo è la prima azione positiva dopo anni di negatività. Accade nell’immensa Los Angeles, lì dove basta un fischio e la droga arriva su un vassoio d’argento. Era il 2019. Alejandro Metzger, che oggi ha 38 anni, una moglie, Eva, e una bimba, se non fa più uso di cocaina lo deve alla corsa. La pillola che lo ha salvato quando stava sprofondando negli abissi più tetri. «Sono “clean” (pulito) da quattro anni». E

” Sacrifici distrutti

Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita, mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva

ora è pronto a raccontare la sua storia. Perché oggi il suo obiettivo è mantenersi pulito, ma anche aiutare gli altri: non solo con il Cavana Run Club, nato proprio in questo periodo di rinascita, ma anche con la sua voce. Per dire che uscirne si può.

È vero, ha avuto attorno chi lo ha spronato, con le buone o le cattive. Ma, soprattutto, Alejandro ha avuto la voglia di rialzarsi. Poche storie: «Se non parte da te, gli altri non possono obbligarti». E questo vale per qualsiasi dipendenza. «Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita. Pesavo 63 kg, non mangiavo più, non dormivo più. Raccontavo bugie a tante persone. Mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva. Lei aveva deciso, giustamente, di lasciarmi. Allo stesso tempo avevo perso il lavoro nella società che avevo costruito con due amici. Il motivo? Rubavo soldi per comprare la droga: 20 mila euro in sei mesi. Avevo distrutto tutti i sacrifici fatti per creare due negozi e un ristorante con i miei soci. E avevo iniziato a fumare anche crack. Decisi quindi di lasciare Trieste».

Alejandro allora raggiunge il padre in America, che lì si era trasferito anni prima. «Arrivo a Los Angeles e 24 ore dofronti. po trovo già il modo di procurarmi la droga. Ma è proprio mio papà, con cui nel tempo ho riallacciato un rapporto bellissimo, a spronarmi a fare sport. E ancora prima mi aveva ispirato un podcast di Rich Roll, ex tossicodipendente e oggi atleta di extra endurance». Com’è stata allora quella prima corsa a Los Angeles? «Difficile. Ma il giorno seguente ci ho riprovato facendo due chilometri. Dopo due settimane di fila, ne feci otto. Questo mi permise di acquisire sempre più autostima: più correvo e meno pensavo alla mia vita passata». Succede poi che nel periodo del Covid Alejandro torni a Trieste. Si rimbocca le maniche. La vita torna a sorridergli, ma l’ambiente dove tutto è iniziato porta anche a qualche ricaduta. «Però non ero più il bugiardo di prima. Tanto che mi sono confidato con Eva, con cui nel frattempo ero tornato insieme, e lei mi ha consigliato: vai da uno psicoterapeuta».

Due anni di introspezione in cui riesce a capire anche da dove era nato quel bisogno di essere dipendente da qualcosa. «Sono ripartito da quando ero bambino. Per arrivare a 15 anni quando mio padre partì per gli Usa. Lì si era rotto qualcosa, era subentrato un senso di ribellione nei suoi conMa mi sentivo anche poco realizzato, nonostante avessi fatto mille cose. La prima striscia di cocaina? Sempre a 15 anni, ma il consumo si era fatto più insistente quando ho cominciato a lavorare nel mondo della ristorazione».

E oggi? «Mi focalizzo su quanto bene sto senza la droga e questo è merito di una routine fatta di abitudini sane, come la corsa». L’allenamento è sei giorni su sette, in totale 150 chilometri al mese. E poi ci sono le sfide continue. «Mi do obiettivi fuori dalla mia portata, ma che so di poter provare a raggiungere solo mettendomi nelle

” La nuova vita

Con mio papà ho ripreso un rapporto bellissimo, è stato lui a spronarmi e ho smesso di mentire

condizioni di vincere». Prossimo appuntamento la gara di Ironman a settembre: 3,8 km di nuoto, 180 di bici e 42 di corsa in 17 ore. E poi le testimonianze in alcune scuole, per raccontare la sua storia. Senza dimenticare il Cavana Run Club. «L’idea è nata per caso. Ho voluto lanciare un invito con il mio ex socio e amico Teo: “Venite a correre, poi ci beviamo una birretta”. Aderirono dieci persone, che in un mese diventarono cento, oggi siamo in mille, di tutte le età e l’obiettivo non è la performance».

E se la vita può essere anche un film, Alejandro ha già chi sulla sua ha intenzione di fare un documentario: il filmmaker triestino Daniel Baxa. Per riavvolgere la pellicola e raccontare le cadute ma soprattutto una rinascita.



21.3.26

Calciatori mascherati per evitare le multe: la sfida agli ex rossoblù



unione sarda 
21 marzo 2026 alle 00:58



In campo senza il permesso dei club, hanno giocato con il passamontagna 








Pur di giocare sono scesi in campo con il passamontagna per non essere riconosciuti. I calciatori dilettanti hanno evitato così multe e sanzioni da parte delle proprie società per aver preso parte all’Island Cup, la “Kings League” cagliaritana. Il torneo è ispirato al format ideato da Piqué nel 2022 e che sta spopolando a livello mondiale. Regole speciali, imprevisti decisi da una ruota, dirette online e premiazioni. Il tutto condito da ex stelle della Serie A come Andrea Cossu, Marco Sau, Matteo Mancosu e Luca Ceppitelli. Non è un semplice torneo di calcio a 7, ma «un vero show», spiega Emanuele Binaghi, che con Marco Chiaramida ha pensato e creato l’Island Cup. «È nata dall’idea di unire le nostre passioni, sport e organizzazione di eventi. Non volevamo che fosse il classico torneo, ma qualcosa di più e che potesse intrattenere tutti».

In campo

La finale di giovedì sera è stato l’epilogo perfetto dell’edizione invernale della competizione. A trionfare allo “Sporting Bola” di Quartu è stato l’Atletico Ginmare grazie al 2-1 sul Planet, la squadra di Cossu e Sau, anche se l’ex attaccante ha dovuto abbandonare quasi subito la contesa a causa di un infortunio. Nell’ultimo atto è risultato decisivo proprio uno dei tanti giocatori mascherati del torneo. «Non possiamo svelare chi sono perché giocano in incognito altrimenti rischiano di essere multati. Le società gli hanno vietato di partecipare», riferiscono gli organizzatori. La paura è quella che possano farsi male, ma i giovani hanno trovato una soluzione per non essere scoperti: usare un passamontagna in modo da non essere riconosciuti né in foto né nei video, mentre su Twitch, dove vengono trasmesse in diretta tutte le partite, il telecronista li annuncia con nomi falsi. «Questo fa capire quanto ci tengono a partecipare», sottolineano Binaghi e Chiaramida.

La ruota

Come per la Kings League, anche l’Island Cup propone regole particolari che possono cambiare il corso della partita. Tutto viene deciso da una ruota che regala dei bonus alle squadre da utilizzare durante la gara. In finale, per esempio, l’Atletico Ginmare aveva l’opportunità di espellere un giocatore avversario per due minuti e proprio in superiorità numerica ha trovato il gol del 2-0. Tra gli altri imprevisti, la ruota propone anche il gol che vale doppio, il tre contro tre o la possibilità di rubare il bonus ai rivali. C’è poi il coinvolgimento degli allenatori e dei presidenti: «Hanno un ruolo ufficiale e sono parte attiva del gioco», dice Binaghi, «tra i vari bonus ci sono anche: lo shootout presidenziale, l’uno contro uno tra presidenti e il rigore dell’allenatore». Queste novità, che rendono il torneo diverso rispetto a quelli classici, sono state particolarmente apprezzate dagli ex professionisti: «A volte sembrava che tornassero ad essere bambini per come hanno giocato spensierati», aggiunge, «si è visto che hanno preso a cuore il torneo».

I numeri

Nelle due edizioni, l’Island Cup ha coinvolto complessivamente quasi 500 giocatori. È stato un torneo di richiamo per tutto il movimento cagliaritano. Nell’edizione estiva, senza troppe restrizioni delle società, hanno partecipato diversi giovani in rampa di lancio come Yael Trepy, che qualche mese dopo ha debuttato e segnato in Serie A con la maglia del Cagliari. Tra gli altri big anche Nicola Murru, Nicolò Cavouti, Michele Masala, Andrea Pibiri, Thomas Boccia, altri ex rossoblù illustri come David Suazo e Francesco Pisano e tanti altri giocatori conosciuti che militano nei campionati dilettantistici. «Abbiamo visto tanto entusiasmo sia da parte dei più giovani sia dei più grandi. Volevamo che fosse un vero e proprio show, anche grazie alle dirette streaming. Un vero evento capace di intrattenere il pubblico sia in presenza sia da casa».


13.3.26

IL FAIR PLAY CANCELLA DL'ERRORE DELL'ARBITRO UN CALCIATORE OGLIASTRINO SBAGLIA VOLUTAMENTE UN CALCIO DI PUNIZIONE CONCESSO PER SBAGLIO

  unione  sarda  13\3\2026 

il fair play può concretamente "cancellare" o rimediare a un errore dell'arbitro, trasformando un vantaggio ingiusto in un gesto di lealtà sportiva. Sebbene l'arbitro sia il giudice supremo, la sportività impone di non approfittare di sviste o decisioni palesemente errate.Ed   quello  che   è  successo    a Serramana  ( vedere  articolo  a  sinistra  )    dove  un calciatore   dell'arzana     ha  volutamente    sbagliato  il  calcio  di  punizione   erroneamente   concesso  dall'arbitro  

3.3.26

Il padre gli disse "Niente laurea, niente rugby". Ora Maro Itoje lotta contro il razzismo, mette in discussione vecchie tradizioni, e sabato sfiderà l’Italia al Sei Nazioni






"Non puoi allenarti come Tarzan e vivere come Mick Jagger": Itoje, dottore, poeta e capitano inglese
Il padre gli disse "Niente laurea, niente rugby". Ora lui lotta contro il razzismo, mette in discussione vecchie tradizioni, e sabato sfiderà l’Italia al Sei Nazioni
Francesco Palma
2 marzo - 12:12 





Maro Itoje è uno che ci mette la faccia. Sempre. Lo fa quando l’Inghilterra, di cui è capitano, da favorita del Sei Nazioni finisce a lottare per non arrivare ultima. Lo fa quando bisogna parlare di razzismo, di politica, di temi davvero importanti (“Non sono solo un rugbista, quella è solo una parte di me”). Lo fa anche a costo di mettersi contro i tifosi, di mettere in discussione tradizioni storiche del tifo e del rugby inglese. Itoje non è mai stato come gli altri, ma allo stesso tempo non ha mai voluto distinguersi per forza, per necessità: è semplicemente questo. Da un anno è il capitano dell’Inghilterra che sfiderà l’Italia sabato, è un giocatore simbolo della Nazionale (esordio nel 2016 a 21 anni) e un elemento fondamentale in campo, con le sue braccia da piovra e i suoi 2 metri per 115 kg che non gli impediscono però di essere elastico e dinamico. Ma è anche un simbolo della lotta al razzismo (“anche dopo aver esordito andavo in alcuni supermercati e mi scambiavano per un dipendente, e questo succede a molti neri. E per i neri la strada è sempre più insidiosa”), un amante della cultura, appassionato di quadri e di poesia, e un uomo che porta avanti le sue idee a testa alta e a schiena dritta. In campo e fuori.

27.2.26

in attesa dei giochi paraolimpici di milano cortina 2026 LE OLIMPIADI DEL BENE storie di "Giusti nello Sport" a Milano Cortina 2026

 Queste olimpiadi invernali un tosacana per la mia convalescenza mi sono servite a passare il tempo . Esse mi hanno emoziionato e fatto sognare ma anche incazzare certe decisioni arbitrali in certi incidenti per esempio  quelli   incidenti che hanno coinvolto Pietro Sighel nelle tre gare individuali di pattinaggio di velocità alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 e il doppiopesismo del CIo si certi casi  ,  l'uso propagandistico di trump e affini ) Ma tutto sommato nonostante siano per il 90 % un  circo  ( ormai è consuetudine purtroppo  vedere la    scelta  sull'olimpiade  del centenario (  1996    )   fra  Atalanta (  sede  della  coca Cola  )  e  Atene  (  sede   originaria delle  olimpiadi   )   sono state ricche di strorie ed aneddoti ,, orgoglio  sfide con se stessi ed i propri limiti fisici ( brignone e tabanelli ) .Ora mentre  aspetto quelle paraolimpiche faccio un bilancio  di queste appena trascorse . Infatti  Il  post       si  potrebbe    intitolare per   dare  un senso  di  continuità  e  di aggiunta  alle  storie    già   raccontate  precedentemente, cosa  rimarrà  di queste  olimpiadi   parte  II   visto  che avevo   pubblicato  il  post  : <<  cosa  rimarrà  di questi  olimpiadi >> . Ma  poi  ho  scelto  quello che  leggete  sopra   .  preso a  prestito  insieme  alle  storie     da    Le Olimpiadi del Bene - storie di "Giusti nello Sport" a Milano Cortina 2026   di  (gariwo.net)

Dopo tre settimane di emozioni, gare indimenticabili e uno spirito di festa che ha pervaso tutta l’Italia, domenica 22 febbraio è ufficialmente calato il sipario sui Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 (in attesa dell’inizio dei Giochi Paralimpici, in programma dal 6 al 15 marzo 2026).

I mesi che avevano preceduto l’inizio delle Olimpiadi sono stati caratterizzati – come spesso capita in concomitanza delle grandi manifestazioni internazionali – da polemiche e discussioni, dovute ai legittimi dubbi derivanti dall’impatto finanziario e ambientale dei Giochi (per costruire la pista di bob di Cortina sono stati abbattuti 500 larici secolari e disboscati quasi 20mila metri quadrati di foresta). Nonostante ciò, sono state delle Olimpiadi molto partecipate e, per certi aspetti, indimenticabili, non solo da un punto di vista meramente sportivo.

Per quasi un mese Milano e le altre località di gara si sono trasformate nel “centro del mondo”, con decine di migliaia di sportivi, addetti ai lavori e appassionati che hanno raggiunto il Nord Italia per partecipare alla festa olimpica. Sono stati anche dei Giochi particolarmente felici per la delegazione azzurra, che ha riscritto la storia conquistando ben 30 medaglie, di cui 10 del metallo più pregiato

Ma soprattutto sono state delle Olimpiadi che – come spesso accade – ci hanno insegnato molto, sia dentro che fuori dal campo di gara. Lo scopo di questo breve articolo è quindi di provare a raccogliere le storie sportive esemplari che hanno caratterizzato Milano Cortina 2026 e che si vanno a inserire a tutti gli effetti nella campagna “Giusti nello Sport” che Fondazione Gariwo promuove da oltre un anno.

L’umiltà di Hector e Stjernesund

Queste Olimpiadi passeranno alla storia come le Olimpiadi di Federica Brignone. La stella dello sci azzurro ha infatti conquistato, contro ogni più roseo pronostico, due medaglie d’oro nello sci alpino (nello specifico nel super-g e nel gigante femminile).

Un’impresa che passerà agli annali visto che la campionessa valdostana aveva patito, neanche un anno fa, un terribile infortunio che, secondo gli stessi medici che l’avevano operata, avrebbe potuto seriamente mettere fine alla sua carriera. La caduta, la lunga riabilitazione, le ore trascorse in palestra quando la neve sembrava ormai un ricordo lontano: tutto lasciava presagire un ritorno graduale, prudente, forse incompleto.

E invece Federica non si è data per vinta. Ha trasformato la fragilità in forza, la paura in concentrazione, il dolore in disciplina. Ha lottato come una tigre (animale che non a caso capeggia sul suo casco) contro il tempo e contro i propri limiti e a soli dieci mesi da quella terribile caduta è riuscita a sbaragliare tutte le altre atlete, riscrivendo il suo destino sportivo e la storia dello sport italiano.

La vicenda che siamo qui a raccontare, però, è legata alla commovente reazione che hanno avuto le sue avversarie Sara Hector e Thea Louise Stjernesund pochi istanti dopo che Federica ha tagliato il traguardo della seconda manche del gigante femminile, conquistando il suo secondo oro olimpico in pochi giorni.

Le due atlete – svedese la prima, norvegese la seconda – hanno infatti compiuto un gesto di grande umiltà e stima: si sono inginocchiate ai piedi della campionessa azzurra, riconoscendo il suo enorme talento e la sua meritata vittoria. Può sembrare un gesto banale, ma non lo è affatto. Hector e Stjernesund sono delle campionesse assolute della disciplina e, al pari di Federica e di tutte le altre atlete in gara, fin dall’infanzia si allenano e gareggiano con il desiderio di trionfare nella competizione più importante di tutte: le Olimpiadi.

È logico che provassero un po’ di rabbia per non aver vinto la gara e che magari stessero ancora pensando a qualche errore commesso durante le due manche; nonostante ciò, hanno messo da parte l’orgoglio e l’agonismo, lasciandosi andare a un gesto silenzioso ma che vale più di mille parole. È così che si comportano i “Giusti nello Sport”, e le due atlete scandinave hanno dimostrato di aver compreso fino in fondo lo spirito olimpico e i valori più profondi della sana competizione.

Xu Mengtao e Xindi Wang, un oro condiviso come gli Zátopek

Il 24 luglio 1952, durante le Olimpiadi estive di Helsinki, successe un fatto più unico che raro: Emil Zátopek e Dana Zátopková, compagni di squadra ma soprattutto di vita, vinsero a distanza di pochi minuti due medaglie d’oro per la Cecoslovacchia. Emil, la “locomotiva umana”, trionfò nei 5000 metri piani, conquistando il terzo oro di un’Olimpiade memorabile; Dana, invece, vinse la gara femminile di lancio del giavellotto, iscrivendo il suo nome nell’Olimpo sportivo.

Com’è noto, i coniugi Zátopek non furono solamente due tra i più talentuosi e vincenti atleti del Novecento, ma soprattutto due veri “Giusti nello Sport”. Nel 1968 firmarono il Manifesto delle 2.000 parole, ideato da Alexander Dubček per promuovere in Cecoslovacchia un “socialismo dal volto umano” e pagarono a caro prezzo il loro gesto: il primo venne costretto a lavorare nelle miniere di uranio, la seconda perse il suo ruolo di allenatrice. In questo modo, i due più grandi atleti del paese, che non ritirarono mai la loro firma al Manifestovennero condannati alla morte civile e privati dei loro onori.

A distanza di oltre settant’anni, Milano Cortina ha vissuto una scena che, pur in un contesto diverso, richiama quella straordinaria coincidenza tra amore e vittoria. Xu Mengtao, leggenda cinese dello sci freestyle, ha conquistato il suo secondo oro olimpico consecutivo dopo quello di Pechino 2022, confermandosi atleta simbolo della disciplina. Poco tempo dopo, quasi in un ideale passaggio di testimone familiare, anche suo marito Wang Xindi ha centrato il successo più importante della sua carriera vincendo l'oro sulla neve olimpica di Livigno. Ma non solo: Xu e Wang hanno anche conquistato insieme un bronzo nella gara a squadre.

Non sappiamo se un giorno avranno il coraggio – come fecero Emil e Dana Zátopek in opposizione alle interferenze sovietiche a Praga – di esporsi pubblicamente contro le violazioni dei diritti umani nella Cina di Xi Jinping. Non è questo, oggi, il punto. Quello che resta è la forza simbolica di una storia che intreccia amore e sport: due atleti uniti nella vita che, a poca distanza temporale, conquistano entrambi l’oro olimpico. È un’immagine potente, quasi fuori dal tempo, che riporta alla mente Helsinki 1952. Come per gli Zátopek, anche qui la vittoria non è soltanto un fatto individuale, ma diventa un racconto condiviso, un abbraccio che sale sul gradino più alto del podio.

Una volata per l’amicizia

Non tutte le pagine più belle di queste Olimpiadi sono state scritte scritte da atleti usciti vittoriosi. In una gara maschile di biathlon, quando ormai le medaglie erano già state assegnate, tre atleti hanno deciso di trasformare gli ultimi metri in un piccolo manifesto di sportività. Lo statunitense Campbell Wright, l’azzurro Nicola Romanin e il francese Fabien Claude si sono aspettati all’inizio dell’ultimo rettilineo della gara, rallentando quanto bastava per ricompattarsi, e hanno lanciato una volata finale spalla a spalla, tagliando il traguardo praticamente insieme.

Non c’era in palio una medaglia, né un titolo. C’era però qualcosa di altrettanto prezioso: il rispetto reciproco. In uno sport di fatica estrema, dove ogni secondo viene difeso con ostinazione, scegliere di condividere l’ultimo tratto di gara è un gesto controcorrente. È la dimostrazione che la competizione non esclude la fraternità e che anche scegliere consapevolmente di arrivare qualche secondo dopo gli altri, peggiorando in questo modo la propria performance sportiva, può trasformarsi in un grande gesto degno della migliore tradizione olimpica.

Vladyslav Heraskevych, la medaglia d'oro invisibile

Non sono mancate, tuttavia, pagine dolorose. Tra queste, la vicenda di Vladyslav Heraskevych, ventisettenne campione ucraino di skeleton. Non ha vinto una medaglia olimpica e non ha potuto nemmeno figurare nella classifica della sua gara, perché è stato squalificato. Eppure, paradossalmente, ha vinto la gara più importante della sua vita: quella dei “Giusti dello Sport”, come ha ricordato il presidente di Fondazione Gariwo Gabriele Nissim in questo suo editoriale

Senza compiere alcun gesto eclatante di ribellione, senza pronunciare accuse, senza nemmeno nominare esplicitamente la Russia di Putin che quattro anni fa ha lanciato una “operazione militare speciale” contro il suo paese, Heraskevych ha deciso di ricordare gli atleti ucraini morti in guerra. Lo ha fatto nel modo più semplice e più potente: indossando un casco con i loro volti impressi sopra. Tra quei volti c’erano quello di Karina Bakhur, giovane campionessa di kickboxing morta dopo un bombardamento, e quello di Olexsandr Peleshenko, sollevatore olimpico caduto al fronte.

Heraskevych sapeva che quel gesto avrebbe potuto violare la Rule 50 della Carta Olimpica, che vieta manifestazioni politiche sul campo di gara. Sapeva che avrebbe rischiato la squalifica, ma lo ha fatto lo stesso. Tra la gara sportiva e quella della coscienza, ha scelto la seconda. Ha perso la prima, ma ha conquistato una vittoria morale che nessuna classifica potrà mai registrare.

Le Olimpiadi sono nate come tregua tra le guerre, come sospensione simbolica dei conflitti nel nome della pace. Milano Cortina 2026 ci ha ricordato che questo ideale è fragile e che la neutralità, talvolta, rischia di trasformarsi in silenzio. Ma ci ha anche mostrato che esistono atleti disposti a pagare un prezzo personale pur di non dimenticare.


Un arcobaleno di bandiere alla cerimonia di chiusura

È stata di un apprendista carpentiere di diciassette anni, John Ian Wing, l’idea di far sfilare alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Melbourne del 1956 tutti gli atleti assieme in un’unica lunga serpentina, simbolo di unità e pace.

Alla cerimonia di chiusura di Verona, il Comitato Olimpico ha scelto di replicare la proposta del giovane australiano. Atleti di diversi paesi, lingue e religioni hanno sfilato lungo il palcoscenico dell’Arena, creando un microcosmo caleidoscopico, rappresentazione trasparente dell’idea di un mondo unito.

Una “parata della pace”, in netto contrasto con la sfilata nazionalistica della cerimonia di apertura di San Siro, che ha trovato poi sublimazione nelle giornate di gare con le premiazioni, gli inni e le bandiere issate sui pennoni.

Alla cerimonia di chiusura abbiamo visto atleti di diverse nazioni stringersi in abbracci che sono antidoti a divisioni e confini, giovani medagliati marciare a testa alta a fianco di compagni di squadra arrivati in basso alla classifica e poi sorrisi, un mare di sorrisi di atleti che vedono nello sport uno strumento per annullare le distanze tra persone e farci sentire parte della stessa umanità.

L'eredità ideale delle "Olimpiadi del Bene" (aspettando le Paralimpiadi)

Quando si spegne la fiamma olimpica, ciò che resta non è soltanto il conto delle medaglie o l’eco degli inni nazionali. Resta, soprattutto, la qualità dei gesti. I Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 si chiudono così: con un bilancio sportivo straordinario per l’Italia, ma anche con un patrimonio morale che va ben oltre il podio.

Resta l’umiltà di chi, come Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, ha scelto di inginocchiarsi davanti al talento di un’avversaria, ricordandoci che la grandezza non si misura solo nella vittoria ma nel riconoscimento sincero del merito altrui. Resta l’abbraccio ideale tra Xu Mengtao e Wang Xindi, un oro condiviso che riporta alla memoria la forza simbolica di Emil Zátopek e Dana Zátopková: lo sport come storia comune, come destino che si intreccia, come vittoria che non appartiene mai a uno solo. Resta la volata fraterna di Campbell Wright, Nicola Romanin e Fabien Claude, che hanno trasformato un arrivo senza medaglie in un manifesto di amicizia. E resta, soprattutto, il casco silenzioso di Vladyslav Heraskevych: una medaglia invisibile, conquistata scegliendo la coscienza prima della classifica.

Milano Cortina ci ha ricordato che l’Olimpiade è uno specchio: riflette le nostre contraddizioni, le nostre polemiche, i nostri limiti. Ma riflette anche ciò che di più alto sappiamo esprimere. In un tempo in cui l’agonismo rischia di diventare ossessione e la neutralità indifferenza, questi Giochi hanno mostrato che si può competere senza disumanizzare, vincere senza umiliare, imparare a perdere con educazione e sincera ammirazione per i vincitori.

Forse è questo il risultato più autentico: aver dato un volto concreto alla campagna “Giusti nello Sport”. Ma non finisce qui: adesso tutta la nostra attenzione va ai Giochi Paralimpici che inizieranno a breve, eredità morale e ideale di due medici visionari e giusti: Antonio Maglio e Ludwig Guttmann.

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20.1.26

La rinascita dell’ingegnere di Nuoro: nel 2000 fu travolto da un’auto a Sassari, ora è campione di nuoto paralimpico Dal coma dopo l’incidente al record, la rinascita di Francesco Delpiano

la nuova  20\1\2026

Nuoro
 Terribile: «Guastu». Fa davvero male, questa parola. Detta in sardo non significa “semplicemente” guasto, significa “storpio”, “storpio per sempre”. Francesco Delpiano ha un nodo alla gola quando pensa
al padre Tonino che ha dovuto inghiottire la violenza di questo termine tante volte riferito a suo figlio. Francesco era appena uscito dal coma, lottava per vivere nell’inverno del 2000, mentre il babbo era pure costretto a masticare il peso delle parole. «Anche se si salva, suo figlio resterà storpio» si sentiva ripetere. Invece no, la storia è finita diversamente: Francesco pedde mala, così dicono a Nuoro per definire chi ha pellaccia e tempra da vendere, ce l’ha fatta. Ha vinto. È rinato. È persino diventato campione recordman di nuoto.

Cos’era successo?

«Un incidente. Un brutale incidente. A Sassari. Un giovedì, il 17 febbraio del 2000, alle ore 17. Chissà perché il 17 nella cultura occidentale è foriero di sfortuna e disgrazia. Boom! Un’auto mi ha centrato in pieno, ho preso il volo, ho rimbalzato sulla strada, sono finito trenta metri più in là. Poi il buio totale».


Francesco Delpiano, nuorese classe 1967, aveva 33 anni e un futuro luminoso. «A tutto pensavo, fuorché alla morte» dice. Era il più giovane ingegnere italiano, allora, a cui era stata affidata la realizzazione di una grande opera pubblica: la costruzione della metropolitana di Sassari.


Un dramma. Il buio. Un tuffo nell’ignoto...

«Quando tutto sembra fermarsi, è la vita stessa a indicarti la direzione. Può trascinarti giù, a volte condurti a toccare il fondo. Ma quel viaggio può farti scoprire le esperienze più grandi e sconosciute e stupirti di tanta bellezza, come quella nascosta negli abissi di un oceano». Delpiano legge un passo del suo libro autobiografico “Tutto il mare che ho nel cuore”. Venticinque anni dopo l’incidente, ha deciso di raccontare la sua storia.

Perché?


«Perché tanti, per motivi diversi, possono sprofondare nel buio che sembra senza uscita. La mia storia racconta che non sempre il destino che sembra già scritto non possa essere cambiato!».

Ma lei dove ha trovato la forza per risalire dagli abissi, per tornare alla luce?

«Piano piano ho capito che non potevo ritrovare le forze in un approccio di tipo razionale. Ciò che stavo vivendo era straordinariamente drammatico, era enorme, avevo perso tutto. Avevo perso il lavoro, la fidanzata, la casa, la macchina, in qualche modo avevo perso le relazioni, gli amici, i parenti, i luoghi, gli spazi, le visioni, i sogni, per cui intorno c’erano soltanto macerie. Ho iniziato a vivere giorno dopo giorno mettendo il meglio di me stesso e abbandonandomi alla fede, scoprendo passo dopo passo che il Cielo mi avrebbe aiutato».

◗Francesco Delpiano con Nicola Riva e Fabio Pisacane


Come ne è uscito?

«Ho smesso di domandarmi “perché?”. Mi sono aggrappato alle mie risorse: dovevo accettare di vivere quell’esperienza, drammatico e nauseabonda. Era come se fossi sprofondato in un pozzo pieno di liquami. Non avrei potuto reggere a lungo, per cui ho deciso, come un apneista, di andare ancora più giù, di toccare il fondo. Se devo affogare, affogo, pensavo. A quel punto capisci che devi scegliere: soccombere o risalire e vivere».

Qual è stato il momento più difficile in assoluto?


«Faccio fatica a identificare un momento più difficile di altri... » riflette Francesco Delpiano. Occhi neri, carichi di gioia, sguardo empatico, sorriso complice.

Dal 2012 lavora come counselor coach e motivatore, tiene conferenze e seminari esperenziali. È stato ricercatore universitario, è diventato manager di grandi aziende multinazionali. È salito sul podio delle Paralimpiadi, recordman del nuoto con i colori della nazionale azzurra. Nell’estate del 2017, mentre era in vacanza nella sua amata Sardegna, ha persino salvato un turista in difficoltà nel mare agitato davanti all’isola di Tavolara.


«Ecco: sì, il momento più difficile in assoluto è stato quando sono finito a Parma» riprende fiato.

In che senso? Parma?

«Sono andato a Parma per una visita da mio cugino Paolo, medico fisiatra, un viaggio della speranza, grazie a mia sorella Antonella. Da lì ho iniziato un peregrinaggio per svariati ospedali italiani ed esteri. Parma è diventata la mia nuova città».

Dall’Atene sarda all’Atene d’Italia. È in Emilia-Romagna che Francesco Delpiano ha ritrovato la sua forza. Nonostante il continuo calvario da un ospedale all’altro durato oltre quattro anni, per via di una rarissima patologia neuromuscolare con cui convive tuttora, è Parma che gli ha indicato la strada per la vita.

◗Francesco Delpiano con Aldo Maria Morace e Sandro Veronesi


«Eppure, è proprio a Parma che ho vissuto il momento più drammatico. A distanza di sei, sette mesi dal mio arrivo, lo scenario clinico si complicava sempre di più, le indagini diagnostiche erano pessime. Tutto sembrava perduto. Il verdetto inappellabile: purtroppo è successo, non c'è nulla da fare. Questo mi dicevano». Invece no, Francesco e i medici hanno costruito il miracolo anche perché il figlio di mastru Tonino Delpiano non era disposto né a morire né a lasciarsi andare. Ha scelto di vivere. «Trasformare il proprio destino è possibile!». Come lui stesso ripete spesso: «Da disabile a “divabile”». Ossia: «Divinamente abile».

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