© Social (Facebook etc)
C’è chi timbra il cartellino e chi infila gli stivali nel fiume. Paolo Baron, 50 anni, di Arona, ha scelto la seconda strada. Per anni ha lavorato in uno studio di commercialisti; poi ha deciso di cambiare radicalmente rotta e dedicarsi alla ricerca dell’oro nei corsi d’acqua del Nord Italia, come racconta Repubblica.
Anche se non siamo nel far west, la giornata selvaggia e solitaria di Paolo inizia all'alba e si protrae anche per moltissime ore. Munito di secchio e pala, cerca con pazienza le sue preziose pepite. Tredici anni fa, il ragioniere cercava solo un passatempo all’aria aperta. «Dopo otto ore davanti al computer avevo bisogno di staccare», spiega. Poi ha visto un volantino che pubblicizzava un’uscita in canoa lungo il Ticino. Non era una semplice escursione: era organizzata da cercatori d’oro. Da lì la curiosità, i primi tentativi in solitaria senza risultati, poi l’affiancamento a un cercatore esperto che gli trasmette tecniche e trucchi del mestiere.
La nuova vita
Quella che era iniziata come una distrazione si trasforma in un impegno quotidiano, fino a diventare un lavoro. Oggi Baron organizza escursioni, accompagna principianti e fa divulgazione online attraverso un canale YouTube e il sito cercatorioroitalia.it. Non si tratta però di un fenomeno isolato. In Italia, spiega, i cercatori sarebbero circa duemila, concentrati soprattutto tra Piemonte e Lombardia, dove la tradizione è più radicata. Presenze anche in Veneto, Toscana e Lazio, in aree con una particolare storia geologica: l’oro, originariamente intrappolato nelle rocce, viene liberato dall’erosione e trasportato dai fiumi, depositandosi nei tratti dove il suo peso lo fa sedimentare.
Negli ultimi dieci anni gli appassionati sono aumentati in modo significativo. «Nella mia zona siamo passati da quattro a una quindicina. Oggi trovare posto per parcheggiare non è scontato», racconta Paolo. Fondamentale, però, è la riservatezza. «Un buon punto non si divulga. Se troppe persone lo sfruttano, si impoverisce e occorre attendere che il fiume ridistribuisca il metallo» ammonisce il novello Indiana Jones.
L’aumento dell’interesse coincide con le quotazioni elevate dell’oro e con la ricerca di entrate extra. Ma l’idea di guadagni facili è lontana dalla realtà. Anche in un tratto particolarmente ricco, la resa diminuisce rapidamente: un giorno si può raccogliere un grammo, il successivo meno della metà, quello dopo ancora meno. Poi bisogna ricominciare altrove. «Non è un’attività che rende benestanti», chiarisce Baron, che infatti non vende le sue pepite. «Dopo tanta fatica finiscono per avere un valore affettivo».
Alle escursioni partecipano persone provenienti anche da regioni lontane, come la Campania. Tra loro archeologi, egittologi, studiosi di geologia e semplici curiosi. Le uscite si organizzano nei periodi più miti dell’anno, in zone poco frequentate, tra vegetazione e cascate. Il messaggio che Paolo ripete ai neofiti è semplice: non è una scorciatoia per fare soldi, ma un’esperienza immersiva nella natura. Una pratica che somiglia alla pesca o alla raccolta dei funghi: richiede intuito, silenzio e capacità di attendere. Perché cercare oro, prima ancora che una questione di metallo, è una prova di perseveranza. E il risultato non è mai garantito.