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8.3.26

68enne mamma con seme del figlio morto è maternità surrogata o fecondazione assistita ? secondo me il secondo caso

 da https://www.newsner.it/celebrita/

Dopo aver perso il suo unico figlio a causa di un tumore, un’attrice spagnola ha trovato un modo straordinario per mantenere viva la sua eredità: accogliendo una bambina concepita con il suo sperma.

La storia di Ana Obregón ha suscitato discussioni in tutto il mondo, mescolando dolore, amore e moderne tecnologie riproduttive in un modo che pochi avrebbero potuto immaginare. Al centro di tutto c’è suo figlio, Aless Lequio García, il suo unico figlio biologico, morto di cancro nel maggio 2020.

Sperma conservato

Nel 2018, il mondo di Ana Obregón è stato sconvolto quando a suo figlio Aless, 27 anni, è stato diagnosticato un sarcoma di Ewing, un raro tipo di tumore che colpisce le ossa e il tessuto che le circonda.

“Quando a mio figlio è stato diagnosticato il cancro e stava per iniziare la chemioterapia, i medici gli hanno consigliato di conservare dei campioni del suo sperma, nel caso in cui il farmaco avesse avuto effetti su di lui in futuro, per assicurargli la possibilità di avere figli”, ha raccontato la conduttrice televisiva, oggi settantenne, a Hola!, aggiungendo che i campioni sono stati conservati negli Stati Uniti.

“Il giorno in cui mio figlio è andato in paradiso”

L’attrice spagnola ha spiegato che diventare padre era qualcosa che suo figlio desiderava profondamente, anche se non sarebbe stato lì per crescere il bambino.

“Aless era già molto malato e ci disse che, se gli fosse successo qualcosa, voleva che sapessimo che desiderava lasciare dei discendenti in questa vita. Anche se lui non ci fosse più stato”.

Aless è morto nel maggio 2020, una perdita che ha colpito profondamente Obregón e ha cambiato per sempre la sua vita.

Da allora ha parlato di quanto sia stato difficile quel periodo, spiegando che “il giorno in cui mio figlio è andato in paradiso” ha preso l’importante decisione “di avviare il processo di maternità surrogata. Proprio quel giorno”.

“Da quel momento in poi, l’unica cosa che mi ha permesso di continuare a vivere ogni giorno, ogni secondo, è stata la missione di portare al mondo la figlia di Aless”, ha detto a Hola!, aggiungendo che ci sono voluti diversi tentativi prima che la gravidanza andasse a buon fine

La figlia di Aless

Il 5 aprile 2023, Obregón ha condiviso un post su Instagram che ha sconvolto il mondo.

”Aless mio”, ha esordito nel commovente messaggio che includeva un’immagine della copertina di Hola! che la ritraeva mentre teneva in braccio una bambina piccola: Ana Sandra, la figlia del suo defunto figlio. “Ho giurato che ti avrei salvato dal cancro, e ti ho deluso. Ti ho promesso che avrei messo al mondo tua figlia, ed eccola qui tra le mie braccia.

Quando la stringo, provo un’emozione indescrivibile, perché è come se stringessi di nuovo te. Giuro che mi prenderò cura di lei con tutto l’amore infinito che ho da dare, e tu mi aiuterai dal cielo”.

Ha concluso il post scrivendo: “Tu sei l’amore della mia vita in cielo, e tua figlia è l’amore della mia vita sulla terra”.

“Desiderata dalla terra e dal cielo”

La bambina, chiamata affettuosamente Anita, era stata concepita utilizzando lo sperma che suo figlio Aless aveva congelato prima di sottoporsi al trattamento contro il cancro, insieme a un ovulo donato da una donatrice.

Nella sua intervista con Hola!, Obregón ha sottolineato che il suo controverso progetto non era un “capriccio”, ma “il desiderio e l’ultima volontà di suo figlio”.

“Se ci sono opinioni contrarie, non le tollererò né le accetterò. Solo l’opinione di un padre o di una madre che ha seppellito un figlio. Solo loro possono avere un’opinione e capirmi”, ha condiviso, aggiungendo di non avere “nulla da nascondere”.

“È motivo di orgoglio, è un miracolo. Come potrei nascondere una benedizione di Dio?”, ha detto Obregón. “È la figlia di un eroe. È la bambina più desiderata al mondo, perché è stata desiderata dalla terra e dal cielo”, ha detto l’attrice di Casalingo superpiù parlando di Ana, che prende il nome da “sua nonna, sua bisnonna e sua trisavola”.

“Sono rinata”

L’orgogliosa nonna ha detto che quando Anita sarà più grande, le racconterà la storia di suo padre: chi era, come ha combattuto coraggiosamente la sua malattia e quanto desiderasse avere un figlio suo.

“Questa bambina non è mia figlia, ma mia nipote”, ha detto, spiegando che “legalmente, è mia figlia”. “È la figlia di Aless, e quando crescerà le dirò che suo padre era un eroe, così che sappia chi è e quanto dovrebbe essere orgogliosa di lui”, ha detto Obregón.

“Non appena sarà abbastanza grande per capire, glielo dirò. Le dirò: ‘Guarda, tuo padre ti voleva, e purtroppo non è qui. È in paradiso. Ti voleva così tanto, ed eccoti qui, amore mio’”.

Ha aggiunto: “Sono tornata. Sono risorta. Sono rinata. Sono morta il 13 maggio 2020 e sono rinata il 20 marzo 2023, proprio così”.

Cosa ne pensate della decisione di Obregón di avere un bambino usando lo sperma di suo figlio? Fateci sapere cosa ne pensate nella sezione commenti e poi condividete questa storia, così potremo avviare la conversazione!

LEGGI DI PIÙ:

 

6.10.25

La morte che dona la vita: nascita di un bambino da una trapiantata d'utero da donatore morto per morte celebrale

Non riuscendo a scaricare con downloahelper  il  video  delle  iene  della  puntata  del  5\10\20025    riporto qui  l'url    La morte che dona la vita: trapianto d'utero
La  storia    di Mattia è uno dei pochissimi bambini al mondo nati grazie a un trapianto d'utero da donatore con morte cerebrale. Un intervento ancora sperimentale, eseguito all'ospedale Cannizzaro di Catania, che apre nuove speranze per molte donne. Gaetano Pecoraro ha incontrato i protagonisti di questa straordinaria innovazione medica.
Ecco  quindi  che  per  approfondire      ho  cercato altri   siti    ecco  cosa  ho  trovato  


  da   https://www.panorama.it/lifestyle/salute/

Il trapianto di utero apre nuove strade alla maternità: un miracolo tutto italiano




A Catania si è concluso con successo il secondo trapianto di utero della storia italiana, che ha permesso la nascita di Mattia, dopo quella di Alessandra nel 2022. Un traguardo medico ed etico che colloca l’Italia tra i pochi Paesi al mondo capaci di trasformare un sogno impossibile in realtà.
Un bambino che nasce da un utero trapiantato non è solo il frutto di una gravidanza attesa: è il simbolo di un confine che la medicina sta lentamente spostando in avanti, là dove chirurgia dei grandi organi e medicina riproduttiva si incontrano. In Sicilia, a Catania, questo confine è stato varcato per la seconda volta: a settembre 2025 è venuto alla luce Mattia, figlio di una madre senza utero dalla nascita. E’ un lieto evento che non ha il sapore del miracolo, ma quello della scienza e della determinazione e di un’équipe di medici che ha deciso di sfidare i limiti della biologia per restituire un’opportunità negata dalla natura. In Italia il programma di trapianto di utero è attivo solo nella città etnea, presso il Policlinico “G. Rodolico” che fa parte della rete trapianti assieme all’Ismett di Palermo. Qui è stato appunto eseguito il secondo trapianto di utero nel Paese, con esito positivo e la nascita, a settembre 2025, di un neonato sano.
Al Policlinico etneo la storia è iniziata cinque anni fa, quando il Centro nazionale trapianti e il Consiglio superiore di sanità hanno autorizzato un protocollo sperimentale che consente esclusivamente il trapianto di utero da donatrici decedute. L’indicazione principale riguarda donne affette da sindrome di Mayer-Rokitansky-Küster-Hauser, una malformazione congenita che comporta l’assenza dell’utero pur in presenza di ovaie funzionanti. Si tratta di una forma di infertilità assoluta, che non può essere trattata con le tecniche di procreazione medicalmente assistita tradizionali. Il primo trapianto italiano è stato eseguito nell’agosto del 2020 e ha portato, due anni dopo, alla nascita della piccola Alessandra. Il secondo, realizzato nel 2022, si è concluso a settembre 2025 con la nascita di Mattia. Entrambi i casi confermano che, in condizioni selezionate, la procedura è in grado di restituire la possibilità di gravidanza a donne che altrimenti non potrebbero concepire. Il professor Pierfrancesco Veroux, direttore del Centro Trapianti di Catania, spiega così le caratteristiche di questa chirurgia: «Il nostro è l’unico centro in Italia e uno dei pochissimi al mondo autorizzato ai trapianti di utero. Si tratta di un intervento tecnicamente complesso: l’utero è un organo molto vascolarizzato, e l’operazione richiede oltre venti ore di lavoro e un’équipe multidisciplinare di circa 25 professionisti. A differenza di altri trapianti, inoltre, non ha finalità salvavita ma riproduttiva: si tratta di operare una donna sana che si sottopone a rischi importanti per la possibilità di avere un figlio».
Dal punto di vista clinico, la difficoltà non si esaurisce nell’atto chirurgico. Dopo l’impianto, la paziente deve seguire una terapia immunosoppressiva, con i rischi ben noti di infezioni e complicanze. Solo dopo la stabilizzazione dell’organo trapiantato è possibile procedere al trasferimento embrionale tramite fecondazione in vitro, e monitorare la gravidanza fino al parto, che avviene necessariamente con taglio cesareo. Una volta completato il percorso, l’utero può essere rimosso per interrompere la terapia immunosoppressiva e ridurre i rischi a lungo termine. L’esperienza catanese non è isolata, ma si inserisce in un contesto internazionale ancora limitato. I primi trapianti di utero sono stati eseguiti in Svezia, con nascite documentate dal 2014, seguiti da programmi negli Stati Uniti, in Brasile e in altri pochi Paesi. Le casistiche rimangono esigue, dell’ordine di poche decine di interventi, e gli esiti variano in base alla selezione delle pazienti, alla qualità dei centri e alla tipologia di donazione. In Italia, la scelta regolatoria di utilizzare esclusivamente donatrici decedute riduce i rischi per la donatrice ma aumenta le difficoltà tecniche rispetto ai trapianti da vivente, dove i vasi sanguigni possono essere preparati in condizioni più controllate. L’aspetto etico rimane però centrale. Come sottolinea lo stesso Veroux, il trapianto di utero non rientra nella logica classica dei trapianti salvavita: non serve a evitare un decesso, ma a permettere la possibilità di una gravidanza. Ciò pone interrogativi sulla proporzionalità dei rischi per la ricevente e sulla priorità nell’allocazione delle risorse sanitarie. Allo stesso tempo, però, offre a molte donne l’unica strada per una maternità biologica, senza ricorrere alla maternità surrogata, vietata in Italia. La prospettiva è ora quella di consolidare i dati clinici. Il centro di Catania ha altre sette pazienti in lista d’attesa, con richieste provenienti da tutto il Paese. Ogni nuovo caso permette di raccogliere informazioni preziose sulla durata funzionale dell’organo, sulla risposta ai farmaci e sulla gestione delle gravidanze successive. Gli studi internazionali, inoltre, indicano che la percentuale di gravidanze portate a termine dopo trapianto di utero si aggira intorno al 30-40% dei casi, un dato incoraggiante ma che richiede cautela.

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La vicenda 

La persona che ha ricevuto l’utero ne era nata senza e al momento del trapianto, nel settembre del 2016, aveva 32 anni. La sua diagnosi era quella della sindrome di Mayer-Rokitansky-Küster-Hauser, una condizione genetica che colpisce una donna ogni 4.500. Causa l’assenza o lo sviluppo incompleto della vagina e dell’utero, anche se i genitali esternamente sembrano normali e le ovaie funzionano. Prima di ricevere il trapianto la donna si è sottoposta alla fecondazione in vitro, per poi congelare gli embrioni, in attesa del trapianto.La donatrice era una donna di 45 anni che è morta per un ictus. Aveva avuto tre figlie. L’operazione è durata oltre 10 ore.

La bimba è nata un anno fa

Cinque mesi dopo il trapianto, la ricevente non ha mostrato segni di rigetto e per la prima volta nella sua vita ha avuto le mestruazioni. Dopo sette mesi i medici le hanno impiantato un singolo uovo fecondato. Dopo 10 giorni la gravidanza è stata confermata. Alla fine il 15 dicembre del 2017 è nata una bimba di 2,7 chili

Perché è un trapianto rivoluzionario

L’utero trapiantato è rimasto senza ossigeno per 8 ore. Il nuovo studio prova in questa modo che può rimanere attivo. Questo caso apre alla possibilità alla donazione degli organi da donatrici morte.



paraolimpiadi invernali belle emozioni ma poca copertura mediatica

Stamattina guardando il televideo alla pagina dello sport per vedere gli orari delle gare e mi sono solo apparse notizie delle medaglie ital...