C’è un filo invisibile che accomuna due bambini, due storie, due periodi temporali che sembrano distantissimi tra loro e che invece appaiono più che mai incredibilmente contigui. Da una parte c’è Domenico, il bambino di due anni con il cuore “bruciato”, ricoverato presso l’Ospedale Monaldi di Napoli e il cui destino appare purtroppo segnato; dall’altra Alfredo Rampi, caduto e rimasto intrappolato in un pozzo 45 anni fa per più di sessanta ore in un piccolo comune in provincia di Roma, prima di perdere ogni tipo di speranza di salvarlo. E, del resto, la memoria non può che correre inevitabilmente a quella indimenticabile tragedia di Vermicino del giugno 1981. Anche perché, a prescindere dal drammatico destino che lega Domenico e Alfredino, gli elementi che accompagnano la narrazione di entrambi gli eventi sono incredibilmente simili e s’intrecciano uno con l’altro a distanza di decenni.
Innanzitutto, i due distinti casi di urgenza di un immediato soccorso. Da una parte un bambino di quattro anni la cui grave cardiopatia dilatativa ha costrett
o i medici a compiere un trapianto d’emergenza di cuore; dall’altra la caduta accidentale di un ragazzino di sei in un pozzo artesiano - la cui imboccatura venne addirittura successivamente coperta da un pezzo di lamiera - che fa scattare l’allarme presso i Vigili del fuoco. Poi, gli errori commessi durante le operazioni di salvataggio (nate comunque sotto una previsione di scarso successo) che ne comprometteranno l’esito finale.
A Vermicino risultarono fatali le decisioni assunte dai soccorritori: in primis, il fatto di calare nel cunicolo una tavoletta di legno legata ai due bordi affinché Alfredino vi si aggrappasse e potesse essere tirato su e, in secondo luogo, scavare un secondo pozzo (parallelo al primo) con una potente trivella. Una scelta che contribuirà a far precipitare il piccolo dai 36 metri di profondità in cui venne prevista la sua posizione originaria a oltre 60 sottoterra. A Napoli si è rivelato scellerato il trasporto del cuore donato da un bambino di 4 anni morto in Val Venosta tramite un contenitore di plastica comune, a cui era stato applicato ghiaccio secco al posto di quello normalmente usato per mantenere refrigerato l’organo durante il trasferimento: questa cattiva conservazione ha causato gravi danni al cuore da trapiantare, poiché a contatto con l’anidride carbonica allo stato solido si è letteralmente bruciato, prima di essere comunque trapiantato.
Giorno dopo giorno, una notizia che inizialmente era stata confinata nelle pagine della cronaca locale ha sempre preso più piede nell’ambito mediatico, diventando di pubblico dominio, e ha fatto breccia nelle coscienze dei lettori e dei telespettatori. Tutti in attesa di aggiornamenti positivi dai luoghi delle dirette. Se la vicenda che si sviluppò nei dintorni di Frascati è poi passata alla storia come la prima vera “maratona” televisiva non-stop d’informazione in Italia, intorno alla terapia intensiva pediatrica napoletana si stringe idealmente l’afflato degli italiani che, con l’ausilio dello stillicidio di notizie che giungono anche attraverso i giornali online e i social network, vengono costantemente aggiornati: tra speranze di miglioramenti, paure e impotenza davanti un aggravamento improvviso della situazione sotto le le luci livide dei riflettori,
Un’altalena di emozioni che ha scosso tutti quanti noi e che ha visto direttamente coinvolte due famiglie semplicemente straordinarie, con in prima linea due coraggiosissime donne: Franca Bizzarri, madre di Alfredino, e Patrizia Mercolino, mamma di Domenico. Figure meravigliose, circondate da altrettanti uomini dall’indole eroica e consapevoli che il “fallimento” della loro impresa potrebbe perseguitarli psicologicamente per tutta la vita: il compianto Angelo Licheri - il giovane magrissimo sardo che toccò il corpo pieno di fango di Alfredino, prima di vederselo scivolare tra le mani - e il Professor Guido Oppido, l’unico cardiochirurgo disposto a operare nuovamente il piccolo, nonostante esista un 10% di possibilità di riuscita.
Sono trascorsi 45 anni: i luoghi sono cambiati, le tecnologie si sono rivoluzionate. Ma la partecipazione collettiva emotiva rimane sempre la stessa. Il dolore individuale si trasforma in racconto nazionale. L’Italia s’informa, discute, riflette; si raduna attorno a un destino sospeso e s’interroga, per qualche istante, sui cambiamenti da apportare per migliorare i problemi di oggi che potranno ripetersi in futuro. La scomparsa di Alfredo Rampi fu il “prezzo” da pagare per dare vita alla Protezione Civile. Se il lungo respiro di Domenico porterà a cambiamenti avveniristici in campo medico e sanitario, la sua fragilità e la sua sofferenza non saranno state vane.
E non dovremmo servirci di inutili parole per riempire un grande, angosciante, spazio vuoto. Insomma: per parafrasare le parole del grande Giancarlo Santalmassi, l’inviato del Tg2 presente a Vermicino il 13 giugno 1981, nel futuro non saremmo costretti a chiederci a lungo, per nostra necessità morale, “a cosa è servito tutto questo: che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare”. Dopo quasi mezzo secolo, forse, potremmo di nuovo affermare di avere imparato qualcosa di fondamentale per tutti i Domenico di domani.
Innanzitutto, i due distinti casi di urgenza di un immediato soccorso. Da una parte un bambino di quattro anni la cui grave cardiopatia dilatativa ha costrett
o i medici a compiere un trapianto d’emergenza di cuore; dall’altra la caduta accidentale di un ragazzino di sei in un pozzo artesiano - la cui imboccatura venne addirittura successivamente coperta da un pezzo di lamiera - che fa scattare l’allarme presso i Vigili del fuoco. Poi, gli errori commessi durante le operazioni di salvataggio (nate comunque sotto una previsione di scarso successo) che ne comprometteranno l’esito finale.
A Vermicino risultarono fatali le decisioni assunte dai soccorritori: in primis, il fatto di calare nel cunicolo una tavoletta di legno legata ai due bordi affinché Alfredino vi si aggrappasse e potesse essere tirato su e, in secondo luogo, scavare un secondo pozzo (parallelo al primo) con una potente trivella. Una scelta che contribuirà a far precipitare il piccolo dai 36 metri di profondità in cui venne prevista la sua posizione originaria a oltre 60 sottoterra. A Napoli si è rivelato scellerato il trasporto del cuore donato da un bambino di 4 anni morto in Val Venosta tramite un contenitore di plastica comune, a cui era stato applicato ghiaccio secco al posto di quello normalmente usato per mantenere refrigerato l’organo durante il trasferimento: questa cattiva conservazione ha causato gravi danni al cuore da trapiantare, poiché a contatto con l’anidride carbonica allo stato solido si è letteralmente bruciato, prima di essere comunque trapiantato.
Giorno dopo giorno, una notizia che inizialmente era stata confinata nelle pagine della cronaca locale ha sempre preso più piede nell’ambito mediatico, diventando di pubblico dominio, e ha fatto breccia nelle coscienze dei lettori e dei telespettatori. Tutti in attesa di aggiornamenti positivi dai luoghi delle dirette. Se la vicenda che si sviluppò nei dintorni di Frascati è poi passata alla storia come la prima vera “maratona” televisiva non-stop d’informazione in Italia, intorno alla terapia intensiva pediatrica napoletana si stringe idealmente l’afflato degli italiani che, con l’ausilio dello stillicidio di notizie che giungono anche attraverso i giornali online e i social network, vengono costantemente aggiornati: tra speranze di miglioramenti, paure e impotenza davanti un aggravamento improvviso della situazione sotto le le luci livide dei riflettori,
Un’altalena di emozioni che ha scosso tutti quanti noi e che ha visto direttamente coinvolte due famiglie semplicemente straordinarie, con in prima linea due coraggiosissime donne: Franca Bizzarri, madre di Alfredino, e Patrizia Mercolino, mamma di Domenico. Figure meravigliose, circondate da altrettanti uomini dall’indole eroica e consapevoli che il “fallimento” della loro impresa potrebbe perseguitarli psicologicamente per tutta la vita: il compianto Angelo Licheri - il giovane magrissimo sardo che toccò il corpo pieno di fango di Alfredino, prima di vederselo scivolare tra le mani - e il Professor Guido Oppido, l’unico cardiochirurgo disposto a operare nuovamente il piccolo, nonostante esista un 10% di possibilità di riuscita.
Sono trascorsi 45 anni: i luoghi sono cambiati, le tecnologie si sono rivoluzionate. Ma la partecipazione collettiva emotiva rimane sempre la stessa. Il dolore individuale si trasforma in racconto nazionale. L’Italia s’informa, discute, riflette; si raduna attorno a un destino sospeso e s’interroga, per qualche istante, sui cambiamenti da apportare per migliorare i problemi di oggi che potranno ripetersi in futuro. La scomparsa di Alfredo Rampi fu il “prezzo” da pagare per dare vita alla Protezione Civile. Se il lungo respiro di Domenico porterà a cambiamenti avveniristici in campo medico e sanitario, la sua fragilità e la sua sofferenza non saranno state vane.
E non dovremmo servirci di inutili parole per riempire un grande, angosciante, spazio vuoto. Insomma: per parafrasare le parole del grande Giancarlo Santalmassi, l’inviato del Tg2 presente a Vermicino il 13 giugno 1981, nel futuro non saremmo costretti a chiederci a lungo, per nostra necessità morale, “a cosa è servito tutto questo: che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare”. Dopo quasi mezzo secolo, forse, potremmo di nuovo affermare di avere imparato qualcosa di fondamentale per tutti i Domenico di domani.