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31.5.26

La storia di Andrea Carbini: «Facevo il manager della Feltrinelli (e fondai Ubik), poi ho rinunciato alla carriera: adesso lavoro in edicola 16 ore al giorno»

corriere. della sera. 

«Aprire un'edicola mi è sembrato il modo migliore per abitare il reale in un mondo divenuto virtuale». Carbini era assistente di Romano Montroni, che per 38 anni aveva diretto le Librerie: «Mi cercò per tutta Milano con il taxi»
  

 il ritratto della gentilezza. A una bimba spiega come procurarsi le macchinine Hot Wheels: «No, piccola, mi spiace, non le tengo. Prova alla stazione del metrò». A un cliente dice: «Entra, prenditi il resto». Andrea Carbini ha appena venduto un’altra copia del Corriere della Sera e in questo momento non ha tempo per la cassa: deve stare fuori dal chiosco ad allineare sul bancone le pile di giornali. Vedere in azione questo edicolante milanese, all’angolo fra via Plinio e via Morgagni, allarga il cuore. Non c’è chi fatturi quanto lui. Si sveglia alle 4.30, alza la serranda alle 5.45, finisce alle 21, «quando va bene». Orario continuato, sette giorni su sette, 365 giorni l’anno: «Nelle sei festività in cui i quotidiani non escono, apro lo stesso, però arrivo alle 8.30». Nessuno che gli dia il cambio. Ferie mai.

Carbini potrebbe vendere ghiaccioli in Alaska. Ci riesce perché per una vita ha piazzato libri, articoli notoriamente meno richiesti di quotidiani e periodici, che già non se la passano bene. Era un apprezzato manager della Feltrinelli, con tanto di laurea in filosofia. Poi ha creato la catena Ubik, oggi arrivata a oltre 180 librerie. Di punto in bianco ha deciso di rinunciare alla carriera e di rilevare questa azienda che misura appena 6 metri per 3. È accaduto nel 2020 e non se n’è mai pentito. Davanti al suo baracchino, una ressa continua, con lui che elargisce affetto («salutami la mamma»), regala complimenti («ti vedo abbronzata, torni dalle vacanze?»), canzona gli indiscreti («uè, ma che ti frega se ho un buco nel maglione, sarai mica Armani?»). 

Che cos’è stato? Un colpo di testa?
«Per nulla. Tutto è nato da Quisco, dallo spagnolo quiosco, edicola. Doveva essere una catena in franchising. Una mia idea: edicole mobili per rimpiazzare quelle defunte. Iniziai con due motofurgoni Ape e alcuni collaboratori. Ma nel momento sbagliato: 19 dicembre 2019».

Subito dopo arrivò il Covid.
«Fu lo stesso entusiasmante. La gente mi aspettava dai balconi. Code infinite. Un signore mi chiese: “Fa anche il vaccino?”. Ma non trovai gli sponsor giusti per lanciare Quisco su scala nazionale. Così ripiegai su questa edicola fissa in zona corso Buenos Aires. Esiste dal 1926, sa?».

Perché lasciò una casa editrice?
«Se n’era andato Romano Montroni, l’uomo che per 38 anni ha diretto le librerie Feltrinelli. Fu lui ad assumermi. Dopo il colloquio, si perse il mio curriculum, come racconta nella sua autobiografia Libraio per caso, pubblicata da Marsilio. In taxi fece il giro di tutte le librerie cooperative universitarie di Milano, sino a rintracciarmi in quella dove la domenica veniva a fare acquisti anche Roberto Calasso, l’editore di Adelphi. Mi prese come suo assistente».

Uscito da Feltrinelli, fondò Ubik.
«Prim’ancora Fastbook. Ubik introdusse un principio molto evoluto: servire una catena di librerie attraverso un solo grossista. Le diedi il nome del romanzo distopico di Philip Dick. In realtà, avevo letto che secondo Umberto Eco un brand di successo doveva avere solo quattro lettere: Sony, Nike, Dior... Meglio ancora se con un grafema alieno. E quale più della “k”? La designer Daniela Rossi fece di meglio: rovesciò la “i”. Divenne un marchio inconfondibile».

Qual è il primo giornale che ha tenuto fra le mani da bambino?
«Il Corriere della Sera. In casa entrava solo quello. Mi ci appassionai a 14 anni, nel periodo segnato dallo scandalo della P2, quando, su pressione del presidente Sandro Pertini, a Franco Di Bella subentrò come direttore Alberto Cavallari».

Perché ha scelto un mestiere, l’edicolante, considerato in via di estinzione?
«Mi è sembrato il modo migliore per abitare il reale in un mondo divenuto virtuale. Il che significa vivere il freddo, il caldo, la pioggia, il vento. Abiti il reale se crei un rapporto con la comunità che ti circonda. Sto qui 16 ore al giorno, faccio una vita di strada. È una grande scuola. Per un giovane sarebbe più educativa del liceo. Toccare i giornali è fondamentale per la formazione di un essere umano».

D’inverno è riscaldato questo chiosco?
«No, e neppure rinfrescato d’estate. Gli sbalzi termici mi farebbero male».

Dev’essere un inferno a Ferragosto.
«Fu peggio quando ebbi una malattia molto seria. Venivo a lavorare lo stesso. Lì ho toccato con mano che cos’è la solidarietà. Una famiglia tutte le sere si presentava con un pasto caldo: non ne avevo bisogno, perché so cucinare da solo, ho la schiscetta. Però mi ha commosso. Non dimenticherò mai una persona che pregava per la mia guarigione. Ancora oggi tutti i giorni mi porta le brioche».

Quante testate ci sono qui dentro?
«Circa 500. Farcele stare è una fatica tremenda. Ogni mattina devo movimentare a forza di braccia metà edicola».

Soffrono di più i libri o i giornali?
«La stampa sta attraversando il deserto, insieme con le tv. L’editoria libraria lo ha già attraversato. Le vendite dei quotidiani sono in caduta libera, torneranno ai livelli anteriori al boom economico. Di conseguenza, la pubblicità migra verso il digitale, perché i lettori stanno lì, sulla Rete. L’algoritmo oggi è il pastore dell’essere, per usare un’espressione di Martin Heidegger: gli cedi i tuoi dati e lui ti viene a cercare per venderti qualcosa. Ovvio, alle aziende interessa di più un mezzo che targetizza, brutta parola».

Pure lei sta su Instagram e Facebook.
«Ci starò per poco. Ho voluto lasciare un suggerimento di vita ai giovani: facciamoci il c... ma almeno divertiamoci».

Leggo che ha arruolato un «content creator e creativo multidisciplinare».
«Macché arruolato! È Tudor Laurini, un blogger. Ha lo studio qui vicino. Lo chiamano Klaus. Mi faceva la posta da tempo per filmarmi. Mi tempestava di domande. Guarda che io non voglio comparire sui social, lo dissuadevo. Poi ho visto che le fanciulle lo riconoscevano per strada: Klaus di qui, Klaus di là. Alla fine ho ceduto. Intelligente e simpatico. Penso che ripeterò l’esperimento. Voglio spiegare ai ragazzi come si disegna un menabò e come si legge un giornale».

Per l’edicola c’è futuro?
«No, se la rendi un luogo passivo, dove accetti di smerciare gadget, snack, fiori. Dicono che in 20 anni i punti vendita siano scesi da 35.000 a 20.000. Secondo me, togliendo quelli che fungono da biglietterie per bus e ritiro di pacchi Amazon, sono molti meno. Ma per chi sa selezionare e creare un proprio pubblico, spazio ce ne sarà sempre, e tanto. Altrimenti perché mi farei arrivare persino il mensile francese Philosophie Magazine, che tra gli insegnanti va via come il pane?».

Ha una ricetta anche per noi scribi?
«I giornali d’inchiesta, che spiegano, che controllano il potere, che orientano, che aprono finestre sul mondo, che sanno fare sintesi, che dialogano con i lettori non moriranno mai. Voi però usate un linguaggio che non attrae i giovani. Loro hanno capito che per affrontare l’intelligenza artificiale hai bisogno di categorie logiche e filosofiche, sennò quella roba lì ti macina. Io sono mentalmente cambiato da quando faccio questo lavoro, adesso sono un uomo del tutto diverso».

Vogliamo parlare dei costi industriali di un giornale stampato in tipografia?
«Ha ragione, sono diventati insostenibili. Il Pdf, invece, lo stampo gratis dal mio pc. Ma questi sono anche i costi della democrazia. Che Paese saremmo senza le edicole? Glielo dico io: una selva di tribù che si accapigliano sul web. Uno dei motivi di deterioramento della politica è proprio la crisi della carta stampata».

Quanti clienti ha?
«Almeno 400 al giorno. Il sabato e la domenica possono arrivare a 1.500».

Li attira persino con la musica, sento.
«Nella colonna sonora del mio chiosco ci sono sempre Mozart e i Concerti brandeburghesi di Bach. Anche quelli per clavicembalo. Mi mettono gioia».

Le è capitato di non esporre, di tenere sotto il banco, una testata che disprezza?
«No. Detesto le censure ideologiche».

Molti suoi colleghi salvavano il bilancio mensile con i periodici hard, ma ora il porno arriva a domicilio con Internet.
«Schifezze qui non ne tengo, ho deciso a priori di rifiutarle. Pertanto, non so neppure se quei giornaletti escano ancora».

Mai pentito d’aver mollato Feltrinelli?
«No, ci mancherebbe altro. Lei si chiederà: ma chi te lo ha fatto fare?».

Mi legge nel pensiero.
«La curiosità. All’alba non vedo l’ora di venire qui, perché so che mi attende una scommessa e incontrerò tantissime persone interessanti. Serve una grande disciplina per affrontare una vita così».

Non ha paura della fauna notturna?
«No. Il bar qui accanto chiude alle 2, funge da deterrente».

Quando lavoravo a Milano, i giornali me li portava a casa un giovane edicolante di piazza Esquilino, che studiava ingegneria meccanica. All’alba del 4 gennaio 1999 fu ucciso nel suo chiosco.
«Ricordo. Lo scorso novembre ho subìto anch’io una rapina, però piccola».

Le ultime ferie quando sono state?
«Non lo ricordo, giuro. Tra Basilicata e Calabria, mi pare, dal lunedì al venerdì. Allora avevo dei collaboratori, me lo potevo permettere».

La salute non ne risente?
«Mi mantengo in forma con le flessioni dentro l’edicola, 100 al giorno».

Tempo per leggere gliene avanza?
«Un’ora e mezza la sera, prima di addormentarmi. Alle 23.30 crollo».

Un giorno avrà diritto alla pensione?
«Che cosa triste, la pensione, non voglio andarci. Ho tre figli da affiancare nelle loro avventure. Trasmetterò la mia testimonianza ai giovani, ma non rimarrò qui a vita. Il mio ciclo sta finendo».

23.5.26

Le edicole che chiudono: stiamo perdendo più di un chiosco !

ogni tanto. un po'. di nostalgia. canaglia c'è ed è un piangersi addosso ma non solo

da 


Annalisa Lo Monaco



Dietro la scomparsa di questi piccoli presidi culturali si nasconde un cambiamento più profondo nel modo in cui ci informiamo, pensiamo e parliamo.
Leggere un articolo di giornale, quello vero, con un inizio, uno sviluppo e una conclusione, richiede un tipo di attenzione che stiamo disimparando. Non è solo questione di "informarsi meglio": è un esercizio cognitivo.
Seguire un ragionamento articolato, collegare cause ed effetti, trattenere informazioni mentre se ne acquisiscono di nuove, allena la memoria e la capacità di pensiero critico.
Quando ci limitiamo ai titoli, il cervello smette di fare questo lavoro. E come un muscolo che non si usa, si indebolisce.
C'è un altro effetto, meno discusso: l'impoverimento del linguaggio. I giornali, anche se non sempre e non tutti, usano un italiano più ricco, più strutturato di quello dei post e dei messaggi. Sinonimi, frasi articolate, costruzioni complesse che, non leggendo più smettiamo di usare.
Il risultato? Parliamo e scriviamo in modo più povero per mancanza di alternative. Il vocabolario si restringe, e con esso la capacità di esprimere pensieri articolati. Perché se non hai le parole per un concetto, farai fatica anche a pensarlo.
Non è questione di età, sarebbe facile puntare il dito contro i giovani "sempre attaccati al telefono", ma anche chi è cresciuto con i giornali cartacei ha, nel tempo, abbandonato l'abitudine alla lettura approfondita, sedotto dalla comodità dei social.
La differenza è che i più giovani non hanno mai sviluppato l'abitudine alla lettura di un intero articolo perché il contesto in cui sono cresciuti non la richiedeva né la consigliava.
Cosa possiamo fare:
Non si tratta di demonizzare il digitale o rimpiangere un passato, si tratta di riconoscere cosa stiamo perdendo e decidere se vogliamo recuperarlo.
Qualche spunto:
* Abboniamoci a una testata, leggiamola e commentiamo gli artt con amici e familiari.
* Regaliamo abbonamenti a riviste ai più giovani. Sarà un modo per aprire finestre su mondi che non cercherebbero da soli.
* Sostieniamo le edicole rimaste, sono importanti tanto quanto le librerie.
* Ritagliamoci momenti di lettura senza distrazioni con il telefono in un'altra stanza e silenziato!
E ricordiamo che un’edicola che chiude annuncia che un certo mondo fatto di curiosità e approfondimento sta sparendo e con loro un pezzo della nostra storia!
Ma comprare il quotidiano, sedermi al bar per un caffè, sfogliare pagine fruscianti, leggere tutti i titoli e poi con calma i vari articoli, resterà sempre per me un piacere irrinunciabile!

9.5.25

«Riscoprire la carta e il suo profumo» «Valorizzare i prodotti editoriali»


unione  sara del 9\5\2025
.





I racconti e le esperienze condivise degli edicolanti esprimono la passione per un mestiere antico. Il loro ruolo resta immutato, accanto alla gente: persone pronte a regalare una parola di conforto o di confronto. «Ho iniziato questa attività quattordici anni fa. La mia edicola si trova a Cagliari davanti all’Ospedale di via Is mirrionis, il Santissima Trinità. Appartiene a un quartiere popolare che abbraccia il presidio ospedaliero e, di certo, i pazienti, i loro familiari, oltre che chi abita nella zona», racconta l’edicolante Roberta Murru, parlando del suo mestiere, di cui apprezza, soprattutto, il contatto con le persone.
«Porsi in ascolto di ciò che il cliente vuole condividere è fondamentale nella nostra professione. Non solo verso la clientela abituale ma anche nei confronti di quella di passaggio», continua. L’edicola è, davvero, uno spazio in cui ritrovarsi, confidarsi, persino. La gente deve riscoprire il profumo della carta: «Bisogna puntare sui giovani che possono apprezzare il rapporto umano che si crea ancora nelle edicole e che, invece, si perde nei meandri della rete telematica».
Un racconto di profonda empatia quello descritto dall’edicolante di Cagliari che riceve affetto e fiducia dai suoi clienti. La risoluzione delle criticità che colpiscono il settore necessita di piccoli passi e riconoscimenti: «Spero in un aiuto da parte delle istituzioni per far rinascere le edicole che si confermano molto importanti per i quartieri». Roberta Murru auspica come molti suoi colleghi uno stravolgimento del contratto nazionale che possa dare nuova linfa al mestiere. «Sarebbe utile promuovere una corsia preferenziale dei prodotti editoriali rispetto alle vendite nei supermercati, per esempio. Nella grande distribuzione i giornali, spesso, sono riposti in un angolo e dopo una veloce lettura sono lasciati negli scaffali a loro destinati. Le nostre edicole sono tanto di più».



31.1.25

A 19 anni compra un'edicola contro lo spopolamento dell'Appennino modenese ,Gli insulti e le minacce a Francesca Santolini per il libro “Ecofascisti”: «Cercano un bersaglio per la loro rabbia. Dopo quanto diremo basta? ,




 da msn.it   


Farneta di Montefiorino un piccolo comune dell’Appennino modenese, ha riacquistato un’importante risorsa per la comunità: l’edicola.
Grazie all'intraprendenza di Giulia Piras, una giovane di soli 19 anni, ( per fosse  interessato trovagte un intervista  servizio  su  di  lei su  tgcom24   ) gestire un’attività tutta sua, dimostrando che anche nei luoghi più isolati è possibile fare impresa e contribuire al benessere della comunità.
Una scelta controcorrente la  sua
In un’epoca in cui molti giovani scelgono di trasferirsi nelle città per cercare opportunità lavorative, Giulia ha fatto una scelta controcorrente. “Tutti vanno in città, io resto qui” ha dichiarato in un’intervista a Tgcom24. Questa affermazione non è solo un modo di dire, ma un vero e proprio manifesto della sua volontà di rimanere legata alle radici e al territorio. La sua decisione di aprire l’edicola rappresenta un atto di coraggio e determinazione, un segnale di speranza per le zone montane che stanno affrontando il problema dello spopolamento.
Un punto di riferimento per la comunità
La presenza di un’edicola non è solo una questione commerciale; è un elemento fondamentale per la vita sociale di un paese soprattutto  nei  piccoli borghi   e  paesi  . L’edicola di Giulia non offre solo giornali e riviste, ma diventa anche un luogo di incontro per gli abitanti di Farneta. Qui, le persone possono scambiare opinioni, condividere notizie e mantenere vive le tradizioni locali. Giulia ha saputo creare un ambiente accogliente, dove ogni cliente si sente parte di una comunità. La sua iniziativa ha già attirato l’attenzione di molti, contribuendo a rivitalizzare l’intera area.
Un esempio da seguire
La storia di Giulia Piras è un esempio di come la passione e la determinazione possano fare la differenza. In un periodo in cui le aree montane sono spesso trascurate, la sua iniziativa rappresenta un modello per altri giovani imprenditori. La sua edicola non è solo un’attività commerciale, ma un simbolo di resistenza e speranza per il futuro delle comunità montane. Giulia dimostra che è possibile investire nel proprio territorio, creando opportunità e contribuendo al benessere collettivo. Infatti
Solo da pochi giorni sono ricomparsi i giornali e per Farneta, questa piccola località appenninica in territorio di Montefiorino, sotto il monte Modino, è stato come allargare l’orizzonte del mondo. La vecchia attività di edicola sul finire del 2024 era stata messa in vendita dalla titolare. Ora però, grazie alla determinazione ed alla tenace volontà di una giovane proveniente da La Ca’ di Cerredolo in comune di Toano nel Reggiano, Giulia Piras, appena 19 anni, la vendita dei giornali è ripresa e questo piccolo negozio di appena 18 metri quadri è tornato ad essere punto catalizzatore per i poco più di duecento abitanti della frazione e per gli avventori di passaggio che quotidianamente devono percorrere la strada Comunale per Romanoro, dove affaccia l’edicola, la seconda della gloriosa cittadina già sede della Repubblica partigiana di Montefiorino.


Giulia come è nata la decisione di dedicarsi a questa attività?

"Mi sono diplomata l’anno scorso presso l’Istituto Tecnico per geometri di Castelnuovo ne’ Monti. Da mesi stavo cercando un lavoro che mi interessasse, quando mia madre mi disse che qui a Farneta stavano chiudendo l’edicola. Mi sono detta, perché non rilevarla? Non era proprio nei miei piani e non avrei mai pensato di dedicarmi a questo, ma poi l’ho presa sul serio perché fin da piccola ho sempre sognato di avere una mia piccola attività. Così mi sono recata dalla proprietaria per comunicarle che ero interessata. Da quel giorno è iniziato tutto il procedimento burocratico che c’è dietro a questa avventura professionale e mi sono buttata".

Ha incontrato difficoltà? Ricevuto aiuti?

"Non è facile aprire un’attività e ho fatto molte valutazioni. Non mi sono buttata a caso e non ho aperto senza sapere cosa c’è dietro pensando – come qualcuno potrebbe dire – che avendo io 19 ani l’ho fatto perché mi piaceva e basta. Ho valutato attentamente i rischi legati a questa attività e logicamente non vendo solo giornali. Perciò accanto alla attività di edicola, ho giochi, trucchi, bigiotteria, saponeria, cartoleria una gamma ampia di prodotti, che comprendono anche abbigliamento e articoli da regalo".



Quando ha aperto?

"Il 21 dicembre, ma i giornali mi sono arrivati martedì della scorsa settimana. I primi giorni è stato sempre pieno perché eravamo nel periodo natalizio. Dopo c’è stato un calo, ma ora che sono arrivati i giornali l’attività è ripresa notevolmente. Oggi tutti i giorni con la vendita dei giornali c’è una clientela fissa, che difficilmente è raro compri solo il giornale".

Si vendono giornali?

"La vendita è buona e penso, anzi che se ne vendano più in un paesino come Farneta che in altri posti. L’età media è più alta e i giornali vanno molto. Quando la vecchia proprietaria ha detto che avrebbe chiuso erano tutti disperati perché molti non hanno l’auto e non possono recarsi ogni giorno ad acquistare il giornale".

Soddisfatta di questa scelta? La gratifica?

"La cosa più bella di questo lavoro sono le soddisfazioni che possono dare i clienti, perché - a differenza della città - con il cliente si chiacchiera e si crea un rapporto personale di amicizia e comunità".


......
 
 Open.

Gli insulti e le minacce a Francesca Santolini per il libro “Ecofascisti”: «Cercano un bersaglio per la loro rabbia. Dopo quanto diremo basta? 



La decontestualizzazione su giornali e social media   Inizia tutto proprio con l’uscita di Ecofascisti,  (  foto  a  destra  ) 
edito da Einaudi e pubblicato il 23 aprile dello scorso anno. Il saggio, che passa in rassegna il rapporto tra ecologia ed estrema destra, viene accolto con recensioni stroncatorie sulla maggior parte dei giornali conservatori. «La lettura  suggeriva che fossero state scritte senza essere precedute dalla fastidiosa formalità di leggere il libro», scrive sardonica Santolini. Ma questo stesso meccanismo, di decontestualizzazione e estrapolazione a piacimento, si riversa elevato all’ennesima potenza sui social media.
 E in particolare dopo un video postato online in cui Santolini, ospite a una trasmissione tv, cita uno studio americano in cui vengono collegati la cultura patriarcale e la difesa dei combustibili fossili.
Gli insulti e le intimidazioni: «Segni di un tempo complicato»

«Stupida idiota senza cervello» è il più lieve degli insulti che riempiono i commenti. E poi minacce da parte di negazionisti climatici, «un incrocio tra propaganda di estrema destra, disinformazione e analfabetismo funzionale». un approccio quasi sistematico alle argomentazioni contrarie che ha portato, secondo i dati del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, a registrare 46 intimidazioni nei confronti dei giornalisti nei primi sei mesi del 2024. Ma, avverte Francesca Santolini, «le intimidazioni sono reati, ma sono anche segni di un tempo molto complicato». In cui chiunque può sfogare le sue frustrazioni o il suo disagio a discapito di qualcun altro. E allora «dopo quante shitstorm e minacce diremo basta, come individui e collettività?». Per il momento, ammette la giornalista, c’è solo l’opzione della denuncia.





13.3.20

perchè i tabacchi e le edicole si e le librerie no ?

  passando  a  fare la  spesa  , uno  di pochi momenti liberi   della  quarantena  ,    ho visto  la  libreria    chiusa  .  ed  è  iniziato  la  mia  elucubrazione   sega  mentale     \  complottista ( perchè  bene  o  male      complottisti     chi più   che meno  lo siamo un po'  tutti     che  esprimiamo un dubbio  o mettiamo in discussione le  teorie  ufficiali  ma  moti superano il labile confine  fra  prove    diverse \  altyernative  da quelle  ufficiali    sconfinando nelle  panzane  \  fake  news  )    che  si voglia  favorire  : 1) l'incultura  ., 2) la  cultura  di massa  ed  omologante     a  scapito di quella  libera  e  pura  .  Questo   articolo   di  Simonetta  Fiori   su repubblica  d'oggi    mi  ha  dato  la  conferma  

Virus, la rivolta delle librerie

Il decreto di chiusura scatena la rabbia del settore: “Leggere è essenziale per chi resta in casa. Perché le tabaccherie restano aperte e noi no?”

                                   di SIMONETTA FIORI12 marzo 2020


Una libreria aperta nel centro di Genova,
nonostante l'allarme virus, lo scorso 11 marzo 
Ma allora il libro non è un bene necessario? La cura dell’anima non vale quanto quella della persona? Va bene che c’è la pandemia, va bene che la salute della collettività viene prima di ogni cosa. Ma perché lasciare aperte le profumerie o le tintorie e per le librerie saracinesche abbassate? I librai questa volta protestano. «Anche perché il nuovo provvedimento è arrivato come una doccia scozzese, dopo le speranze coltivate in questi giorni», dice Maria Laterza, titolare della centenaria libreria di Bari. «Avevamo deciso di restare aperti, come una prova di testimonianza civile. Poche ore al giorno, e il trasposto a casa dei libri scelti al telefono dai lettori. Perché impedire anche questo? Se è possibile farlo per le pietanze, perché non per la lettura?».
Una giornata faticosa, quella di ieri, tra vorticosi scambi di mail tra librai spiazzati dal nuovo provvedimento restrittivo. Anche Paolo Ambrosini, presidente dell’Associazione dei Librai, ritiene arbitraria la scelta del governo. «È chiaro che siamo in una situazione di emergenza, e che questo richiede senso di responsabilità da parte di tutti. Ma è molto singolare che restino aperti i negozi che forniscono il cibo per i cani e non le librerie: penso che si sia trattato di un errore, peraltro comprensibile nella gravità del momento».
Ambrosini ha una libreria a San Bonifacio, in provincia di Verona, e tocca con mano la drammaticità della pandemia. «Noi non chiediamo la riapertura, ma il servizio a domicilio sì. I librai sono stati costretti a rinunciarvi dopo un brevissimo esperimento che si è rivelato fortunato». Poi la provocazione, dettata dalla ferita sanguinante: «Ma se il governo ha deciso che i libri non sono necessari, perché non fermare anche Amazon? Nella preparazione dei pacchi e nella consegna dei libri, i rischi sono gli stessi». Amazon, ossia il nuovo paradiso per i lettori reclusi a casa. E una beffa per i librai indipendenti, spesso costretti a chiudere proprio dal gigante di Jeff Bezos.
Insieme alla grande distribuzione, ossia i supermercati, Amazon e le piattaforme online sono i grandi beneficiari del coronavirus. «Le vendite nelle librerie digitali sono aumentate ben oltre il cinquanta per cento», dice Filippo Guglielmone, responsabile commerciale di tutti i marchi Mondadori, il primo gruppo italiano. Se Guglielmone si tiene basso, Luca Domeniconi parla esplicitamente di raddoppio. «Gli ordini sono aumentati del cento per cento», dice il direttore commerciale di Ibs, la più importante libreria online (di proprietà Feltrinelli e Messaggerie). «È evidente che non riusciamo a essere puntualissimi nella consegna, ma nel giro di qualche giorno riusciamo a raggiungere tutte le case degli italiani».
Per loro come per Amazon, la distribuzione dei libri continua, mentre per le librerie indipendenti viene sospesa fino al 26 marzo, giorno di riapertura. «Non potevano fare diversamente», dice Guglielmone. «Noi portiano i libri dove sappiamo che ci sia la possibilità di venderli». Le novità editoriali saltano per tutti. Le nuove uscite di metà marzo slittano alla fine del mese e alla prima settimana di aprile. Ma per le piattaforme digitali continua il rifornimento dei titoli che invece viene interrotto per le librerie indipendenti.
Eppure le iniziative porta a porta degli indi hanno avuto un grande successo. «Era l’alternativa calda e affettuosa all’algido servizio reso da Amazon», dice Maria Laterza, che è riuscita ad attivare la distribuzione a domicilio solo per una giornata. La libreria per ragazzi Tuttestorie ha ricevuto ordini da una famiglia di Codogno che la scorsa estate ha trascorso le vacanze a Cagliari: «Per intrattenere i bambini a casa», hanno detto alle libraie. Anche Fabrizio Piazza della libreria Modusvivendi racconta il suo viaggio attraverso Palermo con una vecchia valigia coloniale carica di libri destinati ai lettori. «Funziona così. Il cliente chiama e ci descrive i suoi gusti. Spetta a noi selezionare una scelta di libri che possa essere di suo gradimento. Per una spesa minima di sessanta euro portiamo la valigia dei sogni a casa. Ora però è tutto sospeso. Dobbiamo capire se siamo ancora autorizzati a farlo». Prima che arrivi la fine del mondo, aggiunge Piazza.
Solo in un romanzo distopico si può immaginare la distribuzione dei libri con guanti e mascherine bianche. «Ma chi può impedirlo?», interviene Romano Montroni, storico libraio e presidente del Centro per il Libro. «Nel decreto del governo non è scritto che sia vietato farlo. Le librerie possono rimanere chiuse. Però si attiva un telefono parlante che ascolti le richieste dei lettori e suggerisca titoli avvincenti. Poi si confezionano i pacchi e si portano a domicilio, anche in bicicletta. Che male c’è?».
Nel segno della speranza s’era aperto l’anno per le librerie, con la nuova legge sulla promozione del libro che tutela i loro diritti. Poi la tragedia del coronavirus, mitigata dalla illusione che gli arresti domiciliari potessero favorire la lettura. Infine la notte fonda della chiusura, con l’impossibilità del servizio a casa. «Però dalle crisi più nere possono scaturire nuove idee», dice Maria Laterza. «Stanno nascendo anche al Sud nuove solidarietà tra le librerie indipendenti alle quali potremo dare un assetto più organizzato».
Parevano traversie, sono opportunità. Una curiosità. Tra i favoriti degli italiani, oltre La Peste di Camus e Cecità di Saramago, Spillover di David Quammen, dedicato ai cacciatori di virus. Pubblicato tempo fa da Adelphi, viene riproposto con fascetta aggiornata alla nuova peste. Più che evasione, i lettori cercano un’immersione riflessiva nella pandemia. Nella speranza di sconfiggerla, con le armi della comprensione. Il libro bene necessario o superfluo? «Spero che la presidenza del consiglio ascolti il nostro appello», conclude il presidente dei librai Ambrosini.

La storia di Andrea Carbini: «Facevo il manager della Feltrinelli (e fondai Ubik), poi ho rinunciato alla carriera: adesso lavoro in edicola 16 ore al giorno»

corriere. della sera.  «Aprire un'edicola mi è sembrato il modo migliore per abitare il reale in un mondo divenuto virtuale». Carbini er...