con questa canzone ( mia dolce rivoluzionaria ) di cui ho riportato. sopra alcune strofe alla polemica che si creo sempre al concertone del primo. maggio quando cambiarono alcune strofe qui le due versioni a confronto Contessa di Paolo Pietrangeli canzone storica del nostro paese
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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2.5.26
c'e cover e cover. ., c'e riadattamento ed. riadattamento il caso. di bella ciao al concerto del 1 maggio 2026
con questa canzone ( mia dolce rivoluzionaria ) di cui ho riportato. sopra alcune strofe alla polemica che si creo sempre al concertone del primo. maggio quando cambiarono alcune strofe qui le due versioni a confronto Contessa di Paolo Pietrangeli canzone storica del nostro paese
14.3.25
Se non riusciamo a riconoscere e a onorare una vittima della violenza politica e dopo mezzo secolo non abbiamo pietà e rispetto di un ragazzo, allora il fascismo che lo abbiamo buttato giù a fare?
Ieri il ministro Valditara – azzeccandone una alla faccia dei bookmaker - ha scoperto una targa sulla facciata della sua scuola. È molto semplice, senza la retorica di parte di cui sarebbe stato facile e forse anche legittimo se si vuole ricordare a senso unico gonfiarla. Dice che Ramelli era uno studente di quell’istituto e che fu ucciso per le sue idee. Ma contro quella targa c’è stata una raccolta di firme e c’è stato un presidio che urlava “Via i fascisti dalla scuola”.
Ora mi chiedo visto che il mese prossimo festeggeremo, il 25 aprile , ovvero la Liberazione da un regime totalitario che oltre agli oppositori schiacciò la libertà di pensiero e di espressione. Se non riusciamo a riconoscere e a onorare una vittima dell’intolleranza a meno che non la pensi esattamente come noi, se dopo mezzo secolo non abbiamo pietà e rispetto di un ragazzo, allora il fascismo che lo abbiamo buttato giù a fare?
24.4.23
Don Pozzi, il partigiano di Dio che mise in salvo gli ebrei
stavo cercando storie da raccontare anziché riportare i soliti pipponi non basta quando ce ne saranno nella settimana della memoria ed ho trovato questa
https://www.avvenire.it/agora/pagine/ del 11 febbraio 2023
Gianni Santamaria

La rete da cui passavano gli ebrei a Clivio - Archivio Comune di Clivio

Don Gilberto Pozzi - Archivio Comune di Clivio
«Questa è una storia di finanzieri, di sacerdoti, di gente comune e di fuggiaschi. Una storia di perseguitati, di spie, di delatori, ma anche un racconto di grande solidarietà. Quell’autunno del 1943, a Clivio, accaddero molte cose: pedinamenti, rapporti segreti, arresti e scelte determinanti nell’Italia divisa in due dopo l’8 settembre ». Già l’incipit del volume di Gerardo Severino e Vincenzo Grienti, Il partigiano di Dio. Don Gilberto Pozzi, lo Schindler di Clivio (San Paolo, pagine 187, euro18, 00), mette sul piatto tutti i protagonisti, i luoghi, i tempi e i pericoli della vicenda che vide una rete di benefattori (nel senso letterale del termine) mettere in salvo chi era in pericolo: migliaia di perseguitati dal nazifascismo, tra i quali moltissimi ebrei. I sacerdoti protagonisti sono tanti. Oltre alla figura eroica del parroco di Clivio, alla quale il volume è dedicato, sono ricordati anche gli altri “prevosti” della Valceresio, al confine tra Italia e Svizzera, che si spesero per il bene in tempi di male assoluto: don Gioacchino Brambilla di Viggiù e don Giovanni Bolgeri di Saltrio. «Il prete in un paese è come una scintilla, può accendere un paese. Se il prete se ne fa promotore, i buoni propositi diventano un’opera», ricorda nella prefazione l’arcivescovo di Milano Mario Delpini.
Il libro sottolinea a più riprese il contributo dei cattolici nella lotta al nazifascismo, con laici e sacerdoti, alla don Pozzi , i quali «svolsero diversi ruoli nella Resistenza. Furono fonte d’ispirazione per i giovani saliti in montagna fino a diventare essi stessi comandanti di formazioni partigiane», scrivono gli autori ricordando i casi di don Antonio Milesi nella Bergamasca, don Vittorio Bonomelli nel Bresciano, Arndt Paul Richard Lauritzen, frate di origine nordica che prese il nome di battaglia di “Paolo il Danese”, e don Domenico Orlandini, fondatore delle Fiamme Verdi reggiane. A far nascere l’Italia democratica essenziale fu poi il contributo, spesso trascurato dalla storiografia, degli Internati militari in Germania (Imi) e della cosiddetta “resistenza con le stellette” nei vari corpi armati. Don Pozzi, nato a Busto Arsizio nel 1878, era divenuto parroco della località del Varesotto nei primi del Novecento e vi restò fino alla morte, avvenuta nel 1963. Da subito si era messo a fianco della gente, soprattutto dei più poveri e delle famiglie colpite dai lutti nella Grande Guerra. Si era anche adoperato per le madri svizzere che, per colpa di politiche economiche restrittive della Confederazione, furono costrette ad abbandonare i figli minori appena al di là della frontiera, in territorio italiano. Aveva anche organizzato opere sociali ed educative, venendo così in contrasto con i socialisti e gli anarchici del luogo, molto radicati, che lo vedevano come un pericoloso concorrente nella conquista della gioventù. Dopo il 1938 don Pozzi si era apertamente schierato contro le leggi razziali, finendo nel mirino dei fascisti. E agì per seguire la sua coscienza e il Vangelo. Nel 1943 il sacerdote fu, dunque, tra i promotori della cellula di Clivio dell’organizzazione Oscar, acronimo che stava per “Opera scoutistica (aggettivo poi sostituito per prudenza con soccorso) cattolica aiuto ai rifugiati”. La rete clandestina era strettamente legata al celebre gruppo scout delle Aquile Randagie, del quale fecero parte personalità come don Giovanni Barbareschi e numerosi altri sacerdoti, nonché il “ribelle per amore” Teresio Olivelli. Il sodalizio ebbe il sostegno dell’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster e del vescovo di Lugano Angelo Giuseppe Jelmini. Grazie ad esso si realizzarono oltre 2mila espatri clandestini. Don Pozzi, sempre nel mirino, fini nel carcere milanese di San Vittore, dopo essere stato catturato dalla Guardia nazionale repubblicana e la sua casa perquisita dalla famigerata legione armata “Ettore Muti”. Sarebbe finito in un lager, se non fosse stato scarcerato per intercessione di Schuster.

Il maresciallo della Finanza Luigi Cortile - Archivio Comune di Clivio
Sorte che invece non fu risparmiata al maresciallo delle Fiamme Gialle Luigi Cortile morto nel 1945 nel campo di concentramento austriaco di Mauthausen-Melk a soli 47 anni. A questa figura, che si prodigò con don Pozzi nell’aiuto agli ebrei, il colonnello Severino, direttore del Museo storico della Guardia di Finanza, ha già dedicato il libro Il buon doganiere di Clivio. Nell’opera di resistenza, infatti, si impegnarono molti dei finanzieri operanti vicino alla frontiera elvetica, terra di traffici, spesso non puliti, e “spalloni”. Protagonista degli atti di quotidiano eroismo fu anche la gente comune, rappresentata da Nellina Molinari e Giuseppina Panzica. Quest’ultima aveva messo a disposizione dei fuggitivi la sua casa di Ponte Chiasso e per questo è finita Ravensbrück, campo al quale è fortunatamente sopravvissuta. Vicenda che sempre Severino ha ricostruito in un altro volume insieme a Grienti, che è un giornalista di Tv2000 esperto di storia e collaboratore di “Avvenire”. Cortile e Mo-linari, che è morta nel 1987, lasciando una silenziosa quanto preziosa memoria, sono stati riconosciuti lo scorso anno dallo Yad Vashem come Giusti tra le nazioni. A testimoniare per loro due famiglie ebree che hanno aiutato: i Colonna e i Ghedali. Ma sono molti altri i nuclei familiari e i singoli ebrei ricordati nel volume. A scampare in Svizzera grazie a questa cellula fu anche Giorgio Sacerdoti, allora bambino, oggi presidente della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea e autore della presentazione al volume.

La signora Nellina Molinari - Archivio Comune di Clivio
Che, dopo l’8 settembre, il tempo per passare il confine fosse poco, i “contrabbandieri del bene”, come li definiscono gli autori, lo avevano capito subito. Già dal 12 settembre i tedeschi erano arrivati a Varese, avevano intensificato i presidi territoriali e imposto la legge marziale. Allora in quel fatidico giorno si creò la fila per raggiungere il territorio elvetico. Passarono 15 ufficiali, 642 tra sottufficiali e soldati, armi, cavalli e muli del 3° Reggimento Savoia Cavalleria. Passarono politici invisi al fascismo come Edoardo Clerici, del partito popolare, e Pietro Malvestiti del Movimento guelfo d’azione, ricercati in quanto firmatari del manifesto antifascista del 26 luglio. E passarono ebrei, come l’imprenditore tedesco Luigi Wolff che si era rifugiato a Varese per sfuggire alle persecuzioni hitleriane. Purtroppo, invece, poco tempo dopo, l’8 dicembre del 1943, a causa dei respingimenti attuati in Svizzera e ai controlli più intensi al confine, nei pressi di Arzo venne respinta da finanzieri “zelanti”, altra faccia di quelli eroici, la famiglia Segre. Proprio quella dell’attuale senatrice a vita Liliana, allora tredicenne, poi scampata al lager e infaticabile testimone della memoria dello sterminio. «Senza di lei – ricordano gli autori – molti giovani non avrebbero iniziato a interessarsi della Shoah e del mondo dei campi di concentramento, verso cui uomini come don Gilberto Pozzi e il maresciallo Cortile cercavano di evitare la destinazione, spesso senza ritorno, di poveri innocenti ». Testimonianze coraggiose di attenzione all’altro in quanto essere umano, al di là di ogni inutile specificazione, che libri come questo aiutano a tenere vive. © RIPRODUZIONE RISERVATA Il parroco Pozzi, il finanziere Cortile, la signora Molinari e molti altri nel 1943 si spesero, tra mille pericoli, per gli espatri clandestini in Svizzera. Un libro ricostruisce questa vicenda di umanità e resistenza al male La chiesa parrocchiale di Clivio / WikiCommons Nella foto grande: il tratto del reticolato di confine da cui passavano gli ebrei in fuga verso la Svizzera In basso, da sinistra a destra: don Gilberto Pozzi, Nellina Molinari e il maresciallo Luigi Cortile / Archivio Comune di Clivio
17.4.22
Lea Schiavi torna a casa: la reporter antifascista celebrata finalmente in patria
Un altro avvenimentoi dopo l'iniziativa fatta Il 25 Aprile 2021 l'amministrazione comunale di
Lea con alcuni colleghi
Lea con lo scrittore Guelfo Civinini (a sinistra)
Massimo Novelli, nato a Torino nel 1955, per oltre vent’anni giornalista e inviato di Repubblica, è autore di numerosi saggi

25.4.21
25 aprile | La guerra delle partigiane, la Liberazione dimenticata. “Senza di noi la Resistenza sarebbe stata impossibile. Quella battaglia serviva anche per avere gli stessi diritti degli uomini. E non è finita

Le combattenti furono 35mila, altre 20mila ebbero funzioni di supporto. E poi le migliaia di arrestate, torturate, condannate dai tribunali fascisti. Eppure il contributo delle donne nella battaglia per la libertà è stato a lungo lasciato ai margini del racconto. "Ci chiesero di non sfilare" ha raccontato tempo fa Lidia Menapace. Ilfatto.it ha intervistato 4 di loro: Mirella Alloisio, Francesca Laura Wronowski, Teresa Vergalli e Ida Valbonesi. Storie diverse, spirito comune: "La comunanza di sentimenti fra persone che non si conoscevano, ma che si riconoscevano come appartenenti alla stessa idea di umanità”
“Senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza. Abbiamo rischiato come gli uomini ma allora in tanti ci guardavano male. E il giorno della Liberazione ci chiesero di non sfilare”. Lidia Menapace, nome di battaglia Bruna, partigiana, parlamentare, pacifista, morta nel dicembre scorso a 96 anni, è stata una delle partigiane che hanno partecipato alla guerra di liberazione. E’ stata una delle più note. Ma per troppo tempo le donne della Resistenza sono state relegate nel ruolo di staffetta quasi come se quel compito non fosse rischioso quanto combattere. “Il loro contributo – spiega a ilFattoQuotidiano.it la storica Isabella Insolvibile – è stato disconosciuto. Purtroppo a volte sono stati gli stessi partigiani a non dare il giusto peso a quanto avevano fatto le donne per acconsentire la rivoluzione”. Chi conosce bene la Resistenza, tuttavia, sa che le donne ebbero un ruolo fondamentale: “Intanto – sottolinea Insolvibile – per fare la staffetta serviva un gran coraggio ma dobbiamo ricordare che alcune di loro comandarono le formazioni partigiane; altre si occuparono dei posti di cura e non poche combatterono alla pari degli uomini”. Secondo i calcoli dell’Anpi le partigiane “combattenti” furono 35mila, altre 20mila ebbero funzioni “di supporto”. Tra loro ci furono 16 medaglie d’oro e 17 medaglie d’argento al valor militare, 512 commissarie di guerra. Oltre 4600 furono arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti. Una di loro era Francesca Del Rio, nome di battaglia Mimma, staffetta della 144esima Brigata Garibaldi. I nazisti la sottoposero a indicibili torture, sevizie, mutilazioni nella caserma di Ciano d’Enza (ora nel Comune di Canossa). Eppure non disse mai i nomi dei compagni di battaglia. Riuscì a fuggire in modo rocambolesco e a raggiungere il comando partigiano. Era incinta e, dopo un parto difficile, perse il bambino. E’ morta nel 2008: due giorni fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella le ha conferito la medaglia d’oro al merito civile come “mirabile esempio di eccezionale coraggio e di straordinario impegno per i valori della libertà e della democrazia”.
Mirella Alloisio,
96 anni, ex professoressa di francese di Perugia, quella storia, che è
anche la sua, la racconta così: “Son entrata nella Resistenza perché non ne potevo più di guerre.
A 16, 17 anni, una ragazza doveva vivere perennemente con il
coprifuoco, non poteva andare a casa di un’amica. Oggi siamo travolti
dalla pandemia ma non possiamo paragonarla a quel periodo che abbiamo
vissuto: la guerra non è stata un fenomeno naturale ma è stata voluta da
Mussolini e se tutti fossero stati antifascisti non si sarebbe fatta”. In battaglia la chiamavano Olga: “Facevo parte della segreteria del Comitato regionale ligure. Avevo 17 anni.
Eravamo in tre: una compagna di 25 anni che stenografava e trascriveva
le riunioni; un ragazzo di 23 che aveva il compito di cercare le sedi
dove il Comitato si riuniva ed io che dovevo tenere i collegamenti con i
comitati di liberazione periferici. Andavo da una parte all’altra della provincia
a piedi, in treno o in tram se giravo in città. Dovevo portare le
direttive e loro mi davano altre informazioni. Bisognava essere
estremamente puntuali”. Mirella ha fatto di tutto: si è presa cura dei
feriti; è stata addestrata a sparare “anche se per fortuna non ce n’è mai stato bisogno”. “Senza le donne – sottolinea – la Resistenza non sarebbe stata possibile”.
All’inizio lei e i suoi compagni non davano nell’occhio. “Quando si
sono resi conto di chi eravamo – racconta – ad ogni arresto c’era la
tortura. Ancora oggi non ci posso pensare”.La
voce di Mirella si fa più fioca. Qualche attimo di silenzio e poi
riprende con un messaggio a chi vive l’oggi: “Durante la Resistenza
abbiamo fondato i gruppi di difesa della donna. Avevamo iniziato a
pensare al domani: all’avere gli stessi diritti degli uomini;
a poter accedere a tutte le carriere. Nel 2021 non siamo arrivati
ancora al punto che desideravamo. Ecco perché credo che ogni donna ma
anche ciascun uomo debba credere nel valore della partecipazione”.<iframe title="vimeo-player" src="https://player.vimeo.com/video/503451878" width="640" height="360" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>
E poi c’è chi come Teresa Vergalli, classe 1927, in montagna ha insegnato la storia ai partigiani. Maestra di scuola primaria di Bibbiano
non ha mai smesso, dopo la Liberazione, di raccontare quello che
avevano fatto e ancora oggi ama parlare ai bambini. Una lezione l’ha
tenuta anche questa settimana ai ragazzi della quinta primaria di Madignano (Cremona). Oggi è tra gli ospiti della maratona organizzata da Casa Cervi alla quale partecipano anche don Luigi Ciotti, Gianfranco Pagliarulo, Diego Bianchi
e tanti altri. “In questi giorni posso raccontare non tanto di me ma di
un’altra donna che ha fatto la staffetta ed è stata arrestata e
torturata per un mese dai fascisti: si chiamava Francesca Del Rio, nome di battaglia Mimma”. Martedì sera Teresa ha avuto la notizia che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella
ha conferito a Francesca la Medaglia d’oro al merito civile. “Lei è
morta nel 2008 ma io ci tenevo a questo riconoscimento. Mimma era
riuscita a fuggire nella notte dalla sua prigione ferendosi e congelandosi i piedi
al punto da non poterli più usare ma non si è mai arresa, ha voluto
continuare la sua missione nella Resistenza facendosi portare in
montagna un cavallo con il quale poteva proseguire a fare la staffetta.
E’ rimasta famosa come la partigiana a cavallo”. La maestra Vergalli riassume così il ruolo delle donne durante quegli anni: “Noi facevamo da radio, da telefono, da guardia del corpo” <iframe title="vimeo-player" src="https://player.vimeo.com/video/506168742" width="640" height="360" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>
“Ho 97 anni ma ho ancora le idee chiare. Faccio fatica a seguire tutto
quello che succede nel mondo ma ai giovani dico: state attenti, guardate
il vostro futuro perché è in pericolo. Noi abbiamo lottato per darvi un avvenire migliore. Non è successo. Serve ancora lottare”.
Ida ricorda la fratellanza e la vicinanza, l’amore che c’era per la
libertà: “La gente ci aiutava perché non voleva più la guerra. Per
arrivare al 25 aprile abbiamo trovato la forza per unirci. Oggi dobbiamo
ritrovare quello spirito. Abbiamo lottato per avere la libertà
ora dobbiamo difenderla fino in fondo”. Storie di vita che affondano le
radici in un passato che continua a essere vivo in queste donne. Tutte
sanno che ci sarà un giorno in cui non potranno più raccontare, essere
presenti in piazza, parlare ai giovani, ma ascoltandole si ha
l’impressione che si sentano ancora le ragazze di ieri.
Tutti i video fanno parte del Memoriale della Resistenza, portale dell’Anpi all’indirizzo noipartigiani.it, frutto del lavoro di raccolta di testimonianze di numerosi volontari coordinati da Laura Gnocchi e Gad Lerner. Il Memoriale è raggiungibile a questo indirizzo.
29.4.19
Libertà ,rispettare la tua non significa che puoi essere omofobo o razzista. Tanto meno fascista o neofascista
canzoni suggerite
la tua libertà - francesco Guccini
Questa democrazia - Giancarlo Cobelli
In realtà non è un problema di stupidità, ma di debolezza al sofismo. Uno dei diritti conquistati dalla Liberazione è il classico: “io ho la libertà di dire quello che penso”. Sacrosanto. Il problema è che quando quello che uno pensa è fascista/razzista/omofobo/transfobico/ecc. sembra ci si imbatta in un circolo vizioso, in un loop etico e filosofico senza uscita, se non fosse per quella benedetta saggezza contadina a cui non importa niente del sofismo e che quindi lo ara col buon senso. La tua libertà finisce dove comincia la mia. Puoi dire quello che pensi, ma nel momento in cui quello che pensi lede la mia libertà di fede, di amare chi mi pare, di vivere in quanto donna, disabile o persona di colore, allora devi tacere. E non vale dire “io ho la libertà di non voler vedere due uomini che si baciano” perché quella libertà tu ce l’hai già: sei libero di guardare dall’altra parte. Due uomini che si baciano non ti toglie la libertà di baciare una persona del sesso opposto, ma il tuo rendere la loro vita un inferno toglie loro la libertà di baciarsi. Lo stesso principio, insomma, per cui se costruisci una Sinagoga nella tua città tu puoi sempre continuare ad essere cattolico e andare in Chiesa, ma se fai l’antisemita togli alle persone la libertà di essere (o sopravvivere essendo) ebree. Questo ovviamente non l’hanno mai capito quelli della Lega, tanto che hanno proposto un bonus solo per le coppie che si sposano in Chiesa con rito cattolico. Niente bonus se sei ebreo, musulmano o ateo, niente bonus se sei gay, niente bonus se per una qualsiasi ragione in Chiesa non ti ci vuoi sposare. Ovviamente questa proposta è anticostituzionale, ma figurarsi se conoscono la Costituzione i membri (o teste di) un’armata Brancaleone che dai contadini ha ereditato le ruspe, ma non la saggezza? Nel frattempo, nella terra degli Alleati, è passata una legge che rende obbligatoria l’inclusione dell’insegnamento di tematiche Lgbt+ in tutte le scuole.La Liberazione ha portato libertà e la vera libertà crea ancora più libertà, perché questa non discrimina, abbraccia tutti. Il Fascismo si maschera da libertà di essere razzista, omofobo, transfobico, antisemita, islamofobico, sessista, per toglierla, pezzetto per pezzetto, a tutti. Il Fascismo vuole solo per se stesso la libertà di urlare ciò che annienta la libertà di tutti gli altri. No cari amici, non avete la libertà di urlarmi contro frasi omofobe o razziste o discriminatorie o di apologia fascista. L’unica libertà che avete è il silenzio. Una libertà che vi è stata concessa, per altro, da persone come nonna Femia e nonno Gastone che hanno vissuto sui monti quella giovinezza che voi passate riempiendovi la bocca di veleno e piatti regionali.
C'è solo una #nazionalità: l’#Umanità." risposta. di #LucaSignorelli alla #lega ed #vanccci. che lo #strumentlizzano per il. suo. aiuto. nel. caso di #Modena
P er giorni hanno provato a usarlo, a strumentalizzarlo, lo hanno sbandierato come l’”eroe italiano” che ferma a mani nude il criminale stra...
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ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
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iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...
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Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...


