Lo hanno gettato in un cassonetto. Due volte.Un ragazzo di 17 anni con disabilità.Non è solo un fatto di cronaca.È uno specchio della società che stiamo costruendo.
Perché quando un ragazzo viene umiliato così, non stiamo parlando soltanto di violenza fisica. Stiamo parlando di una cultura che percepisce la fragilità come debolezza, come bersaglio, come qualcosa su cui esercitare potere per sentirsi forti.Mi chiedo cosa stiamo insegnando ai nostri figli.Che chi è diverso vale meno?Che chi è più vulnerabile è il terreno perfetto per misurare la propria forza?Che
l’umiliazione è un gioco?Questo non è bullismo nel senso superficiale del termine.È disumanizzazione.E le la disumanizzazione nasce prima dei calci e dei bastoni. Nasce nelle parole, nei commenti, nelle risate, nei silenzi di chi assiste e non interviene. Nasce quando la società normalizza la crudeltà e chiama “ragazzata” ciò che invece è violenza.Il problema non sono solo i due indagati.Il problema è il clima che rende possibile tutto questo.Le persone con disabilità non sono simboli, non sono “poverini”, non sono categorie.Sono PERSONE ! E ogni volta che una persona viene umiliata così, si ferisce l’idea stessa di comunità.La civiltà si misura da come proteggiamo chi è più vulnerabile.Il silenzio non è neutralità. È una scelta.E oggi scegliere di parlare significa decidere da che parte stare.
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