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14.3.26

sport paralimpico ( paraolimpiandi ) soprattutto quello invernale per pochi ma ricco di emozioni .,


Ho letto, vedi articolo sotto, di nuovi attrezzi per lo sci paraolimpico per paralitici .
Una dimostrazione , una conferma che lo sport paraolimpico invernale in questo caso sia per pochi cioè di nicchia visti i costi per le attrezzature. Ma allo stesso tempo nonostante come tutti gli sport agonistici a rischio : corruzione, uso di mezzi illeciti (doping e simili ) , strumentalizzazioni ed uso propagandistico da parte della politica è uno sport ricco forse più di quello non paraolimpico di emozioni e passioni    come   ho  avuto modo di vedere    nei  post  precedenti   su queste paraolimpiadi . Infatti  esse  . portano con sé storie di impegno, sacrificio e passione per lo sport. La preparazione per i giochi è un viaggio che richiede dedizione e resilienza, e ogni atleta ha una storia unica da raccontare.  Il  che  fa  si      che  i Giochi Paralimpici non sono solo un evento sportivo, ma un'opportunità per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla disabilità e promuovere l'inclusione. La scelta di Milano e Cortina come sedi rappresenta un passo importante verso l'integrazione e la visibilità degli atleti paralimpici. Le storie di questi atleti e delle loro esperienze possono ispirare molti e contribuire a cambiare la percezione della disabilità nella società.
In sintesi, i Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 , come  tutte  le  altre  paraolimpiadi  , sono un palcoscenico per storie di coraggio e determinazione, che celebrano non solo le abilità atletiche, ma anche la forza dello spirito umano.


https://www.wired.it/article/monosci-tecnologia-paralimpiadi-milano-cortina/

Giovanni Cortesi
Sport paralimpici ai raggi X12.03.2026

A oltre 100 chilometri orari sulla neve, il monosci che trasforma la tecnologia e il coraggio in velocità
Nello sci alpino paralimpico gli atleti affrontano la discesa seduti su un monosci: una protesi tecnologicamente super avanzata, progettata su misura e testata come una monoposto da gara





Rene De Silvestro in azione nel quarto giorno dei Giochi paralimpici invernali Milano Cortina 2026 presso il Centro di sci alpino delle Tofane a Cortina d'AmpezzoNurPhoto/Getty Images
La tecnica, a volte, diventa strumento di libertà. È il caso dello sci alpino paralimpico con monosci, una delle discipline disputate nei Giochi invernali Milano Cortina 2026.
Atleti con gambe amputate o paralizzate che scendono a più di 110 chilometri orari in sitting, ovvero stando seduti sul cosiddetto monosci (o sit-ski). Vero gioiellino di design e tecnologia, la protesi viene usata anche dagli sciatori paralimpici italiani – e con grande successo. Il 10 marzo, infatti, il discesista e portabandiera d’apertura dei Giochi Renè De Silvestro ha conquistato l’argento in questa categoria.
Una protesi testata nella galleria del vento
“Di tutti gli sport che ho provato in carrozzina, lo sci è stato l’unico che mi ha ridato delle emozioni: ho provato l’ebbrezza della velocità”, dice Manuel Michieletto, ex vicepresidente delle Fisip (Federazione italiana sport invernali paralimpici) e atleta in diversi mondiali, che della protesi complessa se ne intende parecchio. “Le principali componenti sono sei: la seduta, il telaio, l’ammortizzatore, il piede, lo sci e il guscio”, tutti prodotti ingegneristici di alto livello. Per testarne l’aerodinamica, “la protesi viene progettata nella galleria del vento, come si fa con le vetture di Formula 1. Sono studi che permettono di guadagnare centesimi cruciali, quelli che ti fanno vincere la gara”, aggiunge Michieletto.
Uno zoom sui dettagli tech del monosci
La seduta imbottita dei monosci agonistici viene creata sul corpo dell’atleta: “Si prende il calco in gesso del bacino, la protesi diventa come una scarpa su misura”. La ragione di questa accortezza è intuibile: “Più sei aderente all’attrezzo, più questo risponde a ogni minimo movimento”, spiega Mauro Bernardi, dal 2012 insegnante di monosci a ragazzi con disabilità attraverso l’associazione Enkoyski Sport Onlus.
Poi c’è il telaio, che è composto da due parti: “Una fissa e una con dei leveraggi. È costruito in titanio, il materiale che si deforma meno e riesce a trasmettere meglio tutte le forze che si creano nella sciata direttamente sullo sci”, precisa Manuel Michieletto.
Il telaio è collegato a un ammortizzatore corredato di una molla. “È quello usato anche per le modo da cross”, chiarisce Bernardi: un elemento tecnico fondamentale, visti i salti in velocità che si fanno durante le discese. Infine, c’è il piede, che aggancia direttamente all’unico sci, la cui misura cambia col variare della disciplina sciistica. Intorno la ‘corazza’, ossia il guscio in carbonio rinforzato che protegge le gambe, e che viene forgiato ad hoc, a seconda dell’atleta e della sua disabilità.
Chi le produce e quanto costano
Il mercato dei monosci è piuttosto di nicchia: le realtà che li producono sono poche e molto specializzate. In Europa i maggiori fornitori sono la francese Tessier, la Praschberger, azienda austriaca nata negli anni Ottanta del secolo scorso, e la svizzera Orthotec. Tutte e tre producono anche gli stabilizzatori, o outriggers. Si tratta di racchette appositamente create per i discesisti in sitting, ma usate anche dagli sciatori in standing, cioè da quegli atleti che gareggiano in piedi pur avendo una sola gamba o una protesi, e che hanno un mini-sci pieghevole sotto la punta.
Per tutti questi motivi, i sit-ski sono oggetti tecnici dal grande valore economico: il loro prezzo può arrivare ai 14mila euro. Ma per quanto costosi, i monosci diventano una vera e propria estensione dell’atleta.




27.1.26

Olimpiadi Milano-Cortina, tra i tedofori anche Carolina Kostner. Ma è stata squalificata per doping

  duepesi e  due misure  hanno   cazziato  Massimo  Boldi    non facendogli fare  il  teodoforo  anzi  la  teodofora   per  una  battuta    e  poi   lo  fanno  fare   ad  un  sportivo   squalificata  per  doping  . 

fonte il  fatto  quotidiano 

La Fondazione Milano-Cortina ci ricasca. Fin qui il tradizionale percorso della fiamma olimpica, invece di essere un momento di festa e celebrazione dell’Italia e dello sport italiano, è stata trasformata dagli organizzatori in un carrozzone piuttosto imbarazzante. Abbiamo visto la gloriosa torcia affidata a cantanti, soubrette e “amici di”. Consegnata e poi revocata a Massimo Boldi, per la sua intervista al

Fatto ritenuta inappropriata. Prestata pure agli interessi privati dei partner commerciali, da Stellantis a Eni a Coca Cola. Insomma, passata dalle mani di tutti fuorché di chi davvero l’avrebbe meritata, ovvero i grandi campioni esclusi. Adesso un nuovo caso è pronto a far discutere.
In una delle ultime frazioni di questo lungo viaggio iniziato a novembre e destinato a concludersi il 6 febbraio con l’accensione del braciere nella cerimonia inaugurale, nella tappa di Bolzano in calendario martedì 27 gennaio, è annunciata tra i tedofori Carolina Kostner. Stella del pattinaggio artistico sul ghiaccio, bronzo ai Giochi di Sochi nel 2014, più volte campionessa europea e anche mondiale nel 2012, la Kostner è stata una delle atlete invernali più famose e popolari degli Anni Duemila. Lei sì che a differenza di tanti altri meriterebbe l’onore di portare la fiaccola. Se non fosse per un piccolo dettaglio: la macchia della squalifica per doping nel 2015. E come abbiamo già raccontato sul Fatto Quotidiano, il regolamento olimpico pubblicato proprio sul sito della Fondazione Milano-Cortina è chiarissimo: dalla selezione è escluso categoricamente chiunque abbia riportato una condanna.
Nel caso specifico, la vicenda della Kostner è tristemente nota: la pattinatrice fu punita per aver “coperto” il suo fidanzato dell’epoca, Alex Schwazer (attenzione: parliamo della squalifica del marciatore per Epo prima dei Giochi 2012, illecito conclamato e anche ammesso dal diretto interessato, non per quella molto più nebulosa e sempre contestata del 2016). Kostner fu squalificata in primo grado per 1 anno e 4 mesi, poi innalzati a 21 mesi dal TAS (il massimo tribunale sportivo), nell’ambito di un accordo che prevedeva la retrodatazione della pena in modo da permetterle di tornare prima alle gare. Insomma parliamo evidentemente di un caso particolare, che tira in ballo anche i legami personali e scelte sbagliate di vita. Però le regole sono regole. Almeno in teoria: norme alla mano, Kostner non dovrebbe fare la tedofora, eppure è stata contattata ugualmente.




Non è nemmeno la prima volta che succede, visto il precedente di Marco Fertonani, rivelato proprio qui sul Fatto quotidiano, l’ex ciclista, che in passato ha avuto problemi col doping, tedoforo nella tappa di Chiavari. Allora gli organizzatori si erano giustificati spiegando che il suo nome era stato indicato da uno sponsor e poi era sfuggito ai controlli. Insomma, nessuno se n’era accorto. Stavolta non ci sono proprio scuse, perché la storia della Kostner è nota a chiunque mastichi un minimo di sport. Qui nessuno giudica la persona, figuriamoci l’atleta, Carolina Kostner, ma soltanto l’operato della Fondazione. A Milano-Cortina la popolarità viene prima del merito. E a volte persino delle regole.

X: @lVendemiale

16.10.13

un motivo in più per odiare lo sport agonistico Padre ossessionato dal nuoto, integratori al figlio 14enne

 lo so  che  non è bello giudicare  la scelta  aberrante  del padre  , ma non ce la  faccio .  Quindi mi chiedo  ma  che  cazzo  di genitore  sei  ? .


 La passione per lo sport, unita ad altissime aspettative per il figlio e a uno spirito di competizione fuori dal comune hanno giocato un brutto scherzo a un padre di Treviso. Perché quella passione e quelle aspettative, secondo la procura del capoluogo veneto, si sarebbero trasformati in una vera e propria ossessione.L’uomo, infatti, avrebbe obbligato il figlio 14enne a impegnarsi nella pratica del nuoto fino all’assillo: non solo calibrando le dimostrazioni d’affetto a seconda dei risultati conseguiti nelle competizioni; non solo costringendo il ragazzo a ritmi d’allenamento definiti “ossessionanti” e a un regime alimentare estremamente rigido; ma, addirittura, obbligando il figlio ad assumere integratori alimentari non adatti alla sua età, finalizzati ad aumentarne le prestanze fisiche. Il genitore è ora indagato per maltrattamenti in famiglia.

10.8.12

Alex, fai come me: denunciali! L'ex campionessa di marcia Giuliana Salce racconta la sua esperienza di ex atleta dopat

"Alex Schwazer è un grande marciatore ma anche un ragazzo che lo sport non ha fatto crescere. È stato un campione solitario, lasciato a se stesso da gente che di lui apprezzava soprattutto i muscoli."
(Vincenzo Cerami)

infatti  ha ragione  Vittorio  Zucconi




DA   http://sport.panorama.it/olimpiadi-londra-2012/ 09-08-201218:06







Giuliana Salce, felice, in una foto scattata a casa sua




Per me ha significato vivere con il peso di dover essere costretta a dimostrare ogni volta di essere ancora la numero uno, vincere una gara e dopo dieci minuti pensare già a quella successiva, fare il record del mondo e sapere di doverlo battere. Quando indossavo la maglia della Nazionale, sentivo di avere lo Stivale sulle spalle. Ero oppressa dal senso di responsabilità, dal giudizio degli altri. Ho iniziato a gareggiare da bambina e mi sono presto ammalata di bulimia e anoressia. Eppure nessuno si è mai accorto di nulla.Giuliana, cosa significa per un atleta essere il più forte di tutti?

Tanto allenamento fisico, nessuno mentale?

Il problema di molti atleti è proprio questo: a forza di allenarti diventi una macchina da guerra, un robot, e spesso chi ti sta intorno si dimentica che sei un essere umano. Nessuno si accorge, o vuole accorgersi, della tristezza, della malinconia che hai negli occhi. Così finisce che tutto il malessere che accumuli inizi a sfogarlo nel mondo più sbagliato, nel mio caso prima nel water, poi facendomi di Epo.

Nel 1988 Giuliana Salce dice addio alla marcia. Una decisione maturata in seguito al salto truccato diGiovanni Evangelisti ai Mondiali di atletica di Roma dell'anno prima quando si scoprì che la misurazione del salto che gli aveva regalato la medaglia di bronzo era stata truccata da alcuni giudici. Insieme ad altri atleti, la Salce aveva sottoscritto un documento pubblico con cui prendeva le distanze da tutti gli illeciti sportivi, compreso il doping. Convinta che qualcuno l'avrebbe fatta desistere dalla sua intenzione, decise di non gareggiare più fino a quando le cose non fossero cambiate. “Invece smisero pure di salutarmi. Per la Federazione ero diventata il diavolo”.

Nel 1999, a 44 anni, Giuliana Salce riceve dalla Federciclismo la proposta di provare con la bicicletta. Nel giugno dello stesso anno corre la sua prima gara nella categoria over 30. Ad agosto è sesta ai campionati europei. Nel 2001 un dirigente della Federazione le comunica che nelle sue analisi c'è qualcosa che non va: è troppo anemica e rischia di ammalarsi. La soluzione? Doparsi.

E' a questo punto che avviene il suo incontro con l'Epo?

Sì. Io non ho nessuna scusante, perché a 46 anni, ancor più che a 20, devi avere la forza di dire di no. Ma io posso testimoniare che nessun atleta, per conto suo, decide un bel giorno di iniziare a doparsi. No, c'è sempre qualcuno che goccia dopo goccia ti mette nella testa che se tu “ti curi” – perché nessuno ti dice che ti devi dopare – sicuramente starai meglio e le salite ti peseranno di meno finché, a un certo punto, anch'io ho trovato quasi normale dire di sì.

Per quanto tempo ha assunto Epo?

Per 4 mesi, quelli che mi separavano dai mondiali di master che si svolgevano in Austria. Tenevo la sostanza in frigo, avvolta nell'alluminio e nascosta nella scatola del tubetto della pasta di acciughe, dove nessuno, mi dicevano, sarebbe andato a vedere. Mi sono fatta tutti i giorni, un giorno di Epo e un giorno di Gh, l'ormone della crescita. Dopo un mese le mie gambe erano cambiate, le salite non mi pesavano più.

Chi le forniva l'Epo?

So che ci sono persone che vanno su internet e fanno acquisti, io non c'ho mai nemmeno provato. Le sostanze le ho avute da un dirigente della Federazione ciclistica italiana. Una dose me la diede lui stesso nel suo ufficio, un'altra me la fece recapitare da un altro atleta corredata da una ricetta in codice. Funzionava così.

Quand'è che ha deciso di smettere?

Dopo la gara. Quando ho capito che per rimanere in quell'ambiente avrei dovuto continuare con quella roba. Allora ho preso la bicicletta e l'ho buttata sul prato.

E ha raccontato tutto.

Sì, nel 2003 con un'autodenuncia anonima al Nas di Padova. L'anno dopo pubblicamente.

Cosa l'ha spinta a farlo?

Il suicidio di Marco Pantani. Una fulminata. Era febbraio, ricordo che ho preso mio figlio, che allora aveva 16 anni, e gli ho detto: la madre che ti ha sempre proibito di drogarti, di bere, è quella che per 4 mesi si è dopata. Adesso ho deciso di denunciare tutto. Ma sappi che ci renderanno la vita difficile. Stai con me? E lui mi ha abbracciato.

E' stato davvero così? Le hanno reso la vita difficile?

Difficile? Impossibile. Tutto quello che ho raccontato ha trovato riscontro nelle intercettazioni telefoniche e da allora mi è stata fatta di nuovo terra bruciata intorno. Nessuno mi ha più fatto lavorare nemmeno in palestra. Mi sono ritrovata a vivere con 200 euro e la pensione di mia madre. Ho chiesto aiuto alla Federazione di atletica e quello che mi hanno offerto è stato di andare ad attaccare i manifesti del Golden Gala sul litorale romano. Mi sono messa a fare le pulizie, oggi faccio la spazzina, l'operatrice ecologica all'Ama.

Che effetto le fa oggi la vicenda di Alex Schwazer?

Se si trattasse di mio figlio pretenderei che mi dicesse “chi” ce l'ha portato, e dopo averlo saputo pretenderei che lui stesso dicesse al mondo “chi”, perché fino a quando avremo paura di denunciare “chi”, “chi” continuerà sempre a fare danni. Perché io avevo 46 anni, ma ci sono ragazzini di 15 anni che si dopano e che non sono assolutamente in grado di dire di no, come non ce l'ho fatta io alla mia età.

Non crede che, al di là della gravità della colpa di cui si è macchiato, sia pericoloso sottoporre a una gogna tanto severa una persona che, come Schwazer, si sta dimostrando psicologicamente ed emotivamente così fragile?

Ho molta tristezza, io non sono una psicologa, ma gli occhi di Alex mi ricordano tanto quelli di Pantani, e i miei di quando stavo male. Io a un certo punto sono stata davvero a un passo dal baratro. E se sono qui oggi devo ringraziare solo mio figlio.

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