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14.3.26

sport paralimpico ( paraolimpiandi ) soprattutto quello invernale per pochi ma ricco di emozioni .,


Ho letto, vedi articolo sotto, di nuovi attrezzi per lo sci paraolimpico per paralitici .
Una dimostrazione , una conferma che lo sport paraolimpico invernale in questo caso sia per pochi cioè di nicchia visti i costi per le attrezzature. Ma allo stesso tempo nonostante come tutti gli sport agonistici a rischio : corruzione, uso di mezzi illeciti (doping e simili ) , strumentalizzazioni ed uso propagandistico da parte della politica è uno sport ricco forse più di quello non paraolimpico di emozioni e passioni    come   ho  avuto modo di vedere    nei  post  precedenti   su queste paraolimpiadi . Infatti  esse  . portano con sé storie di impegno, sacrificio e passione per lo sport. La preparazione per i giochi è un viaggio che richiede dedizione e resilienza, e ogni atleta ha una storia unica da raccontare.  Il  che  fa  si      che  i Giochi Paralimpici non sono solo un evento sportivo, ma un'opportunità per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla disabilità e promuovere l'inclusione. La scelta di Milano e Cortina come sedi rappresenta un passo importante verso l'integrazione e la visibilità degli atleti paralimpici. Le storie di questi atleti e delle loro esperienze possono ispirare molti e contribuire a cambiare la percezione della disabilità nella società.
In sintesi, i Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 , come  tutte  le  altre  paraolimpiadi  , sono un palcoscenico per storie di coraggio e determinazione, che celebrano non solo le abilità atletiche, ma anche la forza dello spirito umano.


https://www.wired.it/article/monosci-tecnologia-paralimpiadi-milano-cortina/

Giovanni Cortesi
Sport paralimpici ai raggi X12.03.2026

A oltre 100 chilometri orari sulla neve, il monosci che trasforma la tecnologia e il coraggio in velocità
Nello sci alpino paralimpico gli atleti affrontano la discesa seduti su un monosci: una protesi tecnologicamente super avanzata, progettata su misura e testata come una monoposto da gara





Rene De Silvestro in azione nel quarto giorno dei Giochi paralimpici invernali Milano Cortina 2026 presso il Centro di sci alpino delle Tofane a Cortina d'AmpezzoNurPhoto/Getty Images
La tecnica, a volte, diventa strumento di libertà. È il caso dello sci alpino paralimpico con monosci, una delle discipline disputate nei Giochi invernali Milano Cortina 2026.
Atleti con gambe amputate o paralizzate che scendono a più di 110 chilometri orari in sitting, ovvero stando seduti sul cosiddetto monosci (o sit-ski). Vero gioiellino di design e tecnologia, la protesi viene usata anche dagli sciatori paralimpici italiani – e con grande successo. Il 10 marzo, infatti, il discesista e portabandiera d’apertura dei Giochi Renè De Silvestro ha conquistato l’argento in questa categoria.
Una protesi testata nella galleria del vento
“Di tutti gli sport che ho provato in carrozzina, lo sci è stato l’unico che mi ha ridato delle emozioni: ho provato l’ebbrezza della velocità”, dice Manuel Michieletto, ex vicepresidente delle Fisip (Federazione italiana sport invernali paralimpici) e atleta in diversi mondiali, che della protesi complessa se ne intende parecchio. “Le principali componenti sono sei: la seduta, il telaio, l’ammortizzatore, il piede, lo sci e il guscio”, tutti prodotti ingegneristici di alto livello. Per testarne l’aerodinamica, “la protesi viene progettata nella galleria del vento, come si fa con le vetture di Formula 1. Sono studi che permettono di guadagnare centesimi cruciali, quelli che ti fanno vincere la gara”, aggiunge Michieletto.
Uno zoom sui dettagli tech del monosci
La seduta imbottita dei monosci agonistici viene creata sul corpo dell’atleta: “Si prende il calco in gesso del bacino, la protesi diventa come una scarpa su misura”. La ragione di questa accortezza è intuibile: “Più sei aderente all’attrezzo, più questo risponde a ogni minimo movimento”, spiega Mauro Bernardi, dal 2012 insegnante di monosci a ragazzi con disabilità attraverso l’associazione Enkoyski Sport Onlus.
Poi c’è il telaio, che è composto da due parti: “Una fissa e una con dei leveraggi. È costruito in titanio, il materiale che si deforma meno e riesce a trasmettere meglio tutte le forze che si creano nella sciata direttamente sullo sci”, precisa Manuel Michieletto.
Il telaio è collegato a un ammortizzatore corredato di una molla. “È quello usato anche per le modo da cross”, chiarisce Bernardi: un elemento tecnico fondamentale, visti i salti in velocità che si fanno durante le discese. Infine, c’è il piede, che aggancia direttamente all’unico sci, la cui misura cambia col variare della disciplina sciistica. Intorno la ‘corazza’, ossia il guscio in carbonio rinforzato che protegge le gambe, e che viene forgiato ad hoc, a seconda dell’atleta e della sua disabilità.
Chi le produce e quanto costano
Il mercato dei monosci è piuttosto di nicchia: le realtà che li producono sono poche e molto specializzate. In Europa i maggiori fornitori sono la francese Tessier, la Praschberger, azienda austriaca nata negli anni Ottanta del secolo scorso, e la svizzera Orthotec. Tutte e tre producono anche gli stabilizzatori, o outriggers. Si tratta di racchette appositamente create per i discesisti in sitting, ma usate anche dagli sciatori in standing, cioè da quegli atleti che gareggiano in piedi pur avendo una sola gamba o una protesi, e che hanno un mini-sci pieghevole sotto la punta.
Per tutti questi motivi, i sit-ski sono oggetti tecnici dal grande valore economico: il loro prezzo può arrivare ai 14mila euro. Ma per quanto costosi, i monosci diventano una vera e propria estensione dell’atleta.




1.3.26

paralimpiadi davidegiorgi presidente del Comitato Italiano Paralimpico Veneto.riconoscere sport come aiuto disabili ., Milano cortina visto il boicotaggio di Ucrania ed altri paesi nordici come mosca 1980 ?

l  queste  paraolimpiadi invermali   saranno  particolari  infatti  queste   paraolimpiadi   di  Milano Cortina 2026 rappresenteranno   un momento storico per il Movimento Paralimpico: nel 2026 ricorreranno infatti il 50° anniversario dei primi Giochi Paralimpici Invernali, disputati nel 1976 a Örnsköldsvik, in Svezia, e il 20° anniversario di Torino 2006. Il Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) guarda a questa edizione come a un appuntamento destinato a essere il migliore di sempre sotto il profilo sportivo e tra i più suggestivi dal punto di vista scenografico, grazie alla bellezza dei territori che ospiteranno i Giochi. Infatti 

https://www.ilgazzettino.it/nordest/belluno/








C’è una eredità importante che le imminenti Paralimpiadi Milano Cortina 2026 potrebbero lasciare al Paese: il riconoscimento come Lea, Livello essenziale di assistenza, dell’attività motoria per i disabili. A chiederlo è Davide Giorgi, presidente del Comitato Italiano Paralimpico Veneto.
IL Presidente Giorgi, tra i 665 atleti in gara alle Paralimpiadi che inizieranno il 6 marzo ci sono anche cinque veneti. Il problema è il pubblico, si teme un calo di spettatori rispetto ai Giochi appena conclusi, tant’è che a Cortina stanno valutando di togliere alcuni divieti al traffico. Che previsioni avete?
«La Fondazione Milano Cortina 2026 ci dice che la vendita dei biglietti è andata bene. Certo, stiamo parlando di Paralimpiadi e non di Olimpiadi, ma di edizione in edizione si è registrato un crescendo di pubblico e di interesse. Dipende molto dal tam-tam che riusciremo a fare. Su questo ci stiamo muovendo anche noi, i Comuni ci stanno dando una mano coinvolgendo le associazioni sportive e sociali».
C’è già polemica: il Comitato Paralimpico Internazionale ha consentito la partecipazione di atleti russi e bielorussi, ammettendoli con bandiere e inni nazionali, mentre ai Giochi figuravano come atleti neutrali. Ucraina e altri Paesi hanno deciso di boicottare la cerimonia inaugurale all’Arena di Verona. Qual è la posizione del Comitato veneto?
«Noi ci aspettavamo una omogeneità di trattamento tra Olimpiadi e Paralimpiadi, non avevamo bisogno di questa differenziazione. È una decisione del Comitato internazionale, ne prendiamo atto, non abbiamo avuto la possibilità di interagire. Certo è che l’appello che aveva fatto a novembre il presidente della Fondazione Giovanni Malagò per una tregua olimpica era proprio per evitare queste situazioni. Anche perché chi paga poi sono gli atleti. E stiamo parlando tra l’altro di atleti disabili. Ci dispiace che le bandiere interpretino più i governanti che i ragazzi».
Cosa sapete della cerimonia inaugurale a Verona?
«Sarà un grande evento. Sappiamo che i nostri atleti sfileranno, da soli, partendo da piazza Bra per raggiungere l’Arena fino al palco. Una grande risposta a chi diceva che l’Arena non sarebbe stata accessibile».
Luca Palla, René De Silvestro, Mattia Dal Pastro, Angela Menardi, Matteo Ronzani: cosa dicono gli atleti veneti ora che i Giochi stanno per iniziare?
«Sono tanto emozionati, anche perché giocare in casa equivale a metterci la faccia con gli altri atleti».
Cosa lasceranno questi Giochi Paralimpici?
«Il mio augurio è che lascino una importante eredità. E cioè che lo sport paralimpico possa diventare uno strumento eccezionale come momento riabilitativo. Solo il 20% della popolazione disabile pratica una disciplina sportiva, mentre i nostri cugini olimpici sono al 47%. Dobbiamo colmare quel gap attraverso il Sistema sociosanitario, per questo ci rivolgiamo alla Regione e al Governo».
Per incentivare l’attività motoria?
«Esatto. Gli ultimi dati aggiornati al 2024 dicono che in Veneto, su 4.853.472 abitanti, le persone con disabilità totale sono 183mila, pari al 3,8%. Se consideriamo la fascia di età 0-64 anni, sono 72mila persone. Ma quanti fanno attività motoria? Uno su cinque. In Veneto abbiamo 2.550 tesserati paralimpici che fanno attività agonistica».
E quindi cosa proponete?
«Chiediamo che la pratica sportiva venga riconosciuta come Lea, Livello essenziale di assistenza. Si consideri che lo sport rende molto di più della fisioterapia per quanto riguarda i risultati e costa molto, ma molto meno».
Oggi un ragazzo disabile che fa sport deve pagarsi tutto?
«Sì ed è un costo altissimo per una famiglia, tra trasporti e ausili si arriva al doppio se non il triplo rispetto a un ragazzo senza disabilità. Se l’attività sportiva venisse riconosciuta dal Sistema sanitario, si spenderebbe la metà rispetto alla riabilitazione».
Parliamo di mascotte: per le Paralimpiadi c’è Milo, l’ermellino senza una zampetta che ha imparato ad aiutarsi con la coda. Si trova in commercio o è esaurito come Tina?
«Speriamo tanto che arrivino le scorte».


 da   https://www.ildolomiti.it/






Paralimpiadi, sale la tensione sul caso degli atleti russi e bielorussi: cresce il numero dei Paesi che boicotteranno la cerimonia d'apertura all'Arena di Verona

Non solo Ucraina: anche Cechia, Finlandia, Polonia, Estonia e Lettonia non avranno alcun rappresentante all'Arena di Verona per la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026

di Redazione




VERONA.
Di Paralimpiadi non si parla mai abbastanza, ma ogni tanto anche quando se ne parla lo si fa per tutti i motivi sbagliati: negli ultimi giorni ad esempio a tenere banco è lo spinoso caso dei 10 atleti e atlete paralimpici di Russia e Bielorussia selezionati dal Comitato paralimpico internazionale per poter tornare a partecipare con le divise ufficiali nazionali, con le proprie bandiere e - in caso di successo - con i propri inni nazionali alle gare che si svolgeranno tra il 6 e il 15 marzo tra Milano, Val di Fiemme e Cortina d'Ampezzo.
Ma senza dimenticare Verona, dove venerdì andrà in scena nell'elegante Arena l'attesissima cerimonia d'apertura della manifestazione sportiva che aggrega oltre 600 atleti da più di 50 Paesi: proprio quella è l'occasione formale che molte rappresentative nazionali stanno decidendo di "boicottare" per mandare un messaggio contro il Comitato paralimpico internazionale. Dall'invasione della Russia in Ucraina 4 anni fa questa sarebbe (anzi, sarà) la prima volta in cui si torneranno a vedere atleti battere bandiera russa e bielorussa. Nelle recentissime Olimpiadi invernali, tanto per non andare troppo lontani, c'erano alcuni atleti di quei Paesi ma gareggiavano come atleti neutrali, cioè senza espliciti riferimenti alle proprie patrie.
L'organismo internazionale dello sport paralimpico di fatto ha solo confermato quanto stabilito, a maggioranza dei voti, dall'Esecutivo del Comitato internazionale nel settembre 2025 a Seul. In ogni caso la decisione non è piaciuta per nulla prima di tutti a Kiev e all'Ucraina, primo Paese ad annunciare che non avrebbe preso parte alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi né con i propri atleti né con alcun rappresentante politico e del mondo dello sport ucraino. Una decisione rispetto alla quale si sono allineati altri cinque Paesi, al momento: Cechia, Finlandia, Polonia, Estonia e Lettonia. Secondo quanto raccolto da alcuni media, ma le comunicazioni non sono ancora ufficiali, boicotteranno l'apertura anche Lituania e Paesi Bassi. E la lista pare destinata ad allungarsi. Gli atleti di Canada e Regno Unito non ci saranno per una questione logistica, visto che prenderanno parte ad alcune gare il giorno dopo la cerimonia, e in effetti un po' come per le Olimpiadi la conformazione della Paralimpiade "diffusa" farà essere presente alla cerimonia solo una parte delle delegazioni impegnate nei Giochi.
Perfino il commissario dell'Ue per lo sport, il maltese Glenn Micallef, ha fatto sapere che non sarà a Verona. Presente invece la Francia, la cui presidente del Comitato paralimpico Marie-Amelie Le Fur ha dichiarato che, pur non condividendo la decisione comitato, non boicotterà la cerimonia in quanto la decisione stessa "è stata presa democraticamente".
E l'Italia? Essendo anche Paese ospitante, cerca di mediare e ricucire. All'Arena ci saranno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni. Il ministro dello sport Andrea Abodi per la verità ha invitato il Comitato paralimpico internazionale a tornare sui propri passi e far gareggiare gli atleti russi e bielorussi sotto la bandiera del comitato. "Non è una questione politica - ha dichiarato -, qui si tratta di rispetto della tregua olimpica demolita dai russi e bielorussi quattro anni fa. Vogliono le bandiera? Facciano tacere le armi".



28.2.26

ecco perchè guardo e guarderò continuando con quelle paraolimpiche le olimpiadi . anched se sono un business ed un circo ci danno lezioni e ci regalano emozioni

ecco   come  dicevo  nel titolo    perchè  guarderò anche  le paraolimpiadi   .In attessa  d'esse   un nuovo sunto con  aggiunte  a quanto   ho riportato   nei  post  precedenti       su queste olimpiadi  invernali  

 


1. L’importanza di ammirare altre donne. In piedi Federica Brignone, vincitrice stellare dalla seconda medaglia d’oro, nel gigante. Ai suoi piedi le seconde a pari merito: Sara Hector, svedese, Thea Louise Stjernesund, norvegese, che si inchinano a lei in segno di omaggio. Come diciamo sempre “Ammirare altre donne è un fattore determinante per essere sé nel mondo”.
2. Fermarsi non è sempre arrendersi. Alysa Liu ha vinto la medaglia d’oro nel pattinaggio di figura. Lei pattina fin da piccola. Raggiunge grandi risultati. Poi, a 16 anni, si ritira. È il 9 aprile 2022. Sente che non è la vita che desidera, che sono gli altri a decidere per lei. Quattro anni dopo torna. Stavolta perché lo vuole davvero. La gioia conta. Fermarsi a volte non significa arrendersi. Ma prendere la rincorsa.
3. Riscrivere l’età dell’eccellenza. A 35 anni e sull’orlo del ritiro, la pattinatrice di velocità Francesca Lollobrigida ha realizzato la prestazione della sua carriera: vincendo due medaglie d’oro olimpiche. In una cultura ossessionata dal successo precoce, ha dimostrato che la maestria si approfondisce con il tempo e che l’età dell’eccellenza sportiva di può riscrivere.
4. La forza di provare strade nuove. Prima di diventare campionessa olimpica, Erin Jackson era una pattinatrice d’élite senza alcuna esperienza sul ghiaccio. Ha cambiato disciplina ed è arrivata ai vertici di uno sport completamente nuovo. La capacità di trasferire le competenze, adattarsi rapidamente e ricominciare è un talento.
5. Vincere è aprire la strada. Tallulah Proulx è diventata la prima filippina a competere alle Olimpiadi invernali, rappresentando un Paese senza tradizione negli sport invernali. Il suo successo va oltre i risultati: amplia ciò che gli altri credono possibile. La leadership non significa sempre vincere; a volte significa aprire la strada.




6. Dissentire ridendo. Eileen Gu, la più titolata campionessa di freestyle, che scoppia a ridere dopo che un giornalista le chiede se, avendo vinto l’argento, non sente di aver perso l’oro. ‘La tua prospettiva è ridicola, ma grazie lo stesso’. Non bisogna accettare tutte le domande. E si può farlo ridendo. 
7. Declinare un invito (sebbene importante) se chi ti invita ti manca di rispetto. Hanno vinto l’oro alle Olimpiadi di Milano Cortina. Sono le ragazze della squadra di hockey degli Stati Uniti. E non si sono recate alla Casa Bianca per partecipare ai festeggiamenti in corso. Il “no grazie” arriva dopo l’ennesima battuta misogina di Trump,“A causa dei tempi e degli impegni accademici e professionali già programmati dopo i Giochi, le atlete non sono in grado di partecipare”. 
 8. Non avere paura di essere chi sei. Amber Glenn, una delle poche atlete dichiaratamente LGBT nel pattinaggio artistico, ha dimostrato che l’identità è un punto di forza da possedere. Più sei autentica, più potente diventa la tua presenza. 
9. L’unico rimpianto è non provarci. Dopo anni di lontananza dalle competizioni, Lindsey Vonn torna sulle piste nonostante infortuni, battute d’arresto e rischi. E vince. Poi, cade di nuovo. Si fa male. Dall’ospedale scrive: “La vita è troppo breve per non rischiare. Perché l’unico fallimento nella vita è non provarci”. 
10. Le prime che festeggiano l’ultima. Regina Martinez Lorenzo, prima atleta messicana nello sci di fondo, ha finito la sua gara con oltre undici minuti di scarto dalla prima, la svedese Frida Karlsson. Che, magnifica, la aspetta all’arrivo con Ebba Andersson e Jessica Diggins. E poi l’abbraccio. “Vederle lì è stato meraviglioso”

21.2.26

Gli equilibristi del trampolino: chi sono i 90 volontari che «scalano» la pista da salto per prepararla al meglio., Olimpiadi, le gare di Tesero viste da casa: «Dal balcone vediamo il fondo, un giorno trenta tifosi da noi»

    dietro le  quinte  di un olimpiade    ci sono anche    persone    che rendono tutto perfetto   è  l  caso  di    quelli  che  preparano  le  piste    


da  https://www.iltquotidiano.it/

Tra pendenze del 35% e quattro generazioni di sciatori: ecco i segreti dei battitori, dai maestri di sci ai ragazzi di 18 anni, che preparano a mano l'atterraggio perfetto per i campioni olimpici

Chi ha seguito una gara di salto con gli sci in queste giornate olimpiche non ha potuto fare a meno di notarli: un nutrito gruppo di sciatori che risale faticosamente la pista d’atterraggio tra una manche e l’altra, per poi ridiscendere verso valle dopo circa venti minuti. Non sono semplici spettatori, ma i protagonisti di una delle attività più affascinanti e meno conosciute dei Giochi: i battitori.

Un lavoro da equilibristi tra le nuvole

Il loro compito è fondamentale per la sicurezza dei saltatori e mette i brividi solo a parlarne. Una novantina di volontari si dispone trasversalmente lungo tutta la pista d’atterraggio del trampolino, dal dente di stacco fino al parterre d’arrivo. In una danza fatta di passi laterali su pendenze che sfiorano i 35 gradi, questi esperti della neve devono preparare il terreno per l’impatto degli atleti.

«Noi entriamo in gioco immediatamente dopo il gatto delle nevi – spiegano i responsabili Alberto Dellantonio e Cristian Zanier –. Dobbiamo «rompere» la neve con gli sci in maniera che non sia troppo compatta e renderla idonea per l’atterraggio degli atleti. Non è una cosa da tutti, infatti diversi hanno rinunciato dopo aver provato un paio di volte. Per riuscire nel nostro lavoro, infatti, servono capacità particolari per mantenere un ottimo equilibrio sugli sci e non farsi spaventare dalle pendenze. Proprio per questo il nostro gruppo è composto in gran parte da sciatori esperti, mentre circa il 30% è fatto da maestri di sci. Una caratteristica importante è quella di essere leggeri, altrimenti si rischia di danneggiare la neve e compromettere gli sforzi fatti».

La sfida contro il ghiaccio

L’intervento dei battitori dura mediamente tra i 45 e i 60 minuti, ma durante le competizioni i tempi si contraggono drasticamente a soli 20 minuti tra le due manche. Il lavoro si trasforma in una vera missione di emergenza quando la neve si fa dura: «Quando la neve è molto ghiacciata il nostro operato diventa particolarmente impegnativo. Atterrare sul ghiaccio per gli atleti sarebbe molto pericoloso a causa delle sollecitazioni eccessive che dovrebbero sopportare i loro sci. In quel caso dobbiamo letteralmente rompere lo strato di ghiaccio e rendere la superficie il più possibile sicura utilizzando anche il rastrello. Inoltre bisogna avere una discreta esperienza perché le condizioni della neve possono cambiare scendendo verso il parterre».

Dalle origini alle Olimpiadi: quattro generazioni in pista

La storia del gruppo affonda le radici nel passato sportivo del territorio: il primo nucleo nacque in occasione dei Mondiali di sci nordico del 2003. Da allora il gruppo si è cementato attorno a 50 unità, fino all’esplosione di entusiasmo per l’evento a cinque cerchi che ha portato l’organico a quota 90 volontari.

Si tratta di una vera famiglia allargata che vede impegnati addetti dai 18 ai 70 anni, unendo quattro generazioni diverse. «Il ricambio è continuo: ogni anno registriamo nuovi arrivi perché chi fa parte dei battitori coinvolge parenti e amici in questa particolare attività» concludono Dellantonio e Zanier. Una curiosità che segna questa edizione olimpica? Per la prima volta, tra i ranghi dei battitori, sono entrate ufficialmente a far parte anche alcune ragazze, portando nuova energia a un team che garantisce la magia del volo ogni giorno

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 nonostante  i disagi      Olimpiadi da incubo: le famiglie prigioniere nella Zona Rossa di Tesero (ilfattoquotidiano.it) posso vedere le  gare  gratis   come  dimostra    sia    quest articolo    Adriano, Matilde e nonna Antonietta: a Tesero le Olimpiadi dai balconi di casa di  rainews.it)

sia   questo sotto   sempre     dalla stessa   fonte  del  1 

Olimpiadi, le gare di Tesero viste da casa: «Dal balcone vediamo il fondo, un giorno trenta tifosi da noi»

di 

La casa di Adriano e Marisa si affaccia direttamente sulle piste: «Giochi unici, ma abbiamo seguito anche Mondiali, Coppe del Mondo e Tour de Ski»
Per la serie «Quelli che…», ecco Adriano Zanon e Marisa Varesco, quelli che guardano le Olimpiadi dal balcone di casa. Non è una metafora: il loro è proprio un posto in prima fila, con vista privilegiata sulle piste dello Stadio del fondo di Lago di Tesero. Abitano a pochi metri di distanza dai tracciati e, durante i Giochi invernali, la loro casa si è trasformata in una tribuna molto speciale. «Seduti sul divano vediamo il maxischermo che proietta le immagini delle competizioni, mentre se usciamo sul poggiolo (al secondo piano) abbiamo di fronte un’ampia parte della pista, i pendii e anche il pubblico in tribuna» .....  (n  il resto  è  a pagamento  )


15.2.26

Chi lo dice che una giornata olimpica senza medaglie 🏅 non sua emozionante .

Ieri l'Italia è rimasta senza medaglie . Ma, come da titolo ,chi lo dice che una giornata olimpica senza medaglie 🏅 non sua emozionante .  E i pronostici caldi una medaglia non si sono realizzati . e le squadre di hockey eliminate . Ma con delle prestazioni emozionanti e coinvolgenti negli sport sciistici soprattutto in quelle specialità in cui siamo carenti o assenti da lungo tempo di medaglie . infatti nello Skeleton una delle categorie degli sport invernali in cui non. vinciamo una 🏅 dal lontano 1948 cioè dalle olimpiadi di S Moritz con Nuno Bibbia non siamo arrivati medaglia ma abbiamo tenuto duro dominando per


metà delle gara . Ma la pazienza le premesse (toccando ferro perché le previsioni sono suscettibili d'Errori vedere le previsioni dei pattinaggio di velocità e di variabili )Ma le prestazioni migliori le abbiamo date .parlo da profano ,nella. classificazione dello sci acrobatico .                                                     
Infatti alle Olimpiadi Invernali, il salto acrobatico (Aerials) rappresenta storicamente un vero tabù per l'Italia, che non ha mai vinto una medaglia in questa specifica disciplina del freestyle.Nonostante i successi storici nello sci alpino e nel fondo, lo sci acrobatico è rimasto a lungo un terreno difficile. Tuttavia, ai Giochi di Milano Cortina 2026, l'Italia sta cercando di riscrivere questa storia puntando su nuove stelle in discipline affini del freestyle.Mentre le Aerials classiche faticano a trovare interpreti azzurri ai vertici mondiali, l'Italia ha trovato nel Big Air e nello Slopestyle i talenti per rompere il digiuno di medaglie nel freestyle.

  • Flora Tabanelli: È la sciatrice freestyle italiana più vincente di sempre, avendo già conquistato l'oro agli X Games e la Coppa del Mondo di Big Air. A soli 18 anni, è la favorita principale per portare all'Italia la prima storica medaglia olimpica nel freestyle proprio a Milano Cortina.
  • Miro Tabanelli: Fratello di Flora, è un altro giovane talento emergente nello Slopestyle e Big Air, pronto a sfidare i giganti della disciplina.
  • Simone Deromedis: Specialista dello Ski Cross, è un altro atleta di punta che punta a infrangere il tabù del podio olimpico per il freestyle azzurro.
Speriamo bene

13.2.26

Le Olimpiadi invernali ci ricordano che non siamo tutti uguali (e che qualcuno deve sempre perdere) ma emozionano sempre

un fondo di verità .Ma come ho detto precedentemente anche in una forma a mettà tra illusione ed utopia ed un po' di evasione onirica esse ti emozionano e ti stupiscono

  da   https://www.vita.it/idee/


Le Olimpiadi invernali ci ricordano che non siamo tutti uguali (e che qualcuno deve sempre perdere)

Un giorno sulla neve costa almeno 100 euro a persona tra viaggio, attrezzature, accesso alle piste e altro: quante famiglie possono permetterselo? Quanti bambini e ragazzi guarderanno i loro eroi, in questi giorni, ben sapendo che praticano sport per loro inaccessibili? Quanti genitori dovranno confrontarsi, ancora una volta, con la “differenza”?

di Riccarda Zezza




Ègrande festa, a Milano e non solo, per queste Olimpiadi. E sì, qualche volta è giusto anche festeggiare, e lo sport ha il merito di unire Paesi diversi in momenti specifici – le date fanno nel tempo quello che i luoghi fanno nello spazio: diventano dei simboli – ricordandoci che siamo tutti “uguali”.
Ma lo siamo davvero? Il primo pensiero va proprio agli sport di queste Olimpiadi, di cui il più “comune” è lo sci. Un giorno sulla neve costa almeno 100 euro a persona tra viaggio, attrezzature, accesso alle piste e altro: quante famiglie possono permetterselo? Quanti bambini e ragazzi guarderanno i loro eroi, in questi giorni, ben sapendo che praticano sport per loro inaccessibili? Quanti genitori dovranno confrontarsi, ancora una volta, con la “differenza”?

Non sono una fan del calcio, ma la narrazione di questo sport così popolare ha un pregio: per giocare a calcio basta un pallone. Possono farlo tutti, e infatti molti calciatori talentuosi vengono dalla povertà: l’accessibilità di questo sport è stata per loro leva di riscatto sociale – e quanti bambini con la maglietta di Messi si vedono anche oggi nei Paesi più poveri, liberi di sognare perché, per quanto lontano, si tratta di un sogno “possibile”?
Sappiamo bene che anche lo sport, per quanto di origini nobili, alla fine è un business – altrimenti non funzionerebbe così bene – e in quanto tale mette insieme intrattenimento e soldi (tra 5,3 miliardi e 6,1 miliardi complessivi di euro di impatto economico sulla economia italiana e dei territori ospitanti), tanto che l’antropologo e filosofo francese Jean-Marie Brohm lo ha definito «la vetrina più spettacolare della società globalizzata delle merci», e quindi a sua volta, semplicemente «una merce». Ma forse, nella sua efficacia simbolica, è anche l’occasione per farsi alcune domande.
La prima riguarda appunto la sua accessibilità e la sua forza nel reiterare delle distanze tra chi può e chi no, dandole ormai per scontate. A questa si aggiunge l’impressione che, ancora una volta, tre settimane di festa sportiva funzioneranno da “oppio dei popoli”, mettendoci tranquilli e distratti nel ruolo di spettatori gaudenti. Un ruolo che sembra calzarci bene, come ha scritto nel 1987 il noto linguista Noam Chomsky «una delle funzioni che cose come lo sport professionistico svolgono nella nostra società – e in altre – è offrire uno spazio in cui deviare l’attenzione delle persone da ciò che conta davvero, così che chi detiene il potere possa occuparsi delle questioni importanti senza interferenze da parte del pubblico». Panem et circenses: non ci siamo inventati niente di nuovo.
Ma è l’ultima riflessione quella che mi preme di più, perché oggi forse è più urgente che mai. Perché lo sport ci sembra un simbolo così potente? Di che cosa è simbolo? Lo ha spiegato bene Michele Serra su La Repubblica di sabato 7 febbraio: lo sport traduce in modo “indolore” le dinamiche della guerra. Soddisfa quindi l’istinto primordiale umano dell’attacco, della competizione, della lotta per la vittoria, e lo fa senza che nessuno si faccia male.
Lo sport, quindi, come una “guerra buona”? O, come lo ha definito George Orwell nel 1945, “una guerra senza gli spari”, che è il massimo a cui possiamo aspirare? Lo stesso Trump, nel 2016, si è lamentato che le regole della Lega Nazionale di Calcio stavano diventando troppo “soft”, riflettendo la debolezza del popolo americano: dove stava finendo il sano spirito bellico? D’altronde è qui che sta la base biologica del successo dell’arena sportiva: nell’attivare le stesse premialità ormonali di un combattimento, nel portarci a tifare come se in campo ci fossimo noi, nel farci sentire “eroi per un giorno”. E va bene così: magari potesse davvero sostituirsi alle guerre! Ma il modello che continua a proporci, come la guerra e come la politica, è ancora e sempre quello di un gioco a somma zero. Ci ricorda incessantemente che, perché qualcuno vinca, qualcun altro deve per forza perdere. Ma è davvero sempre così: è questo l’unico paradigma destinato a intrattenerci e ad accenderci, nel futuro come nel passato?
Se, come specie, avessimo avuto il gioco a somma zero come unico modello di riferimento, ci saremmo estinti da tempo: la realtà è che l’umanità è sempre sopravvissuta soprattutto grazie alle sue capacità di cura e relazioni sociali, che sono attività puramente collaborative, ovvero “non a somma zero”.
Mentre, attraverso lo sport, celebriamo l’istinto che ci ha tenuti in vita attraverso la caccia e la fuga, è troppo chiedere di iniziare a riconoscere e a festeggiare anche quest’altro istinto umano di sopravvivenza, che altrettanto e forse di più del primo ci ha consentito di prosperare? Sarebbe possibile, insomma, immaginare di scendere un giorno tutti in campo a giocare delle “Olimpiadi della Cura”: in cui possono tutti, ma proprio tutti, non solo partecipare, ma addirittura vincere?
Nella foto LaPresse la caduta di Dominick Paris alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 – gara di superG maschile

10.2.26

Milano-Cortina 2026, le Olimpiadi invernali più inclusive di sempre Record di atleti dichiaratamente LGBTQ+ ai Giochi invernali: dalle piste all’hockey su ghiaccio, storie, medaglie e coming out raccontano come lo sport stia cambiando volto

IO DONNA  

per anni lo sport invernale è stato raccontato come un mondo silenzioso, quasi austero: montagne, ghiaccio, concentrazione, poche parole. Un ambiente dove la prestazione contava più di tutto e la vita

privata restava fuori, possibilmente invisibile. Ora, però, Milano-Cortina 2026 promette di incrinare definitivamente quella vecchia immagine. Secondo il monitoraggio di Outsports, testata internazionale che da tempo segue il rapporto tra sport e comunità LGBTQ+, ai prossimi Giochi parteciperanno 44 atleti apertamente dichiarati. È il numero più alto mai registrato in un’Olimpiade invernale.


 

Milano-Cortina 2026, i Giochi invernali più arcobaleno di sempre

Il confronto con il passato racconta meglio di qualunque slogan quanto stiano cambiando le cose: nel 2014 erano sette, quattro anni dopo quindici, nel 2022 trentasei. Oggi, nel 2026, si sfiora quasi il triplo rispetto a dodici anni fa, un incremento che non può essere ignorato, trattandosi non di una moda, ma di un vero e proprio segnale culturale: sempre più sportivi scelgono di vivere e gareggiare, mostrando che talento e identità personale possono coesistere senza compromessi. Una trasformazione che viene rappresentata perfettamente dalla Pride House, aperta a Milano, in zona Porta Venezia, uno spazio di incontro e confronto pensato per celebrare il legame tra sport e diritti civili, dove atleti, appassionati e comunità potranno dialogare, condividere esperienze e rafforzare il messaggio di inclusione.
Il confronto con il passato racconta meglio di qualunque slogan quanto stiano cambiando le cose: nel 2014 erano sette, quattro anni dopo quindici, nel 2022 trentasei. Oggi, nel 2026, si sfiora quasi il triplo rispetto a dodici anni fa, un incremento che non può essere ignorato, trattandosi non di una moda, ma di un vero e proprio segnale culturale: sempre più sportivi scelgono di vivere e gareggiare, mostrando che talento e identità personale possono coesistere senza compromessi. Una trasformazione che viene rappresentata perfettamente dalla Pride House, aperta a Milano, in zona Porta Venezia, uno spazio di incontro e confronto pensato per celebrare il legame tra sport e diritti civili, dove atleti, appassionati e comunità potranno dialogare, condividere esperienze e rafforzare il messaggio di inclusione.



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Lgbtq+ alle Olimpiadi, storie che pesano quanto le medaglie
Questa crescita non si traduce soltanto in numeri. Dietro ci sono biografie, relazioni, scelte personali fatte spesso dopo anni di silenzio. C’è chi ha affidato il coming out a un post sui social, come l’austriaca Lara Wolf, specialista del freestyle tra salti e acrobazie, oggi sposata e fresca di medaglia mondiale. C’è chi gareggerà contro la propria moglie: la belga Kim Meylemans e la brasiliana Nicole Silveira, entrambe nello skeleton, la disciplina in cui si scende a tutta velocità sdraiate su una slitta. Si sono conosciute nel circuito internazionale e si ritroveranno avversarie sullo stesso tracciato olimpico.
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Canada e Usa guidano la svolta della visibilità

Il Canada e gli Stati Uniti, storicamente più avanti sul tema della visibilità, portano delegazioni particolarmente numerose. Tra i canadesi spiccano la biatleta Shilo Rousseau, impegnata nell’attivismo per l’inclusione, e il danzatore su ghiaccio Paul Poirier. Ma è l’hockey femminile a concentrare più nomi: Emily Clark, Jaime Bourbonnais, Erin Ambrose, Emerance Maschmeyer, Brianne Jenner, Laura Stacey e Marie-Philip Poulin, molte con già medaglie olimpiche al collo e famiglie costruite proprio dentro il mondo dello sport. Gli Stati Uniti portano un gruppo eterogeneo: le hockeiste Cayla Barnes, Alex Carpenter e Hilary Knight, la velocista Brittany Bowe, la sciatrice alpina Breezy Johnson, la snowboarder Maddy Schaffrick, il pattinatore Conor McDermott-Mostowy e Amber Glenn, prima pattinatrice apertamente LGBTQIA+ in gara ai Giochi invernali.




Sono 44 gli sportivi apertamente LGBTQ+ in gara. Nella foto Filippo Ambrosini l’unico azzurro che si è dichiarato apertamente (Getty Images)
Tra icone affermate e prime volte storiche

L’Italia arcobaleno è Filippo Ambrosini, pattinatore artistico di Asiago, finora l’unico olimpionico azzurro apertamente gay. Dal Regno Unito arrivano il curler scozzese Bruce Mouat, tra i favoriti, il danzatore Lewis Gibson, il freestyler Gus Kenworthy, da anni una delle icone LGBTQ+ dello sport mondiale, e la sciatrice Makayla Gerken Schofield. La Repubblica Ceca schiera le hockeiste Krystina Kaltounkova e Aneta Ledlov, oltre alla leggendaria pattinatrice di velocità Martina Sablikova, sette medaglie olimpiche in carriera. La Svizzera conta Laura Zimmermann. Infine la Svezia, dove la presenza più simbolica è quella di Elis Lundholm, sciatore freestyle transgender destinato a diventare il primo atleta dichiaratamente trans nella storia delle Olimpiadi invernali. Con lui anche Sandra Naeslund e l’hockeista Anna Kjellbin.





Anche l’Europa amplia la mappa dell’inclusione

Anche la Finlandia presenta un gruppo compatto di hockeiste dichiarate: Sanni Ahola, Laura Zimmermann, Michelle Karvinen, Anni Keisala, Ida Kuoppala, Viivi Vainikka e Ronja Savolainen. Tra loro ci sono coppie che attraversano persino i confini nazionali. Sul fronte francese il volto più noto è quello elegante di Guillaume Cizeron, campione olimpico nella danza su ghiaccio, che da anni rivendica il diritto di essere ricordato prima di tutto per i risultati sportivi. Con lui Kevin Aymoz, attento anche ai temi della salute mentale. Nell’hockey compaiono Chloe Aurard-Bushee e Lore Baudrit. La Germania è rappresentata dalla giovane hockeista Nina Jobst-Smith.







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Lgbtq+ alle Olimpiadi, il ghiaccio si scioglie anche fuori dalle piste

Le Olimpiadi, si sa, non sono mai soltanto sport, ma sono piuttosto una fotografia del tempo in cui si svolgono. È proprio per questo che, se fino a pochi anni fa fare coming out poteva significare perdere sponsor o spazio in squadra, oggi sempre più atleti raccontano la propria vita senza sussurri. Non perché sia diventato facile, ma perché il silenzio pesa di più. E così, i Giochi di Milano-Cortina potrebbero non passare alla storia solo per il medagliere, ma potrebbero essere ricordati come l’edizione in cui il ghiaccio si è sciolto un po’ anche fuori dalle piste: meno armadi chiusi, più storie alla luce del sole. Del resto, alla fine, anche questo è spirito olimpico.

9.2.26

"Uno show disgustoso", "Sei un perdente": dal Super Bowl ai Giochi di Milano Cortina , Trump ne ha per tutti

le reazioni di trump davanti alle critiche ed opinioni differenti sono lo metodo della nostra premier. Fateci caso Attacca in modo esagerato chi dissente istigando odio sociale .
Stessa strategia Stesso "abuso" .

fonte  gazzetta  delllo sport  online  9 febbraio 2026 

Il presidente degli Stati Uniti se la prende con Bad Bunny per lo show al Super Bowl e anche con il freestyler Hass che l'aveva criticato
Dalla nostra inviata Marisa Poli 
Trump contro tutti. Contro i suoi atleti che all’Olimpiade si sono permessi di dissociarsi dalle politiche antimmigrazione. Contro lo spettacolo del Super Bowl di Bad Bunny, che dopo aver vinto tre Grammy award ha incantato il pubblico con un messaggio semplice e radicale: "Assieme siamo l'America. L'unica cosa più potente dell'odio è l'amore". Prima del trionfo di Seattle, in mezzo le star come Lady Gaga, Ricky Martin, Cardi B, Pedro Pascal e Jessica Alba, una taqueria di Los Angeles, uno degli ultimi social club portoricani di Brooklyn, persone normali in campo per un'America plurale. E Trump non ha gradito: "Lo show più brutto di sempre, uno schiaffo in faccia all'America. Nessuno capisce una parola e il ballo è disgustoso, soprattutto per i bambini"



Tutti contro  tutti  Ai Giochi il primo è stato il freestyler Hunter Hess. “Gareggiare per gli Stati Uniti non vuol dire che io approvi tutto quello che sta succedendo nel mio Paese”. Il riferimento era alle aggressive operazioni di controllo dell’immigrazione avviate dall’amministrazione Trump e alle due vittime di Minneapolis. Hess è stato chiaro: “Se è in linea con i miei valori morali, mi sento come se stessi rappresentando il mio Paese. Solo perché indosso la bandiera non significa che rappresenti tutto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti”. E il presidente non ha fatto attendere la risposta pacata: “Sei un vero perdente, torna a casa”. Poi sono arrivati Chris Lillis, anche lui freestyler, e la pattinatrice Amber Glenn: “Siamo preoccupati per quello che sta succedendo da noi”. A criticarli anche YouTuber Jake Paul (quello massacrato da Anthony Joshua nella sfida di pugilato). “Messaggio da tutti i veri americani: se non volete rappresentare questo Paese, andate a vivere altrove” ha scritto su X, dove ha 4,4 milioni di follower. Ma gli atleti olimpici Usa non si sono fatti spaventare. Lo sciatore freestyle Chris Lillis ha fatto riferimento all'Ice (l’Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia per l'immigrazione e le dogane) e ha affermato di essere “affranto” per quanto sta accadendo negli Stati Uniti. “Penso che, come Paese, dobbiamo concentrarci sul rispetto dei diritti di tutti e assicurarci di trattare i nostri cittadini come tutti gli altri, con amore e rispetto. Spero che quando le persone guardano gli atleti che gareggiano alle Olimpiadi, si rendano conto che que questa è l'America che stiamo cercando di rappresentare”.
Poi la pattinatrice artistica statunitense Amber Glenn ha affermato che la comunità LGBTQ+ ha attraversato un periodo difficile durante l'amministrazione Trump. In difesa di Trump e delle sue scelte politiche sono entrati in campo i campioni conservatoti. Dall'ex quarterback della NFL Brett Favre all'attore Rob Schneider, al deputato statunitense Byron Donalds. E c'è stata una valanga di insulti al vetriolo sui social. Amber Glenn pubblicato su Instagram di aver ricevuto “una quantità spaventosa di minacce e insulti per aver semplicemente usato la mia voce quando mi hanno chiesto come mi sentivo”. E ora scende in campo il Comitato Olimpico e Paralimpico degli Stati Uniti: dopo il numero crescente di messaggi offensivi e dannosi rivolti agli atleti ha deciso che rimuoverà i contenuti e segnalerà le minacce credibili alle forze dell'ordine.

Quando un parlamentare della Repubblica spiega apertamente come usare il clientelismo per orientare un voto di Ely Kyle Chio Carotti

    strano che   nessuno  del fronte  avverso    e i  giornali   non  s'incazzano   Quando un parlamentare della Repubblica spiega apert...