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25.3.26

Cholitas Escaladoras «Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta» .,Antonio Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi., ed altre storie

 

Cholitas Escaladoras

«Noi, donne boliviane, capaci di arrivare in vetta»

Un gruppo di Cholitas Escaladoras, donne di origine Aymara che scalano le montagne con la caratteristica gonna «pollera»: tra le loro conquiste ll’huayna Potosí (6.088 m), l’illimani (6.438 m) e l’aconcagua (6.961 m), la più alta del Sud America

Dora Magueño Gonzales sfida i pregiudizi guidando alpiniste a seimila metri La gonna della tradizione, i ramponi, il coraggio: un documentario le racconta

Sfidare perfino il buon senso, per un nobile motivo. «Tutte le guide ci ripetevano: non potete salire in cima con la pollera, rischiate di inciampare con i ramponi». La pollera è la gonna, ampia e colorata, che indossavano le donne indigene della Bolivia, diventata un simbolo contro le discriminazioni etniche, sociali e di genere. «Abbiamo deciso di ribellarci, dimostrare che anche noi donne potevamo arrivare fino in vetta e abbiamo deciso di farlo indossando i nostri abiti tradizionali» rivendica con orgoglio Dora Magueño Gonzales. Così nel 2015 ha guidato un gruppo di donne di etnia Aymara sullo Huayna Potosì, 6.088 metri sopra La Paz. Un primato che è entrato nella storia dell’alpinismo non per il risultato sportivo ma per la conquista di un traguardo forse più alto, quello contro i pregiudizi e le cattive consuetudini. Da allora non si sono più fermate. Hanno scelto di chiamarsi «Cholitas Escaladoras», perché cholita era in origine il dispregiativo con cui venivano chiamate le donne meticce, e invece è diventato motivo di vanto e di lotta.

Dora è adesso venuta in Italia per presentare Ascensio, il documentario sulla loro storia prodotto da Scarpa e da Gore-tex, che le hanno scelte come ambasciatrici di «inclusione, sostenibilità e rispetto della natura». Accanto alla figlia Lia (anche lei scalatrice sin da quella prima ascesa), ripercorre la sua vita: l’infanzia di orfana a La Paz («Non ho conosciuto né mio padre né mia madre»), i tre fratelli a cui ha dovuto badare («Bisognava dar loro da mangiare, abbiamo sofferto tanto, mancava tutto»), il sogno di sposarsi per trovare tranquillità economica («Però mia nonna mi aveva avvertito, la tua vita finirà quando diventerai moglie perché dovrai pensare solo a tuo marito»). A 16 anni sposa Agustin, una guida

in montagna, e inizia a fare la cuoca in un rifugio a Campo Alto, 5.300 metri, il punto dal quale partono le spedizioni verso il Potosì. «Non avevo fatto nessun corso, mi sentivo impreparata», ricorda Dora.
«Arrivavano scalatori da tutto il mondo, temevo che mi avrebbero chiesto piatti particolari che io non avrei saputo cucinare. Io sapevo fare solo la zuppa», prosegue Dora. È proprio la zuppa invece a darle fiducia nei propri mezzi: «Tutti mi dicevano che era buonissima, che arrivavano disidratati e stavano meglio. Ho capito che potevo essere all’altezza». Gli uomini però salivano, e lei e le altre restavano al campo base. «Guardavo la cima e sognavo di andare anche io. Chiedevo a mio marito e alle altre guide, tutti mi rispondevano allo stesso modo: le donne non possono salire».

La figlia Lia annuisce e prosegue: «Io sono cresciuta in montagna, ho iniziato a sciare sulle piste del Chacaltaya (le più alte al mondo prima che chiudessero per lo scioglimento del ghiaccio, ndr). Ho sempre pensato che prima o poi sarei salita in vetta, ma non sapevo quando». L’occasione si presenta il 6 dicembre 2015. «Un fotografo ci dice che se avessimo trovato il coraggio era pronto a seguirci». Dora coinvolge la figlia e altre donne, tutte portatrici o cuoche come lei. «Partiamo in undici, mio marito si convince e ci fa da guida» prosegue Dora. Salgono come hanno sempre immaginato, con le polleras e gli aguayos, gli scialli colorati a mo’ di zaini. «All’inizio - ammette Lia non avevamo l’attrezzatura adeguata. I caschi ce li hanno prestati, non c’erano scarponi adatti ai nostri piedi piccoli, indossavamo stivaloni di plastica, io camminavo come un robot. Ricordo che faceva molto freddo, in compenso avevamo tanta forza». Aggiunge Dora: «Scalare per la prima volta è stata un’emozione fortissima. Mi è venuta voglia di piangere».

Non è stato un punto d’arrivo, ma di partenza. Sono salite su tutte le principali vette della Bolivia, hanno conquistano anche l’aconcagua (6.967 metri), la più alta del Sudamerica, e l’anno scorso sono state anche sul Monte Bianco. «Adesso - dice Dora - ho 60 anni ma mi sento ancora giovane. Mi piacerebbe scalare tante altre montagne. Un sogno è l’everest, ma non so se lo faremo perché si scontra con i nostri principi. Abbiamo un fortissimo rispetto della natura, non vogliamo né inquinarla né contaminarla». Prima di ogni salita invocano la protezione delle Achachilitas, le divinità delle vette, e bruciano foglie di coca, tabacco, cannella, copale e anche del glitter «per rendere il fuoco più bello». «Se non salirò sull’everest - confessa Dora mi piacerebbe almeno vederlo da lontano. Soprattutto vorrei che i miei nipoti e le nuove generazioni continuassero sulla strada che abbiamo tracciato noi». La figlia Lia assicura: «Anche se è la più anziana è sempre la più motivata e la più resistente nel gruppo. A volte qualcuna rinuncia, lei va sempre avanti».

La forza non sta nelle gambe ma nella volontà. «A tutte le donne - conclude - ripeto che non devono farsi sconfiggere o lasciarsi maltrattare, devono perseverare per realizzare i loro sogni, così come ho fatto io. Dobbiamo lottare, perché noi donne siamo coraggiose, molto coraggiose. E possiamo ottenere tutto quello che vogliamo».


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Pappano e l’orchestra di Fiesole, maestri di musica per gli ultimi

Ora anche gli allievi della formazione fiorentina diventano «insegnanti solidali» nelle periferie Il contributo del celebre direttore, il mutuo scambio di conoscenza nei quartieri Piagge e Sorgane Il racconto di Pietro: «Il primo corso gratuito a 8 anni,

Un gruppo di giovani musicisti dell’orchestra di Fiesole al quartiere Le Piagge (foto di Marco Borrelli)

L’overture del progetto (pedagogico e inclusivo) inizierà con la bacchetta di Sir Antonio Pappano. Concerto numero 1 di Brahms, Sinfonia numero 5 di Šostakovi e un seminario di studi che il grande direttore d’orchestra dedicherà ai «ragazzi» dell’orchestra Giovanile Italiana, (con sede a Fiesole), una tra le più straordinarie iniziative musicali rivolte ai giovani talenti. Dopodiché accadrà per la prima volta qualcosa di sublime. Un’armonia molto particolare che trasformerà i concertisti, anche loro studenti, in insegnanti solidali che si prenderanno cura di bambini e ragazzi svantaggiati. Con i loro strumenti, raggiungeranno il quartiere periferico delle Piagge a Firenze per iniziare un corso di lezioni musicali. E si partirà proprio dall’insegnamento di Pappano e dalla sua visione della musica, facendo ascoltare ai discenti i capolavori della musica classica e raccontando loro, strumento alla mano, che cosa significa entrare nel mondo delle vibrazioni di Brahms e Shostakovich.

Sarà anche un’occasione per mettere in pratica il metodo che l’antico pedagogista svizzero Johann Heinrich Pestalozzi chiamò «mutuo insegnamento». Perché se i musicisti della Giovanile sveleranno ai compagni delle Piagge i segreti delle note, questi ultimi racconteranno loro (con gesti e parole) cosa significa amare la musica e avere la possibilità di studiarla senza aggravi economici.

Da anni infatti i docenti della Scuola di Musica di Fiesole, un’istituzione di eccellenza fondata dal violista Piero Farulli, uniscono ai normali studi di perfezionamento di livello universitario che si svolgono nella bellissima villa medicea sulla collina panoramica di Fiesole corsi solidali

Inclusione

C’è pure il coro: ragazzi sordi cantano con altri studenti indossando guanti bianchi

nei quartieri svantaggiati di Firenze.

«Alle Piagge, all’isolotto, a Sorgane e alle Cure - spiega Anna Maria Meo, la sovrintendente della scuola fiesolana - ogni anno si organizzano corsi gratuiti e molto frequentati. E ci sono molti esempi di ragazzi che dimostrano talento e possono ambire a diventare professori d’orchestra. Le lezioni sono dedicate a minori dai 9 ai 14 anni e sono molto seguite. A fine corso si esibiscono in concerti, durante la Festa della musica nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Ma è la prima volta che i nostri studenti “tradizionali” si trasformano in insegnanti. E sono convinta, grazie anche agli stimoli che avranno con il maestro Pappano, che daranno il meglio di loro stessi e avranno anche un grande arricchimento».

Ruben Have, violinista, padre danese e madre fiorentina, sarà uno degli studentidocenti. «Andrò a questa iniziativa con un quartetto d’archi dell’orchestra giovanile conferma Ruben con entusiasmo - e insieme cercheremo di trasmettere a questi ragazzi non solo le emozioni ma la ricchezza della nostra disciplina. E racconteremo anche la nostra esperienza con il grande direttore Antonio Pappano. Speriamo di contribuire anche in questo modo a far nascere talenti».

Già, i talenti. Pietro Gandolfo, 19 anni, è uno degli esempi di come la gratuità e la presenza di scuole di musica nei quartieri può creare ottimi musicisti. «Avevo 8 anni quando ho iniziato a frequentare i corsi gratuiti alle Piagge - racconta - ed è stata una scoperta continua. Ho capito che era la mia strada. Adesso dopo aver vinto una borsa di studio mi sto laureando in violoncello e ho un sogno grandioso: suonare in un’orchestra che però per scaramanzia non svelo».

Nel quartiere delle Cure i corsi gratuiti dei docenti di Fiesole (ma chissà, anche qui potrebbero arrivare gli studenti) sono dedicati ai ragazzi con disabilità. Ci sono anche studenti sordi. Imparano la musica non soltanto con il solfeggio, apprendendo i valori e il ritmo delle crome e delle biscrome, ma anche con le vibrazioni. «Abbiamo organizzato un coro . I ragazzi sordi - conferma Anna Maria Meo - cantano con altri studenti indossando guanti bianchi. Sono straordinari».

Pappano arriverà a Firenze il 19 maggio e sino a domenica 24 dirigerà l’orchestra Giovanile (si esibirà anche il direttore della scuola, il famoso pianista tedesco Alexander Lonquich). Sul podio negli anni sono succeduti Muti, Abbado, Gatti, Mehta, Sinopoli e Giulini.


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«Lo sport mi ha ripulito, ora corro contro la droga»

Alejandro Metzger durante la Ironman 2024 a Cervia

Alejandro Metzger e la scoperta della corsa per uscire dalla coca e salvare la famiglia Il Cavana Run Club e l’impegno per aiutare gli altri a capire che smettere è possibile «Eravamo dieci, oggi siamo mille per una vita sana». In settembre la sfida di Ironman

Un chilometro e mezzo di corsa: sudore, fatica, malessere. Lo sforzo lo piega. Ma in fondo è la prima azione positiva dopo anni di negatività. Accade nell’immensa Los Angeles, lì dove basta un fischio e la droga arriva su un vassoio d’argento. Era il 2019. Alejandro Metzger, che oggi ha 38 anni, una moglie, Eva, e una bimba, se non fa più uso di cocaina lo deve alla corsa. La pillola che lo ha salvato quando stava sprofondando negli abissi più tetri. «Sono “clean” (pulito) da quattro anni». E

” Sacrifici distrutti

Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita, mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva

ora è pronto a raccontare la sua storia. Perché oggi il suo obiettivo è mantenersi pulito, ma anche aiutare gli altri: non solo con il Cavana Run Club, nato proprio in questo periodo di rinascita, ma anche con la sua voce. Per dire che uscirne si può.

È vero, ha avuto attorno chi lo ha spronato, con le buone o le cattive. Ma, soprattutto, Alejandro ha avuto la voglia di rialzarsi. Poche storie: «Se non parte da te, gli altri non possono obbligarti». E questo vale per qualsiasi dipendenza. «Ero arrivato a un punto bassissimo della mia vita. Pesavo 63 kg, non mangiavo più, non dormivo più. Raccontavo bugie a tante persone. Mi drogavo di nascosto mentre Eva dormiva. Lei aveva deciso, giustamente, di lasciarmi. Allo stesso tempo avevo perso il lavoro nella società che avevo costruito con due amici. Il motivo? Rubavo soldi per comprare la droga: 20 mila euro in sei mesi. Avevo distrutto tutti i sacrifici fatti per creare due negozi e un ristorante con i miei soci. E avevo iniziato a fumare anche crack. Decisi quindi di lasciare Trieste».

Alejandro allora raggiunge il padre in America, che lì si era trasferito anni prima. «Arrivo a Los Angeles e 24 ore dofronti. po trovo già il modo di procurarmi la droga. Ma è proprio mio papà, con cui nel tempo ho riallacciato un rapporto bellissimo, a spronarmi a fare sport. E ancora prima mi aveva ispirato un podcast di Rich Roll, ex tossicodipendente e oggi atleta di extra endurance». Com’è stata allora quella prima corsa a Los Angeles? «Difficile. Ma il giorno seguente ci ho riprovato facendo due chilometri. Dopo due settimane di fila, ne feci otto. Questo mi permise di acquisire sempre più autostima: più correvo e meno pensavo alla mia vita passata». Succede poi che nel periodo del Covid Alejandro torni a Trieste. Si rimbocca le maniche. La vita torna a sorridergli, ma l’ambiente dove tutto è iniziato porta anche a qualche ricaduta. «Però non ero più il bugiardo di prima. Tanto che mi sono confidato con Eva, con cui nel frattempo ero tornato insieme, e lei mi ha consigliato: vai da uno psicoterapeuta».

Due anni di introspezione in cui riesce a capire anche da dove era nato quel bisogno di essere dipendente da qualcosa. «Sono ripartito da quando ero bambino. Per arrivare a 15 anni quando mio padre partì per gli Usa. Lì si era rotto qualcosa, era subentrato un senso di ribellione nei suoi conMa mi sentivo anche poco realizzato, nonostante avessi fatto mille cose. La prima striscia di cocaina? Sempre a 15 anni, ma il consumo si era fatto più insistente quando ho cominciato a lavorare nel mondo della ristorazione».

E oggi? «Mi focalizzo su quanto bene sto senza la droga e questo è merito di una routine fatta di abitudini sane, come la corsa». L’allenamento è sei giorni su sette, in totale 150 chilometri al mese. E poi ci sono le sfide continue. «Mi do obiettivi fuori dalla mia portata, ma che so di poter provare a raggiungere solo mettendomi nelle

” La nuova vita

Con mio papà ho ripreso un rapporto bellissimo, è stato lui a spronarmi e ho smesso di mentire

condizioni di vincere». Prossimo appuntamento la gara di Ironman a settembre: 3,8 km di nuoto, 180 di bici e 42 di corsa in 17 ore. E poi le testimonianze in alcune scuole, per raccontare la sua storia. Senza dimenticare il Cavana Run Club. «L’idea è nata per caso. Ho voluto lanciare un invito con il mio ex socio e amico Teo: “Venite a correre, poi ci beviamo una birretta”. Aderirono dieci persone, che in un mese diventarono cento, oggi siamo in mille, di tutte le età e l’obiettivo non è la performance».

E se la vita può essere anche un film, Alejandro ha già chi sulla sua ha intenzione di fare un documentario: il filmmaker triestino Daniel Baxa. Per riavvolgere la pellicola e raccontare le cadute ma soprattutto una rinascita.



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