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25.4.26

«Con il gruppo tutto al femminile sfatiamo itabù del canto atenore» Il trio di Ilaria Orefice reinterpreta la millenaria tradizione maschile «Si sta aprendo uno spazio nuovo, tante donne sono orgogliose di noi»

siti consultati
Canto a Tenore Femminile fondato da Ilaria Orefice








Come spesso accade nelle migliori scoperte, la curiosità e il desiderio di esplorare nuove possibilità portano a risultati sorprendenti. È proprio da questa spinta che nasce la sperimentazione di Ilaria Orefice, musicista e ricercatrice italiana, mossa non dalla volontà di sovvertire la tradizione, ma dal profondo rispetto per essa e dal desiderio di indagare, con sensibilità e ascolto, le potenzialità sonore delle voci femminili nel canto a tenore.
Appassionata di vocalità tradizionali del mondo, la stessa Ilaria ha voluto scoprire con le sue stesse orecchie quale timbro e quali sfumature potessero emergere da un canto a tenore eseguito esclusivamente da voci femminili, utilizzando le complesse tecniche gutturali che questa pratica richiede. Non per sostituirsi al repertorio maschile, ma per ampliare la comprensione di una forma musicale tanto profonda quanto affascinante.
Il canto a tenore, patrimonio vocale della Sardegna, è tradizionalmente eseguito da voci maschili suddivise in quattro parti, tra cui spicca la “bassu”, la voce gutturale e risonante, che necessita di grande padronanza tecnica.
Con grande rispetto per questa tradizione, e grazie alle numerose risorse online che accademici e studiosi hanno con cura preparato negli ultimi anni, ha intrapreso un percorso di studio e di

sperimentazione che l'ha condotta a fondare il primo coro femminile di canto a tenore. Un progetto nato dall'ascolto, dalla dedizione e dal desiderio di esplorare nuove vie sonore, portato avanti insieme a un gruppo di donne appassionate e determinate.
Attraverso anni di lavoro condiviso, il coro ha sviluppato una vocalità intensa e coinvolgente, capace di evocare emozioni profonde e di offrire una nuova prospettiva sulla ricchezza espressiva del canto a tenore, senza mai perdere il legame con le sue radici.Esso è un esempio di quando a continuare le tradizioni e l'identità sono le donne. Infatti : « Con il gruppo tutto al femminile
sfatiamo iltabù del canto a tenore » .
Il trio di Ilaria Orefice reinterpreta la millenaria tradizione maschile « [... ] aprendo uno spazio nuovo, tante donne sono orgogliose di noi »


Ecco quanto riporta la nuova sardegna. 24\4\2026


di Caterina Cossu


Un esperimento che ha incantato Instagram: il canto a tenore, simbolo indennitario della Sardegna e da sempre legato a una tradizione maschile, aperto a una nuova interpretazione tutta al femminile. Il video


 del trio guidato da Ilaria Orefice - insieme a Martina Tiddia e Vanessa Pistis - è brevissimo, ma h a gia
ha acceso il dibattito su questa nuova frontiera, raccogliendo attenzione e reazioni anche tra gli stessi cantori tradizionali.
Cantante, ricercatrice vocale e insegnante, Orefice è tra le figure più atti-ve nello studio e nella divulgazione del canto armonico e gutturale, con esperienze e riconoscimenti anche a livello internazionale.


Da dove nasce il suo percorso nel canto?

«Sono una cantante, ricercatrice vocale e insegnante di canto. Questo progetto nasce da oltre 16 anni di
esperienza nel campo della vocalità.
Nel tempo mi sono specializzata nel canto armonico difonico e nei canti digola della tradizione popolare. Ho tondato la scuola Cantodifonico.eu e lavoro anche come vocal coach, esplorando le potenzialità più nascoste della voce».


Lei insiste molto sul valore del canto sardo: perché?

 «In Sardegna tendiamo a snobbare il nostro canto tradizionale, relegandolo a qualcosa di interno, maschile e folkloristico. È un condizionamento che contrasta con quello che proviamo quando l o ascoltiamo: è u n canto ancestrale, che smuove sensazioni profonde. Siamo cresciuti pensando che sia un espressione solo barbaricina, ma è il momento d i superare questo limite»


Di cosa si occupa concretamente oggi?

«Sono di Mogoro e insegno anche alla scuola civica di musica di Oristano. Porto avanti una scuola di canto armonico e gutturale, lavorando sulle corde vocali e sulle loro possibilita espressive. Sono inoltre l'unica insegnante donna di throat singing in Italia »


Quanta base scientifica e ricerca c'è nel suo lavoro?

«Tantissima. Anche grazie alle risor-se rese disponibili dal lavoro d i MarcoLutzu, Bastiano Pillosu e Gigi Oliva la mia ricerca sul funzionamento anatomico del canto armonico, anche sardo è stata molto più consapevole. E stata pubblicata su PubMed e ripresada riviste americane come The Journal of Voice e Atlas Obscura. Questo mi ha portato a insegnare all'estero,
al conservatorio di Cracovia e in Danimarca per esempio, e ad avere in Sar-degna studenti arrivati dall'università americana d i Berkeley, Lund University Svezia e Valencia».


Che effetto le h a fatto vedere il canto sardo con gli occhi degli stranieri?

«E' stato illuminante. Mi ha fatto capire quanto sia prezioso i l nostro pa-trimonio. Da lì è nato il mio impegno come divulgatrice: ho il privilegio di fare da ponte, di creare connessioni efar conoscere questa tecnica».


Come è nato i l vostro progetto a lfemminile sul canto a tenore?
«Mi sono avvicinata con grande umiltà. Non sono un cantore tradizionale e non vengo da quel mondo. Il trio è composto d a me, che eseguo il bassu, da Martina Tiddia che esegue la voce di contraeda Vanessa Pistis alla mesu oghe. Ora cerchiamo la quarta boghe solista. Abbiamo iniziato a sperimentare insieme però in due, con Martina. E già al primo tentativo abbiamo sentito qualcosa d i potentissimo: ci siamo guardate e ci siamo messe a piangere. Tra noi tre poi si è crea-ta una sintonia fortissima che oggi ci permette di lavorare in maniera molto affiatata»

Qual è stata l a reazione dei cantori tradizionali ?

«Inaspettatamente positiva. Abbiamo fatto ascoltare le nostre prime prove agliesperti, per rispetto e correttezza, e sono rimasti colpiti, offrendoci supporto. Il loro parere per noi è fon-damentale. Un riconoscimento recente è quello di Daniele Cossellu, sa oghe dei Tenores di Bitti Remunnu, preziosissimo».


E il pubblico?

«Abbiamo trovato più resistenze tra alcune persone, anche con critiche poco simpatiche. Ma per noi contano le "autorità", cioè i cantori e gliesperti. Il video è stato analizzato daloro prima della pubblicazione ».


Sentite di aver rotto un tabù?

«Inevitabilmente, sì. Qualcuno aveva già provato con ensemble femminili, ma sempre a voce pulita. Noi siamo le prime a utilizzare la tecnica completa. E stato un passo importante e non
ce lo aspettavamo».


Che risposta avete ricevuto dalle donne?

«Un entusiasmo fortissimo. Tantesono orgogliose e vogliono avvicinar-s i a questa pratica. Si sta aprendo unospazio nuovo: i tempi sono maturiper un cambio di prospettiva».


C'è anche chiteme che questo possa alterare la tradizione. E davvero possibile?

«No. Una breve esibizione non può intaccare una tradizione millenaria.
Al contrario, apre nuove possibilità di esplorazione e divulgazione. Il rischio vero è che queste pratiche si perdano ».


Qual è il futuro del progetto?

«La nostra è una scuola itinerante:la Sardegna resta il punto di partenzae di arrivo, ma vogliamo aprirci al mondo. Chi viene qui va poi imparadirettamente dai cantori, vive i luoghi,i suoni,i profumi. È un tutt'uno».

28.4.25

le porte - Pacmogda Clémentine

 L'evoluzione dell'umanità si è accompagnata sempre di muri e chiusure. I primati a un certo momento hanno avuto bisogno di proteggersi dai predatori dormendo sugli alberi. Poi man mano, dopo aver acquisito l'abilità a creare e più l'intelligenza a organizzare andava performandosi, l'umano a imparato a costruirsi un riparo con materiali vari che andavano dai rami e fogli alla paglia fino ad arrivare ai mattoni prima di fango e poi di altri materiali sempre più resistenti e duraturi. All'inizio doveva essere questa cosa della proprietà privata che nasceva. Però anche il bisogno di avere un posto sicuro e riservato dove conservare le proprie cose e dove poter avere un minimo di intimità.Quando ero piccola, ho visto e ho dormito in case di fango principalmente delle capanne, cioè case circolare con un tetto di paglia a forma di cappello. Era bello vedere la fabbricazione del tetto, è un giorno di viavai, di sudore, di ilarità, di aiuto riciproco, di cibo e bevande di miglio, spesso piccante, preparate con burro di karitè. Poi alla fine tutto un gruppo di uomini che lo sollevano urlando "haya haya!" fino ad appoggiarlo sulla casa. Queste case hanno un ingresso ma non avevano una porta materiale che si chiude (una porta senza la porta che apre e chiude). Non era necessario. La maggioranza aveva ai due lati della porta, due grossi pezzi di legno inchiodati al suolo che si chiama "Lugri" e fra questi due si metteva una specie di stuoia di paglia tessuto bene sempre da uomini che si appoggiava all'ingresso e fungeva da porta. I legni servono a tenerlo fermo. Quando uno voleva entrare o uscire, bastava tirare questa stuoia di lato. Serviva sopratutto a non lasciare entrare gli animali in casa. Non serviva per impedire a qualcuno di entrare per rubare non si sa cosa. Nessuno entrava a casa di altri per nessun motivo a parte le altre persone che abitano lì e che sono famigliari che potrebbero entrare a prendere qualcosa da usare e rimettere a posto. Poi pian piano, le case hanno cominciato ad avere una porta fatta di lamiere che si comprava al mercato con o senza lucchetto. Il lucchetto a volte serviva a tenere la porta chiusa mentre si va via, altrimenti il vento lo faceva aprirsi da solo. Tanto che per uscire se uno non ha un lucchetto, legava la porta con un filo.

Pian piano, nei villaggi nascevano altre tipi di case con tetto di lamiere per vari motivi. Le condizioni di vita migliorano al costo di tanti sacrifici ma lo spazio di una capanna cominciava ad essere insufficiente a contenere le persone e le loro cose. In più nessuno può negare che sia comodo avere una casa più grande. Poi era segno di modernità. Inoltre bisogna osservare che comunque il bosco si allontana sempre di più e la paglia diventa diventa difficile da trovare. Infine con il passar degli anni, i giovani migravano verso le città e trovare dei ragazzi per andare a raccogliere la paglia e tessere le stuoie per fare i tetti, diventa più difficile. Allora si mette da parte per messi o anni e si compra le lamiere poi si fanno i mattoni per costruire le case. Le case hanno cominciato ad avere le porte di lamiere con lucchetto ma anche e di più le porte mettaliche tipo a persiane più robuste non con lucchetto ma con serratura. Le chiavi sono diventate anche più robuste e stranamente sono nati i ladri che rompono serrature e lucchetti e portano via cose di proprietà di altri. Anche se nel frattempo all'interno, varie porte avevano i "crochets", cioè si chiede anche all'interno e da fuori nessuno lo vede e quindi non può aprire. In Europa, le porte hanno spesso vari serrature. A Pisa noi ne avevamo almeno tre una più potente dell'altro. Tutto questo contro gli eventuali ladri o altri delinquenti. Ai citofoni, a volte c'è il video per vedere chi sta suonando prima di aprire. Ora tante sono le case con allarmi inseriti. Forse fra una decina di anni la maggior parte delle case ne saranno dotate. Ma i ladri e i delinquenti continuano a esistere e vanno avanti lo stesso. Ogni tanto si ferma qualcuno ma altri rimangono in azione. Ho come l'impressione che più le porte sono robusti, resistenti e perfezionati, più i ladri diventono professionisti e creativi. Alla fine mi sembra che non sono le porte il problema. Non sono le porte che ci proteggono ma come risuciamo a gestire i diritti umani. Come riusciamo a lasciare o a non lasciare qualcuno indietro. Più ci blindiamo più siamo soggetti agli effetti della delinquenza. Si sa che la delinquenza nasce della povertà, lo sfruttamente, l'insensibilità, le delusioni vari ma anche dalla solitudine. Mi ricordo della mia infanzia e delle porte di paglia e mi chiedo ma come mai siamo arrivati a questo livello di paura degli altri e come gli altri sono diventati una minaccia? Sembra abbia vissuto più di 100 anni sulla terra invece non ho nemmeno la metà ancora. Sembra che più costruiamo muri, più la necessità e/o la voglia di cavalcarli nascono e con loro le tecniche per arrivarci.

Inaugurata l'8 maggio nella libreria Bardamù di Tempio Pausania in piazza Gallura la nuova mostra personale dell'artista tempiese "Ogni cosa è un segnale" di Gavino Ganau

Ganau (Tempio Pausania, 1966) è oggi uno dei pittori sardi più riconoscibili per rigore formale, atmosfere sospese e una poetica dello sguar...