con questa canzone ( mia dolce rivoluzionaria ) di cui ho riportato. sopra alcune strofe alla polemica che si creo sempre al concertone del primo. maggio quando cambiarono alcune strofe qui le due versioni a confronto Contessa di Paolo Pietrangeli canzone storica del nostro paese
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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2.5.26
c'e cover e cover. ., c'e riadattamento ed. riadattamento il caso. di bella ciao al concerto del 1 maggio 2026
con questa canzone ( mia dolce rivoluzionaria ) di cui ho riportato. sopra alcune strofe alla polemica che si creo sempre al concertone del primo. maggio quando cambiarono alcune strofe qui le due versioni a confronto Contessa di Paolo Pietrangeli canzone storica del nostro paese
13.2.26
Le Olimpiadi invernali ci ricordano che non siamo tutti uguali (e che qualcuno deve sempre perdere) ma emozionano sempre
da https://www.vita.it/idee/
Le Olimpiadi invernali ci ricordano che non siamo tutti uguali (e che qualcuno deve sempre perdere)
Un giorno sulla neve costa almeno 100 euro a persona tra viaggio, attrezzature, accesso alle piste e altro: quante famiglie possono permetterselo? Quanti bambini e ragazzi guarderanno i loro eroi, in questi giorni, ben sapendo che praticano sport per loro inaccessibili? Quanti genitori dovranno confrontarsi, ancora una volta, con la “differenza”?
di Riccarda Zezza

Ègrande festa, a Milano e non solo, per queste Olimpiadi. E sì, qualche volta è giusto anche festeggiare, e lo sport ha il merito di unire Paesi diversi in momenti specifici – le date fanno nel tempo quello che i luoghi fanno nello spazio: diventano dei simboli – ricordandoci che siamo tutti “uguali”.
Ma lo siamo davvero? Il primo pensiero va proprio agli sport di queste Olimpiadi, di cui il più “comune” è lo sci. Un giorno sulla neve costa almeno 100 euro a persona tra viaggio, attrezzature, accesso alle piste e altro: quante famiglie possono permetterselo? Quanti bambini e ragazzi guarderanno i loro eroi, in questi giorni, ben sapendo che praticano sport per loro inaccessibili? Quanti genitori dovranno confrontarsi, ancora una volta, con la “differenza”?
Non sono una fan del calcio, ma la narrazione di questo sport così popolare ha un pregio: per giocare a calcio basta un pallone. Possono farlo tutti, e infatti molti calciatori talentuosi vengono dalla povertà: l’accessibilità di questo sport è stata per loro leva di riscatto sociale – e quanti bambini con la maglietta di Messi si vedono anche oggi nei Paesi più poveri, liberi di sognare perché, per quanto lontano, si tratta di un sogno “possibile”?
Sappiamo bene che anche lo sport, per quanto di origini nobili, alla fine è un business – altrimenti non funzionerebbe così bene – e in quanto tale mette insieme intrattenimento e soldi (tra 5,3 miliardi e 6,1 miliardi complessivi di euro di impatto economico sulla economia italiana e dei territori ospitanti), tanto che l’antropologo e filosofo francese Jean-Marie Brohm lo ha definito «la vetrina più spettacolare della società globalizzata delle merci», e quindi a sua volta, semplicemente «una merce». Ma forse, nella sua efficacia simbolica, è anche l’occasione per farsi alcune domande.
La prima riguarda appunto la sua accessibilità e la sua forza nel reiterare delle distanze tra chi può e chi no, dandole ormai per scontate. A questa si aggiunge l’impressione che, ancora una volta, tre settimane di festa sportiva funzioneranno da “oppio dei popoli”, mettendoci tranquilli e distratti nel ruolo di spettatori gaudenti. Un ruolo che sembra calzarci bene, come ha scritto nel 1987 il noto linguista Noam Chomsky «una delle funzioni che cose come lo sport professionistico svolgono nella nostra società – e in altre – è offrire uno spazio in cui deviare l’attenzione delle persone da ciò che conta davvero, così che chi detiene il potere possa occuparsi delle questioni importanti senza interferenze da parte del pubblico». Panem et circenses: non ci siamo inventati niente di nuovo.
Ma è l’ultima riflessione quella che mi preme di più, perché oggi forse è più urgente che mai. Perché lo sport ci sembra un simbolo così potente? Di che cosa è simbolo? Lo ha spiegato bene Michele Serra su La Repubblica di sabato 7 febbraio: lo sport traduce in modo “indolore” le dinamiche della guerra. Soddisfa quindi l’istinto primordiale umano dell’attacco, della competizione, della lotta per la vittoria, e lo fa senza che nessuno si faccia male.
Lo sport, quindi, come una “guerra buona”? O, come lo ha definito George Orwell nel 1945, “una guerra senza gli spari”, che è il massimo a cui possiamo aspirare? Lo stesso Trump, nel 2016, si è lamentato che le regole della Lega Nazionale di Calcio stavano diventando troppo “soft”, riflettendo la debolezza del popolo americano: dove stava finendo il sano spirito bellico? D’altronde è qui che sta la base biologica del successo dell’arena sportiva: nell’attivare le stesse premialità ormonali di un combattimento, nel portarci a tifare come se in campo ci fossimo noi, nel farci sentire “eroi per un giorno”. E va bene così: magari potesse davvero sostituirsi alle guerre! Ma il modello che continua a proporci, come la guerra e come la politica, è ancora e sempre quello di un gioco a somma zero. Ci ricorda incessantemente che, perché qualcuno vinca, qualcun altro deve per forza perdere. Ma è davvero sempre così: è questo l’unico paradigma destinato a intrattenerci e ad accenderci, nel futuro come nel passato?
Se, come specie, avessimo avuto il gioco a somma zero come unico modello di riferimento, ci saremmo estinti da tempo: la realtà è che l’umanità è sempre sopravvissuta soprattutto grazie alle sue capacità di cura e relazioni sociali, che sono attività puramente collaborative, ovvero “non a somma zero”.
Mentre, attraverso lo sport, celebriamo l’istinto che ci ha tenuti in vita attraverso la caccia e la fuga, è troppo chiedere di iniziare a riconoscere e a festeggiare anche quest’altro istinto umano di sopravvivenza, che altrettanto e forse di più del primo ci ha consentito di prosperare? Sarebbe possibile, insomma, immaginare di scendere un giorno tutti in campo a giocare delle “Olimpiadi della Cura”: in cui possono tutti, ma proprio tutti, non solo partecipare, ma addirittura vincere?
Nella foto LaPresse la caduta di Dominick Paris alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 – gara di superG maschile
12.1.26
utopia
vero. ma le utopie aiutano a vivere meglio nella speranza di vederle realizzate. chi è senza speranza è un uomo morto.
15.7.25
"Ragazze, vi esorto a essere le madri della rivoluzione della compassione di cui questo secolo ha tanto bisogno DAILAMA
Una risposta al post : « il mondo sarebe migliore con le donne al potere ? una storiella vetero femminista di Rossella Ahmad \Antonella Occhioni » pubblicato tempo fa su questo blog sembra venire da
Fpmt Italia 1 luglio alle ore 08:42
"Ragazze, vi esorto a essere le madri della rivoluzione della compassione di cui questo secolo ha tanto bisogno. Avete un ruolo speciale da svolgere nel dare alla luce un mondo migliore. È biologicamente provato che le donne sono più empatiche e più sensibili, più ricettive verso i sentimenti altrui. In tal senso, le donne sono modelli di umanità. Studiando la storia si può constatare che in ogni epoca, su tutti e cinque i continenti, sono stati gli uomini a provocare carneficine e distruzione. Sono stati celebrati come eroi quando avrebbero dovuto essere condannati come criminali! In era preistorica, quando regnava la legge del più forte, era la forza muscolare dell’uomo rispetto alla donna a determinarne la superiorità. È nato così il dominio maschile. Nel tempo, però, questo rapporto di forza si è evoluto. L’istruzione, le conoscenze, le competenze hanno acquisito un’importanza sempre maggiore. Sono decisamente femminista, e mi rende felice vedere donne sempre più giovani e numerose accedere a posti di grande responsabilità. D’altronde ho avuto l’onore di incontrare capi di stato donne, e quindi vi incoraggio, mie giovani amiche, a prendere parte attiva alla vita politica ed economica del vostro paese. Potrete così occupare posizioni chiave per portare avanti la rivoluzione della compassione. Assumete la leadership, perché abbiamo bisogno che siate voi a promuovere l’amore e la compassione! Realizzate il mio sogno di vedere le circa duecento nazioni del mondo governate da donne! Ci sarebbero meno guerre, meno violenza e meno ingiustizie economiche e sociali. Soprattutto, non crediate che per conseguire e mantenere alti incarichi sia necessario riprodurre i comportamenti maschili più indegni! La vera forza nasce alla fonte dell’amore e della compassione. Più numerose sarete a esercitare il potere in questo senso, più la violenza diminuirà. Giovani donne del nuovo millennio, siate le pioniere della rivoluzione delle rivoluzioni! Dalai Lama. Ribellatevi! (Garzanti).
sul canale whasap della bottega del commercio equo e solidale di tempio pausania da cui ho preso questo post n'è nata una discussione interessante fra laici e credenti e simpatizzanti buddisti
mmm!!!. come ***** Se penso alle donne che abbiamo ai vertici dell'Unione Europea e ad altre, come la nostra Presidente del Consiglio e a Margaret Thatcher (?), la lady di ferro, penso che le parole del Dalai Lama siano un tantino retoriche. E dico: ❤️evviva le donne e gli uomini che fanno insieme la rivoluzione della nonviolenza e della compassione
******👍👍👍
**** Credo che quello del Dalai Lama sia un auspicio per il futuro e la speranza che l’energia femminile della compassione arrivi laddove quella della forza maschile ha portato il mondo sul ciglio del baratro come siamo ora 😊
**** Sostenuta, purtroppo con convinzione, dall'ammirazione di troppe donne al potere per la forza maschile.
Io ho delle ho delle riserve nel nostro paese
ne abbiamo una che a onor del vero non mi pare così sensibile empatica ......!
Mi auguro che le prossime che verranno elette siano Donne con qualità che faranno la differenza



10.7.25
il mondo sarebe migliore con le donne al potere . ? per il momento gli eventi attuali confermano che è una storiella vetero femminista di Rossella Ahmad \Antonella Occhioni
canzoni suggerite
- voglio una donna - roberto vecchioni ( testo e interpretazione )
- Il Figlio del re-Piero Marras@Juannusai
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| rielaborazione della locandina trovata su google di una mostra univ trento 2024 curata da Caterina Mordeglia |
18.3.25
DIARIO DI BORDO N 108 ANNO Ⅲ “Meravigliosamente strani”, la docente fa supplenza in una classe con studenti senza smartphone .,Striscione osceno al posto del Tricolore: l'oltraggio al monumento ai Caduti
da www.orizzontescuola.it/ del 14\3\2025
“Meravigliosamente strani”, la docente fa supplenza in una classe con studenti senza smartphone. Sui social è polemica: “Senza cellulare nel 2025 è un abominio”, “Giusta la ribellione digitale”
Un fenomeno in controtendenza sembra poter emergere nelle scuole: in aumento il numero di studenti che rifiutano l’uso dello smartphone. Il post virale su X racconta di una classe soprannominata “degli strani”, dove alcuni ragazzi hanno scelto di
disconnettersi, preferendo libri e atlanti ai dispositivi digitali.La ribellione silenziosa contro la dipendenza digitale
Il fenomeno degli “strani” rappresenta una reazione alla crescente dipendenza da smartphone che, secondo recenti studi dell’Università Bicocca di Milano, colpisce oltre il 25% degli adolescenti italiani. La ricerca Eyes Up, presentata a febbraio, ha evidenziato come l’uso precoce dei dispositivi digitali influisca negativamente sul rendimento scolastico, con effetti particolarmente marcati sulle competenze linguistiche e matematiche.“Uno di loro non ha MAI avuto un cellulare. Tre suoi compagni non lo usano più”, racconta l’insegnante nel post virale, descrivendo una scena quasi surreale nell’era digitale: ragazzi che leggono classici come “Il Gattopardo” o studiano storia usando atlanti cartacei. La scelta controcorrente sembra riflettere quanto suggerito dall’Istituto Superiore di Sanità, che ha inserito “uscire dalla dipendenza da smartphone” come primo consiglio per il benessere nel 2025.Un movimento in crescita tra i giovani Il rifiuto dello smartphone non è più un caso isolato ma sta diventando un vero movimento di consapevolezza digitale. A Verona, qualche settimana fa, centinaia di studenti hanno partecipato a un evento sulla nomofobia (la paura di restare disconnessi), discutendo i rischi dell’iperconnessione. Secondo uno studio citato durante l’incontro, l’uso eccessivo di dispositivi mobili può favorire disturbi come il deficit di attenzione e iperattività.“Mio figlio (universitario) ha disinstallato Instagram perché ci perdeva troppo tempo”, commenta un utente sotto il post originale, mentre un altro racconta: “Un suo collega ha rinunciato allo smartphone ed è tornato al cellulare di vecchia generazione”. Tali comportamenti riflettono una crescente consapevolezza dei rischi dell’abuso tecnologico, che secondo l’ISS include effetti negativi su sonno, concentrazione e relazioni sociali.Tra critiche e apprezzamenti: il dibattito è aperto .Non mancano le critiche a questa tendenza: “Nel 2025 senza telefono è un’abominio”, scrive un utente, definendo “assurda” la demonizzazione della tecnologia. Altri sottolineano come rinunciare completamente a uno strumento così potente sia “una scelta radicale e poco lungimirante”, soprattutto per studenti di un liceo scientifico. Tuttavia, i sostenitori di questa “ribellione digitale” vedono negli “strani” un segnale di speranza per il futuro. “Sono supplenze che mi riaccendono le speranze”, commenta un insegnante, mentre altri apprezzano il ritorno alla normalità rappresentata dalla lettura e dallo studio tradizionale.Il fenomeno degli “strani” sembra così inserirsi in un più ampio ripensamento del rapporto con la tecnologia, in un’epoca in cui l’Istituto Superiore di Sanità consiglia di “stabilire zone smartphone-free” nelle case e le scuole, come è noto, hanno vietato l’uso del cellulare in classe fino alle medie, anche per scopi didattici.
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IL GIORNALE 18\3\2025
prima di riportare la secona storia devo fare una premessa. Non concordo con la retorica eccessivamente patriottarda che poi sarebbe vista la sotilissima e la bile differenza qu.ella nazionalistica . Ma tali gesti di cui si parla sotto sono offensivi e poco rispettosi verso quelle persone morte , a prescindere che ci credessero e quindi andarono volontari o perchè furono costretti cioè mandati al macello dal potere .
Una bandiera rosa con una scritta oscena, a sostituire il tricolore accanto ad uno dei principali monumenti cittadini. Atto goliardico di pessimo gusto oppure gesto a connotazione politica, ad opera magari di militanti femministe o transfemministe? In assenza di rivendicazioni dell'atto, questa è la
domanda che stanno ponendosi a Pistoia, a seguito di quanto avvenuto nelle scorse ore. Ignoti hanno infatti preso di mira il monumento ai Caduti situato in piazza San Francesco (che i pistoiesi conoscono familiarmente come piazza Mazzini) rimuovendo al contempo la bandiera italiana. Ed al posto del tricolore, è stato issato uno striscione rosa con la scritta "Zoccole sempre", poi rimosso. A denunciare l'episodio è stata Emanuela Checcucci, consigliera comunale di Forza Italia nella città toscana e membro della maggioranza, non nascondendo lo sdegno.
"Non so chi possa avere fatto questo gesto. Certo è, che, colui o colei che si è preso l'arbitrio di togliere il tricolore e sostituirlo con una bandiera con una frase incomprensibile, è sicuramente un soggetto ignorante - il suo pensiero, espresso in una nota sui social - nel vero senso del termine, cioè che non che non sa, non conosce il valore che ha il tricolore e che oltraggiare la bandiera è un reato. Auspico pertanto che le telecamere di zona abbiano individuato il soggetto che ha fatto questa bravata". Sulla questione è intervenuta anche l'europarlamentare della Lega Susanna Ceccardi: anche l'esponente del Carroccio, nel condannare quanto avvenuto, chiede che vengano individuati i responsabili. E rilancia l'ipotesi che indicherebbe nel gesto una provocazione di stampo ideologico.
“Quanto accaduto a Pistoia è un atto vergognoso e inaccettabile. La sostituzione del tricolore accanto al monumento ai caduti di Piazza San Francesco con una bandiera contenente scritte provocatorie è un oltraggio alla memoria di chi ha sacrificato la propria vita per la nostra Patria. Si tratta di un gesto grave che non può essere minimizzato né sottovalutato - ha detto Ceccardi - questo è un affronto non solo alla nostra storia e ai nostri eroi, ma anche a tutti gli italiani che credono nei valori dell’identità nazionale e del rispetto per chi ha difeso la libertà del nostro Paese. È inaccettabile che si tenti di strumentalizzare simboli così importanti per mere provocazioni ideologiche. Auspico che le autorità competenti individuino e perseguano i colpevoli con la massima severità. La nostra bandiera è il simbolo dell’unità nazionale e del sacrificio di milioni di italiani. Non permetteremo che venga calpestata dall’arroganza di chi non ha rispetto per la nostra storia e la nostra identità".
10.4.24
L’utopia ha l’ onore della pace e l’ onere della guerra di Pierluigi Raccagni

L’ utopia, dixit la Treccani in senso limitativo è un sogno irrealizzabile,in senso positivo è una critica alle cose esistenti senza fine pratico. Ad esempio la pace universale è un’utopia,la pace dopo la guerra e la guerra dopo la pace e’ il corso del mondo.La cultura del nostro tempo passa per l’ omologazione del tutto. Ma non è così.Democrazia e libertà ad esempio,costruiti nella storia da centinaia di rivoluzioni e guerre di liberazione vs.l’imperialismo fanno parte di una storia che ha emancipato donne e uomini dalla sofferenza di vivere.La sconfitta del Male Assoluto è costata milioni di morti, la pace di Hitler e Mussolini ha coinciso con le loro tombe,grazie a Dio.Ognuno pensi quello che vuole,perbacco,ma racimolare sentenze salvifiche il proprio tornaconto è lo spirito che giustifica in qualche modo la violenza sugli umili.La pace perpetua di Kant che comporta il rispetto dei vinti, l’ anarco comunismo solidale,storico,liberatorio e libertario di tradizione secolare, che rifiuta la guerra imperialista aggressiva, rimangono valori di coerenza.L’ autonomia di una ragione idealistica, che ci possa salvare dalla merceologia delle idee e già un passo avanti per non cadere nella pace assoluta solo nei tempi di guerra : la pace,solitamente,ha i suoi onori,gli oneri sono la guerra. ( oggi oltre a Gaza e Ucraina ci sono 56 guerre dimenticate,ad esempio) Anche una visione umanistica,solidale,non qualunquista, di una parte del volontariato e del terzo settore , di spiritualismo laico o religioso anche trasversale, e’ sempre una certezza di convivenza.Sì,basta che la paura di un senso comune di falsa libertà nella sfera dei consumi,non diventi il miglior modo per un ponzio pilatismo sugli affari correnti, mentre il dogmatismo Komunista a prescindere sa di nostalgia canaglia stalinista.L’utopista narcisista invece è il piccolo borghese qualunquista, che trova giovamento in un irrealizzabile, che adombra la responsabilità quotidiana verso l’ ingiustizia. Quando con presunzione ci si pone davanti alla storia come fossimo solo noi a interpretarla, ci si traveste da guerrieri quotidiani del pacifismo bellicista( l’ ossimoro è in voga in questi tempi),nell’ autorefenzialita’ dell’ essere anticonformisti,contro il pensiero unico.Sai quanta gente ogni giorno sceglie con piccoli grandi gesti di umanità , solidarietà, sincerità percorsi di umile utopia senza fanfare filantropiche?Soprattutto quando rifiuti il servilismo verso i potenti,non ti giri dall’ altra parte verso le ingiustizie ,conscio di sapere di non sapere.I desideri di volontà di potenza scambiati per bisogni,il menefreghismo totale sulla complessità della vita, le avversioni da basso ventre contro i diritti civili: i tifosi dell’ utopia mercantile contro l’ Europa e l’ Occidente del capitale e delle multinazionali, sono la vulgata corrente pure dall’ estrema destra.Non parliamo dell’ antisemitismo di moda,si tifa per la guerriglia degli ultimi,ma solo su Facebook. Alla fine tutto va bene. Pure il generale fascista può sembrare un antagonista,vs i poteri forti.Perché oggi se vince la sinistra vince il falso progressismo,se vince la destra trionfa la libertà di essere fascisti. Intanto vado al massimo in attesa della rivoluzione…degli altri…
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1.12.23
diario di bordo n 22 anno I . oriente ed occidente , fede , femminismo
<< al di là delle faglie che hanno prodotto profonde fratture nell’occidente, è possibile un futuro multipolare di “convivenza tra identità diverse”, come auspica Daniele Segre? O “nessun nuovo ordine oggi è possibile”, come conclude pessimisticamente Lucio Caracciolo ? >> . secondo me ancora risposta non c'è . Almeno finche si continuerà con questa ormai anacronistrica contrapposizione fra oriente ed occidente . Quindi la domanda che viene spontanea dopo la lettura di quest articolo su il Fatto Quotidiano del 30\11\2023
.QUANDO I BARBARI. .ERANO ALL’OVEST.
Allargando lo sguardo alla vastità dell’oriente, le coordinate si perdono e la cultura greca, presentata nel corso dell’ottocento come “un miracolo”, non appare più come un unicum. Certamente la filosofia greca diede un contributo importante allo sviluppo del Logos nella storia occidentale, ma che cosa la distingue dalla saggezza orientale? Gli stessi filosofi greci si riconoscevano debitori di una civiltà millenaria più antica. Si può parlare allora di “comune lascito dell’“età assiale” o di “miracolo greco”? Di età assiale ha parlato per primo nel 1949 Karl Jaspers e da qualche decennio se ne discute: un arco di tempo che va dall’800 al 200 a.c., in cui sono sorte contemporaneamente diverse tradizioni religiose e filosofiche: in Cina con Confucio, in India con Buddha, in Iran con Zaratustra, nel contesto ebraico con Geremia, Isaia ed Elia, per non parlare dei greci. Perciò in questo quadro sfaccettato anche la storia non appare diretta linearmente, ma sembra ruotare intorno al medesimo asse. Accanto alla discussione sulla filosofia greca si possono quindi considerare aspetti di questa saggezza orientale, entrata tangenzialmente in Occidente, come gli editti del principe indiano Ashoka, scritti in pracrito, aramaico e greco, ritrovati incisi su pilastri, massi e caverne in Afghanistan, Bangladesh, India, Nepal e Pakistan, precetti ispirati al buddismo. O il manuale sull’arte della guerra o meglio del conflitto di Sunzi, un classico di strategia militare, la più importante opera dell’antichità cinese, che è anche uno dei più raffinati e influenti manuali di strategia politica e sociale, di attualità sconcertante. Ma per lo più quel mondo del “sole che sorge” restava avvolto nella leggenda, alimentando il mito o il pregiudizio dell’autoctonia della città simbolo della Grecia: Atene; un modo per autocelebrarsi e rafforzare la contrapposizione tra se stessi e i barbaroi. E la barbarie era soprattutto rappresentata nell’ethos tragico delle donne, che si manifesta in alcune tragedie di Eschilo e di Euripide.
Ma nella rappresentazione dell’altro come barbaro, forma onomatopeica che mima la balbuzie, c’è una certa arroganza che trascura millenni di civiltà orientale, come quella indiana e cinese, coltivata senza ambizioni di espansione militare. Un mondo che resterà lontano e si aprirà lentamente allo sguardo dell’occidente soprattutto attraverso le vie del commercio di un prodotto raffinatissimo e prezioso come la seta, veicolo di incontri di culture. Un reale incontro tra culture fu invece il risultato del sogno ambizioso di Alessandro Magno, il sogno di unire Oriente e Occidente, risolto rapidamente col taglio del nodo di Gordio, ma diventato realtà duratura soprattutto con la nascita della cultura ellenistica in cui la lingua greca, divenuta koiné, veicolò le varie culture del vicino Oriente. La nuova città Alessandria in Egitto e la sua Biblioteca furono al centro di incontri, ma anche di scontri tra culture e religioni dell’oriente. Fu in quei luoghi che iniziò la traduzione in greco dell’antico Testamento scritto in ebraico, che divenne nota come “Bibbia dei Settanta”; ma Alessandria fu anche teatro del primo pogrom della storia, testimoniato con parole toccanti dall’ebreo Filone. E in Alessandria si consumò il femminicidio di Ipazia, vittima del fanatismo e dell’invidia, di cui ha ricostruito “la vera storia” Silvia Ronchey. Ma le categorie di Oriente e Occidente sono diventate sempre più vaghe e ambivalenti da quando una religione d’oriente come quella cristiana è diventata valore identitario in Occidente. Scontro o incontro? “Che cos’hanno in comune Atene e Gerusalemme?”: a questa domanda provocatoria di Tertulliano risponderanno il cardinale Gianfranco Ravasi e Ivano Dionigi sabato al teatro Carignano nel corso del festival di Torino. La religione cristiana, assimilando anche la cultura greco-romana, si impose in Occidente con Costantino che spostò la capitale dell’impero romano a Costantinopoli, su quelle rive dell’ellesponto che costituivano l’avamposto dell’oriente. E lì, dopo Teodosio e la divisione dell’impero di Roma, si affermò quell’impero romano che sarebbe sopravvissuto mille anni di più dell’impero romano d’occidente. E che avrebbe mantenuto quella raffinata cultura greco-romana, che in Occidente si era perduta e trasformata nei regni romano-germanici fino alla nascita del Sacro romano impero carolingio. Maometto e Carlo Magno era il titolo del libro di Pirenne dedicato alla storia del primo incontro/scontro tra Islam e Impero carolingio. Quell’incontro ebbe momenti di pacifica convivenza, produttiva di risultati culturali importanti, come il ritorno in Occidente del pensiero di Aristotele mediato dalla cultura araba, ma col tempo ripropose il cliché dello scontro di civiltà iniziato con le Crociate. Uno scontro che riuscì anche a rimescolare le carte nei rapporti tra Oriente e Occidente, come quando la quarta crociata, promossa dalla piccola nobiltà franca e da Venezia, fece apparire i crociati come veri barbari agli occhi della coltissima principessa bizantina Anna Comnena. Al punto che si poté dire in seguito, a proposito della successiva caduta di Costantinopoli a opera dei Turchi ottomani: “Meglio il turbante turco che la tiara latina”. Un vero capovolgimento dell’immagine tradizionale dell’oriente e dell’occidente, due categorie ambigue e ambivalenti che riflettono le faglie dell’europa, su cui si interrogheranno nel festival anche politologi e analisti, affrontando il “tema della “deriva dell’occidente”, la prospettiva di “una tempesta perfetta” nello scontro bipolare o quella di “un futuro asiatico”. Ma, al di là delle faglie che hanno prodotto profonde fratture nell’occidente, è possibile un futuro multipolare di “convivenza tra identità diverse”, come auspica Daniele Segre? O “nessun nuovo ordine oggi è possibile”, come conclude pessimisticamente Lucio Caracciolo?
è arriveremo mai a ciò a
traduzione in italiano di Immagine di J.lennon
proprio la canzone di Lennon mi riporta alla mente una discussione avuta con un amica femminista su film Il film, intitolato Il Vangelo secondo Maria, prende spunto dall'omonimo testo di Barbara Alberti, in cui secondo IL GIORNALE mi pare di martedi o mercoledi : << Sarà una Maria di Nazareth "pagana, ladra, selvaggia e femminista", come la descrive l'Ansa, quella che verrà proiettata al Torino film festival. Una Madonna che non è per niente felice del progetto che Dio ha per Lei e che, quasi provocatoriamente, Gli chiede: "Perché proprio a me?". Come se non volesse accogliere in Sé il Figlio di Dio. Come se quella gravidanza fosse un peso e non un dono per l'umanità intera. Il film, intitolato Il Vangelo secondo Maria, prende spunto dall'omonimo testo di Barbara Alberti, la quale, intervistata dall'Ansa, afferma: "Ho scritto questo libro nel 1979 al solo scopo di far sorridere la Madonna. Viene sempre rappresentata come una serva assoluta che per destino dovrà solo piangere e partorire senza conoscere uomo. Insomma, l'indicazione che veniva data alle donne era piangere. Credo che noi donne possiamo essere qualcosa di più di una figurina del dolore". [...]>>.
IO
Una Maria di Nazareth pagana, selvaggia e femminista: ecco il nuovo film del regista cagliaritano Paolo Zucca
Ad interpretarla Benedetta Porcaroli: Alessandro Gassman sarà Giuseppe
cerco l'originale e poi ne faccio una mia interpretazione . Per il femminismo io distinguo tra femminismo conservatore e femminismo progressista \ pluraree . Ciò no vuole dire che il patriacato non esiste anzi esiste sotto nuove forme Come dice Nando della chiesa su il Fatto Quotidiano d'oggi
Dopo le manifestazioni per Giulia di sabato scorso vale la pena continuare a riflettere su quanto è accaduto. Perché una causa cruciale è certo il patriarcato. Ma ce ne sono anche altre, che la travalicano.Vissi con ammirazione e i dovuti sensi di colpa la rivoluzione femminista, che entrò nella mia giovane casa con dolcezza pari all’intransigenza. Il mondo “progressista” la fece formalmente sua. Ma negli anni Ottanta accadde una cosa che doveva pur allarmare. I settimanali impegnati e progressisti iniziarono a fare a gara a mettere in copertina donne nude, provocanti, ammiccanti, con ogni pretesto. In alcune riunioni di redazione si chiedeva addirittura, come fosse l’asso da poker, “ma abbiamo la f… in copertina?”. Rientrò così dalla finestra la donna-oggetto. Perché “vendeva”. Il fatto non apparve grave ma piuttosto “libertario”. Erano stati o no quei settimanali in prima fila per i diritti della donna, a partire dal divorzio? Con quell’alibi, e la concorrenza delle tivù commerciali appena nate, tornò in forma nuova il vecchio mondo, che l’ingresso delle donne in alcune carriere rendeva meno visibile. Al punto che con Gianni Barbacetto pubblicammo nel 1988 un numero speciale del mensile Società Civile (“Sbatti il nudo in prima pagina”) per denunciare quanto accadeva, ripubblicando pagine e pagine di quelle copertine. Pura testimonianza.PERCHÉ L’ONDATA politico-ideologica successiva restituì piena dignità a quel mondo. Non era solo patriarcato. Era qualcosa di diverso. E il nostro Parlamento nato dalla Costituzione più bella del mondo ne fu invaso. “La Lega ce l’ ha duro” di Bossi alla senatrice Boniver, il “taci gallina” in aula alla senatrice Acciarini, gli insulti irriferibili del suo schieramento alla ministra Prestigiacomo proprio sui diritti. E le ironie su Rosy Bindi “più bella che intelligente”. E le alleanze internazionali nutrite dalla offerta di grazie femminili ai potenti in visita in Italia, come neanche le schiave nell’iliade. Non persone, appunto, ma oggetti. Da anni la donna fa notizia solo se vittima di stupro (quanto siamo indignati) o se sale ai vertici di qualcosa (quanto siamo civili). Le sue fatiche più nobili e dure, la sua stessa storia civile viene ignorata. Decine di migliaia di insegnanti hanno tenuto in piedi non la scuola ma anche le istituzioni nei periodi più duri della storia nazionale, da Palermo a Milano, e non glielo ha mai riconosciuto nessuno.I girotondi dei primi anni duemila furono inventati e alimentati soprattutto da donne ma sono stati raccontati al maschile. Le donne sono da quarant’anni la spina dorsale del movimento antimafia ma, non solo per l’immagine incombente dei grandi eroi, la narrazione che se ne fa le tiene accuratamente sullo sfondo, salve alcune familiari di vittime. La sinistra ha eletto a cuore della sua battaglia per i diritti l’“orientamento sessuale”, quando la questione delle questioni era d ra m m at i c a m e n t e l’“appartenenza di genere”, ossia l’altra metà del cielo. Come una Maria Antonietta repubblicana che sventoli le brioches (il “politicamente corretto”) quando il popolo non ha il pane. Spesso facendo dei celebri asterischi il simulacro della modernità. Incapace di vedere che mentre il numero degli omicidi scendeva a precipizio aumentava invece quello dei femminicidi, quasi che la società avesse gradualmente ma implacabilmente selezionato il bersaglio del suo potenziale di violenza. Non la violenza di una pistola, si badi; ma quella più efferata del coltello, del bastone o dello strangolamento (“Ma lei sa quanto ci vuole per strangolare una persona?”, chiese una volta un collaboratore di giustizia al giudice che lo interrogava).emblematica fu la vicenda di Lea Garofalo. Uccisa, fatta a pezzi, bruciata, sotterramento delle ossa in campagna. Per avere tradito lo speciale patriarcato mafioso, fuggendo con la figlia Denise a cui voleva dare un futuro libero. Ci vollero anni perché il suo processo trovasse ascolto. Quando arrivò il cronista di un grande quotidiano in aula e mi chiese di che cosa si trattasse, avendolo saputo mi rispose “Ah, una mafiata”. Alzò le spalle e se ne andò.Oggi decine di donne del sud sono sotto protezione, in luoghi lontani, addirittura con nome diverso, per la stessa ragione. Non è forse un grande problema sociale? Il fatto è che dietro Giulia c’è un mondo immenso fatto anche della nostra ipocrisia, del nostro narcisismo politico, della irresponsabilità delle istituzioni. Un mondo fatto della nostra indolenza, perché “accorrere a un grido” chiede corsa, ossia fatica. Per questo nel 2007 Marianna Manduca fu uccisa a Palagonia dopo avere denunciato l’ex marito dodici (12!) volte. C’è, se possibile, qualcosa di più grande del patriarcato. La mattanza ha molti padri. E anche qualche madre.
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