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27.2.26

in attesa dei giochi paraolimpici di milano cortina 2026 LE OLIMPIADI DEL BENE storie di "Giusti nello Sport" a Milano Cortina 2026

 Queste olimpiadi invernali un tosacana per la mia convalescenza mi sono servite a passare il tempo . Esse mi hanno emoziionato e fatto sognare ma anche incazzare certe decisioni arbitrali in certi incidenti per esempio  quelli   incidenti che hanno coinvolto Pietro Sighel nelle tre gare individuali di pattinaggio di velocità alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 e il doppiopesismo del CIo si certi casi  ,  l'uso propagandistico di trump e affini ) Ma tutto sommato nonostante siano per il 90 % un  circo  ( ormai è consuetudine purtroppo  vedere la    scelta  sull'olimpiade  del centenario (  1996    )   fra  Atalanta (  sede  della  coca Cola  )  e  Atene  (  sede   originaria delle  olimpiadi   )   sono state ricche di strorie ed aneddoti ,, orgoglio  sfide con se stessi ed i propri limiti fisici ( brignone e tabanelli ) .Ora mentre  aspetto quelle paraolimpiche faccio un bilancio  di queste appena trascorse . Infatti  Il  post       si  potrebbe    intitolare per   dare  un senso  di  continuità  e  di aggiunta  alle  storie    già   raccontate  precedentemente, cosa  rimarrà  di queste  olimpiadi   parte  II   visto  che avevo   pubblicato  il  post  : <<  cosa  rimarrà  di questi  olimpiadi >> . Ma  poi  ho  scelto  quello che  leggete  sopra   .  preso a  prestito  insieme  alle  storie     da    Le Olimpiadi del Bene - storie di "Giusti nello Sport" a Milano Cortina 2026   di  (gariwo.net)

Dopo tre settimane di emozioni, gare indimenticabili e uno spirito di festa che ha pervaso tutta l’Italia, domenica 22 febbraio è ufficialmente calato il sipario sui Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 (in attesa dell’inizio dei Giochi Paralimpici, in programma dal 6 al 15 marzo 2026).

I mesi che avevano preceduto l’inizio delle Olimpiadi sono stati caratterizzati – come spesso capita in concomitanza delle grandi manifestazioni internazionali – da polemiche e discussioni, dovute ai legittimi dubbi derivanti dall’impatto finanziario e ambientale dei Giochi (per costruire la pista di bob di Cortina sono stati abbattuti 500 larici secolari e disboscati quasi 20mila metri quadrati di foresta). Nonostante ciò, sono state delle Olimpiadi molto partecipate e, per certi aspetti, indimenticabili, non solo da un punto di vista meramente sportivo.

Per quasi un mese Milano e le altre località di gara si sono trasformate nel “centro del mondo”, con decine di migliaia di sportivi, addetti ai lavori e appassionati che hanno raggiunto il Nord Italia per partecipare alla festa olimpica. Sono stati anche dei Giochi particolarmente felici per la delegazione azzurra, che ha riscritto la storia conquistando ben 30 medaglie, di cui 10 del metallo più pregiato

Ma soprattutto sono state delle Olimpiadi che – come spesso accade – ci hanno insegnato molto, sia dentro che fuori dal campo di gara. Lo scopo di questo breve articolo è quindi di provare a raccogliere le storie sportive esemplari che hanno caratterizzato Milano Cortina 2026 e che si vanno a inserire a tutti gli effetti nella campagna “Giusti nello Sport” che Fondazione Gariwo promuove da oltre un anno.

L’umiltà di Hector e Stjernesund

Queste Olimpiadi passeranno alla storia come le Olimpiadi di Federica Brignone. La stella dello sci azzurro ha infatti conquistato, contro ogni più roseo pronostico, due medaglie d’oro nello sci alpino (nello specifico nel super-g e nel gigante femminile).

Un’impresa che passerà agli annali visto che la campionessa valdostana aveva patito, neanche un anno fa, un terribile infortunio che, secondo gli stessi medici che l’avevano operata, avrebbe potuto seriamente mettere fine alla sua carriera. La caduta, la lunga riabilitazione, le ore trascorse in palestra quando la neve sembrava ormai un ricordo lontano: tutto lasciava presagire un ritorno graduale, prudente, forse incompleto.

E invece Federica non si è data per vinta. Ha trasformato la fragilità in forza, la paura in concentrazione, il dolore in disciplina. Ha lottato come una tigre (animale che non a caso capeggia sul suo casco) contro il tempo e contro i propri limiti e a soli dieci mesi da quella terribile caduta è riuscita a sbaragliare tutte le altre atlete, riscrivendo il suo destino sportivo e la storia dello sport italiano.

La vicenda che siamo qui a raccontare, però, è legata alla commovente reazione che hanno avuto le sue avversarie Sara Hector e Thea Louise Stjernesund pochi istanti dopo che Federica ha tagliato il traguardo della seconda manche del gigante femminile, conquistando il suo secondo oro olimpico in pochi giorni.

Le due atlete – svedese la prima, norvegese la seconda – hanno infatti compiuto un gesto di grande umiltà e stima: si sono inginocchiate ai piedi della campionessa azzurra, riconoscendo il suo enorme talento e la sua meritata vittoria. Può sembrare un gesto banale, ma non lo è affatto. Hector e Stjernesund sono delle campionesse assolute della disciplina e, al pari di Federica e di tutte le altre atlete in gara, fin dall’infanzia si allenano e gareggiano con il desiderio di trionfare nella competizione più importante di tutte: le Olimpiadi.

È logico che provassero un po’ di rabbia per non aver vinto la gara e che magari stessero ancora pensando a qualche errore commesso durante le due manche; nonostante ciò, hanno messo da parte l’orgoglio e l’agonismo, lasciandosi andare a un gesto silenzioso ma che vale più di mille parole. È così che si comportano i “Giusti nello Sport”, e le due atlete scandinave hanno dimostrato di aver compreso fino in fondo lo spirito olimpico e i valori più profondi della sana competizione.

Xu Mengtao e Xindi Wang, un oro condiviso come gli Zátopek

Il 24 luglio 1952, durante le Olimpiadi estive di Helsinki, successe un fatto più unico che raro: Emil Zátopek e Dana Zátopková, compagni di squadra ma soprattutto di vita, vinsero a distanza di pochi minuti due medaglie d’oro per la Cecoslovacchia. Emil, la “locomotiva umana”, trionfò nei 5000 metri piani, conquistando il terzo oro di un’Olimpiade memorabile; Dana, invece, vinse la gara femminile di lancio del giavellotto, iscrivendo il suo nome nell’Olimpo sportivo.

Com’è noto, i coniugi Zátopek non furono solamente due tra i più talentuosi e vincenti atleti del Novecento, ma soprattutto due veri “Giusti nello Sport”. Nel 1968 firmarono il Manifesto delle 2.000 parole, ideato da Alexander Dubček per promuovere in Cecoslovacchia un “socialismo dal volto umano” e pagarono a caro prezzo il loro gesto: il primo venne costretto a lavorare nelle miniere di uranio, la seconda perse il suo ruolo di allenatrice. In questo modo, i due più grandi atleti del paese, che non ritirarono mai la loro firma al Manifestovennero condannati alla morte civile e privati dei loro onori.

A distanza di oltre settant’anni, Milano Cortina ha vissuto una scena che, pur in un contesto diverso, richiama quella straordinaria coincidenza tra amore e vittoria. Xu Mengtao, leggenda cinese dello sci freestyle, ha conquistato il suo secondo oro olimpico consecutivo dopo quello di Pechino 2022, confermandosi atleta simbolo della disciplina. Poco tempo dopo, quasi in un ideale passaggio di testimone familiare, anche suo marito Wang Xindi ha centrato il successo più importante della sua carriera vincendo l'oro sulla neve olimpica di Livigno. Ma non solo: Xu e Wang hanno anche conquistato insieme un bronzo nella gara a squadre.

Non sappiamo se un giorno avranno il coraggio – come fecero Emil e Dana Zátopek in opposizione alle interferenze sovietiche a Praga – di esporsi pubblicamente contro le violazioni dei diritti umani nella Cina di Xi Jinping. Non è questo, oggi, il punto. Quello che resta è la forza simbolica di una storia che intreccia amore e sport: due atleti uniti nella vita che, a poca distanza temporale, conquistano entrambi l’oro olimpico. È un’immagine potente, quasi fuori dal tempo, che riporta alla mente Helsinki 1952. Come per gli Zátopek, anche qui la vittoria non è soltanto un fatto individuale, ma diventa un racconto condiviso, un abbraccio che sale sul gradino più alto del podio.

Una volata per l’amicizia

Non tutte le pagine più belle di queste Olimpiadi sono state scritte scritte da atleti usciti vittoriosi. In una gara maschile di biathlon, quando ormai le medaglie erano già state assegnate, tre atleti hanno deciso di trasformare gli ultimi metri in un piccolo manifesto di sportività. Lo statunitense Campbell Wright, l’azzurro Nicola Romanin e il francese Fabien Claude si sono aspettati all’inizio dell’ultimo rettilineo della gara, rallentando quanto bastava per ricompattarsi, e hanno lanciato una volata finale spalla a spalla, tagliando il traguardo praticamente insieme.

Non c’era in palio una medaglia, né un titolo. C’era però qualcosa di altrettanto prezioso: il rispetto reciproco. In uno sport di fatica estrema, dove ogni secondo viene difeso con ostinazione, scegliere di condividere l’ultimo tratto di gara è un gesto controcorrente. È la dimostrazione che la competizione non esclude la fraternità e che anche scegliere consapevolmente di arrivare qualche secondo dopo gli altri, peggiorando in questo modo la propria performance sportiva, può trasformarsi in un grande gesto degno della migliore tradizione olimpica.

Vladyslav Heraskevych, la medaglia d'oro invisibile

Non sono mancate, tuttavia, pagine dolorose. Tra queste, la vicenda di Vladyslav Heraskevych, ventisettenne campione ucraino di skeleton. Non ha vinto una medaglia olimpica e non ha potuto nemmeno figurare nella classifica della sua gara, perché è stato squalificato. Eppure, paradossalmente, ha vinto la gara più importante della sua vita: quella dei “Giusti dello Sport”, come ha ricordato il presidente di Fondazione Gariwo Gabriele Nissim in questo suo editoriale

Senza compiere alcun gesto eclatante di ribellione, senza pronunciare accuse, senza nemmeno nominare esplicitamente la Russia di Putin che quattro anni fa ha lanciato una “operazione militare speciale” contro il suo paese, Heraskevych ha deciso di ricordare gli atleti ucraini morti in guerra. Lo ha fatto nel modo più semplice e più potente: indossando un casco con i loro volti impressi sopra. Tra quei volti c’erano quello di Karina Bakhur, giovane campionessa di kickboxing morta dopo un bombardamento, e quello di Olexsandr Peleshenko, sollevatore olimpico caduto al fronte.

Heraskevych sapeva che quel gesto avrebbe potuto violare la Rule 50 della Carta Olimpica, che vieta manifestazioni politiche sul campo di gara. Sapeva che avrebbe rischiato la squalifica, ma lo ha fatto lo stesso. Tra la gara sportiva e quella della coscienza, ha scelto la seconda. Ha perso la prima, ma ha conquistato una vittoria morale che nessuna classifica potrà mai registrare.

Le Olimpiadi sono nate come tregua tra le guerre, come sospensione simbolica dei conflitti nel nome della pace. Milano Cortina 2026 ci ha ricordato che questo ideale è fragile e che la neutralità, talvolta, rischia di trasformarsi in silenzio. Ma ci ha anche mostrato che esistono atleti disposti a pagare un prezzo personale pur di non dimenticare.


Un arcobaleno di bandiere alla cerimonia di chiusura

È stata di un apprendista carpentiere di diciassette anni, John Ian Wing, l’idea di far sfilare alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Melbourne del 1956 tutti gli atleti assieme in un’unica lunga serpentina, simbolo di unità e pace.

Alla cerimonia di chiusura di Verona, il Comitato Olimpico ha scelto di replicare la proposta del giovane australiano. Atleti di diversi paesi, lingue e religioni hanno sfilato lungo il palcoscenico dell’Arena, creando un microcosmo caleidoscopico, rappresentazione trasparente dell’idea di un mondo unito.

Una “parata della pace”, in netto contrasto con la sfilata nazionalistica della cerimonia di apertura di San Siro, che ha trovato poi sublimazione nelle giornate di gare con le premiazioni, gli inni e le bandiere issate sui pennoni.

Alla cerimonia di chiusura abbiamo visto atleti di diverse nazioni stringersi in abbracci che sono antidoti a divisioni e confini, giovani medagliati marciare a testa alta a fianco di compagni di squadra arrivati in basso alla classifica e poi sorrisi, un mare di sorrisi di atleti che vedono nello sport uno strumento per annullare le distanze tra persone e farci sentire parte della stessa umanità.

L'eredità ideale delle "Olimpiadi del Bene" (aspettando le Paralimpiadi)

Quando si spegne la fiamma olimpica, ciò che resta non è soltanto il conto delle medaglie o l’eco degli inni nazionali. Resta, soprattutto, la qualità dei gesti. I Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 si chiudono così: con un bilancio sportivo straordinario per l’Italia, ma anche con un patrimonio morale che va ben oltre il podio.

Resta l’umiltà di chi, come Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, ha scelto di inginocchiarsi davanti al talento di un’avversaria, ricordandoci che la grandezza non si misura solo nella vittoria ma nel riconoscimento sincero del merito altrui. Resta l’abbraccio ideale tra Xu Mengtao e Wang Xindi, un oro condiviso che riporta alla memoria la forza simbolica di Emil Zátopek e Dana Zátopková: lo sport come storia comune, come destino che si intreccia, come vittoria che non appartiene mai a uno solo. Resta la volata fraterna di Campbell Wright, Nicola Romanin e Fabien Claude, che hanno trasformato un arrivo senza medaglie in un manifesto di amicizia. E resta, soprattutto, il casco silenzioso di Vladyslav Heraskevych: una medaglia invisibile, conquistata scegliendo la coscienza prima della classifica.

Milano Cortina ci ha ricordato che l’Olimpiade è uno specchio: riflette le nostre contraddizioni, le nostre polemiche, i nostri limiti. Ma riflette anche ciò che di più alto sappiamo esprimere. In un tempo in cui l’agonismo rischia di diventare ossessione e la neutralità indifferenza, questi Giochi hanno mostrato che si può competere senza disumanizzare, vincere senza umiliare, imparare a perdere con educazione e sincera ammirazione per i vincitori.

Forse è questo il risultato più autentico: aver dato un volto concreto alla campagna “Giusti nello Sport”. Ma non finisce qui: adesso tutta la nostra attenzione va ai Giochi Paralimpici che inizieranno a breve, eredità morale e ideale di due medici visionari e giusti: Antonio Maglio e Ludwig Guttmann.

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