Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta sport agonistico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sport agonistico. Mostra tutti i post

5.1.26

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Non  sono  diabetico ne  pratico per   motivi  di  salite e  fisici   sport  agonistici  ed  intensi  come  il suo ,  capisco   e reputo  tale  cosa  ingiusta, la   vicenda   di   Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico [ foto  a  destra  ] che  non  può  gareggiare   alle olimpiadi   e   a i modiali   acesso   roiservato   esclussivamente  o  quasi  agli atleti  appartenti  agli ordini  militari   ,  avendo io  il  favismo  : (...) è una condizione genetica che colpisce principalmente i globuli rossi, causata da una carenza di un enzima chiamato G6PD ( glucosio-6-fosfato deidrogenasi ). Questo enzima è fondamentale per proteggere i globuli rossi dal danno ossidativo, e quando manca o è difettoso, i globuli rossi diventano vulnerabili. Di solito, una crisi emolitica (cioè la distruzione dei globuli rossi) si verifica quando una persona con favismo entra in contatto con determinati trigger, come le fave, alcuni farmaci [  tra  cui  l'asprina  ]  o infezioni.Dal punto di vista genetico, il favismo è legato al cromosoma X, il che significa che tende a colpire maggiormente gli uomini, che possiedono un solo cromosoma X. Le donne, avendo due cromosomi X, sono solitamente portatrici sane, anche se in rari casi possono manifestare i sintomi.
( ... ) da https://istitutosalute.com/ : « Favismo: Cos’è, Cause e Cosa non Mangiare » Ora non sono  un medico  ne  tanto  meno  un  specialista  su tali argomenti   ma  posso dire  che   la  sua e   la  mia   posono essere  usate    come  discriminazione  . Infatti   io  non ho potuto   fare  il militare  e quindi  volendo la  carriera  militare   .  Ed  è  proprio   di questo che   tratta la   storia d'oggi 
 
da  https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/  4   gennaio  2026 

Non può ancora vivere di sport per una legge scritta durante il fascismo, che esclude le persone con diabete dai gruppi sportivi militari. Una norma mai aggiornata che, di fatto, impedisce anche ad atlete di livello internazionale di avere le stesse opportunità economiche dei colleghi. È uno dei paradossi con cui convive Anna Arnaudo, 25 anni, mezzofondista della nazionale italiana di atletica leggera, specialista delle lunghe distanze, due record di categoria all’attivo (10 mila metri e mezza maratona) e una carriera sportiva costruita a forza di chilometri e risultati.Arnaudo è anche una delle circa 150 inserite nel programma dual career del Politecnico. Nata a Cuneo nel 2000, tesserata per il CUS Torino, corre fino a 170 chilometri a settimana e, allo stesso tempo, fa ricerca: laureata con lode in Ingegneria informatica, oggi è dottoranda in Intelligenza artificiale applicata all’Ingegneria del software. Nel suo palmarès vanta piazzamenti internazionali di rilievo: undicesima agli Europei di corsa in montagna 2018, decima agli Europei dei 3000 metri su pista e nona ai Mondiali di corsa in montagna 2019. Nel 2021 ha vinto quattro titoli italiani e conquistato l’argento europeo nei 10 mila metri.

Anna, partiamo dall’inizio. Come nasce la corsa?
«Ho iniziato quasi per caso nel 2015. Frequentavo un istituto tecnico e avevo bisogno di una via di fuga. Non avevo grandi ambizioni, poi ho capito che correre era il mio mondo».

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Anna Arnaudo, 25 anni, in gara e il giorno della laurea


E lo studio non è mai stato messo da parte.
«No, ho sempre continuato. Mi sono laureata nei tempi, con lode, e ora sto facendo il dottorato».

È stato difficile mettere insieme tutto?
«Il primo semestre me lo ricordo come impegnativo, poi con il Covid ho potuto sfruttare le lezioni registrate e sono entrata nel programma dual career. È stato fondamentale».

Quando è stato d'aiuto?
«In due momenti chiave. Dovevo sostenere l’ultimo esame della triennale ma ero in Algeria per una gara: ho scritto al professore e ho potuto spostare l’appello. Lo stesso è successo prima della laurea magistrale, avevo gli Europei e una consegna importante. Non ho mai abusato delle facilitazioni, ho sempre cercato equilibrio. Sono molto organizzata, cerco di non perdere tempo e di essere essenziale».

Sport e studio si aiutano a vicenda?
«Sì. La pausa dallo studio è l’allenamento e viceversa. Dopo aver corso, il cervello è più libero per studiare. Dopo la soddisfazione di un esame passato corro meglio».

Ci sono stati momenti complicati?
«Tanti. Non è facile. A volte lo sport è stato penalizzato dallo studio e alcune gare sono andate male perché ero stanca. Ma ho imparato a non mollare: fallire fa parte del percorso, nelle gare come all’università».

Oggi potrebbe vivere di atletica?
«Nella mia situazione è complicato. Ho il diabete mellito di tipo 1 e una legge del 1932 esclude le persone diabetiche dai gruppi sportivi militari. Io non posso entrarci e quindi avere uno stipendio come gli altri. È una discriminazione che stiamo cercando di superare, siamo stati anche in Senato».

Che tipo di sostegno economico ha allora?
«Le trasferte con la nazionale sono coperte, c’è il supporto della Federazione e del CUS Torino e della Federazione delle Società Diabetologiche che sostiene gli atleti diabetici».

Viaggia molto: come studia in giro per il mondo?
«Mi porto sempre i libri. Ho imparato a studiare ovunque: in Patagonia, ai raduni a Tirrenia, d’estate a Sestriere».

Come la vedono i colleghi?
«Con molta stima. Avevo paura di essere etichettata come “quella che fa anche altro”. Invece il mio impegno è apprezzato».

E il futuro? Ricerca o atletica?
«Non saprei scegliere. Ora direi entrambe le cose, ho sempre avuto il piacere di farle insieme. Voglio continuare il dottorato, provare una carriera accademica e andare avanti con gli allenamenti per la maratona».


 

 

17.11.22

[ Anteprima ] Io personalmente poi gli altri utenti facciano come credano non parlero o almeno ci provo dei mondiali di calcio del Qatar

  Quest'anno,  cari utenti
come feci anche  se  in maniera  non completa    quattro anni fa  non seguirò sperando di riuscirci,  troverete  giorno per  giorno  un  diario   in cui descrivo  cosa     ho farò in alternativo  Una  scelta    un po'  drastica  per me   , come credo molti di voi  ,  sia cresciuto con i miti del  calcio e  con  il fanatismo  ultra  campanilistico  poi abbandonato per  assumere  un passione  più sana    . Ho fatto le   mie  prime esperienze  in  rete  in una  chat   calcistica  ( di cui  ancora   conservo  su fb alcuni amici  )  l'ex muro dei tifosi   sito ufficiale  dell'Inter in  un periodo in  cui  lo scontro     causa  corruzione  Moggi      tra  le   due  tifoserie   Juventini  e  Interisti era  all'ordine del giorno    ricordo ancora  nonostante  affermassi che   la  Juve  avesse  corrotto gli  arbitri ed  i guardalinee    ( troppi errori   e troppi casi sospetti   di decisioni a  favore  )  gli insulti  alcuni  anche  personali   nonostante    dessi loro ragione  su   quel campionato truccato  , infatti   il campionato  vinto dalla Juve   fu  poi  assegnato  all'inter   ,  ce lo comprammo   come   venne fuori da  calciopoli    .  L'essere  uscito  a festeggiare   e  a  fare   bagardi ogni  volta  che  si vinceva     soprattutto      il ricordo  più bello    quando  l'Italia vinse  (  con una  botta di culo )   i mondiali    nel 2006 .   Questa mia scelta   può  sembrare  snob \  radical chic   è  dovuta  al  fatto    che  ormai   , come tutto lo sport  agonistico  , essi  sono diventati  una  sorta  di carrozzone mediatico ed  economico  che serve soprattutto  questi  ultimi   a sbiancare la reputazione di chi li organizza e a coprire con un macigno la morte di migliaia di persone.    A  confermare  questa  mia  scelta   è quest  articolo del

 

Il Fatto Quotidiano16 Nov 2022


LA FIFA PUNTA A 5,5 MILIARDI COI MONDIALI DELLA MORTE Questi campionati sono un orrore umano, un’aberrazione ecologica QATAR 2022 Winter Cup La Coppa della vergogna: 6.500 le vittime causate dalla costruzione degli Stadi


                      Eric Cantona



Domenica 20 novembre, inizia Qatar ’22. Il primo Mondiale in un Paese arabo, il primo (e si spera l’ultimo) Mondiale d’inverno. Per cui sono stati calpestati calendari e campionati – poco male –, ma soprattutto i diritti dei lavoratori, quelli delle donne e della comunità lgbt+, l’ambiente e persino il buon senso. L’edizione più controversa della storia. E come per un incantesimo, il fischio d’inizio ci ha risvegliato dalla trance in cui abbiamo vissuto nell’ultimo decennio. Tutti a chiedersi ora – allenatori e calciatori, ministri e intellettuali – come è stato possibile affidare i Mondiali, il più grande evento sportivo del pianeta, a un piccolo emirato tutto fuorché democratico, cosa potrà dare mai al calcio il Qatar. La domanda, pertinente quanto ingenua, ha una risposta semplice: soldi. Hanno pagato per vederselo assegnare, e conquistarsi una vetrina senza eguali. Poi hanno continuato a pagare per farci dimenticare a chi avevamo consegnato la coppa. E a ha funzionato.
PER LA MANIFESTAZIONE la Fifa conta di incassare circa 5,5 miliardi di dollari, battendo il record di quattro anni fa in Russia, altra sede piuttosto discutibile. Questo dice molto del perché nel dicembre 2010 una ventina di boiardi del pallone furono tanto pazzi o in malafede da scegliere il Qatar per un torneo che secondo i piani dell’epoca avrebbe dovuto svolgersi in pieno deserto in estate (poi fu spostato in inverno). Il resto lo racconta il Report Garcia, 350 pagine sulla più sconvolgente inchiesta interna alla Fifa, pietra miliare della letteratura degli scandali sportivi, che raccoglie una serie esilarante di aneddoti su quell’assegnazione: viaggi premio, cene di gala, sponsorizzazioni bizzarre. L’indagine non ha potuto (o voluto) dimostrare la corruzione. Ma in una email l’ex segretario della Fifa, Jerome

Valcke, scriveva – testuali parole – “il Qatar si è comprato la coppa”. Che intendesse in senso letterale o figurato, aveva comunque centrato il punto.La strategia adottata allora è la stessa applicata negli anni a seguire: riversare l’enorme potenza economica per comprare un giudizio indulgente sul Paese. Il Qatar ha acquistato per 10 milioni di dollari i servizi dell’interpol, la forza che dovrebbe indagare a livello internazionale. Ha contribuito con 20 milioni alle attività del sindacato dei lavoratori che vigila sulle condizioni degli operai. Ha finanziato viaggi di parlamentari e influencer, si dice abbia persino ingaggiato controfigure di tifosi per riempire le strade di Doha.La festa non può essere rovinata dalle polemiche. La più nota è quella sulle condizioni dei lavoratori impiegati nei cantieri degli stadi: i nuovi schiavi che hanno costruito le piramidi di questo Mondiale. Un’inchiesta del Guardian ha stimato 6.500 morti, cifra contestata dalle autorità locali perché si tratta del numero totale di immigrati deceduti in Qatar dal 2010 a oggi. Per il Comitato, i decessi sarebbero appena tre, ma sono solo quelli  avvenuti fisicamente negli stadi. Il problema è ciò che succede fuori, dopo aver lavorato ore e giorni senza sosta, a 45 gradi al sole. I conti non tornano.Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, la percentuale di morti per arresto cardiaco o causa sconosciuta fra gli immigrati è decisamente superiore a quella di nazionalità qatarina (43% rispetto al 28%). Non è una prova (di autopsie ne sono state fatte pochissime), ma un indizio su cosa è successo. Sui diritti delle donne e della comunità lgbt+, le recenti parole dell’ambasciatore Khalid Salman, che ha paragonato l’omosessualità a una devianza mentale, lasciano intuire il clima che si respirerà a Doha: niente smancerie in pubblico, ma nemmeno bandiere arcobaleno negli stadi o sulle maglie. Il rispetto per le tradizioni locali – invocato dagli organizzatori che hanno il volto rassicurante di Fatma al-nuaimi, una donna messa a capo delle comunicazioni – significa oscurantismo. Infine l’ambiente: l’aria condizionata a cielo aperto, sette stadi dove la temperatura si mantiene a 20 gradi mentre fuori ce ne sono il doppio, sembra uno schiaffo alla crisi energetica. La Fifa ha quantificato le emissioni in 3,6 milioni di tonnellate di CO2, non molte più dei 2,1 milioni di Russia 2018, grazie al risparmio sui viaggi aerei permesso da un torneo concentrato in un’unica città. Secondo l’ong Greenly saranno il doppio.Nonostante tutto ciò, o forse proprio per questo, non è un caso che i Mondiali siano finiti in un Paese del genere. Il Qatar è preceduto dalla Russia, e magari dopo la pausa del 2026 negli Usa (risarcimento per lo scippo del 2022) sarà seguito dai rivali dell’Arabia Saudita, favoritissima per il 2030 (in partnership con Egitto e Grecia). Il Mondiale sta diventando la coppa degli autocrati: loro la vogliono per ripulirsi l’immagine internazionale, noi gliela diamo perché col gigantismo contemporaneo i grandi eventi sportivi sono un lusso che solo Paesi troppo ricchi e poco democratici possono permettersi, da ogni punto di vista, come già per le Olimpiadi. Soltanto in stadi il Qatar ha speso oltre 6 miliardi di dollari, quasi 200 considerando le infrastrutture; il costo delle attività di lobbying, invece, è incalcolabile. Si chiama “sportswashing”.RESTEREBBE solo la questione morale, se è giusto consegnare il nostro pallone nelle mani di questi regimi. La difesa d’ufficio della Fifa è che il calcio coi suoi valori universali può avvicinare le culture, esportare la democrazia. In parte è anche vero: oggi la situazione dei diritti in Qatar è sicuramente migliore di 10 anni fa, a partire dalla riforma della kafala (la moderna schiavitù che consegnava gli immigrati nelle mani dei datori di lavoro), grazie proprio ai Mondiali e ai riflettori accesi su di esso. Il rischio, però, è regalare una vetrina a dittatori pericolosi e imprevedibili. Prendete la Russia: quattro anni fa tutti erano convinti che la festa mondiale avrebbe cambiato in positivo il Paese e disteso le relazioni. Putin celebrava il trofeo nello spogliatoio della Francia, acclamato da Pogba &C. come “patron”, i capi di Stato sfilavano in tribuna davanti a lui e il numero 1 della Fifa, Gianni Infantino, si congratulava per l’edizione più bella di sempre. Ma i Mondiali erano solo una maschera e sappiamo tutti com’è finita. Non resta che augurarsi che il Qatar dell’emiro Al Thani scelga una strada diversa.

Quindi se proprio devo parlarne   lo farò  come ho fatto  come  le  olimpiadi del  2020 poi disputate nel 2021 .  Ma  allo stesso  tempo    come  una sfida  con me  stesso   terrò  giorno per  giorno   un diario   su  come  sto affrontando    tale  boicottaggio .