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13.3.26

il bello delle olimpiadi e delle parolimpiadi sono il dietro le quinte e le storie che ci sono dietro

il mio titolo è confermato da quest articolo scritto da Valentina Ciprian per https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/blog/ del 13\3\2026

 Stavamo tornando dalle Paralimpiadi quando, sull'autobus, è salito uno sciatore statunitense che aveva appena gareggiato e ci ha raccontato la sua storia. È anche il lato umano degli atleti a rendere grandi questi eventi di Circhi olimpici
Diario di una giornata nella Cortina paralimpica: vivere da vicino questo evento ci ha regalato una di quelle esperienze che vorremmo potessero raggiungere un pubblico più ampio e arrivare a tutti, per la carica di positività che sanno infondere




Eccoci, quindi, pronti a vivere una giornata nella Cortina paralimpica.
È sabato mattina e l’autobus di linea che risale la valle del Boite è pieno. C’è chi lo usa per recarsi al lavoro e chi (cioè la maggioranza) l’ha scelto per andare a vedere le gare paralimpiche in programma nella seconda giornata ufficiale dei Giochi. In effetti, è la soluzione più pratica ed economica per raggiungere la meta, e in tanti l’hanno capito. Il trasporto pubblico è stato potenziato appositamente per offrire un servizio efficiente per le Olimpiadi e le Paralimpiadi e ne approfittiamo, confidando che questa modalità sperimentata in un periodo particolare possa prendere piede in modo strutturale.






La corriera non sarà l’unico mezzo della giornata, anzi: il capolinea è anche il punto di partenza per la successiva navetta, Tofana Shuttle, che ha il compito di traghettare gli spettatori dalla zona dove si trovano le scuole a un punto più comodo per raggiungere le gare di sci.
Questo secondo autobus attende i passeggeri nel medesimo piazzale in cui ha trovato posto la stazione a valle dell’arcinota cabinovia Apollonio – Socrepes, il nuovo impianto che però non è ancora in funzione, nonostante Simico abbia dichiarato che il cantiere è concluso. A quanto si apprende, non sono ancora state completate le verifiche tecniche. Di certo, la stazione è transennata e le cabine giacciono a terra, non agganciate alla fune. Chiediamo informazioni e in risposta otteniamo un abbozzato invito all’inaugurazione di mercoledì (probabilmente non intendevano l’11 marzo, perché anche quella data è trascorsa senza che l’impianto sia stato aperto al pubblico).






La cabinovia sarebbe dovuta servire a trasportare in quota gli spettatori e compare tuttora nelle mappe realizzate per aiutare il pubblico a capire come muoversi. Ma, in sua assenza, bisogna ricorrere al Tofana Shuttle, che risale la strada che porta verso Socrepes e dal finestrino offre una visuale sullo Sliding Centre. In questi giorni di Paralimpiadi non ci sono gare (perché il parabob non fa parte degli sport ammessi ai Giochi), ma ci sono maestranze al lavoro.






La fermata di Socrepes mostra ancora tutto il suo carattere provvisorio: tra aree cantiere e transenne, sono i volontari a indicare la direzione da prendere per proseguire. Risaliamo a piedi la rampa che porta al piazzale dove si effettuano i controlli al metal detector – e dove oltre agli oggetti pericolosi vengono requisiti cibo, bevande, trombette e campanacci – e poi alla partenza della nuovissima cabinovia Lacedel-Socrepes: saliamo a bordo, sorvolando la stazione a monte della Apollonio-Socrepes, ancora recintata dalle reti arancioni da lavori in corso.






Da lì, sappiamo di dover completare "un tratto a piedi di circa 10 minuti (450 metri) fino alla venue", come lo descrive il sito ufficiale. In pratica, si cammina in discesa su dei tappetoni di gomma stesi a bordo pista, si sale su una scalinata di metallo e si completa un ultimo pezzo nella neve, fino a raggiungere la zona di arrivo delle gare di sci a Rumerlo, dove gli spettatori possono accomodarsi nel parterre o in tribuna.






Autobus, navetta, cabinovia, piedi: grazie a questa successione di mezzi, guadagniamo posto giusto in tempo per le gare che stanno per cominciare. Ed è qui che inizia il bello. Stare tra il pubblico variopinto di un’Olimpiade (e di una Paralimpiade), con la visione frontale delle Tofane a incorniciare la linea del traguardo è un’emozione che merita di essere vissuta. Un’emozione che esplode quando la prima atleta scende, accompagnata dalla guida: gli applausi, le grida di incoraggiamento, i cori dei tifosi tessono una trama sonora di cui è commovente far parte.






Impariamo subito che i primi frangenti di gara si seguono dal maxischermo, poi lo sguardo può spostarsi sulla neve dell’iconica pista Olympia, raccordandosi nel punto preciso in cui gli atleti spuntano dietro al curvone più in alto. Scendono prima le donne e poi gli uomini, per un totale di sei gare: visually impaired (ipovedenti e non vedenti), standing (in piedi) e sitting (seduti). La bravura di questi atleti è strabiliante e fa sì che la mattinata – sulla carta piuttosto lunga, con l’evento in programma dalle 9.30 alle 13.30 – scorra in fretta. A volte lo sguardo si lascia distrarre da ciò che accade attorno alla sede di gara: c’è Milo, l’ermellino mascotte delle Paralimpiadi, che saltella conteso per comparire in mille foto ricordo; c’è lo speaker che intrattiene la folla e c’è il ministro Matteo Salvini, che compare a metà mattina, scortato dalle auto blu.






Tra i protagonisti del giorno ricorderemo Chiara Mazzel, che nella prima gara che seguiamo conquista una medaglia d’argento (per lei sarà la prima di una serie); i bellunesi René de Silvestro e Luca Palla, attesissimi atleti di casa; l’americano Patrick Halgren, che cade e si rialza e poi dà spettacolo dopo il traguardo diventando in breve un volto rappresentativo di questi Giochi; e poi c’è il pubblico, che riserva anche a chi taglia il traguardo dopo una caduta lo stesso calore di chi riesce a conquistare un bel piazzamento. Alle competizioni segue la consegna delle medaglie e nell’aria risuonano i sei inni delle nazioni che si fregiano dell’oro.






Piedi, cabinovia, navetta, piedi: ripercorrendo a ritroso gli stessi passaggi dell’andata, raggiungiamo il centro di Cortina d’Ampezzo. Lo troviamo diverso rispetto alle due settimane olimpiche, anche se il braciere arde sempre al suo posto, all’ombra del campanile. In corso Italia sono rimaste le luminarie con le figure stilizzate degli sport invernali, ma le bandiere dei paesi partecipanti hanno lasciato il posto ai banner di benvenuto di Cortina. Largo Poste è stato riallestito dagli sponsor, Casa Italia al momento della nostra visita è chiusa e in fase di preparazione, Casa Slovenia non c’è più e Casa Svizzera è invece esattamente così come la ricordavamo. Le vicine postazioni delle emittenti televisive internazionali appaiono smantellate (così come l’ex hotel Concordia che serviva alla Rai): l’idea che traspare è di qualcosa da vivere in tono minore e che muove interessi più contenuti.






L’impressione generale che filtra è di un evento "simile ma diverso" e viene da pensare che si potrebbe fare qualcosa di più per rendere davvero inclusivo questo momento, anziché far viaggiare Olimpiadi e Paralimpiadi su due binari paralleli, che in comune hanno il nome (Milano-Cortina), l’anno e quello spirito che, per fortuna, non si è spento con la cerimonia di chiusura di Verona del 22 febbraio ma anzi è ancora più vivo adesso, perché ad alimentarlo sono le persone che partecipano a questi Giochi.





Ritornando verso casa, risaliamo sull'autobus di linea. Seduto accanto a noi c'è anche uno degli atleti che ha partecipato alle gare del mattino, Patrick Halgren. Quello che in questi giorni sta spopolando sui social come uno dei personaggi più in vista delle Paralimpiadi è un passeggero della linea 30. Racconta che a costringerlo a subire un'amputazione della gamba è stato un incidente in moto e che anche se oggi è caduto sull'Olympia lui sente di aver vinto comunque. Come dargli torto.



Sono anche questi aspetti, capaci di far emergere in modo spontaneo il lato umano degli atleti, a rendere grandi questi eventi e a far capire chi sono i veri protagonisti in grado di consegnarci un'eredità (la famosa legacy) da conservare per il futuro.



Se assistere dal vivo a una gara di slittino è catalogabile come una cosa divertente che non faremo mai più e seguire una partita olimpica di curling o di sci di fondo si è dimostrata una piacevole rivelazione, vivere da vicino le Paralimpiadi ci ha regalato un'esperienza densa e sorprendente, una di quelle che vorremmo potessero raggiungere un pubblico più ampio e arrivare a tutti, per la carica di positività che sanno infondere.
la rubrica

Circhi olimpici


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11.3.26

Calcio in crisi, il ciclismo arranca, ma vinciamo pure con rugby e baseball: si è capovolta l'Italia ?

meno male che sono cresciuto grazie a famiglia e ai maestri e prof di educazione fisica interessandomi e non fissandomi su un unico sport

dalla gazzetta dello sport "In Italia ci sono cinquanta milioni di ct". Era la frase che si usava ogniqualvolta si criticavano le scelte del selezionatore azzurro. Era sinonimo della popolarità del calcio, di un popolo di
pallonari. Lo siamo ancora, per carità, purtroppo non è la passione a essere scemata, sono le vittorie che sono svanite. Anche il ciclismo, da Coppi e Bartali a Moser e Saronni, per arrivare a Pantani e Nibali, ci ha sempre visto primeggiare. Ora non più. Ma in molte discipline dove non sempre siamo stati maestri, anzi, in alcune siamo proprio carneadi, ora primeggiamo.

La  crisi  del  calcio italiano  a livello europeo e  mondiale   è  nota   . Infatti     si  è Dagli ultimi due Mondiali senza l'Italia, col prossimo ancora da conquistare attraverso i playoff? Dall'ultima Champions vinta che risale ormai al 2010? Dalle zero italiane ai quarti di quell'attuale (dando per scontato - ahinoi - che l'Atalanta non vinca con 6 gol di scarto in casa del Bayern Monaco)? Da una Serie A lontana anni luce dalla Premier dopo essere stata a lungo il campionato più bello del mondo? Una cosa è certa: da Berlino 2006 sono passati 20 anni, il cielo sopra la penisola non è certo più azzurro.
  
 Cosi  come     ,  ma   anche   tiene    è un altro sport    che  ha   dato talenti     all'Italia ,  il   
Ciclismo




La lista degli italiani che hanno fatto la storia del ciclismo è lunghissima: Ganna, Girardengo, Binda, Bartali, Coppi, Magni, Adorni, Motta, Gimondi, Moser, Saronni, Bugno, Pantani, Basso, Nibali. Poi, il vuoto. Lo Squalo è stato l'ultimo italiano a vincere il Giro d'Italia, ormai 10 anni fa. E' stato anche l'ultimo dei nostri sul gradino più alto del podio al Tour (2014). Ballan nel 2008 è stato invece l'ultimo azzurro a trionfare in un Mondiale in linea. Per fortuna c'è Filippo "Top" Ganna che ci tiene a galla coi suoi successi in crono. Oltre alle ragazze dell'inseguimento a squadre, oro ai Mondiali 2025 con Martina Alzini, Martina Fidanza, Vittoria Guazzini e Federica Venturelli.

Per  fortuna      Ci   sono  sport  che  erano  in declino  tanto  d'essere  considerati   minori  o poco significativi    negli ultimi   20  anni   
  Il  Nuoto

Ai Mondiali 2025 a Singapore abbiamo conquistato 19 medaglie: 2 ori (Chiara Pellacani e Matteo Santoro nel trampolino 3m sincro misto e Simone Cerasuolo nei 50m rana uomini), 11 argenti e 6 bronzi. Chiusa l'epopea della Divina, Federica Pellegrini, non siamo rimasti a... bocca asciutta. Un nome su tutti: Sara Curtis, 18 anni, il futuro delle gare veloci.




Volley




Qui nessuna sorpresa. Siamo sempre stati ai vertici nella pallavolo. Mai però nella storia di questo sport, eravamo riusciti a vincere Mondiale maschile e femminile nello stesso anno, il 2025 nella fattispecie. Gli unici a compiere quest'impresa in precedenza erano stati i sovietici nel 1952 e 1960. In assoluto l'Italvolley maschile ha conquistato 5 titoli iridati, quella femminile due e uno olimpico. Anche a livello di club siamo in prima fila. La Champions maschile nelle ultime due edizioni è stata conquistata da Trentino Itas e Sir Sicoma Monini Perugia tra gli uomini, e dall'Imoco Conegliano (doppietta) in quello femminile





L' Atletica



Siamo reduci dal record di medaglie ai Mondiali 2025, con sette podi. Abbiamo vinto l'oro nel lungo con Furlani, l'argento con Dellavalle nel triplo, con Nadia Battocletti nei 10.000, con Antonella Palmisano nei 35 km di marcia. Abbiamo un talento emergente come la 16enne Kelly Doualla. Il futuro potrà ancora tingersi d'azzurro, con l'obiettivo puntato sui Giochi di Los Angeles 2028


Sport invernali





Una volta - negli anni 70 - c'erano la Valanga Azzurra di Gustav Thoeni e Piero Gros (oltre a De Chiesa, Rolando Thoeni, Plank, Schmalzl, Pietrogiovanna, Besson, Stricker, Bieler e Radici) e quella Rosa di Maria Rosa Quario, Daniela Zini, Claudia Giordani e Paoletta Magoni. Dominavano la scena sciistica mondiale. Poi è venuta l'era di Alberto Tomba e quella di Deborah Compagnoni. Oggi ci sono Federica Brignone, Sofia Goggia, Laura Pirovano, ma anche Dominik Paris e Giovanni Franzoni. Se poi allarghiamo il discorso al pattinaggio con Arianna Fontana e Francesca Lollobrigida, andando pure oltre con snowboard e altro, ci troviamo a chiudere le Olimpiadi invernali 2026 con 30 medaglie di cui 10 ori. Da quelle vette scendiamo con gli sci, letteralmente, ma metaforicamente siamo sempre lassù.




Tennis





Vabbè, dobbiamo proprio fare il nome? Non è il caso, tanto lo conoscete tutti. E' stato il primo italiano a vincere Wimbledon, ha fatto diventare l'Italia un popolo di tennisti, tutti a parlare di smash e volée come fossero cross e punizioni. Altro che pallonari. Ma non c'è solo Jannik Sinner, che è andato oltre l'eredità dei vari Gardini, Merlo, Pietrangeli, Panatta, Bertolucci, Barazzutti. Oggi vinciamo la Davis come se nulla fosse, piazziamo tre azzurri nella top 15 del ranking Atp (Sinner 2, Lorenzo Musetti 5 e Flavio Cobolli 15). E il discorso vale anche per le ragazze, con Jasmine Paolini al 7° posto della classifica Wta, finalista al Roland Garros (dove ha pure vinto il doppio con Sara Errani) e a Wimbledon. Ancora, due Billie Jean King Cup (la vecchia Fed Cup) conquistate di fila.
  
nuovi  come 
 
 il Rugby

"Italia, il cuore non basta". Quante volte abbiamo letto questo titolo. Inizialmente ci stava pure. Eravamo entrati nell'élite del rugby mondiale, il Cinque Nazioni nel 2000 era diventato Sei Nazioni includendo gli azzurri. Però perdevamo, spesso, tanto, troppo. E alla fine pure loro, i protagonisti, non si accontentavano più di onorevoli sconfitte. Quest'anno il boom: la vittoria sulla Scozia (prima in classifica, unico ko) e nei giorni scorsi lo storico trionfo all'Olimpico di Roma contro i maestri inglesi, battuti per la prima volta nella storia. Nella palla ovale non siamo più la Cenerentola.

Baseball



Partiamo dall'attualità, dal successo dell'Italia sui maestri statunitensi nel World Baseball Classic, una specie di Mondiale ma dove gareggiano i giocatori delle Major League stelle e strisce, basta che abbiano anche un trisavolo del Bel Paese. Non scende sul diamante la vera nazionale. Ma questo non sminuisce il valore dell'impresa perché dall'altra parte di quell'8-6 che rischia pure di eliminare clamorosamente gli Usa padroni di casa dal torneo, c'erano alcuni tra i più forti al mondo


Cricket





E' lo sport anglosassone per eccellenza. Partite che durano giorni, una delle discipline più lontane dalla nostra mentalità. Eppure anche lì stiamo emergendo. Come dimostra la recente partecipazione, per la prima volta, ai Mondiali T20 2026 svoltisi tra India e Sri Lanka. Gli azzurri hanno ottenuto una storica vittoria contro il Nepal e hanno concluso l'esperienza con una sconfitta contro le Indie Occidentali il 19 febbraio.


20.2.26

IL BRACIERE LE STIME SUGLI EFFETTI MIRABOLANTI DELLE SPESE OLIMPICHE SUL PIL Olimpiadi a Milano. Demogorgoni, soldi e miracoli economici di gianni barbacetto





  • Il Fatto Quotidiano
  • GIANNI BARBACETTO

  • Il braciere olimpico all’arco della pace di Milano attira visitatori, turisti e curiosi, aiutati anche dall’eterno rito milanese dell’apericena nei locali della zona. Speriamo che Netflix non accusi di plagio Marco Balich, autore del braciere, visto che evoca i bagliori rossastri di Stranger Things, ma speriamo soprattutto che i demogorgoni non assaltino i tavolini dei baretti attorno. Intanto si fanno già le prime valutazioni sui prodigiosi benefici economici che le meravigliose Olimpiadi invernali 2026 porteranno a Milano, a Cortina e alla Nazione tutta. Per lo più è propaganda, marketing urbano dell’oste che dice che il suo vino è buono. Di certo c’è solo la spesa: 7 miliardi di euro, di cui 5 miliardi di soldi che saranno prelevati dalle nostre tasche, malgrado le promesse di costi pubblici zero. Però gli effetti saranno mirabolanti, giura l’oste, perché – oltre alle tante medaglie – Milano, Cortina e la Nazione tutta otterranno benefici miliardari. Le ricerche realizzate finora stimano un valore aggiunto dai 2 (la più prudente) ai 5 miliardi di euro (la più ottimista). Assolombarda prevede, grazie a uno studio di Milano&partner, che “i

    Giochi genereranno sul territorio milanese una produzione complessiva stimata in circa 2,5 miliardi di euro, a cui corrisponde un valore aggiunto pari a 1,045 miliardi”, con circa 0,4 punti percentuali di Pil generato dall’avvio dei lavori a oggi.

    Sono dati attendibili? Gli studiosi indipendenti sono più cauti. Jérôme Massiani, docente all’università Milano Bicocca, su lavoce.info definisce “illusione ottica” le stime fin qui realizzate, che “si basano su ipotesi molto semplificatrici, si interessano a pochi effetti e, più in generale, non recepiscono il perfezionamento delle tecniche valutative”. Il professor Marco

    Ponti, sul Domani, ricorda che qualunque investimento genera Pil, anche se la spesa è insensata. I conti si fanno in molti casi sommando le spese legate all’evento e applicando un moltiplicatore per gli effetti indiretti e indotti: risultato sempre strabiliante, oste sempre contento.

    Lo si fece ai tempi di Expo Milano 2015, quando un centro studi della Bocconi stimò che 12,5 miliardi d’investimento avrebbero generato 34,7 miliardi: l’apoteosi del moltiplicatore economico, un campo dei miracoli in cui per ogni zecchino sotterrato se ne ritrovano tre la mattina successiva. Gli studi sull’impatto economico delle grandi opere “nascono proprio per questo: misurano quanto una spesa impatta sull’economia, creando occupazione e attività per le imprese. E questo impatto”, constata Ponti, è “sempre positivo, qualsiasi sia la spesa, anche la meno sensata”.

    Alle analisi di impatto sarebbe più opportuno sostituire le analisi costi-benefici. Ma è “meglio non far venire inutili dubbi alla popolazione festante”. Quanti benefici sarebbero stati generati spendendo la stessa cifra impegnata per le Olimpiadi in un grande piano per realizzare piscine pubbliche o palestre (pensate: in Lombardia, che pure è la regione più avanzata d’italia, soltanto il 44 per cento degli edifici scolastici ha una palestra)? Sappiamo che gli studi indipendenti sulle Olimpiadi del passato elencano disastri dal punto di vista economico. Anche senza ricordare il picco negativo dei Giochi di Atene, che hanno contribuito a far sprofondare la Grecia, Massiani cita una ricerca di France-stratégie dopo le Olimpiadi di Parigi “che indica una perdita socioeconomica fino a circa 3 miliardi, pur includendo una serie importante di benefici come, per esempio, la più alta pratica sportiva e i benefici occupazionali”. Ma è difficile uscire dal coro festante. Chi chiede cifre certe, critica la propaganda, allinea dubbi, pone domande, viene catalogato come disfattista, “contro Milano” e “contro la Nazione”: alleato dei demogorgoni che sonnecchiano (per ora) nel varco con il Sottosopra nascosto nel braciere olimpico.

    Milano Cortina 2026, il triste clickbaiting ha invaso anche le Olimpiadi: l’unica difesa che abbiamo è scegliere con cura chi ascoltare

    da europort

    Pubblicato 20/02/2026 alle 08:31 GMT+

    MILANO CORTINA 2026 - Le Olimpiadi sono un gigantesco spettacolo
    ambulante che rappresenta il vertice impareggiabile per chiunque viva di sport, o chiunque lavori raccontandolo, o chiunque c’è cresciuto appresso. Un megafono di visibilità per gli altri. Un’occasione come un’altra di far indignare la gente, di farla saltare a conclusioni affrettate, di farla arrabbiare, un virgolettato alla volta
    Decine di migliaia di addetti ai lavori, provenienti da ogni angolo del pianeta.
    Api operaie, spesso altamente specializzate, che scavalcano montagne, sorvolano oceani, guidano per sentieri sterrati. Coriandoli di linguaggi stranieri, di culture differenti, che piovono sul nostro Paese onorando la festa carnevalesca che abbraccia l’Italia. Ognuno con il suo schema di valori. La sua agenda. Le sue priorità editoriali.




    Giornalisti, scrittori, fotografi, social media manager, content creator, brand ambassador. Che producono tonnellate di materiale: dall’estremamente tecnico alla contaminazione glamour. Dal fashion al populista. Da chi conosce tutto di un atleta a chi ne impara il nome sul posto.
    Ho conosciuto persino una vincitrice di Premio Pulitzer, per uno scandalo sessuale, giunta fin qui per raccontare ai lettori del più importante giornale di tutti, quali sono i nostri costumi.
    Un flusso disordinato eppure controllatissimo, di menti creative, di pensatori, di atleti del passato. Uomini e donne che si muovono su di un terreno scivoloso e monumentale insieme, moderati da regole infrangibili, che separano ciò che è notizia da ciò che non lo è. E tutto ciò che non lo è, allora, è soggetto a revisione. A controllo.
    Ad una minuziosa valutazione dall’alto, per comprendere se e come si sta invadendo il delicato ecosistema olimpico, fondato sulla mitologia, ma prosperato sul business. Come è normale che sia. Decine di migliaia di addetti ai lavori. Non tutti giunti sul posto, anzi sui posti, con buone intenzioni.
    Il "diritto alla cronaca", pilastro strutturale di interi codici deontologici, conquistato dai nostri predecessori a suon di battaglie e guerriglie di carta stampata, scivola lentamente verso un’area di grigio, scoria della digitalizzazione estrema. Della frammentazione della realtà. Del clickbaiting.
    Un esercito disordinato di penne e tastiere si aggira per le nostre venue, affamato di storie, commosso dal viaggio, speranzoso di lasciare agli altri almeno un pezzetto di quello che prende, grazie all’unicità dei Giochi. Il solo luogo al mondo dove cronaca e storia si materializzano nello stesso istante. Una marea d’inchiostro che ci arricchisce. Che per due settimane grattugia il nostro relativismo culturale. Che lo stupore, come la bellezza, è sempre nell’occhio di chi guarda. O ascolta. O legge.
    Per questo è un dolore doppio constatare come ci sia anche, ben nascosta nella massa festante, una piccola resistenza al contrario. Un certo approccio utilitaristico, che genera piccoli cortocircuiti narrativi, creati ad arte (e, purtroppo, con maestria) nel ricamo della letteratura olimpica. Interviste mezze-rubate, con o senza addetti stampa al seguito. Frasi strappate dal contesto, sfruttando lo sfinimento fisico e mentale a cui sono sottoposti gli atleti nel momento più complicato, e difficile, e totalizzante della loro carriera. Non più cronaca, ma astrazione.
    Gioco d’azzardo a somma zero. Se vince chi fa la domanda sbagliata al momento giusto, perde l’atleta. E perde anche chi legge. È una percentuale minuscola delle penne presenti. Ma il fatto che non si parli d’altro rende l’idea di quanto impatto possa avere una polemica montata a scopo di interazione social. Titoli volutamente doppio-sensisti. Semplificazioni e mercificazioni. I processi alle intenzioni, oppure al passato, schiaffato sulla prima pagina, nel giorno in cui conta di più. Forse nell’unico giorno in cui conti qualcosa, per il pubblico generalista.
    Un carotaggio della nostra società, come il sasso lanciato nello stagno, che fa un buco e fa rumore. Che genera le onde, e che quando però le ultime increspature arrivano a riva ci si è scordati di chi è la mano da cui tutto è partito. Il telefono senza fili: all’ultimo ricevente arriva solo un brandello della frase.
    Ieri ho fatto mezz’ora d’auto, la prima dall’inizio dei Giochi, e ho sentito tra diverse stazioni radio generaliste chiedere agli ascoltatori cosa ne pensassero della "pattinatrice olandese" che sbava apposta il rimmel e fa vedere il reggiseno. Giorni dopo una gara che non hanno visto, probabilmente. E ad altrettanta, se non maggiore, umiliazione sono stati sottoposti gli atleti, costretti a giustificarsi per non essere migliori amici. O addirittura a spiegare a chiunque come gestiscono in cuor loro il dolore di un lutto.



    La verità è che le Olimpiadi sono un gigantesco spettacolo ambulante, che rappresenta il vertice impareggiabile per chiunque viva di sport, o chiunque lavori raccontandolo, o chiunque c’è cresciuto appresso. Che sono la maggior parte di chi le frequenta. E sono un megafono di visibilità per gli altri. Un’occasione come un’altra di far indignare la gente, di farla saltare a conclusioni affrettate, di farla arrabbiare, un virgolettato alla volta.
    Nei giorni in cui il nostro calcio dà il peggio di sé, con l’affaire Bastoni, un pezzetto piccolo ma rilevante della nostra stampa fa altrettanto, prendendo un contatto minimo, quisquiliante e stropicciato, e trasformandolo nella simulazione dell’anno. "Il contatto c’è", si dice nel calcio. E qui c’è poca differenza.
    Immaginate per un istante il giorno del vostro matrimonio, quello della laurea, quello di un colloquio importante, quello in cui ricevete una diagnosi terribile, o gestire un dolore improvviso. Immaginate di avere sotto al naso un taccuino, un cellulare o un microfono. E immaginate infine che chi lo regge abbia il solo scopo di giocare con le vostre tensioni, per farvi inciampare. Non importa se per due o tre ore siete stati perfetti e puntuali, basterà mezza frase, per marchiarvi sulla pubblica piazza. Semplificati, ridotti a titolo. Sasso lanciato.
    Le Olimpiadi sono una grande opportunità per tutti. Purtroppo, anche per chi cerca solo traffico digitale. Forse l’unica difesa che abbiamo dalla nostra fame di indignazione, è scegliere con cura chi ascoltare. Cercare le firme che allo sport e agli atleti danno del tu. Quelli che restano quando le luci si spengono.
    Quei professionisti magnifici che ci portano dentro le vicende piano piano, anno dopo anno, perché sono parte integrante del tessuto di ciò che raccontano.
     





    Ne conoscono le sfumature, i dettagli, le minuzie. Quelli che anche dopo le Olimpiadi continueranno a indagare ogni cosa: le antipatie, i limiti, gli inciuci e i difetti del sistema. Con serietà. Perché quello "di cronaca" non è soltanto un diritto di chi scrive. È un patto con chi legge. E non può essere usa e getta.


    18.2.26

    Altra mazzata su Rebecca Passler l'hanno tratta come un appestata e una reietta ., Arif Mohammad Khan Finisce lo slalom olimpico con 50 secondi di ritardo, ma nel suo Paese è un eroe .,


    perché la trattano d'appestata quando ancora le indagini sono in corso ?



    © Getty Images

    Sfuma il sogno olimpico per Rebecca Passler. La biatleta altoatesina, inizialmente esclusa per la positività al letrozolo e reintegrata dopo che la Corte d’Appello di NADO Italia ha certificato che l’assunzione della sostanza è avvenuta in modo totalmente accidentale, non parteciperà alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, essendo stata esclusa dalla staffetta femminile di biathlon
    La Federazione Italiana Sport Invernali, infatti, ha annunciato il quartetto che prenderà il via alla staffetta 4×6 femminile, in programma mercoledì 18 febbraio alle ore 14.45 all’Antholz-Anterselva Biathlon Arena: Hannah Auchentaller, Dorothea Wierer, Michela Carrara e Lisa Vittozzi. La FISI ha deciso di non convocare la Passler, che aveva ripreso gli allenamenti negli ultimi giorni.
    “Sono stati giorni molto difficili – aveva detto Rebecca Passler dopo la riammissione ai canali ufficiali della Federazione -. Ho sempre creduto nella mia buona fede. Ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato, dagli avvocati che hanno seguito la mia situazione, alla Federazione Italiana Sport Invernali, ai miei familiari e amici. Adesso posso finalmente tornare a concentrarmi al cento per cento sul biathlon”.
    Rebecca Passler è nipote d’arte: suo zio Johann Passler ha conquistato due bronzi olimpici e quattro medaglie ai Mondiali, comprese due d’oro in staffetta. Si avvicina al biathlon intorno agli otto anni, spinta dall’esempio della sorella maggiore Greta e da una tradizione molto radicata tra i giovani della Valle di Anterselva.
    Nel suo percorso giovanile raccoglie risultati di rilievo, con cinque podi ai Mondiali juniores. Tra questi spicca l’oro nella staffetta femminile 4×6 km ottenuto a Soldier Hollow nel 2022. Debutta in Coppa del Mondo alla fine di novembre 2021, nella tappa svedese di Östersund.






    Il miglior piazzamento individuale arriva nel dicembre 2025, quando chiude undicesima la mass start di Annecy-Le Grand Bornand, sfiorando la top ten. Un risultato che riesce a replicare poche settimane dopo, a inizio 2026, con l’undicesimo posto nella sprint di Oberhof, in Turingia.








    Arif Mohammad Khan è diventato un eroe in India dopo la sua partecipazione alla gara dello slalom olimpico alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Lo sciatore, primo atleta indiano in assoluto a partecipare a due Olimpiadi Invernali consecutive, si è piazzato 39esimo nella prova di slalom maschile a Bormio.
    Khan è stato tra i 44 sciatori che non hanno inforcato né sono caduti, ed è arrivato al traguardo con 50 secondi di ritardo dal primo in classifica. Nella prima manche in mattinata, svolta sotto una fitta nevicata, non ha voluto prendersi rischi e ha affrontato lo slalom con calma, senza errori, arrivando all’arrivo con 27 secondi di ritardo dal leader McGrath.
    Nella seconda manche è stato altrettanto solido, scendendo in modo prudente e senza commettere sbagli, arrivando sul traguardo con 50 secondi di distacco complessivi dal vincitore della gara, lo svizzero Loïc Meillard.
    Lo sciatore 35enne è stato portabandiera dell’India nella cerimonia inaugurale ed è senza dubbio lo sciatore più conosciuto e più forte del Paese. “Se sei un atleta, questo dovrebbe essere il tuo sogno”, aveva scritto su Instagram all’arrivo ai Giochi di Milano Cortina.
    Arif ha dovuto affrontare infortuni e difficoltà finanziarie sulla sua strada per i Giochi: “Il mio percorso non riguarda solo me stesso. Si tratta di dimostrare ai giovani atleti che, indipendentemente da dove si provenga, se si sogna in grande e si lavora sodo si può raggiungere qualsiasi obiettivo”.
    La sua fonte d’ispirazione è stato Gul Mustafa Dev, il primo atleta indiando in assoluto a partecipare alle Olimpiadi Invernali di Calgary nel 1988, tracciando la strada ai futuri sciatori indiani.

    16.2.26

    Cortina, Ali Mohamed Hassan,commesso dice «Palestina libera» davanti a un gruppo di israeliani nel negozio delle Olimpiadi: licenziato dopo le lamentele La scena è stata immortalata in un video. Ali Mohamed Hassan ha perso il posto di lavoro. Per la ong StopAntisemitism erano «espressioni ostili a Israele»

    FONTI LORENZO TOSA E IL https://www.ilgazzettino.it/

    Il suo nome è Ali Mohamed Hassan, è un dipendente di uno store ufficiale delle Olimpiadi Milano-
    Cortina 2026.
    O meglio: era.Mentre stava lavorando, è entrato nel negozio un gruppo di tifosi israeliani che sventolava bandiere del proprio Paese davanti al personale.E lui, a quel punto, ha risposto solo con due parole: “Free Palestine”. “Palestina Libera”.Una delle israeliane lo ha sfidato a ripeterlo: “Dillo di nuovo”.E Hassan lo ha fatto. Più volte. E, ad ogni provocazione lui ha continuato a ripeterlo senza lasciarsi intimidire: “Free Palestine!”Nessuna offesa. Nessuna discriminazione. Men che meno alcuna traccia di antisemitismo.Solo una speranza condivisibile da chiunque sia rimasto umano: “Palestina libera”.Eppure, per questa ragione, su richiesta degli stessi israeliani, Hassan è stato licenziato dagli organizzatori delle Olimpiadi. La “motivazione”: “Non è appropriato esprimere opinioni politiche”

    .Come se invocare la libertà per un popolo vittima di genocidio, occupazione e apartheid fosse un’opinione politica.Il video è stato diffuso da Eye on Palestine e rilanciato da "No Justice No Peace”, e Hassan ha ottenuto la solidarietà immediata di migliaia di utenti indignati, come lo sono io, per come è stato trattato.Viviamo in un clima distopico e allucinante in cui viene protetta e applaudita la nazione il cui governo sta compiendo un genocidio e punito un commesso che ha osato difendere il popolo che lo sta subendo.Non solo Israele non viene bandito da ogni competizione internazionale - come è accaduto alla Russia - ma colpiscono chiunque civilmente si opponga.Io, invece, per quello che vale voglio dire GRAZIE ad Ali Mohamed Hassan per averci messo la faccia e pure il proprio lavoro per ribadire un diritto e difendere un popolo.Altro che licenziamento.

    (Aggiornamento: Una tifosa ha sentito e gli ha chiesto di ripeterlo, volendo misurare il “coraggio” del commesso. Alì lo ha ripetuto, immortalato da un video. «Ecco, hai liberato la Palestina», hanno detto i presenti con un malcelato sarcasmo. Da qui l’ong «StopAntisemitism», ha attivato la segnalazione pubblica di espressioni ritenute ostili a Israele, chiedendo la testa del dipendente. L’organizzazione dei Giochi lo ha licenziato dopo poche ore: «Non è appropriato che il personale dei Giochi esprima opinioni politiche personali durante il lavoro», hanno detto confermando e ufficializzando la decisione. il Comitato Olimpico ha spiegato di averlo “solo” richiamato, e non licenziato, confermando la ferma condanna alle parole del dipendente).

    Il fair play di Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, si sono inchinate a Federica Brignone dopo la fine della prova femminile di slalom gigante,

    Le competizioni internazionali , olimpiadi comprese soprattutto quando vengono fatte nel proprio paese risvegliano il patriottismo che é in me . Ecco perché do molto spazio agli atleti /e italiane . Dopo questa replica . Veniamo al post d'oggi . Lo so che non dovrei , come dice Questa frase iconica, "Non fare di me un idolo, mi brucerò", è tratta dalla canzone "A tratti" dei C.S.I. (Consorzio Suonatori Indipendenti) (voce di Giovanni Lindo Ferretti), pubblicata nel 1994 nell'album Ko de mondo. Il brano esprime il rifiuto di Ferretti di essere idealizzato o trasformato in un portavoce politico/ideologico ed in questo caso mediatico come il caso della Brignone. ma quando un atleta è ( è stata) così tenace , determinata da riprendersi dopo un bruttissimo incidente e ritornare a gareggiare in una manifestazione ad alto livello vice di addirittura due  d'oro sfidando se stesso/a gli onori spontanei (come credo vedendo il video , vedere articolo sotto , di fanpage ) o ipocriti /di circostanza sono più che meritati.



    Questa è già, per distacco, l’immagine simbolo delle Olimpiadi Milano-Cortina.
    Al momento dell’arrivo, dopo che Federica Brignone ha appena vinto il suo secondo, clamoroso, oro olimpico in Slalom Gigante, le due avversarie più forti, Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, arrivate seconde a pari merito, si sono avvicinate a lei e si sono letteralmente inginocchiate dinnanzi a questa straordinaria campionessa italiana.
    Uno dei gesti più belli e commoventi che ho visto nello sport in generale: un misto di rispetto, sportività, stima profonda e umiltà.
    Mi inchino anch’io a Federica, ma profonda ammirazione per le due campionesse che saliranno con lei sul podio.
    Questo sono o dovrebbero essere le  Olimpiadi.
     Infatti    le  due sciatrici, Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, si sono inchinate a Federica Brignone dopo la fine della prova femminile di slalom gigante, vinta da quest'ultima con una gara eccezionale in cui ha dominato dall’inizio alla fine. Brignone ha 35 anni e negli ultimi tre giorni ha vinto due ori olimpici nello sci alpino. Hector e Stjernesund sono arrivate seconde a pari merito. Brignone ha vinto nello slalom gigante tre giorni dopo l’inaspettato oro nel Super G, ed è diventata la prima sciatrice italiana di sempre a vincere due medaglie d’oro nelle stesse Olimpiadi. È un successo straordinario, arrivato dieci mesi dopo il grave infortunio che aveva subito alla gamba sinistra, che dimostra la forza e il talento di Brignone. Altro  che  il  calcio      cme   fa  giustamente  notare   l'amico  







      da  fan page  

    Perché Hector e Stjernesund si sono inchinate a Federica Brignone dopo aver perso la medaglia d’oro
    Il motivo di quel gesto è nella profonda ammirazione nutrita nei confronti della campionessa e della resilienza che l’ha aiutata a tornare ad altissimi livelli a 35 anni, dopo un gravissimo infortunio.




    L'inchino di Sara Hector e Thea Louise Stjernesund non è stato un semplice atto di cortesia verso la vincitrice dell'oro, Federica Brignone ma il riconoscimento pubblico di un'impresa che va oltre il cronometro e il valore sportivo della medaglia conquistata dall'italiana (il secondo metallo prezioso nel giro di pochi giorni) alle Olimpiadi Invernali 2026. Il motivo di quel gesto è nella profonda ammirazione nutrita nei confronti della campionessa e della resilienza che l'ha aiutata a tornare ad altissimi livelli a 35 anni, dopo un gravissimo infortunio che le avrebbe potuto pregiudicare la carriera. Invece no, la sciatrice dell'Arma dei Carabinieri è tornata più affamata e competitiva di prima.





    Un gesto nato dalla stima profonda dopo un argento ex aequo
    In discipline dove la corsa contro il tempo è tutto, vedere un'avversaria inginocchiarsi al cospetto di chi le ha appena strappato l'oro dalle mani (Brignone lo messo al collo per 62 centesimi) è scena iconica. Per la svedese e per la norvegese l'italiana è molto più di una "semplice" rivale ma una delle "atlete più forti a livello mentale" del circo bianco e meritava di esser celebrata con un tributo d'eccezione. E le parole di Sara Hector alla tv svedese ribadiscono il concetto: "Che Federica sia tornata a questi alti livelli dopo così tanto tempo è assolutamente incredibile. È davvero bello vederla ed è fonte di ispirazione in tanti modi diversi, una bravissima ragazza per il nostro sport".
    La forza di tornare: l'impresa di Brignone oltre lo sport
    A impressionare Hector non è stata certo la capacità di sciare in maniera pulita, rasentando la perfezione, di Brignone. No, quale fosse il suo valore tecnico lo sapeva già. Al colpirla non è stata certo la velocità in pista ma il percorso umano che l'italiana ha fatto nell'anno più difficile e angosciante della carriera e della vita: s'è ritrovata con la gamba in frantumi e un grande dolore dentro, oggi è lassù sul podio più alto a festeggiare un trionfo. Che storia, davvero. "Le ho detto che ero molto felice di vederla gareggiare di nuovo – ha aggiunto Hector -. È davvero una persona così gentile e sono così felice di essermi battuta con lei per così tanti anni".La forza di tornare: l'impresa di Brignone oltre lo sport
    A impressionare Hector non è stata certo la capacità di sciare in maniera pulita, rasentando la perfezione, di Brignone. No, quale fosse il suo valore tecnico lo sapeva già. Al colpirla non è stata certo la velocità in pista ma il percorso umano che l'italiana ha fatto nell'anno più difficile e angosciante della carriera e della vita: s'è ritrovata con la gamba in frantumi e un grande dolore dentro, oggi è lassù sul podio più alto a festeggiare un trionfo. Che storia, davvero. "Le ho detto che ero molto felice di vederla gareggiare di nuovo – ha aggiunto Hector -. È davvero una persona così gentile e sono così felice di essermi battuta con lei per così tanti anni".
    La forza di tornare: l'impresa di Brignone oltre lo sport
    A impressionare Hector non è stata certo la capacità di sciare in maniera pulita, rasentando la perfezione, di Brignone. No, quale fosse il suo valore tecnico lo sapeva già. Al colpirla non è stata certo la velocità in pista ma il percorso umano che l'italiana ha fatto nell'anno più difficile e angosciante della carriera e della vita: s'è ritrovata con la gamba in frantumi e un grande dolore dentro, oggi è lassù sul podio più alto a festeggiare un trionfo. Che storia, davvero. "Le ho detto che ero molto felice di vederla gareggiare di nuovo – ha aggiunto Hector -. È davvero una persona così gentile e sono così felice di essermi battuta con lei per così tanti anni".
    Sara e Federica hanno parlato a lungo dopo la prima manche quando tutto era ancora in bilico e sarebbe bastato uno sbuffo di neve per determinare un tempo da oro. Si conoscono da anni, in pista hanno condiviso sfide sul filo dei centesimi e oggi la svedese sottolinea come la presenza di Brignone sia un "grande esempio a livello sportivo e umano. È una persona generosa e speciale. Merita tantissimo e sono felice di vederla ottenere questi risultati".



    La commozione di Federica dinanzi a quel tributo inatteso
    L'emozione provata da Brignone è stata travolgente quando, dopo aver ottenuto il secondo oro in casa, ha visto le Hector e Stjernesund genuflesse. "Ero un po' a disagio – dice la campionessa olimpica -. Con Sara ho già condiviso altri podi ma, in generale, con loro ho un bellissimo rapporto. E penso che ci sia un bel rispetto reciproco tra di noi e sono delle grandissime atlete".

    Ogni terremoto ha una sua storia il caso di Apice

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