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13.5.26

Davide Cavallo, lo studente della Bocconi accoltellato da ragazzini in corso Como a Milano: «Ho compassione per loro, li abbraccio. Ho perso le gambe, non la voglia di vivere»



Durante la pausa caffè leggo sul corriere  della sera  d'oggi  l'editoriale di Gramellini 


 

Dal gruppo 
Diaconia "Santa Maria Egiziaca" in Bresso


 << Davide Simone Cavallo è lo studente universitario milanese che ha perso l’uso delle gambe dopo essere stato accoltellato da un gruppo di ragazzi per una banconota da 50 euro, nei paraggi di Corso Como, sette mesi fa. Ha scritto una lettera di quindici pagine, talmente potente, profonda e contro lo spirito del tempo che non mi sento all’altezza di commentarla. [ … ]

Perciò mi limiterò a riassumerla in quindici righe, come si fa (o si faceva) a scuola con i classici .[…] >>

 Ora  a differenza  sua preferisco  riportare sotto il testo   sotto integrale . Infatti è   talmente bella da , almeno per me , da  non riuscire a riassumerla o pubblicarne stralci. come. fanno gli altri media.  

Posso solo dire che  Gramellini sul caffè del 13 maggioHa fatto bene  a non commentare : dobbiamo solo riflettere su che cosa è successo ai giovani, da un lato un branco di disperati senza regole né valori, però ci sono anche luminosi segni di speranza come Simone.Egli ha fatto l’unica cosa possibile per non cedere alla disperazione per quello che ha subito, e dovrà subire, per colpa di soggetti difficilmente definibili esseri senzienti.


Ecco il testo  integrale preso dal corriere 


Davide Cavallo, lo studente della Bocconi accoltellato da ragazzini in corso Como a Milano: «Ho compassione per loro, li abbraccio. Ho perso le gambe, non la voglia di vivere»


Davide Simone Cavallo


di Davide Simone Cavallo

Pubblichiamo la lettera integrale di Davide Simone Cavallo, lo studente universitario di 22 anni che il 12 ottobre 2025 ha rischiato di morire dissanguato dopo essere stato accoltellato da 5 ragazzi (di cui tre minorenni) che volevano rapinarlo. Il bottino: 50 euro

L'aggressione è avvenuta all'alba del 12 ottobre 2025 in pieno centro a Milano, zona corso Como, fuori da uno dei locali più frequentati dalla gioventù milanese. Davide Simone Cavallo, 22enne studente della Bocconi, quella notte ha rischiato di morire dissanguato: per una banconota da 50 euro è stato aggredito, accoltellato e ridotto in fin di vita da un gruppo di cinque ragazzi giovanissimi, di cui tre minorenni. Davide, ragazzo sano e sportivo, quella notte ha riportato lesioni permanenti e ha perso l'uso delle gambe; ora sta affrontando un lungo e doloroso processo di riabilitazione. Insieme con gli atti del processo è depositata questa lettera, in cui Davide descrive ciò che ha provato quella notte, al risveglio in ospedale e nei mesi successivi, e ha parole di compassione e perdono per i suoi aggressori (Federico Berni).

A volte ancora la sento, la coltellata.
All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui.

Mi chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove iniziare perciò racconto un po’ di me.

Sono un ragazzo di 22 anni a Milano. Mi piace recitare e scrivere poesie, sono anche discreto. Sono nato a Milano ma cresciuto davanti al mare, in Sicilia, praticamente sulla spiaggia. Mi piace correre, saltare, ballare moltissimo, fare la verticale, i tuffi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui muretti, scoprire posti nuovi. Viaggiare. Ho praticato 8 anni di ginnastica artistica e 6 di pallacanestro, insieme a corsi di danza e vari altri sport. Mai stato fermo un minuto, anche quando non mi allenavo. Non ho mai dimenticato la gioia di una capriola, la fierezza del riuscire a toccare il ferro con un salto, l’invincibilità nel tagliare un traguardo dopo ore di corsa o di vincere una partita con i miei amici.

Sono una persona buona, per quanto non stia a me dirlo, voglio crederci. Amichevole con tutti, dal genio allo sbandato, dal poco di buono allo stupido: non trovo che nessuno meriti il mio disprezzo o la mia maleducazione. Ho una famiglia numerosa che mi ama e degli amici che mi sanno vedere. Studio Economia dell’Arte in inglese, un corso di economia mirato ai prodotti culturali, musica, film, quadri, spettacoli.
Sono leale, curioso, gentile, appassionato fino alle ossa di qualsiasi cosa la vita voglia regalarmi, bello e brutto: mi piace così.

Ho avuto la fortuna di non finire praticamente mai in ospedale, mai ossa rotte o salute difficile, un corpo perfettamente funzionante, bello e affidabile. La mia agilità e riflessi sono invidiabili. Continuo a dire «sono» e non «erano» perché non riesco ad accettare che siano perse dopo quello che mi è successo. Non sarebbe giusto.
E io credo nelle cose giuste.
Perciò mi sembra corretto raccontare come sia arrivato qui.

Una stanza grigia, scura, macchinari attaccati alle pareti e un ragazzo vestito di azzurro che mi parla e dice «Davide stai immobile, non ti spaventare. Sei in ospedale, hai un tubo attaccato alla gola potresti farti male. Sei stato accoltellato, ti abbiamo operato».
Che cosa è successo? Dove sono? Perché mi sto svegliando qui? Che ore sono? Che giorno è?
Le gambe.
Non mi sento le gambe.
Perché non mi sento le gambe?
«Perché non mi sento le gambe?»

All’inizio dissero che erano atrofizzate, che sarebbe passato subito, che dovevo provare a muoverle: la destra un po’ rispondeva, la sinistra no. Ma le ore passavano, i giorni, e nulla cambiava. A volte ancora me lo chiedo. Perché? Che è successo? Le vedo qui ma se provo a muoverle… a sentirle...

Avevo due tubi nel petto che andavano uno sopra uno sotto i polmoni, e succhiavano via il sangue rimasto, 18 buchi sui polsi, qualcosa che non ho mai voluto toccare attaccato al collo e farmaci molto forti nelle vene, insieme a sangue non mio.
Non mi sento le gambe, perché?
Ancora me lo chiedo a volte, sapendo che quasi sicuramente non avrò mai risposta…

I primi giorni in intensiva sono stati un inferno, non potevo muovere che un braccio, non potevo mangiare né bere, non sapevo che ore fossero, non vedevo il sole, non ricordavo NIENTE degli ultimi 5 giorni della mia vita… più ci pensavo più diventava faticoso ricordar qualcosa di debole delle ultime due settimane. Mi dissero che per un po’ mi avevano dovuto legare le mani perché tentavo di strappare i tubi, mi sentivo tutto intorpidito.

Poi la morte. Sentivo persone che stavano male e non potevo girarmi a guardarle, vedevo un signore davanti a me con un tubo in gola che muoveva febbrilmente le mani per aria e di tanto in tanto sembrava chiamasse la figlia. Io, in tutto questo, ero imbottito di farmaci molto potenti: Fentanyl, Propofol, Morfina. Non potevo chiudere gli occhi perché vedevo, sentivo cose, non potevo aprirli perché un essere nero, strano, con solo gli occhi e nessuna bocca mi si avvicinava di tanto in tanto, passo dopo passo, e io non potevo muovermi, non potevo scappare, non potevo girarmi dall’altro lato senza farmi male, distoglievo lo sguardo di botto, immobile, sperando sparisse ma lo sentivo lì, lo sapevo lì: avevo paura.

Una paura matta, tremenda, indescrivibile, la più profonda che abbia mai provato, una paura che ti fa sbarrare gli occhi al buio, tremare e rompere la voce, ogni secondo, ogni attimo; ero fuori pericolo? Sì, credo di sì ma era come se la morte mi fosse rimasta addosso, mi girasse attorno mentre non guardavo, sapendo che non sarei potuto andarmene anche se mi avesse accarezzato. Una paura fuori da ogni immaginazione, volevo la mamma, cercavo mia mamma. Continuavo a piangere senza potermi fermare, le lacrime scendevano mentre gli infermieri mi parlavano e gli operatori sanitari mi pulivano e spostavano. Sapevo che stava arrivando qualcosa, il corpo sentiva la paura di quello che era iniziato.
GIORNI. Giorni e giorni di paura. Potrò muovermi? Potrò camminare? Potrò fare pipì? Che cosa sta succedendo? Perché mi fa male?

Cosa che non tutti sanno, le problematiche che una lesione midollare può causare non si circoscrivono al non muovere. Vanno dal non sentire al non riuscire a urinare o sentire le parti intime, fitte casuali, ferite da immobilità (piaghe da decubito) lente a guarire per la circolazione ridotta, non sapere dove sono le gambe e spasmi involontari, ripetitivi e dolorosi.
Le mie giornate da 6 mesi a questa parte la mattina iniziano con tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie.

Poi i tamponi, prelievi, esami alle 6 del mattino, le notti insonni fra fastidi e rumori, l’ansia costante, gli aghi, l’iniezione giornaliera, le infezioni, le piccole operazioni, il catetere fisso, le fitte, gli spasmi i dolori gli antibiotici, la noia, i pianti, il provare inutilmente a spiegare come stessi, le visite, i messaggi senza risposta, i medicinali e quanto mi davano alla testa, le ruote. Sempre, ovunque: le ruote. Non potevo alzarmi quasi mai perché non reggevo, quindi ovunque andassi, c’erano due ruote. E nonostante questo stavo in reparto con persone che avevano bisogno di una macchina per RESPIRARE, quindi della mia situazione non potevo fare altro che essere grato.

So che sembra un po’ fuori contesto raccontare tutto ciò, ma voglio far passare il concetto: questa è la mia vita. Non una favola, né un qualcosa di astratto e distante. La mia mattina e la mia sera sono state queste cose, giorno dopo giorno, su un letto di ospedale, aspettando.

Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so.

La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano.
Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere AMICO. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi.

E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare.
Tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono» solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite. Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile.

Tuttavia, provo a capire.
Conosco la rabbia di un’età, la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi, quel dolore immotivato frutto del non capire e non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti.
Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio.

D’altronde, la cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. Un passo, un movimento che fino a ieri era normale finalmente riacquisito dopo mesi di lavoro, una notte senza svegliarmi, un po’ di sole. Fa un po’ strano a volte, sentirmi particolarmente allegro per una doccia, ma non è male.
Il cuore perdona, il corpo invece, ancora, aspetta. Sta fermo e non capisco se ha paura o soffre. Non so quando e se riuscirò a perdonare fisicamente, a lasciare andare il ricordo di quella sensazione. Spero di sì un giorno. Come andare avanti sennò?

Fino ad allora, ho un corpo nuovo, con una sensibilità diversa, che vuole essere scoperto. Le lesioni incomplete generano variazioni e riduzioni dei segnali sensoriali, il che significa che magari muovi, ma non senti se hai qualcosa sotto il piede, o se ti stanno toccando la coscia, o altro. Semplicemente è come se metà del tuo corpo fosse un fantasma. Vedi, intuisci che sta accadendo qualcosa, ma non provi niente. Significa per me dover anche trovare un modo nuovo di approcciare il rapporto con altri. Ho 22 anni, voglio vivere la mia vita a pieno, fare esperienze, giocare a basket o qualsiasi cosa mi vada. Scoprire la mia sessualità, amare una persona, sentirmi toccato se toccato, gioire del mio corpo. Come devo gestire, giorno dopo giorno, negli anni, cose simili? Che effetto avrà? Che dovrei fare io ora?

Sembra mi sia stata strappata metà della vita in un colpo solo, mi sento di levitare nel mio stesso corpo, stretto da nodi, non riesco a riempirmi. Ero veloce, modestamente agile, bravo in tutti gli sport, ne andavo fiero, mi faceva sentire sicuro. Ora devo concentrarmi per non far cedere le ginocchia quando sto su. Dove sono io? Sono questo ormai?

Avrei voluto scoprire qual era il massimo che potevo raggiungere, e non sarà mai più possibile. In qualunque modo sarebbe andata la mia vita se non avessi subito un’aggressione che ha causato un’ischemia midollare a livello dorsale a 21 anni, io non lo potrò mai sapere. Il ragazzo che correva e saltava e ballava non esiste più se non nella mia immaginazione e in quel che riesce questo nuovo corpo. Questo sono io adesso.

Non l’ho deciso io, non posso cambiarlo, mi fa un male cane ogni istante che passo così e a temere per il mio futuro, ma non posso farci niente.
Nella realtà delle cose a me non è mai importato chi esattamente ha sferrato la coltellata. Nel momento stesso in cui mi hanno iniziato a picchiare nessuno aveva già più a cuore la mia incolumità, sono diventato un oggetto, un palloncino da scoppiare per gioco. È difficile razionalizzare una cosa del genere.

Inoltre, per quanto contento che non tutti i coinvolti si siano dati alla violenza, non sono d’accordo con la giustificazione del «ero lontano, non potevo fare niente». Proprio chi è amico degli aggressori è forse l’unico capace di fare qualcosa senza prenderle al posto della vittima. Chissà che con un «RAGAZZI CHE FATE LASCIATELO IN PACE!» nessuno di noi sarebbe stato qui a parlarne.
Se avessi visto quella scena dal di fuori sarei intervenuto, con intelligenza. Ma anche a costo di rimetterci: nessuno merita di passare quello che ho vissuto. Penso che il mondo sarebbe un posto migliore così.

Io, quella sera, volevo solo tornare a casa, mettermi a dormire e svegliarmi la mattina dopo come tutti i giorni. Invece sono qui a farmi forza, a cercare di dare un senso a quel che un senso non ne ha, a rimettere insieme i pezzi del mondo, crudele ma prezioso, che mi è rimasto. A tentare di trovare una placidità che mi permetta di andare avanti e guardare in faccia i responsabili dopo tutto questo. E mi trovo spesso a chiedermi perché debba vivere tutto ciò, perché debba domandarmi quanti soldi valga una vescica, quanti anni di galera il mio sesso, quanti mesi un passo. Quanto è grande il pezzo di cielo che mi tocca scambiare con loro? A 22 anni, da dove dovrei cominciare?

Non lo so, e fortunatamente non sta a me rispondere a queste domande. Ma non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto.
Per questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione; la mia concentrazione, speranza e forza sono tutte riposte lì, insieme alle paure e i dubbi. Non riesco a scinderli ma so che un lato sarà più forte dell’altro se lo nutro, lo accolgo, lo sprono. Se anche lontanamente è possibile riuscire, perché non io? Risparmiamoci le congratulazioni per la forza, la grande resilienza. Il punto è: avevo altra scelta? No. Queste cose non lasciano scelta. O ci credi veramente di uscire, o marcisci, fino a non riconoscerti più.
Vorrei evitare.

Tralascio l’aspetto più vitale e che forse più mi strugge: la mia famiglia. Gli anni che hanno perso i miei nonni quando hanno saputo dell’accaduto, il dolore fisico e mentale dei miei genitori, i pianti dei miei amici, lo sguardo e la sofferenza di mio FRATELLO, le preghiere, la rabbia e la paura di tutte le persone che mi amano. Le ore spese in ospedale, i viaggi, il lavoro che i miei hanno bruscamente interrotto, l’immensa frustrazione del non potermi aiutare direttamente e a volte nemmeno capire, il vedermi irritato furioso depresso, incapace di alzarmi, di parlare a volte.
Quello che è stato fatto alla mia famiglia, quello che si è rischiato di far loro passare, quello è imperdonabile.

I miei genitori potrebbero adesso essere senza un figlio, soli, in casa, senza speranze, con mio fratello traumatizzato a vita, senza un ospedale dove trovarmi, un vuoto incolmabile perenne e nulla, assolutamente nulla, da fare per star meglio. Sarei rimasto nel cuore dei miei amici come quel caro ragazzo a cui volevano bene che non hanno mai potuto veder crescere, non avrei mai finito di studiare, scelto un lavoro, ora non sarei qui a scrivere. Non avrei avuto un effetto sul mondo. Un centimetro più a destra, qualche minuto di più, un’altra sottile lama che mi recideva qualcosa e nessuno avrebbe mai saputo di me dalla mia bocca, visto i miei occhi. Non ci sarebbe nessuno dietro queste parole.

Dunque, ci tengo infine a dire, a costo di essere macabro, una cosa che facilmente ci si scorda. Una cosa forse difficile da ascoltare, ma il cui solo senso è essere ricordata, ogni istante. L’unica cosa che mi dia un senso a quanto accaduto: io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando, andavo al parco, mi svegliavo, col sorriso o meno e vivevo la mia vita. Fino a ieri tutto era «normale», scontato, abitavo il mio corpo e non pensavo alle cose a cui penso oggi. Nessuno mi aveva detto che sarei finito così, non un segnale, un messaggio: un giorno ti svegli, la tua vita è cambiata e non puoi farci nulla. Per questo ogni giorno penso di non aver ballato abbastanza, abbracciato abbastanza, rincorso, saltato, viaggiato, toccato, sentito, vissuto, amato abbastanza. E me lo ripeto, a non finire. Cosa sarà mai abbastanza? Beh, io non lo so… Ma spero che ciascuno di voi se lo possa chiedere ogni attimo della sua vita, ogni momento di indecisione, ogni volta che non sai se buttarti o meno, se ballare o no. Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria.
A sorpresa.

Un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle, perché così siamo noi, e pur non trovandole continui, per mesi, anni magari.
Sembra terribile ma è proprio per questo motivo che tutto ci è così prezioso, ci è così caro: è a tempo.
Perciò se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: «Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male».

Con tutta la rabbia che provo ci si potrebbe riempire un oceano, le parole non bastano per descrivere dentro. È inevitabile, dovrò conviverci per un po’. Nonostante questo, non per rabbia, dolore o vendetta ho recuperato il possibile, così come non per paura o inumana resistenza sono sopravvissuto quella notte, no. Fu qualcosa di strano e diverso, non ricordo quasi nulla ma quando mi svegliai era come se lo sapessi, che volevo vivere, che amavo quel braccio libero che mi era rimasto e la garza bagnata datami da un’OSS per inumidirmi le labbra: avevo voglia di cantare.

Senza motivo. Per me, non per altri, non sono nemmeno particolarmente bravo peraltro. Ma sono convinto che quel piccolo, lieve aggancio alla vita vera, mi abbia tenuto qui. È servito da memento del fatto che voglio ardentemente fare delle cose nella vita, e non intendo rinunciarvi. Perché amo vivere e questo mondo. AMARE mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare.

Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi.

Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici. Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, l’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita.

Grazie alla luce.
Quando la notte è più pesante del solito e sento aleggiare nell’aria quella fatidica domanda: «Perché a me?», un po’ sorrido. A ciascuno viene fatto ingiustamente un po’ di male nella vita, io sono solo più palese di altri. E in fin dei conti, son contento che sia capitato a me e non a persone che amo, o chiunque altro. Sapevo sin dal principio che, per come sono, non mi sarei fatto avvelenare il cuore, e non è da tutti.

Forse al contrario, non mi sono mai sentito tanto vivo e nuovo quanto dopo aver visto la morte in faccia. Sono grato di ogni istante, perché ho capito una cosa: per quanto difficile sia la vita, non mi fa paura. Non esiste motivo di temerla. Ho paura della mia morte, non della mia vita. L’unica realtà davvero in grado di offrire salvezza.

Mi chiamo Davide Simone Cavallo, 6 mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle gambe. Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui.


12 maggio 2026 ( 



4.5.26

chi lo dice che il perdono sia solo religioso.Nel 2021 l'Etiopia ex colonia Italiana ha salvato Venezia dall'UNESCO. L'Italia no.

La   notizia  sarà vecchia ( o stagionata   termine  da me  usato  nei commenti  in  alcune pagine social 
acchiappalike   dove spacciano   con titoli enfatici per nuove notizie e fatti vecchi  ) , ma. dimostracome una nazione maltrattata da altra abbia messo da parte odio e rancore e forse perdonato,mettendo da parte  l'odio e il rancore le brutture subite   andandp avanti  guardanfo al futuro  senza scordare il passato, salvandolci  da una  pessima figuraccia internazionale. 
 
Nel luglio 2021 a Fuzhou, Venezia era a un voto dall'entrare nella lista UNESCO dei siti in pericolo Sul tavolo c'era un paragrafo preciso, già scritto, che avrebbe inserito Venezia nella Lista del Patrimonio in Pericolo — la stessa lista dove finiscono i siti distrutti dalle guerre, dalle alluvioni, dai regimi che non rispettano niente.
Quella lista conta oggi 53 siti nel mondo. Venezia stava per diventare il 54°.
Il Comitato stava esaminando 255 siti in quella sessione. Su Venezia la pressione era massima: le grandi navi in laguna, l'acqua alta, il turismo fuori controllo. Ma il motivo ufficiale che rischiava di condannare la città era diverso da quello che ti aspetti.
Non le grandi navi. Non il MOSE. Non l'acqua alta.
L'UNESCO contestava all'Italia la «mancanza di una visione strategica comune» e la «scarsa coordinazione tra le istituzioni». Traduzione: lo Stato italiano non era riuscito a mettersi d'accordo su come proteggere il suo monumento più famoso al mondo.
Il paragrafo di condanna era già nel documento ufficiale. Serviva un voto per bloccarlo. Quell'intervento è arrivato dall'Etiopia, che ha proposto un emendamento per cancellare il paragrafo.
L'emendamento è passato. Venezia è rimasta fuori dalla lista.
Il motivo ufficiale era la mancanza di coordinazione tra le istituzioni italiane, non solo le navi o l'acqua alta A bloccare la condanna non è stata l'Italia, ma un emendamento proposto dall'Etiopia
L'intervento dell'Etiopia
 L'emendamento proposto dall'Etiopia  ha ribaltato la proposta iniziale di inserimento, sostenendo la necessità di dare tempo alle misure correttive del governo italiano.
Stato attuale
Ecco.  che. Venezia è rimasta fuori dalla "danger list", ma è stata sottoposta a monitoraggio speciale e a valutazioni periodiche da parte dell'UNESCO.
Conseguenze 
L'azione ha permesso di evitare un "cartellino rosso" internazionale che avrebbe sancito l'incapacità dell'Italia di proteggere il suo patrimonio.
In conclusione l'Italia quindi  non ha salvato Venezia. L'ha salvata un paese africano, sua   ex  colonia  maltrattata  da noi italiani    durante la sua  conquista, durante  dominio,  dopo  con scarico di rifiuti tossici ed armi  alle fazioni in lotta e  torture  , in una sessione plenaria internazionale, con un emendamento tecnico. Perché senza quel voto il documento era già pronto e Venezia. non sarebbe più patrimonio Unesco . 



12.2.26

. Sturla Holm Laegreid Una lacrima sul bronzo olimpico .per chiedere perdono .,Breezy Johnson da impazzire: cade nel superG, al traguardo l'attende... la proposta di matrimonio!


Non si era mai visto uno scandinavo frignare in mondovisione per amore. Sturla Holm Laegreid, questo il nome del tapino, aveva appeno vinto la medaglia di bronzo olimpica nel biathlon quando si è rivolto alle telecamere per implorare il perdono della fidanzata che lo aveva mollato dopo la scoperta di un tradimento. I social lo hanno squartato da par loro, e la ex lo ha definitivamente liquidato con un sms a ungiornale norvegese in cui esprime il suo imbarazzo


 Un fallimento su tutta la linea. Eppure, non me la sento di unirmi al coro dei «crucifige». L’amore è (anche) una malattia che tra i suoi effetti collaterali comporta un accentuarsi dei sintomi di rimbecillimento.Intendiamoci, se domani mia moglie mi licenziasse per giusta causa, non credo che le chiederei perdono sulla prima pagina del giornale nel disperato tentativo di farle cambiare idea. Ma forse a vent’anni lo avrei fatto. A quell’età si è più narcisi, più melodrammatici e soprattutto più ingenui. Si sguazza nell’immaginario fasullo di film e canzoni, scritte per lo più da maschi, in cui il traditore pentito riesce a rientrare in gioco grazie a qualche gesto particolarmente enfatico e assurdo (avete presente il «monologo delle cavallette» con cui John Belushi riesce ad ammansire la fidanzata armata di mitra in Blues Brothers?). Invece, come in molte altre cose, anche in amore le donne tendono a essere più serie. Quando per loro è finita, è finita davvero. E non c’è lacrima in mondovisione che tenga.


..


L'olimpionica di discesa era attesa dal suo Connor. Ansia per tutti quando la gara di lei non è finita. Poi però... Lui ha tirato fuori l'anello e si è inginocchiato. "Era la mia speranza!" ha confessato lei alla tv Usa
dalla nostra inviata Marisa Poli
12 febbraio - 17:16 - CORTINA D'AMPEZZO (BL)


Connor Watkins era al traguardo del superG, in trepida attesa della fidanzata Breezy Johnson, pronto a chiedere la mano alla campionessa olimpica di discesa. Anello alla mano e cuore in gola, ha atteso fino al pettorale numero 19, quello della statunitense. Ma non tutto è andato come nei piani, lei si è incastrata con un braccio in una porta, è finita a tutta velocità nelle reti, per fortuna senza conseguenze. Prima di arrivare al traguardo è passato un po' di tempo, ha dovuto controllare che tutto fosse a posto. In Connor forse si è insinuato qualche dubbio: sarà il suo modo di dire no? Ma quando Breezy è arrivata, il nodo si è sciolto.



Secondo Nbc News, nell'area del traguardo dove Federica Brignone si preparava a festeggiare
l'oro olimpico più incredibile, Connor si è inginocchiato e le ha chiesto di sposarlo. E dopo il "sì" di Breezy è arrivato l'applauso delle compagne di squadra. "Era la mia speranza!" ha detto Johnson alla tv Usa. "La realtà supera la fantasia”. E Connor ha tirato un sospiro di sollievo. "Alla fine ci siamo riusciti, e siamo davvero emozionati", ha detto. L'anello di fidanzamento è il perfetto abbinamento con la medaglia d'oro conquistata con la discesa e purtroppo rotta durante i festeggiamenti.

21.7.25

VOLEVO UCCIDERE TUTTI MA POI HO PERDONATO . LA STORIA DELL'EX SEQUESTRATO GIOVANNI GLORIO

  DA 

GIOVANNINO GLORIO

«Mi hanno chiuso in un baule, bendato e incatenato», rievoca il protagonista della nostra storia. «Salvo grazie all'agente segreto Nicola Calipari, dopo la liberazione coltivavo un'ossessione omicida». «Ora, finalmente, ho fatto pace con me stesso»

Rapito a 14 anni: volevo uccidere tutti, ho perdonato

«Avevo solo 14 anni quando fui rapito. E in quel baule dove mi rinchiusero, senza ossigeno e con gli occhi coperti, erano rimasti tutti i miei fantasmi. Mi ci misero con la forza, fu un male sia fisico sia mentale. Tanto che, nella mia testa, quella cosa è poi diventata la mia prigione per 31 anni e non solo per quei terribili 31 giorni». Giovannino Glorio riparte da quel drammatico 16 novembre 1993. I sequestratori entrarono nell’abitazione romana dei genitori, li presero a calci e pugni e «io mi sono ritrovato con la faccia per terra, legato».

 Il padre, Giovanni, era un facoltoso industriale nel settore cosmetico chimico. Pagò un riscatto di 2 miliardi e 200 milioni di lire per riavere il figlio amatissimo, nato dopo la perdita a soli 6 anni di un maschietto, per leucemia fulminante. Glorio, 45 anni e un lavoro nel settore immobiliare, ha ora scritto un libro autoprodotto: Libero come il vento (su Amazon), «perché oggi questo sono». «Paradossalmente, quando mi liberarono cominciò il mio periodo buio. Ho iniziato a sentire un brivido di rancore che mi percorreva la schiena. Odiavo le persone, anche quelle che mi amavano, e odiavo me stesso».

È comprensibile dopo il trauma terribile che le era toccato.

«Tutto ha avuto inizio dopo un incidente in auto. Avevo 22 anni, ho affrontato due interventi al volto. Quando sono uscito dall’ospedale sentivo addosso un’ossessione omicida, una rabbia incontrollata. Avevo realizzato che la mia vita stava andando a rotoli, sia sul piano sentimentale sia universitario: non avevo dato neanche un esame. Così passavo ore a consultare riviste di armi, non uscivo di casa, non rispondevo al telefono. Pianificavo il modo migliore per uccidere. Volevo farmi giustizia e il rancore mi

stava intossicando». 
Quando sentì il primo istinto omicida?

«A scuola. C’era un bullo che mi perseguitava con violenza e, ogni giorno, pretendeva che gli pagassi la colazione

umiliandomi. Alla fine reagii dandogli una testata in pieno volto. Fui sospeso. In quel momento il mio odio si era materializzato».

Giovannino, come l’hanno trattata durante il sequestro?

«Ero sempre incatenato con la benda sugli occhi, in una stanza buia. Ogni tanto mi buttavano un panino sul letto per mangiare. Quando dovevo fare i bisogni, mi allungavano le catene così da poter arrivare al bagno chimico lì vicino. Mi sono trovato anche con una pistola alla tempia, in un video messaggio destinato a mio padre: il riscatto chiesto inizialmente era di 5 miliardi di lire, ma lui non ne aveva. Allora s’innervosirono, volevano tagliarmi un orecchio».

Le trattative diventarono complicate.

«Per arrivare ad arrestare i malviventi, il magistrato fece inserire una microspia nella valigetta con i soldi. Ma i rapitori costrinsero mio padre a buttare giù da un ponte la valigetta e così la microspia si ruppe. Quando i sequestratori se ne accorsero, iniziarono a minacciarmi di morte. E a minacciare i miei familiari. Allora intervenne l’agente segreto Nicola Calipari (ucciso nel 2005 in Iraq nel tentativo di riportare a casa la giornalista Giuliana Sgrena, ndr): è l’uomo che mi ha salvato».

È rimasto in contatto con Calipari dopo la liberazione?

«Sì. Veniva a trovarmi, s’interessava a come stessi: aveva capito che qualcosa non andava. È stato molto protettivo».

Nelle sue pagine parla dei fantasmi del passato che per tanto tempo l'hanno tenuta prigioniero.

«Da quasi un anno vado dallo psicologo che è stato fondamentale per scrivere questo libro: dovevo tirare fuori i miei traumi. Lui mi ha detto: “Chiamali con un nome”. E io: “Sono i Bastardi Infami”. “Va bene”, mi ha risposto. Piano piano, giorno dopo giorno, mi accorgevo che non abitavano più nella mia testa. E finalmente sono uscito dal mio passato, dal baule dei rapitori».

Ma come ha potuto superare l’ossessione omicida?

«Mi ha aiutato uno sguardo. Durante

l’università, tutti i giorni facevo colazione nello stesso bar. E fissando lo specchio dietro al bancone, vedevo alle mie spalle sempre un uomo che mi osservava in silenzio. Ogni sacrosanta mattina. Alla fine l’ho riconosciuto: quelli erano gli occhi del mio carceriere e il suo era uno sguardo che chiedeva perdono. Non voleva altro. Poi mi sono ricordato che durante la prigionia aveva mostrato un po’ di compassione per me: ero pur sempre un ragazzino».

E lei lo ha perdonato?

«Sì, ho perdonato tutti. Soprattutto lui. Ma prima di arrivare al perdono, parola fino ad allora non contemplata nel mio vocabolario, ho compiuto errori nella vita sentimentale, professionale e con i miei figli. L’odio m’impediva di vedere tutto il bello della vita».

Lei è tre volte padre. Nel 2019, i fantasmi l’hanno portata anche a perdere la responsabilità genitoriale.

«Me l’hanno tolta a causa di un gesto di rabbia. Per due anni e mezzo sono stato allontanato dai miei figli e nei primi dieci mesi non li ho potuti vedere. Poi li incontravo una volta a settimana in una stanza, con un assistente sociale».

Che rapporto ha oggi con i suoi figli?

«Condividiamo una bellissima intesa e spesso mi chiedono del mio passato. Io sono cauto. Hanno 17, 14 e 12 anni. Vorrei che crescessero liberi da ogni emozione negativa e sicuri di se stessi. Consapevoli che non si può vivere rinchiusi in un baule».

Com’è riuscito a conquistare la libertà che dà il titolo al suo libro?

«Guardandomi dentro, cercando di capire chi fossi e dove avessi sbagliato, perché ne ho sbagliate parecchie».

Ma lei era condizionato da un trauma, non può farsene una colpa.

«Dovevo accorgermene prima. Ho sbagliato tanto nel mio matrimonio, con lei che era una surfista e mi ha trasmesso l’amore per il mare e il vento, e anche nella mia seconda relazione (con la nota attrice Simona Cavallari, ndr). Sotto il profilo sentimentale sono stato un disastro. In queste donne vedevo una possibile soluzione ai miei traumi, come se dovessero salvarmi dallae sofferenze. Ma l’amore non è questo. Ero una persona irrisolta per amare».

Quanto tempo è durata la sua relazione con Simona Cavallari?

«Quattro anni, fino a giugno 2023. E dopo quattro mesi dal nostro incontro, convivevamo già. Per Simona esistevo solo io, mi ha dato tantissimo. Ma alla fine non riuscivo più ad andare d’accordo con lei. Non ero capace di valorizzare quello che provava per me. È finita così. Non ci siamo più visti né sentiti».

Un giorno, improvvisamente, è andato via di casa per raggiungere Assisi.

«Lì ho cominciato a scoprire la fede. Ho camminato scalzo. Ho passato la notte al freddo, in un angolo della città, assieme a un altro pellegrino che mi ascoltava e raccomandava di cambiare completamente l’approccio alla vita. Ora, nella chiesa che frequento al Divino Amore, c’è un sacerdote che parla spesso di “perdono”. Vado ad ascoltarlo due volte alla settimana e mi si è aperta l'anima. È quello di cui avevo bisogno. Il mondo ora lo vedo a forma di cuore e con tutti i suoi colori. Sono diventato veramente libero solo quando ho imparato a perdonare».

L’acqua, il vento del suo libro. Lei pratica il wing-foil, una disciplina vicina al surf con la tavola che si alza in volo grazie a una vela.

«È una sensazione meravigliosa di libertà, quasi mistica. Con i miei figli stiamo per partire in camper, direzione Sardegna: andiamo a prendere il vento».

Mi tolga una curiosità, Giovannino. Il libro finisce con una «Grazie a Lei perché ha messo fine al mio ultimo brivido d’odio». Chi è questa persona?

«Simona. Lei con la L maiuscola. Mi ha aiutato a rinascere e spero che con questa intervista le arrivi il mio pensiero».

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