L’ennesimo femminicidio (ma i carnefici ne sono consapevoli? Me lo chiedo) ci racconta una storia identica e insieme diversa dalle altre. C’è un ragazzo di diciannove anni, di normale famiglia – siamo tutti di buona famiglia, ormai nessuno ci crede più – che incontra una ragazza di diciassette anni, Zoe. Non una vera amicizia, diciamo una conoscenza. Forse in passato c’era stato qualche approccio, cose da ragazzini, cose così. Lui, Alex Manna, è fidanzato e ha avuto anche una relazione con la migliore amica di Zoe. Vicissitudini adolescenziali, vissute da sempre, da tutti. Più o meno.
Accade che i due restino soli. Forse Alex tenta un approccio, Zoe non accetta, lui le sferra un pugno. Forse Zoe prova a difendersi. Lui le mette le mani al collo. Zoe non respira più. La spinge contro una balconata e, in un attimo, Zoe cade giù, in un canale dove verrà recuperata dai vigili del fuoco ormai senza vita.
Siamo a Nizza Monferrato, nella ricca provincia di Asti, un paese di diecimila anime. Cose normali. Più o meno.
Gli amici sanno che Zoe si è allontanata con Alex. Lui, prevedendo le domande degli altri ragazzi, decide di depistare, di raccontare un’altra storia, di quelle che vedi su Netflix o magari su YouTube: storie sgangherate ma che, a volte, funzionano.
Fino a un certo punto.
Rientra a casa, si cambia la maglietta sporca di sangue. Gli amici di Zoe, che non la vedono tornare, si preoccupano. Zoe non risponde al cellulare. Sentono Alex, che abbozza e poi, colpo di scena, racconta che c’è un altro ragazzo, un giovane di origini africane adottato da una famiglia. Un giovane con problemi psichiatrici. Li ha inseguiti, lui ha avuto paura, è fuggito e Zoe non ce l’ha fatta. Straniero e psicopatico. Perfetto.
Lo racconta agli amici e lo racconta ai carabinieri, in caserma, dove entra come testimone e ne esce con l’accusa di femminicidio. Ha confessato. Ma c’è un passaggio pericoloso, gravissimo: oltre cinquanta persone raggiungono la casa dove vive il ragazzo con problemi di salute e vorrebbero linciarlo. Perché il male non abita nelle nostre famiglie. Alex è un bravo ragazzo, non farebbe mai una cosa del genere. E invece.
Il depistaggio di Alex è figlio del pregiudizio. L’idea di potersela fare franca, perché siamo padroni a casa nostra. Anche di uccidere. Ma non è così. Il vocabolario affettivo, in questa storia di provincia operosa e benestante, semplicemente non esiste. I nostri figli sono immersi nel vortice dell’anaffettività e dovremmo parlarne. Dovremmo però parlare anche di quei cinquanta adulti pronti a linciarne uno innocente. Per dire
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