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21.2.26

Sul podio dei Giochi l’affidabilità dell’italia Una volta ancora noi italiani siamo riusciti a trasformare quella che poteva sembrare una crisi in una festa

 

Sul podio dei Giochi l’affidabilità dell’italia

Una volta ancora noi italiani siamo riusciti a trasformare quella che poteva sembrare una crisi in una festa

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Il sole splende sopra Milano, il cielo prova la primavera, il Monte Rosa brilla tra i grattacieli che alcuni criticano, ma tutti fotografano. I Giochi invernali si avviano alla conclusione, e producono uno strano impasto di orgoglio e malinconia.

Goffredo Parise, forse, l’avrebbe definito «un sentimento italiano senza nome». Teniamolo così: anonimo, ma impossibile da ignorare. Le Olimpiadi, come e forse più di ogni grande evento, lasciano vagamente storditi, quando se ne vanno. I XXV Giochi invernali di Milanocortina non fanno eccezione. L’impressione, a caldo, è che siano stati importanti: per Milano, per Cortina, per il nostro turismo invernale; per l’italia tutta. Dopo le perplessità iniziali — dichiarate quelle internazionali, silenziose le nostre — ammettiamolo: non abbiamo ammirato solo le prove degli atleti, ma anche lo spettacolo, l’organizzazione, la logistica.

Lo abbiamo scritto nel giorno dell’apertura: per un giudizio complessivo, occorre aspettare. Bisogna capire quanto abbiamo speso (al di là del contributo del Comitato olimpico internazionale, degli sponsor e degli incassi). Quanto si riveleranno utili le novantotto grandi opere accelerate dai Giochi. Quando le strutture olimpiche saranno disponibili per studenti, cittadini e sportivi. Questa Olimpiade, per esempio, ci ha ricordato la necessità — anzi, la voglia — di dotare Milano di strutture permanenti per gli sport sul ghiaccio.

Ma un’olimpiade, dovremmo averlo capito, non è solo un evento sportivo. È un fenomeno nazionale e internazionale. Il Paese ospitante spende soldi ed energie, non c’è dubbio; ma guadagna reputazione e autostima. Per questo i tentativi di sabotaggio violento dei Giochi sono risultati patetici e inefficaci: la quasi totalità degli italiani non li condivideva.

E poi c’è il mondo, che per quindici giorni intende mostrarsi migliore di quanto sia. Competitivo, ma leale; diverso, ma consapevole; del tutto indifferente al colore della pelle. Tutto ciò, per alcuni, rappresenta una colossale ipocrisia. Per altri — ci iscriviamo a questo partito — è invece un’illusione. Ingenua, forse; ma terapeutica.

Non sono tempi facili. Ma, una volta ancora, noi italiani siamo riusciti a trasformare una crisi in una festa: nessuno ci batte in questo sport, d’estate e d’inverno. Le imperfezioni ci sono state, certo. Ma chi ha seguito le Olimpiadi — da vicino o da lontano — sembra soddisfatto. I media internazionali, per una volta, sono unanimi: promossi a pieni voti. Potrebbe addirittura accadere che, d’ora in avanti, il New York Times smetta di aggiungere, quando cita Cortina d’ampezzo, a small Alpine town in northern Italy (una piccola città alpina nell’italia del nord).

Scandinavi reduci dall’hockey a Santa Giulia; americani di ritorno dal pattinaggio di velocità a Rho; asiatici entusiasti del pattinaggio di figura ad Assago; europei saliti a Cortina, a Bormio, a Livigno; le tribune internazionali del biathlon; gli stranieri che hanno seguito i Giochi in televisione: tutti contenti e un po’ stupiti. La contentezza ci inorgoglisce, ma lo stupore — diciamolo — non ci stupisce. Esiste, purtroppo, una presunzione di inaffidabilità che noi italiani ci portiamo dietro. Milano-cortina 2026 — non c’è dubbio — contribuisce a smontarla.

Queste sono, infatti, le occasioni per cambiare la percezione dell’italia nel mondo. Se la politica non segnerà uno dei suoi periodici autogol, potremmo riuscirci. Le molte medaglie vinte — a cominciare da quelle, magnifiche e stoiche, di Federica Brignone — sono entusiasmanti, ma altrettanto importante è l’impressione globale lasciata da questa Olimpiade: un ricevimento offerto dall’italia al mondo, che ha gradito. A proposito: speriamo che Donald Trump ci ripensi, e resti a casa. La sua presenza a Milano (finale di hockey maschile) e a Verona (cerimonia di chiusura), quasi certamente, porterebbe qualche nostro rappresentante a imbarazzare sé stesso, e un po’ anche noi.

È un peccato che la tregua olimpica non sia stata rispettata: in Ucraina e in Medio Oriente non è cambiato niente (anzi intorno all’iran i venti di guerra aumentano). Dobbiamo accontentarci della piccola tregua mentale offerta ad almeno due miliardi di persone: di questi tempi, non è poco. In attesa delle Paralimpiadi, domani sera nell’arena di Verona si spegnerà la fiaccola olimpica, e riprenderà il rumore delle armi. Che non ha mai smesso. Ma noi, per quindici giorni, ci siamo illusi di non doverlo sentire mai più.

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