Non può ancora vivere di sport per una legge scritta durante il fascismo, che esclude le persone con diabete dai gruppi sportivi militari. Una norma mai aggiornata che, di fatto, impedisce anche ad atlete di livello internazionale di avere le stesse opportunità economiche dei colleghi. È uno dei paradossi con cui convive Anna Arnaudo, 25 anni, mezzofondista della nazionale italiana
di atletica leggera, specialista delle lunghe distanze, due record di
categoria all’attivo (10 mila metri e mezza maratona) e una carriera
sportiva costruita a forza di chilometri e risultati.Arnaudo è anche una delle circa 150 inserite nel programma dual career del Politecnico.
Nata a Cuneo nel 2000, tesserata per il CUS Torino, corre fino a 170
chilometri a settimana e, allo stesso tempo, fa ricerca: laureata con
lode in Ingegneria informatica, oggi è dottoranda in Intelligenza artificiale applicata all’Ingegneria del software.
Nel suo palmarès vanta piazzamenti internazionali di rilievo:
undicesima agli Europei di corsa in montagna 2018, decima agli Europei
dei 3000 metri su pista e nona ai Mondiali di corsa in montagna 2019.
Nel 2021 ha vinto quattro titoli italiani e conquistato l’argento
europeo nei 10 mila metri.
Anna, partiamo dall’inizio. Come nasce la corsa?
«Ho
iniziato quasi per caso nel 2015. Frequentavo un istituto tecnico e
avevo bisogno di una via di fuga. Non avevo grandi ambizioni, poi ho
capito che correre era il mio mondo».
E lo studio non è mai stato messo da parte.
«No, ho sempre continuato. Mi sono laureata nei tempi, con lode, e ora sto facendo il dottorato».
È stato difficile mettere insieme tutto?
«Il
primo semestre me lo ricordo come impegnativo, poi con il Covid ho
potuto sfruttare le lezioni registrate e sono entrata nel programma dual
career. È stato fondamentale».
Quando è stato d'aiuto?
«In
due momenti chiave. Dovevo sostenere l’ultimo esame della triennale ma
ero in Algeria per una gara: ho scritto al professore e ho potuto
spostare l’appello. Lo stesso è successo prima della laurea magistrale,
avevo gli Europei e una consegna importante. Non ho mai abusato delle
facilitazioni, ho sempre cercato equilibrio. Sono molto organizzata,
cerco di non perdere tempo e di essere essenziale».
Sport e studio si aiutano a vicenda?
«Sì.
La pausa dallo studio è l’allenamento e viceversa. Dopo aver corso, il
cervello è più libero per studiare. Dopo la soddisfazione di un esame
passato corro meglio».
Ci sono stati momenti complicati?
«Tanti.
Non è facile. A volte lo sport è stato penalizzato dallo studio e
alcune gare sono andate male perché ero stanca. Ma ho imparato a non
mollare: fallire fa parte del percorso, nelle gare come all’università».
Oggi potrebbe vivere di atletica?
«Nella
mia situazione è complicato. Ho il diabete mellito di tipo 1 e una
legge del 1932 esclude le persone diabetiche dai gruppi sportivi
militari. Io non posso entrarci e quindi avere uno stipendio come gli
altri. È una discriminazione che stiamo cercando di superare, siamo
stati anche in Senato».
Che tipo di sostegno economico ha allora?
«Le
trasferte con la nazionale sono coperte, c’è il supporto della
Federazione e del CUS Torino e della Federazione delle Società
Diabetologiche che sostiene gli atleti diabetici».
Viaggia molto: come studia in giro per il mondo?
«Mi porto sempre i libri. Ho imparato a studiare ovunque: in Patagonia, ai raduni a Tirrenia, d’estate a Sestriere».
Come la vedono i colleghi?
«Con molta stima. Avevo paura di essere etichettata come “quella che fa anche altro”. Invece il mio impegno è apprezzato».
E il futuro? Ricerca o atletica?
«Non
saprei scegliere. Ora direi entrambe le cose, ho sempre avuto il
piacere di farle insieme. Voglio continuare il dottorato, provare una
carriera accademica e andare avanti con gli allenamenti per la
maratona».
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